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Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa

18 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
IL PAESE È UNA SPECIE DI “OASI” PER PULIZIA, ORDINE E PUNTUALITÀ DELLA SUA POPOLAZIONE.

Quando si viaggia in certi luoghi particolari, soprattutto in quelli dove è possibile ritrovare anche un po’ noi stessi, ci sentiamo un po’ come il mitico Ulisse, quando vagò per anni ed anni alla ricerca dell’io più profondo, quello vero, cercando senza avere alcuna meta le tracce di richiami ancestrali tra le meraviglie del mondo più vicino alla sua Itaca. Ecco, l’impressione è sempre questa quando mi trovo ad andare scoperta di un nuovo continente come l’Africa, che ti ospita avvolgendoti e coinvolgendoti come il liquido amniotico di una madre: fra i paesi visitati e amati di più con può che esserci la Namibia.
Io stessa, come ogni turista italiano, non posso che rimanere affascinata dalla Namibia perché rappresenta un concentrato di tutte le bellezze naturali e selvagge di un intero continente. Il deserto, anzi i deserti (il Kalahari e il Namib) avvolgono il Paese con i loro paesaggi mutanti fatti di dune altissime, dal delicato colore albicocca, di colline nei cui strati antichissimi si intravedono i percorsi e le sofferenze di tutte le ere geologiche, non per niente il Namib è il deserto più antico del mondo, e di zone pietrose che quando le percorri sembra di camminare sui vetri che fanno un gran rumore sotto i piedi.

Ma non sono vetri, sono pietre più o meno preziose come granate, tormaline, quarzi di ogni colore e innumerevoli altre pietre cristalline.
Uno dei ricordi più belli che si possono riportare dei deserti della Namibia, a parte il colore diverso dagli altri deserti, è la meraviglia di buttarsi giù a piedi nudi per una duna alta anche 300 metri e avere la sensazione di volare e non di correre! E il silenzio…il grande silenzio rotto qualche volta dal vento che colora anche di rosso l’aria circostante!

L’Atlantico è il mare che la bagna, quell’Atlantico meridionale freddo, tempestoso, scuro e selvaggio. Non un mare da spiagge, non un mare per turisti, ma un mare pieno di pesci attraversato dalla corrente del Bengala.

Un mare tutto da vedere e che ospita una vita splendida e incredibile come quella delle colonie di otarie di Cape Cross e delle altre del sud del Paese. Lo spettacolo, anche se l’odore non è gradevole, è assolutamente mozzafiato: ben 100 mila otarie tutte insieme e, talvolta, anche una sopra l’altra, con il loro ordinamento sociale, i loro amori, i loro giochi…!

Un mare, infine, al quale grandi navigatorie inesperti hanno pagato un pesante tributo, come è possibile constatare, con pena per chi è morto e rispetto per la potenza della natura, mentre si cammina fra i numerosi relitti di navi sparsi come antichi fantasmi sulla nota Skeleton Coast.
Il Damaraland e il Koakoland sono invece le savane pietrose, dai colori sgargianti, con il rosso che domina tra le enormi rocce accatastate insieme da giganti mitologici nella notte dei tempi. Incredibili piattaforme fanno da sfondo ad eccezionali tesori di storia dipinti e incisi sulla pietra dagli antichi uomini della savana.
Le scene dipinte ci fanno “sentire” le sensazioni delle le loro gioie e delle loro paure. Un’emozione fortissima quando osserviamo ciò che i nostri antenati hanno immortalato per sempre nelle rocce.
Le incisioni rupestri hanno 10.000 anni di età e l’emozione è tanto forte di fronte ai sentimenti che non sono mai cambiati nella storia dell’uomo.
Se parliamo di parchi, il primo che ci viene in mente è il mitico e grande Etosha, che non è soltanto magnifico perché ha una grande varietà di animali (zebre, orix, kudu, springbock, giraffe, leoni del Kalahari nerocriniti ecc), ma è grande quasi quanto la Svizzera.

Etosha ha anche i Pan, distese di terra alcalina, salata e bianca vista da lontano, che in alcuni tratti è spaccata e secca, mentre in altri è fangosa e pericolosa.

E’ una terra dove i miraggi sono all’ordine del giorno, l’aria è quasi sempre caldissima e si possono osservare le migrazioni degli animali. Etosha è un Parco magico e strano dove è possibile osservare piogge incredibili così come gli arcobaleni che si formano appena la pioggia smette di dar da bere a questo meraviglioso luogo.
Ma la Namibia è sorprendente non solo per i suoi paesaggi, le sue pietre preziose – come i diamanti – e i suoi animali nei parchi. Il paese stupisce per l’ospitalità e la delicatezza dei popoli che lo abitano, sia di colore sia bianchi.

Non dimentichiamo che la Namibia è una Repubblica multi-razziale indipendente e pacifica, ricca di acqua sorgiva e potabile. E cosa dire della perfetta organizzazione e pulizia delle strutture turistiche? Non dimentichiamo che la Namibia risente ancora della cultura tedesca e sudafricana.

La Namibia, perciò, è quanto di africano si possa immaginare per la bellezza dei Parchi e di alcune delle sue tribù – non dimentichiamo che le donne Himba sono bellissime, ma soprattutto, perché è una specie di “oasi” per pulizia, ordine e puntualità della sua popolazione.
Possiamo considerarla quasi una pietra preziosa incastonata nel continente africano!

Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
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Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
Reportage Namibia: una pietra preziosa in mezzo all'Africa
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In giro per l'Italia: Ripabottoni

17 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Ripabottoni

Flaviano Testa, in giro per il Molise, ci propone i suoi scatti curiosi, mai banali e sempre affascinanti, oggi ci porta a Ripabottoni, un paesino che conta poco più di 500 abitanti in provincia di Campobasso.
Posto ad altezza collinare è sovrastato da uno scoglio di tufo alto 903 metri su cui sorge il vecchio centro abitato. Il territorio comunale è percorso da due antichi tratturi, le millenarie piste erbose che, congiungendo l'Abruzzo alla Puglia, costituivano l'arteria dell'antica pastorizia sannitica. Alcuni scavi archeologici condotti intorno al paese hanno portato alla luce antiche monete greche, lucerne, statuette e, un' iscrizione sepolcrale databile in un periodo che va dalla seconda metà del primo secolo al secondo secolo dell'impero romano.
Il toponimo nel periodo longobardo era “Ripabrunaldo” in seguito divenne “Ripa de Brittonis”, probabilmente dalla famiglia feudataria de Brittolo, ma con la costante di Ripa a indicare la posizione in cui è posto su un'erta rupe.
L'edificio più importante è la chiesa parrocchiale di S. Maria Assunta, rifacimento settecentesco, di un luogo di culto medioevale. L'interno presenta tre navate ricche di decorazioni coeve: stucchi, affreschi e tele eseguite dal pittore Paolo Gamba, gloria locale, nato a Ripabottoni nel 1712. Seguace del pittore napoletano Francesco Solimena, disegnò l'anfiteatro romano di Larino, plasmò alcune statue sacre, costruì due orologi meccanici. Come pittore fu molto produttivo: uno studioso delle sue opere gli accredita sessanta dipinti, un secondo addirittura duecento.
Ripabottoni dette i natali, il 18 ottobre del 1821, anche a Tito Barbieri venuto alla luce dopo cinquantatré giorni dall'uccisione del padre, morto con altri tre cittadini, mentre si recava a un convegno di Carbonari. Educato dalla madre negli stessi ideali paterni, fu tra gli animatori del partito che nella provincia molisana cospirò contro il regime borbonico. Giudicato e condannato a morte nel 1852, per aver incitato alla rivolta i cittadini e per aver partecipato ai moti del 1848 a Campobasso, riparò in Francia.
Amico di Mazzini, eseguì delicate missioni di propaganda per la Giovane Italia. Ufficiale garibaldino, combatté a Milazzo, in Calabria e nella battaglia del Volturno. Appassionato di armi, il Barbieri fu provetto schermidore, durante l'esilio in Inghilterra aprì una scuola di scherma, a lui si attribuisce l'invenzione del fucile ad ago.
Il generoso patriota morì il 2 febbraio 1864 a Campobasso, dove fu sepolto. Lasciò ogni suo bene in dono al comune di nascita e nella sua casa oggi ha sede il Municipio.
Un altro illustre cittadino di Ripabottoni fu ARTURO GIOVANNITTI nato nel 1884, fu una delle voci più appassionate in difesa dei diritti e della dignità degli emigrati italiani in America. Era in Canada, ancora adolescente, quando tristemente colpito dalle condizioni degli immigrati, si iscrisse al movimento sindacale rivoluzionario. In occasione dello sciopero del 1912 a Lawrence, il sindacato lo inviò sul posto con i suoi migliori organizzatori, tra i quali gli italiani Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Lo sciopero finì nel sangue a causa dello scoppio di una carica di dinamite e morì un'operaia italiana. Il Giovannitti, con i compagni Ettor e Caruso, fu processato a Salem per concorso in assassinio,scrisse in carcere un libro di poesie cariche di accorata nostalgia per la casa e la terra natale. In Italia si mobilitarono in molti in sua difesa, lo stesso Mussolini, allora esponente del Partito Socialista, tenne in suo favore vibranti riunioni in Emilia, in Romagna, in Puglia; scrisse articoli e presentò mozioni fino alla vigilia della sentenza assolutoria.
Dopo l'assoluzione Giovannitti restò in America e si adoperò per salvare dalla sedia elettrica gli infelici Sacco e Vanzetti.
“L'uomo che credé "nell'amore del prossimo, nella bontà, nell'arte, nella libertà e nella giustizia, sua ancella, in Dio e in chiunque Egli sia”, morì a New York nel 1959.
Ripabottoni è un paese che, come tanti nel Molise, si è spopolato nel corso degli anni subendo una pesante emigrazione, oggi tra le strette stradine di pietra, seduti sulla piazza ad ammirare l'affascinante panorama sottostante resta, sempre più solo, qualche vecchietto.

In giro per l'Italia: Ripabottoni
In giro per l'Italia: Ripabottoni
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Nazario Pardini, "I canti dell'Assenza"

16 Marzo 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni, #poesia

Nazario Pardini, "I canti dell'Assenza"

Vedo l’angolo di una casa a sinistra, e davanti campagna libera che digrada a valle come la voglia di correre di un bambino. Va, quella voglia, nel sogno che incarna un tempo che fu e che continua ad essere. Non vedo una città con le sue borgate, con i suoi centri privilegiati. Lo spazio che mi accoglie è ben lungi dal proporsi chiuso e grigio. I colori che dominano sono il verde e il giallo della primavera, il bianco dei fiori. Questi canti non chiudono la percezione in un magazzino, semmai da lì escono per correre con il pensiero, quel pensiero libero, giovane, pensiero spensierato.

Così, leggendo questi canti vivo l’assenza, eppure le immagini sono presenti, le stesse immagini che ho visto in altre poesie dello stesso autore. Prati sconfinati che ospitano la giovane libertà, viva nel poeta e vivace nel lettore, libertà che mi prende per mano e che nei versi diventa musica. Ed io “attratto dai richiami del meriggio” volo quel volo che Icaro visse in parte. E anche se “è un naufragio per la nostra essenza” non naufrago, semmai mi ritrovo il giallo autunnale di un novembre che insiste, poi “ascolto i silenzi dell’anima” e vago alla ricerca di me stesso.

Queste poesie, molto intime, molto personali, mi chiedono di diventare Nazario bambino, e vedo che nel fondo dell’anima il poeta è rimasto quel Nazario bambino, non si è perso, e corre nei prati, vive in un ricordo di un tempo che in tutta la sua crudeltà scompare per lasciar spazio ad altro tempo.

È una poesia molto naturale ma non naturalistica. Gli odori della natura ci sono tutti, e sono forti, presenti. Torno ai miei otto, dieci anni, e quel regalo della vita è di nuovo in me, non è stato sommerso dagli anni, semmai è tornato in primo piano facendomi giocoliere incauto.

E infatti “Non sarà la sera che calante / annuncia solo un giorno che va via / coi suoi colori vecchi. Declinante / il segno non sarà della mia vita / volta a rammemorare. Alla natura / riaprire le finestre di un ostello / non varrà che annunciare alle mie mura / colori di serate ritrovate.” Mi dona questa ribellione.

Ma il seguito, questi canti vanno letti in ordine, è un “presto ritornerò”, perché si torna, sempre. Il tempo è un ciclo che consuma le forze, ma che torna sempre all’inizio, l’istante in cui non si è e non si sa. Prima e dopo. In mezzo c’è la vita, e tutta intera va vissuta.

E non basta, perché il poeta ci invita, ci sfida, ci rende partecipi quando ci dice “E tu che fai, non suoni? A cosa pensi, / perché resti da te?”. Allora percepisco il messaggio di questo canto come uno scuotimento dove il poeta mi prende per mano e mi sprona a cantare con lui, ma con il mio canto, con quello che posso fare, perché io sono come lui, insieme stiamo giocando nei campi, insieme “immaginiamo di essere un’orchestra / di veri musicanti che in concerto / suonano melodie per la platea”

Vado avanti, sono ancora con il poeta, vedo che “Poi giunto è ottobre a mietere le foglie / di una stagione che ha reciso il sole”, e pur sapendo che “Il frutto cade / del giorno ormai maturo ed è la notte”, non vado a dormire, perché lui con me rimane a contemplare il mondo, perché “se restava solo, nella sera, / si abbandonava un po’ alle sue memorie. / cespiti in boccio / voci di sorgente / occhi indomiti da equino all’età / che aveva gli anni della primavera.” Ecco la ribellione all’abbandono, gli occhi che indomiti guardano quel bambino e lo fanno vivere ancora.

Così “Giovinezza: / sortivi il tuo profumo / intento ad un sorriso dolce amaro.”, sei sempre lì, giovinezza, anche se ti abbandoni al flusso del tempo e “ti trattieni con aria indifferente / sulla panchina della piazza verde / a seminare amore.”

Insomma, non voglio parlare della tecnica poetica, della fluidità dei versi, della musicalità di questi canti. Posso solo dire quale effetto ha su di me la poesia, e in questo caso, i canti di Nazario Pardini. Mi sono quindi lasciato guidare, non ho pensato alla storia del poeta, non ho cercato il suo vissuto, perché le poesie, secondo me, non devono essere lette come un diario, ma vissute come uno sprone. Quindi ho rivissuto la mia storia, perché questi canti parlano al mio IO profondo, diventano quasi un alter ego, una guida che mi scuote, e che stimola la mia creatività, facendomi migliore.

Ringrazio Nazario Pardini per l’opportunità di leggere queste belle pagine

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I Carabinieri a Parigi

15 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

I Carabinieri a Parigi

Menzionati più che altro per l’ingrato compito di “accompagnare” i fanti all’assalto, mi piace ricordare al contrario le battaglie in cui i Carabinieri si fecero onore nel corso della 1^ Guerra Mondiale: le battaglie dell’Isonzo, del Carso, del Piave, sul Sabotino, sul San Michele ed in particolare nei combattimenti sulle pendici del Podgora, nell’inseguire il nemico oltre l’Isonzo, unitamente a reparti di Cavalleria.

Così come riportato nel sito dell’Arma, furono i due Squadroni di Carabinieri addetti al Comando Supremo a entrare per primi a Gorizia, il 9 agosto 1916. E ugualmente il 2 novembre 1918, circa 200 Carabinieri furono tra i primi a toccare il suolo di Trieste liberata. Nello spazio di tutto il conflitto persero la vita 1.400 arruolati dell’Arma e i feriti furono 5.000. A reparti e singoli militari, operanti in Patria e all’estero, furono conferiti: 1 Croce dell’Ordine Militare di Savoia, 4 Medaglie d’Oro, 304 d’Argento, 831 di Bronzo, 801 Croci di Guerra e 200 Encomi Solenni, tutti al Valor Militare.

Durante la Grande Guerra non esisteva ancora l’Aeronautica Militare come corpo a se stante, divenne Forza Armata solo nel 1923 e i primi aerei vennero pilotati da militari dell’Esercito, di cui l’Aeronautica faceva parte. Furono 173 gli ufficiali, sottufficiali e carabinieri che entrarono a far parte del Corpo Aeronautico Militare.

Fra questi Ernesto Cabruna, un carabiniere che, divenuto pilota, viene ricordato come un eroe dell’aria.

Piemontese di Tortona a diciotto anni si era arruolato nell’Arma e l’anno successivo, il 1908, fu fra coloro che parteciparono alle operazioni di soccorso delle popolazioni calabresi e siciliane, colpite dal tremendo terremoto di Messina. Nel 1911, vice brigadiere, partecipò volontario all’occupazione del Dodecaneso. Allo scoppio della Grande Guerra era Comandante della Stazione di Salbertrand, in Piemonte: offertosi ancora una volta volontario, venne destinato al fronte sull’altopiano di Asiago, ove si guadagnò una Medaglia di Bronzo per l’attività di soccorso prestata ai feriti durante i bombardamenti degli austriaci.

Nel maggio 1916 divenne aviatore e pilotava aerei da ricognizione sulla Carnia. Nel giugno 1917, promosso maresciallo, fu assegnato quale pilota di caccia sul fronte del Carso e del Piave. Il 26 ottobre abbatté il primo aereo nemico, in totale gliene furono accreditati otto. Grazie a tali positivi risultati, per il coraggio e la fermezza dimostrati in ogni occasione, ottenne la sua prima Medaglia d’Argento.

Il 29 marzo 1918 condusse la sua azione più famosa: volando su Conegliano, avvistò un aereo da bombardamento austriaco scortato da dieci caccia, senza nessuna paura, andò diritto verso il capostormo e lo abbattè, costringendo i gregari a rinunciare alla missione.

Cabruna fece ancora meraviglie nel giugno del 1918 durante la seconda battaglia del Piave o battaglia del Solstizio, come la definì Gabriele D’Annunzio. Affrontato uno stormo di trenta aerei nemici, riuscì ad abbatterne uno, ed era solo il primo giorno, in quelli successivi, riuscendo sempre a cavarsela, abbatté altri due aerei e un aerostato, guadagnandosi la seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’impegno costante, la dedizione, il coraggio e lo sprezzo del pericolo lo videro di nuovo in cielo, il 29 ottobre 1918, riuscendo a colpire e incendiare due caccia austriaci in decollo. Era trascorso meno di un mese da quando in seguito a un incidente occorsogli in fase di atterraggio, era stato seriamente ferito riportando fratture multiple a un braccio.

Al termine della guerra, quale compendio alla totale abnegazione dimostrata, gli venne riconosciuta anche una Medaglia d’Oro al valor militare.

Nel primo dopoguerra partecipò all’impresa fiumana al fianco di Gabriele D’Annunzio e il 6 dicembre 1923 lasciò l’Arma dei Carabinieri per transitare nella Regia Aeronautica, appena istituita. Affezionato al corpo che lo aveva visto crescere, pronunciò un sentito discordo di commiato: “Lascio con dolore i Carabinieri, ma mi propongo di essere, anche lontano, non dimentico figlio di quella famiglia di cui sono stato parte ed alla quale ho coscienza di aver fatto onore. Dovunque e sempre sarò grato all’Arma, maestra di tutti i sacrifici e di tutte le virtù, per quello che seppe insegnarmi”.

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Reportage: Botswana, un paradiso naturale nel cuore del mondo

14 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Botswana, un paradiso naturale nel cuore del mondo
IL TURISMO È UN SETTORE IN CRESCITA E SI PUNTA ALL’ ALTA QUALITÀ DEI SERVIZI.

Nel cuore dell’antico continente, la vita pulsante e primordiale può essere scoperta e ammirata, con il massimo del rispetto e della cura, però. Il Botswana è situato nel centro della parte meridionale dell’Africa, e qui si nascondono straordinarie bellezze paesaggistiche e ambientali e il tesoro più ambito nelle società occidentali, i diamanti. Si estende per una enorme superficie, pari alla Francia e al Belgio insieme, ma è poco popolato, con una densità media di 3 abitanti per km².
Indipendente dal 1966, in seguito alla scoperta dei giacimenti di diamanti ha potuto crescere economicamente in modo costante. Stabilità economica e politica rendono possibile lo sviluppo turistico, organizzato però sui canoni del massimo rispetto della natura e delle numerose specie animali che lo abitano.

Il Botswana è, infatti, un paese in cui Delta e Deserto hanno creato una ricchezza di specie paradisiaca. Questa diversità biologica viene protetta in numerosi parchi e riserve naturali, che si estendono per il 40% del territorio nazionale.

A nord si può scoprire il Delta dell’Okavango, il più grande delta interno del mondo: dalle alture dell’Angola, il fiume Okavango si riversa nel deserto del Kalahari, creando una speciale commistione tra acque, con innumerevoli corsi d’acqua e laghi, e savana sabbiosa, e dando vita ad una particolare varietà di flora e fauna, tale che un terzo del Delta è da molto tempo parco nazionale.

Qui è possibile ammirare tutti gli animali dell’Africa australe: branchi enormi di elefanti e di bufali, zebre, antilopi saltanti, aquile marine e anche i rinoceronti, reinsediatosi qui da poco tempo.

Per visitare queste fantastiche zone il mezzo di trasporto obbligato è il mokoro, la canoa locale intagliata in un tronco d’albero e guidata da ranger esperti.

Ma imperdibile è il giro in aereo per osservare la vastità del Delta, parte di ogni programma turistico realizzato nell’area. La visita al Delta è possibile in ogni mese dell’anno, partendo dalla città capoluogo Maun.
A nord est al confine con Zambia e Zimbawe, dalla città di Kasane si apre la regione del Chobe e il suo parco nazionale, dove si trovano i gruppi compatti di elefanti più numerosi al mondo.

A Kasane e nei suoi dintorni vi è la possibilità di soggiornare in lodge ottimamente equipaggiati che offrono tutti i comfort. Tutte le regioni del Chobe sono collegate con una fitta rete di piste percorribili durante tutto l’anno, naturalmente su fuoristrada a quattro ruote motrici.
Al confine nord occidentale del Kalahari, si innalzano le Tsodilo Hills (colline di Tsodilo) la montagna più alta del Botswana che con di 1.400 metri. In questo luogo magico sono state scoperte finora oltre 4.000 pitture rupestri, descritte tra l’altro da Sir Laurens van der Post nel suo libro classico “Il mondo perduto del Kalahari” e cui ha dato il nome di “Louvre del deserto”.

Da maggio 2001 è aperto un museo sui 100.000 anni di storia di questo luogo. Nel luglio 2002 l’UNESCO ha dichiarato l’intero territorio patrimonio dell’umanità.

Questa mistica area collinosa può essere esplorata in sei percorsi diversi con l’aiuto di esperte guide locali es è raggiungibile a bordo delle jeep per una pista sterrata di 50 km o tramite piccoli velivoli.
La piccola località Nata, situata a circa 300 km a sud di Kasane, è il punto di partenza per visitare le depressioni saline di Makgadikgadi Pans, estese su una superficie di oltre 12.000 km, sono il più grande complesso di saline al mondo, formato da due conche principali e da migliaia di altre conche saline più piccole.
A nord ovest da qui, a circa 4 ore da Nata, si trova il Parco Nazionale da Nxai Pans, composto essenzialmente da un sistema di conche saline, che sono i resti fossili del grande lago prosciugato di Makgadikgadi. Una delle attrazioni principali di questa regione è certamente il gruppo di alberi “Baines Baobab”.
Nel cuore del Botswana l’immensa riserva del Central Kalahari Game Reserve è una delle cinque più grandi zone protette al mondo. Composto da savane e zone semideserte piatte, qui regna una grande siccità; le estensioni sterminate, lo spettacolo unico e affascinante delle albe e dei tramonti, la percezione della solitudine e il senso dell’avventura, regalano emozioni difficili da rivivere in un altro luogo del mondo.

I segreti del Kalahari possono essere scoperti insieme ai San, gli aborigeni dell’Africa australe che vivono qui da 25000 anni. Solo pochi vivono ancora nel modo ancestrale come cacciatori-raccoglitori, mentre la maggioranza vive in insediamenti come New Xade, Kuru, D’kar e Ghanzi.


Al confine con il Sud Africa, il Tuli Block è una striscia di terreno agricolo, estesa lungo il fiume Limpopo. Vicino si trova la capitale Gaborone, una città in rapido sviluppo.
Il turismo continua ad essere un settore in crescita con molte possibilità di potenziamento, e il governo, con i suoi piani regolatori, punta su un turismo di alta qualità.

Il paese è dotato di alberghi a tre, quattro e cinque stelle, ma per visitare le riserve e i luoghi più impervi e suggestivi bisogna soggiornare in camping, anche ben attrezzati, e lodge, e muoversi in jeep per i numerosi safari possibili.

Reportage: Botswana, un paradiso naturale nel cuore del mondo
Reportage: Botswana, un paradiso naturale nel cuore del mondo
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Lutto

13 Marzo 2015 , Scritto da Patrizia Poli

Lutto

Oggi siamo chiusi per lutto

E' mancata improvvisamente la nostra redattrice, ma soprattutto amica, Maria Vittoria. Non abbiamo parole e quindi stiamo in silenzio.

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E CHI NON BEVE CON ME, PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

13 Marzo 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #cinema, #marcello de santis

E CHI NON BEVE CON ME,  PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

Voglio cominciare questo saggio riportando per esteso un "pezzo di vita" che fa parte di una mia plaquette in prosa, ancora inedita, che è molto significativo al riguardo. Lo riporto anche con quelle poche frasette in tiburtino, (disseminate qua e là), il dialetto della mia città, allora ancora paese, facilmente fruibili (per ogni evenienza ne riporto la traduzione in italiano):

... tappa obbligata, per me e fratimu micchittu (mio fratello piccolo), pure se mamma e papà continuavano a camminare su a corzereno, (via colsereno) erano "li quadri del giuseppetti, al trevio (i quadri del cinema).

Là ci fermavamo a immaginare, attraverso essi, le scene del film in programmazione; a volte anche papà si fermava, specialmente se era un film di indiani o uno di quelli strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, per esempio Catene; si fermava allora pure mamma, e vedevo la sua mente immaginare le scene più drammatiche del film; quando faceva tappa pure lei mi s’accendeva in cuore la speranza: ci andiamo!
... papà Decio ci provava quasi sempre, pure se talvolta era tardi; deviava nel breve vicolo dov'era la sala cinematografica, e all'uomo dei biglietti (papà era conosciutissimo e benvoluto da tutti grazie alla sua dedizione ai malati, facendo l'infermiere/amico di tutti al locale ospedale) domandava: “se fa in tempo?” e quello, “vai, Decio, entréte, ‘nte proccupa’…” (entrate pure, non ti preoccupare); e quasi sempre quel giovanotto, “no’ lli fa li bigghietti, Decio… è guasi fenitu...” (non li fare i biglietti Decio, è quasi finito); e non era vero…
Per cui quando lui si fermava davanti ai quadri, il cuore mi batteva forte; i miei nove/dieci anni azzardavano un "papà, ciannàmo? - ci andiamo?", o era lui che diceva a mamma: “nanna, te va? me sa che è bellu!”, mamma non diceva mai di no; se rispondeva di sì, prendevo a correre sopr’alli sérgi co lli tacchitti co la mezzaluna de ferittu, che faceanu le lure (sopra l'acciottolato della strada fatta di sampietrini con i tacchetti di ferro delle scarpe, i cosiddetti ferretti fatti a mezzaluna, che battendo sui sampietrini facevano le scintille) ed ero il primo ad arrivare davanti alla porta del cinema; entravo subito nella grande sala della biglietteria per soffermarmi a lungo sui tanti cartelloni dei film che sarebbero seguiti in altri giorni.

Arrivavano poi papà e mamma con Renato per mano (mio fratello più piccolo, aveva sei-sette anni) e si entrava in sala tutt'insieme.
Papà qualche volta però s’avvicinava alla cassa e faceva ugualmente i biglietti, (noi piccoli, eravamo piccoli, e non pagavamo ancora).
Quando invece non rispondeva alla mie parole “papà annàmoci, è propriu bellu, me l’à dittu ‘ncompagnu meu de scola che l'à vistu” (non era vero…) e continuava a camminare sottobraccio a mamma parlando dei fatti loro, ci rimanevo male da morire “stasera no” categorico; “ma te dico che è bello, dài…” “no!”.
M’ammusea... m‘arabbiéa subbitu (mettevo su il muso, m'arrabbiavo...)
Non correvo più, andavo dietro a loro a testa bassa, non vedevo l’ora che arrivassimo al pratosangiovanni, (dov'era casa nostra, una vasta distesa con poche case in fondo, subito fuori la porta sangiovanni) dove, al buio, potevo mascherare il mio dispiacere. Mi mettevo subito a letto, accendevo la radio, abbassavo il volume; e ascoltavo, senza sentire, fino a che arrivava “siparietto, a cura di nicola adechi…” e mi calmavo al suono di quella bellissima voce; il mio rancore ingiustificato s’ammorbidiva nel profumo dei sogni che fluttuava nel buio sotto la coperta…
Ma torniamo alla frase celebre che ho messo nel titolo:
... chi non beve con me peste lo colga!... che è passata alla storia del cinema.
A pronunciarla, la frase, fu un grande attore italiano che all'epoca - siamo nel 1941 - e per molti anni ancora, fu ai vertici del cinema italiano. Il suo nome è Amedeo Nazzari, affascinante, bello. E i più giovani e i giovani che non lo conoscono e non lo hanno conosciuto, non possono certo negare, guardando la foto posta più sopra, quanto ho appena detto, nevvero?
Interpretava il personaggio di Neri Chiaramantesi, nella Firenze dei Medici rappresentata con ottimi effetti e costumi dal regista Alessandro Blasetti nel film La cena delle beffe.
Io, quando uscì il film, avevo appena due anni, e chiaramente non l'ho visto, ma più tardi ricordo di aver assistito a tutti o quasi i film di questo grande attore, che quando girò la pellicola aveva già 34 anni, non era quindi giovanissimo. Pare di stare ai tempi nostri, dove gli attori moderni di vent'anni e anche meno sono già dei veterani dello schermo, non so con quanto talento e con quanto merito.
Però anche di questo film, molto più tardi, forse verso i sedici/diciott'anni, ne debbo aver visto - c'era ormai la tivu che di tanto in tanto cominciava a riproporre vecchie pellicole - almeno degli spezzoni; e senz'altro debbo aver gustato e memorizzato la famosa frase: ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Ricordo i vari pomeriggi, sul tardi, dopo aver studiato, in giro per il paese coi miei compagni di liceo ripassavamo a voce alta la lezione per l'indomani ascoltando e integrando quello che ognuno di noi ripeteva. E quasi sempre per un motivo o per l'altro, o anche senza alcuna ragione, semplicemente per smorzare la tensione che si creava, ci scappava da parte mia o degli altri, la frase ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Era diventato, usando un termine di oggi, un tormentone!
Ma ormai era tardi per la nostra gioventù, per poter amare gli attori di quegli anni, che per noi erano già sorpassati; cominciavano ad arrivare i film di cowboy e indiani, di Stanlio e Ollio, di Gianni e Pinotto; e gli eroi americani, da Gary Cooper ad Alan Ladd, da James Stewart a Tyron Power; e le belle attrici.
Quelle che ci rimanevano impresse erano non tanto "quelle brave", che forse ancora non comprendevamo a fondo la bravura di un artista, ma le prosperose e sensuali: da Jane Mansfield, a Rita Hayworth, alla dolcissima affascinante Marilina).
Qui le attrici nostrane, e in quel film "La cena delle beffe" alcune veramente brave erano state riunite, qui da noi, dicevo, colpivano di più se facevano piangere i nostri genitori; con le loro storie romantiche o drammatiche, per esempio. E giustamente i loro nomi sono rimasti nella storia del cinema.
Ricordate? Nel film in questione oltre a Nazzari c'era il grande Osvaldo Valenti; e tra le protagoniste femminili il meglio del tempo: Luisa Ferida, Clara Calamai, la donna del primo nudo sullo schermo, Valentina Cortese, giovanissima, aveva solo 19 anni; e la "in seguito divenuta" grandissima" Lilla Brignone.
Torniamo ad Amedeo Nazzari.
Nella vita doveva fare l'ingegnere; gli studi per diventarlo li aveva intrapresi, e lo sarebbe diventato se la passione per il teatro non lo avesse rubato a questa professione. Veniva da una famiglia agiata, lui era nato in Sardegna dove il nonno materno, da cui poi prese il nome d'arte, era un magistrato che agiva a Vicenza, e che a Cagliari fu trasferito con tutta la famiglia.
Aveva appena sei anni quando gli morì il padre; la madre decise di trasferirsi a Roma, dove Amedeo studiò in un collegio. Studia e comincia a recitare, in rappresentazioni scolastiche; poi col tempo - lasciati definitivamente gli studi universitari - si dedica al teatro e lo affronta come unico scopo della sua vita.
Qui diciamo solo del suo esordio come attore professionista: avviene nell'anno 1927; e non nel cinema, ma in una compagnia teatrale; cui seguiranno altre compagnie più importanti.
Amedeo ha solo vent'anni, ma la sua prestanza fisica e la sua voce calda e profonda lo fanno notare subito al pubblico. Fece anche dei film, agli esordi, e anche di un certo successo, questo va detto; ma noi preferiamo fare un salto in avanti per arrivare direttamente al'anno 1941, al film per eccellenza, per lui, ché ne decretò la notorietà:
La cena delle beffe,
di Sem Benelli.
- e alla famosa frase ... e chi non beve con me, péste lo cólga!, dove il suo accento spiccatamente sardo ne accentuava la drammaticità;
- alla famosa scena del seno nudo di Clara Calamai (pochi secondi appena che scatenarono le ire e i fulmini della Chiesa e il "vietato ai minori di 18 anni" "imposto" dalla censura sui quadri del film);
- e infine alla presenza tra i protagonisti di due attori Valenti e Ferida - amanti nella vita, (cosa anche questa da scandalo).
Il 1949 è l'anno più importante per la carriera dell'attore. Viene chiamato dal regista Raffaello Matarazzo come attore principale per un film che ha in programmazione. Amedeo accetta, e resta in attesa che si trovi l'interprete femminile. Eccola alfine: è una stupenda ragazza di poco più di vent'anni, sconosciuta ai più, con un fisico statuario dalle forme prorompenti; si chiama Yvonne Sanson, ed è arrivata a Roma dalla Grecia dove è nata. Ha al suo attivo una sola pellicola, un film drammatico al fianco del grande Aldo Fabrizi, girato a Roma, dal titolo: Il delitto di Giovanni Episcopo, tratto da un'opera di Gabriele D'Annunzio, sotto la direzione di Alberto Lattuada. Lattuada aveva notato questa giovane bellissima, dotata di un fascino che lo aveva profondamente stregato, e la vuole nel suo film. Film che, va detto, ha un buon successo di critica e di pubblico. E dunque, Yvonne sarà l'interprete femminile del film di Matarazzo; si intitolerà "Catene"; il partner, come detto, scelto già dal regista, è Amedeo Nazzari. "Catene" sarà, pensate, il film più visto dagli italiani nei due anni 49 e 50.
Amedeo Nazzari viene chiamato per un film dopo l'altro, è l'attore del momento, e con lui Yvonne Sanson. Tanto è il successo conseguito da Catene, che nascono uno appresso all'altro "Tormento", uscito l'anno successivo (i soggettisti sono gli stessi di Catene, uno è Gaspare Di Maio; indovinate chi era l'altro? Ma sì, il poeta napoletano Libero Bovio); nel 51 i due girano l'ennesimo dramma, "I figli di nessuno", e l'anno seguente "Chi è senza peccato". Tutti con la direzione dello stesso regista Raffaello Matarazzo.
Il successo è impensabile, la gente corre ai botteghini e le sale straripano addirittura. Allora si facevano spettacoli uno appresso all'altro, si cominciava dalle tre del pomeriggio e si andava avanti senza interruzioni fino a mezzanotte e oltre; tra l'una e l'altra proiezione qualche breve presentazione, i famosi "prossimamente sui nostri schermi", e la solita Settimana Incom, il Cinegiornale d'attualità e informazione settimanale, dieci minuti circa di notizie con servizi interessantissimi. La ricordate?
E quanti, quanti spettatori! Fuori delle sale e all'interno, davanti della biglietteria, c'era costantemente la fila, molti in attesa per entrare al momento dell'inizio del film, ma la gran parte per entrare subito, e basta. E quanta gente restava in piedi per tutti e tre gli spettacoli. Alla fine si vedevano all'uscita le donne con gli occhi rossi e i fazzoletti in mano o ancora sul viso. E a casa il giorno appresso non si faceva altro che parlare del film, raccontare la trama a chi ancora non c'era stato, descrivere le mosse, le azioni, le scene più tragiche della narrazione.
Vennero ancora "Torna" nel 1953 e "L'angelo bianco" del 55. Per finire la serie con "Malinconico autunno" uscito tre anni dopo.
Amedeo e Yvonne dominarono la cinematografia italiana nel decennio 1949-1959, lui con lo sguardo ammaliatore e lei con la sua caratteristica acconciatura che portò in diversi film, in cui si presentò quasi sempre come una moglie appassionatamente innamorata del marito, o una madre che si fa monaca per pagare il fio delle sue infelici azioni, o una donna che per salvare il proprio uomo non esita a tradirlo. Una serie di film con tratti a tinte fosche, melodrammi che non potevano essere se non a lieto fine, inneggiando alla vittoria dei buoni e alla sconfitta dei cattivi. Pensate: questi dieci film complessivamente ebbero circa quaranta milioni di spettatori.
Yvonne Sanson girerà altri film, altri ne aveva girati anche prima dei melodrammi all'italiana appena ricordati; erano quelli anche film d'autore, come si dice; lavorò infatti con Alberto Lattuada a fianco di Renato Rascel ne "Il cappotto", con Rossellini, con André Cayatte, con Dino Risi, per nominarne solo alcuni; ma non ebbero, i film, - almeno per la visibilità e la fama - il successo della serie "Catene e c."; forse perché non aveva più al suo fianco il grande Amedeo? Ed è per questo che la sua stella ha smesso di brillare nel cielo della filmografia italiana? Fatto sta che gli anni 70 segnano la fine per i due artisti.
Yvonne muore a Bologna, dove si era ritirata da anni e dove viveva vicino alla figlia Gianna, a seguito di un aneurisma; è l'anno 2003; ha 77 anni.
Segue il suo partner col quale ha diviso i più grandi successi della sua carriera per un lungo decennio pieno di gloria e di soddisfazioni, dopo quasi 25 anni dalla morte di lui.
Una nota necessaria, che nessuno sa (o forse soltanto i cinefili): Yvonne Sanson recitava con la voce di una giovane attrice e doppiatrice italiana, che risponde al nome di Dhia Cristiani.
Yvonne Sanson fu la donna più amata degli italiani, più delle due maggiorate per eccellenza Sofia e Gina (la Loren e la Lollobrigida), ma ciò non bastò a ripetere il successo dei film d'amore e di passione girati al fianco di Nazzari.
Effettivamente formavano una coppia ormai collaudata e insuperabile.
Una cosa non ho detto, se il pubblico non lesinava la sua approvazione per queste storie, la critica fu davvero amara per i due attori e ancora più per i film; fu distruttiva; stroncava i film ad ogni uscita; li descriveva come fotoromanzi trasportati su pellicola, a dispetto dell'immenso successo commerciale.
Amedeo Nazzari dal canto suo, che agli esordi aveva girato molti film in divisa, (la divisa che ne esaltava il fisico da atleta e il suo indubbio fascino) continua ad avere offerte di lavoro; ma pure ad essere scomodo per la produzione, ché vuole sempre intervenire nella sceneggiatura per cambiare dialoghi battute e scene, che lui ritiene non adatte al suo personaggio.
Lavora con registi importanti, accanto ad attrici famose e bellissime, ma comincia ad avere forti delusioni dal suo mondo; doveva girare il Gattopardo, ma il ruolo del principe di Salina viene affidato a Burt Lancaster (per ottenere finanziamenti americani), salta anche il rifacimento de La figlia del Capitano (che lui aveva girato tanti anni prima) per il ruolo principale del quale viene scelto un altro attore americano, Van Heflin.
Rifiuta infine di lavorare a fianco di Marilyn Monroe, in un ruolo che poi sarà assegnato ad Yves Montand.
Sentite come racconta la cosa lo stesso Nazzari: è l'anno 1965.

Lo intervistano:

"perché non sono mai andato a Hollywood?
Migliaia di persone me l'hanno chiesto. Eccolo lì, dicevano, il divo locale
che non vuole giocare la sua gloriuzza sulla grande roulette americana....
... niente di tutto questo, sono sardo tradizionalista,
un po' pigro, mi piace vivere come voglio...
... a Hollywood ci sono
andato veramente... nel 1959,
io e Irene (la moglie Irene Genna) ci siamo divertiti moltissimo;
ho incontrato tutti i miei idoli... a una festa mi si avvicinò un tale della Fox,
e mi fece questo discorso: signor Nazzari, perché non si st
abilisce da noi?
Stiamo preparando un musical per Marilyn Monroe,
ci manca il protagonista maschile, passi domani nei nostri studi e ne parliamo.
D'accordo, domani pomeriggio, risposi sforzando un sorriso.
Poi Irene ed io corremmo in albergo, facemmo i bagagli
e alla svelta prendemmo il primo ae
reo per l'Europa...

Ma siamo già verso la fine degli anni 60, quando la sua stagione di gloria è finita; si sta affermando un altro genere di film, la commedia all'italiana; e per i film passionali non c'è più spazio. Pian piano, sentendosi un intruso in mezzo a tanta compagnia, si tira indietro; per rispetto, afferma, del suo pubblico.
Qualche soddisfazione gli viene solo dalla televisione; fa apparizioni come ospite d'onore, fino alla partecipazione a "La donna di Cuori" diretta da Leonardo Cortese, nella miniserie "Squadra Omicidi tenente Sheridan" (1969) per Raiuno.
Sempre nel 1969 la RAI gli dedica uno spazio in prima serata in cui si ripropongono tutti i suoi film d'amore girati insieme alla sua grande partner Yvonne Sanson. Il programma a cura di Gian Luigi Rondi riottiene il grandissimo successo ottenuto negli anni cinquanta, con uno share, allora si chiamava indice di ascolto, altissimo.
Amedeo Nazzari è malato, soffre di insufficienza renale, è costretto ripetutamente a ricoveri in ospedale a Roma; qui muore il 6 novembre 1979.

marcello de santis

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Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente

12 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
UNA DELLE PARTI PIÙ BELLE DI QUESTO PAESE SEMPRE PIÙ PRESCELTO PER I VIAGGI DI NOZZE.

Fra noi e l’Australia ci sono 12.000 chilometri, ma vale la pena di mettersi l’animo in pace e trascorrere un bel po’ di ore a bordo di un aereo per raggiungerla. Il Queensland è forse la parte più bella e conosciuta di questo enorme paese che, da terra di nostri emigranti, è diventata terra di vacanza.
Iniziamo a parlare di Cairns, una delle più importanti città del Queensland settentrionale. La città è nata nel 1876 come punto di raccolta per l’approvvigionamento merci, ad uso delle varie miniere d’oro e di zinco esistenti nell’entroterra della zona. Cairns è considerata la “capitale” della grande barriera corallina australiana, e le sue bellissime spiagge las rendono un luogo di vacanza tra i più ambiti del mondo, grazie anche ad un importante porto dal quale partono tutte le navi da crociera, e alle navi di appoggio utilizzate per chi vuole fare immersioni nella barriera corallina più estesa del mondo.
Una meraviglia naturale, quest’ultima, che si sviluppa per una lunghezza di oltre 4.500 chilometri (copre una superficie grande quanto il Regno Unito e l’Irlanda)di cui oltre 2.000 km solo nella regione del Queenslan
d. Nella zona, inoltre, si contano circa 100 isole e isolotti.
Cairns, quindi, rappresenta un ideale punto di partenza e di arrivo per i turisti interessati a visitare il grande continente australiano.
Gennaio è il mese più umido del periodo considerato meno buono e che va da novembre a marzo. Sono frequenti gli acquazzoni che si abbattono sulla regione e che i locali usano scherzosamente definire “the liquid sunshine".

Il primo contatto con il mare australiano avviene in una zona residenziale dove gli australiani amano trascorrere le loro vacanze estive. I numerosi alberghi e i vari locali di intrattenimento, oltre allo splendido mare con le attività ad esso connesse, rendono questo posto molto ambito e di gran moda.
Il clima sub tropicale e le piogge abbondanti favoriscono lo sviluppo di una rigogliosa vegetazione, che si estende per buona parte della costiera del Queensland del nord che, oltrepassando Cape Tribulation, arriva fino a Cape York penisula, estrema punta dell’Australia Nord-est e facente parte delle aree protette della Daintree Rain Forest National Park, un territorio occupato esclusivamente da qualche insediamento di tribù aborigene.

UNA NATURA INTATTA

Nella rain forest vivono in totale libertà molti animali acquatici ed uccelli, e nei numerosi corsi d’acqua nuotano indisturbati pericolosi coccodrilli molto temuti dai locali. Ma l’uomo, si sa, non conosce limiti né si fa vincere dalla paura e, quindi, ha costituito dei bellissimi e confortevoli Resort e Lodge, tutti rigorosamente in legno e completamente immersi nella vastità della foresta pluviale. Le costruzioni, però, sono state progettate per essere in piena armonia con l’ambiente naturale e la vegetazione circostante.

Molto suggestivi i resort, le cui pareti-vetrate della sala da bagno sono circondate dalla vegetazione che protegge da occhi indiscreti e da una sensazione di piena libertà. Immergersi nella vasca da bagno ed essere circondati da un’impenetrabile foresta è una sensazione davvero bellissima, e trascorrere una o più notti in uno di questi resort è veramente molto emozionante. I rumori e i suoni degli abitanti di questa fitta jungla riempiono gli spazi del silenzio notturno, e le “voci” degli animali e degli innumerevoli uccelli fanno da controcanto alle rane gracidanti che cercano di attirare il partner di sesso opposto. Trovarsi in un luogo così unico, e rendersi conto così intensamente delle meraviglie circostanti, fa sì che il soggiorno nei Lodge sia un’interessante esperienza da vivere soprattutto per chi ama il vero contatto con la natura incontaminata. E qui lo è veramente!

LE JELLY FISH BOX

Prima di intraprendere un viaggio è importante sapere se i luoghi che si andranno a visitare sono soggetti a fenomeni naturali che, però, non sono ideali per chi vuole trascorrere solo un periodo di vacanza tipicamente balneare. Il Mare, infatti, nel periodo che va da novembre a marzo, è interessato dal fenomeno delle meduse. Ce ne sono di diverse specie ma la più conosciuta e pericolosa è la “Jelly Fish Box”, così chiamate per la sua forma a scatola.

La medusa, pur essendo grande pochi centimetri, ha dei filamenti lunghi oltre un metro molto urticanti e pericolosi per l’uomo se vengono a contatto con la pelle. A volte possono causare la morte se non si agisce i tempo con un antidoto. Nelle spiagge più frequentate ci sono aree circoscritte da reti di protezione entro le quali si può fare il bagno in tutta sicurezza. Nella malaugurata circostanza di contatto con la Jelly Fish Box, i bagnini sono attrezzati per un pronto soccorso rapido ed efficiente. A tal proposito, non di rado si incontrano persone che fanno il bagno in mare vestendo una specie di tutina, leggerissima e colorata, a protezione sia dei raggi solari che da eventuali contatti urticanti. Inoltre, anche nel periodo interessato dal fenomeno, se ci si allontana poche centinaia di metri dalla costa , le meduse non ci sono più in quanto non sono assolutamente presenti in tutta la barriera corallina.

IL PARADISO DEI SUB

L’esperienza di un’immersione con le bombole in queste acque – considerate l’ottava meraviglia del mondo ed inclusa nella lista del Patrimonio Naturale Mondiale – dona un’emozione indescrivibile. Tutto ciò che i documenti naturalistici ci mostrano non descrivono a sufficienza quello che si vede a pochi metri di profondità con i propri occhi. I coralli vivi e di tutti i colori, le Tridacne Giganti che misurano un metro di larghezza e che si chiudono di scatto non appena vengono sfiorate; le migliaia di pesci multicolori che, incuriositi, ti girano intorno sfiorandoti appena; un mare cristallino che permette una buona visibilità fino a 60 metri di profondità; una moderna e confortevole barca di appoggio superattrezzata e un equipaggio di professionisti formato da esperti trainer, sono il “plus” per chi si vuole cimentare in una “Scuba Diving experience”, adatta anche a dei neofiti che si immergono per la prima volta, attratti dalla moltitudine di pesci che nuotano sfiorando la superficie del mare.

UN PAESAGGIO VARIEGATO

Lasciando il mare e andando verso Sud, in direzione della bella e moderna cittadina di Towsville – costeggiando parte delle Black Mountains – si incontrano tanti piccoli paesi caratterizzati dalle tipiche abitazioni di legno a due piani e con i tetti spioventi. La parte inferiore delle case è lasciata aperta, senza pareti, in modo da permettere il passaggio dell’aria che consente una buona climatizzazione della casa sovrastante.

La zona pianeggiante, molto verde, è stata colonizzata dai contadini (Farmers), dediti alla coltivazione e alla lavorazione della canna da zucchero che, in un tempo non molto lontano, era una delle industrie primarie del Queensland. A est, di fronte a un mare di colore turchese, si ammirano le bianche spiagge di Mission Beach di Tully, nota cittadina vacanziera della costa e, in lontananza, si delineano le silouette delle isole di Dunk Island, Hinchinbrook Island e Orpheus Island.

I KOALA NEL LORO HABITAT

Da Townsville si raggiunge, in 25 minuti di traghetto, Magnetic Island. La leggenda vuole il suo nome legato agli strumenti di bordo della nave del Capitano Cook, il quale, mentre navigava alla scoperta delle coste Australiane, in vicinanza dell’isola, vide letteralmente “impazzire” gli strumenti per la forte attrazione magnetica delle rocce. La causa risiedeva nella forte presenza della magnetite contenuta in queste ultime.
Incastonate tra le rocce appaiono candide e segrete, nascoste agli occhi di chi si trova sulla terra perché visibile solo dal mare. Nel suo parco naturale e protetto non è difficile incontrare Koala solitari o in compagnia dei loro piccoli, oltre a una grande varietà di piante e uccelli. Sull’isola, inoltre, è possibile praticare numerosi sport acquatici ed altre attività per trascorrere una bella vacanza e impegnare il tempo libero.

Ritornando invece a Townsville, oltre alla visita dell’acquario HQ Acquarium, nel quale si possono ammirare esemplari di coralli di tutte le specie, in una sezione adiacente si può vedere il relitto della nave “HMS Pandora”. Il nome non ci dice niente, però la HMS Pandora è la nave che diede la caccia agli “ammutinati del Bounty”, resi noti da un bel film interpretato da Marlon Brando e, nella realtà, catturati a Tahiti. La nave naufragò contro la barriera corallina mentre riportava in patria il comandante e l’equipaggio del Bounty.

UN “SANTUARIO” PER GLI ANIMALI

Un posto consigliato per un’interessante visita è il Billabong Sanctuary che si trova a 17 km a sud di Townsville. In un parco si possono osservare animali di specie protette che vengono curati e nutriti. Qui, oltre a vedere coccodrilli e canguri, si possono coccolare, tenendoli in braccio, dei cuccioli di koala. Gli animali hanno la pelliccia profumata di balsamo di eucalipto – dovuto al fatto che mangiano grandi quantità di foglie di quest’albero – e quando si prendono in braccio istintivamente si aggrappano al collo delle persone come se fossero bambini che hanno paura di cadere.

E’ motivo di grande emozione l’incontro ravvicinato con questi animali a serio rischio di estinzione, così come lo è quando si prova a tenere in braccio un “baby Wombat o cucciolo di Diavolo della Tasmania”, un orsacchiotto dal pelo ispido color marrone, anch’esso purtroppo in via di estinzione. Socievolissimo, si assopisce con la massima tranquillità in braccio agli uomini, proprio come fa un bambino con i propri genitori.

TRASPORTI AVVENIRISTICI

Ma è tempo di rimettersi in viaggio per visitare nuove località. I mezzi di trasporto del Queensland non hanno niente a che vedere con quelli che siamo abituati a utilizzare in Italia e la differenza è veramente notevole. Provate ad immaginare di essere seduti su una comoda poltrona e di avere davanti un piccolo tavolo estratto dallo schienale della poltrona di fronte a voi. Dallo stesso schienale potete estrarre anche uno schermo a cristalli liquidi da cui si può conoscere l’orario di partenza e di arrivo, si può osservare la mappa del territorio che si sta attraversando, conoscere il nome delle fermate, la velocità di crociera, i chilometri percorsi e quelli che mancano per giungere alla meta.

Inoltre, mentre si può osservare tutto ciò che si incontra lungo il tragitto – per mezzo di una telecamera istallata in posizione frontale – una hostess vi chiede se desiderate un giornale o qualcosa da bere. Bene, avrete senz’altro pensato ad un viaggio in aereo, e invece no, non è così. Non si tratta di un tragitto effettuato a bordo di un aeromobile ma di un treno, denominato “Tilt Train”, che collega molte città della costa. Il nome equivale al nostro vecchio “Pendolino”, ma sicuramente in comune ha soltanto il nome e non i servizi!

UN ARCIPELAGO MOZZAFIATO

Da Townsville, in 15 minuti di elicottero, si atterra ad Airlie Beach, l’aeroporto dell’arcipelago delle Whit sunday Island, di cui fanno parte isole meravigliose ed incontaminate tra le quali è doveroso citare Hayman Island, Hook Island, Hamilton Island, Lindeman Island, Pentecost Island, e dove si è sviluppata una rigorosa vegetazione tropicale formata da palmeti.

Il nome Whit sundays deriva dal giorno in cui il capitano Cook attraversò lo stretto che collegava la terra ferma con i mari dei coralli. Quel giorno era detto “Whit Sunday” letteralmente (inerzia domenicale) e così fu chiamato quest’arcipelago. Queste isole, considerate un vero paradiso terrestre, offrono quanto di meglio si possa desiderare per una vacanza in pieno relax. Le strutture alberghiere sono di buon livello e dotate di ogni confort. La ristorazione offre piatti internazionali e la cucina è di ottima e ricercata in tutti gli alberghi. In mare si può praticare ogni tipo di sport e la barriera corallina, poco distante, è raggiungibile con una barca o con un idrovolante. Gli appassionati di diving o snorkeling possono addirittura soggiornare su una nave ancorata sulla barriera. Vicino alla nave, una piattaforma galleggiante e attrezzata di tutto punto riesce ad esaudire qualsiasi richiesta dei patiti delle immersioni.

I NUMEROSI LAGHI DI FRASER ISLAND

50 minuti di volo, ancora in direzione sud, e si arriva a Harvey Bay. Da qui, con un traghetto si raggiunge Fraser Island, una delle isole più caratteristiche formata da sola sabbia e ricoperta di vegetazione cresciuta su dune di sabbia alte fino a 400 metri. L’isola, nella parte est, è contornata da una spiaggia lunga oltre 100km, che viene usata come pista di decollo e atterraggio per aerei mono e bimotore.

Dal punto di vista naturalistico è un vero paradiso.

Qui si trovano ancora i dingos, una particolare razza di cani che vive allo stato selvaggio e numerosi uccelli. Si può nuotare in piccoli laghi naturali di acqua dolce dal colore turchese intenso, circondati da spiagge di sabbia di un biancore quasi accecante. Il famoso lago McKenzie, raggiungibile con un fuoristrada 4×4,attraverso una lussureggiante foresta di eucalipti, permette a quanti lo vogliono di nuotare nelle sue acque dolci e fare picnic sulle sue candide rive. Un “must” da non mancare è il pranzo a base de pesce nel ristorante Happy Valley e una visita al relitto della nave tedesca Maheno, arenata nel 1935 mentre veniva rimorchiata per essere demolita, e andata poi alla deriva per la rottura della catena che la trainava.

BRISBANE, LA CAPITALE DEL QUEENSLAND

Un altro tratto di pullman (circa 4 ora da Maryborough), via Nosa, lungo la statale n.1 sud, e si arriva a Brisbane, la capitale del Queensland. La città ha conservato il suo carattere “old english fashion”, e in alcuni quartieri si possono vedere ancora delle case coloniali in perfetto stato di conservazione, così come i cimiteri monumentali circondati da prati curatissimi e senza recinzioni di sorta.

Nata come colonia penale nel 1824, Brisbane divenne capoluogo dello stato indipendente. Il fiume Brisbane River, navigabile e che l’attraversa per tutta la sua lunghezza, ha svolto un ruolo decisivo per lo sviluppo della città, concepita a misura d’uomo, dove vivono appena 1.500.000 abitanti. Piccola metropoli dall’architettura moderna, già centro commerciale e finanziario del Queensland, oltre ad avere l’aeroporto più grande dello Stato, vanta anche il principale porto marittimo.

Brisbane offre anche svaghi e divertimenti e le strutture alberghiere garantiscono una gamma di livelli adatti a qualsiasi esigenza turistica, sia congressuale che individuale. La storia di Brisbane ebbe inizio nel 1824 quando nacque come colonia penale e, quindi, all’inizio, abitata soprattutto da delinquenti deportati dalla lontana Inghilterra. La città è dotata di numerosi parchi e il fiume che la attraversa permettono ai suoi abitanti di praticare numerosi sport sia di terra che acquatici. Sono numerosi i circoli velici che impegnano gli sportivi di tutte le età.
Lo sviluppo turistico va assumendo un’importante voce nel bilancio economico della città. Brisbane, infatti, è considerata la porta della “Gold Coast” uno dei luoghi di villeggiatura più frequentati dell’Australia.

Secondo quanto affermano gli stessi Australiani non esiste altro luogo con così tanti luoghi di divertimento, tanti negozi, pensioni, ostelli, alberghi e una vasta scelta di attività di sport acquatici. Il centro turistico più importante della Gold Coast è “Surfer Paradise” che, adotta il logo delle 3 S: Sun Sand Surf (sole, sabbia, surf), ed ha di fatto iniziato ad essere popolare già dagli anni quaranta.

La sua vivace vita notturna e le tante opportunità diurne per trascorrere il proprio tempo libero senza annoiarsi, hanno reso questa città unica, tanto da sembrare nata all’insegna del divertimento e della vacanza. Non a caso il nostro stilista Versace ha voluto costruire il suo “palazzo” proprio qui, e oggi l’hotel è unanimemente riconosciuto come uno dei luoghi turistici di culto di tutta la Golden Coast. Ma assieme ai divertimenti e alla modernità, Surfer Paradise permette ai turisti di ricrearsi nei “santuari” naturali.

Subito fuori città, infatti, la grande Rain Forest si presenta nuovamente con tutta la sua maestosità. Immensi e verdi boschi lambiscono il mare cristallino e la sua barriera corallina. L’Australia, e in questo caso, lo stato del Queensland ci convincono che la natura incontaminata qui è ancora la padrona assoluta e l’uomo, che tenta di colonizzarla ed abitarla, ne costituisce soltanto una piccola interferenza. Gli ampi spazi, il mare turchese, le lunghe spiagge, la più bella barriera corallina esistente al mondo, la vegetazione rigogliosa, i numerosi animali – anche rari – le belle città, i deserti, i divertimenti in maniera “easy”, rendono affascinante per chiunque questo continente ormai… non più tanto lontano.

Liliana Comandè

Reportage Australia: il Queensland, una terra sorprendente
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In giro per Bologna … Via Del Borgo di San Pietro.

11 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per Bologna … Via Del Borgo di San Pietro.



Ho abitato diversi anni nella piazza di via del Borgo di San Pietro, la strada che unisce via delle Moline con le mura di Porta Galliera in quartiere Irnerio, e conosco un poco di storia di questo “piccolo mondo” che un tempo era considerato quasi una periferia e ora è pieno centro. Alla via fu dato questo nome, perché molti terreni della contrada appartenevano alla cattedrale di S. Pietro e gli abitanti delle case che vi furono costruite pagavano un canone annuo alla chiesa.
“Il fantasma di Borgo San Pietro” era il titolo del primo romanzo di appendice apparso sulle pagine de Il Resto del Carlino, scritto da Cesare Chiusoli, che fu anche il primo direttore del giornal
e.
Era il 1885, il foglio costava allora 2 centesimi e veniva dato dai tabaccai a chi comprava un sigaro toscano, come resto di una moneta da dieci centesimi, detta appunto il ”carlino”, e da qui poi il nome “il resto del carlino”.
Erano anche quelli gli anni in cui si sviluppava Borgo san Pietro, strada interna alla cinta muraria, ma non considerata centrale, forse allora un po' malfamata, vicino a piazza del Mercato che era il regno degli imbonitori e dove venivano eseguite le sentenze di impiccagione per ladri e truffatori.
Il Borgo faceva razza a sé coi suoi giovani :i “buli” e le “bule”. Se qualche “milordino” (signorino di altri quartieri) osava avvicinarsi a una ragazza del Borgo per infastidirla o anche per corteggiarla, erano fatti suoi: nessuno poteva aver l'ardire di entrare in via Del Borgo e prendersi una delle ragazze del posto. I ragazzotti del Borgo portavano un fazzoletto di seta al collo, vestivano calzoni di velluto marrone a campana, giubbetto di panno blu con bottoni dorati e una fascia rossa alla cintura. Spesso indossavano orecchini e alto cappello, chiamato al ratt, e si accompagnavano con un bastone di canna di bambù. Le ragazze portavano uno scialle bianco di seta legato dietro la nuca, dove un grosso pettine reggeva un'enorme acconciatura di capelli nerissimi.
Celeberrima è la statuetta della Madonna del Soccorso che ancora oggi si può visitare dentro la Chiesa della piazzetta. La statua proteggeva l'ingresso nel Borgo, nel 1520 fu eretta una cappella per ospitare la statua, ritenuta miracolosa per aver salvato i borghigiani dalla peste. Con le donazioni dei devoti la chiesa fu ampliata nel 1581. A quei tempi, trenta giorni dopo Pasqua veniva portata con grande partecipazione degli abitanti in processione fino alla chiesa di San Rocco al Pratello, dove restava per 30 ore: dalle 10 della domenica alle16,30 del lunedi. Era una grande festa per i parrocchiani e durante tutto il tempo i devoti del Pratello e del Borgo non facevano altro che mangiare e bere.
Dopo l'apertura della Via Irnerio, il Borgo rimase diviso in due tronchi: quello a nord fu distrutto dal terribile bombardamento del 23 maggio 1944, ad opera degli anglo americani, durante la Seconda Guerra Mondiale, e sotto le macerie una parte importante dell’anima popolare bolognese scomparve per sempre. La parte alta rimase miracolosamente intatta e ancora oggi conserva una fisionomia che ricorda l’ambiente pittoresco del tempo che fu, con le piccole abitazioni interamente porticate e dipinte a colori vivaci.
Il bombardamento distrusse anche la Chiesa, ma non la statuetta che don Arturo Giovannini, detto Don Zvanein, aveva messo in salvo al primo suonare della sirena di allarme antiaereo. Don Zvanein morì sotto le macerie.

Nel dopoguerra la chiesa venne ricostruita dall'architetto L.Vignali.
Don Zvanein era come un padre per i parrocchiani e si preoccupava dell' educazione dei più giovani , è rimasto famoso per la “multa “ di 4 soldi che faceva pagare a chi veniva scoperto ubriaco.
Un altro personaggio del Borgo, ricordato per la la sua attività, fu Pietro Ferri detto Luvein . Antesignano degli odierni centri di riciclaggio egli si era arricchito commerciando il “rusco”. Spiego a chi non è bolognese che il rusco da noi altro non è che l'italianizzato “rossc “ che in dialetto significa immondizia, pattume.

In giro per Bologna … Via Del Borgo di San Pietro.
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Reportage Caraibi: St Vincent e le Grenadine, un paradiso tutto da scoprire.

10 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Caraibi: St Vincent e le Grenadine, un paradiso tutto da scoprire.

LE ISOLE RISENTONO DELLE DIFFERENTI DOMINAZIONI E GLI STILI DIVERSI SONO PIUTTOSTO EVIDENTI.

Gli appassionati di vela vanno pazzi per questa “catena” formata da 32 fra isole e isolette, situata fra St. Lucia e Grenada, sia per le splendide spiagge, le acque cristalline e le ricche barriere coralline. Si tratta, infatti, di isole non ancora prese d’assalto dal turismo di massa, ma assolutamente in grado di offrire tutto il lusso e il fascino dei Caraibi.

St. Vincent, l’isola più grande, possiede un entroterra ancora inesplorato, ricco di una vegetazione floridissima, con fiumi e cascate. Le spiagge, quasi tutte di origine vulcanica, offrono un piacevolissimo contrasto con le montagne che le sovrastano.

Insomma, si tratta di un vero e proprio paradiso tutto da scoprire!
Fu, naturalmente – come potremmo sbagliare – il solito Cristoforo Colombo a scoprire St. Vincent, dichiarandola di dominio spagnolo, ma, al contrario delle altre isole dei Caraibi, ci vollero ben due secoli prima che la colonizzazione europea riuscisse ad avere il sopravvento. Un lunghissimo periodo, durante il quale gli indiani Caribi opposero una resistenza durissima, che comunque non riuscì a fermare le molteplici e sanguinose battaglie fra i colonizzatori per il predominio dell’isola.

Gli inglesi ebbero la meglio, nonostante l’eroico, quanto vano, tentativo di alleanza fra i francesi e i Caribi per riprendersi il territorio. Nel 1969, infatti, St. Vincent divenne uno Stato britannico Associato, condizione in cui rimase fino al 1979, anno in cui l’isola proclamò la sua piena indipendenza dalla Gran Bretagna.

La lingua ufficiale è l’inglese, ma alcune fra le isolette minori hanno risentito molto delle influenze culturali francesi; la differenza di stile, quindi, è abbastanza evidente.
Un altro e non meno grave motivo di sofferenza per St. Vincent, furono le frequenti eruzioni del vulcano “Soufriere” che, fortunatamente, dorme un sonno profondo da ormai moltissimo tempo, ma che costituisce una delle maggiori attrazioni dell’isola. E’ possibile, infatti, arrampicarsi fino al cratere, ma attenzione, è consigliabile affidarsi ad una guida più che esperta.

Le Grenadine, le cui isole principali sono Bequia, Musique, Canouan, Mayreau, Union, Palm e Petit St. Vincent, costituiscono dei porti sicuri e, da molti anni, famose mete per gli yacht, pur essendo un tantino povere dal punto di visto economico.

Infatti, le poche popolazioni permanenti sulle 8 isole vivono di lavori stagionali, o costruendo imbarcazioni.

Kingstown, la capitale di St. Vincent, è sicuramente da visitare, non fosse altro per osservare la frenetica attività sul lungomare, fra golette e transatlantici o il mercato del sabato mattina fra agricoltori e pescatori.

Da non tralasciare è anche la “Marriaqua Valley”, detta anche la Valle di Mesopotamia, lungo la quale si oltrepassano foreste, ruscelli e fattorie per arrivare ai “Giardini Montreal” famosi per le sorgenti naturali di acqua minerale.

Per quanto riguarda lo sport, lo splendido mare che circonda le isole merita sicuramente almeno un’immersione subacquea, magari dopo aver fatto una partita a tennis o a golf.

Gli alberghi delle varie isole sono accessibili per tutte le tasche, ma gli amanti del lusso allo stato puro avranno di che deliziarsi. E’ qui, infatti, la più alta concentrazione di alberghi superlusso dei Caraibi. Indipendentemente dalle tariffe, comunque, è in quasi tutti gli alberghi che si svolge la vita notturna, fra discoteche, piano bar e musica dal vivo.

Reportage Caraibi: St Vincent e le Grenadine, un paradiso tutto da scoprire.
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