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Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

14 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Adriana Pedicini, "Il fiume di Eraclito"

Il fiume di Eraclito

Adriana Pedicini

Mnamon, 2015

pp 89

10,00

Dietro il lento oscillare delle acacie

Sale la filigrana del ricordo

Del lungo ramo

Che sbatteva alla finestra

E tra i fiori acri sfiorito il volto

E immobile lo sguardo.

Anche oggi

Tra i passi lenti

Di questa primavera

Solo si spande nell’aria

il profumo dolceamaro delle acacie.

Questa silloge di Adriana Pedicini, Il fiume di Eraclito, tocca e ripercorre tutti i temi cari all’autrice, in particolare uno spasmodico bisogno di vita e un immenso timore della morte. A ben guardare, salvo poche eccezioni, sono questi, uniti alla nostalgia (la nostalgia porta di una vita/che non è quella da vivere), e al triste fuggire del tempo, gli argomenti più cari agli scrittori non più giovanissimi. Il tempo scorre, come il fiume di Eraclito; mentre si vive, l’attimo presente è già diventato qualcos'altro, non viene goduto per l’ansia del futuro o il rimpianto del passato.

La vita è amata in modo pudico, trepido, ma con passione che s’intuisce violenta, quasi sconveniente, seppur tenuta a freno: più forte è il desiderio/di questa precaria vita, la vita è un desiderio/strozzato nel cuore. Si manifesta nella natura, nel ramo che fiorisce e si rinnova, nella montagna, nel lago, nel prato, nel fiume. Soprattutto nel bambino che nasce (della casa rinnovata /da rosei vagiti/al rifiorire della vita) e, per un momento, col suo venire al mondo, sconfigge la Morte, la quale, però, subito torna ad avere il sopravvento, come accadimento reale, ma anche come pensiero angoscioso, onnipresente. In questo pensiero si è soli, perché è difficile confidarsi, forse non si otterrebbe ascolto, magari solo un blando invito a essere ottimisti, magari solo un rapido e furtivo scongiuro.

Tutto è permeato di malinconia, il tessuto poetico a volte si lacera in squarci di dolore e paura, altre volte si stempera in dolcezza, verso il bimbo che nasce, verso l’amore coniugale (amore tenero e necessario) che, pur nel silenzio dei sensi, è ancora quello dolce e ardente dei primi tempi, ma è anche divenuto rifugio, consolazione quasi filiale (come piccolo bimbo), in grado di trasformare i sassi aguzzi in sassi tondi, un amore indispensabile alla sopravvivenza stessa.

Altra fonte di conforto – persino di rara gioia epifanica – è la religione. Viva la speranza di confluire in un Assoluto, capace di riscattare l’ingiustizia, se il mondo dimentica i deboli, gli emarginati, e soccombe al male, alla violenza bellica. Dio pacifica e affranca ma resta comunque un mistero inconoscibile, un abisso insondabile.

Il Weltschmerz, cui fa cenno la stessa autrice nella prefazione, è pena privata, ma anche fatto storico, senza mai perdere la sua universalità. Un dolore, come dicevamo, frenato, espresso con difficoltà, che si pone come dolenzia sorda ma, a tratti, lascia anche trapelare un orrore acuto, una sofferenza lancinante, alla quale non ci si rassegna, e che la ragione non sa accettare né combattere. Questo soffrire è romantico ma non patetico, è un dolore in cui tutti possiamo riconoscerci e che tutti, pur non ammettendolo, proviamo.

Lo stile non è moderno, queste liriche potrebbero essere state scritte nel secolo scorso, discendono dagli studi classici dell’autrice, ma vi si ritrovano anche Leopardi - spesso citato direttamente e come richiamo all’inutilità della vita (il vivere sia fatto invano) - Pascoli e Ungaretti. Ci piacciono proprio per questo, perché accantonano inconsistenti sperimentalismi per soggiacere a un imperativo di classicità, di eleganza, che non teme il suo sapore antico e i termini cari alla nostra tradizione poetica.

Così come abbiamo aperto con una delle poesie più caratteristiche, concludiamo riportando la più atipica della raccolta, che tratta il delicato tema dell’autismo, ed è bella per la rarefazione del linguaggio, qui essenziale e quasi scabro.

Senza parole

Chissà

Se il lago dei tuoi occhi

Agitano al fondo torve

Onde brune

O lo trapassano guizzi

Di luce cristallina,

se il silenzio notturno

fa della tua anima

tenda in cui cercar riparo

o se le foglie inaridite

rallentano la corsa

nell’aritmia della vita.

Nella luce del mattino

Come un bimbo

Incapace di salire

Ai piedi di una scala solitaria

Senza cordame

Miri al monte

Che in te ha inabissato

La sua cima.

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L'omino di fumo

13 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

L'omino di fumo

Nella prima edizione del libro Il codice di Perelà, Aldo Palazzeschi pose una dedica, che dettava così:

AFFETTUOSAMENTE DEDICO AL PUBBLICO!
QUEL PUBBLICO CHE CI RICOPRE DI FISCHI,
DI FRUTTI E DI VERDURE,
NOI LO RICOPRIREMO DI DELIZIOSE OPERE D'ARTE.

Parlava al plurale maiestatis, riferendosi solo a se stesso, il buon Palazzeschi, oppure quel "NOI" si riferisce ai poeti e scrittori futuristi, che, seguendo l'esempio e l'invito del fondatore del movimento Filippo Tommaso Marinetti, sui palchi di mezza Italia si dedicavano alla recita delle poesie e delle prose le più strampalate che si potessero (concepire e) recitare, tra un tumultuare di fischi e di pernacchie, e tra lanci di ortaggi vari, e perché no, di uova?
Non lo sapremo, ma sappiamo benissimo quale era l'opera che si accingeva a presentare a "quel pubblico": era l'anno 1911, e il libro era Il Codice di Perelà (cui lo scrittore aveva lavorato a iniziare intorno al 1908, e che ora finalmente vedeva la luce nelle Edizioni Futuriste di Poesia, grazie appunto al Marinetti). Luce che risplendé per tutto il primo e il secondo novecento, e che ancor oggi non si spegne.
Quando Aldo Giurlani, figlio di una famiglia di commercianti di Firenze, decise di mettersi a scrivere, stabilì che il suo cognome l'avrebbe cambiato, si sarebbe chiamato non più Giurlani, ma Palazzeschi, assumendo quello della nonna materna, la adorata nonna Anna, le cui favole, racconta il poeta, "gli avevano reso la fanciullezza un giardino incantato".
E figurarsi che a diventare scrittore non ci pensava proprio, preso com'era dalla sua passione per il teatro: tutt'al più avrebbe potuto diventare un attore, e nelle sue speranze "anche bravo", insieme al suo inseparabile amico (poi diventato scrittore e poeta anche lui), Marino Moretti.
E questo a dispetto del padre Alberto che lo obbligava a studiare ragioneria - cosa che lui coscienziosamente fece - perché un figlio ragioniere, pensava, avrebbe potuto essergli utile nel suo lavoro di commerciante.
Ma il giovane Aldo niente, aveva la passione per il palcoscenico, tanto che si iscrissero tutt'e due - lui e il coetaneo Marino, appena diciottenni - alla Scuola di Recitazione "Tommaso Salvini", dove ebbero modo di conoscere e frequentare il figlio del grande Gabriele D'Annunzio, il ragazzo Gabriellino.
Il padre cercò in tutti i modi di distoglierlo da queste idee (balzane, a suo modo di vedere), e di tarpargli le ali che cominciavano già allora a spuntare, per poi permettergli di volare alto sui cieli della letteratura italiana prima, ed europea dopo. E poi, 'sto padre commerciante esclamava ad ogni occasione, metterti a recitare col nome onorato dei Giurlani! Non sia mai!
Fu così che decise, come detto, di cambiarlo, l'onorato cognome, e prendere quello di nonna Anna; e che forse - si disse - suonava anche meglio. Era il 1905 e Aldo era un ventenne di belle speranze, niente male neppure come giovanotto, bell'aspetto, buon fisico. E' chiaro che continuò a studiare ragioneria, ma nel contempo non demordeva; frequentava la scuola per diventare attore. E il padre, visto che niente poteva più per far sì che Aldo seguisse i suoi consigli, (lo racconta anni dopo il poeta in una intervista) non pronunziò più una parola che suonasse giudizio o rimprovero verso di me.

Il teatro fu il mio primo maestro e una vera scuola, ebbe a dire in una intervista in tarda età. E nel frattempo, tra un libro di scuola, una recita-prova sul palcoscenico, prese a scrivere versi. E dopo alcune prove di poesia, ecco il suo primo romanzo: Il codice di Perelà:

Pena! Rete! Lama! Pena! Rete! Lama! Pe… Re… La…
Voi siete un uomo, forse?
No, signore. Io sono una povera vecchia.
E' vero, è vero, sì, scusate, avete ragione, voi siete una povera vecchia, un uomo sono io.
Voi che cosa siete signore?
Io sono… io sono… molto leggero… io sono un uomo molto leggero; e voi siete una povera vecchia: come Pena, come Rete, come Lama, anche loro erano vecchie: Vorreste dirmi se quello che si vede laggiù, in fondo a questa via, è la città?
Sì.
Quella che si vede laggiù… sarebbe forse la casa del Re?
Quella è la porta della città: La casa del Re è situata nel mezzo, ed è circondata da mura, ed è guardata dai vigili. Quei cittadini uccidono sempre il loro Re . Ora è Re Torlindao. Voi andate alla città signore?
Sì.
Ci sarete tra poco. Di dove venite?
Di lassù.
Non vi ànno mai veduto in città?
Ci vado per la prima volta.
Guardate, guardate, vedete quella nuvola di polvere che viene verso di noi? Sono i vigili del Re, è la scorta a cavallo, vengono per fare la perlustrazione nelle vicinanze, io vi saluto, addio addio signore, vedendomi qui con voi potrebbero sospettare, sappiategli rispondere nel caso, voi potete colpire i lor
o occhi. Addio buon viaggio.

Questa che ho appena riportato è la prima pagina del romanzo.
Alla domanda "di dove venite?" questo "fumoso" straniero dagli scarponi grossi e ben visibili, interrogato, risponde: "di lassù", risposta vaga che dice e non dice (di lassù dove?). Ma si presenta anche con altre stranezze, come quei tre nomi che ripeteva e ripeteva, per esempio: Pena Rete Lama (e chi sono?) poi afferma, ma sempre stando nel vago: "anche loro erano vecchie…"
Mah!
Leggiamo la seconda pagina e forse qualcosa di più capiremo.

Eccolo dunque descrivere i vigili del re che avanzano galoppando e sollevando nugoli di polvere. tanto che uno di essi, appena si fermano, dice:

Ài veduto come lo abbiamo impolverato? Non si capiva più che cosa fosse.
Quando siamo stati vicini mi sembrava di averlo veduto scomparire.
Scomparire?
Sicuro, anche a me.
Ma quello non era un uomo sapete!
Che cos'era sentiamo?
Sembrava una nuvola.
Lo abbiamo ricoperto di polvere, una nuvola sembriamo noi caro mio, in questa porca strada!
No no, l'ò veduto prima che la strada fosse invasa dalla polvere, è un uomo di fumo!
Imbecille!
Va' là, uomo di fumo, sarà un arrosto di asino, ài sbagliato.
Io gli ò veduto benissimo le scarpe.
Aveva degli stivaloni lucidi come quelli dei nostri ufficiali.
Ma è un cavaliere antico però.
Fermiamoci un moneto.,
Perché non torniamo indietro?
Per far che?
per vederlo, almeno per interrogarlo.
Per niente io non faccio un passo in più.
Scommettiamo.
Che cosa?
Dite voi.
un paio di stivali come q
uelli del tuo asino antico, asino alla moda!

Eccolo l'omino di fumo del quale si vedono reali solo gli stivali che tanto colpiscono coloro che assistono al suo passaggio
E' il dialogo che si svolge tra i vari sudditi del Re, che giunti sul posto si vedono svanire sotto gli occhi la figura dell'uomo misterioso. E uno di essi esclama: … è un uomo di fumo!
E si prende da un compagno, gridato, l'epiteto di: imbeci
lle!
Ecco, Palazzeschi ci presenta quest'uomo di fumo che, in qualche maniera contorta, ci dice il suo nome, Perelà, formato dalle iniziali dei nomi che egli attribuisce a tre vecchie non meglio identificate.
Già nella sua prima raccolta, che risale a sei anni prima (1905, I cavalli bianchi, libro di poesie pubblicato a sue spese, per una casa editrice Cesare Blanc, inventata da lui col nome del suo gatto) il poeta nella poesia ara mara amara parla di tre vecchie (ara mara amara sono i loro nomi) che si stanno nell'ombra giocando.

in fondo alla china
tra gli alti cipressi
è un piccolo prato
si stanno in quell'ombra
tre vecchie
giocando coi dati
non alzan la testa un istante
non cambian di posto un sol giorno
Sull'erba in ginocchio
si stanno in qu
ell'ombra giocando.

(Attenzione alla metrica: tre senari, un novenario diviso in due parti, ancora un senario, due novenari, un ulteriore senario, e per chiudere un novenario - in una musicalità tutta nuova per il periodo; una musicalità che sarà la costante del poeta in quasi tutte le sue composizioni. L'accento batte sempre sulla seconda sillaba.)
Una piccola nota per gli appassionati di poesia e di metrica.
Da notare nel Palazzeschi delle poesie serie, quelle cioè che non seguono il ritmo dal verso libero, prettamente futurista, un metro sempre uguale: il poeta ama usare il trisillabo, quindi il verso ternario, e versi che sono multipli di tre (quindi senario, novenario, e così di seguito), cosa che gli permette di creare una monotonia quasi sonnolenta, quasi onirica; che si va ad affiancare a una sensazione di staticità delle scene e dei personaggi che le poesie presentano.
Ed era una novità, una novità assoluta, per l'epoca!
Si potrebbe dire che dipinge con le parole dei quadri quasi impressionisti, in cui la staticità la fa da padrona, quasi come se il lettore venga a trovarsi ad ammirare una tela e non riesca più a muoversi, attratto da una forza misteriosa ad entrare in quella natura fissata coi colori, per venire a far parte della scena, fianco a fianco con i personaggi).
Che siano le stesse tre vecchie - con il nome cambiato da ara mara amara in pena rete lama - che poi aprono quel suo primo romanzo?
Non ce lo dice, il poeta, né lo troviamo in alcuno dei suoi scritti, un riferimento alla coincidenza di queste tre vecchie. Nella copertina si legge, oltre alla data che indica l'anno 1911, appena sotto il titolo: romanzo futurista. E' alla sua prima prova e si adegua allo stile e alla sostanza di quel movimento, che doveva mostrare novità, stranezza, scompiglio della punteggiatura, della grammatica, della sintassi. E lo scrittore, in questa sua prima opera in prosa, lo fa in maniera egregia.
Però a chi legge e rilegge con attenzione, appare chiaro che lo fa, come dire? Come di controvoglia, quasi facendo violenza a se stesso; quelli del movimento futurista, aspri fino all'esasperazione, mentre lui, è, sì provocatorio, ma non dotato completamente di quell'aggressività che il futurismo richiedeva. Ed era tanto vero che allo scoppio della grande guerra si spegne il suo entusiasmo per il movimento di Marinetti, convinto interventista. La guerra, affermava il buon Filippo Tommaso - unica igiene del mondo - con Palazzeschi che si dichiarava neutralista (e che, chiamato a fare il militare, riuscì in qualche modo a sfangarla dalle esercitazioni con le armi, prima, e dal fronte, poi; e a passare quasi completamente il suo tempo impiegato in una fureria, a Tivoli).
Esce il libro di Marinetti che inneggia alla grande guerra, 1914-1915, sola igiene del mondo, e incita all'intervento armato. E con Marinetti elogia la guerra tutto il Gruppo Futurista, che inneggia all'ultranazionalismo e al militarismo. Molti artisti, che facevano parte del movimento, aderirono all'idea interventista e, all'entrata in guerra dell'Italia, partirono volontari per il fronte col Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti ed Automobilisti. Quelli richiamati per la leva fecero invece parte delle truppe comuni.Tra gli altri: lo stesso Marinetti, scrittore e fondatore del movimento, Umberto Boccioni pittore, Antonio Sant'Elia architetto, Mario Sironi pittore, Achille Funi pittore, Luigi Russolo musicista compositore e pittore. Tra quelli che non tornarono ci furono Boccioni e Sant'Elia.


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Byron a Livorno

12 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Byron a Livorno

Nel 1822 per lo spazio di sei settimane dimorò a Montenero Lord Giorgio Byron, il più celebre fra i poeti della moderna Inghilterra. Egli abitò la villa Dupouy ora De Paoli, e secondo quello che si dice, la camera in cantonata tra il fronte principale e il lato occidentale della villa medesima. In fondo a questa camera è una piccola alcova dove trovavasi il letto occupato dal Byron. (…) Insieme al Byron era venuto a Montenero il conte Ruggero Gamba con suo figlio Pietro e la figlia Teresa maritata al conte Guiccioli, con seguito di domestici delle parti di Romagna, sui quali tutti, perché appartenenti alla società segreta dei Carbonari, teneva una gran vigilanza la polizia toscana, per la quale era ospite poco gradito anche Lord Byron di cui si conoscevano non solo le idee ardentemente liberali, ma altresì la vita disordinata e scorretta e l'indole intollerante di ogni freno e di ogni sottomissione” Pietro Vigo.

George Gordon Byron (1788 – 1824) da Pisa, dove risiedeva sui Lungarni, venne a Montenero nel 1822. Lo storico Pietro Vigo, nella sua guida di Montenero, ne dà ampio resoconto.

Al prezzo di cento francesconi il mese, Byron prese in affitto villa Dupouy, dal banchiere Francesco Dupouy, con stalle, rimesse, giardini, cisterne e pozzi d’acqua pulita.

A Montenero Byron scrisse parte del suo “Child Harold” e l’iscrizione per la tomba della figlia allegra.

Un gruppo di americani ancorati al porto di Livorno lo invitò a bordo e gli tributò onori da grande celebrità.

Pietro Vigo riporta una contesa scoppiata il 28 giugno, verso le 17, fra le persone al servizio di Byron e quelle al servizio della contessa Guiccioli. Furono coinvolti anche i Gamba, s’impugnarono coltelli e pistole, Pietro Gamba rimase contuso. Questa rissa diede occasione alla polizia toscana di sfrattare gli invisi conti Gamba, col pretesto di clamori e intemperanze che disturbavano il quieto villaggio di Montenero. A tal proposito, Byron scrisse al governatore la seguente lettera, che Vigo dichiara di aver trovato solo nella traduzione italiana.

I miei amici conte Gamba e famiglia hanno ricevuto l'ordine di lasciar la Toscana in termine di quattro giorni, come pure il mio corriere, svizzero di nascita. Non farò alcuna osservazione sopra quest'ordine, almeno per ora. Io lascerò in lor compagnia questo territorio, non essendo luogo di dimora adatto per me quel paese che ricusa un rifugio agli sventurati ed un asilo ai miei amici. Ma siccome io ho qui un capitale considerabile in mobilia ed altri articoli che richiedono qualche tempo per disporre l'allontanamento, sono a pregarla di una dilazione di qualche giorno in favore dei miei amici, come pure del mio corriere, il quale mi accompagnerà se ciò vien permesso, ed io suppongo che un giorno o due di più sarà cosa di piccolissima conseguenza.

Siccome io accompagnerò i miei amici qualunque volta essi partano, chiedo il permesso di pregarla d'onorarmi d'una sua risposta.”

Ma il poeta inglese non ottenne ciò che chiedeva. Come non la ebbe vinta nella disputa dell’acqua.

Byron era molto difficile in fatto d’acqua, la digeriva solo se purissima e cristallina, ma la siccità portò all’esaurimento dei pozzi. Byron, allora, si rifiutò di pagare la pigione e fece causa a Dupouy, nel tribunale di Livorno. Perse e dovette pagare le rate arretrate, gli interessi e le spese giudiziarie.

Mentre ancora era a Montenero, ricevette una lettera in versi da Goethe, che si fece tradurre da Enrico Mayer, giovane scrittore di padre tedesco. Rispose che sarebbe partito presto alla volta della Grecia, dove si combatteva per l’indipendenza. Partì, infatti, dal porto di Livorno, sull’Ercole e raggiunse Missolungi, dove morì nel 24, ma non in battaglia, bensì di meningite.

Nel 1900 gli fu intitolata una via di Montenero.

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero”, 1902 dal sito www.infolio.it

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Marechiaro

11 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia, #luoghi da conoscere

Marechiaro

Il parapetto dal quale ci si affaccia nel breve specchio di mare su cui si apre la celebre finestrella, è un posto che pare che il cielo abbia creato solo per gli innamorati. Tutto è incanto, tutto è poesia, tutto è amore, nel silenzio dei pensieri che riportano ai versi della poesia di Salvatore Di Giacomo.
Io ci sono stato, tanti anni fa, e a mirare la lapide che ricorda la canzone, io che sono un amante incallito delle canzoni di Napoli, ho avuto un balzo al cuore, e confesso che ho represso a malapena una lacrima.

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fanno a ll’ammore,
se revoteno ll’onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore,
quanno sponta la lu
na a Marechiare…

A Marechiare ce sta na fenesta,

« Quando spunta la luna a Marechiaro,
anche i pesci vi fanno l'amore.
si rivoltano le onde del mare.
per l' allegrezza cambiano colore…

a marechiaro ci sta una finestra…

… e dalla mente alle orecchie il passo è breve, e così giungono gradite immediatamente le note della musica del grande Paolo Tosti.
Salvatore non amava molto questi suoi versi, tanto che non hanno mai trovato posto nelle raccolte delle sue poesie.
Era il 1885, sono passati quasi centoventi anni, ma la canzone, nel frattempo, ha varcato l'oceano (per le Americhe) e gli oceani (per il mondo), è andata a cullare le anime degli innamorati ovunque essi si trovino.
Francesco Paolo Tosti ne fu stregato immediatamente, e da quel grande autore che era, ci mise mano e creò la meraviglia delle meraviglie.
All'epoca il musicista, che non era napoletano - era nato ad Ortona - ma che aveva studiato presso il Conservatorio di San Pietro a Majella a Napoli, dove si diplomò in violino e composizione nel 1866, aveva poco meno di 40 anni, ed era già noto come autore di celebri romanze, che all'epoca si eseguivano nelle famose periodiche. Il musicista, in effetti, dopo aver fatto un po' di tutto in gioventù, si mise a cantare, avendo una bella voce da tenore; allora si trovava a Roma, e qui ebbe modo di conoscere e frequentare due suoi conterranei: il vate Gabriele D'Annunzio e il pittore Francesco Paolo Michetti.
Qui insegnò canto a quella che sarebbe diventata più tardi regina d'Italia, Margherita di Savoia, e a Londra, dove si trasferì più tardi, alla corte della regina Vittoria; Edoardo VII per le sue benemerenze lo fece baronetto e gli conferì, cosa che lui accettò, la cittadinanza inglese.
Per completare la sua figura di musicista, va detto che compose più di cinquecento romanze, interpretate da tutti i più grandi suoi contemporanei, ricordiamo tra questi l'indimenticabile Enrico Caruso.
Ma una sola musica gli conferì fama nazionale e internazionale: Marechiaro.

A Marechiare ce sta na fenesta,
la passione mia ce tuzzulea,
nu carofano addora ‘int’a na testa,
passa ll’acqua pe sotto e murmulea…
a Marechiare ce sta na fenesta…

a mare
chiaro ci sta una finestra
scriveva il poeta Salvatore Di Giacomo, che poi vi spiegheremo meglio, non era mai stato sul posto e non conosceva quell'angolo di paradiso che era marechiaro,

… dove ci batte la passione mia
un garofano odora dentro una testa
passa l'acqua là sotto e mormora…
a mare chiaro ci sta una fi
nestra…

Il poeta, invece, ne aveva appena 25, di anni, e come detto non sapeva di marechiaro.
S'immaginò una luna che spunta su quel piccolo specchio di mare incantato, e… tutto il resto che descrisse nei suoi versi.
Napoli all'epoca è - e del resto ancora oggi -, la città per eccellenza del sole e dell'amore; e ciò fin dall'antichità non poteva che generare musiche e versi che poi sono entrati nella storia della sua storia.
Sta nascosto - quel posticino incantato - sulla collina di Posillipo nel quartiere che porta il nome, appunto di Marechiaro, che altri due grandi - poeta e musicista appunto: Ernesto Murolo e Salvatore Gambardella - alcuni anni dopo (1904) avrebbero descritto così

…. Pusilleco addiruso,
addó' stu core se n'è ghiuto 'e casa,
ce sta nu pergulato d'uva rosa...
e nu barcone cu 'e mellune appise.
...'Ncopp''o Capo 'e Pusìlleco addiruso

… Posillipo, profumato,
dove questo cuore se n'era andato, da casa,
ci sta un pergolato di uva rosa…
e un balcone coi melo
ni appesi…
… sul capo Posillipo profumato

… è un piccolissimo porticciolo di pescatori, dove s'affaccia questa finestrella, che ha sul davanzale dei garofani in vaso; è la casa di Carolina, che dorme, e un innamorato rischiarato da una pallida luna le porta la serenata.
Il padre, il giovanissimo Salvatore lo voleva medico, ma lui non amava stare tra morti e pezzi di cadaveri (come ne vedeva nelle lezioni di anatomia che era costretto a seguire, a malincuore), e abbandonò la causa paterna.
Era il 1880, quando prese la grande decisione di cambiare il suo destino.
Cominciò così a scrivere articoli e saggi, fece il giornalista, anche alle dipendenze di Matilde Serao e di Edoardo Scarfoglio, che lo inviavano a girare, per scrivere articoli, per Napoli dove ebbe modo di stare vicino alla gente e alla città vera, povera e sofferente, praticando per lavoro il tribunale, gli ospedali, e i vasci (i bassi, nei vicoli) maleodoranti e miseri.
Parallelamente a questa attività giornalistica, che però, pur ritenendola migliore delle tristi lezioni di anatomia dell'università, non lo soddisfaceva ancora, si dette alla poesia.
Che, grazie alla conoscenza dei vari musicisti del tempo, Mario Costa, per il quale scrisse Era de maggio, Enrico De Leva, cui dette le parole per la musica di 'e spingole francese, lo fecero conoscere nell'ambiente della canzone d'autore napoletana.
Non ci soffermeremo di più nella descrizione della vita del poeta, ma vorremmo invece dire della storia tutta particolare della nascita dei versi della poesia/canzone, che vale la pena riportare.


La Finestrella di Marechiaro

Chi dice ca li stelle so’ lucente
nun sape st’uocchie ca tu tiene nfronte,
sti doie stelle li saccio io sulamente,
dint’ a lu core ne tengo li pponte,
chi dice ca li stelle so’
lucente….

chi dice che le stelle sono lucenti
non conosce gli occhi che tu tieni in fronte
queste due stelle le conosco solo io…

La storia, o la leggenda, ci riporta che Salvatore Di Giacomo non era mai stato a Marechiaro; ma che si immaginò una finestrella con un vaso di garofani sul davanzale, e pensò che dietro quei vetri e quelle tendine bianche poteva benissimo starci una ragazza innamorata a dormire, mentre il suo spasimante stava a portarle la serenata; il tutto, chiaramente, sotto una luna piena che si specchiava nel breve tratto di mare sottostante.

Scétete Caruli’ ca ll’aria è doce,
quanno maie tanto tiempo aggio aspettato?
P’accunpagnà li suone cu la voce,
stasera la chitarra aggio purtata…
Scé Caruli’ ca ll’ari
a è doce!…

svegliati carolina, che l'aria è dolce
quado mai ho atteso tanto tempo
per accompagnare i suoni con la voce
stasera la chitarra l'ho portata…

Un'altra versione (riportata da Antonio Soccol, con il contributo di quel grande esperto di storia della canzone napoletana che è Antonio Raspaolo) racconta invece che il poeta scrisse di getto i primi versi della poesia - che poi il maestro Francesco Paolo Tosti avrebbe trasformato in canzone (e che canzone!) - trovandosi in una trattoria o un'osteria lassù, a Marechiaro, appunto, con degli amici.
L'aneddoto lo scrive lo stesso Di Giacomo, sul Corriere di Napoli, nell'anno 1894:

Facemmo una gita lungo tutto il golfo di Napoli, io ed alcuni amici, meta era l'Acquario di Via Caracciolo. Decidemmo là di fare un giro per il golfo a bordo di un vaporetto messo a disposizione dalla stazione Zoologica. Finimmo per trovarci a Marechiaro, e ci recammo a mangiare qualcosa in una osteria nei pressi del piccolo porticciolo.

l poeta vide la piccola finestra lassù, ci dipinse con i suoi versi un po' di luna, e forse (vide? non vide?) una ragazza che dava un po' d'acqua a un vaso di garofani.
Nacque la bellissima poesia, che non ha eguali nelle poesie napoletane.

Marechiaro

Quanno spónta la luna a Marechiaro,
pure li pisce nce fanno a ll'ammore...
Se revòtano ll'onne de lu mare:
pe' la priézza cágnano culore...
Quanno sponta la luna a Marechiaro.

A Marechiaro ce sta na fenesta:
la passiona mia ce tuzzuléa...
Nu garofano addora 'int'a na testa,
passa ll'acqua pe' sotto e murmuléa...

A Marechiaro ce sta na fenesta....

Chi dice ca li stelle só' lucente,
nun sape st'uocchie ca tu tiene 'nfronte!
Sti ddoje stelle li ssaccio i' sulamente:
dint'a lu core ne tengo li ppónte...

Chi dice ca li stelle só' lucente?

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce...
quanno maje tantu tiempo aggi'aspettato?!
P'accumpagná li suone cu la voce,
stasera na chitarra ag
gio purtato...

Scétate, Carulí', ca ll'aria è doce!..

marcello de santis

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Il piroscafo Andrea Sgarallino

10 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

Il piroscafo Andrea Sgarallino

L’Andrea Sgarallino era una nave passeggeri varata dal Cantiere Luigi Orlando di Livorno. Fin dal 1930, fece la spola fra Piombino e Portoferraio. Deve il suo nome al garibaldino livornese Andrea Sgarallino, eroe dei moti del 48.

Nel 43, durante la seconda guerra mondiale, fu requisito dalla Regia Marina, armato, dotato di livrea mimetica, e adibito a servizi militari.

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, venne di nuovo destinato a prestazioni civili, soprattutto con il compito di riportare a casa i militari smobilitati e favorire gli approvvigionamenti dell’isola. I tedeschi, che occuparono l’Elba il 18 settembre, però, gli fecero battere bandiera nazista.

Il 22 settembre, a una settimana di distanza dal rovinoso bombardamento che distrusse gli stabilimenti dell’Ilva, lo scalo e parte del centro storico di Portoferraio, l’Andrea Sgarallino fu colpito a morte.

Sono le 9,30, il piroscafo è ormai in vista della costa, in località Nisportino. Un sommergibile della marina britannica incrocia poco distante. Il capitano Herrik vede la bandiera nemica e la livrea militare e non ha dubbi: ordina l’immediato affondamento. Un paio di siluri colpiscono la nave e la spezzano in due tronconi.

Il piroscafo è avvolto dalle fiamme e da un fumo denso. Gli abitanti dell’Elba assistono impotenti, impietriti: a bordo ci sono i loro familiari, i soldati che stanno tornando a casa e che non riabbracceranno mai più. Il vento porta le urla dei disperati. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi perché si teme che il sommergibile sia ancora nelle vicinanze, pronto a colpire di nuovo. Poi le fiamme si spengono, la nave scompare sott’acqua. A decine i corpi vengono distesi sul molo e gli abitanti attoniti li rivoltano, per identificarli. Le donne portano lenzuola per coprire i cadaveri.

Il numero delle vittime non fu mai accertato con precisione ma si aggirò intorno alle trecento unità, sopravvissero solo quattro persone, quasi ogni famiglia elbana pianse un morto a bordo dello Sgarallino.

Il relitto oggi giace a 66 metri di profondità, al largo della costa. Nel 2003 è stato raggiunto da un gruppo di sub che ha deposto una targa commemorativa in ricordo delle vittime.

Esiste anche un canto popolare, di dubbia attribuzione: Il siluramento dell’Andrea Sgarallino che, nel ritornello, ricorda molto La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini.

Eran tutt’a bordo, eran ben stipati

Eran più di trecento e non son più tornati

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Lucio Battisti

9 Settembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #musica

Lucio Battisti

A 17 anni dalla morte le sue canzoni accompagnano ancora i nostri giorni... Lucio Battisti credo sia stato il cantautore più amato dalla mia generazione ed è a ragione considerato uno dei maggiori compositori e interpreti di sempre. In tutta la sua carriera ha venduto oltre 45 milioni di dischi. Innovatore, portò con la sua musica così diversa, col suo stile così unico, una ventata di freschezza nel mondo della musica leggera, personalizzando e innovando in ogni senso la forma della canzone tradizionale e melodica.

Era nato a Poggio Bustone in provincia di Rieti il 5 marzo 1943, figlio di una casalinga e di un impiegato all'ufficio imposte di consumo che si trasferì a Roma con tutta la famiglia intorno al 1950. Lucio è sempre stato molto geloso della sua privacy e le notizie circa la sua infanzia, e la sua vita privata in generale, sono davvero poche e per questo motivo circolano tante storie di cui non c'è vero riscontro, ma fanno ormai parte della sua leggenda. Alla rivista Sogno, in un'intervista in riferimento ai suoi ricordi, dichiarò:

"I capelli ricci li avevo anche da bambino e così lunghi che mi scambiavano per una bambina. Ero un ragazzino tranquillo, giocavo con niente, con una matita, con un pezzo di carta e sognavo. Le canzoni sono venute più avanti. Ho avuto un'infanzia normale, volevo fare il prete, servivo la messa quando avevo quattro, cinque anni. Poi però una volta, siccome parlavo in chiesa con un amico invece di seguire la funzione - io sono sempre stato un grosso chiacchierone - un prete ci ha dato uno schiaffo a testa. Magari dopo sono intervenuti altri elementi che mi hanno allontanato dalla chiesa, ma già con questo episodio avevo cambiato idea".

Fin da ragazzino amava suonare la chitarra e ne era innamorato tanto da manifestare il desiderio di diventare un cantante, cosa che non piacque al padre il quale, si racconta, alla notizia gli ruppe in testa proprio una chitarra. Questo non bastò a scoraggiarlo, dopo il diploma di perito industriale, ottenuto nel 1962, con l'aiuto della madre che nascostamente lo incoraggiava, Lucio, girando con amici per i locali romani, cantava canzoni sue o di altri, poi iniziò a guadagnare qualche piccola somma suonando e cantando con dei complessini, espressione musicale allora molto in voga tra i giovani, “I Mattatori” , “I Satiri” , ma quando ricevette la proposta di suonare come chitarrista nei “Capitani”, gruppo già più conosciuto, si recò con loro a Milano, dove restò praticamente per tutta la vita.

Testardo, coraggioso, tenace, perseguì il suo scopo fino a ottenere un'audizione da una casa discografica che gli fece incidere il suo primo disco “Per una lira”. Era il 1964 , l'anno successivo incontrò Giulio Rapetti , in arte Mogol, uno dei più grandi parolieri italiani, e nacque un sodalizio che durò oltre quindici anni, durante i quali insieme scrissero e musicarono alcune delle più belle e indimenticabili canzoni che hanno fatto la storia della musica leggera italiana.

I maggiori successi arrivarono senza dubbio intorno agli anni 70 e 80, quando Lucio interpretò “Emozioni” “Anche per te” e “La canzone del sole”, solo per citarne alcune. Il grande successo ottenuto non riuscì a cambiare il suo carattere schivo, quasi scorbutico, continuò a disertare televisioni, concerti e interviste, preferendo sempre la sua famiglia e la sua casa in campagna. Meticoloso, preciso, studiava e preparava i suoi dischi con grande impegno alla ricerca di un suono sempre più moderno e accattivante.

Lucio Battisti lasciò le scene molto presto e troppo presto lasciò anche questo mondo, il 9 settembre 1998 si spense con soltanto i suoi famigliari accanto dopo una malattia che, nel suo stile, aveva saputo tenere assolutamente segreta. La notizia colpì l'Italia come una frustata, suscitando clamore, commozione, tristezza infinita nell'animo di tutto il paese, che negli anni aveva canticchiato le sue canzoni e non aveva smesso mai di amarlo.

Con i titoli delle sue canzoni, che ancora oggi sono cantate e conosciute da tutti, ho molto immodestamente composto il brano che segue:

Oggi “mi ritorni in mente” e sul foglio si rincorrono “pensieri e parole”, che si nutrono “nel cuore e nell’anima”, tu chiamale se vuoi “emozioni”. Sono qui seduta, “una poltrona un bicchiere di cognac”, mentre vedo sorgere “la luce dell’est” e, “sognando e risognando”, ti rivedo sorridente venirmi incontro e dirmi “balla Linda”. Io risposi “No mio Dio no”, non sarò una delle tue “dieci ragazze”, poi, tremante, “io vorrei non vorrei ma se vuoi”, e, quando tu mi abbracciasti dicendo non sarà “un’avventura”, mi lasciai guidare nei “giardini di marzo”, dove sbocciavano “fiori rosa, fiori di pesco” . Corremmo insieme verso “innocenti evasioni” e fu “ il fuoco”, “vento nel vento”, e, nella passione, mi sentii una regina “comunque bella”. Per noi “il nostro caro angelo” cantò “la canzone della terra”, ah “questo amore”, mi sussurravi, “amore mio di provincia”, e, mano nella mano, mi portasti “al cinema”, poi mi salutasti “arrivederci a questa sera”, l’appuntamento era alle “7e40”, e vidi il tuo “monolocale” dove “amarsi un po’” “soli” fu “questione di cellule”, e vissi un sogno. Eri bello, giovane, eri “acqua azzurra, acqua chiara”, ridevi, gridavi “sì viaggiare”, mentre mi stringevi a te. Poi venne quel brutto “29 settembre” mi dicesti “ho un anno di più” e voglio “Anna”. Non restai un attimo a sentire il cuore spezzarsi “neanche un minuto (di non amore)” avrei sopportato . “Respirando” forte, ti dissi “Io vivrò senza te” , ma ebbi solo “il tempo di morire” sulla nostra “collina dei ciliegi “. Dimenticai poi “il mio canto brasileiro “ che mi aveva fatto volare. Con “un uomo in più” provai a vivere “il mio canto libero” da te e dimenticai “le allettanti promesse” che ci eravamo scambiati. “Prendila così”, pensai, e non volli incontrarti più: non sarei mai stata per te “una donna per amico” Ma oggi è “una giornata uggiosa” ed eccoti “ancora tu” a portare “confusione” tra i miei ricordi e non posso farne a meno, rivado con la mente a quei giorni, quando il cielo per noi cantava “la canzone del sole “ e ancora una volta ….”penso a te”. (Franca Poli)

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Francesco Domenico Guerrazzi

8 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Francesco Domenico Guerrazzi

Avere in casa un libro di Francesco Domenico Guerrazzi (1804- 1873) voleva dire essere arrestati. Eppure, i suoi romanzi, animati da tensione patriottica risorgimentale e da spirito pessimistico, conobbero un enorme successo di popolo.

Il Guerrazzi venne alla luce nel 1804, nella vecchia Livorno, mentre in città dilagava l’epidemia di febbre gialla; la sua nascita non fu ben accolta dai genitori e questo lo immalinconì per tutta la vita, contribuendo a forgiare il suo carattere triste, solitario, vendicativo, attaccabrighe. Studiò presso i Barnabiti ma non amò la scuola, considerandola tetra, litigò col padre e fuggì da casa. Fu coinvolto in risse con gli ebrei ed espulso dall’università

Per tutta la sua esistenza fece avanti e indietro dal carcere, sempre per motivi politici, subì processi, condanne e il confino. Fervente mazziniano affiliato alla Giovane Italia e ardente repubblicano, ebbe gran parte nei moti del 48, diventando persino dittatore per quindici giorni, durante la rivoluzione toscana. Fu incarcerato nel Forte della Stella insieme a Carlo Bini, con cui aveva fondato l’Indicatore Livornese, poi soppresso dal regime.

Teorico della rivoluzione, ma anche piuttosto realista in politica, vide sempre disattese le sue aspirazioni, sviluppando una crescente amarezza e disillusione. Solo l’educazione dei nipoti lo distolse, in parte, dal suo impegno.

Oltre che alla politica attiva, si dedicò anche alla scrittura, intesa sempre come veicolo d’idee risorgimentali e civili. Conobbe Byron e la sua poetica, soprattutto quella degli inizi, ne fu influenzata.

I suoi testi più famosi sono “L’Assedio di Firenze”, “La Beatrice Cenci” e “La Battaglia di Benevento”, si può dire che con lui nacque il romanzo storico risorgimentale.

“Nella sua fantasia esuberante e violenta”, spiega il Cappuccio, “nel suo gusto del truce, del macabro, dell’orrendo, nei modi stessi dell’espressione convulsa ed enfatica, si rispecchiano, più forse che in nessuno degli altri scrittori italiani dell’Ottocento, certi aspetti estremi del romanticismo europeo, da Byron a Victor Hugo”.

Ciò non toglie che i suoi romanzi andavano a ruba nonostante il prezzo elevatissimo. Passavano di mano in mano, e piacevano per gli ideali ma anche per il sensazionalismo, a onta di quella che il Sapegno definisce “turgida oratoria tribunizia”. Anche Carducci fu un ammiratore del Guerrazzi, che difese la tradizione linguistica italiana, fu di orientamento classicista e non disdegnò nemmeno tratti umoristici. Il successo si attenuò nella seconda metà dell’ottocento, con l’affermarsi del positivismo.

Guerrazzi visse gli ultimi anni alla “Cinquantina”, una fattoria presso Cecina, dove si prese cura dei nipoti fino alla sua morte, avvenuta nel 1873.

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Il Titanic

7 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Il Titanic



Quella immensa tragedia della nave passeggeri il cui nome era Titanic, nel corso degli anni - e ancora oggi ciò avviene - è stata narrata in tantissimi libri, documentari, film di successo, e altro.
La compagnia Olimpic Class aveva progettato tre grandi navi transoceaniche, tutt'e tre uguali, navi gemelle dunque; le altre due portavano il nome di Olympice Britannic; la terza, ma la seconda in costruzione, era appunto ilTitanic.
Le tre navi dovevano assicurare traversate settimanali tra l'Inghilterra e le Americhe, così da dare il monopolio sui mari alla propria compagnia di bandiera.
Per le sue caratteristiche estetiche ed interne, per le sue comodità e il suo lusso, il Titanic era il migliore transatlantico al mondo in senso assoluto, una meraviglia che di simile non se ne erano mai viste.
Rifare brevemente la storia è d'uopo, per ricordare quell'infausto avvenimento.
Mancavano venti minuti alla mezzanotte della sera del 14 aprile del 1912, quando il transatlantico - che era salpato da Southampton diretto a New York, e che affrontava il suo viaggio inaugurale - andò a cozzare contro un iceberg di proporzioni enormi.
Quando ci si accorse di quella smisurata parete di ghiaccio che si avvicinava pericolosamente era ormai troppo tardi, perché quella montagna trasparente aveva già toccato la fiancata destra della nave causando diverse falle, che ne provocarono un lento, inesorabile affondamento, non prima di aver prodotto la spaccatura dello scafo in due tronconi.
La tragedia durò a lungo: quasi tre ore di terrore tra i più di duemila passeggeri, compreso l'equipaggio ( circa 800 persone).Ci furono poco più di 1500 morti.
Per costruire la nave erano occorsi più di due anni (1909 -1911), per un costo complessivo di sette milioni di dollari, corrispondenti a circa 500 milioni di oggi.
Era una nave per ricchi, per benestanti, per gente che poteva permettersi un esborso per il costo del biglietto che era di poco superiore ai 3.000 dollari - circa 70.000 dollari di oggi.
Chiaramente parliamo del costo della prenotazione di un passaggio nella classe migliore, la prima, perché la terza classe si poteva affrontare per soli 32 dollari (oggi: 700).
Lo sfarzo a bordo era inusitato, saloni, sale, salette per giocatori di carte, per fumatori, per l'orchestra, per ballare, per la scrittura; e inoltre varie sale reception, ristoranti, caffè, bar.
E gli stili non si contavano. Si andava dal Luigi XVI al Versailles, dal Georgiano al Seicento inglese, dal Rinascimento Italiano all'Olandese moderno e Antico.
Insomma, un piacere per la vista e per i gusti dei passeggeri; e poi ascensori tra i vari ponti, finestre e finestroni, cupole di vetro a cielo aperto, vetrate colorate, rifiniture in mogano e in madreperle, porte girevoli, piante e fiori di tutti i tipi; per non parlare della cucina che poteva servire qualsiasi tipo di pietanza.
E poi gli appartamenti: suites presidential, suites royal, e appartamenti di minore consistenza ma pur sempre elegantissimi per i più ricchi e per la borghesia più agiata; fino a semplici cabine, per scendere a quelle più alla portata di tutti.
Una suite era press'a poco costituita così: una spaziosa anticamera, tre camere da letto, di cui una matrimoniale e due singole, due o tre bagni privati, due guardaroba e un ponte privato per poter fare, volendo, le passeggiate.
Il transatlantico andava a vapore, bruciando, nelle cinque grossissime caldaie, circa 600 tonnellate di carbone per ogni giorno di navigazione. Il fumo che generavano usciva da tre delle quattro grosse ciminiere di cui era dotata, poste di traverso sulla parte più alta del ponte superiore; ciminiere che, esteticamente, donavano alla nave un fascino particolare.
Il tutto mostrava una forma imponente e caratteristica, che faceva della nave una regina dei mari.
Non era velocissimo, ma raggiungeva pur sempre 23 nodi all'ora (una quarantina di chilometri circa), che non era niente male davvero.
Per quel viaggio inaugurale la compagnia non aveva fatto il pienone, la nave aveva una capacità di 3.500 passeggeri, ma per quel primo viaggio, come abbiamo detto, di passeggeri - escluso equipaggio - ne portava circa 1200-1300.
Ascensori (tre), piscina coperta (su uno dei ponti, ed era la prima nave dotata di una piscina coperta), camere sfarzosamente arredate (prima classe); pensate: ogni alloggio aveva camera da letto, salotto, soggiorno, sala di lettura, ambiente per fumatori.
E ognuno dei trentaquattro alloggi privati era arredato in maniera diversa dall'altro; inoltre bagno turco, palestra, saloni ristorante (persino quello di terza classe aveva un pianoforte).
Era una cosa impensabile per quei tempi; le maestranze che avevano lavorato al progetto, e la pubblicità, la consideravano una nave inaffondabile; anche perché dotata di un sistema-radio il più moderno e potente che si sia mai stata installato a bordo di un transatlantico; e di tanti altri sofisticati congegni di sicurezza che le altre navi, e in particolare quelle della più grande compagnia inglese concorrente, si potevano solo sognare.
La sicurezza assicurata era la più grande attrazione per gli amanti dei viaggi per mare: tra le altre cose contava su un sistema di scialuppe incredibile. Ogni gru a bordo poteva sostenere e calare in acqua ben 32 scialuppe in contemporanea; inoltre lo scafo era suddiviso in moltissimi compartimenti stagni (circa una ventina) sì da assicurare il galleggiamento in caso di sfondamento di uno o due e anche tre di essi (peccato che questi stessero solo su una metà dello scafo).
Attraversata la Manica, il transatlantico fece scalo a Cherbourg in Francia, poi da lì salpò le ancore diretto in Irlanda per imbarcare emigranti locali che andarono a occupare le cabine della terza classe.
Dopo quattro giorni dalla partenza, si verificò la tragedia.
Il comandante fu avvisato più volte di banchi di ghiaccio in avvicinamento, - la prima volta questi erano stati avvistati a circa 400 chilometri dal Titanic; ma ritenne di dover modificare la rotta solo di poco, e seguire in tutta sicurezza, pensava, quel corridoio consigliato per le navi di linea.
Mantenne però la velocità, senza ridurla - come consigliato in casi di questo genere - per arrivare a New York con un giorno di anticipo sul tempo previsto.
Del resto erano circa le ore 13.00 e la visibilità era ottima.
E forse fu una delle concause che generarono l'impatto con l'iceberg.
Alle nove di sera la temperatura scese a un grado centigrado.
Il mare era calmo, e questo abbassamento di temperatura confermò ai marconisti che il transatlantico si stava avvicinando ai banchi di ghiaccio, segnalati più volte anche da altre imbarcazioni nel corso della giornata.
Una nave che incrociò il Titanic - erano le 22,30 - mise questo in allarme, segnalò infatti che essa era appena uscita da una banchisa di ghiaccio, e confermò che intorno c'erano iceberg.
Il mare continuava ad essere piatto, e ciò non annunciava pericoli (in genere si scorgevano da onde e ondette).
Un altro messaggio di pericolo di presenza di iceberg sulla rotta del Titanic giunse alle 11.00, ma il marconista non lo recapitò.
L'impatto sfondò ben cinque dei settori stagno del transatlantico, e la tragedia fu irreparabile. Quando l'iceberg sbatté contro la fiancata destra della nave, lo abbiamo già detto, la spezzò in due parti, una metà di circa 120 metri e l'altra di 150, provocando panico e - più tardi - molte morti.
Si raccontano storie sul Titanic; una di queste era la sensazione che il comandante in seconda assegnato al Titanic - su richiesta del capitano Edward Smith -, il vice comandante Henry Wlide, ebbe ad esprimere prima di imbarcarsi: "Ho uno strano sentore; me lo dà questo transatlantico; non mi piace...
Altra storia
Un commerciante, J. Connon Middleton di Londra, che aveva prenotato una cabina sul transatlantico, attirato dalla grande pubblicità che si faceva per quel viaggio inaugurale, ebbe in sogno la visione nitida e spaventosa della catastrofe che sarebbe avvenuta, e per questo decise di rinunciare al viaggio, salvandosi. Lo stesso Middleton raccontò di aver fatto lo stesso sogno per due notti di seguito, in tutt'e due vedeva chiaramente che il Titanic affondava in mare aperto; e la nave che colava a picco; e intorno ad essa centinaia di persone che si dibattevano sulla nave stessa inclinata, in mare, alcune sulle scialuppe, altre in acqua, che tentavano disperatamente di salvarsi dal naufragio.
A questo proposito si narra che moltissimi altri casi di precognizione siano stati registrati.

marcello de santis

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Il collegio dei Barnabiti

6 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #luoghi da conoscere

Il collegio dei Barnabiti

I chierici regolari di San Paolo sono detti Barnabiti e pospongono al loro nome la lettera B. Quello dei Barnabiti è uno degli ordini regolari più antichi, il cui nome deriva dalla casa madre, presso la chiesa di San Barnaba a Milano. Sottostanno a voti di carità, di ubbidienza, di castità, e al giuramento di non ricoprire cariche di nessun genere.

Risale al XVII secolo la presenza a Livorno dell'ordine. Durante la peste del seicento, si distinsero come soccorritori e fu loro concessa come ricompensa la possibilità di costruire la chiesa di San Sebastiano, protettore, appunto, degli appestati.

Nel 1779 divennero custodi della Biblioteca comunale di San Sebastiano, ma la loro funzione precipua fu di educatori. Il loro collegio istruì la migliore gioventù labronica, non tutta, però, solo quella appartenente alle famiglie più facoltose, com'è ancora nello spirito dei collegi Barnabiti d'Italia.

Nell'ottocento, la loro scuola, considerata da molti giovani tetra e oppressiva, formò, e mise in contatto fra loro, molte di quelle che sarebbero poi diventate le personalità di spicco della cultura risorgimentale labronica, da Carlo Bini a Francesco Domenico Guerrazzi.

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Lucia

5 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

 Lucia


Quando agli inizi nacque il complesso Lucia non c'era. E non c'era nemmeno quello che poi diverrà suo marito, Virgilio Savona, la mente eccelsa del gruppo, di quella formazione musicale che stette sull'onda del successo per tutti gli anni cinquanta sessanta e settanta.
Il primo complesso si chiamava Quartetto Egie, ma ebbe breve durata, ché cambiò presto nome, per assumere solo più tardi quello definitivo di Quartetto Cetra, prendendo il nome della casa discografica che li sponsorizzava; c'era soloTata (Giovanni) Giacobetti, che deve considerarsi quindi il primo socio fondatore, romano de Roma; e con lui un altro romano, quell'Enrico De Angelis che lasciò il posto, preso - era l'anno 1947 -da Lucia Mannucci, la dolce Cia tanto amata dai suoi compagni di lavoro.
A Giacobetti e De Angelis si aggiunsero quasi subito il siciliano Virginio Savona e un altro laziale, nato a Fondi, una cittadina in provincia di Latina, il pelato Felice Chiusano.

Lucia era nata a Bologna, nel 1920, e quindi era giovane - e graziosa -, con una voce calda e bene impostata; aveva 27 anni (nel 1944 sposò Virgilio Savona), e nel complesso venne a lavorare accanto a compagni eccezionali: Tata, che di anni ne aveva 25, Virgilio, suo coetaneo, Felice anche lui venticinquenne.

Da Bologna si era portata a Milano per sottoporsi a una audizione della Rai, che allora ancora si chiamava EIAR, aveva appena 21 anni, e passò l'esame. Assunta, stette a disposizione delle orchestre proprie della radio, come cantante solista. E in questa veste fece diversi spettacoli in giro per l'Italia, esibendosi col maestro Gorni Kramer, e insieme a compagni già affermati, come ad esempio il grande Natalino Otto.
Lucia conobbe Virgilio, si innamorarono - e innamorati lo furono per tutta la vita, un amore che durò ben sessantacinque anni - prima ancora che ella entrasse nel Quartetto; bisognò aspettare tre anni, e ciò poté avvenire allorché De Angelis, per mettersi a fare l'imprenditore, abbandonò il gruppo.
Visse - sola - fino dalla morte del suo amato Virgilio, (gli altri compagni di avventura e di vita li avevano lasciati andandosene uno alla volta, e da allora Virgilio e Cia non avevano più calcato i palcoscenici e frequentato gli studi radio-televisivi.)
Lucia aveva vissuto una vita stupenda, facendo il mestiere che amava più di ogni altra cosa, vicina ad amici e compagni eccezionali per bontà, per simpatia, per altruismo; aveva raggiunto la bella età di novantadue anni.
Ritiratasi dalle scene, essendo rimasta sola, dopo la dipartita di suo marito, pure se con la sua voce dolcissima da solista, come solista appariva talvolta nelle interpretazioni del complesso, poteva benissimo continuare a conquistare successi e applausi; del resto era amatissima dal pubblico radiofonico televisivo e teatrale.
Non starò qui a elencare le più belle canzoni del loro repertorio, porte al pubblico con garbo sempre, con ironia talvolta, e quindi anche di Lucia, in alcune delle quali era una sofisticata e bravissima solista, ché sarebbe inutile e tedioso. Ma le mamme di oggi ai loro bambini comprano ancora i cd che contengono anche la canzone nella vecchia fattoria, dove la voce della cantante era contornata dal coro, sempre sommesso eppure essenziale, dei suoi compagni di volo.
E quando i miei nipotini inseriscono talvolta il cd della canzoni per bambini nel mio apparecchio, mi girano intorno cantando insieme a Lucia Mannucci nella vecchia fattoria.. ia.. ia... aaaaaaaaa... eppoi tutti insieme

c'era il gatto... miao miao
c'era il cane... bau bau
nella vecchia fattoria i
a.. ia.. aaaaaa...

Come ho avuto modo di dire, era una dolce signora, sorridente, briosa, musicalmente preparatissima e sempre disponibile.
Era un complesso, Il Quartetto, ben amalgamato, con voci così compatibili e affiatate che la canzone che eseguivano sembrava quasi cantata da una sola voce; sulla quale emergeva - a dare un senso di grazia e di armonia - quella di Lucia. Furono sempre uniti, per più di quarant'anni.
Quante, quante canzoni non abbiamo cantato insieme a loro! La gran parte era anche opera loro, infatti erano state scritte da Virgilio Savona e da Tata Giacobetti; canzoncine allegre, eseguite con un fare sempre elegante.
Lucia spiccava tra quei tre mattacchioni come una vera dama, faceva, quando toccava a lei, un leggero passo avanti e - talvolta - mentre cantava sceneggiava la storia che essi raccontavano volando sulle note musicali, e dolcemente accennava brevi mosse come di danza. Oppure recitava, immedesimandosi in scene d'altri tempi, come quando narrava di quella storia nata in un vecchio palco della scala, scritta per loro da Pietro Garinei, Sandro Giovannini e musicata da quel grande fisarmonicista e direttore d'orchestra che fu il maestro Gorni Kramer.

In un vecchio palco della Scala,
nel gennaio del novantatre,
spettacolo di gala,
signore in decoltée,
discese da un romantico coupée.

Quanta e quanta gente nella sala,
c'e tutta Milano in gran soiree
per ascoltar Tamagno,
la Bellincion
i, Stagno,
in un vecchio palco della Scala

Dopo che Tata Giacobetti, nel 1988, li lasciò soli e sconsolati, Lucia, Virgilio e Felice capirono che non era il caso di continuare, come qualche altro complesso ha fatto sostituendo l'elemento perso per strada, o con un numero ridotto di persone. Decisero di chiudere un'avventura musicale che ha dell'incredibile. Lo dichiararò la stessa Lucia, quando per l'ennesima volta un impresario chiese ai due coniugi della canzone di tornare sulle scene. Si era intorno all'anno duemila, e Lucia disse: abbiamo chiuso, carissimo (aveva conosciuto tutti i più grandi impresari di spettacolo, e adesso conosceva quelli della sua età ancora viventi, e i nuovi), cerca di capire... non c'è più Tata... non c'è più Felice... e noi due poverini, che possiamo ancora dare...
Passava il suo tempo, ora che era rimasta sola, orfana anche di Virgilio, davanti alla televisione: solo buoni film, magari quelli di una volta, i classici, per intenderci, e basta; del resto aveva una cattiva opinione dei cosiddetti varietà, lei che ne aveva recitati e cantati tanti insieme ai suoi compagni di lavoro; quelli di oggi non potevano stare al passo con quelli del loro tempo...
A Sanremo una volta parteciparono con quella stupenda canzone che presentarono insieme con la loro amica Vittoria Mongardi, canzone scritta da quel grande autore della musica leggera italiana che rispondeva al nome di Mario Panseri; che ha al suo attivo una cinquantina di grandi grandissimi successi (grazie dei fior, io tu e le rose, nessuno mi può giudicare, casetta in canadà, papaveri e papere, come prima).
Era l'anno 1954, la canzone raccontava la storia della bella gigogin, che morì annegata; per il dolore si uccise anche il fidanzato. Faceva così, forse la ricorderete, almeno la ricorderanno quelli della mia età:

Nelle sere fredde e scure
presso il fuoco del camino,
quante storie, quante fiabe
raccontava il mio nonnino.

La più bella ch'io ricordo
è la storia di un amore,
di un amore appassionato
che felice non finì.

Ed il cuore di un poeta
a tal punto intenerì
che la storia di quei tempi
mise in musica così:

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Passeggiando per la via
le cantava "Mio dolce amor,
Gigogin speranza mia
coi tuoi baci mi rubi il cuor."

(Parlato)
E la storia continua:
Lui fu mandato soldatino in Piemonte
ed ogni mattina le inviava un fiore
sull'acqua di una roggia
che passava per Milano.
Finché un giorno:

Lui, saputo che il ritorno
finalmente era vicino,
sopra l'acqua un fior d'arancio
depone
va un bel mattino.

Lei, vedendo e indovinando
la ragione di quel fiore,
per raccoglierlo si spinse
tanto tanto che cascò.

Sopra l'acqua, con quel fiore,
verso il mare se ne andò,
e anche lui, per il dolore,
dal Piemonte non to
rnò.

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Lei lo attese nella via
fra le stelle stringendo un fior
e in un sogno d
i poesia
si trovarono uniti ancor.

Ho voluto riportarlo per intero il testo della canzone, perché, grazie all'interpretazione di Lucia Mannucci e dei suoi compagni del Quartetto Cetra, la storia disgraziata di questi due innamorati divenne un piccolo grande capolavoro; la canzone conquistò l'animo di tutti gli ascoltatori della radio e i telespettatori, ogni volta che il gruppo si presentava sulla scena interpreti o ospiti di programmi televisivi.

I due coniugi Lucia e Virginio - ma questa è solo una notizia di cronaca - alla rispettabile età di ottantasette anni, incisero il loro ultimo disco dal titolo Capricci.
.

marcello de santis

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