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Il collegio dei Barnabiti

6 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #luoghi da conoscere

Il collegio dei Barnabiti

I chierici regolari di San Paolo sono detti Barnabiti e pospongono al loro nome la lettera B. Quello dei Barnabiti è uno degli ordini regolari più antichi, il cui nome deriva dalla casa madre, presso la chiesa di San Barnaba a Milano. Sottostanno a voti di carità, di ubbidienza, di castità, e al giuramento di non ricoprire cariche di nessun genere.

Risale al XVII secolo la presenza a Livorno dell'ordine. Durante la peste del seicento, si distinsero come soccorritori e fu loro concessa come ricompensa la possibilità di costruire la chiesa di San Sebastiano, protettore, appunto, degli appestati.

Nel 1779 divennero custodi della Biblioteca comunale di San Sebastiano, ma la loro funzione precipua fu di educatori. Il loro collegio istruì la migliore gioventù labronica, non tutta, però, solo quella appartenente alle famiglie più facoltose, com'è ancora nello spirito dei collegi Barnabiti d'Italia.

Nell'ottocento, la loro scuola, considerata da molti giovani tetra e oppressiva, formò, e mise in contatto fra loro, molte di quelle che sarebbero poi diventate le personalità di spicco della cultura risorgimentale labronica, da Carlo Bini a Francesco Domenico Guerrazzi.

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Lucia

5 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

 Lucia


Quando agli inizi nacque il complesso Lucia non c'era. E non c'era nemmeno quello che poi diverrà suo marito, Virgilio Savona, la mente eccelsa del gruppo, di quella formazione musicale che stette sull'onda del successo per tutti gli anni cinquanta sessanta e settanta.
Il primo complesso si chiamava Quartetto Egie, ma ebbe breve durata, ché cambiò presto nome, per assumere solo più tardi quello definitivo di Quartetto Cetra, prendendo il nome della casa discografica che li sponsorizzava; c'era soloTata (Giovanni) Giacobetti, che deve considerarsi quindi il primo socio fondatore, romano de Roma; e con lui un altro romano, quell'Enrico De Angelis che lasciò il posto, preso - era l'anno 1947 -da Lucia Mannucci, la dolce Cia tanto amata dai suoi compagni di lavoro.
A Giacobetti e De Angelis si aggiunsero quasi subito il siciliano Virginio Savona e un altro laziale, nato a Fondi, una cittadina in provincia di Latina, il pelato Felice Chiusano.

Lucia era nata a Bologna, nel 1920, e quindi era giovane - e graziosa -, con una voce calda e bene impostata; aveva 27 anni (nel 1944 sposò Virgilio Savona), e nel complesso venne a lavorare accanto a compagni eccezionali: Tata, che di anni ne aveva 25, Virgilio, suo coetaneo, Felice anche lui venticinquenne.

Da Bologna si era portata a Milano per sottoporsi a una audizione della Rai, che allora ancora si chiamava EIAR, aveva appena 21 anni, e passò l'esame. Assunta, stette a disposizione delle orchestre proprie della radio, come cantante solista. E in questa veste fece diversi spettacoli in giro per l'Italia, esibendosi col maestro Gorni Kramer, e insieme a compagni già affermati, come ad esempio il grande Natalino Otto.
Lucia conobbe Virgilio, si innamorarono - e innamorati lo furono per tutta la vita, un amore che durò ben sessantacinque anni - prima ancora che ella entrasse nel Quartetto; bisognò aspettare tre anni, e ciò poté avvenire allorché De Angelis, per mettersi a fare l'imprenditore, abbandonò il gruppo.
Visse - sola - fino dalla morte del suo amato Virgilio, (gli altri compagni di avventura e di vita li avevano lasciati andandosene uno alla volta, e da allora Virgilio e Cia non avevano più calcato i palcoscenici e frequentato gli studi radio-televisivi.)
Lucia aveva vissuto una vita stupenda, facendo il mestiere che amava più di ogni altra cosa, vicina ad amici e compagni eccezionali per bontà, per simpatia, per altruismo; aveva raggiunto la bella età di novantadue anni.
Ritiratasi dalle scene, essendo rimasta sola, dopo la dipartita di suo marito, pure se con la sua voce dolcissima da solista, come solista appariva talvolta nelle interpretazioni del complesso, poteva benissimo continuare a conquistare successi e applausi; del resto era amatissima dal pubblico radiofonico televisivo e teatrale.
Non starò qui a elencare le più belle canzoni del loro repertorio, porte al pubblico con garbo sempre, con ironia talvolta, e quindi anche di Lucia, in alcune delle quali era una sofisticata e bravissima solista, ché sarebbe inutile e tedioso. Ma le mamme di oggi ai loro bambini comprano ancora i cd che contengono anche la canzone nella vecchia fattoria, dove la voce della cantante era contornata dal coro, sempre sommesso eppure essenziale, dei suoi compagni di volo.
E quando i miei nipotini inseriscono talvolta il cd della canzoni per bambini nel mio apparecchio, mi girano intorno cantando insieme a Lucia Mannucci nella vecchia fattoria.. ia.. ia... aaaaaaaaa... eppoi tutti insieme

c'era il gatto... miao miao
c'era il cane... bau bau
nella vecchia fattoria i
a.. ia.. aaaaaa...

Come ho avuto modo di dire, era una dolce signora, sorridente, briosa, musicalmente preparatissima e sempre disponibile.
Era un complesso, Il Quartetto, ben amalgamato, con voci così compatibili e affiatate che la canzone che eseguivano sembrava quasi cantata da una sola voce; sulla quale emergeva - a dare un senso di grazia e di armonia - quella di Lucia. Furono sempre uniti, per più di quarant'anni.
Quante, quante canzoni non abbiamo cantato insieme a loro! La gran parte era anche opera loro, infatti erano state scritte da Virgilio Savona e da Tata Giacobetti; canzoncine allegre, eseguite con un fare sempre elegante.
Lucia spiccava tra quei tre mattacchioni come una vera dama, faceva, quando toccava a lei, un leggero passo avanti e - talvolta - mentre cantava sceneggiava la storia che essi raccontavano volando sulle note musicali, e dolcemente accennava brevi mosse come di danza. Oppure recitava, immedesimandosi in scene d'altri tempi, come quando narrava di quella storia nata in un vecchio palco della scala, scritta per loro da Pietro Garinei, Sandro Giovannini e musicata da quel grande fisarmonicista e direttore d'orchestra che fu il maestro Gorni Kramer.

In un vecchio palco della Scala,
nel gennaio del novantatre,
spettacolo di gala,
signore in decoltée,
discese da un romantico coupée.

Quanta e quanta gente nella sala,
c'e tutta Milano in gran soiree
per ascoltar Tamagno,
la Bellincion
i, Stagno,
in un vecchio palco della Scala

Dopo che Tata Giacobetti, nel 1988, li lasciò soli e sconsolati, Lucia, Virgilio e Felice capirono che non era il caso di continuare, come qualche altro complesso ha fatto sostituendo l'elemento perso per strada, o con un numero ridotto di persone. Decisero di chiudere un'avventura musicale che ha dell'incredibile. Lo dichiararò la stessa Lucia, quando per l'ennesima volta un impresario chiese ai due coniugi della canzone di tornare sulle scene. Si era intorno all'anno duemila, e Lucia disse: abbiamo chiuso, carissimo (aveva conosciuto tutti i più grandi impresari di spettacolo, e adesso conosceva quelli della sua età ancora viventi, e i nuovi), cerca di capire... non c'è più Tata... non c'è più Felice... e noi due poverini, che possiamo ancora dare...
Passava il suo tempo, ora che era rimasta sola, orfana anche di Virgilio, davanti alla televisione: solo buoni film, magari quelli di una volta, i classici, per intenderci, e basta; del resto aveva una cattiva opinione dei cosiddetti varietà, lei che ne aveva recitati e cantati tanti insieme ai suoi compagni di lavoro; quelli di oggi non potevano stare al passo con quelli del loro tempo...
A Sanremo una volta parteciparono con quella stupenda canzone che presentarono insieme con la loro amica Vittoria Mongardi, canzone scritta da quel grande autore della musica leggera italiana che rispondeva al nome di Mario Panseri; che ha al suo attivo una cinquantina di grandi grandissimi successi (grazie dei fior, io tu e le rose, nessuno mi può giudicare, casetta in canadà, papaveri e papere, come prima).
Era l'anno 1954, la canzone raccontava la storia della bella gigogin, che morì annegata; per il dolore si uccise anche il fidanzato. Faceva così, forse la ricorderete, almeno la ricorderanno quelli della mia età:

Nelle sere fredde e scure
presso il fuoco del camino,
quante storie, quante fiabe
raccontava il mio nonnino.

La più bella ch'io ricordo
è la storia di un amore,
di un amore appassionato
che felice non finì.

Ed il cuore di un poeta
a tal punto intenerì
che la storia di quei tempi
mise in musica così:

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Passeggiando per la via
le cantava "Mio dolce amor,
Gigogin speranza mia
coi tuoi baci mi rubi il cuor."

(Parlato)
E la storia continua:
Lui fu mandato soldatino in Piemonte
ed ogni mattina le inviava un fiore
sull'acqua di una roggia
che passava per Milano.
Finché un giorno:

Lui, saputo che il ritorno
finalmente era vicino,
sopra l'acqua un fior d'arancio
depone
va un bel mattino.

Lei, vedendo e indovinando
la ragione di quel fiore,
per raccoglierlo si spinse
tanto tanto che cascò.

Sopra l'acqua, con quel fiore,
verso il mare se ne andò,
e anche lui, per il dolore,
dal Piemonte non to
rnò.

Aveva un bavero color zafferano
e la marsina color ciclamino,
veniva a piedi da Lodi a Milano
per incontrare la bella Gigogin.

Lei lo attese nella via
fra le stelle stringendo un fior
e in un sogno d
i poesia
si trovarono uniti ancor.

Ho voluto riportarlo per intero il testo della canzone, perché, grazie all'interpretazione di Lucia Mannucci e dei suoi compagni del Quartetto Cetra, la storia disgraziata di questi due innamorati divenne un piccolo grande capolavoro; la canzone conquistò l'animo di tutti gli ascoltatori della radio e i telespettatori, ogni volta che il gruppo si presentava sulla scena interpreti o ospiti di programmi televisivi.

I due coniugi Lucia e Virginio - ma questa è solo una notizia di cronaca - alla rispettabile età di ottantasette anni, incisero il loro ultimo disco dal titolo Capricci.
.

marcello de santis

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Foscolo a Livorno

4 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Foscolo a Livorno

È opinione accreditata, ci dice lo storico Pietro Vigo, che Ugo Foscolo (1778- 1827) abbia soggiornato nei pressi di Montenero nella villa detta del Buffone, un edificio di origine medicea che sorge sulla strada che da Ardenza porta a Montenero e che appartenne ai principi armeni Mirman Aructium. Si reputa che il Foscolo vi soggiornasse nel 1813, benché Vigo affermi che:

Non sapremmo per altro dir con sicurezza in qual mese ed anno il Cantor dei sepolcri abbia dimorato sulle nostre colline, ma dal bellissimo saggio sui poemi narrativi o romanzeschi italiani scritti dal Foscolo in inglese e poi tradotto, attingiamo con certezza che il Foscolo è stato a Livorno e nei suoi dintorni. Si legge infatti sul finire di quello scritto. «E non sono molti anni che noi trovammo presso Livorno una brigata di galeotti i quali tornavano sul far della notte dai loro lavori e incatenati due a due, mentre passavano lenti lungo la spiaggia cantavano le litanie con malinconica devozione, ripetendo quei versi dei quali il Tasso vestì la preghiera dei crociati che si preparano alla battaglia.”

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero” in www.infolio.it

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Ardengo Soffici

3 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #pittura

Ardengo Soffici



ARDENGO SOFFICI (1879-1964), fiorentino di Rignano sull'Arno, ad un certo punto della sua vita, come moltissimi altri giovani fiorentini dell'epoca, venne affascinato dalla figura carismatica di quell'istrione che rispondeva al nome di Filippo Tommaso Marinetti, il quale giunse in Italia dalla vicina Francia, con in tasca il suo Manifesto del Movimento Futurista, che, nel 1909, aveva pubblicato oltralpe, e che, di lì a poco, avrebbe abbacinato le menti e i cuori di tanti artisti italiani prima ed europei dopo.

Quando il buon Filippo cominciò la sua avventura in Italia, Ardengo, già pittore di buon nome, aveva poco più di trent'anni. Ma fu folgorato, come tanti altri, anche lui. E divenne un futurista, ma, come si definiva lui: un futurista oltre il futurismo.
Ardengo Soffici fu un pittore di vaglia e un valido scrittore, nonché critico apprezzato.
Il periodo che lo vide rivoluzionario durò lo spazio di un mattino, ché presto "tornò all'ordine" come amava dire, cioè a quella pittura personale intimistica, e talvolta paesaggistica, nata nel ritiro del suo Poggio a Caiano. Dove visse a lungo e dove è stato sepolto.

In una intervista del 1957 alla RAI affermò: "Anche oggi dopo 55 anni di pittura, il mio lavoro è una specie di identificazione tra me e il paese in cui vivo…
Fu una vita piena, la sua, (quando morì aveva 85 anni) e fu grazie a lui che l'Italia conobbe i pittori e gli artisti d'oltralpe, gli impressionisti (Medardo Rosso) e i cubisti (Picasso).
Soffici conobbe e frequentò tutti gli artisti di quella Firenze del primo novecento, ma fu assiduo di uno solo, Giovanni Papini, col quale fondò la rivista letteraria Lacerba, che vide la luce nel 1913, per permettere agli artisti che lo desideravano di dar voce alle loro aspirazioni futuriste (e non).
Uno di questi che nulla aveva a che vedere coi futuristi era Dino Campana, da Marradi.

Ricordo che la rivista era appena nata, quando si presentò a Firenze alla redazione del giornale, un tale che si dichiarò mio lontanissimo parente, ma che io non conoscevo affatto; si presentò come Dino Campana, disse che scendeva da Marradi e trasse di tasca una sua operetta, dal titolo "Il più lungo giorno" che voleva sottoporre a un giudizio nostro, perché esaminassimo la possibilità di pubblicare qualche parte di essa su Lacerba, appunto.
Debbo dire che là per là non presi in considerazione né quel signore, era sporco e malmesso, né la sua opera; ma mi sembra di ricordare addirittura che io non fossi in sede, però potrei sbagliarmi. Insomma, questo strano personaggio lascia un manoscritto ancora più strano di lui, scritto su carta comune, con molte correzioni.
Avevamo molto da fare io e Papini, con i nuovi scrittori francesi; ero appena tornato da Parigi, dove avevo visitato l'Esposizione Universale, e avevo esposto là le mie opere, ricevendo favorevoli consensi, e poi amicizia, dei e coi vari Braque, Picasso, Matisse, tra i pittori, ed Apollinaire tra i poeti; per dire dei già celebri colleghi francesi.
E il caso volle che quel manoscritto andasse smarrito.
Quello che accade poi ha dell'inverosimile, ma voglio raccon
tarvelo.
Dopo qualche tempo quel tale, Dino Campana appunto, torna da Marradi, in ancora più cattivo stato d'animo della prima volta e con un aspetto da paura (pareva che ce l'avesse col mondo intero, e non si sa per cosa), e a Papini richiese indietro il manoscritto. Ma il buon Giovanni non ce l'aveva, e lo mandò da me.
Stessa richiesta fece a me, ma io, in tutta onestà, non ricordavo di averlo avuto, nonostante lui insistesse che l'aveva messo proprio "nelle mie mani". E a malincuore lo licenziai, ma quel signore dette in escandescenze, e inveiva contro i letterati fiorentin
i.

E forse aveva proprio ragione, Campana, ad avercela col Soffici, perché il manoscritto della sua opera, "Il più lungo giorno" che prima di essere stampato cambiò titolo in Canti orfici, opera che improntò di sé quella prima parte del novecento letterario italiano, fu ritrovata dopo circa sessant' anni, precisamente nell'anno 1971, tra le carte del pittore nella sua casa di Poggio a Caiano; e per puro caso, dalla vedova di lui, che stava spostando carte e documenti da una stanza all'altra (manoscritto importantissimo che attualmente si trova nel Gabinetto Viesseux di Firenze).

Insomma, il fatto è che io non ce l'avevo e glielo dissi; e glielo ripetei alla noia. Ma lui continuò a dare in escandescenze, e nulla potei contro quella sua rabbia incontrollata. Gridava che aveva solo quella copia, e che se non l'avesse avuta indietro sarebbe tornato con un coltellaccio e ce l'avrebbe fatta vedere!
Mi sembra che in seguito ci inviasse anche lettere di minaccia, ma ciò non fece altro che acuire la nostra indifferenza e quella di tutto il mondo letterario di Firenze, che aveva cominciato a conoscerlo da questo increscioso episodio, che noi raccontavamo; e non solo indifferenza, ma da parte di qualcuno anche disprezzo.
Insomma, venimmo a sapere poi che era un labile di mente… Ricordo, ci definì "sciac
alli".
In una delle tante lettere che giunsero in redazione quel signore si definiva "di una intelligenza superiore alla media (Sapete, - scrisse a Papini - essendo voi filosofo sono in diritto di dire tutto: del resto vi sarete accorto che sono un'intelligenza superiore alla media…). E ci definiva, noi letterati fiorentini e in particolare noi della redazione di Lacerba: … una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze…

Poi Campana nel giro di pochi giorni fu costretto a riscrivere la sua opera a memoria, (secondo la critica successiva, anche servendosi di appunti che aveva conservato) ma insomma fu così. E fu così che si accentuò la sua instabilità mentale, tanto che qualche anno dopo finì in una casa di cura vicino a Firenze, dove stette quattordici lunghissimi anni senza scrivere più una riga, cucinando per gli altri reclusi, malati di mente come e più di lui, che apprezzavano le sue polpette…

Abbiamo detto che Ardengo Soffici fu un pittore di vaglia. La sua pittura risentì delle esperienze francesi, (molto influì su di lui Cezanne). Ma a questa sua principale attività si affiancò come abbiamo detto anche quella di scrittore e critico, nonché redattore prima ne La Voce (1908), poi in Lacerba.

Il lavoro alla rivista Lacerba mi dava molto da fare, e io cercavo e trovavo però il modo e il tempo di coltivare la pittura che era la mia principale occupazione. Si avvicinavano tempi bui per l'Italia, tirava una brutta aria, ed io ero allineato con le idee del fascio, lo ammetto, che tendeva a rigenerare un po' tutto di questa nostra terra di poeti e artisti, non tollerando l'arte e tutto ciò che veniva da fuori, respingeva l'esotismo in ogni maniera si presentasse. Insomma, era un movimento politico rivoluzionario, sotto questo aspetto, e io ne ero un seguace attento e scrupoloso. Ma non ero rigido come richiedeva il partito, ma ero piuttosto aperto elle nuove indicazioni e proposte che venivano dalla Francia, tanto che tornato da Parigi, vi avevo vissuto e studiato, e lavorato, per alcuni anni, per l'esattezza dal 1900 al 1907, come ho detto, importai artisti come Degas e Cezanne. Fui proprio io a scoprire e far conoscere agli italiani il genio di Cézanne, fui io a organizzare nel 1910 a Firenze, la prima grande mostra degli impressionisti.

Le opere di Soffici, ormai artista tra i più importanti d'Italia, vengono esposte in una mostra a Londra, insieme ai grandi di quel 900 italiano molto prolifico sotto l'aspetto dell'arte pittorica; come De Chirico, Boccioni, Carrà, Modigliani e Morandi; e Rosai, e molti altri.

A Parigi collaborai a diverse riviste, e per un lungo periodo non me la passai bene, feci, come si dice, la fame, ma tiravo avanti, ne andava della mia carriera. Là conobbi anche artisti e letterati come Guillaume Apollinaire, Max Jacob, e altri. E anche scrittori italiani, come Vailati e Papini.

Scriverà poi nel suo libro Giornale di Bordo, di cui più sotto parleremo: A Parigi, in una camera oscura del Boulevard Saint Michel, ho sofferto il freddo e la fame. Ho passato una notte di pioggia su una panchina del Quai Voltaire. Una donna straniera ha calpestato il mio cuore dalle parti di Vaugirard: altre donne l’han calpestato un po’ dappertutto. Un amico, due amici, tre amici mi hanno fatto soffrire. Ho pensato seriamente alla morte nella foresta di Saint Germain, a Basilea sul ponte del Reno, in riva al mare nel golfo di Genova; più d’una volta in questa vecchia casa campagnola. Sono stato infelice sotto tutti i cieli. Sia benedetta la vita.

Con Giovanni Papini la simpatia e la condivisione di idee fu immediata, … pur se i nostri caratteri erano agli antipodi. Anche il caro Giovanni ha sofferto molto l'indifferenza nei suoi confronti da parte dei letterati italiani; non ne hanno grande stima, ma sbagliano, e di grosso, Papini è un grande, e il futuro lo dirà. Tornati a Firenze abbiamo creato, come ho detto, la rivista Lacerba, dopo che avevo militato per qualche tempo con la Voce.
Ma quello della Voce era un periodo ormai superato; io là facevo i disegni per la testata della rivista. Era il 1908, e scrivevo ogni tanto qualche articolo di critica letteraria o saggio.

Va a Milano richiamato colà da una mostra di pittori futuristi; ma ne rimane deluso, e si arrabbia molto a vedere "i suoi canoni" gettati la vento. Ne scrive (male) su La Voce, e ne subisce subito le conseguenze: i pittori della mostra, tra i quali c'era lo stesso Marinetti, il giovanissimo Umberto Boccioni, e altri, risposero per le rime, e decisero di andare a Firenze per incontrare quel signore, che non conoscevano. Con loro c'era anche il buon Palazzeschi, che tutto aveva fuorché il carattere combattivo proprio dei suoi compagni. Obiettivo: il caffè delle Giubbe Rosse ove era solito stazionare il gruppo de La Voce.

Ricordo, adesso con simpatia, che Boccioni, cui fui indicato da qualcuno, mi affrontò a brutto muso, e volarono dei ceffoni, tra noi due, si scatenò una rissa non da poco tra me e i vociani che vennero in mio soccorso, e quegli scatenati di futuristi. Ma finì lì, poi simpatizzammo, ascoltammo le loro idee rivoluzionarie e fu così che sia io che Papini lasciammo La Voce e fondammo Lacerba per accogliere tutte le voci letterarie, anche quelle futuriste. Instaurando rapporti e discussioni costruttive intorno alla letteratura.

Come letterato Ardengo Soffici fu uno scrittore di buon livello, e il Giornale di Bordo, che vide la luce a Firenze nell'anno 1915 per le edizioni della Libreria della Voce, per la quale rivista letteraria egli lavorava come vignettista, ne è la dimostrazione più efficace.
Un eminente saggista italiano, nel 1987, definisce il libro come prosa antinarrativa di derivazione impressionistica, e non poteva essere altrimenti, se consideriamo lo stile pittorico dell'artista fiorentino. Del resto era quello il periodo in cui molti poeti e scrittori d'avanguardia usano per esprimersi il frammento lirico, di cui anche il nostro fa largo uso, per mezzo dei quali frammenti Il Soffici fa un'opera in parte biografica, in parte di vita corrente, ritraendo gli artisti che lo circondavano nella Firenze di allora.
Lo diceva lui stesso: voglio una letteratura breve, efficace, essenziale, che giunga al sodo senza giri di parole inutili, e perifrasi intellettuali superflue.
Va da sé che in un'opera con questi scopi, indagatori e descrittivi di una realtà reale, non può non parlare, oltre che dei poeti, pittori e scrittori a lui vicini, anche dei colleghi della Voce, che non apprezzano i suoi giudizi, né tanto meno dagli amici/nemici del futurismo milanese.
Che lo ritengono fin troppo ironico.
Conseguenza di questo suo modo di giudicare: futurismo: l'unico movimento cui possiamo associarci. Per poi aggiungere, quasi a rinnegare quanto detto: «Siamo per l’eleganza, la raffinatezza e lo spirito, contro la violenza il virtuosismo e la serietà».) è l'isolamento in cui venne a trovarsi di lì a poco.
Scrisse: Malinconia di non somigliare a nessuno, d’essere in disaccordo con tutti! Orgoglio immenso di sentirsi soli, tremendamente…
Io cercavo altro, nella pittura. Ho combattuto per le idee futuriste, non lo nego. Ma io cercavo sì di ricostruire, come affermavano loro, ma vedevo una ricostruzione che tenesse conto delle basi dei grandi pittori del passato.
Ardengo Soffici morì a Vittoria Apuana, nei pressi di Forte dei Marmi, nel 1964

marcello de santis

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Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

2 Settembre 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #recensioni, #ida verrei, #poli patrizia, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

L’uomo del Sorriso

di Patrizia Poli

Marchetti Editore

pp.277

Euro: 13,00

Quid est veritas?

“Maria di Migdal aveva sentito un’altra voce, proveniente da un altro tempo. Aveva visto un bosco di ulivi illuminati dalla luna, un uomo che piangeva, infinitamente solo”

Inizia così, con questa visione della Maddalena, la storia di un uomo il cui nome ha dato origine ad una Religione che, diffusasi nel mondo, è diventata, al di là delle intenzioni stesse di colui che l’ha fondata, progetto di rinnovamento spirituale, di riscatto, di redenzione.

L’incipit introduce subito ad uno dei temi fondamentali del libro: la solitudine. Solo è infatti l’uomo Gesù, pur tra i seguaci e quanti da subito lo venerarono; sola è Maria di Migdal, la prostituta, la cestaia, la reietta, senza Fede e senza speranze, acuta e sensibile, dura e amorevole, fuori del suo tempo e del suo mondo, che vive con rabbia e passione un amore impossibile, alla ricerca di una Verità che crede solo Lui possa rivelarle; solo è il Battista, che abbandona gli Esseni, il movimento a cui fu vicino anche Gesù, per denunciare la dissolutezza, la corruzione dei costumi e annunciare la venuta del Messia; sola è Maria di Nazareth, la madre, a cui mancava il figlio “di cui avvertiva l’assenza come ci fosse un buco nel terreno, un vuoto nell’aria, come se nel paesaggio non ci fosse più una roccia, una montagna, un fiume…” e solo è Ponzio Pilato, “questo nazareno capitava all’apice di una crisi covata per anni… Quid est veritas?”. Come solo è Barabba, “ …‘Sua’ madre, invece, lo aveva abbandonato come un cane, ‘sua’ madre non sarebbe stata lì a vederlo morire, era questa la differenza”

Storia nota quella di Gesù, anche tra i non credenti.

Sulla figura del nazareno molte sono state nei secoli le leggende, poche le verità storiche. L’autrice non tenta una ricostruzione della figura messianica, non vuole aggiungere una sua interpretazione alle molte già esistenti; studia i Vangeli, gli Atti degli Apostoli, ma non come fonti detentrici di Verità: si documenta, seleziona fatti, dialoghi ed eventi operando, come lei stessa afferma, una scelta funzionale alla finzione narrativa. Perché nelle intenzioni e nell’attuazione, non di romanzo storico si tratta, non di tentativo di approfondire un’identità religioso-culturale, ma, come ancora lei stessa ci spiega, del racconto di una grande struggente storia d’amore.

Ed è l’Amore il vero protagonista del romanzo. Quello per un Dio annunciato ma mai davvero conosciuto, per l’umanità più derelitta ed emarginata, quello materno, dolente e disperato, quello coniugale, tenace e rassegnato, quello dolce, tenero e infelice di un diverso che tace pieno di pudore, e quello umanissimo, fatto di palpitazioni, sguardi furtivi, contatti rubati, pulsioni del cuore e dei sensi.

E così la storia di Gesù viene reinventata, ricostruito lo straordinario stile di vita che provocò, da un lato, entusiasmo e seguaci, dall’altro, diffidenza e ostilità, con analisi che rivelano le più umane delle emozioni: gelosia, invidia, angoscia, trasporto amoroso.

Gli eventi più incisivi si susseguono secondo la tradizione, anche se con un’interpretazione singolare, sempre riferita a spiegazioni naturalistiche suggestive, e i personaggi appaiono in una luce nuova, diversa, eppure intrisa di spiritualità.

Struggenti, drammatiche e angosciose le pagine che narrano la crocifissione e la morte di Gesù; immagini forti, molto visive, capaci di provocare turbamento e commozione. E strabiliante il finale: l’autrice, con un colpo di teatro, trasforma il più grande mistero della Cristianità, in un ultimo, estremo, gesto d’amore che avrebbe, poi, segnato il destino della nostra cultura, presente e passata, influenzata appunto dal Cristianesimo e su di esso modellata.

Un bel libro, non blasfemo, tutt’altro, una scrittura superba che riesce a coinvolgere dall’inizio alla fine, la storia di un uomo nel cui sorriso c’è Dio.

Patrizia Poli, atea, come ci racconta nella nota finale, scrive pagine di grande religiosità, dove, come già sottolineato da qualcuno, il soffio divino è ovunque.

“Poi, finalmente, nel suo cuore fu silenzio. Scomparvero tutte le voci, tutti i suoni che non fossero la parola di Yavhè. Passo dopo passo, incurante del tempo che scorreva, Yeshua’ si calò dentro di sé, nell’immensità senza fondo della sua anima. Cercò, trovò, si stupì scoprendo che il regno di Dio era riposo, dominio di se stesso, quiete infinita. Non c’erano più fratture, divisioni, antinomie. Unicità e molteplicità coincidevano. La parte era il tutto. Dio era nell’infinito. Ma era anche dentro ogni essere umano…”

I. V.

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Canta Napoli

1 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Canta Napoli

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Gegé di Giacomo, (Napoli 1918- Napoli 2005) Aveva 87 anni quando se n'è andato, era l'aprile del 2005; Gegè era tornato a Napoli, dove era suo desiderio finire la sua vita.
Chissà se prima di morire abbia voluto dare una ripassata di spazzole sui magici piatti della sua magica batteria... e magari, perché no, ripetere al ritmo di esse, magari con il filo di voce che gli era rimasta, un sshhhh... canta napoli... come aveva fatto mille volte nel corso delle sue serate musicali, seduto al suo strumento che dominava come pochi al mondo. Se si esclude il grande Gene Krupa, che suonò con l'orchestra del mitico Benny Goodman, e, guarda caso, era un virtuoso proprio come lui; e come lui era uno dei pochissimi, anzi rarissimi, giocolieri della batteria.
Prima di Gene Krupa, narra la storia della musica, non esistevano o quasi gli "assolo" di batteria, o quanto meno erano rarissimi, anche perché lo strumento all'interno di una band o di una orchestra era considerato di secondaria importanza. Lui fu il primo ad esibirsi da solo facendo impazzire i suoi fans.
Noi ricordiamo Gegè come batterista del complesso di Renato Carosone, ma pochi sanno che,prima che col grande Renato, Gegè ha suonato per anni con altre orchestre dirette da illustri maestri, basti ricordare, tra gli altri, i maestri Gino Conte e Nello Segurini; erano gli anni della seconda guerra mondiale, e Gegè era un giovanotto pieno di idee e di belle speranze di circa 25 anni. Fu solo verso la fine del 1949 che Gegè incontra Renato Carosone; i due erano coetanei, Renato era un pianista di valore, con alle spalle già una quindicina di anni di esperienza di pianoforte, e aveva appena due anni di più; intendersi fu facile. Renato avrebbe valorizzato la sua grande personalità, e lo avrebbe condotto per mano alla fama, e come batterista e come cantante. Carosone, infatti, che cercava musicisti e strumentisti per mettere su un complesso musicale, conosce e ingaggia all'occasione un chitarrista di talento, olandese di nascita, il suo nome è Peter Van Wood.
Van Wood è un chitarrista giovanissimo, è un ragazzo dal sorriso accattivante che si presenta subito mettendo sul tavolo tutta la sua arte: fa sentire a Renato le sue variazioni e i suoi equilibrismi, trattando le corde del suo magico strumento, sa fare l'eco e il riverbero, e mostra il suo curriculum che non è niente male: ci sono in prima pagina i suoi concerti all'Olimpia di Parigi (1947) e alla Carnegie Hall di New York (1948). Resta con Carosone fino alla fine del '54 quando lo lascia per formare un quartetto di cui sarà direttore e primo attore. E si dedica quasi esclusivamente a suonare nei night club più importanti d'Europa.
Tanti i suoi successi, canzoni di cui scrisse musica e parole: Tre numeri al lotto, Mia cara Carolina, e poi quel motivetto che in brevissimo tempo vola sulle ali del successo; parliamo di Butta la chiave, dove il chitarrista-cantante, ormai italiano e napoletano d'adozione, presenta un dialogo tra il cantante (lui) e la sua chitarra (che con riverberi particolari sembra parlare e rispondere all'innamorato che canta).

Gelsomina... Apri il portone... va bene, butta la chiave allora...
Butta la chiave, butta la chiave,
cara piccina, lasciami entrare, butta la chiave del porton.
Mamma che freddo, freddo da cani,
fammi salire, non si può stare tutta la notte sul porton.
Se il tuo perdon questa sera avrò,
mai più, mai p
iù ritarderò.

Poi lascia definitivamente la musica per l'astrologia, di cui è uno studioso altrettanto appassionato, pur continuando a suonare per sé e per gli amici e ad incidere dischi, muore a Roma nel 2010, alla venerabile età di 83 anni, dopo aver sofferto a lungo per un brutto male..
Ma torniamo a Gegé: a Carosone serviva un terzo elemento, e lo trovò appunto in Gegè, e con questi due compagni di viaggio, Peter e Gegè, mette su il primo complesso della sua carriera, che chiama Trio Carosone, riesumando il nome che ha già utilizzato nei primi anni della sua avventura musicale. Il Trio Carosone infatti ha una storia antica, e non tutti la conoscono.
Il primo complesso era formato da tre persone, dallo stesso Renato, che aveva si è no sedici anni, e chiamò a collaborare con sé il fratello Ottavio e la sorella Olga.
Poi avvenne questo: Carosone, appena diciassettenne, dopo anni di studio al pianoforte, viene invitato a recarsi in Africa dal titolare di una compagnia di artisti di vario genere, che cercava un pianista, appunto, perché suonasse lo strumento e facesse anche da direttore della piccola orchestrina che la compagnia si portava appresso. E alla fine di quella imprevista (per il nostro artista) tournée, la compagnia rientra in Italia, ma Renato decide di restare laggiù perché nel frattempo ha ricevuto una richiesta di far parte di un complesso jazz ad Addis Abeba.
Accetta immediatamente, tutto è buono per accumulare esperienza (e un poco di denaro, che non fa mai male) e lui non si tira indietro; da questo momento le scritture si susseguono, il suo nome comincia a fare cartello e viene corteggiato e ricercato da vari impresari.
Torna a Napoli alla fine della guerra, siamo nel 1946, con esperienza da vendere e con tante idee nella testa, che bolle come le viscere del Vesuvio. Intanto si è sposato con Lita che gli darà un figlio, Pino. Il padre di Renato è un impresario che lavora per il Teatro Mercadante di Napoli, e lo vorrebbe là, nella sua città, magari proprio al Mercadante, ma Carosone non se la sente; parte per Roma, dove ottiene successi come solista col suo strumento fatato. Già affermato, torna a Napoli per la seconda volta, e stavolta la cosa è definitiva.
Qualcuno che lo ha sentito suonare e cantare, e lo conosce per la fama che comincia a circolare anche nella città del Vesuvio, un signore che ha intenzione di aprire un nuovo night club a Napoli, gli chiede di formare un complesso musicale. Siamo nell'anno 1949. Carosone ha 29 anni.
Renato, perché non metti su un complessino?
E Renato non se lo fa ripetere due volte. E comincia a pensarci su seriamente. Intanto già conosce Van Wood, che ha 22 anni. Gli viene in aiuto lo stesso signore che lo assume per questa nuova avventura, segnalandogli Gegè di Giacomo, un simpatico ragazzo che si presenta dietro dei grossi occhiali da vista che gli calano costantemente sul naso, e che lui si tira su con l'indice della mano. E senza batteria.
Immagino che in quell'incontro tra i due, presente l'amico Peter, si sia svolto un dialogo press'a poco così:

E tu chi si'?
J' songo Gegè.
Ebbe' che vuò?
Ma comme, j' sono 'a batteria.
E addo' sta 'o strumento?
' o str
umento? ... mmhhh...

Renato è perplesso e Gegè lo nota, non si scompone più di tanto; servendosi di una sedia, un cabaret che prende da sopra un tavolo, e due o tre bicchieri diversi tra di loro, di un fischietto tirato fuori dalla tasca alla maniera di un giocoliere, cerca e trova due pezzi di legno e improvvisa una batteria
Eccolo lo strumento, Rena', stamm' a senti'...
E comincia a fare il suo pezzo che lascia esterrefatti ed estasiati sia Renato Carosone che Peter Van Wood.
Il Trio Carosone è nato.
Renato e i suoi due amici raggiungono un successo enorme in brevissimo tempo, lui è già conosciuto come solista al pianoforte, ma adesso, con questo trio fantastico, viene richiesto da i night club di Napoli, di Roma, e di tutta Italia, e in breve comincia a girare il mondo.
La radio e i dischi contribuiscono al successo, presto viene la televisione, e il trio Carosone è richiestissimo; molte le apparizioni, poi sostituite dal quartetto e quindi dal quintetto e, infine, complesso definitivo, dal sestetto, che prenderà il nome di "Renato Carosone e il suo complesso".
La fama aumentava ad ogni performance e ad ogni apparizione sul mercato dei dischi; anche perché alle canzoni celebri napoletane, che riproponeva ed interpretava con arrangiamenti particolari da lui stesso studiati, cominciò ad aggiungere canzoni nuove, sempre in napoletano, ma con una verve e con un piglio tutto particolare, affidandone alcune alla voce sbarazzina di quel grande personaggio che sedeva alla batteria, sempre con quegli occhialoni calati sul naso, che si tirava su con l'indice della mano destra, Gegè Di Giacomo.
Renato componeva la musica delle canzoni, e le parole le scriveva quel grande paroliere napoletano che risponde al nome di Nisa, al secolo Nicola Salerno, che aveva nella testa e davanti agli occhi la voce e le movenze del batterista, il quale inventò l'idea fantastica di iniziarle con quel

sssshhhhhh... canta napoli, napoli...

Il successo strepitoso di quel ... canta napoli... nacque per caso.
Il complesso di Renato Carosone si esibiva al Caprice di Milano; era l'anno 1954; e la storia dice anche il giorno: la del 13 maggio; gli strumentisti stavano suonando l'introduzione alla canzone la pansé (Nisa-Carosone) quando Gegè se ne uscì con un inaspettato ... canta napoli... napoli in fiore... e poi attaccò al momento opportuno a cantare.
Da quel momento ad ogni canzone da lui eseguita, Gegè introduceva la sua esibizione con
.. ssssshhhhh... canta napoli...

canta napoli... napoli a sospiro... ('o suspiro)
canta napoli... napoli in fiore... (la pansè)
canta napoli... napoli in farmacia... (pigliate 'na pastiglia)
canta napoli... napoli matrimoniale... (t'è piaciuta)
canta napoli... napoli petroliera... (caravan
petrol)

a stigmatizzare la Napoli che scaturiva dai testi delle canzoni.

Quando Peter Van Wood lascia il complesso, Carosone ha necessità di rivedere le cose; il trio infatti non esiste più; ecco allora che mette su un quartetto, che poi si trasforma in quintetto, fino ad assestarsi definitivamente in sestetto: pianoforte, batteria, chitarra, sassofono, clarino, contrabbasso.
I successi si susseguono ai successi, da maruzzella (1955, Enzo Bonagura parole, e Carosone musica) a 'o sarracino (1958, testo Nisa), da torero (1958, Nisa) a tu vuo' fa' l'americano (1958, Nisa) ) a caravan petrol (1959, Nisa), per ricordarne solo alcuni, e applausi a scena aperta quando esegue per la prima volta Pianofortissimo, che Renato aveva composto per eseguire da solista.


Caravan petrol!... Caravan petrol!... Caravan...
M'aggio affittato nu camello,
m'aggio accattato nu turbante,
nu turbante â Rinascente,
cu 'o pennacchio russo e blu...
Cu 'o fiasco 'mmano e 'o tammurriello,
cerco 'o ppetrolio americano,
mentre abballano 'e
beduine
mentre cantano 'e ttribbù...

Comme si' bello
a cavallo a stu camello,
cu 'o binocolo a tracolla,
cu 'o turbante e 'o narghilè...
Gué, si' curiuso
mentre scave stu pertuso...
scordatello, nun è cosa:
Ccá, 'o ppetrolio, nun ce sta...
Alláh
! Alláh! Alláh!
Ma chi t''ha ffatto fá? ...

Renato Carosone decide di ritirarsi dalla scena, è il settembre del 1960, e lo fa in diretta Tv, ha appena quarant'anni. Posso dire, io c'ero, davanti al teleschermo, avevo finito il liceo e frequentavo i primi anni dell'Università a Roma, iscritto alla facoltà di giurisprudenza; e fui sorpreso non poco dell'annuncio:

"preferisco ritirarmi ora sulla cresta dell'onda, che dopo, assalito dal dubbio che la moda jè-jè e le nuove armate in blue jeans possano spezzare via tutto questo patrimonio accumulato in tanti anni di lavoro e di ansie".

Stavano uscendo i famosi urlatori (Tony Dallara e company) e avanzavano quattro giovani inglesi che avrebbero occupato la scena internazionale a lungo, The Beatles.
Fu così che Gegè rimase solo; in dubbio se continuare o lasciare anche lui.
Decide per la prima soluzione; e da solo partecipa al Festival della Canzone Napoletana l'anno appresso, interpretò due canzoni, ma senza successo. Cosa che si ripeté nel 1962.
Nonostante tutto, mise su un complesso, Mister CantaNapoli e il suo complesso; al Teatro Massimo di Milano Gegè dette uno spettacolo indimenticabile, suonò la batteria con le mani, i gomiti, le braccia, sedendocisi sopra, e poi - riprese le sue bacchette - prese a batterle su ogni cosa gli capitasse a tiro, muovendosi sul palcoscenico, le chitarre, il pavimento, sul contrabbasso facendo con questo ingombrante strumento un vero e proprio dialogo musicale. Tra le altre canzoni, quella sera, cantò O pellirossa, una canzone scritta per lui dall'amico Renato, quasi un omaggio al suo vecchio capitano, che faceva così

Tumba Catumba Tumba CatumbaUè! Uè!
So' Catumbo o pellirossa
'o cchiù bello d''a tribù.
io me faccio nu tatuaggio
col rossetto di mammà!
So Catumbo o pellirossa,
tengo a lancia e a pippa 'e gesso.
Cca nisciuno me fa fesso!
Songo 'o meglio d' 'a tribù!
Chi me chiamma: Freccia nera
Chi me chiamma: Penna gialla
Uh! Ma ll'anema d' 'a palla!
Nun
capisco niente cchiù!

Ma i bei giorni erano ormai andati. Chiuse così anche lui.
Renato riapparve quindici anni dopo, e vicino a lui anche Gegè, ma per un breve flash; riapparve vicino all'amico di sempre Renato, che voleva rientrare nel mondo dello spettacolo. Gegè viveva ormai stabilmente a Milano. Ritornò nella sua città, perché malato, negli anni novanta (era stato per una quarantina d'anni a Milano), e per l'occasione, Carosone, che lo sapeva gravemente malato, gli scrisse - dedicandogliela - una canzone: Addo sta Gegè. Che non fece in tempo ad incidere; Renato Carosone, infatti, per una strana sorte, morì quattro anni prima di Gegè, nel maggio del 2001.
I funerali, a causa delle sue gravi condizioni di salute, non videro presente Gegè; che due anni dopo fu costretto su una carrozzina; fino alla fine. La Regione Campania nel 2003 consegnò, al nipote del grande Salvatore di Giacomo, in una cerimonia svoltasi nella casa del cantante a Poggioreale, il premio Carosone.
Due anni dopo, nel 2005 Gegé ci lasciò per sempre insieme alle sue canzoni scenette.



marcello de santis

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L'Altro

30 Agosto 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella

L'Altro

Quante volte si dovrà accarezzare l’inopportuna sacralità di gesti accorti e poco noti. Dalle viuzze inorridite di paesi perplessi, radicati nell’altrui sventura. Focolai di persone, in processione verso il magma della vita, che potrebbe trovarsi in una stretta di mano, rapida e tagliente. Dal bosco i pensieri trovano conclusione in un’ampolla di sabbia. In fondo è questa l’Italia, quella in cui la corruzione invade anche le private case, si gioca con la vita e con la morte degli altri. L’altro è valenza se il percorso è completato, se la linea viene tracciata in tempo, se il tempo non diventa debito. E se il debito non diventa questione di vita. L’alterità spunta come un fungo se fruiamo del nostro Io, se accediamo ad una dimensione umana dell’esistere. Non basta capovolgere, bisogna rivolgere. Perlomeno volgere (lo sguardo, le attenzioni). Domani è l’altro e mai oggi. Domani il gesto, la nota musicale, la bicicletta dietro la vetrina. L’altro è anche invasione, inversione, complessità. Ma all’estremo della complessità c’è il mare limpido della semplicità. Gli estremi combaciano. L’altro è in noi. L’altro urla, ci urla, si può intravedere nei silenzi o in mezzo al caos delle metropoli. L’altro in noi è sentenza, è vincolo che garantisce libertà. Noi siamo diversi per ritornare uguali. Chissà se capiremo che la libertà non ha realtà se non quella soggettiva, personale. Nella realtà dell’altro si completa la nostra. Sei marinaio e corsaro. Sei giudice e imputato. L’altro non è immutabile, come noi. Ma nella tangenziale di percorsi affollati è improbabile trovare una serenità durevole.
L’indifferenza che ti uccide, quella che ti colpisce alle spalle, quel veleno quotidiano, quella che nega la libertà è quella che ti fa morire dentro. La morte interiore. Una rinascita viene rincorsa quando i totem del passato vengono abbattuti, quando il simbolo trova una sua consapevolezza. Accedere ad una dimensione umana dell’esistere significa non praticare indifferenza, carro d’esclusione, d’isolamento. Perché quando ti lasciano solo inizi a piangere. Perché chi ti lascia solo non ti vuole bene ed è uno dei messaggi più semplici da capire. Si possono spendere migliaia di parole, ma chi pratica esclusione non è una persona solidale. Una solidarietà umana si realizza nell’aiuto, non nel profitto. Ho commesso un sacco d’errori, ma le persone non devono essere lasciate sole. Una società che esclude, che emargina non è positiva. Il messaggio l’ho lanciato, vediamo chi comprende.

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Malafemmena

29 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #cinema

Malafemmena

No signore! Non è come pensate voi. Io 'sta canzone qua non l'ho scritta per quella bellissima donna che era Silvana Pampanini.
Però ve l'ho fatto credere, ehhh? Per tutti questi anni i giornalisti non hanno fatto altro che divulgare questa notizia, e io zitto, a leggere, e mi dicevo: voglio proprio vedere come va a finire! ma, in fondo, a me stava pure bene.
La donna del mistero rimaneva veramente del m
istero.

Silvana, la grande Silvana, come era bella! e se ve lo dico io, che sono grande intenditore di donne e grandissimo fruitore specialmente di quelle belle, e perché no, anche bellissime, ci potete credere. Silvana Pampanini era 'nu babà, era - che vi devo dire - 'na serenata sciuè sciué, era 'na cosa grande, nel vero senso della parola. E poi che v'aggi' 'a di'? A me le donne mi piacciono! Le adoro, Tutte. Le racchie (be', insomma!), e le belle bellissime!
A me m'hanno rovinato le femm
ine…

"Totò era un vero signore, una persona di una gentilezza incredibile. E parlo non di Totò attore, no, quello lo sappiamo tutti quanto era bravo, era un grande della scena in quegli anni là, e col tempo è diventato un'icona vera e propria della storia del cinema italiano. No, parlo di lui come uomo, e come compagno di lavoro: davvero insuperabile per cortesia e garbo. Lo ricordo al mio fianco (meglio: io ero al suo fianco) nel film "47 morto che parla"; bene dentro quella pellicola c'era un po' di tutto, dalla comicità alla satira, ma c'era soprattutto un grandissimo Totò.

Credo di avere imparato molto, a girare quel film insieme a Totò; sono diventata grande tutto insieme, a stare vicino a lui; io che ero giovanissima, ho avuto i suoi incitamenti, i suoi insegnamenti; ma quello che più contava per me, tutta la sua stima. E la sua ammirazione. Era innamorato di me? Che vi debbo confessare? che sì? e che si è dichiarato? e che la cosa non è andata in porto? Immaginate pure quello che volete, io non ve lo dico di certo. Del resto la verità è molto vicina a quello che i giornali hanno raccontato. Mi voleva sposare? Forse sì, ma io ripeto, ero una ragazzina, e i miei genitori in ogni caso non mi avrebbero (hanno?) dato il consenso. Mi colmava di gentilezze, mi faceva recapitare in camerino mazzetti di fiori, oppure scatole di cioccolatini, ma con una discrezione che poi nel corso della mia lunga carriera non ho riscontrato in nessun altro uomo. Vi confesserò solo questo: lui, sì, mi voleva bene; e anch'io, gliene volevo; e un giorno gli lessi negli occhi il desiderio di me; glielo dissi: ti voglio bene, ma come si vuole bene a un padre.
Capì. Ma continuò a volermi bene in silenzio, a farmi regalini, a starmi vicino… Scrisse quella bella canzone. Era per me? Mist
ero!"

Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio
nun te pozzo
scurdà...

La canzone è dell'anno 1951. Sia le parole che la musica sono di Totò, che, badate bene, non sapeva scrivere di musica e non la conosceva, non avendola mai studiata. La scrisse in un momento di sconforto (o di meditata allegria? non lo sapremo mai), nella sua lingua, il napoletano, lingua nella quale compose una infinità di poesie molte delle quali d'amore. In napoletano malafemmena sta indicare una donna di malaffare, e per usare il termine più volgare, anche una prostituta. Totò però lo usa in senso diverso, e le da un significato particolare, quello più morbido e più appropriato al suo caso di "donna che fa soffrire", una femmina che fa soffrire le pene d'amore a chi la ama.

Stavo a Formia, per girare un film… (era il mese di aprile del 1951, il film era: Totò terzo uomo, per la regia di Mario Mattoli; anche qui Totò aveva vicino una bomba sexy dell'epoca Franca Marzi la prima supermaggiorata del cinema italiano; e nel cast c'era il meglio della cinematografia di allora: Carlo Campanini, Aroldo Tieri, Mario Castellani che per anni fu la sua spalla nelle gag anche televisive, Alberto Sorrentino, l'eterno morto di fame, lugubre e dal viso affilato come un morto, e una Bice Valori alle prime armi)…e mi vennero spontanee queste prima parole, femmena, tu si' 'na malafemmena… erano belle, dense di significato,. mi piacquero e le scrissi sul retro di un pacchetto si sigarette (un pacchetto di Turmac), ma poi accartocciai l'involucro per gettarlo, e con esso gettai involontariamente anche quel mio principio di canzone. Ma i versi mi giravano sempre in testa; tanto che ci fischiettai sopra una musica, semplice, leggera, Ci stava proprio bene. Quando uscimmo dal set tornando all'albero le feci sentire al mio autista (il signor Salvatore Cafiero) che si schifò, mi disse che "… è 'na lagna, dotto'…".
E tu si' 'nu fesso, e nun capisce proprio niente!. Tie'…
Continuai a fischiettare e a comporre mentalmente.
Una volta tornato a casa a Roma, poi, mi accomodai al pianoforte con un dito solo, seguendo il fischio cercai le note relative, e piano piano nacque la musica. Alla quale aggiunsi le parole che già tenevo, poi le completai con altre, che vennero spontaneamente a galla dal fondo dell'anima mia. Posso dire che nacquero insieme, parole e musica, le une a complemento dell'altra; e viceversa.
Forse sono 'nu poco tristi, 'sti pparole, ma che cci vuo' fa'. io sono un attore comico, ma nella vita sono triste, sono un funerale
di I classe.

A lungo si è parlato di chi fosse il soggetto di questa canzone, si è indagato senza riuscire a scoprire chi fosse la donna che ha fatto penare il grande attore comico. E siccome era terminato il film 47 morto che parla, e in quella pellicola Totò aveva lavorato con una ragazza di una bellezza indescrivibile, si pensò che la malafemmena delle parole della canzone, fosse proprio lei, la Silvana Pampanini.
Si è scritto che Totò le avesse chiesto di sposarlo, ma che lei - ancora troppo giovane per il grande passo della sua vita - avesse - forse a malincuore - respinto la proposta.
Del resto Silvana allora aveva solo 25 anni e Totò - essendo nato alla fine del secolo, nel 1898 - ne aveva già 52, più del doppio quindi, e così anche se fosse vera la storia della sua dichiarata passione d'amore e della sua richiesta di matrimonio, va da sé che la domanda del comico aveva in sé già la risposta; non poteva essere che un "no".
Si vocifera anche che i genitori dell'attrice erano contrari a questa unione, pure se niente avevano contro quel gran signore che era un principe: Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, e come usava presentarsi più brevemente: principe Antonio De Curtis.
La canzone divenne anche un film, che Totò girò insieme a un altro grande del cinema di allora, quel Peppino De Filippo, uno dei fratelli della celebre famiglia di attori napoletani che nessuno potrà mai dimenticare: Peppino, appunto, Eduardo, e Titina. Il film era intitolato Toto, Peppino e la malafemmina, dove la donna cattiva era interpretata dall'attrice Dorian Gray, per la regia di un altro grande regista di quegli anni Camillo Mastrocinque.
Vale la pena di riportare brevemente la trama.
Due fratelli campagnoli, i fratelli Capone Antonio e Peppino, possidenti di terre nel napoletano: uno è donnaiolo e dalle mani bucate (e non poteva essere che Antonio/Totò) l'altro al contrario (Peppino) è avaro e sempliciotto (e per questo Antonio lo sottomette ai suoi voleri facendo valere ai suoi occhi la cultura che in effetti non ha). Hanno un nipote che studia per diventare medico, a Napoli, ma che, invaghitosi di una ballerina di avanspettacolo, la segue e a Milano. La giovane attrice (che poi è la malafemmena) circuisce il giovane studente e gli fa perdere la testa; e, una volta a Milano, informa sua madre, la signora Lucia, sorella dei due Capone, che il figlio è fuggito con lei a Milano.
I tre fratelli, temendo uno scandalo che possa rovinare la reputazione della famiglia e, soprattutto, che il ragazzo non seguiti più a studiare per colpa di quella malafemmena, decidono di andare nella capitale lombarda per cercare di convincere la ragazza a lasciare che il nipote torni alla sua vita; e lo stesso a ritornare a casa. E cercano di fare avere alla giovane soubrette anche dei soldi (di Peppino, chiaramente, che versa in cuore lacrime amare per quella somma che avrebbe dovuto abbandonarlo) perché lasci il nipote al suo destino.
Insomma, dopo molte vicissitudini, alla fine prevarrà l'amore tra i due innamorati; e anche i tre fratelli si convinceranno che sì, va bene così.
Vale la pena di riportare il testo della lettera che Antonio detta a Peppino, lettera da inviare alla "cattiva signorina" che sta facendo deviare dalla retta via il nipote Gianni.

«Signorina, veniamo noi con questa mia addirvi una parola che scusate se sono poche ma sette cento mila lire; noi ci fanno specie che questanno c’è stato una grande morìa delle vacche come voi ben sapete: questa moneta servono con l'insalata a che voi vi consolate dai dispiacere che avreta perché dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimo di persona vi mandano questo [la scatola con i soldi] perché il giovanotto è studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioè sul collo; Salutandovi indistintamente i fratelli Caponi (che siamo noi i Fratelli Caponi)»


La gente venne a sapere chi si celava dietro il mistero della donna che fece perdere la testa al principe, solo molto dopo la sua morte, avvenuta a Roma nell'anno 1967. E fu proprio la figlia, Liliana De Curtis a svelare il mistero.

"E' risaputo che Totò era un grande conquistatore di cuori femminili, fu - come dicono a Napoli - 'nu grande sciupafemmene. Ma amò profondamente solo una donna, che poi divenne sua moglie, mia madre Diana (Dina Bandini Luchesini Rogliani), che gli dette una sola figlia, me appunto.
Era destino che mio padre si innamorasse solo di donne che avevano la metà della sua età, infatti quella bella ragazza che stava in collegio di suore a Firenze, aveva appena 15 anni, e lui più di trenta. Da lì scappò e raggiunse quello che sarebbe diventato suo marito - anche se per poco - a Roma, e con lui visse nonostante tutto un'esistenza felice, anche se a tratti burrascosa; perché Totò non aveva remore a mostrare di amare qualsiasi femmina capitasse dalle sue parti; decisero di sposarsi (Totò era impegnato nel frattempo con un'altra attrice, ma non glielo disse).
Mia nonna respinse la richiesta dell'attore di volere come sua sposa la figlia, un po' perché non voleva che avesse una vita girovaga appresso a un attore, e per di più comico, e poi perché era troppo piccola per quel passo; allora mio padre passò alle maniere forti: scrisse una lettera alla ragazza nella quale ribadiva il suo grande amore per lei e le diceva che l'aspettava a Roma. Mia madre Diana non si fece certo pregare, e senza dire niente a nessuno prese il primo treno e venne a Roma.
Nacqui io, Liliana, nel 1933, che i miei non erano ancora sposati; vivevano insieme, e solo due anni dopo, due anni che mamma e io passammo in alberghi, ora qua ora là, perché seguivamo Totò nei suoi continui spostamenti per lavoro, convolarono, come si dice a giuste nozze.
Papà era felicissimo; mia madre addirittura r
aggiante.
Iniziarono quasi subito a litigare, sempre per le scappatelle di Totò, ma più per la sua gelosia. Il matrimonio durò poco, appena cinque anni, perché nel 1940 decisero consensualmente di separarsi definitivamente. Pure se voleva un bene da morire a mia madre, ne era gelosissimo; pensate che fu a causa di questa sua gelosia, e per paura di essa, che volle divorziare dalla moglie, - si era nell'anno 1940 - e lo fece all'estero, in Bulgaria, (dove stava girando l'ennesimo film) con una clausola ben precisa, che anche lei accettò di buon grado: la convivenza doveva continuare, almeno altri dieci anni, cioè fino a che io non avessi raggiunto la maggiore età, per evitare che soffrissi troppo il loro distacco. Andarono avanti come meglio poterono ma mia madre soffriva troppo; e ci piangeva, a sentire le voci e a leggere ciò che i giornali riportavano intorno alle mille donne che Totò amava e cercava e circuiva.

Alla fine anche questa convivenza ebbe fine, io avevo ormai sette anni, e cominciavo a vedere e capire; e a soffrire insieme a mamma che non riusciva più a sopportare le scappatelle del marito mentre a lei quella sua sfrenata gelosia non permetteva nessuna avventura.
Fu così che mia madre ruppe quella promessa - fatta all'atto di firmare le carte del divorzio - divorzio che avvenne quando si seppe in giro che Totò, l'inguaribile sciupafemmene Totò - ancora oggi quando penso a questo sostantivo che lo qualifica come un grande amatore agli occhi del sesso, maschile e femminile che fosse, per noi significava una rottura di vita comune - aveva proposto a Silvana Pampanini di sposarlo; mamma ne venne a conoscenza; allora non ne poté più, lo lasciò definitivamente e si sposò con un avvocato; ma questa è un'altra storia.
Ciò nonostante, mia madre volle sempre bene a quel fedifrago di professione.
E anche T
otò a lei.

E' per lei, dunque, che scrisse questa stupenda canzone.

Si avisse fatto a n'ato
chello ch'e fatto a mme
st'ommo t'avesse acciso,
tu vuò sapé pecché?
Pecché 'ncopp'a sta terra
femmene comme a te
non ce h
anna sta pé n'ommo
onesto comme a me!...

Femmena
Tu si na malafemmena
Chist'uocchie 'e fatto chiagnere..
Lacreme e
'nfamità.

Femmena,
Si tu peggio 'e na vipera,
m'e 'ntussecata l'anema,
nun pozzo cch
iù campà.

Femmena
Si ddoce comme 'o zucchero
però sta faccia d'angelo
te serve pe 'ngannà...

Te voglio ancora bene
Ma tu nun saie pecchè
pecchè l'unico ammore
si stata tu pe me...

E tu pe nu capriccio
tutto 'e distrutto,ojnè,
Ma Dio nun
t'o perdone
chello ch'e fatto a mme!...

Le confessò quello che forse non ebbe mai il coraggio di dire a parole, che era la donna più bella del mondo, che l'amava perdutamente, ma che l'odiava per tutto quello che le aveva fatto (l'abbandono - va detto - gettò Totò in un estremo sconforto), e che adesso non poteva scordarla…

Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio
nun
te pozzo scurdà...

marcello de santis

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Interstellar

28 Agosto 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #cinema, #fantascienza

Interstellar

Un astronauta (Cooper) diventato agricoltore, vive insieme ai suoi figli (Murph e Tom) e ad un altro prente in campagna. Tutta la trama si snoda in un tempo sempre più relativo. “Ho dei figli professore..” “Vai lassù e salvali.” Insieme al concetto di anomalie gravitazionali, il tempo è il conduttore della pellicola. “Quando diventi genitore sei il fantasma del futuro dei tuoi figli”, una frase di Cooper a Murph prima di partire in missione. Interstellar si candida a diventare il Titanic della fantascienza. In certi passaggi ricorda opere come Amabili Resti e Al di là dei sogni. Emozionante, al limite della catarsi, la scena nella quale Cooper, dopo aver attraversato Gargantua (il buco nero) si ritrova proiettato in una sorta di mondo di mezzo. A separarlo dalla terra sono i libri della figlia. Paragonare il film di Nolan a 2001 Odissea nello Spazio è una grossa esagerazione, perché Kubrick sa far riflettere sulla condizione umana, ma nel nuovo millennio le pellicole devono contenere caos narrativo. Da sottolineare che l’idea di tutto proviene dal fratello del regista, Jonathan. A me questo film ha fatto piangere e non mi resta che condividere il discorso di Cooper dentro il tesseratto dimensionale: “Loro non ci hanno portati qui. Siamo arrivati qui da soli. Mi sono portato io qui. Noi siamo qui per comunicare col mondo tridimensionale. Siamo il ponte! Pensavo avessero scelto me... Non hanno scelto me: hanno scelto lei! Per salvare il mondo! Tutto questo è una stanza di una bambina, ogni singolo momento. È infinitamente complesso. Loro hanno accesso a tempo e spazio infinito ma non sono legati a niente! Non possono trovare un posto specifico nel corso del tempo! Non possono comunicare, per questo sono qui io! Troverò un modo per dirlo a Murph così come ho trovato questo momento. È l’Amore! Il mio legame con Murph è quantificabile, è la chiave! Dobbiamo trovare come dirglielo.. L’orologio.. Ma certo! Codifichiamo i dati nel movimento della lancetta dei secondi. Ancora non ti è chiaro. Non sono esseri. Siamo noi, quello che io ho fatto per Murph, loro lo fanno per me! Per tutti noi. Un giorno, non io e te, altre persone, una civiltà che si è evoluta al di là delle quattro dimensioni che conosciamo.” Un buco nero diventerà la soluzione per l’umanità? L’Amore rimane una forza indistruttibile, che riesce ad attraversare (e farci, con lei, attraversare ed esplorare) l’Universo sconosciuto, portandoci da un battito d’ali di farfalla giù fino alle tenebre nell’iper-spazio. Ne abbiamo bisogno.

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Il trio Lescano

27 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Il trio Lescano

Tre sorelle ungheresi di nascita, ma vissute a lungo in Olanda, che rispondevano ai nomi di Alexandrina Eveline, Judik, Catharina Maje; il loro cognome era Leschan, che, una volta affacciatesi alla ribalta della musica leggera, quasi per caso del resto, venne cambiato in Lescano.
E anche i nomi furono italianizzati, si chiamarono da quel momento Alessandra Giuditta e Caterinetta. Era il 1936 quando si provarono a cantare in coro.
Si deve al maestro Carlo Prato, che era allora il direttore artistico della sede EIAR, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche di Torino, la sola radio italiana dell'epoca fascista, nata nel dicembre del 1927, che ha lavorato in regime di monopolio fino l 1957, quando divenne RAI, Radiotelevisione Italiana. Carlo dunque prese le tre sorelle sotto la sua ala protettrice e le preparò, provando e riprovando per farne appunto un trio. Impostandone la voce, e lavorando su ognuna di esse, separatamente prima, e insieme poi.

Carlo Prato era di Susa, e, quando conobbe le sorelle Lescano, aveva appena 35 anni, ma aveva un fiuto impareggiabile per gli artisti in fieri; era un buon pianista, poi diplomatosi in composizione, e quindi anche in direzione d'orchestra, e per non farsi mancare niente si mise a cantare, per hobby più che altro, ma all'occasione non si tirava indietro e si esibiva.
Tra le altre cose, - a tempo perso diceva lui -, era anche un talent scout, uno scopritore di talenti; a lui deve la sua fama Ernesto Bonino; e più tardi il duo Fasano, due sorelle, Dina e Delfina, che furono per tanti anni nell'orchestra del maestro Cinico Angelini, insieme a Achille Togliani ,Carla Boni, Nilla Pizzi e Gino Latilla.
Nel 1936, le ragazze avevano: Alexandrina 26 anni, Giudik 23, e Catharin, la più piccola, appena 17 anni. Erano olandesi, essendo nate la prima a Gouda e le altre due a l'Aia. Pure essendo nate e vissute in Olanda (la madre era una cantante d'operetta, Eva de Leeuwe, olandese), le sorelle Lescano tennero la cittadinanza ungherese (quella del padre Alexander, che era di Budapest) fino a che non vennero naturalizzate italiane.
Il padre era un circense, e faceva il contorsionista; fino a che un bel giorno rimase invalido per essere incorso in un infortunio, e abbandonò la scena. Fu così che la signora de Leeuwe decise, per tirare avanti la famiglia, di creare un complesso famigliare di ballo acrobatico, al quale parteciparono solo le due sorelle più grandi; mentre Catherinetta fu lasciata in collegio ad Amsterdam. Il corpo di ballo a tre si chiamò The sunday Sisters e prese a esibirsi in Europa e in vari paesi del medio oriente.
La famiglia, dopo molto girare in Europa, giunse a Torino, come detto più sopra, furono viste dal maestro Carlo Prato, che decise di farne un gruppo musicale.
Il lavoro sulle ragazze non fu difficile, in quanto si rivelarono intonatissime e con delle voci che nel coro a tre s'integravano perfettamente; e non poteva essere altrimenti, dato che provenivano da una famiglia prettamente musicale; basti considerare che il nonno David, il padre della loro mamma, era un valente violinista, e altri tre zii erano virtuosi di pianoforte.
Nonno David era molto fiero delle sue nipotine, e visse ancora quattro anni (1854-1940), giusto il tempo di vederle al successo.
Fu fatto loro firmare un contratto con la Parlophon-Cetra, e nacque così il nome Trio Lescano (italiano, meglio Trio Vocale Sorelle Lescano, ma immediatamente abbreviato così come poi giunse al successo e alla fama). Incisero il loro primo disco coll'orchestra dell'EIAR diretta dal maestro Cinico Angelini; era il 22 febbraio 1936.
Spiccarono il volo, e cantarono con vari cantanti, Ernesto Bonino, Oscar Carboni, Silvana Fioresi e altri.
Le loro canzoni volarono dalla radio e si sparsero per tutta l'Italia; specialmente una sorpassò tutte le altre in notorietà, Tulipan, una canzone olandese, tradotta in italiano da Riccardo Morbelli, che ne curò anche l'arrangiamento.

Il successo delle sorelle Lescano fu dovuto al modo tutto particolare di interpretare le canzoni; quello swing che fino ad allora non si era registrato in nessuno dei cantanti sull'onda del successo. Un ritmo particolare che era un incrocio tra swing e jazz.
Il fascismo era alle porte, con tutta la sua parte deleteria; però va detto che, davanti al talento delle tre graziose cantanti, anche Mussolini ebbe ad applaudire.
Gli anni passavano veloci; la loro fama volava alto, grazie alle trasmissioni della radio.

Siamo nell'anno 1942. Fu proprio per l'intervento del capo del fascismo che ottennero la cittadinanza italiana; Mussolini intervenne presso il re Vittorio Emanuele, e la cosa fu fatta.
Venne la persecuzione degli ebrei, cui non si sottrassero neppure i fascisti di quell'Italia sciaguratamente alleatasi con la Germania e furono attivi come e quanto i tedeschi di Hitler; il Fuhrer aveva organizzato in larga scala la distruzione della razza ebraica e la ormai tristemente famosa "soluzione finale".
Venne a galla l'origine ebraica delle ragazze, si andò a spulciare tra le carte di famiglia e si scoprì che la madre Eva de Leeuwe era una ebrea olandese.
Ma la notizia non fu mai verificata, né è stato mai possibile dire se rispondeva alla realtà (non il fatto che fosse di razza ebraica, questo era vero) se si fecero ricerche in tal senso.
Sembra che di un loro arresto, avvenuto appunto nel 1942, ebbe a parlare in una intervista ai giornali, nel tardo 1985, una delle sorelle, precisamente Alessandra, arresto avvenuto proprio per motivi razziali. Ma la notizia - ripetiamo - non ebbe mai riscontri. Ad ogni modo sembra che una spiata effettivamente ci fu, ad opera delle sorelle Codevilla che costituivano un altro trio, il Trio Capinere, che non ebbe il successo delle Lescano; e che pare fossero invidiose di loro; era il 1942/1943.
L'accusa sarebbe stata di spionaggio, e, stando a quanto raccontato da Alexandra Leschan, le sorelle furono incarcerate a Genova. Attenzione, però, questa delazione non fu mai trovata nella storia; la si riporta per dovere di cronaca.
La storia del Trio Lescano andò avanti fino ai primi anni '50, quando, essendo il trio emigrato ormai da diversi anni in Sud America, si sciolsero definitivamente.
Successe questo: sei anni prima, nel 1946, dunque, la più piccola delle sorelle, Caterinetta, lasciò il gruppo vocale, sembra per sposarsi; e la ragazza venne sostituita con una giovanissima cantante italiana a nome Maria Bria, (nata nell'anno 1925, torinese, e ancora vivente).
Va detto che nessuno seppe della sostituzione di Caterinetta, Kitty, come la chiamavano confidenzialmente le sorelle. La voce del trio continuò così a volare per l'etere. La voce di Maria era una voce molto simile a quella della sorella uscita dal complesso vocale, ma il volto era e restò sconosciuto. Ripeto: per sei anni - dal '46 al, '52, nessuno seppe della sostituzione.
Sembrava essere ritornati ai primi tempi della radio, quell'EIAR che mandava in onda le voci ma nessuno conosceva i volti dei cantanti.
Torniamo alle origini del trio.
Prima di essere il Trio Lescano, le sorelle facevano le vocalist, cioè le coriste di contorno a cantanti già in auge nel panorama delle musica leggera italiana, prima fra tutte la cantante Maria Iottini, che cantava Maramao perché sei morto, celebre canzone del periodo fascista.
Quando passarono ad affrontare i microfoni come Trio, le loro canzoni raccolsero immediatamente un successo inatteso.
Abbiamo detto che furono messe sotto contratto dalla Parlophon Cetra; nel breve giro di sei anni dal '46 al '52, incisero la bellezza di più di trecento canzoni.
Le orchestrazioni del maestro Cinico Angelini della Rai di Torino, e poi anche di Pippo Barzizza e degli altri direttori d'orchestra che le diressero e arrangiarono le loro canzoni, erano basate su uno swing tutto personale; che i maestri presero dal jazz, per infonderlo nella musica che le sorelle pareva avessero nel sangue.
Abbiamo detto dei dischi incisi, trecentosessantacinque canzoni, tantissime, e molte di esse raggiunsero il successo. Pensate, della canzone Tulipan:... parlano d'amore i tuli tuli tuli pan...
vendette la bellezza di trecentocinquantamila copia, di quei primi dischi in vinile, sui quali la puntina di diamante seguiva i solchi che si restringevano man mano che la canzone andava avanti. E quando il disco si consumava a forza di essere sentito, frusciava ed acquistava un fascino particolare.
I successi furono molti, alcuni si ascoltano volentieri ancora oggi, Maramao perché sei morto, Ma le gambe, Pippo non lo sa, Tulipan, furono successi straordinari.
Sapete qual'era il compenso del trio? Mille lire al giorno, quelle mille lire che erano, e non per tutti, il salario di un lavoratore italiano, in un epoca in cui s'era affermata una canzone per la voce del cantante Gilberto Mazzi, che diceva così:

Se potessi avere
mille lire al mese,
senza esagerare,
sarei certo di trovare
tutta la felicità.

Un modesto impiego,
io non ho pretese,
voglio lavorare
per poter alfin trovare
tutta la tranquillità.

Una casettina
in periferia,
una m
ogliettina
giovane e carina,
tale e quale come te.

Se potessi avere
mille lire al mese,
farei tante spese,
comprerei fra tante cose
le più belle ch
e vuoi tu.

Alessandra raccontò - intervistata nel 1985, aveva ormai settantacinque anni, e da lì a due anni sarà l'ultima delle sorelle Lescano a lasciarci (morì infatti nel 1987) - che quei soldi servirono per acquistare un appartamento a Torino, una balilla fuoriserie e tanti vestiti e scarpe; cose che non si sarebbero mai sognate di avere, quando facevano la danza nel circo.
Ma intanto in quella intervista ribadì i fatti del '43, dell'arresto a Genova, del carcere durato un mese, della liberazione per intervento del principe Umberto, e della loro fuga in Val d'Aosta, a raggiungere la madre.

Racconta Maria Brio:

... le sorelle rimaste non volevano cambiare il nome, ché avevano ancora contratti da rispettare...
... io frequentavo un maestro di canto perché volevo intraprendere la carriera di cantante solista...
... ci conoscemmo, mi proposero di unirmi a loro...
... accettai
con entusiasmo...
... lavorai con loro, andai con loro nelle Americhe del Sud, e per sei anni fui la sorella invisibile...
... non presi una lira... ma mi piaceva troppo
cantare...

E' vero, furono scattate a volte delle fotografie, ma Maria si era talmente immedesimata nella terza sorella, Kitty, non diede modo di dubitare sulla sua identità (falsa).

... cantavamo in varie lingue, io ne conoscevo alcune, non il tedesco o l'inglese, ma imparai presto, e nessuno dubitò mai.
Continua Maria:

... non andavamo più a cantare alla radio, quella radio che aveva lanciato il gruppo vocale originario e lo aveva fatto conoscere su vasta scala, adesso, dice, non ne avevamo più bisogno,

Il nuovo Trio cantava nelle piazze, nei locali.
Il Gruppo si sciolse, come detto, nell'anno 1952. Maria si era stancata di lavorare gratuitamente, (non venni mai pagata, racconta) pur con tutta la passione per la musica leggera e l'affetto che la legava ormai alle sorelle rimaste, e poiché le due Lescano superstiti, Sandra e Giuditta, non potevano esibirsi in due, decisero di porre fine al loro sodalizio. Eppoi, Judik si fidanzò e anche lei ventilò a più riprese il desiderio di ritirarsi:; ciò che fece,

Io lasciai così, a malincuore; tornai in Italia, mentre loro restarono in Venezuela, a Caracas precisamente; Caterinetta le raggiunse più tardi e tornarono a stare unite senza però più cantare. Io mi impiegai presso il Comune di Torino, dove lavorai per più di vent'anni; mi sposai ebbi figli e diventai nonna felice; e adesso bisnonna.

Catharina Leschan, la più giovane, morì a causa di un tumore nel 1965, aveva appena compiuto 46 anni. Alexandra, la più grande, morì in Italia a Fidenza, come abbiamo detto poco sopra, nel 1987. Dell'altra sorella Judik si sono perdute le tracce, e non se ne sa ancora oggi, nulla.
Scomparsa.

marcello de santis

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