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Un duello del duce

10 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #luoghi da conoscere

Un duello del duce

Un giorno di ottobre del 1921, Benito Mussolini è ancora solo un onorevole fra tanti. Ha forti contrasti con Francesco Ciccotti Scozzese, ex compagno del partito socialista ed ex amico. Ciccotti è stato segretario della Camera del Lavoro labronica nel 1902. I due hanno continui scontri e diverbi, Mussolini definisce il Ciccotti - già nominato "Cagoia" da D'Annunzio - "lercio basilisco". Ci si decide per un duello proibito.

Le trattative sono lunghissime, tutte le questure d'Italia si mobilitano per impedire lo scontro. I due iniziano il contrasto a Milano, poi scappano, inseguiti dalla polizia, cercando un posto tranquillo dove potersi sfidare. Una delle macchine inseguitrici, vicino a Piacenza, ha un incidente e finisce contro un carro di fieno. Il pilota della macchina di Mussolini è lo spericolato Aldo Finzi, che ha partecipato con D'Annunzio al volo su Vienna. Vagano per le città dell'Emilia e della Toscana in cerca di un luogo dove convocare Ciccotti. Finiscono ad Antignano, nella villa Perti, oggi scomparsa.

La sfida ha luogo al pian terreno, nel salone, i padrini di Mussolini sono il colonnello Basso e l'onorevole Finzi. Al quattordicesimo assalto Ciccotti entra in affanno, ha una crisi respiratoria. Viene fatto distendere sul letto, i medici gli praticano una iniezione di olio canforato, poi dichiarano l'insufficienza cardiaca e impediscono la continuazione del duello. Mussolini si arrabbia, pensa a uno stratagemma di Ciccotti per sottrarsi alla tenzone.

Ha una ferita a un braccio e la giovane siciliana Elvira, parente del padrino di Ciccotti (il livornese Cesare Guglielmo Pini) lo cura. "Ferito", dice Mussolini guardandola intensamente, "ma curato da una bella infermiera", e le dona la sua spada.

La polizia li sorprende.

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Collodi e Livorno

9 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Collodi e Livorno

"La campanella suonò:

il fischio della locomotiva

Lacerator di ben costrutte orecchie

echeggiò sotto la soffitta della Stazione; gli sportelli delle carrozze,

l'un dopo l'altro, fortemente sbattendo,

si chiusero - e il convoglio,

flottando con respiro sordo e affannoso, si pose in moto alla volta di Livorno!"

È risaputo che i fiorentini benestanti amano farsi le vacanze a Livorno. Fra questi c'era anche Carlo Collodi (1826 - 1890), l'autore dell'indimenticato Pinocchio, che soleva "annoiarsi terribilmente" dalle nostre parti per tutto luglio e agosto.

Ricordiamo qui una sua opera meno conosciuta: "Un romanzo in vapore. Da Firenze a Livorno". Pubblicato nel settembre del 1856 per l'editore Mariani, fu venduto ai viaggiatori come opuscolo informativo, nel primo anno di funzionamento della Ferrovia Leopolda che, appunto, collegava Firenze a Livorno.

Costruita negli anni 40 del XIX secolo, la ferrovia partì proprio da Livorno, con un binario unico, e suscitò le ire (e i tumulti) dei barcaioli dell'Arno che vedevano scemare il lavoro. Delle tre stazioni della ferrovia, la nostra - la dismessa stazione San Marco - è l'unica a non essere ancora stata oggetto di riqualificazione, nonostante numerose proposte.

Fra romanzo d'appendice ingarbugliato e autoironico, e manuale d'informazioni utili per i viaggiatori, il volumetto tascabile scritto dal Collodi, è una guida storico - umoristica che si colloca nella letteratura, allora all'avanguardia, dedicata ai viaggi su strade ferrate. Descrive, con brio tutto toscano, le peripezie dei pionieri del treno a vapore, fra tradizione contadina e nuovo che avanza, in uno stile di contaminazione letteraria sul modello di Sterne.

Le descrizioni che riguardano la città non sono propriamente lusinghiere, sia per quanto riguarda l'arte:

"In fatto di monumenti e di cose antiche, Livorno ha ben poco da presentare all'occhio dell'artista e dell'amatore. E ciò si capisce facilmente: imperocché nelle città consacrate quasi esclusivamente al commercio e all'industria, le belle Arti non vi respirano a modo loro e raramente vi ottengono la Carta di soggiorno!"

che le persone:

"La donna livornese, e particolarmente la donna del popolo ha, in generale, fattezze regolari, begli occhi, bei denti - e molti capelli. Il maschio non presenta nulla di singolare che lo distingua - seppure non si vogliano eccettuare i barcaioli e i saccaioli, nei quali l'esercizio quotidiano di una vita affaticata, sviluppa ordinariamente delle forme robuste e delle tendenze ercoline!"

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"Quand'ero scemo": la parola ai lettori

8 Maggio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #recensioni

"Quand'ero scemo": la parola ai lettori

Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti, "Quand'ero scemo" su ilmiolibro.it

Si tratta di una raccolta di trentadue racconti, popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre, fate elfiche, robot, disabili, malati terminali, mogli senza scrupoli. In questa varietà di temi e condizioni umane non si indulge al patetico, non si lanciano messaggi o insegnamenti, piuttosto si riflette sul concetto di 'normalità', ribaltandolo attraverso un'ottica particolare, angolare, magica.

Lorenza:

“Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini alla realtà da permetterci d’immedesimarsi con la stessa, altre più fantastici, che tuttavia trascendono la realtà attraverso i sentimenti dei personaggi. Infatti, caratteristica preponderante di ogni racconto è quella di esprimere pienamente ogni sentimento attinto dalla gamma più variegata si possa provare. La lettura, piacevolissima e scorrevole, a volte fa sorridere, altre commuove, o, ancora ci permette di guardarci con ironia , per giungere fino all’assurdo delle umane possibilità di pensiero e di azione. Spesso stride con la realtà, quasi a testimoniare la diversità dei punti di vista, la differenza del modo di pensare e di essere, tanto da far pensare a Pinocchio che …”uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero”, quasi a convincersene, ben sapendo che non è proprio così…. Tant’è vero che il ragazzo down, recentemente operato per assumere sembianze definite “normali”, farà di tutto per tornare com’era prima, perché si rende conto che la realtà non è così bella come sembra! Si mescolano storie di rimpianti, tradimenti, conquiste, sfide, gioie e dolori, tutte finalizzate ad una profonda riflessione, quella che farà pensare a suor Maria che…”avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza di guardarsi dentro…” Ma forse è meglio dirsi, come Sabrina, che è ora di …”smettere di porsi queste domande…”, altrimenti si finisce come il boia che ammette “…non vorrei chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo…” Mi pare quasi superfluo aggiungere che mi è piaciuto molto per la sua estrema originalità e per il tripudio di emozioni che di cui pullula!”

Tata:

“Quando ero scemo, ovvero prima che l’eccelsa luce dell’intelletto illuminasse la consapevolezza di sé. Con piccoli passi seguo il filo delle parole di questi racconti. Piccoli passi timidi, incerti, di chi non vuole disturbare, perché Patrizia Poli mi parla di sentimenti, di paure, di rimpianti, di rimorsi, di disagi, di equivoci, di rabbie, di vendette, mi indica lo scarto fra la realtà dura, ovvia, banale, accettata e il mondo privato, intimo, fragile di donne, uomini, bambini abbandonati, feriti, traditi, persino il robottino lasciato a sé stesso nello spazio che si vede negare anche l’identità di cane, della povera Laika. L’ironia ricama uno stile agile, lieve, delicato. La narrazione mi sorprende, mi attira, mi chiama, mi confonde, mi commuove, in un bisogno di identificazione e di appartenenza con la farfalla e il suo unico grande giorno, col ciecomuto, con Marta, coi gemellini siamesi che aspettano di essere divisi. Con quest’umanità infelice e smarrita che sembra volersi raccontare e svelare.”

Maria Teresa:

“Penetrare a fondo nelle mille sfaccettature della vita non è facile, spesso distratti dalle enormi difficoltà della nostra, osserviamo con molta superficialità e crudele disincanto quanto ci circonda, con un’accettazione passiva andiamo oltre e preferiamo non frugare, non indagare all’interno di tanto dolore sommerso che coinvolge nostri simili, stoicamente considerati lontani o semplicemente diversi. Patrizia Poli, l’autrice di questa raccolta di racconti “Quando ero scemo”, con un’incredibile abilità narrativa legata a uno stile scabro, essenziale, ma profondamente incisivo, attraverso una grande varietà di personaggi, ci costringe a vedere e sentire ciò che non vogliamo, in un modo originale, tutto suo, utilizzando dimensioni oniriche o metaforiche, con sprazzi di paradossale che talvolta riescono a farci sorridere persino nelle situazioni più drammatiche. La sua è un’ironia sottile, apparentemente distaccata, ma in grado di esploderci dentro, per quel suo modo di ribaltare i contenuti dei racconti, sicuramente tutti singolari, dove i più svariati personaggi, prendono consistenza talvolta in modo sibillino, consistenza che acquista una certa attendibilità attraverso secche frasi conclusive che comunque, seppur illuminino, lasciano una scia ricercata di dubbi. Abilissima nel pilotarci all’interno di storie dove il passato e il presente diventano attimi che s’intersecano, come attraverso gli occhi di un’occasionale passante che rivede il cammino avvenuto nel 1369 da parte di un pellegrino diretto a Santiago de Compostela, o dove incredibili situazioni paradossali prendono corpo, come in quella di un uomo che, perfettamente sano, viene ridotto alla stregua di un disabile dalla moglie che lentamente lo avvelena, per fargli così ottenere importanti avanzamenti nella carriera aziendale, lei lascia comunque a noi le conclusioni e senza interferire, ci colpisce. Incontriamo nei suoi racconti anime schiacciate nelle loro vite incompiute, come quella di una suora che è sommersa dai dubbi per un intenso desiderio di libertà, o quella di una donna lacerata dal rimorso per aver abortito, o di un poeta che prima di morire affida al mare e al vento i versi che nessuno ha mai ascoltato. Comunque e sempre narra della vita, della felicità cui tutti aneliamo e che spesso è sfuggente ed effimera, perché stiamo in una solitudine cosmica dove ciascuno è unico a contatto con tanti simili. Così capita che un ragazzino Down considerato “diverso”, dopo aver acquistato la normalità con un intervento chirurgico, si senta addolorato e diverso in un mondo in cui non si riconosce e che non gli appartiene, e desidera ritornare scemo, per riacquistare la felicità nell’incoscienza di eterno bambino, dove esiste Babbo Natale e tutto sa di pulito e buono. Apparentemente Patrizia Poli non parla di sé e del suo sentire, ma il suo pensiero, la sua protesta verso questo mondo così scarso d’amore si avverte e vibra in ogni parola, con una scia di velato romanticismo che addolcisce le negatività del vivere, mostrando un animo capace di umana comprensione e di perdono.”

Lauretta:

Ecco un piccolo libro, che potrebbe passare inosservato perché semplice e discreto. E invece vale molto più di altri mille libri presenti sugli scaffali in libreria. “Quando ero scemo” è un’opera straordinaria. L’autrice scrive con una disinvoltura, con una partecipazione e con una capacità non scontate. Lo stile narrativo è splendido e rapisce il lettore e, alla fine di ogni racconto, dopo aver spaziato tra luoghi distanti e diversi, tra dolori, tristezze, tra disabilità e diversità, tra sogno e realtà, lo riporta con i piedi per terra. I racconti si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

Ecco una serie di recensioni al mio libro di racconti , "Quand'ero scemo" su ilmiolibro.it

Si tratta di una raccolta di trentadue racconti, popolati da una folla multiforme di personaggi. Uomini disperati, ragazze disilluse, vecchie aggrappate ai ricordi o con la mente persa fra le ombre, fate elfiche, robot, disabili, malati terminali, mogli senza scrupoli. In questa varietà di temi e condizioni umane non si indulge al patetico, non si lanciano messaggi o insegnamenti, piuttosto si riflette sul concetto di 'normalità', ribaltandolo attraverso un'ottica particolare, angolare, magica.

Lorenza:

“Questo libro ci presenta una serie innumerevole di racconti, estremamente vari, talvolta vicini alla realtà da permetterci d’immedesimarsi con la stessa, altre più fantastici, che tuttavia trascendono la realtà attraverso i sentimenti dei personaggi. Infatti, caratteristica preponderante di ogni racconto è quella di esprimere pienamente ogni sentimento attinto dalla gamma più variegata si possa provare. La lettura, piacevolissima e scorrevole, a volte fa sorridere, altre commuove, o, ancora ci permette di guardarci con ironia , per giungere fino all’assurdo delle umane possibilità di pensiero e di azione. Spesso stride con la realtà, quasi a testimoniare la diversità dei punti di vista, la differenza del modo di pensare e di essere, tanto da far pensare a Pinocchio che …”uguale è bello, uguale è normale, uguale è vero”, quasi a convincersene, ben sapendo che non è proprio così…. Tant’è vero che il ragazzo down, recentemete operato per assumere sembianze definite “normali”, farà di tutto per tornare com’era prima, perchè si rende conto che la realtà non è così bella come sembra! Si mescolano storie di rimpianti, tradimenti, conquiste, sfide, gioie e dolori, tutte finalizzate ad una profonda riflessione, quella che farà pensare a suor Maria che…”avrebbe chiesto a Gesù l’umiltà e la forza di guardarsi dentro…” Ma forse è meglio dirsi, come Sabrina, che è ora di …”smettere di porsi queste domande…”, altrimenti si finisce come il boia che ammette “…non vorrei chiedermi se, domani all’alba, quando tu sarai morto, io sarò ancora vivo…” Mi pare quasi superfluo aggiungere che mi è piaciuto molto per la sua estrema originalità e per il tripudio di emozioni che di cui pullula!”

Tata:

“Quando ero scemo, ovvero prima che l’eccelsa luce dell’intelletto illuminasse la consapevolezza di sé. Con piccoli passi seguo il filo delle parole di questi racconti. Piccoli passi timidi, incerti, di chi non vuole disturbare, perché Patrizia Poli mi parla di sentimenti, di paure, di rimpianti, di rimorsi, di disagi, di equivoci, di rabbie, di vendette, mi indica lo scarto fra la realtà dura, ovvia, banale, accettata e il mondo privato, intimo, fragile di donne, uomini, bambini abbandonati, feriti, traditi, persino il robottino lasciato a sé stesso nello spazio che si vede negare anche l’identità di cane, della povera Laika. L’ironia ricama uno stile agile, lieve, delicato. La narrazione mi sorprende, mi attira, mi chiama, mi confonde, mi commuove, in un bisogno di identificazione e di appartenenza con la farfalla e il suo unico grande giorno, col ciecomuto, con Marta, coi gemellini siamesi che aspettano di essere divisi. Con quest’umanità infelice e smarrita che sembra volersi raccontare e svelare.”

Maria Teresa:

“Penetrare a fondo nelle mille sfaccettature della vita non è facile, spesso distratti dalle enormi difficoltà della nostra, osserviamo con molta superficialità e crudele disincanto quanto ci circonda, con un’accettazione passiva andiamo oltre e preferiamo non frugare, non indagare all’interno di tanto dolore sommerso che coinvolge nostri simili, stoicamente considerati lontani o semplicemente diversi. Patrizia Poli, l’autrice di questa raccolta di racconti “Quando ero scemo”, con un’incredibile abilità narrativa legata a uno stile scabro, essenziale, ma profondamente incisivo, attraverso una grande varietà di personaggi, ci costringe a vedere e sentire ciò che non vogliamo, in un modo originale, tutto suo, utilizzando dimensioni oniriche o metaforiche, con sprazzi di paradossale che talvolta riescono a farci sorridere persino nelle situazioni più drammatiche. La sua è un’ironia sottile, apparentemente distaccata, ma in grado di esploderci dentro, per quel suo modo di ribaltare i contenuti dei racconti, sicuramente tutti singolari, dove i più svariati personaggi, prendono consistenza talvolta in modo sibillino, consistenza che acquista una certa attendibilità attraverso secche frasi conclusive che comunque, seppur illuminino, lasciano una scia ricercata di dubbi. Abilissima nel pilotarci all’interno di storie dove il passato e il presente diventano attimi che s’intersecano, come attraverso gli occhi di un’occasionale passante che rivede il cammino avvenuto nel 1369 da parte di un pellegrino diretto a Santiago de Compostela, o dove incredibili situazioni paradossali prendono corpo, come in quella di un uomo che, perfettamente sano, viene ridotto alla stregua di un disabile dalla moglie che lentamente lo avvelena, per fargli così ottenere importanti avanzamenti nella carriera aziendale, lei lascia comunque a noi le conclusioni e senza interferire, ci colpisce. Incontriamo nei suoi racconti anime schiacciate nelle loro vite incompiute, come quella di una suora che è sommersa dai dubbi per un intenso desiderio di libertà, o quella di una donna lacerata dal rimorso per aver abortito, o di un poeta che prima di morire affida al mare e al vento i versi che nessuno ha mai ascoltato. Comunque e sempre narra della vita, della felicità cui tutti aneliamo e che spesso è sfuggente ed effimera, perché stiamo in una solitudine cosmica dove ciascuno è unico a contatto con tanti simili. Così capita che un ragazzino Down considerato “diverso”, dopo aver acquistato la normalità con un intervento chirurgico, si senta addolorato e diverso in un mondo in cui non si riconosce e che non gli appartiene, e desidera ritornare scemo, per riacquistare la felicità nell’incoscienza di eterno bambino, dove esiste Babbo Natale e tutto sa di pulito e buono. Apparentemente Patrizia Poli non parla di sé e del suo sentire, ma il suo pensiero, la sua protesta verso questo mondo così scarso d’amore si avverte e vibra in ogni parola, con una scia di velato romanticismo che addolcisce le negatività del vivere, mostrando un animo capace di umana comprensione e di perdono.”

Lauretta:

Ecco un piccolo libro, che potrebbe passare inosservato perché semplice e discreto. E invece vale molto più di altri mille libri presenti sugli scaffali in libreria. “Quando ero scemo” è un’opera straordinaria. L’autrice scrive con una disinvoltura, con una partecipazione e con una capacità non scontate. Lo stile narrativo è splendido e rapisce il lettore e, alla fine di ogni racconto, dopo aver spaziato tra luoghi distanti e diversi, tra dolori, tristezze, tra disabilità e diversità, tra sogno e realtà, lo riporta con i piedi per terra. I racconti si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

si leggono d’un fiato, piacevolmente, proprio perché concisi, ma perfetti nella forma. La malinconia pervade ogni pagina, c’è una sorta di cappa, come una giornata uggiosa, che impregna e permea le storie della raccolta; ma ciononostante tra le righe c’è di più, c’è anche qualcosa di potente, ci sono anche vita e amore, desiderio e bellezza. C’è l’umanità, coi suoi vizi, i suoi vezzi, le sue virtù e le sue incongruenze. L’autrice fa letteratura in poche righe, descrivendo minuziosi dettagli e grandi scenografie, con la sua capacità di raccontare tanto in due pagine o addirittura in una sola. Consiglio vivamente di leggerlo.

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IL CRISTO VELATO (2)

7 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

IL CRISTO VELATO (2)

IL CRISTO VELATO (2)
di
marcello
de santis

IL DISINGANNO


La statua del Disinganno è' opera dell'artista Francesco Queirolo (Genova 1704 - Napoli 1762) che lavorò alla Cappella dei Sansevero dove, dove oltre a eseguire sculture, provvide anche alla decorazione della stessa .
Ho scelto di pubblicare un particolare di essa, la parte superiore, perché vista così da vicino si può ammirare e comprendere la difficoltà del suo autore nel realizzare la rete (di marmo) che avvolge la persona. Si trova a destra dell'altare, rappresenta appunto un uomo che tenta invano di sciogliersela di dosso, con l'aiuto di in genietto con le ali; cerca di liberarsi dall'inganno rappresentato dalla rete che lo ha fatto suo prigioniero.
Il Principe di Sansevero ha voluto nella statua vedere suo padre Antonio (1683-1757) chiamato dal desiderio di avventure per perseguire le quali abbandonò in gioventù la famiglia; rinunciò per questo alla successione, mantenendo per sé solo il titolo di duca di Torremaggiore, e che tornò all'ovile solo in tarda età, pentito, al punto che prese i voti e si chiuse in convento.

LA PUDICIZIA

Anche qui siamo di fronte a una statua coperta da un velo leggero,
così sottile da sembrare un velo vero, come nel Cristo del Sammartino.
Opera di Antonio Corradini, eseguita nell'anno 1752, vuole rappresentare - per volere del Principe Raimondo - la sua adorata madre Cecilia Gaetani dell'Aquila che, morendo giovanissima nel dicembre del 1910, lo aveva lasciato piccolissimo, quando aveva appena un anno.
Corradini, celebre artista alla corte dell'imperatore a Vienna, viene chiamato nel 1751 a Napoli per eseguire i lavori della oggi famosa Cappella. Ma il destino aveva deciso per lui; non poté realizzare quanto chiamato a fare, essendo stato colto dalla morte nello stesso anno in cui terminò la Pudicizia, il 1752.
Opera questa di incredibile leggerezza, non ha eguali, anche se esistono invero molte altre statue velate nella storia dell'arte, alcune realizzate dallo stesso Corradini (che - pare - sia stato anch'egli un affiliato della massoneria). Non stiamo qui a ricordare i simboli nascosti che si sono voluti cercare e trovare nella statua velata della Pudicizia, ché lo stesso personaggio del committente, il Principe Raimondo, portava necessariamente a fare. Il principe, infatti, come detto anche più sopra, era dotato di una cultura eccezionale, e all'epoca era considerato, tra le altre cose, un vero e proprio genio. Matematica, lingue, medicina; e chimica soprattutto.
Giovanissimo studente era stato un inventore di provata abilità ed efficienza; tra le sue invenzioni si ricorda il fucile a retrocarica; e un cannone di lunga gittata che realizzò per poter colpire le navi della flotta da guerra inglese che ponevano d'assedio Napoli. Ma si dice che fosse il primo ad avere scoperto la radioattività, in esperimenti che gli lasciarono il tremore delle mani fino alla sua morte.
L'arte medica era un'altra delle sue infinite doti; la metteva a disposizione anche per i nobili malati che curava, sperimentando su di loro dopo aver studiato i sintomi dei loro mali, le sue trovate chimiche; e poi esaminando le reazioni ai suoi medicamenti. Fu così che gli venne in mente, una mente sensazionale sotto tutti gli aspetti, di far costruire, per poter meglio studiare il corpo umano, le famose macchine anatomiche nelle quali fece riprodurre l'apparato circolatorio con tanto di vene arterie e capillari, sia di una persona di sesso maschile che di una di sesso femminile, questa addirittura in stato interessante.
Eccole qui sotto le foto di queste altre due altre meraviglie. Sono gli scheletri di un uomo e di una donna conservati nei sotterranei della Cappella; sono chiusi in due bacheche di vetro per preservarli da qualsiasi cosa o persona che potrebbe danneggiarli.
Come si può vedere, sono realizzati fin nei minimi particolari vene, venuzze e capillari del sistema circolatorio. Sono opera di un medico di Palermo, tale Giuseppe Salerno, che li realizzò sotto la direzione e il controllo costante del principe in persona, e risalgono agli anni 1763-1764, quando il principe aveva 54 anni, che li ha fatti "costruire" mettendo a disposizione del medico due elementi veri: le ossa e i crani, intorno ai quali ha elaborato e sistemato l'intricato sistema di vene.
Come le altre opere presenti della cappella - ma questa più delle altre - presenta il più grande mistero di cui è impregnato l'ambiente sacro: quali materiali sono stati utilizzati per la composizione del delicatissimo apparato circolatorio? Quali procedure segrete?
Non è chi non veda - e non c'è bisogno di ricordarlo - che le due composizioni hanno richiesto degli studi approfonditi del corpo umano, sia da parte del medico chiamato a eseguire l'opera, che soprattutto da parte del Principe Raimondo, il quale sappiamo quanto fosse meticoloso e attento a che tutto fosse perfetto al massimo grado.
Le illazioni riguardo alla elaborazione ed esecuzione delle due figure sono diverse, e tutte misteriose ancora oggi.
Forse che il principe abbia fatto usare una sostanza sconosciuta, da lui scoperta in laboratorio, che il medico ha infiltrato nel corpo vero di due cadaveri, sostanza che ne avrebbe metallizzato i vasi sanguigni?
Se così fosse, ci troveremmo allora avanti a due scheletri di cadaveri del settecento. (E una storia, vera o leggenda, narra che il principe avesse fatto uccidere due suoi servi - almeno questo credeva il popolo: erano scomparsi, guarda caso, proprio allora, due servi del principe; del resto era voce corrente tra il popolino che egli avesse fatto uccidere ben sette cardinali per usarne la pelle a coprire delle sedie - e quindi avesse provveduto con l'aiuto del medico Giuseppe Salerno a imbalsamare i due corpi, usando materiali da lui studiati e realizzati, la cui composizione il principe si è portata nella tomba.
Oppure le due opere sono frutto semplicemente di un'arte sopraffina, applicata alla bisogna con materiali comuni all'epoca, la cui combinazione (arcana) sia stata cercata e creata all'uopo del principe in persona? Fatto sta che a ben vedere tutto l'apparato circolatorio dei due rasenta la perfezione assoluta in ogni minima parte, se si tiene conto che trecento anni fa circa le conoscenze del corpo umano non erano certamente quelle di oggi.
Insomma: ai suoi tempi il principe era considerato, fin da quando giovanissimo venne a Napoli dal suo paese, una specie di negromante; la sua persona era circonfusa di qualcosa di arcano; tanto che faceva addirittura paura quando andava a passeggio per una Napoli che egli considerava città arretrata e ignorante, avvolto nella sua cappa di mistero; era additato addirittura come uno stregone; il mistero ancora oggi prende il visitatore nella Cappella, che resta a dir poco allibito da ciò che scorre davanti ai suoi occhi.
Quando ci accingiamo ad uscire, non possiamo non ritornare ancora là dove dorme il Cristo. Gettiamo un ultimo sguardo al corpo nella sua interezza, ci giriamo intorno con lo sguardo, e ci viene voglia di allungare una mano e toccare; anche se sappiamo che è vietato. Restiamo suggestionati ancora una volta - e sì che c'eravamo fermati a lungo ad ammirare l'opera poco prima - restiamo suggestionati dalla realtà del velo così aderente al viso e al corpo, che possiamo vedere attraverso di esso addirittura le ferite infertegli durante la crocifissione.
Tutto è talmente perfetto che non possiamo non tornare a pensare alla personalità del Principe e alle conoscenze (che a quel tempo dovevano essere necessariamente limitate) di cui abbiamo letto da qualche parte prima di entrare nella Cappella: e ci viene spontaneo pensare che quel marmo sia diventato marmo dopo la creazione della statua, grazie a qualche astruso potere alchemico messo in atto dal di Sangro.
Ma quali strumenti misteriosi aveva a disposizione?
Che cosa mai si era inventato in grado di marmorizzare un velo trasparente?
Il nostro desiderio è incontrollabile, non tanto per il gesto semplice in sé di renderci conto della "realtà" della scultura, ma con l'inconscio impulso di sollevare il velo e constatare coi nostri occhi se quel signore che sta là sotto stia dormendo; e il nostro sguardo corre al torace, e lo fissiamo, a vedere se per caso si solleva o meno, se respira o meno; e poter gridare: è vivo! è vivo! Poi però ci tratteniamo e seguiamo il flusso lento e pensieroso degli altri visitatori che si avviano ad uscire, e noi con loro, portandoci appresso tutti i misteri che nel nostro giro non siamo riusciti a svelare. Neppure in parte.
Voglio chiudere questo breve saggio riportando una domanda che si pone Giuseppe Di Stadio, e che si sono posti tanti studiosi del Signore di Sansevero, purtroppo ancora oggi senza risposta. Giuseppe Di Stadio è un giovane napoletano, egittologo e studioso di storia; in particolare ricercatore delle evoluzioni dei Regni partenopei dal 500 al 1861. Ha al suo attivo anche un romanzo storico. Potete leggere di lui e dei suoi saggi - e vi garantisco che ne vale la pena - sul blog che ha su internet intitolato mry hr - l'amato da horus.
Si chiede dunque Di Stadio: Come è possibile che uno studioso del 1700 sia riuscito ad acquisire conoscenze così sviluppate ed approfondite in tutti i campi del sapere umano? Come ha potuto mettere in pratica i suoi studi realizzando le opere che oggi ammiriamo con i nostri occhi incantanti e sbalorditi?

fine
marcello de santis

La pudicizia

La pudicizia

IL CRISTO VELATO (2)
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Strange Fruit

6 Maggio 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #musica

Strange Fruit

Abel Meeropol, dopo aver visto la foto del linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith avvenuto nell'Indiana, scrisse la poesia Strange Fruit che pubblicò con lo pseudonimo di Lewis Allen (nomi dei suoi figli morti bambini). Più tardi la musicò, ma non trovò chi fosse disposto a cantarla, a parte sua moglie. Ci volle Billie Holiday, che ne fece uno dei suoi cavalli di battaglia, per farla sentire al mondo che ignorava gli orrori, che fino a pochissimi anni fa, i bianchi perpetravano ai danni dei neri nel Sud degli USA. Propongo la canzone, nella struggente interpretazione di Billie Holiday, e il testo tradotto.

Gli alberi del sud danno strani frutti

Sangue sulle foglie e sangue sulle radici

Neri corpi oscillano alla brezza del sud

Strani frutti appesi ai pioppi

Scena pastorale del valoroso sud

Gli occhi sporgenti e le bocche contorte

Odore di magnolie, dolce e fresco,

E d’improvviso odore di carne che brucia

Ecco il frutto che piluccheranno i corvi

Che raccoglierà la pioggia, che succhierà il vento,

Che il sole farà imputridire, che l’albero lascerà cadere

Ecco uno strano e amaro raccolto

https://www.youtube.com/watch?v=h4ZyuULy9zs

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All by myself

5 Maggio 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

All by myself

Salve pollastre,

devo farvi una confessione…

con due pargoli piccoli diciamo che non è facile dedicarsi a fantastiche maratone di sesso da camera (a meno che non prenotiate un motel), per cui io, ma anche mio marito (più che probabilmente) siamo molto in DIY (do it yourself) mood.

Trovo che il “fai da te” possa creare tal volta una sorta di confidenza ulteriore, non col proprio corpo come si fa in adolescenza, bensì con la propria testa… fino a raggiungere ottimi risultati non solo in termini di benefici curativi delle nostre isterie croniche, nota dolente di noi “pollisteriche”, ma anche in termini di compensazione di certe ingiustizie che sentiamo di subire quotidianamente e che, in quanto tenere pollastre, non riusciamo a lasciarci alle spalle, accidenti su cui ci impantaniamo a rimuginare per mesi, da polle tignose che siamo.

Tutto ‘sto papiello per dirvi che ho capito che il “fai da te” è un ottimo mezzo per combattere lo stress…signore mie

Bella scoperta! – direte voi. Sì, amiche care, ma c’è modo e modo, o meglio c’è mood e mood…

Dunque, è opinione comune che le amicizie vere, quelle che rimangono per sempre, siano quelle fatte in età più o meno tenera, mentre le amicizie “adulte”, per così dire, sarebbero sempre un po’ meno totalizzanti, un po’ meno sincere, un po’ meno tutto, insomma. Ora, senza voler essere conservatrici a tutti i costi, io penso che se i luoghi comuni sono diventati, nel tempo, “comuni”, un motivo ci dovrà pur essere e del resto l’esperienza, in questo caso, raramente contraddice l’assunto. Un caso tipico del genere riguarda i rapporti con le mamme dei compagni di classe dei nostri figli… non mi sembra il caso di dilungarmi sulle varie tipologie di mamme perchè la fauna è ampia e diversificata, ma solitamente sono due i casi in cui nasce l’amicizia:

1) tuo figlio vuole andare sempre a casa del suo amichetto e tu sei obbligata a fare amicizia coi genitori (drammatico quando questi non ti piacciono)

2) un amichetto di tuo figlio vuole venire sempre a casa tua a giocare e tu sei costretta a fare amicizia con i genitori (drammatico quando questi ti piacciono)

Ci siamo capite, no? Amicizia obbligatoria per amore dei pargoli…

Ok, fin qui tutto si aggiusta, se un dio benevolo fa in modo che i tizi ti vadano a genio, ma che succede se sei tu che non piaci a loro?

Allora diciamo che io mi trovo al punto due e, dopo un paio d’anni di frequentazioni varie, divento amica della mamma di questo bambino: una abbastanza in gamba, (anche troppo per i miei gusti) una che sta sempre in giro, che è sempre informata su quello che succede a scuola, anche gli inciuci più pesanti, e che sembra avermi accettata nella sua ampia schiera di “amicizie” con tanto di taggamenti a raffica e commenti calorosi e affettuosi su Facebook.

E qui viene il bello, la fantastica mamma, qualche giorno fa, posta delle foto di una festona chiccosissima, organizzata a casa sua, a cui partecipano molti amici comuni e a cui io non sono stata invitata senza la benché minima spiegazione.

La buona pollastra che è in me mi invita ad assumere un atteggiamento di maternalistica superiorità, anche perché “Signori si nasce e io lo nacqui”….

Ma l’altra metà del mio pollaio interiore ove alberga la sua cattiva sorellastra, la pollastra tignosa, non fa altro che pensare all’onta subita ma soprattutto all’”amicizia tradita”…

Me ne vado a dormire senza aver capito come superare lo “stato di gabbia” e in bilico tra quello che pensano le due pollastre discordanti.

So I had a dream.

Nel sogno mi do da fare alla grandissima col marito (niente male…) della tizia mentre la traditrice, ora tradita (evvai!), è costretta ad assistere alla scena, trattenuta a braccia da due possenti gladiatori (allegoria della conflittualità?) che le impediscono di scagliarsi contro di noi. O almeno così penso io, perché a un certo punto la tipa si libera, mi salta addosso e mi annienta… a colpi di lingua! Insomma, dopo il grande successo di “Sixtynine in Amsterdam”, la Polla Productions presenta: “Cunnilingus dreaming – Ne infilza più la lingua che lo spiedo” con All By My Self come colonna sonora.

Ci svegliamo di soprassalto, la buonista, la tignosa e io, mio marito dorme e non si accorge del nostro ansimare; la questione tra noi non è ancora risolta, ma nessuna delle tre ha più voglia di litigare, allora ci prendiamo un istante, uno solo, lungo appena un sospiro e poi, piano, con ancora All By My Self in sottofondo, scivoliamo “into the mood”…

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José Antonio Orts

4 Maggio 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #scultura

José Antonio Orts

Ho conosciuto José Antonio Orts a Roma nell’89, quando si trovava da noi, all’Accademia Spagnola, per una delle sue innumerevoli borse di studio. José Antonio ha una vita completamente immersa nell’arte, elencare i suoi titoli e riconoscimenti – sono così tanti - sarebbe quasi tedioso e questo articolo non lo leggereste più. E io vorrei che lo leggeste. José Antonio a 21 anni vinse un premio importantissimo per aver inventato un giocattolo per bambini. Che c’entra? C’entra. José Antonio è un compositore di Valencia che, durante la sua permanenza a Roma, ha capito che, se l’arte non dà pane, la musica contemporanea ancora meno. E pensare che ha studiato con Berio, con Xenakis, e con altri nomi e cognomi celebri. La musica (quella musica) non dà pane. Certo, avrebbe potuto mettersi a scrivere canzoni per Rihanna, avrebbe fatto soldi a palate, ma l’arte avrebbe perso uno dei più grandi talenti che oggi sono in grado di proporre qualcosa di nuovo, e vi assicuro che sono pochi. Dicevo, durante quel suo periodo di “studio” a Roma, José Antonio, che intanto era diventato anche un mio amico, capì che se voleva vivere con l’arte avrebbe dovuto esplorare linguaggi diversi dalla musica, e anche grazie alle sue frequentazioni nell’Accademia Spagnola e ai suoi incontri serali nella meravigliosa città che lo ospitava indolente, pensò di orientarsi verso le arti visive. Non ha di certo abbandonato il suo campo principale, e ancora compone brani musicali per committenti prevalentemente tedeschi, ma oltre alla musica oggi José Antonio gira il mondo con le sue istallazioni concettuali un po’ robotiche e un po’ musicali che cambiano completamente il modo di fruire dell’arte.

Il 24 e 25 aprile sono andato a visitare la sua mostra all’Accademia Spagnola. La prima volta ero solo, ma dopo aver visto le opere di José, sono voluto tornare con le mie figlie, e vi è un motivo.

La mostra si sviluppa in quattro ambienti, con il tema comune dell’acqua. Il primo ambiente, dove troviamo altoparlanti per terra, e vicino uno steli e un fil di ferro, lo stelo ha una banderuola in cima che, muovendosi anche con il nostro passargli vicino o soffiarci sopra, tocca il fil di ferro, fa contatto, e attiva un amplificatorino che prende le informazioni da una memoria con su registrati suoni di acqua. Nella seconda sala vediamo dei tubi con sopra degli altoparlanti, sopra uno stelo delle sonde, basta passargli vicino e parte il suono, profondo e prolungato. La terza sala invece riproduce il suono della pioggia, e anche la luce della pioggia. Ultima sala, per terra dei tubi grossi e lunghi, delle sonde ad altezza d’uomo, e stessa storia: suoni, suoni e suoni… che variano in funzione dei nostri movimenti. Risultato? Siamo noi che muovendoci animiamo le sculture che… fanno musica! Sì, musica! José Antonio Orts è un musicista, e tutti i tubi sono accordati in modo da suonare in armonia con gli altri… e le sculture o istallazioni si possono vivere ad occhi chiusi perché l’artista in quel momento è il pubblico.

Per questo ho voluto portare le mia figlie di 10 e 12 anni a vedere questa mostra. Ne sono uscite entusiaste ed hanno avuto un contatto con l’arte contemporanea che invece di essere noiosamente passivo è diventato gratificante e attivo.

José Antonio Orts, non esito a dirlo, è un genio, ed è riuscito a proporre una nuova forma di arte!

Claudio Fiorentini

José Antonio Orts
José Antonio Orts
José Antonio Orts
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IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA

3 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA

Flaviano Testa, con le sue fotografie a volte surreali, a volte introspettive, a volte oserei dire “inquiete”, nel senso che guardandole attentamente ricevi uno scossone, forte o leggero ma che ti costringe a riflettere, a pensare, a trarre conclusioni, a reagire e questo è sempre un bene.

Nel suo giro per il Molise oggi ci porta a conoscere Gambatesa, un paese in provincia di Campobasso che conta poco più di 1500 abitanti. Il suo territorio, situato sulla collina che volge al versante adriatico, segna il confine tra Molise e Puglia e offre un'ampia vista sul lago di Occhito, un invaso artificiale ottenuto sbarrando il fiume Fortore. La più notevole testimonianza artistica del paese è il castello, (costruzione medievale poi radicalmente trasformata in palazzo feudale nel XVI secolo) importante per gli affreschi che decorano diversi ambienti dell'edificio, testimonianza pittorica di Donato da Copertino. Gambatesa non si discosta molto dagli altri paesini molisani che abbiamo avuto modo di visitare con Flaviano, una ricca vegetazione, bellissimi paesaggi, una involuzione demografica dovuta alla forte emigrazione dei suoi abitanti e al mancato sviluppo di attività artigianali o industriali, ottimi piatti della più tipica tradizione come baccalà con la mollica: piatto della vigilia di Natale, costituito appunto da baccalà condito con olio, aglio tritato, sale, prezzemolo, uva passa, noci, cosparso di mollica di pane e cotto in forno. I “ciufell” (dalla parola ciufolo, fischietto), pasta fatta in casa più conosciuta col nome di cavatelli. Le mandorle atterrate: mandorle scoppiettate nello zucchero caramellato.

Il paese conserva ancora riti e tradizioni popolari a cui gli abitanti sono legati: in agosto si organizza il festival della canzone dialettale e la prima domenica di ottobre la festa della vendemmia, ma la tradizione per eccellenza, quella di cui tutti i gambatesani vanno fieri, si tiene il 31 dicembre. Si tratta delle “maitunate” che sono canti augurali per il nuovo anno. Il palcoscenico, non importa se spesso innevato, sono le strade e le piazze del paese, gli stretti vicoli in cui gli strumenti, le voci delle comitive che escono cantando, rimbombano avvertendo del loro passaggio, le soglie delle abitazioni di concittadini presi di mira per qualche avvenimento accaduto durante l'anno e che meritano una canzoncina improvvisata. Sono diverse “squadre” quelle che escono per il pese con in testa il “cantore” e danno sfoggio di estro poetico e musicale. Alcuni testi sono documentati in pubblicazioni, altri sono tramandati nella tradizione popolare. Una componente fondamentale che determina la bravura del cantore è data dalla capacità di improvvisazione per far fronte, a volte, a vere e proprie dispute che si creano durante la “maitunata”, adattando nuove rime condite con bonaria ironia, dato che spesso riguardano vizi e virtù delle signore e signorine del luogo, dei personaggi politici, degli amministratori e, perché no, del parroco. Le porte vengono aperte e viene offerto a tutta la squadra qualsiasi cosa desiderino da mangiare e da bere. La squadre sono dotate di strumenti tipici come l'organetto abruzzese, le sonagliere, anche dei semplici coperchi da cucina che vengono usati come piatti ma quello che non manca mai è il “bufù”, cioè un tamburo a frizione. È costituito da un contenitore col fondo chiuso, il lato superiore aperto e intorno al quale è tesa una membrana di pelle d'agnello con un foro al centro dove viene inserita una canna. Lo strumento produce suono quando il bastone viene “frizionato” dal suonatore e produce un rumore cupo così caratteristico che lo strumento ha avuto questo nome “bufù” per onomatopea. E se provate a pronunciarlo con ritmo cadenzato avrete l'impressione di sentirlo suonare.

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
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IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
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… E ALLORA NON DIMENTICATECI di Arturo Marpicati (1895-1961)

2 Maggio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

… E ALLORA NON DIMENTICATECI di Arturo Marpicati (1895-1961)

Marpicati, scrittore e gerarca nell’ambito del Partito Fascista, racconta la guerra sul Carso, sull'Ortigara, in Valsugana e sul Grappa, in un diario ricco di episodi riportati con buon ritmo. Inquadrato nella Territoriale, parte da Firenze con Giuseppe Prezzolini e finisce nelle prime linee per un errore formale, ma decide di restare a combattere anche quando ha la possibilità di tornare nelle retrovie. Dopo poche settimane è già un veterano; partecipa ad assalti furiosi, fa la dura vita di trincea, riceve una medaglia d'argento. Incontrerà Badoglio, il re Vittorio Emanuele III, diverrà amico di Bottai.

Lo incaricano, in un secondo momento, di occuparsi del vettovagliamento; servono grandi doti organizzative e inesauribile energia. In particolare sull'Ortigara deve prodigarsi nei difficilissimi rifornimenti durante la Strafexspedition. La guerra si fa sempre più bramosa di rincalzi che vengono mandati al fronte sprovvisti di tutto:

"Questi poveri ragazzi del '97 sono violacei e inebetiti dal freddo. Molti non hanno il passamontagna e calzano scarpe leggere".

Nonostante tante situazioni gravi, tra cui una rivolta di soldati duramente sedata, aumentano il suo orgoglio e la sua consapevolezza di ufficiale (pur criticando alcune severe decisioni dei superiori, in particolare del generale Caviglia che dopo un fallito attacco sull'Ortigara si rifiuta di proporre ricompense per i suoi uomini). Si oppone con forza ad alcune pratiche poco limpide nella gestione delle spese, scontrandosi con un colonnello e col suo aiutante maggiore; il denaro a sua disposizione, afferma con successo il diarista, deve essere speso in toto per migliorare il rancio delle truppe e non sprecato. Capacità e carattere non gli mancano e nessuno si lamenta del suo servizio. Diventa capitano dopo un corso per mitraglieri e riprende a comandare una compagnia nel Carso e poi in Trentino (prenderà parte anche al controverso Fatto di Carzano). Si troverà sistemato in un lugubre tratto di trincea ricavato sotto il cimitero di Tolmino, dove il precedente comandante era stato pugnalato durante un attacco di bosniaci:

"Per ripararsi i vivi hanno disturbato anche i morti, di cui affiorano qua e là le ossa".

Quando descrive certe trincee che sono solo modesti ripari, il pensiero corre alle descrizioni che ci ha magistralmente lasciato un altro grande diarista come Carlo Salsa.

La guerra è sempre più cruenta e determina in lui una lenta e laboriosa metamorfosi; il giovane ufficiale che nelle prime battaglie, pistola alla mano, spingeva avanti i recalcitranti e timorosi soldati, ora si interroga su se stesso, sulla sua abilità di mitragliere e tiratore, sulla legittimità del massacro che si compie ogni giorno e ogni notte:

"E' la guerra e si spara: ed è meglio sparar bene che male. Pure serpeggia dentro di me un malessere, un senso di orrore che si va accrescendo a mano a mano che acquisto coscienza ed esperienza del mio nuovo stato di guerriero".

Anche questo disagio, insieme alla sua situazione materiale, lo spinge a non tralasciare gli studi; perfino in trincea, sul suo rozzo tavolo ci sono le scartoffie ma anche i libri di greco e di storia dell'arte. Dà esami a Firenze con Gaetano Salvemini e si laurea in Lettere e filosofia, nel luglio del 1918, a guerra ancora in corso.

Il titolo dell'opera di Marpicati, che esprime un caldo invito alla memoria di ciò che è stato, gli fu ispirato da alcune sue conversazioni nel secondo dopoguerra con dei dotti giovani che quasi nulla sapevano della Grande Guerra e del sacrificio di tanti italiani.

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Scuola di cucina: melanzane veloci

1 Maggio 2015 , Scritto da Margherita Musella Con tag #margherita musella, #ricette

Scuola di cucina: melanzane veloci

Mio fratello Sandro mi ha regalato tante melanzane e quando c’è l’abbondanza bisogna inventarsi più modi di usare quel dato prodotto. Ho pensato pertanto alle melanzane a funghetti, oppure le stesse trasformate in calzoncini, oppure fritte o arrosto, a panzarotti o a polpette e altre ancora.

Tuttavia non mi soddisfaceva, volevo qualcosa di originale ma anche veloce.

E allora ho deciso.

Appunto per questo oggi vi regalo una ricettina originale, ma prima voglio ricordarvi perché le melanzane sono consigliabili da avere nel nostro menù’.

Una piccola ricerca in internet rivela che:

"l'ortaggio è utilissimo per il riequilibrio della funzionalità epatica. Stimolando l'attività del fegato, la melanzana presenta anche proprietà ipocolesterolemizzanti.

La melanzana è ricca di potassio, mentre il contenuto di fosforo e calcio è piuttosto modesto, pertanto vanta discrete potenzialità rimineralizzanti.

Essendo fonte di fibre, l'ortaggio è ideale in caso di stipsi: alla melanzana sono, infatti, attribuite blande proprietà lassative. Inoltre, è consigliata nelle diete in caso di anemia, aterosclerosi, oliguria e gotta. Note anche le virtù depurative, diuretiche ed antinfiammatorie."

E ora ecco la rivisitazione delle melanzane alla parmigiana

MELANZANE GUSTO PARMIGIANA VELOCI ***

Friggere in una padella antiaderente una melanzana in 2 cucchiai d’olio, dopo averla tagliata a fettine di lungo e ognuna di esse a metà,a fuoco non alto.

Quando son cotte scolare l’olio (aiutandosi con un mestolo bucato e facendo attenzione a non far scivolare le melanzane nel lavandino), aggiungere poco passato di pomodoro sopra ognuna di essa, poi uno spicchio d’aglio a pezzettini, sale e basilico, più una fogliolina d’alloro. Riaccendere e cucinare a bassa fiamma con mezzo bicchiere d’acqua per 10 minuti. Quando l’acqua è evaporata, spolverare con formaggio grattugiato grana o pecorino, spegnere il fuoco e coprire la pietanza.

Aspettare qualche minuto prima di gustare le melanzane

Se avete piacere di provarci mi fara’ molto piacere sapere come ve la siete cavata e se poi vi sono piaciute!

Scrivete a musellamargherita@tiscali.it.

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