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Luca Lapi, "Memoria"

5 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Luca Lapi, "Memoria"

Memoria

Luca Lapi

Il Filo, 2014

pp 66

8,00

La mia vita si avvita, ancora, dentro al dado della mia sorte che Dio Padre non ha ancora gettato. Si avvita, ancora, alla mia voglia di continuare a vivere, ma non a sopravvivere, non a subirla o subire una vita altrui.”

Ho letto il libro del mio caro amico Luca Lapi. Luca è diversabile, nato con la spina bifida e l’idrocefalo. “Memorie” è la sua autobiografia, semplice e diretta, senza autocommiserazioni o piagnistei che, comunque, sarebbero giustificati. Premetto che Luca ha coraggio da vendere e che ciò di cui ci parla nel libro non è nemmeno un granello della sofferenza alla quale la sua condizione lo espone.

Non cammino. La mamma deve tenermi tra le braccia o su un passeggino, ad ogni mia partecipazione alla Messa domenicale, nella Pieve di San Lorenzo.”

Luca accenna solo brevemente alla gogna di sentirsi additato, non compreso, persino deriso dagli altri bambini quando è piccolo, non racconta il disagio che deve subire ogni giorno, le mille sofferenze quotidiane, si concentra sul dolore psichico, sulle barriere fisiche e psicologiche che la sua condizione frappone fra lui e gli altri, fra lui e la sua voglia di comunicare, di condividere, di dare e ricevere amicizia. Luca soffre la dipendenza dai genitori anziani e la solitudine, sente ogni minuto vissuto dagli altri lontano da lui come un minuto di felicità che gli è sottratto, per egoismo, per faciloneria, per diffidenza.

Si ha l’AMICIZIA quando non si ha più paura del coinvolgimento emotivo e si accetta di “andare allo sbaraglio”, di rischiare con amiche e amici d cui, all’inizio, non ci si fida e ci si spaventa, quando si decide di raccontare tutto di se stessi a 360°.

La carrozzina sulla quale è costretto a spostarsi è la sua gabbia, gli divide la vita a compartimenti stagni. Lui diventa l’amico della biblioteca, del lavoro, della parrocchia, chiuso e limitato in un ruolo che gli sta stretto, vorrebbe allargarsi, estendere la sua amicizia ad altri momenti, conviviali, goliardici, quotidiani.

Ma nella sua lotta, Luca è sorretto da una fede profonda.

La mia fede m’induce a pensare a un disegno di Dio Padre di una mia guarigione dalla Spina Bifida e dall’Idrocefalo, benché non Glielo chieda, più, da tanto, esplicitamente nelle mie preghiere”

Si notino le lettere maiuscole riferite ai due mali che lo affliggono. Luca, d’abitudine, usa la maiuscola per ciò cui attribuisce alto valore morale, come la Madre o l’Amico. Anche il Male merita rispetto perché è il tramite attraverso cui Dio lo ha prescelto, e non punito. Il Signore ha donato a Luca una condizione particolare, che gli permette di vedere il mondo da un’angolazione speciale e con una sensibilità più acuta. Disabilità e ipersensibilità sono entrambe fonti di sofferenza ma anche strumenti di una maggiore consapevolezza, attenzione, conoscenza. Sono ricchezze.

Rendo lode al Signore, con gioia, per il sigillo dello spirito Santo che (…) non mi ha sigillato nei miei dubbi, nelle mie disperazioni, nei miei egoismi.”

Quest’autobiografia alterna momenti di riflessione poetici a elenchi di date e avvenimenti, apparentemente asettici, in realtà connotati da una forte emotività sotterranea, che solo attraverso l’ossessività può essere arginata e incanalata. Peculiare di Luca è l’uso della punteggiatura con una cura maniacale della virgola.

Finisco dicendo che il mio amico Luca non è più un ragazzo, ormai. Non è più il bambino che arrancava sulle stampelle, è un uomo di mezza età ma non si arrende, ha ancora tanto da vivere, da sperimentare, soprattutto da dare.

Dio padre sta continuando a scrivere la mia vita ed io voglio continuare (a Lui piacendo) a conoscerla e a viverla.”

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Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse

4 Aprile 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse
ISOLE COMPLETAMENTE DIVERSE L’UNA DALL’ALTRA E COSÌ VICINE ALL’AFRICA PIÙ CHE ALLA SPAGNA ALLA QUALE APPARTENGONO.

Le Canarie, le sette favolose isole emergenti dell’Oceano Atlantico, oltre a qualche isolotto disabitato, colpiscono spesso la fantasia del potenziale turista con l’immagine di terre gremite da turisti, soprattutto tedeschi. Ma non è così, e, a questo scopo, è bene illustrarle oltre che dal punto di vista turistico, anche da quello storico.

Note ai Romani con il nome di isole Fortunate, furono conosciute forse già dai Fenici nel IV sec. A.C. Gli Europei le considerano isole leggendarie fino a quando alla fine del XII secolo non le riscoprì il nobile genovese Lanzarotte Maloncello, il cui nome è rimasto ad una delle isole stesse: Lanzarote.

Vennero raggiunte nel ‘400 da navigatori francesi, furono esplorate dai veneziani e contese a lungo tra Portogallo e Spagna che, massacrata gran parte della popolazione autoctona, divenne nel ‘500 padrona di tutto l’arcipelago.

Punto di raccordo tra l’Europa e il Nuovo Mondo, le Canarie facilitarono il viaggio di Colombo verso le Bahamas e resero possibile la diffusione in America di varie specie di animali e piante dopo un periodo di acclimatamento nell’arcipelago. Tornando al nome, la leggenda vuole che le isole fossero, invece che di canarini popolate da cani.

Raggruppate in due provincie e considerate alla stessa stregua delle provincie metropolitane spagnole, si dividono in isole occidentali (provincia di Santa Crux di Tenerife) e isole orientali (provincia di Las Palmas). Il clima, molto regolare, non ha mai escursioni termiche marcate per cui va da un minimo di 18° ad un massimo di 28° tutto l’anno. Da Oriente ad Occidente appaiono al primo posto le due meno elevate: Lanzarote, che ha paesaggi strani e irripetibili e Fuerteventura con immense pianure e spiagge interminabili.

Segue Gran Canaria, rotonda, con profilo di Piramide che si eleva fino a 2000 metri sopra il livello del mare. Poi viene Tenerife la più grande e la più alta, coronata dal vulcano Teide (711 m), poi ancora Gomera, più piccola delle precedenti e con una superficie accidentata piena di sorprese.

Segue La Palma un gioiellino anche montagnoso e, finalmente, El Hierro, la strana isola per la quale passò il primo Meridiano che indicava l’estremo più occidentale del mondo conosciuto prima della scoperta dell’America.

Dirupi, coste, zone vulcaniche, flora millenaria oltre al folklore, la musica, l’artigianato, la gastronomia, i prodotti del mare: tutto ciò offrono queste splendide isole dotate di una perfetta ricettività alberghiera e definite “continente in miniatura”.

L’architettura tradizionale canaria si ispira a fonti andaluse e portoghesi, l’artigianato della terracotta deriva da antiche guanches, l’arte di far cesti ha proprie caratteristiche, il ricamo è basato su tecnica di sfilatura della stoffa e non è da dimenticare la storica abilità dei falegnami di Tenerife.

Strutture alberghiere, complessi residenziali, ville e appartamenti non difettano. Festival, mostre, cinema, campionati di golf, ippica, completano il quadro di un soggiorno che molti forse credono irrealizzabile, mentre le ottime varie condizioni offerte delle agenzie turistiche riscontrano sintomaticamente un incremento del turismo.

Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse
Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse
Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse
Spunti di viaggio: le Canarie, sette isole per sette vacanze diverse
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LA BATTAGLIA COME ESPERIENZA INTERIORE di Ernst Jünger (1895 – 1998)

3 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

LA BATTAGLIA COME ESPERIENZA INTERIORE di Ernst Jünger (1895 – 1998)

Testo impegnativo, da leggere dopo il monumentale Nelle Tempeste d'acciaio (che affronteremo in questo blog), di cui in un certo senso è figlio sul piano filosofico ed etico. Scritto nei primi anni venti, al tempo della debole e poco amata repubblica di Weimar, il saggio del pensatore tedesco è rimasto a lungo inedito in Italia. L’autore insiste sull'importanza di accettare la guerra come attività umana. Finché ci saranno gli uomini, ci sarà anche la guerra. Essa è madre di ogni cosa: è una legge di natura, non si può ignorarla. Anche le idee più grandi sono state decise in seguito a una disputa sanguinosa. Gli orrori delle trincee aiutano ad apprezzare la quotidianità domestica e la pace, ma non devono portare a bandire il conflitto. Le cose vanno viste dialetticamente; non si può eliminare uno dei due poli senza danneggiare la spiritualità dell'uomo che si è ricomposta con la guerra stessa perché essa ha permesso che istinti e pulsioni antichissime, proprie dell'uomo preistorico, riemergessero. La guerra è distruzione e creazione nello stesso tempo.

Torna, vivissima, la lezione del filosofo greco Eraclito; un mondo senza antitesi non è possibile. C'è un divenire che è passaggio da uno stato al suo contrario. Con la guerra si è recuperato il lato ferino e sanguinario degli individui che sembrava scomparso; il soldato che nel buio della trincea, spiega Jünger, afferra un'arma al minimo rumore sospetto, ricorda il primitivo pronto a difendersi in ogni momento in mezzo a una natura pericolosa. L’uomo sostanzialmente resta un selvaggio; la vita civile è un abito che finisce per cadere scoprendo la vera natura umana, legata agli istinti e alla violenza.

La normalità impoverisce e rende mediocre la vita:

"Abbiamo convissuto nel grembo di una cultura strampalata, più stretti dei nostri antenati, disintegrati tra voglie e affari, a rotta di collo tra piazze scintillanti e tunnel della metropolitana, attirati nei caffè dai bagliori degli specchi, viali, fasci di luce colorata, bar pieni di liquori scintillanti, tavoli di conferenze, tutto all'ultimo grido, una novità all'ora, ogni giorno un problema risolto, una nuova sensazione a settimana e una grande, rintronante insoddisfazione di fondo”.

In più punti il testo esprime una cultura vivacemente antiborghese.

La Grande Guerra ha permesso agli istinti più antichi di tornare in auge e ha fatto emergere una nuova "classe", un ceto aristocratico che ha sfidato la morte senza poi restare prigioniero di una visione meramente negativa del conflitto. Chiunque, dal bracciante allo studente, se valoroso può farne parte. Si insiste molto sul primato dell’uomo che ha combattuto, sulla sua tempra e sulla sua etica basata sul coraggio; le macchine di distruzione, sempre più potenti, hanno avuto un ruolo enorme, ma questo non intacca la centralità dell'uomo e della sua forza morale. Lo scrittore spiega che l'avversario deve essere combattuto con ogni mezzo, ma senza odio; i coraggiosi rispettano i coraggiosi per evidente affinità. Jünger ricorda un episodio al fronte; dopo un tremendo acquazzone che aveva reso inospitali i ricoveri, i tedeschi uscirono nella terra di nessuno e trovarono nel pantano i loro dirimpettai inglesi, anch'essi costretti a uscire dalle trincee. Venne naturale scambiarsi saluti e segni di stima, prima di tornare a spararsi. Una dialettica necessaria è quindi anche quella col nemico, una sorta di “fratello” che arriva a comporre la propria identità, come due lati della stessa medaglia, come un solo corpo.

Un libro certamente non facile, forse terribile, senz'altro spregiudicato e stilisticamente seducente, ma anche un punto di vista diverso dalla vulgata e soprattutto onesto, nel senso che l'autore scrive di guerra dopo averla conosciuta nel corso di tre durissimi anni passati a combattere.

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Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra

2 Aprile 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
UN MARE FRA I PIÙ BELLI DEL MONDO E LOCALITÀ FACILMENTE RAGGIUNGIBILI DALL’ITALIA.

Fare il bagno in un aquario, circondati da pesci multicolori che guizzano attorno oppure si fermano a guardarvi senza alcun timore, è possibile? Si, nel Mar rosso, dove la natura ha concentrato forse la più ricca varietà di fauna ittica del mondo e dove l’estate dura quasi tutto l’anno. È il paradiso esotico a noi più vicino, raggiungibile dall’Italia in poco più di tre ore di volo. Tutto questo era già noto da decenni agli esperti subacquei animati da spirito di avventura.

Ma da tanti anni è alla portata di tutti, di chi, senza rinunciare alle comodità, vuole affrontare spettacolari scenari sottomarini, di chi vuole dare un’occhiata sott’acqua con la maschera, senza impegnarsi in immersioni, e di chi vuole semplicemente fare un bagno, peraltro anch’esso in compagnia di qualche branco di pesci.

Infine, per chi voglia soprattutto riposarsi e magari prendere la tintarella, sono a disposizione spiagge stupende. Per chi voglia invece esplorare il deserto, sarà una piacevole sorpresa scoprire quanto sia sorprendente e variegato il paesaggio. Una sorpresa antica forse quanto l’uomo, visto che è possibile imbattersi in testimonianze remote, mitiche e storiche lasciate da lontani predecessori.
Mete turistiche che si sono affermate rapidamente negli ultimi anni in questa parte del mondo sono Hurghada, Sharm El Sheikh e Marsa Alam, tutte in Egitto, l’una affacciata sulla sponda occidentale del Mar Rosso e le altre due distese verso la parte orientale; tre località simili ed al contempo diverse.

Hurghada è un antico porto, una città araba la cui periferia si perde verso infinite spiagge, dove negli ultimi anni sono sorti complessi alberghieri assai confortevoli e dotati di tutte le comodità, dove chi vi risiede può scegliere tra lo splendido isolamento dinanzi ad un mare invogliante, protetto dalla barriera corallina, oppure visitare la città ed immergersi nella realtà locale.

Hurghada può essere la base di partenza per una serie di escursioni. In barca, alle isole Giftun, per un approccio ancor più stretto con questo meraviglioso mondo marino. Sulla terra, verso antiche cave di marmo sfruttate dai Romani duemila anni fa, oppure verso i lontani, antichissimi monasteri copti di Sant’Antonio e San Paolo, risalenti ai primordi del cristianesimo. Infine, è d’obbligo una escursione a Luxor, la meta più affascinante lungo il corso del Nilo, per una visita all’antica Tebe, ai templi di Karnak e, sulla sponda opposta, alla Valle dei Re e delle Regine, con le loro stupefacenti tombe.
Sharm El Sheikh è invece una località turistica sorta pressoché dal nulla. Quando, tantissimi anni fa, gli israeliani occuparono il Sinai, costruirono, presso la punta meridionale della penisola, un aeroporto per meglio controllare il territorio. E quando finalmente fu siglata la pace tra Israele ed Egitto, con la restituzione del Sinai, quell’aeroporto si rivelò una meravigliosa opportunità per un lancio turistico della regione.

Imprenditori egiziani, ma anche italiani e altri della Comunità europea, svizzeri ed americani, si impegnarono per realizzare un centro di villeggiatura che avesse eleganza o comodità analoghe a quelle che si riscontrano in varie località italiane o della Costa Azzurra. L’operazione è riuscita.

Sharm El Sheikh oggi vanta grandi alberghi estremamente confortevoli, passeggiate a mare molto invitanti la sera, negozi con prodotti di qualità internazionali ed altri tipici locali, locali notturni ed un casinò. E naturalmente un mare ch’è rimasto stupendo, anche perché non vi sono scarichi da terra, perché le acque reflue sono depurate e riciclate e vanno ad alimentare una grande oasi sorta nell’entroterra, con alberi da frutta tropicali ed altre piante esotiche.

Quindi, acque cristalline e ancora pesci che sguazzano vicino a riva tra i bagnanti. Sharm El Sheikh assicura una vacanza gradevole ai giovani di tutte le età, per chi voglia cimentarsi in tutte le attività marine e per chi preferisca i tranquilli quattro passi oppure giocare a golf o a tennis.
Sono possibili alcune escursioni assolutamente straordinarie. Una marina, nel parco di Ras Mohammed, verso la punta del Sinai, tra rocce, sabbie e mangrovie che affondano le radici in un mare, poi inabissatesi in incredibili fondali popolati da una fantasmagorica fauna ittica.

Un’altra passeggiata sulla costa, in direzione opposta, porta verso la baia di White Knight, villaggi di pescatori beduini e la foresta di mangrovie. Verso l’interno si può attraversare in fuoristrada Wadi Watir e Wadi Nakil, valli scavate da torrenti ricchi di acque in occasioni eccezionali, verso il fantastico Canyon Colorato. E ancora, l’escursione più emozionante è verso l’interno, al monastero di Santa Caterina, pervaso di suggestive memorie dove è tuttora coltivato il roveto ardente che vide Mosè. Mosè che da qui salì sul monte Sinai per ricevere da Dio le Tavole dei Dieci Comandamenti.

Anche oggi i visitatori più determinati possono seguire le orme del profeta, salire verso la vetta a dorso di mulo o di cammello o percorrendo una infinità di gradini, magari di notte, per poi assistere ad un sensazionale sorgere del sole. Forse non incontreranno Dio e non riceveranno le Tavole della Legge, ma la commozione è assicurata.
Marsa Alam, invece, è stata l’ultima scoperta di questo splendido mare. Rispetto alle altre due località è molto più tranquilla e ancora da sviluppare completamente. Ci sono, però, hotel di ogni tipo e villaggi a gestione italiana che incontrano sempre più i favori dei turisti italiani. Spiagge lunghissime e isolate, un mare incontaminato dove è facile imbattersi nel “dugongo” un delfino “buffo” ma inusuale ed una barriera corallina ricca di pesci multicolori. Anche qui è possibile trascorrere una vacanza all’insegna del divertimento o del relax con un rapporto qualità-prezzo eccezionale.

Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
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Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
Reportage Mar rosso: le meraviglie marine di un'antica terra
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"Gli scacchi della vita" a Piombino

1 Aprile 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

"Gli scacchi della vita" a Piombino

Sabato 11 Aprile 2015 - ore 17.00

Festa delle Arti

CENTRO GIOVANI DE ANDRE'

Viale della Resistenza, 4

PIOMBINO (LI)

Fabio Canessa e Gordiano Lupi

presentano il regista Stefano Simone

e il suo film

GLI SCACCHI DELLA VITA

tratto da un racconto di Gordiano Lupi

INGRESSO LIBERO

Un evento da segnalare. Vedi allegati. Un lavoro ispirato a Bergman.

Un nostro libro è al PREMIO STREGA: 24:00 - Una commedia romantica sulla fine del mondo, scritto dal follonichese FEDERICO GUERRI.

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Paolo Roversi, "Solo il tempo di morire"

1 Aprile 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Paolo Roversi, "Solo il tempo di morire"

Paolo Roversi

Solo il tempo di morire

Marsilio – Pag. 460 – Euro 19

Paolo Roversi è un narratore affermato, fondatore del Nebbia Gialla Suzzara Noir Festival e del portale - magazine Milano Nera, autore di quattro gialli con protagonista il giornalista Enrico Radeschi, tutti editi da Mursia, ma anche di libri bukowskiani e di un bel romanzo edito da Rizzoli (L’ira funesta). Milano criminale è uscito in edizione economica per Marsilio, che recentemente ha dato alle stampe Solo il tempo di morire, una sorta di romanzo criminale milanese, un’epopea malavitosa, costruita per cavalcare la moda del momento. Un romanzo che sembra la sceneggiatura di un film di Fernando di Leo, corretto in versione Umberto Lenzi e Scerbanenco, con spruzzatine di Corbucci e Lizzani. Una lotta tra bande imperversa nella Milano degli anni Settanta e Ottanta mentre un poliziotto testardo cerca di contrastare i criminali più potenti, per evitare che Faccia d’Angelo, il Catanese e il bandito dagli occhi di ghiaccio si aggiudichino il monopolio del gioco d’azzardo e dei bordelli di lusso.

Il romanzo criminale della mala milanese copre l’arco temporale che va dal 1972 al 1984, una vera e propria epopea costruita in maniera rigorosa e con stile incalzante da un esperto narratore noir. Cocaina, denaro, bombe, morti ammazzati, camorristi, donne belle e pericolose, si avvicendano sul palcoscenico di una Milano che sta per diventare la metropoli da bere. Un testo che se ancora esistesse il cinema popolare sarebbe una vera e propria manna per i registi del poliziottesco, genere abbandonato e decotto, lasciato in balia di tristi serial televisivi. Un libro che farà felici i molti appassionati del giallo, unico genere che si legge ancora in Italia, a parte qualche sfumatura di grigio e un po’ di roba pubblicizzata dai grandi marchi editoriali.

Permettetemi un appunto: la narrativa popolare non si può vendere a 19 euro, altrimenti di popolare resta solo il nome. Un giallo - genere di consumo per tutti - non dovrebbe superare un prezzo di copertina di 8 - 12 euro. Ma ci sarà un’edizione economica, spero, anche perché Roversi è tradotto in mezza Europa, buon per lui…

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Il volo di D'Annunzio su Trieste

31 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Il volo di D'Annunzio su Trieste

Intorno agli anni che videro l’inizio della guerra, Gabriele d’Annunzio, che era già un famoso poeta, stava attraversando un momento cupo della sua vita, afflitto da un periodo di crisi creativa e da problemi economici, era emigrato in Francia per sfuggire ai debiti.

Allo scoppio della Grande guerra, da Parigi iniziò a caldeggiare, per l’Italia, la discesa in campo a fianco delle forze dell’Intesa. Fervente interventista, pronunciò frequenti discorsi proclamando il “sacro” diritto di strappare all’Austria i territori dell’Italia “irredenta”. Rientrato in Italia, rifiutò la cattedra di letteratura italiana che era stata di Pascoli: avventuriero, romantico, un po’ guascone, la sua oratoria lo rendeva un fanatico animatore di folle, e incitava gli Italiani a prendere le armi contro la Germania e l’impero Austro-Ungarico.

All’entrata in guerra dell’Italia, D’Annunzio, pur avendo ormai cinquantadue anni, si arruolò nella cavalleria per poi diventare comandante di MAS e infine aviatore e non si lasciò sfuggire l’occasione per partecipare in prima persona all’azione con impeto e grande coraggio.

Insieme al tenente pilota Giuseppe Miraglia, a bordo di un aeroplano contraddistinto dalla scritta «Iterum leo rugit», il 7 agosto lanciò manifestini tricolori atti a incoraggiare le popolazioni dominate dagli austriaci: «Coraggio, fratelli! Coraggio e fede! Vi state avvicinando alla fine del vostro martirio». E il 20 settembre fu la volta di Trento, ai cui abitanti i volantini lanciati dal poeta dicevano: «Oggi il pugno bronzeo di Dante si stringe sul tuo capo chino, o popolo di Trento. Sorgi e leva lo sguardo… Il nostro amore, armato di tutto punto, avanza contro la compattezza delle tue rocce e dei tuoi ghiacciai…».

Volò più volte sul Trentino, sul Carso, sulla costa istriana, su Pola e in seguito si rese artefice del clamoroso volo su Vienna, sempre insieme a piloti dotati di altrettanto coraggio, a cui insegnò un grido di sua invenzione, «Eja, eja, alalà».

Nel gennaio del 1916, in qualità di ufficiale operatore, sull’apparecchio pilotato dal tenente Luigi Bologna, nonostante il tempo cattivo e il motore non in perfette condizioni, si preparava all’ennesimo passaggio su Trieste. Nei pressi di Grado, l’aereo, a causa di un incidente, costretto a un atterraggio di fortuna, aveva violentemente urtato sull’acqua e contro una duna sabbiosa. D’Annunzio si ferì la tempia destra e l’occhio, fu ricoverato in ospedale e, nonostante il suo desiderio di tornare immediatamente in azione, fu costretto a sottoporsi a cure per non perdere completamente la vista. Immobilizzato a letto, con gli occhi bendati e dunque immerso nell’oscurità, utilizzando delle sottili strisce di carta preparate dalla figlia Renata, compose uno dei suoi capolavori letterari “Il Notturno”, una raccolta di meditazioni e ricordi. “Ho gli occhi bendati” scriveva con mano insicura “sto supino nel letto, col torso immobile, col capo riverso, un poco più basso dei piedi… Il lenzuolo aderisce al mio corpo come quello che involge l’annegato stillante di sale, tratto alla riva e deposto su la sabbia sinché non venga qualcuno a riconoscerlo, a chiudergli le palpebre schiumose e a ululare sul suo silenzio…”.
Data la gravità dell’incidente, il processo di guarigione fu lungo, ma nei giorni in cui ricevette notizia della cattura e dell’impiccagione di Cesare Battisti e Fabio Filzi, contro i consigli dei medici, tornò in guerra e continuò a prendere parte ad azioni aeree e di terra. Anche se cieco dall’occhio destro, il 13 settembre partecipò al bombardamento aereo di Parenzo, nuovamente insieme al pilota Luigi Bologna. Di quell’operazione il poeta scrisse: “Quando calammo nel canale di Sant’Andrea e rimontammo lo scivolo, mi parve che i miei giovani compagni aspettanti, nel sollevarmi sopra le loro spalle, mi esaltassero alla cima della loro gioventù e all’apice delle loro ali. Ero rinato.” L’impresa gli valse la citazione dal Ministero della Marina.

Il conflitto, sui campi di battaglia, ebbe termine il 4 novembre 1918, ma se ne aprì subito dopo un altro sui tavoli della diplomazia e, a guerra finita, si sentirà ancora parlare molto del Poeta Soldato, che si prodigava per il riconoscimento della città di Fiume all’Italia gridando nei suoi discorsi all’ingiustizia e alla “vittoria mutilata” e della successiva impresa che consacrarono il mito del Vate.

La guerra era finita, il Piave non mormorava più, Diaz aveva promulgato il Bollettino della Vittoria, senza lontanamente immaginare che il suo “firmato Diaz” avrebbe dato il nome a migliaia di nuovi Italiani. Scambiando “Firmato” per il nome del Generale, nell’euforia di quei giorni furono molti i genitori che battezzarono così i propri figli. Gli strascichi del conflitto furono la disoccupazione, l’aumento del costo della vita e l’impoverimento della popolazione. Gli scioperi e la paventata rivoluzione sulla scia di quella russa, diedero vita a un altro fenomeno del primo dopoguerra lo squadrismo… ma questa è un’altra pagina, io chiudo qui e spero, in queste settimane di avervi tenuto piacevole compagnia.

Il volo di D'Annunzio su Trieste
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Sandro Angelucci, "Si aggiungono Voci"

30 Marzo 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #poesia, #recensioni

Sandro Angelucci, "Si aggiungono Voci"

Tempo addietro mi capitò tra le mani una meravigliosa e antica poesia degli indiani d’America (*) che ben rappresenta quello che fu il loro profondo amore e rispetto per la terra, che li rendeva capaci di capirne i minimi messaggi. Leggendo i versi di Sandro Angelucci ho ritrovato quello spirito contemplativo, quella capacità, per certi aspetti animale, di capire il linguaggio degli elementi. E il fatto è che gli elementi parlano con un linguaggio immenso, ma così minuscolo, così piccolo, che risulta difficile fermarsi ad ascoltare. Occorre prendere le pinze da orologiaio e fare gli stessi minimi movimenti per cogliere la brevità del volo di un’ape, la dolcezza di una piuma, il respiro del vento o il tremolio di un fiore su un prato. Non parlo di tempeste, di fiori giganteschi, ma di brezza e di fiori in un prato, un prato che non ha bisogno di essere sconfinato per stupirci, perché si riassume tutto nel nostro sguardo, canta nella sua pace, vive nel suo lasciarsi pettinare o calpestare. Mi viene in mente Vivaldi, ma non la sua tempesta, non il suo allegro, semmai qualche adagio appena accennato, che però, anche nella sua delicatezza ha il potere di trasformarsi in tuono e temporale.

La poesia di Sandro Angelucci risveglia in me quelle sensazioni. Quindi anch’io prendo in mano quella realtà, con le pinze da orologiaio, perché a volte la bellezza è fatta di cose minuscole, e non puoi prenderla in mano perché le dita sono troppo tozze e grandi, occorre quella delicatezza che non hai, le cose belle sono tanto piccole che se tentando di prenderle con la mano ti cadessero per terra, si confonderebbero con la polvere del pavimento. E qui la poesia riesce nel suo intento: “sono le traiettorie / senza nessuna logica apparente / la speranza”, già, le traiettorie. Nulla vi è di più effimero, perché nell’attimo stesso in cui le esprimiamo loro non sono più, sono solo linee immaginarie, in realtà è il movimento che le traccia, ma non esistono, come non esiste la speranza, se non nella nostra mente. Ma traiettoria e speranza non possono essere separate, loro vivono sempre insieme. Quindi “saranno i voli” indipendentemente dalle traiettorie, che ci salveranno.

Cogliere quindi il volo di un merlo, il battito d’ali di una farfalla, il ronzio di un’ape, il muggito di una mucca che non vedi, perché è lì nella sua stalla, lontana dal suo antico mondo. Ma non è poesia campestre, pur se il richiamo della natura è dominante, l’autore non si discosta dal suo mondo di “Abbrutiti. Schizofrenici. Impazienti.” Quel mondo siamo noi, mentre “… l’uccello non finisce di cantare / il vento / prende a respirare con le foglie / e le montagne / (immobili, sicure) / aspettano l’arrivo della luce”. Imperturbabile, la natura, continua il suo percorso, e pur se noi insistiamo “(distratti, inebetiti) / a spargere catrame, a bestemmiare”, lei ristabilisce sempre i suoi equilibri. Quindi l’autore contempla questa natura, e dice al merlo “Se fossero di piombo le tue bacche, / se al posto del becco / avessi una mitraglia / t’inviterei a spararmi addosso”.

Ma alla fine il poeta sa che non succederà, e continua il suo volo di versi, che come “una goccia di miele / che cade nel latte bollente” si dissolvono nel lettore per diventare un nuovo pensiero, perché “un grumo di bellezza che si scioglie” ha una forza struggente e regala la speranza di un nuovo battere di ali.

(*)

Perso

Fermati,

gli alberi davanti e i cespugli di fianco a te

non sono persi.

Ovunque tu sia, si chiama QUI,

e tu lo devi trattare come un potente sconosciuto,

devi chiedere il permesso di conoscerlo

e di essere riconosciuto

La foresta respira. Ascolta. Risponde,

ha creato questo luogo intorno a te,

se lo abbandoni potresti ritornare ancora, dicendo QUI.

Mai due alberi saranno uguali per il corvo,

mai due alberi saranno uguali per lo scricciolo.

Se ciò che un albero o un ramo fa non ha effetto su dite, tu sei sicuramente perso.

Fermati.

La foresta sa dove sei. Devi lasciare che ti trovi.

Antica poesia degli indiani americani.

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Bombardamento aereo

29 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Bombardamento aereo

L’Italia all’inizio della guerra contava su una sessantina di aeroplani, quasi tutti di tipo antiquato e di costruzione francese, e tre dirigibili. La marina aveva in linea quindici idrovolanti e due dirigibili. Tra i personaggi più importanti dell’aerostatica ci fu senza dubbio l’ingegnere aeronautico milanese Enrico Forlanini, che nel 1909 completò la costruzione del suo primo dirigibile F.1, che battezzò “Leonardo da Vinci”, ne seguirono altri e la sua fama, infatti, è legata soprattutto alla realizzazione dei dirigibili semirigidi, che vennero utilizzati nel conflitto.

L’impiego militare del dirigibile era iniziato per l’ Italia con la Guerra di Libia nel 1911 e si esaurì proprio dopo la prima guerra mondiale, quando la disputa che aveva visto contrapporsi i sostenitori del “più pesante” e del “più leggero” dell’aria, vide la completa affermazione dell’aeroplano e il definitivo tramonto degli aerostati.

Durante i primi anni della Grande Guerra si assistette, tuttavia, a un notevole sviluppo dell’uso dei dirigibili nonostante le perplessità che fin dall’inizio ne avevano accompagnato l’utilizzo. Inizialmente le aeronavi erano impiegate per la ricognizione e ancor più per i bombardamenti, ma si arrivò ben presto a constatare come i modelli disponibili risentissero troppo delle condizioni atmosferiche per essere considerati affidabili e venissero facilmente neutralizzati anche senza specifiche difese contraeree, in quanto ingombranti e poco maneggevoli. A ridurne il rendimento inoltre furono i criteri di impiego, che in un primo tempo avevano destinato il dirigibile a supporto delle forze di terra, infatti i migliori risultati si colsero quando si comprese che mezzi tanto vulnerabili e di difficile condotta dovevano essere impiegati contro obiettivi strategici, ad esempio per l’attacco contro i campi di aviazione avversari.

In questo modo, a partire dagli ultimi mesi del 1917, l’azione dei dirigibili, che si concentrava principalmente di notte e in assenza di luce lunare, si conciliò con quella delle squadriglie aeree da bombardamento, che agivano di giorno e nelle notti di luna. Nel 1918 in seguito al perfezionamento tecnico dei mezzi, all’affermarsi di metodi di utilizzo più adeguati e al migliorato livello di preparazione degli equipaggi, si arrivò a un forte incremento del numero delle missioni di bombardamento andate a buon fine e, nel contempo, si ridussero le percentuali di danni e perdite. Gli aerostati furono impiegati in azioni belliche fino agli ultimi giorni di guerra, facendo dell’Italia la sola nazione ad aver utilizzato il “più leggero dell’aria” in attività di bombardamento per tutto l’arco del conflitto.

Fu, tuttavia, l’aereo il vero mito che si sviluppò e prese corpo durante il corso della guerra, grazie al successo delle operazioni condotte, alla velocità, alla maggiore maneggevolezza, e soprattutto all’abilità e all’ardimento dei primi piloti. L’aereo divenne una vera leggenda, le cui origini si possono ritrovare nel “Manifesto del futurismo” del 1909, dove Filippo Tommaso Marinetti, esaltando l’aereo quale simbolo della modernità, scrisse:

“Noi canteremo [...] il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta”.

Non si può parlare dell’aviazione della prima guerra mondiale senza fare un breve accenno al pilota, eroe, Francesco Baracca.

Giovane di bell’aspetto, sempre curato nella persona e nel vestire, dalla personalità ricca di interessi, pieno di slanci e profonde passioni per le donne, i cavalli, le motociclette, si mostrò in ogni occasione coraggioso ed esuberante. Appassionatosi al volo, divenne l’asso del cielo durante la prima guerra mondiale e resta a tutt’oggi un mito per l’aeronautica: “Sono arrivato all’aviazione per modo di dire, (…) ed ora mi accorgo di aver avuto un’idea meravigliosa, perché l’aviazione ha progredito immensamente ed avrà un avvenire strepitoso…

(Tratto da Lettera al padre – Museo Baracca)

“Venustus et audax” indicato sotto al cavallino rampante, era il motto del suo reggimento di appartenenza, Piemonte reale. “Bello e audace”: tutto era già stato scritto dunque nel suo destino.

Il cavallino rampante era lo stemma che Francesco Baracca aveva adottato per il suo aereo, quando dopo aver abbattuto cinque velivoli nemici gli spettò di diritto scegliere un simbolo di distinzione. E così di missione in missione, di successo in successo Baracca, con il suo accattivante sorriso, tornò sempre alla base dopo aver abbattuto 34 aerei nemici diventando l’asso degli assi dell’aviazione italiana. Fu decorato con una medaglia d’oro al Valor militare, con due d’argento e con una di bronzo. Lui e il suo cavallino erano entrati nella leggenda.
Il 19 giugno 1918 nel tardo pomeriggio, tragicamente, l’aereo di Francesco Baracca si schiantò al suolo, il giovane pilota aveva appena compiuto trent’anni. E’ ancora un mistero la vera causa dell’accaduto, non si è mai stabilito se fu abbattuto, o se più verosimilmente venne colpito da un cecchino che sparava da terra contro il suo volo radente. Fu ritrovato dopo due giorni sul Montello e Gabriele D’Anninzio in persona volle pronunciarne l’elogio funebre.
I genitori del Maggiore Francesco Baracca, il conte Emilio e la contessa Paolina, affranti dal dolore, dopo qualche tempo, regalarono lo stemma del cavallino appartenuto al figlio a un pilota che avevano visto correre in auto con disprezzo del pericolo e senza freni, quel pilota era Enzo Ferrari e il cavallino di Francesco non ha mai smesso di correre.

Bombardamento aereo
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Dario Pontuale, "L'irreversibilità dell'uovo sodo"

28 Marzo 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Dario Pontuale, "L'irreversibilità dell'uovo sodo"

Dario Pontuale

L’irreversibilità dell’uovo sodo

Non cercate una trama fatta di intrecci, dove i vari personaggi vi accompagnano dall’inizio alla fine. Non cercate un giallo, un thriller, qualcosa che viaggia su un registro esterno all’uomo. Questo bellissimo romanzo narra di un viaggio che porta Gabriele Grodo (probabilmente voluta l’assonanza con Drogo), il disincantato protagonista, a trovare se stesso.

Un’agenzia investigativa va maluccio, la segretaria se ne va, il socio se ne va, rimane Grodo, con il suo factotum ucraino, e una pianta grassa che Grodo si ostina ad innaffiare fino ad affogarla. Grodo non è un uomo raffinato, anzi, direi ignorante e superficiale, forse non ha mai letto un libro in vita sua, è disincantato e demotivato, crede di aver sbagliato tutto. Un suo amico, ex libraio ora gestore di una birreria, gli consiglia di leggere Conrad. Il giorno dopo Grodo riceve un incarico da parte di Arduini, uomo facoltoso, appassionato giocatore di scacchi, condannato sulla sedia a rotelle, che gioca una partita per corrispondenza da oltre dieci anni, ritenendo che il suo avversario sconosciuto sia uno dei più grandi giocatori mai apparsi sulla terra. Questa partita sembra che sia stata vinta dall’Arduini, che vuole averne la certezza, e incarica Grodo di andare a cercare il suo avversario in Argentina. Il birraio e Arduini sono i primi sognatori che si incontrano nel libro, ma il refrattario Grodo non appartiene a quella categoria. Sta di fatto che compra un libro di Conrad e accetta l’incarico senza neanche pensare alla retribuzione.

Inizia il viaggio, e Grodo entra in un crescendo di sensazioni e di consapevolezza. Incontra i personaggi più strampalati: il venditore ambulante di libri che recita a memoria tutti gli incipit, il collezionista di bolle di sapone che è figlio di un collezionista di ragnatele, il ritrattista greco che invece di usare matite e pennelli usa le parole, i fratelli contrabbandieri di alcol che litigano sempre, e infine Neto, il marinaio appassionato di modellismo che ritiene che nulla sia importante, che fugge dai ricordi e che si chiede perché l’uovo bollito invece di ammorbidirsi, diventa sodo, e non torna indietro. A quel punto Grodo ha capito che i sogni sono il vero senso della vita, le minuscole soddisfazioni, e investiga su questa realtà, per regalare, come dono di saluto, al suo amico Neto la spiegazione.

Un viaggio di quasi 3000 chilometri su mezzi di fortuna, da Buenos Aires a Ushuaia, seguendo una logica simile alle mosse degli scacchi. Un viaggio ricco di incontri in cui il nostro Grodo si rende conto che forse la sua vita può essere ancora salva, forse un senso alla sua esistenza lo può ancora trovare, ed inizia piano piano a sognare di fare il guardiano del faro.

Il libro vanta un linguaggio molto fluido, ed appassiona sin dalla prima parola. Si ha all’inizio la sensazione di perdere contatto con i personaggi, che appaiono quasi come quadri in una galleria d’arte che impone un percorso, visto e dimenticato, ma non è così, perché quei personaggi iniziano un lavoro nell’anima di Grodo, ed è lì che bisogna leggere. Un libro che va dentro, dove il fuori sono stimoli per crescere, e così succede, anche attraverso le splendide metafore che riassumono i momenti di crescita in equilibro tra poesia e filosofia e che rendono il libro degno della più alta letteratura latinoamericana.

Ci si conosce veramente quando si rifiutano limiti ai sogni. Ci si annulla completamente quando si pone un margine ai desideri. Speranza e smarrimento, tra questo si oscilla, schieramenti opposti, città antitetiche, ma indivisibili perché anelli della stessa catena. Catena alla quale ognuno è cinto, che passa intorno al collo, lambisce la gola, toglie e concede aria a seconda dei casi.

Claudio Fiorentini

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