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La guerra sui ghiacciai

9 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La guerra sui ghiacciai

Le battaglie e gli scontri avvenuti sulle Alpi durante la Prima guerra mondiale, nel contesto di aspre cime e ghiacciai vengono definiti nel loro insieme Guerra Bianca.

Combattimenti che si tennero, sul fronte orientale, nei settori italiani di Ortles-Cevedale, Adamello-Presanella e Marmolada a quote montane molto elevate e in condizioni fisiche, ambientali e meteorologiche fino ad allora ritenute impossibili e insopportabili. Le quote a cui vivevano e combattevano gli alpini erano molto elevate, assolutamente al di sopra di ogni altro settore, i terreni impervi e le condizioni atmosferiche li posero in estrema difficoltà, al limite della sopravvivenza. Oltre al nemico da temere, tra un assalto e l’altro per la conquista, la perdita e la riconquista di poche decine di metri dalla trincea a quella nemica, ben presto, i soldati si scontrarono contro un temibile e pressoché invincibile avversario: la morte bianca.

Il pericolo principale che gli alpini correvano era quello di morire assiderati o sommersi da un’improvvisa valanga, ogni giorno dovevano garantirsi, prima ancora di pensare al nemico, la possibilità di sopravvivere, fra l’altro con dotazioni di cibo e vestiario spesso insufficienti e coi pidocchi come fedeli compagni.

Avevano, come unica consolazione, la possibilità di ammirare panorami stupendi, distese incontaminate a perdita d’occhio, silenziose vette e dolci vallate che, a volte se pur in minima parte, riuscivano a mitigare le paure e i disagi cui erano sottoposti.

Per ovviare a un addestramento che, dopo il reclutamento sarebbe stato difficile, per non dire impossibile, si effettuarono principalmente selezioni quasi esclusivamente tra gli stessi residenti: bellunesi, tirolesi, trentini, ladini, tutti pastori o contadini, montanari, che vivevano già nelle zone pedemontane e conoscevano il terreno che sarebbe stato teatro dei loro combattimenti. Una scelta strategica vincente, perché oltre ad essere uomini temprati forti e resistenti, molti si conoscevano fra di loro già prima della guerra grazie ai commerci, al contrabbando, fu facile così dare origine a un naturale cameratismo fra commilitoni. Alcuni, fra loro, erano alpinisti o famose guide alpine e la loro esperienza si rivelò fondamentale in determinate conquiste, quando le azioni militari divennero delle vere e proprie imprese alpinistiche: come gli assalti al monte Cristallo e a Cima Trafoi nel gruppo dell’Ortles, o la presa del Corno di Cavento nell’Adamello.

Alla metà di giugno del 1915, gli Alpini vinsero la prima importante battaglia effettuando la conquista del Monte Nero, davanti alla quale anche i nostri avversari, loro malgrado, si congratularono: “Giù il cappello davanti gli alpini! Questo è stato un colpo da maestro”.

MONTE NERO (canto alpino)

Sul Monte Nero è rossa la neve,
rossa di sangue, sangue italiano,
è l’Austria che la tinge a mano a mano,
ma la vendetta trionferà!

Gioia bella, se tu m’ami
dammi la mano, dimmi addio;
se ti lascio un figlio mio

Trento e Trieste portalo là.

E gli dirai come morì suo padre,
fronte al nemico, bandiera al vento,
e gli dirai che morì contento

Trento e Trieste per liberar.

Gioia bella, se tu m’ami
dammi la mano, dimmi addio;
se ti lascio un figlio mio

Trento e Trieste portalo là. (anonimo)

La guerra sui ghiacciai
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R…umori da 8 marzo

8 Marzo 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

R…umori da 8 marzo

Salve Donne,

oggi “finalmente” si parla di noi, e ininterrottamente direi…

Parlano di noi in tv, alla radio, sui social, in fila al supermercato …da non credere

per una volta all’anno si parla di noi senza limiti e confini, senza reti e muri … ma che ne è delle barriere e delle divisioni, di separazioni e incomprensioni, chiusure e ostruzioni?

Altro che pollai con recinzioni, qui ci spennano per bene…

C’è chi ci “incoraggia” a non tollerare più quello che uomini con la melma in testa ci infliggono.

C’è chi ci “compiange” perché, in qualità di sesso debole, rimaniamo intrappolate, vittime di situazioni da cui usciamo vinte, se non morte… (se non è sessista questo…!)

C’è chi ci “fomenta” esortandoci con energia a farci valere per quello che siamo (???)

C’è chi di solito dice che “un po’ ce la cerchiamo”, ma oggi lo dice a voce un po’ più bassa.

C’è chi dice che siamo belle, e mai come oggi va specificato “dentro e fuori”, chi dice che siamo “la vita, l’amore” come in quella canzone di Modugno, chi ci fa i conti in tasca e dice che sul lavoro prendiamo meno soldi degli uomini e chi ricorda che però siamo più brave a studiare e chi questo e chi quello e poi mi fermo qui perché sto cominciando a sentirmi un po’ Nino Frassica e un po’ Rino Gaetano!

Signore mie… qui si parla di noi come se fossimo delle polle e non delle pollastre, incapaci di intendere e di volere, ma soprattutto si parla di tutte noi messe lì nel pollaio…

non di me o di te o di Stella o di Marialella (la pollastrella bella)…

ma di tutte noi insieme come se la nostra complessità e molteplicità si potessero ridurre a “una sola polla” che sta lì a rappresentare tutto o niente da quando è nato il mondo fino ad oggi…

Per questo motivo oggi, in questo giorno tanto importante, grazie a chi macina stronzate non mi viene da dire altro che BASTA! Ci avete rotto li cojoni con le recinzioni da pollaio …quello che non sapete è che le pollastre, quelle vere, non si lasciano trascinare e rinchiudere in stereotipi di cui è facile riempirsi la bocca ma che, alla fine dei conti, non dicono nulla né di me né di Marialella …

Comunque, visto che oggi il mondo intero deve per forza parlare delle donne, lasciate che lo faccia anch’io, a modo mio:

Dunque, oggi voglio essere me e:

- Anastacia (mica poteva mancare) che zitta zitta (ma anche no… quando si fa fare certe cosette) pure l’ha fatto capitolare, il buon Christian (impresa non da poco direi!!!)

- Mafalda, l’amichetta di Linus, che dice: A una donna servono due cose nella vita, il senso dell’umorismo e un paio di scarpe rosse col tacco

- La protagonista di una vignetta che gira su Facebook e che (immagino con la voce di Califano) dice: LOTTO DA QUANNO M’ARZO

- La protagonista di una canzone di Liga che dice:

Femmina come la terra

Femmina come la guerra

Femmina come la pace

Femmina come la croce

Femmina come la voce

Femmina come sai

Femmina come puoi

Femmina come la sorte

Femmina come la morte

Femmina come la vita

Femmina come l’entrata

Femmina come l’uscita

Femmina come le carte

Femmina come sai

Femmina come puoi

- Me sola … che a #diamociunconsiglio, al posto della propria foto con un buon consiglio, ho inviato un’immagine con la scritta: Non importa quanta dignità tu abbia. Se un bambino ti passa una tazzina vuota, tu devi bere.

- Cenerentola (la più paracula di tutte!!!) che già sapeva che I sooooogni (avete capito quali!?!) son deeeesideri….

E dulcis in fundo…per la serata voglio essere…

- La protagonista di Albachiara di Vasco

Respirerò piano per non far rumore

farò pensieri strani…
… io sola dentro la stanza
e tutto il mondo fuori.

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Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto

7 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto

CHIAMATE UN TEMPO SAMOA OCCIDENTALI, GLI ABITANTI SI VANTANO DI ESSERE GLI UNICI E VERI POLINESIANI.

Le Sporadi Equatoriali sono dette anche Isole della Linea perché situate sull’Equatore ed è proprio qui che cambia la data.
Sono undici isole che appartengono alla Repubblica di Kiribati, ad eccezione di due atolli: Palmyra e Jarvis, e ci sono oltre novemila abitanti, per lo più concentrati sull’atollo Kiritimati, il più grande del mondo.
Si tratta di un angolo sperduto del mondo, collegato solo con l’aeroporto di Honolulu. Solo quattro villaggi, per sentirsi veramente nell’antica Polinesia, lontano dal frastuono del mondo occidentale e anche fuori dai circuiti del turismo di massa.

Upolu e Sava’i sono le due isole maggiori che costituiscono quelle che un tempo erano chiamate Samoa Occidentali, per il resto, un insieme di isolotti e atolli non abitati.

Gli abitanti di Samoa si considerano gli unici veri polinesiani, perché ritengono di essere la vera popolazione autoctona di quelle terre. Il loro mito della creazione è molto simile a quello biblico.
Missionari, pirati, balenieri, sbarcarono spesso qui, rendendo queste isole molto frequentate già intorno alla fine del XVIII secolo. La cessione di questa parte delle Samoa alla Germania, e il coinvolgimento nelle due guerre mondiali, non hanno intaccato lo spirito cordiale e ottimista di queste popolazioni.

Le isole non sembrano aver subito molto l’influenza occidentale e tutto sembra legato al passato. L’unica vera città dello Stato è la capitale Apia che, nonostante qualche traccia di modernità, mostra tutto il suo fascino con i suoi mercati, dove si può trovare di tutto, dall’artigianato ai vestiti, ai gioielli in noce di cocco.

Nella capitale è facile trovare numerose chiese cattoliche e anglicane sparse ovunque.

Le spiagge più belle – sì, perché nonostante tutto il fascino di queste isole è sempre il mare cristallino e le candide spiagge – si trovano nella parte meridionale dell’isola di Upolu, dove si deve richiedere il permesso prima di effettuare immersioni e dare, forse, un piccolo “dazio”.

Il turismo è una delle principali fonti di sostentamento nel paese in cui molti problemi hanno

provocato la deforestazione e i cambiamenti nel mondo agricolo.
Prendendo un taxi o un autobus da Apia, si giunge a Vailima, nella casa trasformata in Museo, dove visse Louis Robert Stevenson, recatosi in quel luogo – allora sperduto – per curare i suoi polmoni malati.

Alla sua morte gli abitanti del luogo lavorarono per 24 ore consecutive per tracciare un sentiero fino alla collina per collocare lì la tomba del loro “tusitala”, narratore di favole.
Lì, da dove si sovrasta l’isola, la barriera corallina e tutto l’orizzonte infinito, venne sepolto con le parole della sua elegia “Requiem”: Rientrato il marinaio, rientrato dal mare/ e rientrato dal monte il cacciatore.
Non solo Stevenson, ma naturalmente altri scrittori e artisti scelsero di vivere in queste splendide isole. Fra i tanti, Herman Melville, l’autore del famoso “Moby Dick” .

Fra i nostri connazionali, Hugo Pratt, fece nascere proprio qui il suo Corto Maltese. Mete ideali – i Mari del Sud – per ambientare le loro storie.

Qualcuno di loro scelse di viverci e anche di morirci.
In questi luoghi, che la storia europea ha consacrato all’avventura, risuona lento il passo di chi ritorna dal mare, lascia la vita e consegna per sempre il suo sonno alla terra…

Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto
Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto
Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto
Reportage: le Sporadi equatoriali, un altro paradiso non perduto
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Paolo Petrillo, "Der Riss"

6 Marzo 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #storia

Paolo Petrillo, "Der Riss"

Lacerazione/Der Riss

Paolo Emilio Petrillo

La Lepre

8 Settembre 1943: una data che in Italia è diventata metafora a un tempo della debolezza e della forza morale di una nazione. Che cosa ha rappresentato invece quella stessa data per la Germania, l'ex alleata, che dell'evento fu la speculare protagonista? Come hanno vissuto i tedeschi – le istituzioni, certo, ma ancor di più la popolazione civile e i milioni di soldati in divisa – il “proclama Badoglio”?

Interrogando fonti stampa, la maggior parte delle quali inedite o sconosciute in Italia, e lasciando parlare veterani tedeschi ancora in vita, l'autore cerca di ricostruire quella che, per molti aspetti, è la versione mancante del noto fatto storico e di altre vicende precedenti. A emergere è un'immagine doppia: gli italiani visti dai tedeschi, i tedeschi visti dagli italiani. Un contributo prezioso, non certo per una strumentale polemica revisionista, ma per la costruzione di una coscienza più meditata della tragedia da cui sono nate.

Questo di Paolo Petrillo è un saggio storico particolarmente interessante, così tanto, in effetti, da spingermi a parlarne nonostante non sia solito occuparmi di saggistica. L'interesse nasce da una banalissima domanda, talmente ovvia, in effetti, da sembrare sciocco che nessuno se la sia posta prima: qualcuno ha mai chiesto ai tedeschi cosa pensano dell'8 settembre del 1943? La risposta, prima di questo libro-inchiesta, è no. Esiste un'ampia letteratura sull'argomento, ma del tutto priva di voci diverse da quelle nostrane. Eppure è una data importante nella storia dell'Italia e anche della Germania, anche se per allora l'esito della seconda guerra mondiale era già segnato.

Qualche lettore potrebbe chiedersi perché è interessante parlarne oggi, a settant'anni di distanza, ma la storia, la nostra storia, è importante conoscerla. L'Italia dunque firma l'armistizio con gli alleati e, per usare una vecchia frase sarcastica, si addormenta fascista e si risveglia antifascista. Il malcontento per l'esito della guerra serpeggiava in Italia, che non era assolutamente pronta ad affrontare lo sforzo bellico come invece lo era la Germania, dunque le premesse per un salto di barricata erano già evidenti a noi e ai nostri alleati, come traspare dalle interviste qui riportate.

Più di ogni altra cosa, per capire l'importanza di questo libro, vale la pena ricordare quali sono state le conseguenze dell'esito della guerra sul piano culturale per l'Italia e per la Germania. I nostri alleati infatti, sconfitti su tutta la linea e poi aiutati nella ricostruzione dal piano Marshall, svilupparono un sistema di informazione martellante sulla guerra e sulle loro colpe, su quanto era stato commesso dalla Germania come popolo e nazione. Il risultato di questo processo, durato decenni e portato avanti con proverbiale efficienza teutonica, è pensato per coinvolgere l'individuo dal suo anno zero all'età adulta. Il risultato è evidente a tutti: una delle società più multietniche in tutta Europa, con tutti i problemi di gestione e ibridazione culturale che questo comporta, ma che, nel complesso, ha retto meglio di tanti altri paesi che si sono trovati a dover affrontare gli stessi problemi.

In Italia? Tutto nascosto sotto il tappeto, con lo stile e l'aplomb tipici del nostro paese. Non un condannato dai tribuni internazionali per crimini di guerra, pochissimi, in proporzione agli aderenti al movimento, i processi nazionali contro i criminali fascisti, tutto finì con l'episodio di Piazzale Loreto e il disfacimento della Repubblica di Salò. Eppure Italia e Germania erano alleate, possibile che nessun italiano abbia mai fatto qualcosa di sbagliato?

Una seconda domanda ha chiesto Petrillo ai reduci tedeschi della guerra, e cioè se ci fosse la convinzione che gli italiani fossero traditori. La storia ci insegna che all'inizio della prima guerra mondiale, nel 1914, l'Italia non entrò in guerra da subito, nonostante fosse alleata della Germania, ma solo nel 1915, e al fianco di Francia e Inghilterra. Neanche trent'anni dopo, l'Italia, di nuovo alleata con i tedeschi attraverso la famosa amicizia tra “uomini veri” di Hitler e Mussolini, non entrerà da subito in guerra al fianco della Germania, ma dopo qualche mese, attaccando una Francia già sconfitta dall'esercito tedesco. A questo episodio è legato la famosa frase di Mussolini, “Mi servono cinque o seimila morti per sedermi al tavolo della pace”. Quella di saltare sul carro del vincitore rimane una nostra abitudine, ma in questo caso, come sappiamo, fu l'Italia a rimetterci, perdendo su tutti i fronti militari, costretta a chiedere l'aiuto tedesco in Grecia e in Africa, è stata spesso considerata una delle più grandi cause della sconfitta tedesca. L'aiuto tedesco in Grecia causò infatti un ritardo di otto settimane sulla tabella di partenza dell'operazione Barbarossa, l'attacco tedesco alla Russia, sorprendendo l'esercito senza rifornimenti alle porte di Mosca e all'inizio del terribile inverno russo. L'8 settembre del 1943 segnò infine l'ultimo schiaffo, l'armistizio e il sostegno italiano agli Stati Uniti, trasformandosi, dal giorno alla notte, da alleati a nemici. E poi, anche se era un cambiamento atteso, un conto è arrendersi a un avversario più forte, un conto è trasformare l'amicizia del giorno in prima in imboscate e attacchi alle spalle il giorno dopo. Le basi per sostenere l'idea del tradimento c'erano tutte, cosa pensano le persone che hanno vissuto quegli eventi sulla loro pelle?

Queste domande potrebbero sembrare banali o sepolte dalla storia, o peggio ancora revisioniste, ma l'Europa di oggi, la stessa in cui la Germania ha un ruolo centrale geograficamente e politicamente, nasce dalle ceneri della seconda guerra mondiale. È quindi di fondamentale importanza capire le risposte a queste domande, perché in Italia non c'è stato un progetto educativo di critica al fascismo, come dimostrano le lacune storiche sulle malefatte italiane in guerra, e perché l'Italia è parte di questa Europa che ha dovuto imparare a relazionarsi e superare conflitti ma che, in fondo, non è riuscita a farlo, e le tensioni internazionali fra i vari paesi della Comunità Europea, in particolare fra gli stati fondatori, sono lì a dimostrarlo. La domanda quindi rimane sospesa nell'aria, cosa pensano i tedeschi degli italiani? Der Riss prova a dare una risposta, sicuramente non esaustiva, ma quantomeno sensata e sostenuta dalle voci dei protagonisti.

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AA.VV, "Gol Mondiali"

5 Marzo 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

AA.VV, "Gol Mondiali"

AA.VV

Gol Mondiali

Edizioni Incontropiede

Pag. 150 - Euro 14,50

Ho già avuto modo di apprezzare il buon lavoro di questa giovane Casa Editrice specializzata in libri sportivi, con una certa predilezione per il gioco del calcio. Ragazzi appassionati che hanno del coraggio, perché, come ho avuto modo di sperimentare in prima persona gli aficionados del calcio non sono dei grandi lettori, ma si limitano a sfogliare uno dei tre quotidiani sportivi che ancora si trovano nelle edicole del nostro strano paese. Ci sono le dovute eccezioni, chiaro! Ho giocato al calcio, ho arbitrato in serie C, ho fatto il quarto uomo in A e B, ma in ritiro mi portavo Thomas Mann, Proust, Calvino, Cassola e persino Cabrera Infante. Purtroppo, esiste anche lo snobismo opposto. I pochi italiani che amano leggere, gli intellettuali in genere, snobbano il calcio e tutto ciò che riguarda quel mondo, libri e film compresi. Ne sa qualcosa Arpino, che con Azzurro tenebra ha scritto una bella pagina di letteratura, poco considerata per l'argomento calcistico. Ne sanno qualcosa i cineasti che hanno provato a girare film seri sul calcio, da Pupi Avati (Ultimo minuto) al giovane Zucca (L'arbitro). Non funzionano. O meglio, vanno bene solo le parodie e le farse come I due maghi del pallone, L'arbitro con Buzzanca, Mezzo destro e mezzo sinistro con Gigi e Andrea, L'allenatore nel pallone con Lino Banfi (vittima di un pessimo remake modernizzato)...

Basta divagare. Gol mondiali è un bel prodotto. Diciannove autori - alcuni abbastanza noti nell'ambiente letterario - affrontano la storia della Coppa del Mondo da Uruguay 1930 a Brasile 2014, prendono spunto da un gol e narrano vicende umane - sportive collegate al campionato mondiale. Gli autori: Bacci, Ballestracci (lanciato dal mio Foglio Letterario con Compagno di viaggio e Bluespadano), Bassi, Bedeschi, Facchinetti (consigliamo la lettura de Il romanzo di Julio Libonatti), Favretto, Ferrio, Ghedini, Grassi, Impiglia, Longhi, Lorenzetti, Mastrolli, Paliotto, Pompei, Puppo, Sica e Taccone. La storia del campionato Mondiale 2014 conclude un agile volumetto ed è affidata alle 19 penne impegnate nella raccolta che realizzano un esperimento di scrittura collettiva. Il gruppo di scrittori si è dato un nome: Sport in punta di penna, esperimento letterario nato nel febbraio 2013. Tra i titoli più recenti sfornati dalla giovane Casa Editrice ricordiamo Arrigo di Jvan Sica, un romanzo sulla parabola calcistica e umana di Arrigo Sacchi, Il calciatore stanco di Gino Franchetti, ma anche Rumble in the Jungle di Luigi Guelpa. In preparazione: Memorie dell'Europa calcistica - L'Erasmus del pallone, a cura di Federico Mastrolilli. Per il catalogo completo e le iniziative, consultare il sito www.incontropiede.it.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio

4 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio

In questa escursione fra le valli e i monti molisani Flaviano Testa ci ha condotti a Civitanova del Sannio e i suoi scatti colgono con semplicità e perfetta armonia un piccolo paese del Molise che arriva appena a 1000 abitanti.
L'attuale toponimo del paese è successivo all'Unità d'Italia che prima si chiamava solo Civitanova. Nome derivante dalle fortificazioni sannitiche erette a controllo della valle del fiume Trigno e di cui ancora si possono vedere i resti nei pressi del centro abitato. Posto in provincia di Isernia a un'altezza collinare di 650 m, attraversato dall'antico tratturo Lucera – Castel di Sangro, gode di un'ottima posizione, di un piacevole paesaggio e di un fresco clima estivo che attira turisti dalla vicina Campania e dalla metropoli romana. Giungono dopo un breve viaggio e si immergono nel verde dei boschi di faggio, si bagnano e bevono alle fresche sorgenti di acque chiare e freschissime che sgorgano vicino al paese, cercando fragoline, funghi o tartufi bianchi a seconda della stagione o si stendono al sole sulle rive del lago carsico che si trova nei pressi godendosi la “Montagnola” con l'area attrezzata per i pic nic .
Di questo piccolo paese colpisce la bellezza dei vicoli che lo attraversano, passeggiando per le strettoie sembra di tornare indietro nel tempo: al medioevo, periodo in cui quei vicoli risalgono e a quando il conte d'Isernia e sua moglie fecero costruire un monastero e lo donarono ai monaci benedettini. La gente è accogliente, seria e laboriosa. Nel dopoguerra il paesino ha subito una forte emigrazione, causa la totale mancanza di possibilità lavorative e la povertà dei terreni adibiti all'agricoltura, le famiglie lasciavano il paese natale e si recavano all'estero in nord America, in Argentina o in Germania. L'estate, intorno a fine agosto, si tiene la “festa dell'emigrante”, con riti religiosi, conferenze, mostre d'arte, proiezioni di film all'aperto e concerti sinfonici. In queste occasioni spesso fanno ritorno in patria i figli degli emigranti di un tempo per ritrovare le loro radici, cresciuti all'estero parlano poco e male la lingua italiana, ma conoscono benissimo il dialetto locale, dando origine a scenette divertenti. Guardandosi intorno si sentono stranieri a casa loro e ripercorrono con nostalgia i vecchi gradini che li riportano alle case che furono dei padri o dei nonni, desiderando di fuggire dalle grandi città in cui sono costretti per lavoro e di tornare a vivere in un contesto ambientale, sociale e culturale autentico, difficile da trovare. All'inizio dell'autunno in paese restano soprattutto anziani soli e allora qualche straniero ancora è facile incontrarlo ma è un emigrante di altri paesi che qui trova lavoro come badante, in un paese povero ma dove non è costretto a chiedere elemosina e dove i campi diventano giardini e le pietre delle case isolate o dei castelli cadenti, riflettono silenziose i raggi della luna e del sole al ritmo scandito dal tempo e dalle stagioni.

In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
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In giro per l'Italia: Civitanova del Sannio
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Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena (2)

3 Marzo 2015 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #racconto

Laboratorio di Narrativa: Sergio Cena (2)

Classico esempio di fiaba surreale che vuole essere molto più di quello che in effetti è, contenendo, ed aprendo senza svilupparli, spunti di ogni genere a beneficio degli interessi e della filosofia dell’autore.

“La vera storia della piccola fiammiferaia”, di Sergio Cena, è una rivisitazione della favola di Andersen, ma qui la protagonista finisce in paradiso, dove incontra figure oniriche che potrebbero ricordarci quelle incrociate da Alice nel paese delle meraviglie, se ne conservassero la potenza immaginifica e se non fossero appesantite dal credo anarcoide dell’autore. La coprofagia degli agenti antisommossa ha una vaga reminiscenza omerica (se si pensa ai compagni di Ulisse trasformati in maiali da Circe) ma risulta terribilmente sgradevole e fine a se stessa.

Patrizia Poli

Inviate i vostri racconti (massimo 5 cartelle) a ppoli61@tiscali.it

LA VERA STORIA DELLA PICCOLA FIAMMIFERAIA

La piccola fiammiferaia se ne stava rannicchiata all’angolo di due vie, offrendo zolfanelli ai passanti che, improvvisamente, tre passi prima di passare di fronte a lei, diventavano sbadati o distratti o trovavano modo di salutare qualche perfetto sconosciuto che transitava sul marciapiedi opposto.

“Signore vuole comprarmi una scatola di zolfanelli?” Chiese la piccola fiammiferaia a un tizio in ghingheri che stava scendendo da una Maserati ultimo modello.

“Come osi interpellarmi lurida mendicante!?” Disse l’uomo accendendosi un sigaro grosso e lungo con il suo accendino di platino tempestato di diamanti.

La piccola fiammiferaia, rabbrividendo per il freddo, guardò l’uomo allontanarsi e accese uno zolfanello per scaldarsi le dita ghiacciate e stava per accenderne un altro, quando un’ombra le si parò innanzi. La piccola fiammiferaia alzò lo sguardo e vide la figura imponennte di uno sbirro che, con il suo ridicolo berretto in testa, la interpellò con aria truce: “Lo hai il permesso per vendere infiammabili? Eh, lo hai il permesso!?”

Non fosse stata la vigilia di Natale e non avesse avuto così freddo, la piccola fiammifaraia avrebbe cercato di sgusciare tra le gambe dello sbirro, invece, infreddolita e intorpidita com’era, disse semplicemente: “ No, non ce l’ho il permesso per vendere infiammabili.”

“Allora mi sa che ti appioppo una bella multa, che te ne ricorderai per un pezzo”, disse lo sbirro fregandosi le mani soddisfatto.

“Ma non ho venduto neppure uno zolfanello!” protestò la piccola fiammiferaia.

“Allora te ne appioppo anche una per occupazione del suolo pubblico, replicò lo sbirro facendo uscire di tasca il blocco delle contravvenzioni.

Lo sbirro succhiò pensosamente il cannello della penna biro, ché la minima riflessione impegnava seriamente le sue facoltà intellettive, poi con un sorriso a trentasei denti, non uno di meno, aggiunse: “E poi ti porto all’orfanotrofio.”

La piccola fiammiferaia, nel sentire nominare l’orfanatrofio, sapendo esattamente di cosa si trattava, freddo o non freddo, trovò la forza di scattare in piedi e fuggire a gambe levate tra una folla carica di pacchetti natalizi. Lo sbirro, invece, con il suo blocco di contravvenzioni in mano, scivolò su una sghinga di cane e planò nella vetrina di una pasticceria di lusso, rompendosi l’osso del collo.

La piccola fiammiferaia tanto corse che si trovò in men che non si dica alla periferia della città. Trafelata e ansante si accorse di un banco che distribuiva la zuppa. L’odore della zuppa, pur non essendo gran cosa, le fece gorgogliare lo stomaco, ma non avendo mangiato da tre giorni, trovò l’odore assolutamente delizioso, cosicché decise di mettersi in coda per aver un po’ di zuppa anche lei.

Quando arrivò il suo turno, la donna che serviva la zuppa la guardò d’un occhio con aria sospettosa. “Sei una rifugiata siriana?” le chiese brusca.

“No, signora, non sono una rifugiata siriana”, rispose la piccola fiammiferaia.

“Sei per caso una rifugiata circassa?”

“No, signora, non sono una rifugiata circassa”, ripeté ancora la piccola fiammiferaia.

La donna che serviva la zuppa ora la guardava apertamente con sospetto. “Allora, dimmi, di quale Paese sei rifugiata?” volle sapere.

“Di nessun paese”, ripose la piccola fiammiferaia. “Sono di qui.”

“Allora niente zuppa, tu non ne hai il diritto. Via di qui pezzente, fila!” intimò la donna che serviva la zuppa.

La piccola fiammiferaia fece la mossa di andarsene, ma un negro che era dietro di lei la trattenne per un braccio dicendo: “Aspetta piccola, dividerò con te la mia zuppa.”

“Ah, ah!” fece la donna che serviva la zuppa, che aveva udito le parole del negro. “Prova a darle anche solo una cucchiaiata di zuppa e potrai andare altrove a riempirti la pancia.”

Il negro stava per protestare, ma la piccola fiammiferaia gli disse di lasciar stare e, prima che alla donna venisse in mente di telefonare all’orfanatrofio, si rimise a correre per le buie vie della periferia.

Senza più un briciolo di fiato, la piccola fiammiferaia si lasciò scivolare a terra e, appoggiata al muro di mattoni anneriti di una fabbrica abbandonata, cercò di riprendere le forze che non vennero. Affaticata e infreddolita, accese uno ad uno gli zolfanelli che le restavano, senza riuscire a scaldarsi. Allora lasciò che il freddo la penetrasse e, mentre diventava insensibile alla morsa del gelo, si mise a pensare a certe finestre che aveva visto quando il tempo era ancora clemente, dalle quali usciva odore di buono tra un coro di voci allegre.

Raggomitolata su se stessa con la visione del calore di quelle finestre si assopì dolcemente per non svegliarsi più.

Il corpicino senza vita fu trovato l’indomani dagli uomini della nettezza urbana, venne un’ambulanza che lo trasportò all’obitorio, dove fu sezionato per il più gran bene dell’umanità.

La piccola fiammiferaia aprì gli occhi e con grande stupore si accorse di essere in un prato cosparso di papaveri rossi, ma di un rosso così rosso come solo i papaveri sanno essere rossi, di fiori gialli, di fiori azzurri e anche, ma per vederlo occorreva fare attenzione, di fiori screziati. Godendosi il tepore del sole, la piccola fiammiferaia guardò le nuvole bianche che veleggiavano nell’azzurro del cielo e si chiese com’era che d’un tratto fosse primavera e, visto che c’era, si domandò anche dove fosse finita la fumosa periferia della città. Si guardò attorno, ma della città nessuna traccia.

“Com’è che sono finita in questo bel posto?” Si chiese, e mentre se lo chiedeva scorse una donna che all’ombra di un parasole le si avvicinava.

Vedendola così bella ed elegante, la piccola fiammiferaia rimpianse di non avere più zolfanelli da vendere, perché certamente, ne era sicura, la bella signora ne avrebbe comprati e con i soldi che le avrebbe dato avrebbe potuto comprarsi una bella pagnotta calda di forno.

La bella signora, che intanto era giunta a pochi passi dalla piccola fiammiferaia, le sorrise. La piccola fiammiferaia, incoraggiata dal sorriso della bella signora, trovò il coraggio di chiederle: “Signora, per favore mi può dire dove siamo?”

“Siamo in Paradiso, piccola mia”, rispose la bella signora.

“E dov’è il Paradiso?” Chiese la piccola fiammiferaia che non aveva mai inteso parlare di un posto nomato così.

“È qui”, rispose la bella signora.

“È molto bello qui”, disse la piccola fiammiferaia, “ e mi piacerebbe starci un po’, prima che venga qualcuno a cacciarmi.”

“Ma nessuno può cacciati dal Paradiso. Qui sei a casa tua”, la rassicurò la bella signora.

“Non vedo case”, disse la piccola fiammiferaia guardandosi attorno stupita. “Comunque io di case mica ne ho.”

“Oh”, disse la bella signora, “quando la vorrai l’avrai la tua casa e fatta a misura per te.”

“Per adesso mi accontenterei di mangiare”, sospirò la piccola fiammiferaia. “È da tanto tempo che non mangio più, che nemmeno me lo ricordo.”

“Prendi questo”, disse la bella signora, tendendole un cestino della merenda che, la piccola fiammiferaia ne era certa, la bella signora non avesse con lei al suo arrivo.

“Ci troverai dentro quel che ti piace e, prima che tu abbia ancora fame, avrai la tua casa con la dispensa piena delle cose che ti verrà in testa di mangiare.”

La piccola fiammiferaia accettò con grazia il cestino della merenda che la bella signora le offriva, un po’ perché aveva fame, ma proprio una fame da lupi, un po’ perché era curiosa di vedere l’effetto che le avrebbe fatto ricevere un regalo, perché davvero nessuno le aveva mai offerto qualcosa, a parte gli scapaccioni che si prendeva quando tornava senza aver venduto tutti gli zolfanelli.

Come ebbe in mano il cestino della merenda, la bella signora le disse: “Scusami, ma ho un affare urgente da sbrigare. Ci vediamo caruccia.” E se ne andò.

La piccola fiammiferaia, visto un bel pietrone che troneggiava in mezzo al prato, lo raggiunse, vi si accomodò sopra ed aprì il cestino della merenda. “Una coscia di pollo arrosto!” esclamò, che del pollo arrosto conosceva solo l’odore. Assaggiò e scoprì che la carne calda del pollo arrosto era davvero squisita. Terminata la coscia di pollo, stava per deporre giudiziosamente l’osso nel cestino, quando vide una bella fetta di groviera, con talmente tanti buchi che faceva veramente piacere guardarla. Prendendola delicatamente tra le dita, assaggio e trovò che anche quella era buona, ma proprio buona che più buona non si può. Terminata la fetta di groviera, la piccola fiammiferaia si disse che sarebbe stato troppo bello riaprire il cestino e trovarvi dentro una banana, perché lei di banane non ne aveva mai mangiate, ma a vederle le davano veramente tanta voglia. Sollevando un pochino il coperchio del cestino della merenda, sbirciò all’interno e vide qualcosa di giallo. “Accidempoli”, fece, “vuoi vedere che c’è dentro veramente una banana! Assaggiando la banana si disse che non aveva mai assaggiato niente di così buono, ma poi pensando che non conosceva altro che il pane secco, si disse che era troppo facile e si mise a ridere, dicendosi che da quel momento sì che sarebbe stato un po’ più difficile dire una cosa così.

Ristorata, ebbe voglia di camminare, cosicché, cammina che cammina, incrociò una stradina di terra battuta.

“Deve essere la strada che porta alla casa della bella signora”, si disse osservandola e, contenta della sua scoperta, prese a seguire la stradina. Dopo un po’ che camminava all’ombra di grandi alberi fronzuti lungo la stradina di terra battuta, vide in lontananza un omaccione appoggiato alla balaustra di un ponticello.

“Deve essere il guardiano della casa della bella signora”, pensò. “Se mi chiederà chi sono e cosa vengo a fare a casa della bella signora, gli dirò che sono venuta a restituire il cestino della merenda, così mi lascerà passare.”

Con quell’idea in testa, si avvicinò all’omaccione che, intanto, accortosi della sua presenza, la stava osservando avvicinarsi.

“Come ti chiami bella bambina?” chiese l’omaccione con un vocione grosso almeno quanto la sua persona, appena la piccola fiammiferaia fu a portata di voce.

“Sono la piccola fiammiferaia, rispose la piccola fiammiferaia.

“Mica è un nome Piccola Fiammiferaia!” fece sapere l’omaccione.

La piccola fiammiferaia sentendosi piccola piccola di fronte all’omaccione, con un filo di voce rispose: “Signore, temo di non aver altro nome che questo.”

“Suvvia, disse l’omaccione, non vorrai mica che la gente passi il tempo a chiamarti Piccola Fiammiferaia, no!?”

La piccola fiammiferaia, che non sapeva cosa rispondere, si strinse nelle spalle.

“Fiammetta!” Esplose il vocione dell’omaccione. “Ti va se ti chiamerò Fiammetta?”

“Oh, Fiammetta è proprio un bel nome, rispose la piccola fiammiferaia. Lei è davvero gentile ad avermi trovato un nome così bello.”

“Oh, non è niente”, rispose l’omaccione. “È che sono un poco poeta.”

“E cosa è che fa un poeta?” Volle sapere la piccola fiammiferaia, che ora si chiamava Fiammetta.

“Scrive parole, ma non proprio parole qualunque, ma delle parole che messe insieme prendono un senso che nessuno sospetterebbe che potrebbero assumerlo delle parole qualunque messe insieme.”

“Ah”, fece Fiammetta, “deve essere un mestiere difficile fare il poeta.”

“Dipende”, disse l’omaccione. “Certi giorni è difficile difficile e certi giorni è facile facile, solo che non sai mai quando è uno dei giorni difficili o uno di quelli facili, ma è solo il giorno dopo che sai che il giorno avanti, quello che pensavi fosse un giorno di quelli facili facili era invece uno di quelli difficili difficili, ma così difficili che non ti dico, oppure il contrario, che quello che pensavi fosse un giorno difficile era invece un giorno facile facile, come quelli che se ne vedono pochi.”

Impressionata, Fiammetta guardò l’omaccione piena di ammirazione e disse: “Accidenti, deve essere più difficile fare il poeta che vendere zolfanelli all’angolo della strada.”

“Devi avere ragione, piccola, perché davvero a me nessuno, ma proprio nessuno, ha mai comprato una sola poesia.”

“Poveretto”, disse Fiammetta, “e com’ è che ti riusciva di tirare a campare?”

“Mica mi è riuscito”, disse l’omaccione col vocione che si era fatto triste.

“Sono crepato di fame. O meglio stavo tranquillamente crepando di fame quando è arrivato un gruppo di agenti antisommossa che a colpi di sfollagente mi ha aiutato a rendere l’anima.”

“Avevi rubato un’anima!?” chiese Fiammetta stupita, anche se non aveva la minima idea di cosa potesse essere un’anima.

“Oh, è solo un modo di dire”, spiegò l’omaccione. “Comunque senza saperlo, gli sbirri quel giorno mi fecero un favore, ma proprio un gran favore.”

“Non capisco dove stia il favore nel bastonare un povero poeta che crepa di fame...” disse Fiammetta, confusa.

”È che poi mi sono ritrovato qui, e qui sto bene”, spiegò l’omaccione.

“Non ci sono sbirri qui in Paradiso?” Chiese Fiammetta con un filo di voce.

L’omaccione rise con un vocione così grosso, che tutto lì intorno sembrò ridere con la sua stessa voce.

“Certo che ce ne sono di sbirri, mia cara, ma stanno al loro posto.” Così dicendo l’omaccione indicò in basso del ponte.

Curiosa Fiammetta diede un’occhiata e vide una mandria di agenti antisommossa che grufolava nel torrente a secco.

“Cos’è che mangiano? Non vedo niente che si possa mangiare nel greto, a meno che non si mangino i ciottoli.”

“Ognuno mangia la cacca dell’altro”, disse l’omaccione.

“E perché si mangiano l’un l’altro la cacca?” Fece Fiammetta disgustata.

“Così imparano ad aver fatto gli agenti antisommossa.”

“Ma è disgustoso!” disse Fiammetta storcendo la bocca.

“Anche loro lo trovano disgustoso, solo che non possono fare a meno di papparsi l’un l’altro la cacca.

Ad un tratto a Fiammetta parve di riconoscere lo sbirro del giorno prima. “Lo conosco quello!” Esclamò.

“Quello? È appena arrivato, e te lo dico io che dovrà mangiarne di cacca!”

“Ma tu come fai a sapere tante cose ? chiese Fiammetta.

“È che sono il guardiano della mandria e il mio compito è quello di non lasciarli dormire sino a che non hanno mangiato la loro razione di cacca quotidiana.”

“Oh”, fece Fiammetta, “davvero non è un bel lavoro per un poeta.”

“Ma è già meglio che stare al loro posto.”

“Di questo non dubito proprio”, disse Fiammetta con un brivido.

Poi aggiunse: “Ora devo andare, la bella signora che ho incontrato mi ha detto che avrò una casa fatta su misura per me e non vorrei proprio che fosse vicino a quei tipi cattivi.”

“Tu devi aver incontrato la Madonna, disse l’omaccione. Non ti sei accorta che era la Madonna?

“Chi è la Madonna?” Chiese Fiammetta.

“È la dea più antica dell’universo”, spiegò l’omaccione

“E cosa è una dea?” volle ancora sapere Fiammetta.

“Ecco... una dea è... come dire ? Un essere, ma non proprio un essere, ma più di un essere, che comunque è un essere, perché per essere è, che insieme ad altri esseri come lei ha fatto in modo che questo universo esistesse.”

“Accidenpoli ! E una donna... voglio dire una dea così si è fermata a parlare con me, esclamò Fiammetta, considerando per la prima volta, il suo vestitino grigio che era tutto un rattoppo.”

“Oh”, fece l’omaccione, “se è per questo l’altro giorno giocavo a briscola con Manitù e ho anche vinto un totem e tre amuleti.“

Fiammetta non sapeva chi fosse questo Manitù, ma pensando dovesse essere come la Madonna o qualcosa così, fu molto, ma molto impressionata.

“Bene”, non ti trattengo, disse l’omaccione. “Vedo là due bighelloni che se la dormicchiano e devo andare a dargli la sveglia.... Ah dimenticavo, mi chiamo Cosetto.”

“Felice di aver fatto la tua conoscenza, Cosetto”, disse Fiammetta, e si allontanò contenta, ma proprio contenta che non avrebbe saputo dire quanto fosse contenta.

Percorso qualche chilometro, la stradina si inoltrava in un bosco grande almeno come una foresta. La piccola fiammiferaia che ora si chiamava Fiammetta, non aveva mai inteso parlare di lupi e di altri pericoli che, non si sa perché, ma si nascondono sempre, ma dico sempre sempre nei boschi, non fu neanche un pochino spaventata di entrare nel bosco, e invece di rabbrividire nell’ascoltare le voci misteriose del bosco, ne fu incantata.

Camminando tranquilla tra la foresta di alberi del bosco, ascoltava il cuculo cuculare, il merlo merleggiare e gli altri uccelli uccellare e, quando udì il rumore di una cascatella, ancor più incuriosita, si mise a seguire un ruscello che ruscellava lì per caso, per vedere com’era che l’acqua facesse tanto baccano. Quando Fiammetta vide l’acqua gettarsi dall’alto di un monticello, saltellando di roccia in roccia, restò ancora una volta incantata, ma così incantata che non si accorse subito dello zufolare che pareva provenire da una vecchissima quercia frondosa, ma così frondosa, che se fosse stata solo un po’ più frondosa avrebbe rischiato di non essere più una quercia. Però alla fine Fiammetta intese lo zufolare e chiedendosi come mai una quercia così vecchia sentisse il bisogno di zufolare le si avvicinò e toh, mica era la quercia che zufolava, bensì un ragazzino che soffiava dentro un flauto di Pan.

A vero dire Fiammetta non sapeva bene se fosse giusto definirlo un ragazzino quello che suonava il flauto di Pan, perché quello era un ragazzino solo per metà, mentre per l’altra metà si sarebbe proprio detto una capra.

“Cos’è che sei ?” gli chiese Fiammetta, che non aveva mai visto niente di simile.

Il metà ragazzino, metà capra, smise di zufolare e senza mostrarsi sorpreso dalla presenza di Fiammetta rispose: “Ma sono un fauno, che altro se no !?”

“E cosa fanno i fauni, a parte zufolare, s’intende”, volle sapere Fiammetta.

Il fauno si grattò pensieroso uno dei due cornetti che gli spuntavano dalla fronte, poi rispose: “Normalmente i fauni fanno i fauni, come le ninfe fanno le ninfe. Però io adesso ti stavo aspettando e mentre aspettavo zufolavo”.

“Tu sapevi che sarei passata di qui!?” fece Fiammetta stupita.

“Sì”, rispose il fauno. Me lo ha detto Venere. Sai, la signora che ti ha dato il cestino della merenda.”

“Pensavo che quella signora si chiamasse Madonna, disse Fiammetta. Almeno così mi ha detto Cosetto.”

“Oh, Cosetto ha ragione”, acconsentì il fauno, “ma è che Venere ha molti nomi. Anche noi fauni a volte la chiamiamo Venere, a volte Afrodite, altri la chiamano la Dea madre, altri ancora la chiamano Maria, a volte Madonna...”

“Deve essere perché è una dea che ha tanti nomi”, rifletté Fiammetta interrompendo l’elencazione del fauno.

“Ecco è così, hai proprio capito”, fece il fauno battendosi il pugno sul palmo della mano.

“Invece tu come ti chiami?” chiese Fiammetta.

“Il mio nome è Panuccio. Dimmi ti piace il mio nome?”

“Moltissimo”, fece Fiammetta. “Panuccio è davvero un bel nome, tanto bello che deve essere Cosetto ad avertelo dato.”

“Verissimo”, fece il fauno, “è stato proprio Cosetto a chiamarmi Panuccio. Prima del suo arrivo in Paradiso mi chiamavo solo Fauno, proprio come tutti gli altri fauni, cosicché quando uno si metteva a chiamare un fauno era davvero un pasticcio, perché nessuno sapeva quale fauno chiamasse, ma adesso so che quando uno chiama Panuccio è proprio me che chiama e mi risparmio un sacco di corse inutili.”

“E com’è che si chiamano gli altri fauni?” volle sapere Fiammetta.

“Cosetto ha dato un nome a ciascuno di loro, ma la lista sarebbe troppo lunga per elencartela adesso. Però Cosetto è un vero onomatopeuta e Venere, voglio dire la Madonna, è davvero contenta e uno di questi giorni lo farà salire alla seconda sfera celeste.”

“Sì, ripose Fiammetta, Cosetto è davvero un gran onocoso... voglio dire, poeta.”

Mentre discorrevano, Panuccio e Fiammetta avevano raggiunto la stradina e insieme si misero a percorrerla. Panuccio spiegava a Fiammetta com’era la vita lì in Paradiso e di come fosse sufficiente desiderare una cosa per ottenerla, ma che per ottenerla bisognava avere un’idea precisa di cosa desiderare, cosicché non era possibile ottenere una cosa di cui si era soltanto sentito parlare, ma che bisognava averne avuto l’esperienza, cioè averla conosciuta, ed era per questo che tutti incontravano tutti, perché così si scambiavano esperienze e più esperienze si facevano più la vita diventava gradevole, perché lì la vita era lunga quanto l’eternità, neanche un secondo di meno, ma che se uno al posto di annoiarsi diventava proprio bravo nel fare qualcosa, ma proprio una cosa qualunque, allora Venere, cioè la Madonna, appena aveva un momento di tempo libero, veniva a darti il biglietto per andare nella seconda sfera celeste e lì si cominciava una nuova vita, che però nessuno sapeva come fosse, ma visto che nessuno tornava indietro, tutti pensavano che lassù si dovesse proprio stare bene, senza tutte quelle mandrie di lazzaroni schifosi che pascolavano e impestavano l’aria e poi c’era da dire che...

Per Fiammetta la seconda sfera celeste per il momento poteva stare dove si trovava e ammantarsi di tutto il mistero di cui voleva ammantarsi. Per ora si accontentava del vestitino rosso, ma proprio rosso rosso come solo sanno essere rossi i pa paveri, che aveva sostituito lo straccetto grigio unto e busunto, tutto un rattoppo, che indossava pocanzi, e delle scarpette di vernice nera, con il bottone sul lato che brillavano che era un piacere vederle... e poi là, in cima alla collina, non era forse la sua quella casetta d’odoroso legno di pino col tetto appuntito appuntito, tutta ricoperta d’edera verde, ma così verde come solo l’edera sa essere verde?

Sergio Cena

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La guerra fuori dalle trincee: un attacco di sorpresa, dei nostri alpini, a circa tremila metri.

2 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La guerra fuori dalle trincee: un attacco di sorpresa, dei nostri alpini, a circa tremila metri.

Le Truppe Alpine furono istituite nel 1872, quando il neonato Regno d’Italia dovette affrontare il problema della difesa dei nuovi confini a nord del Paese che, dopo la terza guerra d’indipendenza del 1866 contro l’Austria, coincidevano quasi interamente con l’arco alpino.

Nati per combattere sui ghiacciai e sulle alte vette, gli alpini, per uno dei curiosi scherzi che il destino riserva anche alla storia ufficiale e non solo alle nostre vite private, ebbero il “battesimo del fuoco” sulle caldissime montagne africane nelle campagne di Eritrea del 1887 e del 1896. Fin dall’inizio del loro impiego, mostrarono valore e grande spirito di sacrificio, come nella sfortunata battaglia di Adua del 1° marzo 1896, sull’Amba Rajo, dove il 1° Battaglione Alpini d’Africa immolò sul posto 862 dei suoi 954 combattenti.

Secondo una leggenda che raccontano gli alpini, tutti i soldati che muoiono con il proprio cappello in testa, salgono nel “Paradiso di Cantore” vicino all’eroico generale, comandante l’Armata delle “Penne Mozze” che continua ad accogliere “veci e bocia”. Antonio Cantore, fu il primo generale combattente a morire in battaglia. Non un semplice generale, ma un Comandante di Divisione che, audace e sempre presente in prima linea, mostrava con l’esempio diretto quale fosse il corretto atteggiamento da tenere. Per gli Alpini era un mito. Riuscì a instaurare fra comandante e soldati, quella perfetta armonia di spiriti e di intenti che è premessa di coraggio e di eroismo e che porta alla vittoria.

Il destino lo premiò con “la bella morte”, idealizzata da Gabriele d’Annunzio, ma sognata anche da molti combattenti di allora. Lo uccise un proiettile in piena fronte sparato da un cecchino e fu subito innalzato negli altari degli eroi. A onor del vero, leggenda a parte, molte sono le tesi sulla morte del generale e addirittura qualcuna parla di “fuoco amico”. Verità o no, niente ha mai soppiantato il mito del generale per gli appartenenti al corpo degli Alpini.

Durante la prima Guerra Mondiale, i “figli dei monti”, come Cesare Battisti amava definire i suoi commilitoni, furono impegnati con 88 battaglioni e 66 gruppi di artiglieria da montagna per un totale di 240.000 uomini mobilitati. Seppero distinguersi, per tutta la durata delle ostilità, in molti episodi collettivi e individuali di enorme valore eroico, superando prove di grande resistenza fisica e morale, tenendo battaglie corpo a corpo di uomo contro uomo, ma anche di uomini contro le forze della natura. Compirono azioni pericolose mostrando estremo coraggio sulle alte vette delle Alpi, furono capaci di prodigiosi adattamenti alle condizioni più avverse e nelle zone più impervie e dove stoicamente misero in pratica ogni insegnamento ricevuto e sempre con grande lealtà, perché c’è una legge non scritta per cui negli Alpini non esistono comportamenti o sentimenti scorretti: il nemico si combatte ma non si disprezza mai.

Ricordiamo, fra le tante, la battaglia del San Matteo, che ebbe luogo nella nella tarda estate del 1918 su punta San Matteo a 3.678 metri di altezza. Il 13 agosto 1918 un piccolo gruppo di Alpini appartenenti alla 307ª Compagnia del Battaglione Ortles, condusse un attacco a sorpresa verso la postazione nemica e la conquistò, catturando metà dei soldati austriaci che la tenevano, mentre l’altra metà si ritirò verso postazioni più basse. La perdita di punta San Matteo fu uno smacco per l’Austria e in seguito ci fu una controffensiva. Si trattava di battaglie sanguinose, per la conquista di pochi metri di terreno con tanti dispersi e che costarono molte vite umane.

Nell’estate del 2004, dopo quasi novant’anni, i corpi congelati di tre Kaiserschützen furono trovati a 3.400 metri di quota, nei pressi della cima del monte san Matteo.

La guerra fuori dalle trincee: un attacco di sorpresa, dei nostri alpini, a circa tremila metri.
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Reportage Hawaii. Isole non solo per i surfisti.

1 Marzo 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Hawaii. Isole non solo per i surfisti.

L’arcipelago è composto da 8 isole principali, più altre isole minori e atolli che raggiungono il considerevole numero di 150.

Le Hawaii non avrebbero bisogno di presentazione, ma dopo aver parlato della Polinesia non può essere ignorato quest’arcipelago polinesiano (sì, proprio polinesiano) che dal 1959 costituisce il cinquantesimo degli Stati Uniti d’America.
Un insieme di 150 isole e atolli equidistanti dalla California e da Tahiti. Ben 4.000 chilometri dividono, infatti, questo arcipelago e ne fanno le terre emerse più isolate del mondo.
Non solo, le Hawaii rappresentano il vero punto d’incontro tra Est ed Ovest e ospitano una cultura veramente varia per la presenza di diverse etnie. Cinesi, giapponesi, malesi, vietnamiti ed altri si sono mescolati alle popolazioni originarie e agli europei arrivati con James Cook nel 1778.


L’isola principale, OAHU, è detta “l’isola degli incontri”. Tutti i luoghi più famosi ed evocativi delle Hawaii si trovano qui: dalla capitale Honolulu a Waikiki, da Pearl Harbour a Sunset Beach. I primi due centri formano un tessuto urbano continuo, simile a quello delle grandi città americane.

Ma la natura incontaminata è poco lontano, anche se qui le spiagge sono quelle che vedono folle di turisti e i surfisti più famosi impegnati nelle numerose competizioni.
La cultura hawaiana rivive nelle scuole di Hula, la danza tipica, e nella lingua che si parla, però, solo nei momenti della tradizione e nella toponomastica.

La seconda isola dell’arcipelago è MAUI, racchiusa in una valle tra due vulcani spenti, anch’essa affollatissima e piena di vita. Per chi desidera un po’ di pace, basta recarsi nella costa orientale o in montagna, dove è minore la presenza turistica.
Qui svetta il più grande vulcano inattivo del mondo, Haleakada, dalla cui sommità, proprio vicino la bocca del cratere e dopo una lunga salita attraverso scenari quasi lunari, è possibile ammirare lo spettacolo meraviglioso dell’alba.

Ma la natura più rigogliosa, e alla portata di tutti, è nell’isola di KAUAI, dove si trova il monte Waialeale, considerato il luogo più umido della terra. Ma è considerata anche l’isola giardino, per i suoi paesaggi così belli ed unici.
Non a caso, è stata scelta per girare numerosi film come “i predatori dell’arca perduta” e “Jurassic Park” (quest’ultimo girato anche in Venezuela, a Canaima).


L’isola che dà il nome a tutto l’arcipelago, Hawaii, misura il doppio di tutte le altre isole messe insieme. Ha un patrimonio naturalistico unico, con deserti, foreste pluviali, vulcani ancora attivi (ce ne sono cinque nella sola isola) e vette imbiancate di neve.


L’Hawaii Volcanoes National Park comprende due vulcani attivi, una caldera ancora fumante, coni di cenere, colonne di pomice e fiumi di lava. Ma tutta l’isola, per il suo ambiente così naturale e particolare, con boschi e foreste, è il luogo ideale per escursioni.


Se c’è qualcuno che preferisce trascorrere le proprie vacanze “fuori dal mondo” e lontano da ogni tipo di stress, l’isola di Moloka’i è l’ideale. E’ molto piccola, e si è difesa strenuamente dall’invasione dei turisti pur avendo perso, in questo modo, molti posti di lavoro.


Ma solo qui, dove vivono pochi abitanti rispetto al testo dell’arcipelago, si possono rivivere le emozioni di un luogo dove il tempo sembra si sia fermato e dove i suoi abitanti sono ancora molto legati alle loro antiche tradizioni

Nessuna discoteca, nessun grande albergo è presente a Moloka’i. Qui si possono effettuare escursioni, passeggiate in riva al mare, mangiare tanto pesce e… ritrovare sé stessi.

Reportage Hawaii. Isole non solo per i surfisti.
Reportage Hawaii. Isole non solo per i surfisti.
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La guerra dei prodigi. Una “corvée” degli Alpini a tremila metri

28 Febbraio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La guerra dei prodigi. Una “corvée” degli Alpini a tremila metri

“11 Ottobre 1916 . A sera sono nuovamente di corvè. Avrei voglia di andare in fureria a protestare contro il modo di fare del furiere che continua a comandarmi di corvè anche quando non mi spetta; vorrei dire al furiere di fare le cose con un po’ di maggior giustizia e che uscisse dalla sua tana profonda situata nel Vallone, dove neanche un 305 potrebbe penetrare; ma non è questo il momento di protestare. I miei compagni aspettano il rancio, e compio anche questa volta, silenziosamente l’ordine ricevuto. Parto con cinque compagni.dal diario del caporale Arienti.

Eroi o vili, combattenti o di corvée furono sempre giovani ragazzi che si immolarono per la Patria o che vi furono costretti da decisioni prese dai loro comandi militari.

In ambito militare, la frase “essere di Corvée” designa un antico costume ancora in uso presso le Forze Armate, mediante il quale vengono stabiliti dei turni speciali per i militari, finalizzati a effettuare mansioni o servizi vari, quali compiti di pulizia delle camerate, dei bagni, oppure per la preparazione di pasti o di operazioni analoghe. In senso figurato, come nella vignetta sottostante, corvée significa anche “Qualunque lavoro pesante e ingrato”

Nel libro “Oscuri eroi con la fronte imperlata di sudore” è stata raccolta una sorprendente testimonianza scritta da Giovanni Biondi. La stesura è stata possibile grazie ai fogli manoscritti che la figlia dell’autore ha donato al Museo della Guerra Bianca.

Emerge dalle descrizioni precise e meticolose un’esperienza di guerra vissuta in prima persona da un militare arruolato nel Genio zappatori. Un uomo scrupoloso e bonario, animato da sinceri sentimenti di patriottismo, che prima della guerra era un impiegato di banca. Sono le vicende quotidiane di un semplice soldato e tutte le esperienze che aveva vissuto: le marce estenuanti, le corvée, le fatiche nel lavoro di “zappatore”, le sofferenze fisiche come fame e freddo, ma anche le soddisfazioni per i risultati ottenuti ed emerge, di volta in volta, il toccante racconto delle emozioni vissute alla vista della distruzione, della morte così presente e vicina, ma anche degli spettacoli della natura e della incontenibile gioia alla notizia della vittoria.

Per i militari al fronte furono corvée, fatiche, marce, servizi, ma non solo, fu anche e soprattutto l’esecuzione di ordini che conducevano al massacro. Come ho già ribadito, la grande guerra impose armi innovative usate con vecchie mentalità e tattiche militari superate, che erano alla base della formazione di gran parte dei generali, primo fra tutti Luigi Cadorna, un personaggio senza dubbio carismatico ma anche molto discutibile. Sono pochi i giudizi positivi espressi a favore del generalissimo, ma qui vorrei ricordare un episodio che lo vide protagonista e dove dimostrò la sua partecipazione alle sofferenze dei soldati e delle loro famiglie.

La storia è quella dei fratelli Pasquale di origine calabrese. Allo scoppio della guerra lasciarono la madre vedova, gli studi, il lavoro e partirono per compiere il loro dovere tutti e tre pieni di ardore e slancio verso la Patria.

Amedeo Pasquale morì in combattimento, si legge nella motivazione della medaglia d’oro al valor militare “tre o quattro volte conduce all’assalto i suoi soldati fedeli e prodi, finché conquista il trincerone, ne fuga i difensori e vi pianta le sue mitragliatrici che li fulminano. La ferita che gli sanguina non lo turba, egli incita i suoi soldati a resistere ad un ritorno offensivo degli austriaci, redire non est necesse, come il tribuno romano, cade ma si sorregge ancora per tenere ferma la vittoria, quando una nuova palla gli spegne per sempre i battiti del nobile cuore.

Il fratello Vincenzo morì invece sul Rombon colpito da un proiettile in fronte, e venne insignito di medaglia d’argento al valor militare.

Fu così che il terzo fratello Giuseppe, come un antesignano soldato Ryan, mentre stava combattendo sul Carso venne convocato dal generale Cadorna. Il generale abbracciandolo, come un figlio, lo congedò dicendo “Vada a fare compagnia alla degna sua mamma, alla quale tanto dobbiamo.

La guerra dei prodigi. Una “corvée” degli Alpini a tremila metri
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