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IL CRISTO VELATO (2)

7 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

IL CRISTO VELATO (2)

IL CRISTO VELATO (2)
di
marcello
de santis

IL DISINGANNO


La statua del Disinganno è' opera dell'artista Francesco Queirolo (Genova 1704 - Napoli 1762) che lavorò alla Cappella dei Sansevero dove, dove oltre a eseguire sculture, provvide anche alla decorazione della stessa .
Ho scelto di pubblicare un particolare di essa, la parte superiore, perché vista così da vicino si può ammirare e comprendere la difficoltà del suo autore nel realizzare la rete (di marmo) che avvolge la persona. Si trova a destra dell'altare, rappresenta appunto un uomo che tenta invano di sciogliersela di dosso, con l'aiuto di in genietto con le ali; cerca di liberarsi dall'inganno rappresentato dalla rete che lo ha fatto suo prigioniero.
Il Principe di Sansevero ha voluto nella statua vedere suo padre Antonio (1683-1757) chiamato dal desiderio di avventure per perseguire le quali abbandonò in gioventù la famiglia; rinunciò per questo alla successione, mantenendo per sé solo il titolo di duca di Torremaggiore, e che tornò all'ovile solo in tarda età, pentito, al punto che prese i voti e si chiuse in convento.

LA PUDICIZIA

Anche qui siamo di fronte a una statua coperta da un velo leggero,
così sottile da sembrare un velo vero, come nel Cristo del Sammartino.
Opera di Antonio Corradini, eseguita nell'anno 1752, vuole rappresentare - per volere del Principe Raimondo - la sua adorata madre Cecilia Gaetani dell'Aquila che, morendo giovanissima nel dicembre del 1910, lo aveva lasciato piccolissimo, quando aveva appena un anno.
Corradini, celebre artista alla corte dell'imperatore a Vienna, viene chiamato nel 1751 a Napoli per eseguire i lavori della oggi famosa Cappella. Ma il destino aveva deciso per lui; non poté realizzare quanto chiamato a fare, essendo stato colto dalla morte nello stesso anno in cui terminò la Pudicizia, il 1752.
Opera questa di incredibile leggerezza, non ha eguali, anche se esistono invero molte altre statue velate nella storia dell'arte, alcune realizzate dallo stesso Corradini (che - pare - sia stato anch'egli un affiliato della massoneria). Non stiamo qui a ricordare i simboli nascosti che si sono voluti cercare e trovare nella statua velata della Pudicizia, ché lo stesso personaggio del committente, il Principe Raimondo, portava necessariamente a fare. Il principe, infatti, come detto anche più sopra, era dotato di una cultura eccezionale, e all'epoca era considerato, tra le altre cose, un vero e proprio genio. Matematica, lingue, medicina; e chimica soprattutto.
Giovanissimo studente era stato un inventore di provata abilità ed efficienza; tra le sue invenzioni si ricorda il fucile a retrocarica; e un cannone di lunga gittata che realizzò per poter colpire le navi della flotta da guerra inglese che ponevano d'assedio Napoli. Ma si dice che fosse il primo ad avere scoperto la radioattività, in esperimenti che gli lasciarono il tremore delle mani fino alla sua morte.
L'arte medica era un'altra delle sue infinite doti; la metteva a disposizione anche per i nobili malati che curava, sperimentando su di loro dopo aver studiato i sintomi dei loro mali, le sue trovate chimiche; e poi esaminando le reazioni ai suoi medicamenti. Fu così che gli venne in mente, una mente sensazionale sotto tutti gli aspetti, di far costruire, per poter meglio studiare il corpo umano, le famose macchine anatomiche nelle quali fece riprodurre l'apparato circolatorio con tanto di vene arterie e capillari, sia di una persona di sesso maschile che di una di sesso femminile, questa addirittura in stato interessante.
Eccole qui sotto le foto di queste altre due altre meraviglie. Sono gli scheletri di un uomo e di una donna conservati nei sotterranei della Cappella; sono chiusi in due bacheche di vetro per preservarli da qualsiasi cosa o persona che potrebbe danneggiarli.
Come si può vedere, sono realizzati fin nei minimi particolari vene, venuzze e capillari del sistema circolatorio. Sono opera di un medico di Palermo, tale Giuseppe Salerno, che li realizzò sotto la direzione e il controllo costante del principe in persona, e risalgono agli anni 1763-1764, quando il principe aveva 54 anni, che li ha fatti "costruire" mettendo a disposizione del medico due elementi veri: le ossa e i crani, intorno ai quali ha elaborato e sistemato l'intricato sistema di vene.
Come le altre opere presenti della cappella - ma questa più delle altre - presenta il più grande mistero di cui è impregnato l'ambiente sacro: quali materiali sono stati utilizzati per la composizione del delicatissimo apparato circolatorio? Quali procedure segrete?
Non è chi non veda - e non c'è bisogno di ricordarlo - che le due composizioni hanno richiesto degli studi approfonditi del corpo umano, sia da parte del medico chiamato a eseguire l'opera, che soprattutto da parte del Principe Raimondo, il quale sappiamo quanto fosse meticoloso e attento a che tutto fosse perfetto al massimo grado.
Le illazioni riguardo alla elaborazione ed esecuzione delle due figure sono diverse, e tutte misteriose ancora oggi.
Forse che il principe abbia fatto usare una sostanza sconosciuta, da lui scoperta in laboratorio, che il medico ha infiltrato nel corpo vero di due cadaveri, sostanza che ne avrebbe metallizzato i vasi sanguigni?
Se così fosse, ci troveremmo allora avanti a due scheletri di cadaveri del settecento. (E una storia, vera o leggenda, narra che il principe avesse fatto uccidere due suoi servi - almeno questo credeva il popolo: erano scomparsi, guarda caso, proprio allora, due servi del principe; del resto era voce corrente tra il popolino che egli avesse fatto uccidere ben sette cardinali per usarne la pelle a coprire delle sedie - e quindi avesse provveduto con l'aiuto del medico Giuseppe Salerno a imbalsamare i due corpi, usando materiali da lui studiati e realizzati, la cui composizione il principe si è portata nella tomba.
Oppure le due opere sono frutto semplicemente di un'arte sopraffina, applicata alla bisogna con materiali comuni all'epoca, la cui combinazione (arcana) sia stata cercata e creata all'uopo del principe in persona? Fatto sta che a ben vedere tutto l'apparato circolatorio dei due rasenta la perfezione assoluta in ogni minima parte, se si tiene conto che trecento anni fa circa le conoscenze del corpo umano non erano certamente quelle di oggi.
Insomma: ai suoi tempi il principe era considerato, fin da quando giovanissimo venne a Napoli dal suo paese, una specie di negromante; la sua persona era circonfusa di qualcosa di arcano; tanto che faceva addirittura paura quando andava a passeggio per una Napoli che egli considerava città arretrata e ignorante, avvolto nella sua cappa di mistero; era additato addirittura come uno stregone; il mistero ancora oggi prende il visitatore nella Cappella, che resta a dir poco allibito da ciò che scorre davanti ai suoi occhi.
Quando ci accingiamo ad uscire, non possiamo non ritornare ancora là dove dorme il Cristo. Gettiamo un ultimo sguardo al corpo nella sua interezza, ci giriamo intorno con lo sguardo, e ci viene voglia di allungare una mano e toccare; anche se sappiamo che è vietato. Restiamo suggestionati ancora una volta - e sì che c'eravamo fermati a lungo ad ammirare l'opera poco prima - restiamo suggestionati dalla realtà del velo così aderente al viso e al corpo, che possiamo vedere attraverso di esso addirittura le ferite infertegli durante la crocifissione.
Tutto è talmente perfetto che non possiamo non tornare a pensare alla personalità del Principe e alle conoscenze (che a quel tempo dovevano essere necessariamente limitate) di cui abbiamo letto da qualche parte prima di entrare nella Cappella: e ci viene spontaneo pensare che quel marmo sia diventato marmo dopo la creazione della statua, grazie a qualche astruso potere alchemico messo in atto dal di Sangro.
Ma quali strumenti misteriosi aveva a disposizione?
Che cosa mai si era inventato in grado di marmorizzare un velo trasparente?
Il nostro desiderio è incontrollabile, non tanto per il gesto semplice in sé di renderci conto della "realtà" della scultura, ma con l'inconscio impulso di sollevare il velo e constatare coi nostri occhi se quel signore che sta là sotto stia dormendo; e il nostro sguardo corre al torace, e lo fissiamo, a vedere se per caso si solleva o meno, se respira o meno; e poter gridare: è vivo! è vivo! Poi però ci tratteniamo e seguiamo il flusso lento e pensieroso degli altri visitatori che si avviano ad uscire, e noi con loro, portandoci appresso tutti i misteri che nel nostro giro non siamo riusciti a svelare. Neppure in parte.
Voglio chiudere questo breve saggio riportando una domanda che si pone Giuseppe Di Stadio, e che si sono posti tanti studiosi del Signore di Sansevero, purtroppo ancora oggi senza risposta. Giuseppe Di Stadio è un giovane napoletano, egittologo e studioso di storia; in particolare ricercatore delle evoluzioni dei Regni partenopei dal 500 al 1861. Ha al suo attivo anche un romanzo storico. Potete leggere di lui e dei suoi saggi - e vi garantisco che ne vale la pena - sul blog che ha su internet intitolato mry hr - l'amato da horus.
Si chiede dunque Di Stadio: Come è possibile che uno studioso del 1700 sia riuscito ad acquisire conoscenze così sviluppate ed approfondite in tutti i campi del sapere umano? Come ha potuto mettere in pratica i suoi studi realizzando le opere che oggi ammiriamo con i nostri occhi incantanti e sbalorditi?

fine
marcello de santis

La pudicizia

La pudicizia

IL CRISTO VELATO (2)
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Strange Fruit

6 Maggio 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #musica

Strange Fruit

Abel Meeropol, dopo aver visto la foto del linciaggio di Thomas Shipp e Abram Smith avvenuto nell'Indiana, scrisse la poesia Strange Fruit che pubblicò con lo pseudonimo di Lewis Allen (nomi dei suoi figli morti bambini). Più tardi la musicò, ma non trovò chi fosse disposto a cantarla, a parte sua moglie. Ci volle Billie Holiday, che ne fece uno dei suoi cavalli di battaglia, per farla sentire al mondo che ignorava gli orrori, che fino a pochissimi anni fa, i bianchi perpetravano ai danni dei neri nel Sud degli USA. Propongo la canzone, nella struggente interpretazione di Billie Holiday, e il testo tradotto.

Gli alberi del sud danno strani frutti

Sangue sulle foglie e sangue sulle radici

Neri corpi oscillano alla brezza del sud

Strani frutti appesi ai pioppi

Scena pastorale del valoroso sud

Gli occhi sporgenti e le bocche contorte

Odore di magnolie, dolce e fresco,

E d’improvviso odore di carne che brucia

Ecco il frutto che piluccheranno i corvi

Che raccoglierà la pioggia, che succhierà il vento,

Che il sole farà imputridire, che l’albero lascerà cadere

Ecco uno strano e amaro raccolto

https://www.youtube.com/watch?v=h4ZyuULy9zs

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All by myself

5 Maggio 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

All by myself

Salve pollastre,

devo farvi una confessione…

con due pargoli piccoli diciamo che non è facile dedicarsi a fantastiche maratone di sesso da camera (a meno che non prenotiate un motel), per cui io, ma anche mio marito (più che probabilmente) siamo molto in DIY (do it yourself) mood.

Trovo che il “fai da te” possa creare tal volta una sorta di confidenza ulteriore, non col proprio corpo come si fa in adolescenza, bensì con la propria testa… fino a raggiungere ottimi risultati non solo in termini di benefici curativi delle nostre isterie croniche, nota dolente di noi “pollisteriche”, ma anche in termini di compensazione di certe ingiustizie che sentiamo di subire quotidianamente e che, in quanto tenere pollastre, non riusciamo a lasciarci alle spalle, accidenti su cui ci impantaniamo a rimuginare per mesi, da polle tignose che siamo.

Tutto ‘sto papiello per dirvi che ho capito che il “fai da te” è un ottimo mezzo per combattere lo stress…signore mie

Bella scoperta! – direte voi. Sì, amiche care, ma c’è modo e modo, o meglio c’è mood e mood…

Dunque, è opinione comune che le amicizie vere, quelle che rimangono per sempre, siano quelle fatte in età più o meno tenera, mentre le amicizie “adulte”, per così dire, sarebbero sempre un po’ meno totalizzanti, un po’ meno sincere, un po’ meno tutto, insomma. Ora, senza voler essere conservatrici a tutti i costi, io penso che se i luoghi comuni sono diventati, nel tempo, “comuni”, un motivo ci dovrà pur essere e del resto l’esperienza, in questo caso, raramente contraddice l’assunto. Un caso tipico del genere riguarda i rapporti con le mamme dei compagni di classe dei nostri figli… non mi sembra il caso di dilungarmi sulle varie tipologie di mamme perchè la fauna è ampia e diversificata, ma solitamente sono due i casi in cui nasce l’amicizia:

1) tuo figlio vuole andare sempre a casa del suo amichetto e tu sei obbligata a fare amicizia coi genitori (drammatico quando questi non ti piacciono)

2) un amichetto di tuo figlio vuole venire sempre a casa tua a giocare e tu sei costretta a fare amicizia con i genitori (drammatico quando questi ti piacciono)

Ci siamo capite, no? Amicizia obbligatoria per amore dei pargoli…

Ok, fin qui tutto si aggiusta, se un dio benevolo fa in modo che i tizi ti vadano a genio, ma che succede se sei tu che non piaci a loro?

Allora diciamo che io mi trovo al punto due e, dopo un paio d’anni di frequentazioni varie, divento amica della mamma di questo bambino: una abbastanza in gamba, (anche troppo per i miei gusti) una che sta sempre in giro, che è sempre informata su quello che succede a scuola, anche gli inciuci più pesanti, e che sembra avermi accettata nella sua ampia schiera di “amicizie” con tanto di taggamenti a raffica e commenti calorosi e affettuosi su Facebook.

E qui viene il bello, la fantastica mamma, qualche giorno fa, posta delle foto di una festona chiccosissima, organizzata a casa sua, a cui partecipano molti amici comuni e a cui io non sono stata invitata senza la benché minima spiegazione.

La buona pollastra che è in me mi invita ad assumere un atteggiamento di maternalistica superiorità, anche perché “Signori si nasce e io lo nacqui”….

Ma l’altra metà del mio pollaio interiore ove alberga la sua cattiva sorellastra, la pollastra tignosa, non fa altro che pensare all’onta subita ma soprattutto all’”amicizia tradita”…

Me ne vado a dormire senza aver capito come superare lo “stato di gabbia” e in bilico tra quello che pensano le due pollastre discordanti.

So I had a dream.

Nel sogno mi do da fare alla grandissima col marito (niente male…) della tizia mentre la traditrice, ora tradita (evvai!), è costretta ad assistere alla scena, trattenuta a braccia da due possenti gladiatori (allegoria della conflittualità?) che le impediscono di scagliarsi contro di noi. O almeno così penso io, perché a un certo punto la tipa si libera, mi salta addosso e mi annienta… a colpi di lingua! Insomma, dopo il grande successo di “Sixtynine in Amsterdam”, la Polla Productions presenta: “Cunnilingus dreaming – Ne infilza più la lingua che lo spiedo” con All By My Self come colonna sonora.

Ci svegliamo di soprassalto, la buonista, la tignosa e io, mio marito dorme e non si accorge del nostro ansimare; la questione tra noi non è ancora risolta, ma nessuna delle tre ha più voglia di litigare, allora ci prendiamo un istante, uno solo, lungo appena un sospiro e poi, piano, con ancora All By My Self in sottofondo, scivoliamo “into the mood”…

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José Antonio Orts

4 Maggio 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #scultura

José Antonio Orts

Ho conosciuto José Antonio Orts a Roma nell’89, quando si trovava da noi, all’Accademia Spagnola, per una delle sue innumerevoli borse di studio. José Antonio ha una vita completamente immersa nell’arte, elencare i suoi titoli e riconoscimenti – sono così tanti - sarebbe quasi tedioso e questo articolo non lo leggereste più. E io vorrei che lo leggeste. José Antonio a 21 anni vinse un premio importantissimo per aver inventato un giocattolo per bambini. Che c’entra? C’entra. José Antonio è un compositore di Valencia che, durante la sua permanenza a Roma, ha capito che, se l’arte non dà pane, la musica contemporanea ancora meno. E pensare che ha studiato con Berio, con Xenakis, e con altri nomi e cognomi celebri. La musica (quella musica) non dà pane. Certo, avrebbe potuto mettersi a scrivere canzoni per Rihanna, avrebbe fatto soldi a palate, ma l’arte avrebbe perso uno dei più grandi talenti che oggi sono in grado di proporre qualcosa di nuovo, e vi assicuro che sono pochi. Dicevo, durante quel suo periodo di “studio” a Roma, José Antonio, che intanto era diventato anche un mio amico, capì che se voleva vivere con l’arte avrebbe dovuto esplorare linguaggi diversi dalla musica, e anche grazie alle sue frequentazioni nell’Accademia Spagnola e ai suoi incontri serali nella meravigliosa città che lo ospitava indolente, pensò di orientarsi verso le arti visive. Non ha di certo abbandonato il suo campo principale, e ancora compone brani musicali per committenti prevalentemente tedeschi, ma oltre alla musica oggi José Antonio gira il mondo con le sue istallazioni concettuali un po’ robotiche e un po’ musicali che cambiano completamente il modo di fruire dell’arte.

Il 24 e 25 aprile sono andato a visitare la sua mostra all’Accademia Spagnola. La prima volta ero solo, ma dopo aver visto le opere di José, sono voluto tornare con le mie figlie, e vi è un motivo.

La mostra si sviluppa in quattro ambienti, con il tema comune dell’acqua. Il primo ambiente, dove troviamo altoparlanti per terra, e vicino uno steli e un fil di ferro, lo stelo ha una banderuola in cima che, muovendosi anche con il nostro passargli vicino o soffiarci sopra, tocca il fil di ferro, fa contatto, e attiva un amplificatorino che prende le informazioni da una memoria con su registrati suoni di acqua. Nella seconda sala vediamo dei tubi con sopra degli altoparlanti, sopra uno stelo delle sonde, basta passargli vicino e parte il suono, profondo e prolungato. La terza sala invece riproduce il suono della pioggia, e anche la luce della pioggia. Ultima sala, per terra dei tubi grossi e lunghi, delle sonde ad altezza d’uomo, e stessa storia: suoni, suoni e suoni… che variano in funzione dei nostri movimenti. Risultato? Siamo noi che muovendoci animiamo le sculture che… fanno musica! Sì, musica! José Antonio Orts è un musicista, e tutti i tubi sono accordati in modo da suonare in armonia con gli altri… e le sculture o istallazioni si possono vivere ad occhi chiusi perché l’artista in quel momento è il pubblico.

Per questo ho voluto portare le mia figlie di 10 e 12 anni a vedere questa mostra. Ne sono uscite entusiaste ed hanno avuto un contatto con l’arte contemporanea che invece di essere noiosamente passivo è diventato gratificante e attivo.

José Antonio Orts, non esito a dirlo, è un genio, ed è riuscito a proporre una nuova forma di arte!

Claudio Fiorentini

José Antonio Orts
José Antonio Orts
José Antonio Orts
José Antonio Orts
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IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA

3 Maggio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA

Flaviano Testa, con le sue fotografie a volte surreali, a volte introspettive, a volte oserei dire “inquiete”, nel senso che guardandole attentamente ricevi uno scossone, forte o leggero ma che ti costringe a riflettere, a pensare, a trarre conclusioni, a reagire e questo è sempre un bene.

Nel suo giro per il Molise oggi ci porta a conoscere Gambatesa, un paese in provincia di Campobasso che conta poco più di 1500 abitanti. Il suo territorio, situato sulla collina che volge al versante adriatico, segna il confine tra Molise e Puglia e offre un'ampia vista sul lago di Occhito, un invaso artificiale ottenuto sbarrando il fiume Fortore. La più notevole testimonianza artistica del paese è il castello, (costruzione medievale poi radicalmente trasformata in palazzo feudale nel XVI secolo) importante per gli affreschi che decorano diversi ambienti dell'edificio, testimonianza pittorica di Donato da Copertino. Gambatesa non si discosta molto dagli altri paesini molisani che abbiamo avuto modo di visitare con Flaviano, una ricca vegetazione, bellissimi paesaggi, una involuzione demografica dovuta alla forte emigrazione dei suoi abitanti e al mancato sviluppo di attività artigianali o industriali, ottimi piatti della più tipica tradizione come baccalà con la mollica: piatto della vigilia di Natale, costituito appunto da baccalà condito con olio, aglio tritato, sale, prezzemolo, uva passa, noci, cosparso di mollica di pane e cotto in forno. I “ciufell” (dalla parola ciufolo, fischietto), pasta fatta in casa più conosciuta col nome di cavatelli. Le mandorle atterrate: mandorle scoppiettate nello zucchero caramellato.

Il paese conserva ancora riti e tradizioni popolari a cui gli abitanti sono legati: in agosto si organizza il festival della canzone dialettale e la prima domenica di ottobre la festa della vendemmia, ma la tradizione per eccellenza, quella di cui tutti i gambatesani vanno fieri, si tiene il 31 dicembre. Si tratta delle “maitunate” che sono canti augurali per il nuovo anno. Il palcoscenico, non importa se spesso innevato, sono le strade e le piazze del paese, gli stretti vicoli in cui gli strumenti, le voci delle comitive che escono cantando, rimbombano avvertendo del loro passaggio, le soglie delle abitazioni di concittadini presi di mira per qualche avvenimento accaduto durante l'anno e che meritano una canzoncina improvvisata. Sono diverse “squadre” quelle che escono per il pese con in testa il “cantore” e danno sfoggio di estro poetico e musicale. Alcuni testi sono documentati in pubblicazioni, altri sono tramandati nella tradizione popolare. Una componente fondamentale che determina la bravura del cantore è data dalla capacità di improvvisazione per far fronte, a volte, a vere e proprie dispute che si creano durante la “maitunata”, adattando nuove rime condite con bonaria ironia, dato che spesso riguardano vizi e virtù delle signore e signorine del luogo, dei personaggi politici, degli amministratori e, perché no, del parroco. Le porte vengono aperte e viene offerto a tutta la squadra qualsiasi cosa desiderino da mangiare e da bere. La squadre sono dotate di strumenti tipici come l'organetto abruzzese, le sonagliere, anche dei semplici coperchi da cucina che vengono usati come piatti ma quello che non manca mai è il “bufù”, cioè un tamburo a frizione. È costituito da un contenitore col fondo chiuso, il lato superiore aperto e intorno al quale è tesa una membrana di pelle d'agnello con un foro al centro dove viene inserita una canna. Lo strumento produce suono quando il bastone viene “frizionato” dal suonatore e produce un rumore cupo così caratteristico che lo strumento ha avuto questo nome “bufù” per onomatopea. E se provate a pronunciarlo con ritmo cadenzato avrete l'impressione di sentirlo suonare.

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: GAMBATESA
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… E ALLORA NON DIMENTICATECI di Arturo Marpicati (1895-1961)

2 Maggio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

… E ALLORA NON DIMENTICATECI di Arturo Marpicati (1895-1961)

Marpicati, scrittore e gerarca nell’ambito del Partito Fascista, racconta la guerra sul Carso, sull'Ortigara, in Valsugana e sul Grappa, in un diario ricco di episodi riportati con buon ritmo. Inquadrato nella Territoriale, parte da Firenze con Giuseppe Prezzolini e finisce nelle prime linee per un errore formale, ma decide di restare a combattere anche quando ha la possibilità di tornare nelle retrovie. Dopo poche settimane è già un veterano; partecipa ad assalti furiosi, fa la dura vita di trincea, riceve una medaglia d'argento. Incontrerà Badoglio, il re Vittorio Emanuele III, diverrà amico di Bottai.

Lo incaricano, in un secondo momento, di occuparsi del vettovagliamento; servono grandi doti organizzative e inesauribile energia. In particolare sull'Ortigara deve prodigarsi nei difficilissimi rifornimenti durante la Strafexspedition. La guerra si fa sempre più bramosa di rincalzi che vengono mandati al fronte sprovvisti di tutto:

"Questi poveri ragazzi del '97 sono violacei e inebetiti dal freddo. Molti non hanno il passamontagna e calzano scarpe leggere".

Nonostante tante situazioni gravi, tra cui una rivolta di soldati duramente sedata, aumentano il suo orgoglio e la sua consapevolezza di ufficiale (pur criticando alcune severe decisioni dei superiori, in particolare del generale Caviglia che dopo un fallito attacco sull'Ortigara si rifiuta di proporre ricompense per i suoi uomini). Si oppone con forza ad alcune pratiche poco limpide nella gestione delle spese, scontrandosi con un colonnello e col suo aiutante maggiore; il denaro a sua disposizione, afferma con successo il diarista, deve essere speso in toto per migliorare il rancio delle truppe e non sprecato. Capacità e carattere non gli mancano e nessuno si lamenta del suo servizio. Diventa capitano dopo un corso per mitraglieri e riprende a comandare una compagnia nel Carso e poi in Trentino (prenderà parte anche al controverso Fatto di Carzano). Si troverà sistemato in un lugubre tratto di trincea ricavato sotto il cimitero di Tolmino, dove il precedente comandante era stato pugnalato durante un attacco di bosniaci:

"Per ripararsi i vivi hanno disturbato anche i morti, di cui affiorano qua e là le ossa".

Quando descrive certe trincee che sono solo modesti ripari, il pensiero corre alle descrizioni che ci ha magistralmente lasciato un altro grande diarista come Carlo Salsa.

La guerra è sempre più cruenta e determina in lui una lenta e laboriosa metamorfosi; il giovane ufficiale che nelle prime battaglie, pistola alla mano, spingeva avanti i recalcitranti e timorosi soldati, ora si interroga su se stesso, sulla sua abilità di mitragliere e tiratore, sulla legittimità del massacro che si compie ogni giorno e ogni notte:

"E' la guerra e si spara: ed è meglio sparar bene che male. Pure serpeggia dentro di me un malessere, un senso di orrore che si va accrescendo a mano a mano che acquisto coscienza ed esperienza del mio nuovo stato di guerriero".

Anche questo disagio, insieme alla sua situazione materiale, lo spinge a non tralasciare gli studi; perfino in trincea, sul suo rozzo tavolo ci sono le scartoffie ma anche i libri di greco e di storia dell'arte. Dà esami a Firenze con Gaetano Salvemini e si laurea in Lettere e filosofia, nel luglio del 1918, a guerra ancora in corso.

Il titolo dell'opera di Marpicati, che esprime un caldo invito alla memoria di ciò che è stato, gli fu ispirato da alcune sue conversazioni nel secondo dopoguerra con dei dotti giovani che quasi nulla sapevano della Grande Guerra e del sacrificio di tanti italiani.

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Scuola di cucina: melanzane veloci

1 Maggio 2015 , Scritto da Margherita Musella Con tag #margherita musella, #ricette

Scuola di cucina: melanzane veloci

Mio fratello Sandro mi ha regalato tante melanzane e quando c’è l’abbondanza bisogna inventarsi più modi di usare quel dato prodotto. Ho pensato pertanto alle melanzane a funghetti, oppure le stesse trasformate in calzoncini, oppure fritte o arrosto, a panzarotti o a polpette e altre ancora.

Tuttavia non mi soddisfaceva, volevo qualcosa di originale ma anche veloce.

E allora ho deciso.

Appunto per questo oggi vi regalo una ricettina originale, ma prima voglio ricordarvi perché le melanzane sono consigliabili da avere nel nostro menù’.

Una piccola ricerca in internet rivela che:

"l'ortaggio è utilissimo per il riequilibrio della funzionalità epatica. Stimolando l'attività del fegato, la melanzana presenta anche proprietà ipocolesterolemizzanti.

La melanzana è ricca di potassio, mentre il contenuto di fosforo e calcio è piuttosto modesto, pertanto vanta discrete potenzialità rimineralizzanti.

Essendo fonte di fibre, l'ortaggio è ideale in caso di stipsi: alla melanzana sono, infatti, attribuite blande proprietà lassative. Inoltre, è consigliata nelle diete in caso di anemia, aterosclerosi, oliguria e gotta. Note anche le virtù depurative, diuretiche ed antinfiammatorie."

E ora ecco la rivisitazione delle melanzane alla parmigiana

MELANZANE GUSTO PARMIGIANA VELOCI ***

Friggere in una padella antiaderente una melanzana in 2 cucchiai d’olio, dopo averla tagliata a fettine di lungo e ognuna di esse a metà,a fuoco non alto.

Quando son cotte scolare l’olio (aiutandosi con un mestolo bucato e facendo attenzione a non far scivolare le melanzane nel lavandino), aggiungere poco passato di pomodoro sopra ognuna di essa, poi uno spicchio d’aglio a pezzettini, sale e basilico, più una fogliolina d’alloro. Riaccendere e cucinare a bassa fiamma con mezzo bicchiere d’acqua per 10 minuti. Quando l’acqua è evaporata, spolverare con formaggio grattugiato grana o pecorino, spegnere il fuoco e coprire la pietanza.

Aspettare qualche minuto prima di gustare le melanzane

Se avete piacere di provarci mi fara’ molto piacere sapere come ve la siete cavata e se poi vi sono piaciute!

Scrivete a musellamargherita@tiscali.it.

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Scrittori, editori e premi letterari

30 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #cultura

Scrittori, editori e premi letterari

Oggi orientarsi nel mondo dell’editoria non è per niente facile e gli scrittori hanno serie difficoltà a scegliere il cammino da intraprendere. Non intendo con questo mio scritto trovare la formula magica per capire come muoversi, ma un briciolo di orientamento credo che sia necessario.

A quanto pare, in Italia si pubblicano circa 64000 titoli l’anno, esistono circa 2700 editori e si indicono ogni anno oltre 1800 concorsi letterari. Questi numeri vanno naturalmente aggiornati e variano a seconda della fonte, comunque sono cifre da capogiro. Ci verrebbe da chiedere: ma allora, quanti scrittori ci sono in Italia? O peggio, quanti lettori? Supponiamo che vi siano un paio di milioni di scrittori (inclusi i poeti)… non credo che sia un numero lontano dalla realtà… e quanti lettori in Italia leggono più di dieci libri (compresi i libri di poesia) l’anno?

È chiaro che si pubblicano troppi titoli, ed è altrettanto chiaro che si pubblica di tutto, senza curarsi della qualità perché avendo un mercato facile alcuni editori si limitano a stampare qualsiasi cosa, e il libraio chiude le porte al distributore perché anche lui, vedendo cataloghi con migliaia di schede, ha difficoltà a identificare l’opera valida da proporre ai lettori, e immancabilmente ripiega sui nomi noti, facili da identificare e da vendere.

Ma andiamo per parti.

Editori

Per conoscere un editore occorre leggere le opere che ha in catalogo. Facile non è, ma frequentando circoli e salotti, parlando anche con addetti ai lavori, si possono scambiare impressioni e imparare molte cose su quali editori hanno reputazione solida e quali invece pubblicano di tutto (spesso senza neanche leggere l’elaborato mandato dall’autore). L’editore deve anche avere una buona distribuzione (se possibile nazionale) e deve seguire l’autore anche dopo la pubblicazione. Tuttavia, la cosa più importante che l’editore deve proporre è l’EDITING. Un libro con un buon editing è un lavoro che nel mercato si fa onore, un editing mediocre invece boccia il libro e rovina la reputazione dell’editore… L’editing consiste nella revisione dell’opera da parte di un esperto che, in collaborazione con l’autore, corregge errori, rivede la punteggiatura e soprattutto rivede la redazione. Un buon editor può proporre delle modifiche significative, questo non deve essere preso come un attacco all’autore, al contrario, se il libro non valesse, l’editor serio non lo commenterebbe, semplicemente si rifiuterebbe di fare il lavoro.

Insomma, l’autore sprovveduto rischia di alimentare un mercato editoriale fuorviante, quindi deve tenere a mente che l’editore valido fa selezione di testi, fa un buon editing, ha una buona distribuzione e segue i propri autori. Infine, non è detto che un editore non a pagamento sia migliore di un editore a pagamento; certo, meglio non a pagamento, ma intendiamoci: tra un editore a pagamento che fa un buon editing e uno non a pagamento che non lo fa, meglio il primo.

Esistono, in questo panorama, alcuni editori piccoli che si fanno onore, questi sono il vero trampolino di lancio per uno scrittore di talento.

Premi letterari

Difficile scegliere a quale premio letterario partecipare, se ve ne sono oltre 1800. Come scegliere? Prima occorre verificare la storia del concorso, la giuria, se si danno premi in denaro… Tuttavia ci sono altri parametri importanti, che variano a seconda delle sezioni. Parlando di narrativa edita, ad esempio, è importante verificare se tra data di pubblicazione del bando, data di scadenza e data della premiazione vi sia il tempo sufficiente per valutare i libri. È vero che vi sono delle tecniche per leggere rapidamente, ma se un giurato deve valutare 300 romanzi, come fa se ha a disposizione un tempo limitato, diciamo, un paio di mesi? Per la narrativa breve e per la poesia il tempo è meno tiranno, tuttavia questo parametro ha il suo peso. Oltre il tempo, occorre vedere chi ha vinto le edizioni anteriori e, se la giuria non cambia, si può avere una minima idea di quali sono i criteri di valutazione, ma questo lo può fare solo un autore esperto.

Sta di fatto che vincere un premio, anche importante, non cambia la vita né aumenta la visibilità, occorre insistere, vincerne diversi, perseverare, e non adirarsi se non si è tra i vincitori.

Scrittori

Veniamo al punto più importante, gli scrittori, o quelli che si definiscono tali. Se all’inizio abbiamo parlato di un mercato non selettivo e di un numero spropositato di opere pubblicate, dovremmo chiederci se tutte queste opere sono valide o meno, e chi è il vero responsabile di questo sproposito. Spesso, infatti, ciò che si pubblica non merita grande considerazione: è carta stampata per soddisfare l’ego dello scrittore e per dare lavoro all’editore. Attenzione però, questo è un danno terribile per la cultura perché opere di valore nuotano in un immenso mare di mediocrità senza poter emergere mentre il mercato tende a trattare allo stesso modo un capolavoro e un lavoro scadente, degradando l’Opera a prodotto. Inoltre, nella maggior parte dei casi i lettori sono gli amici e i parenti, e se spendono dieci euro per un libro, preferiscono quello dell’amico o parente, a prescindere dal valore dell’Opera, a quello dell’autore che probabilmente merita di emergere. Allora, cosa fare? Innanzi tutto l’autore deve fare autocritica, perché deve pubblicare meno e pubblicare meglio. È preferibile tenere un manoscritto nel cassetto piuttosto che pubblicarlo male. Mai pubblicare con editori che ti danneggiano la reputazione e mai pubblicare per forza o per vanità. Meglio aspettare il momento giusto, e nel frattempo frequentare circoli e salotti per conoscere gente, scambiare opinioni e, alla fine, trovare lettori critici prima di mandare il manoscritto a qualsiasi editore. La critica, che non è né polemica né elogio timoroso, ci aiuta a crescere. Meglio cestinare un lavoro immaturo e concentrarsi sul passo successivo che pubblicarlo solo perché è la nostra creatura.

In conclusione, il nostro lavoro di scrittori o di poeti è meraviglioso, ma dobbiamo fare attenzione all’ego che ci trascina nel torbido mondo dell’editoria piratesca, quando non addirittura nel fai da te, che non porta da nessuna parte. Quindi, una volta che siamo certi del valore della nostra opera, dovremo affrontare la scelta dell’editore e la scelta del concorso. Per fare una scelta ponderata occorre informarsi, frequentare i circoli giusti per saperne di più, condividere impressioni ed esperienze, insomma: fare un bagno di umiltà e prepararsi ad imparare… e poi, una volta fatta la scelta, mettersi in gioco e prepararsi anche ad accettare eventuali rifiuti, ricordando che è meglio non pubblicare niente che pubblicare male.

Claudio Fiorentini

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LA GUERRA VISTA DA UN IDIOTA di Giuseppe Personeni

29 Aprile 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

LA GUERRA VISTA DA UN IDIOTA di Giuseppe Personeni

Giuseppe Personeni, notaio bergamasco, racconta la sua esperienza nella Grande Guerra in cui servì come ufficiale di complemento. L'autore è un osservatore attento, un uomo pragmatico, di buon senso. Queste sue qualità, si rileva, stentano a trovare corrispondenza in buona parte dell’organizzazione militare con cui entra in contatto. Vede tante storture e assurdità, perciò è molto critico e si affida all’arma dell’ironia, spesso di stampo manzoniano; non a caso la prima edizione dell’opera venne sequestrata nel 1922 dalle autorità. Ritiene, come afferma nella prefazione appunto alla prima edizione, di aver dipinto uno stato d’animo comune a molti combattenti fino al tracollo di Caporetto. Non risparmia, ad esempio, sarcasmi a danno della cavalleria, rea di essere stata troppo timida e cauta nelle prime settimane di combattimento:

"Era la prima del mondo... a Pinerolo! Ma sull'Isonzo credo abbia dimostrato di essere l'ultima".

Tramontata la speranza di una rapida vittoria, inizia ben presto la fase della guerra statica. Pur non essendo entusiasta del conflitto, ha voglia di combattere e orgoglio da vendere. In questa fase l'ironia è temperata da uno spirito agonistico che mal sopporta la stasi delle trincee:

"Cosa m'importava di morire? Ma volevo morire guardando in faccia il nemico, urlandogli addosso l'ira di cui mi sentivo invaso. Morire così come un insetto schiacciato sotto le ruote di un carro, non mi piaceva affatto".

Le offensive sull’Isonzo si susseguono, ora inconcludenti, ora fruttuose come nel caso della conquista di Gorizia; ma c'è sempre qualcosa a impedire che i successi diventino decisivi. Troppi sono gli errori nella conduzione delle operazioni. Personeni, come in parte aveva fatto un altro soldato e scrittore come Gadda, ne aveva individuati alcuni, trovando conferma nelle considerazioni espresse da qualche ufficiale austriaco prigioniero. Li enumera con cura: l'italiano attacca con impeto, ma si accontenta di piccole conquiste e perde slancio in fretta; quando si dovrebbero affondare i colpi, ecco che invece si rallenta permettendo al nemico di riprendersi. Inoltre, le artiglierie tirano disordinatamente, invece di scegliere bene alcuni bersagli da cannoneggiare in modo breve ma intenso. A ciò va unita la pessima gestione degli uomini, assillati dalle vacue disposizioni di certi comandanti sia in trincea, sia nei turni di riposo. Cadorna non è Napoleone, dice il memorialista; il generale Capello invece gode della sua stima. Una vera calamità sono certi ufficiali superiori che vogliono fregiarsi a tutti i costi di qualche successo; dalla loro ambizione nascono iniziative fallimentari, duramente pagate dai soldati. Ecco come commenta uno degli ordini che è costretto a far eseguire, in uno dei passi più intensi dell’opera, mandando in postazioni allo scoperto qualche fante:

"Non vedevo la convenienza di far uscire tre o quattro soldati per il bel gusto di vederli stramazzare".

Ma non c'è nulla da fare. In quella fase in cui le conquiste si misurano col metro, anche avanzare di dieci metri faceva salire un comandante nella considerazione delle alte sfere. Questa è la guerra che Personeni vede e allora non può che sentire ammirazione per gli umili fanti che sopportano docilmente le peggiori fatiche:

"La maggior parte di essi erano contadini, attaccati come l'edera al tronco, al focolare, al loro campo ... Si poteva fare di loro quello che si voleva: farne dei traditori o mandarli contenti al macello a seconda del solco che sapeva aprire nel loro cuore vergine il lavoratore che doveva seminarvi".

In loro il dovere significa sottomissione, sentita come un fatto naturale. L’inferiorità che provano li porta a tollerare ogni onere, fino a che si comincia a chiedere troppo anche a loro.

Il dovere di combattere per il proprio Paese, nota Personeni, dovrebbe vincolare tutti, non solo una categoria sociale, eppure chi ha appoggi importanti riesce a imboscarsi nelle retrovie. Davanti a tante iniquità e furberie, non gli resta che dichiararsi un idiota, dato che non capisce il senso di molte scelte che considera sbagliate, sciagurate, prive di razionalità. Frequenti sono le critiche all'organizzazione militare in cui tanti vogliono essenzialmente evitare le grane più che svolgere azioni efficaci. "Lei ragiona come un ufficiale di complemento!", si sente dire da un ufficiale effettivo preoccupato solo di evitare noie con i superiori e non di contribuire a rifornire di mezzi le truppe in prima linea. Anno dopo anno, il clima morale peggiora; la fibra del soldato sta per cedere davanti allo spettacolo dello stuolo di imboscati e graduati assenti dal fronte ma coperti di medaglie, mentre molti fanti stanchi aspettano da troppo tempo la licenza. Chi si sente maltrattato non ha voglia di dare nulla agli altri e non fa che accrescere il malumore tra i compagni, nota il memorialista. Il malessere aumenta mentre Personeni si occupa dell'istruzione di alcuni giovani; scartoffie e burocrazia, mancanza di materiale necessario, circolari contradditorie e nemici agguerriti portano al massimo il disagio nelle trincee. Si arriva a Caporetto e la viva descrizione di quei giorni chiude l'opera, lasciando molti interrogativi su come non sia stato possibile arginare un’offensiva sulla quale erano trapelate tante informazioni dettagliate.

La guerra vista da un idiota è un testo fresco, vivace, in cui il sale dell'ironia in parte alleggerisce il dramma; c'è anche un gustoso capitolo dedicato a un asino "portalettere" dell'esercito, quasi una piccola favola nell'orrore, con una rinnovata attenzione per gli ultimi, uomini o animali, decisivi nel portare il peso della guerra, come già aveva notato, ancora una volta, Carlo Gadda.

Personeni resta sempre dalla parte delle vittime di tanto miope sfruttamento e immagina già cosa faranno gli sbandati di Caporetto, riproponendo un atto d’accusa verso le gerarchie:

" ... oso ringraziare il cielo che mi ha risparmiato di assistere alla bestiale rivincita che una folla anonima di abbruttiti e di calpestati ha voluto prendersi contro tutte le insipienze di un'altra folla meno bestiale ma più pervertita che non ha saputo distinguere nel soldato lo spirito dal corpo, che lo ha tenuto sotto il giogo imperioso della sua superiorità materiale, ma che non ha saputo farle apprezzare la sua superiorità morale perché non l'aveva".

Chi è interessato al libro, la cui nuova edizione, realizzata per opera del Comitato “Pro Chiesa di Plave”, è finalizzata alla raccolta di fondi per il restauro della chiesetta dell'ex cimitero militare italiano di Plava, può scrivere a prochiesadiplave@tiscali.it

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Il Cristo Velato

28 Aprile 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere, #marcello de santis

Il Cristo Velato

IL CRISTO VELATO

prima parte
di
marcello de santis



Il principe di Sansevero, uomo per eccellenza del settecento, ha lasciato in eredità al mondo dell'arte una delle più belle opere del secolo, quella Cappella, impregnata di atmosfera d'incanto, che porta il suo nome e che contiene quanto di più interessante un ambiente artistico possa offrire all'occhio curioso del visitatore; sculture, statue e sarcofagi, ritratti e sepolcri di famiglia. E tra tutte le opere d'arte presenti spicca per la sua immensa leggerezza il Cristo velato.
Ma andiamo con ordine.
Tutto ciò che circonda la figura misteriosa del Principe, ha dell'incredibile. Discendeva dai duchi di Borgogna, e il nome de Sangro sta a indicare "di sangue reale" (de sang real).
Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero nato a Torremaggiore in provincia di Foggia nel 1710 morto a Napoli nel 1771. Fu inventore e scienziato, nonché un esimio rappresentante dell'Accademia della Crusca; a quarant'anni, già uomo coltissimo, entra a far parte della Massoneria napoletana, e in breve diventa Gran Maestro della Loggia dei Rosacroce. Pensate: il conte di Cagliostro, quando ebbe modo di venire nella capitale partenopea, frequentò gli ambienti della Massoneria, e ivi conobbe, presumibilmente, il Principe Raimondo. E quando venne posto sotto processo a Roma dal Tribunale dell'Inquisizione, confessò sotto tortura che le sue conoscenze alchemiche gli furono insegnate a Napoli da un principe molto ferrato in chimica. E chi poteva essere costui, se non il Principe di Sansevero?
La sua figura ancora oggi desta rispetto; ma soprattutto timore, al ricordo dei suoi poteri paranormali. Era chiamato anche principe alchimista per le sue ricerche nel campo e le sue molteplici attività segrete. Lo consideravano stregone e adoratore di Satana. La gente ne aveva paura. Stregone a tal punto che fece sparire anche il suo corpo dopo morto; meravigliosa la lapide sul suo sarcofago: vuoto, ché il cadavere non c'è.
Chi vuole vedere e rendersi conto di persona del tetro fascino che ci tramanda questo personaggio non deve far altro che recarsi a Napoli e visitare la Cappella in questione. Che, va detto, era nata come sepolcreto di famiglia dei duchi di Sangro. Si trova a due passi da piazza San Domenico Maggiore dove c'è l'omonima chiesa che risale alla fine del duecento, tra Montecalvario e San Gregorio Armeno, la strada dei presepi, nel cuore del centro storico di Napoli.
Aneddoti intorno a questo monumento, e più intorno al Principe, si sprecano.
Il primo che vogliamo riportare riguarda proprio la nascita della Cappella.
Eccolo dunque: si vuole che verso la fine del millecinquecento, passò da quelle parti, prigioniero in manette, un uomo; che pare fosse innocente. Guardie lo scortavano, lo portavano in carcere. Proprio nel momento in cui transitavano davanti alla costruzione in fieri, un muro di cinta, che circondava la chiesetta, crollò con gran fragore; tra le macerie spuntò un quadro di una deposizione.
La cosa fu riportata al duca Giovanni Francesco di Torremaggiore che aveva commissionato la costruzione; questi abitava il palazzo che si trovava poco lontano (oggi è al civico 9 della piazza); per rispettare un voto che aveva fatto durante una sua grave malattia, ordinò che là dove era crollata la muratura fosse eretta una Cappella dedicata alla vergine Maria. L'ordine fu eseguito, e nacque là un piccolo edificio chiamato Santa Maria della Pietà, o Pietatella. Era l'anno 1590.
Una ventina d'anni dopo pensò a darle una sistemata un figlio di Giovanni Francesco, Alessandro; sino a che, passato da allora poco più di un secolo, la cappella - che all'origine era collegata al palazzo da un passaggio soprelevato, oggi non più esistente perché crollato nei primi del novecento, fu ampliata e prese il nome dall'attuale Principe Raimondo di Sangro, il Principe dei misteri, sconvolgente e affascinante all'un tempo; che oltre ad ampliarla la abbellì poco alla volta e fino a portarla allo splendore in cui la vediamo oggi.
Misteri intorno alla cappella sono infiniti, tutto là dentro ha un'aria di segreto, di arcano. Uno dei più curiosi misteri è quello del pavimento.
Come ci narra Isabella Dalla Vecchia, è un labirinto originato da una sola linea continua spezzata, che dà l'impressione di un fondo a sbalzo; l'idea del disegno è opera del principe in persona, che ideò questa alternanza di croci uncinate (svastiche) e di quadrati concentrici, perfetti; tutti visti in prospettiva.
Un'opera piena di simbolismo: il chiamato, l'iniziato deve percorrere il labirinto per giungere alla verità. Oggi della pavimentazione è rimasta solo una parte, ché il pavimento originale è stato danneggiato dal crollo avvenuto verso la fine dell'ottocento. Ma da quel poco che possiamo ammirare esso rimanda al personaggio del principe (massone e rosacroce): un labirinto come percorso iniziatico da seguire per poter uscire a riveder le stelle per prendere in prestito le parole di Dante, per giungere cioè alla verità.
Non è solo nella Cappella dei Sansevero che esiste un pavimento con il labirinto; il disegno ha un valore antico quanto il mondo; leggo su Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani, Longanesi: ... i primi labirinti risalgono a più di 4500 anni fa; ... un labirinto del 2500 avanti Cristo, scolpito nella roccia si trova in Sardegna... uno dei primi labirinti su muro è a... Lucca, sulla facciata della cattedrale.
Serviva, dice Terzani, ai fedeli, che prima di entrare, ci passavano un dito sopra facendolo scorrere sul percorso necessario per arrivare al centro; e purificarsi così prima di entrare nella casa di Dio.
Racconta ancora Terzani che dopo le Crociate, arrivare a Gerusalemme in pellegrinaggio era un'impresa pressoché impossibile, per atti di pirateria e aggressioni, spesso con morti, cui si poteva incappare sulle strade. Per cui i fedeli avevano come meta ultima nuove cattedrali in sostituzione di Gerusalemme; e scrive: ... percorrere il labirinto intarsiato nel pavimento di queste cattedrali era per il fedele la conclusione del cammino simbolico che non aveva potuto compiere realmente.
E aggiunge a conclusione del breve scritto sui labirinti, che il più noto e il più bello di essi si trova nella cattedrale di Chartres, in Francia, (la cui costruzione iniziò nel 1194 e terminò nel 1220.)
Torniamo al Cristo velato, una delle più significative opere che troviamo nella chiesa, e situata al centro della cappella.
Opera di Giuseppe Sammartino artista napoletano che attraversò tutto il secolo XVII; visse infatti i suoi 73 anni dal 1720 al 1793.
Il Principe Raimondo commissionò al giovanissimo scultore - all'epoca quegli aveva appena compiuto 35 anni - un Cristo morto coperto da un sudario.
E un sudario copre in effetti il marmo che rappresenta il Cristo, giacente su un letto con la testa reclinata su due cuscini; ma agli occhi del visitatore tutto pare fuorché marmo, sembra un tessuto finissimo, un velo vero e reale.
Sembra quasi che a coprire il corpo non sia un velo di marmo, ma un peplo di seta o altro tessuto leggero e trasparente.
Forse neppure il principe si aspettava un'opera così perfetta.
O forse sì; narra infatti una leggenda che sia stato proprio lui a insegnare all'artista il modo di coprire il corpo con un velo vero, e quindi a calcificare lo stesso in tenui cristalli di marmo grazie alla sua scienza alchemica.
Sia come sia, l'effetto di realtà è straordinario; il Cristo pare dormire, e sembra quasi vederlo respirare sotto la leggerezza del drappo trasparente, tanto che il visitatore si aspetta da un momento all'altro il suo risveglio.
Ma non è l'unica cosa strabiliante che troviamo nel complesso.
La Cappella è tutto un arcano; mistero c'è nelle varie statue, sono 18, che si seguono a destra e a sinistra entrando nella chiesa; una sola di esse è al centro ed è il Cristo velato.
Hanno tutte un nome queste statue, e tutte indicano qualcosa che pare avere a che fare con l'alchimia, la scienza del principe Raimondo: la forza, l'amore, la volontà, l'istruzione, e così via. E sono tante, le statue.
E' opportuno ricordare che il Principe Raimondo, settimo dei principi di Sansevero, era un uomo di eccezionale cultura, e studioso di scienze esoteriche. E può a buona ragione definirsi uomo dal multiforme ingegno, data la sua poliedrica personalità. Si dice che molte di queste sue conoscenze e anche di alcune sue "magie" le avesse applicate alle sculture presenti.
Perché è impensabile - quasi impossibile - che gli artisti che le hanno prodotte, per bravi che fossero, abbiano eseguito delle cose così stupefacenti che fanno necessariamente pensare a interventi di forze sconosciute; ed è forse proprio quello che voleva il principe.

C'è ancora una leggenda: quella che vuole che il velo che copre il corpo deposto sul letto di morte, all'origine sia stato un peplo vero; e che sia stato posto a coprire il corpo di marmo della statua, opera; e che solo un magico intervento di Raimondo abbia trasformato lo stesso peplo da seta pura in marmo; e che solo lui sapesse, all'occorrenza o a un suo intimo desiderio, ritrasformare il marmo in seta.


Ma è il momento di parlare - oltre che alla delicatezza del velo del Cristo - di almeno altre due statue a dir poco strabilianti per la sua realizzazione: il Disinganno e la Pudicizia.
Ne parleremo nella seconda parte del saggio.

fine prima parte

marcello de santis

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