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IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA

25 Aprile 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA

Flaviano Testa con il suo obiettivo sceglie come racchiudere i paesaggi, i paesi che incontra in un quadrato o in un rettangolo a colori o in bianco e nero, ma sa sempre cosa vuole raccontarci e ferma “l'attimo” in cui percepisce un'emozione e ce la descrive con le immagini che ci invia. Oggi siamo in alto Molise. Capracotta è una piccola città, in provincia di Isernia, posta lungo uno sperone di roccia con vista sui crinali della Maiella. Come tanti paesi del Molise non raggiunge i mille abitanti, ma la sua particolare caratteristica è che sorge a 1421 metri sul livello del mare e questo ne fa il secondo comune più altro dell'Appennino. Poco lontano dal centro abitato si erge Monte Campo che raggiunge i 1746 m, siamo in montagna dunque e lungo la strada che congiunge il paese con Pescopennataro si può godere della refrigerante ombra del “Giardino della Flora Appenninica”. Costituito nel 1963, si tratta di un orto botanico naturale, tra i più alti d'Italia, che si estende per oltre dieci ettari, in cui vengono conservate, tutelate, protette le specie vegetali della flora autoctona dell’Appennino centro-meridionale, e si allunga per valli, boschi e praterie, fino a sfiorare una foresta di abete bianco che copre le pendici di Monte Campo. Grazie alle diverse caratteristiche del terreno, ospita numerosi habitat naturali, dal palustre al rupicolo, dalla faggeta all'arbusteto e vi si possono ammirare specie di piante rarissime o in via di estinzione. Tra le specie spontanee di maggior pregio, oltre ai faggi e all'abete, si annoverano il giglio rosso, l'orchidea palmata, lo spillone della Maiella e la stella alpina degli appennini. Sono certamente luoghi che, nel rispetto dell'ambiente, consentono di vivere in mezzo alla natura in un'atmosfera di pace più unica che rara. Durante lo scorso mese Capracotta è balzata agli onori della cronaca e su tutti i telegiornali del mondo è apparso un video in cui si vedeva il paese letteralmente sommerso dalla neve. In un giorno solo, tra il 7 e l'8 marzo, erano caduti 256 centimetri di neve, battendo così un record mondiale che la piccola città molisana avrebbe strappato a due località degli Stati Uniti. Data la posizione, l'altitudine e l'esposizione ai venti del nord, non è raro che nel paese arrivino pesanti precipitazioni durante l'inverno, tant'è che nel gennaio del 1997 Capracotta ha avuto l'onore di ospitare i Campionati nazionali di sci di fondo. E chi non è giovanissimo ricorderà come l'amena località del Molise fu portata alla ribalta dall'Albertone nazionale già nel film Conte Max con Vittorio De Sica, dove la definiva "piccola Cortina degli Abruzzi". Le emergenze dovute alla neve non sono cosa di oggi insomma, è raccontato nella storia del dopoguerra che il dottor Gennarino Carnevale, sindaco del paese, martoriato dal recente conflitto, nel 1949 scrisse una lettera al sindaco della città Jersey City in New Jersey, significando le necessità che lo affliggevano:

"Il nostro paese, situato nell'Italia centrale a 1421 mt. sul livello del mare e fiancheggiato da monti ancora più alti, ogni anno, per ben sei mesi, giace sotto le abbondanti nevicate, e spesso restiamo completamente isolati dal mondo intero. - E la bufera è così violenta, il più delle volte, che spesso, ad un malato grave è vietata l'assistenza medica e, alle volte, il conforto spirituale del nostro buon Parroco ... Noi, in questo paese, abbiamo quindi urgente bisogno d'uno spazzaneve, magari vecchio, non importa, purché ci liberi la via che conduce fuori di Capracotta. (. ...) La buona gente di Jersey City vorrebbe adottare il Comune di Capracotta? - Vorrebbe ascoltare la nostra preghiera e far sì che potessimo avere uno spazzaneve?

Gli emigrati di origine molisana e non solo, in una gara di solidarietà, si interessarono di raccogliere fondi che consentirono l'acquisto e la spedizione del mezzo richiesto.

La città di Capracotta ha origine antichissime, in località Guastre sono stati rivenuti reperti dell'età del Ferro e in località Morrone sono stati ritrovati strumenti di caccia dell'uomo di Neanderthal. Nei pressi dell'abitato, si ergono mura poligonali, appartenenti a una fortificazione sannitica. Nel suo agro, in località Fonte del Romito, fu rinvenuta la famosa tavola bronzea recante un'iscrizione in lingua osca, nota come “Tavola di Agnone” e oggi conservata al British Museum di Londra. In centro al paese è sicuramente da visitare la chiesa settecentesca di Santa Maria Assunta che all'interno conserva una statua attribuita allo scultore napoletano Colombo, oltre a pregevoli marmorei barocchi. La più grande attrattiva di Capracotta resta comunque il suo splendido territorio che permette escursioni in boschi stupendi durante l'estate e consente di dedicarsi a sport invernali quando Prato Gentile si copre di neve, usufruendo di efficienti impianti funicolari, luoghi di ristoro e piste da sci. L'appuntamento più tradizionale di Capracotta, che richiama in paese molti turisti, è la sagra della “pezzata” che si tiene ogni prima domenica di agosto nell'incantevole cornice naturale di Prato Gentile. È l'incontro di tante persone con la più antica tradizione del luogo che consente di gustare pezzi di agnello bollito e di capretto cotto alla brace, ritornando così alle originali ricette dei pastori che, costretti a stare lontano da casa per lunghi periodi, si cibavano del loro gregge. Una curiosità, leggendo “Addio alle armi “ di Hemingway sarà possibile sentir nominare un sacerdote, “l'esile cappellano “che arrossiva facilmente”, lo descrive sorridente e paziente in mezzo ai soldati che a volte lo tirano per la tonaca e lo mettono in imbarazzo con racconti piccanti. Il giovane pretino era don Placido Carnevali di Capracotta e invitava, nelle pagine dell'avvincente romanzo, Frederick Henry, il protagonista, a visitare la sua terra dove sarebbe stato accolto amabilmente dalla sua famiglia.

“Le piacerà la gente, e il clima benché freddo è sereno e asciutto… Mio padre è un gran cacciatore.”

Il tempo sembra non essere trascorso, fare visita a Capracotta è come sentirsi a casa, le persone sono gentili e ospitali e il paesaggio bellissimo proprio come raccontava don Carnevali. “Le notti sono fresche d’estate, e non c’è primavera più splendida in Italia. Ma ancor più meraviglioso è d’autunno andare a caccia nei boschi di castagni…”

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
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CON NEW ORLEANS NEL CUORE: BOLOGNA CAPITALE DEL JAZZ

24 Aprile 2015 , Scritto da Alessandro Alberti Con tag #alessandro alberti, #luoghi da conoscere, #musica

CON NEW ORLEANS NEL CUORE: BOLOGNA CAPITALE DEL JAZZ

Molte tradizioni e molte scuole ha Bologna, in termini artistici e culturali. Tra queste possiamo trovare quella del Jazz. Una forma musicale caratterizzata soprattutto dall’improvvisazione. Altre sue peculiarità sono il ritmo swing, spesso sincopato, e la poliritmia, oltre che il suono malinconico delle blue note. Chiunque abiti all’ombra delle due torri, ma non solo, è attratto da questa musicalità. Numerosi sono i gruppi e gli artisti amatoriali. Come si può dedurre dai film di Pupi Avati, (jazzista a sua volta prima di diventare un famoso regista) in particolare Jazz Band che illustra magistralmente la propensione bolognese a questo genere di musica. Numerosi sono i locali, specie nella zona dell’Università, che ospitano per quasi tutta la settimana concerti jazzistici. In particolare c’è una strada che viene denominata dagli appassionati come strada del jazz. Una strada totalmente pedonalizzata, dove tutti i locali restano aperti fino a sera tardi, proponendo cocktail e menù dedicati al Jazz. Dove sul marciapiede sono incastonate stelle volte ad onorare il contributo artistico di Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sophia Loren. La strada suddetta si trova in pieno centro, vicinissima a Piazza Maggiore. Tra via Caprarie e via degli Orefici. Al numero civico 3 a metà degli anni ’50, Alberto Alberti, che fu tra l’altro fondatore del Bologna Jazz Festival, inaugurò il suo Disco club, primo negozio di importazioni di dischi in Italia. Dall’ascolto dei dei dischi alla messa in pratica strumentale il passo fu breve. Lo stesso negozio divenne laboratorio e incontro tra musicisti anche molto famosi. Questo spiega il legame che la città tutt’ora conserva con questo genere musicale e anche con determinati strumenti musicali. Bologna ospitò dal 1958 al 1975 una delle più celebri manifestazioni Jazz d’Europa e la più importante d’Italia. Tra i numerosi partecipanti possiamo annoverare personaggi di caratura mondiale come Chet Baker, Johnny Griffin, Bill Evans, Ray Charles, Ella Fitzgerald, Miles Davis, Oscar Peterson, Keith Jarret e molti altri. In ricordo della grande attività musicale e culturale di Alberti è stata posta il 17 settembre 2011, proprio dove aveva sede il Disco Club, una targa in ricordo. Famoso in ambito jazz fu il compianto maestro Lucio Dalla, che prima di darsi alla musica d’autore fu un abilissimo suonatore di clarino e sassofono. Tanto da suscitare, come lo lo stesso regista Pupi Avati ammetterà anni dopo, la sua personale invidia. Lucio Dalla fu un musicista eclettico e capace di aggiornare senza fatica il suo repertorio, con una capacità di utilizzare gli strumenti in modo decisamente superiore agli altri ragazzi. Ebbe un discreto successo sin dai suoi primi esordi con il gruppo dei Flippers. Poi abbandonò anche se non totalmente i filone jazzistico per approdare prima al genere Beat e successivamente alla musica leggera. Dapprima come autore di musiche e arrangiamenti, per poi passare a scrivere anche i testi con l’album Come è profondo il mare che lo lancerà nell’Olimpo dei cantautori più apprezzati. Per restare in tema Jazz, in via degli Orefici dopo le stelle di Chet Baker e Miles Davis, che si trovano nell’adiacente via Caprarie, troviamo la stella dedicata a Lucio Dalla definita la stella del cuore dei bolognesi. La posa della stella dedicata a Ella Fitzgerald ebbe come testimonial di eccezione Renzo Arbore e il più grande clarinettista italiano Henghel Gualdi. Obiettivo è quello di porre ogni anno una stella per ogni artista che comunque ha arricchito la città con il suo talento, la sua fantasia, la sua musicalità. Altra strada che, per via dei locali, dell’ottimo cibo e dei concerti Jazz, è doveroso citare è via Mascarella. In questa strada infatti si possono trovare numerosi locali che hanno come privilegio di ospitare concerti quasi tutta la settimana. Anche questa strada si trova dalle parti dell’Università, vicino appunto a via Zamboni, strada simbolo dell’Ateneo felsineo. Celeberrimi il Bravo Café e la Cantina Bentivoglio, il Mustache e per gli amanti della cucina siciliana La Cambusa. Sia il Bravo Café che La Cantina Bentivoglio partecipano al Bologna Jazz Festival mentre in estate escono all’aperto inondando di musica la strade e i vicoli circostanti, creando di fatto il salotto jazz della città insieme agli altri succitati locali. Notevole è anche il supporto in termini di formazione artistica che arriva dal Conservatorio cittadino Giovan Battista Martini. Molto selettivo, con corsi biennali e triennali. Di fatto mezzo secolo di Jazz a Bologna, una musica innovativa e tipica del XX secolo, ha condizionato e non poco la già spiccata propensione della città alla musica in generale, orientandola in modo decisivo verso questo genere. Chiaramente la tendenza non è assoluta, altre scuole musicali come quella dei cantautori, che saranno comunque influenzate dal fluire di note di questa musica d’importazione, avranno modo di crescere e svilupparsi, in una sorta di contaminazione reciproca, che darà comunque risultati eccellenti specialmente negli anni ‘70/’80. Bologna resta affascinante e attraente anche e soprattutto per la vita notturna. In questo caso il noir del mio precedente articolo, non c’entra ma solo la notte stellata, profonda, dei nottambuli amanti della musica e delle sonorità più ricercate.

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#ioleggoperché?

23 Aprile 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #cultura

#ioleggoperché?

Quando ho saputo dell'iniziativa #ioleggoperché mi sono incuriosito. La prima reazione è stata positiva, pensavo fosse nata da qualche blogger abbastanza fortunato da azzeccare la classica frase a effetto. Poi ho scoperto che si trattava di un progetto strutturato dietro al quale sono stati spesi molti soldi. A quel punto ho guardato l'elenco dei titoli selezionati, e mi sono sentito male. Vorrei chiarirvi cosa penso dei libri coinvolti, ma Andrea Coccia su Linkiesta lo ha spiegato meglio di quanto potrei farei io.

Ho provato a stare zitto sull'argomento, ma è il classico reflusso di acidità che sale dallo stomaco e mi fa venire voglia di urlare la quasi inutilità dell'iniziativa, e non solo perché convincere le persone a votarsi alla lettura a colpi di Casati Modigliani è da folli. E quindi eccomi qui, 23 Aprile, data del gran finale con volontari nelle piazze (inclusa una mia amica, scusa R.) e serata televisiva, a riflettere con voi sul perché in Italia non si legge e a dare la mia opinione, molesta e non richiesta come sempre.

L'utilizzo di un hashtag per pubblicizzare il progetto fa pensare a un target giovanile, qualunque sia il concetto deviato di giovane in cui vive questa nazione, o quantomeno rivolto alle persone con maggiore dimestichezza con il digitale e con la rete. Il principio, almeno sul piano teorico, è corretto: è necessario rivolgersi alle nuove generazioni per farle appassionare alla lettura. Scegliamo quindi libri validi, in grado di appassionare una fascia di età che spazia tra i 18 e i 30 anni, cose tipo Il signore delle mosche di William Golding, o Il giovane Holden di Salinger e... cosa? Non sono in lista? Forse erano un target troppo adolescenziale... Bradbury? Huxley? Orwell? No? E chi hanno scelto? ... Il resto lo lascio all'immaginazione del lettore, non vorrei costringere la nostra Signora dei Filtri a introdurre la censura.

Il problema non è solo la lista, è tutto il progetto. Il mercato editoriale è in crisi su tutti i fronti, libri, mensili, quotidiani, riviste, non si salva nulla, e persino all'estero le vendite sono in calo. Parte della colpa è dell'onnipresente crisi economica, ma non può essere l'unica ragione. Sospetto che i tagli ai fondi per la scuola, nella mia memoria di bambino trentunenne sono cominciati nel '91, quando si cercavano soldi per finanziare l'intervento militare nei Balcani, abbiano giocato un ruolo fondamentale nel declino della lettura tra le nuove generazioni, e il dirottamento di fondi pubblici alle scuole private ha dato il colpo di grazia.

Come è stato fatto notare da diversi esperti e scrittori ben prima della nascita di questo progetto, per recuperare lettori si deve educare alla lettura, e si deve partire dalla scuola e dalle case private. È necessario circondarsi di libri, circondare i bambini di libri. Ma se gli adulti per primi non sono lettori, allora non ci saranno libri in casa, e gli impulsi saranno banali e poco efficaci. Una mia conoscente continua a portare me come esempio al figlio, con una qualche variante delle parole “visto come legge? Devi farlo anche tu così diventi intelligente!”. Parole lusinghiere, ma il suo povero figliolo, che io vedo forse un paio di volte l'anno, vuole solo giocare e divertirsi. Sorprendente come un bambino di otto anni possa compiere questa scelta, non trovate? Il risultato degli sforzi della madre, non lettrice e orgogliosa di esserlo, ha prodotto un bambino ancora incapace di coniugare i verbi all'indicativo con naturalezza e con un vocabolario limitato. Si tratta di una situazione estrema? Me lo auguro, ma non ne sono sicuro (mi sono trattenuto dal mettere link ai politici, quindi vi impongo di non pensare a loro). Sono queste le persone da spingere alla lettura? Davvero crediamo che un hastag o il banchetto gestito da studenti in cerca di crediti formativi facili (e da persone genuinamente entusiaste, come R.) possa riuscire nell'impresa?

Qualche giorno fa leggevo un'intervista al filosofo Umberto Galimberti pubblicata su Wise Society, l'intervista è datata e non so dirvi quale serie di coincidenza l'abbia portata sul mio schermo in periodo di #ioleggoperché, ma è perfetta per spiegare il mio punto di vista. Si parla di educazione e bambini, alla domanda “Dove e quando si apprendono i sentimenti?” Galimberti risponde così:

“Dobbiamo convincerci che il sentimento non è una dote naturale, è una dote che si acquisisce culturalmente. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche. Se guardiamo alla storia greca ci ritroviamo tutta la gamma dei sentimenti possibili, Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, etc. C’era tutta la fenomenologia dei sentimenti umani. Noi invece li impariamo attraverso la letteratura, che è il luogo dove si apprende che cosa sono il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, il suicidio, la passione, il romanticismo. Ma se la letteratura non viene “frequentata” e i libri non vengono letti, se la scuola disamora, allora il sentimento non si forma. E se la cultura non interviene, i ragazzi rimangono a livello d’impulso o al massimo di emozione.”

Come fa notare Galimberti un tempo l'educazione avveniva attraverso il mito e oggi attraverso il romanzo, entrambe forme di narrazione. Anche quando la capacità di leggere non era diffusa come lo è oggi, una realtà che consideriamo più ignorante della nostra, le storie venivano tramandate oralmente e avevano gli stessi scopi di oggi, educazione e intrattenimento. Servivano a spiegare il mondo, sia il suo lato oscuro sia quello luminoso, alle nuove generazioni. Per questo motivo una povera ragazza indifesa viene stuprata dal lupo mentre attraversa il bosco da sola, e per lo stesso motivo Eros si innamora di Psiche.

Ma l'uomo è fatto di storie, l'uomo ha bisogno di narrazioni per poter vivere e spiegare la propria esistenza. Tutte le religioni, i miti antichi, i miti fondativi degli stati, sono narrazioni e su di esse si basa l'identità sociale e culturale della persona. Se una larga maggioranza della popolazione non legge libri, dove trova le storie tanto necessarie al proprio sostentamento? Troppo facile sparare sul mucchio e incolpare la televisione, anche perché alcuni prodotti televisivi o cinematografici sono ottimi. Vogliamo incolpare i social networks, i cellulari e la tecnologia varia? Potremmo, ma è l'evoluzione della narrazione stessa. Un tempo erano Ettore, Achille e Odisseo, poi sono stati i personaggi dei romanzi, persone comuni rispetto agli eroi classici. Oggi è l'uomo comune a raccontare la propria vita, perché ha accesso immediato al pubblico, Andy Warhol lo aveva previsto con largo anticipo e senza neanche conoscere internet. Si racconta la vita “vera”, “senza filtri”, per usare frasi a effetto. Salvo poi rifare le foto cento volte prima di pubblicare e andarsi a truccare e vestire prima di un video, e se manca qualcosa allora Photoshop risolve il problema in un istante. Ma la narrazione rimane concentrata sulla vita di tutti i giorni, si parla di lavoro o della sua assenza, di persone bloccate nel traffico, di gossip, di sport, della propria vita sociale o notturna, dei propri interessi, ci si esprime per iperboli o si dice cosa si vorrebbe fare anche se non si può fare. Le narrazioni “senza filtri” funzionano solo se siamo noi a mettere i filtri, a capire il senso. E in una narrazione che spesso si esprime per immagini, è fondamentale avere dei filtri, degli schemi per interpretare il messaggio. E i filtri nascono dalla letteratura, come diceva Galimberti.

Per questi motivi la campagna di #ioleggoperché è uno spreco di risorse. Invogliare alla lettura è difficile e spesso inutile, perché manca la volontà dell'altro di impiegare il proprio tempo in un'attività di fatto solitaria. Esistono casi in cui viene trasformata in attività di gruppo, per esempio ho scoperto che qui a Roma esistono gruppi di lettura di quartiere in alcune zone della città e talvolta i membri organizzano incontri con gli autori. Sono stato, per caso, a uno di questi incontri, tenuto nell'aula magna di una facoltà universitaria in centro. Le persone sotto i cinquant'anni erano cinque o sei, e sono scese rapidamente a due, cioè io e un'amica alla quale avevo parlato del libro.

Inoltre, selezionare titoli in modo arbitrario, qualsiasi sia il motivo, non è un'argomentazione valida. Il libro deve affascinare, deve incuriosire, deve farsi scegliere. Dire “questo è il più grande capolavoro della letteratura”, definizioni tipo “il libro dell'anno” o “un caso editoriale ancora prima di essere pubblicato” (Nota a margine: come può essere un caso editoriale se nessuno lo ha pubblicato? Se non è pubblicato, nessuno lo ha letto tranne l'editor, quindi il “caso” da dove nasce?) non invogliano me a leggerlo, uno di quei lettori forti di cui il mercato editoriale è tanto orgoglioso, uno di quelli a cui puoi rifilare le peggio letture e arriveranno comunque alla fine del libro, perché dovrebbe invogliare un non lettore? La lettura, per un bambino come per un adulto, deve essere un piacere, un divertimento.

Invece, nel tentativo di promuovere la letteratura, sono stati selezionati alcuni titoli inadatti allo scopo, si è lanciato un hashtag, si sa, se uno status non contiene almeno un paio di hashtag non serve a niente, sono state scelte facce giovani e volontarie per la distribuzione nelle piazze. Non so e non voglio sapere quanti soldi sono stati spesi per realizzare questa iniziativa sconclusionata, ma so quanti nuovi lettori porterà: nessuno. Con le stesse cifre si poteva fare molto di più, magari coinvolgendo scuole elementari e medie sul territorio italiano e acquistando libri per loro, sponsorizzando librerie interne alle scuole o altro ancora. Ma tant'è. In fondo, gli organizzatori sono l'Associazione Italiana Editori, l'Associazione Librai Italiani, l'Associazione Italiana Biblioteche, il Centro per il Libro e la Lettura, il Comune di Milano per Milano Città del Libro 2015 e la Rai. Mica sanno qualcosa di libri, loro. Però ne parlano e ne fanno parlare, e c'è una sola cosa peggiore delle persone che parlano di te: quelle che non ne parlano.

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RESURREZIONE

22 Aprile 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

RESURREZIONE

POESIA dalla raccolta Il tempo di Eraclito di Adriana Pedicini

Resurrezione

Ti ho cercato lungo i sentieri dell’anima

dal dubbio dilaniata e non Ti ho trovato.

Ti ho visto apparire nei volti depredati

dalla fame, dove a brandelli gli ultimi gridi

preludio di morte si smorzano nell’eco smarrita

della guerra. Ti ho scorto dinanzi alle favelas

e nei vicoli ciechi di periferia ove fiere umane

di oltraggi osano Te schiaffeggiare negli infanti volti

mentre sul mondo nudo si frantumano le tenebre.

E ci lasciamo dormire la vita senza speranza alcuna

fino all’ultimo sonno, con le labbra serrate

fino all’ultimo addio. Mute le parole e sospeso il Tempo.

Nel turbinio del vento della sera prede d’angoscia

le inquietudini quali peccaminose messaline

che nenie di prefiche accigliate non placano

lacerano l’anima mentre fluisce nei muti lucori

delle ortiche, sembianze eretiche del graffio della croce.

Sulla nostra strada leviga i passi il vento sferzante

di maestrale tra le nebbie concubine delle forme

velate degli alberi, e li ricopre la malinconia del tempo

tra le ebbrezze sanguigne dei filari e le spighe di vita pregne

nel meriggiare lento dell’estate alla ricerca di Te, Signore.

Nella breve stagione della vita silenti sono le parole tue

agli ottusi orecchi e tra le tenebre del cuore rari

raggi ardono imperscrutabili prima che sulle labbra

non sia parola il nome tuo ma sospiro che riempie il cuore.

Si aggruma la paura nelle pieghe fugaci dello spirito

di opprimere l’innocenza, sulle gioie come libellule

rapide della fantasia l’anima teme l’incedere torvo

delle pene, e nel dormiveglia della coscienza enfatiche

le voglie della colpa antica verranno da sé incontro

ai nostri sguardi fin quando fino alle ignote stelle un’orbita

biancheggiante come l’alba risplenderà sulla divelta pietra

dopo l’orrore dell’ora nona della parasceve.

RESURREZIONE
RESURREZIONE
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Maria Vittoria Masserotti, "CasaMarina"

21 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Maria Vittoria Masserotti, "CasaMarina"

Maria Vittoria Masserotti è l’autrice di questo romanzo, "CasaMarina". Maria Vittoria Masserotti era mia amica. Maria Vittoria Masserotti è morta il 12 marzo 2015.

È sempre difficile parlare del libro di una persona che conosciamo perché l’obiettività è inarrivabile. C’è sempre quel quid d’interesse aggiunto, c’intriga molto vedere quanto dell’amico/amica è presente nel testo: la sua biografia, le sue abitudini, i suoi gusti, il suo modo di esprimersi, i luoghi che descrive. Qui c’è l’aggravante della morte, improvvisa, crudele, recentissima. Cercherò, per quanto mi è possibile, di superare il filtro del dolore, della familiarità, e pormi in un’ottica distaccata.

Di M.V. Masserotti ho seguito tutto il percorso narrativo. Si era dedicata in tempi relativamente recenti alla scrittura, ben presto il gesto di scrivere era diventato una ragione di vita per lei. Se il suo profilo Facebook non fosse stato cancellato, potrei riportare le sue esatte parole, con le quali più e più volte, anche in amabile contraddittorio con me, ha espresso l’ineluttabilità del suo bisogno di comunicare attraverso la parola scritta.

Ho letto il suo primo romanzo, “Luce” e le sue due raccolte di racconti, “Cose” e “Racconti per una canzone”, ma poco prima di morire mi disse che considerava “CasaMarinail libro, quello che nella vita si scrive una volta. Purtroppo è stato il suo testamento spirituale ed ha visto la luce solo pochi mesi prima della sua scomparsa.

La trama ruota intorno a tre generazioni di donne: Cosima, la nonna, Clara, la figlia e Lilly, la nipote. Il periodo storico comprende il fascismo e due guerre mondiali, ma la Storia, anche se è motore di eventi fondamentali - come la morte di Clara nella Resistenza e il bombardamento di Villa Marina - in realtà resta sullo sfondo. Quello che conta, come spesso accade nella vita femminile, è l’Amore, con la A maiuscola, inteso come l’autrice lo intendeva, cioè romantico, estatico, assoluto, violento e trascinante a tutte le età, un amore persino difficile da capire, perché tantrico e filosofico.

Non capisco ma sento. Sento nell’anima che qualsiasi cosa succeda, io sono nell’eternità.”

Quest’amore è declinato in tre figure femminili. Cosima è la protagonista assoluta, informa di sé tutta la narrazione, è la donna forte, la governante di CasaMarina, ossia la villa al mare di una ricca famiglia di Firenze. Cosima giganteggia dalla prima all’ultima pagina, rimane viva nei ricordi e nei geni delle generazioni successive. Clara è sua figlia, un po’ schiacciata nella storia fra nonna e nipote, pasionaria e ribelle, si arruola fra i partigiani e viene uccisa. Lilly, la nipote, è il personaggio più autobiografico.

Sono tre, hanno caratteri diversi, ma l’amore è il medesimo e, paradossalmente, è più importante degli uomini che lo provocano. I maschi, seppure distinti e caratterizzati, restano tuttavia sullo sfondo. È un amore declinato su tre personalità e tre vicende, che regala vertigini di rapimento ed ebbrezza ma anche abissi di dolore.

Annaspo. Non so nuotare nel mare della sua assenza. Non conosco questo dolore che si diffonde malgrado me. (…) Guardo il mondo che non ha nessuna ragione di essere senza di lui. Ho perso i colori, la realtà è in bianco e nero. Tutto i giunge ovattato o con una violenza inaudita. Sono scorticata, anche il volo di una farfalla mi ferisce.”

Senza amore “si perdono i colori”, si perdono il sapore e il gusto della vita. Però si va avanti, bene o male, la depressione viene accantonata e la realtà ha di nuovo il sopravvento. È questo essere forti, è questo essere donna.

C’è un’altra protagonista, forse la principale, Casa Marina. Luogo del cuore, che verrà abbandonato solo nell’ultima pagina ma, in realtà, portato sempre con sé. È un abbandono intriso di radici, di memoria, di passato. Casa Marina è una villa nascosta fra i lecci di Castiglioncello, con la discesa a mare, la scalinata che porta ai “pungenti”, cioè gli scogli locali. È teatro di vita, di amori, di lavoro, di giochi, di passioni e tuffi fra le onde. È impregnata dell’odore di corteccia resinosa e di salmastro, è bagnata dagli spruzzi, è lambita dalla risacca. Vediamo cambiare in fretta, sotto i nostri occhi, i fotogrammi: abiti, modelli di auto, personaggi. Il tempo passa veloce ma la Casa rimane, anche dopo che è stata distrutta, perché è, come dicevamo, un luogo dell’anima, un nucleo che tiene insieme personalità e affetti.

Il romanzo alterna la narrazione onnisciente ad alcuni capitoli dove la focalizzazione si sposta all’interno, che sono anche, a mio avviso, i migliori, quelli scritti con piglio più originale. Tuttavia il contrasto fra i due stili non stride ma, anzi, dà profondità.

Ci sono alcuni difetti, secondo me, nell’impianto della storia, perché certe parti andrebbero sviluppate di più e alcuni spunti interessanti (come l’intreccio dei rampolli di Cosima, costretta dalle convenienze a riconoscere il figlio dell’ex marito invece che la propria bambina) sono solo accennati e poi abbandonati. Se nella vita vera le cose accadono per caso o per accumulo, nella finzione narrativa non possono esserci vicoli ciechi e tutto deve avere una sua ragione di esistere.

Ma ciò che trascina e commuove non è il plot, non è lo stile, e nemmeno la passione raccontata con toni pudichi e carichi di riserbo, quanto, piuttosto, l’atmosfera che si respira. Nessuna scuola di scrittura può insegnare l’atmosfera, o c’è o non c’è, o la infondi col talento, oppure ciò che produci non ha soffio vitale. “CasaMarina” ha atmosfera da vendere: giovani donne volitive, con le gonne e i capelli agitati dal vento di mare, auto di lusso, pentole che bollono sul camino, bambini che giocano, trine, pizzi, scialli, lettere. Ma anche geloni, candele, pane, bombe, camionette, partigiani.

Ed ora, lasciatemi svestire i panni di recensore e rientrare in quelli dell’amica. Tante volte ho rimproverato a Maria Vittoria, che gli amici chiamavano Mavie, di indulgere troppo all’autobiografismo. Chissà se ha pensato un poco anche alle mie parole quando ha scelto l’epigrafe: “una faccenda di carta che sto ricalcando brevi manu da chissà quale indecoro interiore.” L’ultimo capitolo mette i brividi, non tanto per la vicenda che racconta, quanto perché Lilly - la sessantacinquenne che decide di allontanarsi da CasaMarina per vivere a pieno quell’amore del cuore e dei sensi negato alla madre e alla nonna - è spaventosamente simile all’immagine di Maria Vittoria, della sua grande sete di vita, della sua aderenza alla vita. Nel finale, Lilly sceglie di trascinarsi dietro le sue radici e, insieme, di liberarsene, sfidando il moralismo, i vincoli dell’età, il viluppo di chi ti vorrebbe diversa da quella che sei. È molto triste il pensiero che quel lieto fine, quella pienezza sempre auspicata e forse raggiunta solo a lampi e bagliori, non potrà realizzarsi mai più.

Adesso, qui e ora, Lilly si sente di nuovo piena di possibilità, si apre un mondo davanti a lei, sconosciuto. Non ricorda più la sua età, è senza tempo, percepisce chiaramente solo il suo corpo poggiato con noncuranza sui sedili del treno e sa di essere viva, sa di vibrare al suono di una musica nuova.”

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L'età d'oro del pallone

20 Aprile 2015 , Scritto da Alessandro Alberti Con tag #alessandro alberti, #sport, #recensioni

L'età d'oro del pallone

Oggi voglio dedicare il mio articolo allo sport più amato in Italia. Il gioco del calcio. Lo voglio fare con l’ausilio di un bellissimo libro che ho appena terminato di leggere: L’Età d’oro del Pallone- Il calcio in Italia dalle origini al 1950. L’argomento calcio è da sempre un argomento dibattuto, vuoi per passione, vuoi perché è lo sport nazionale, resta di fatto un aspetto culturale che incide profondamente la nostra società. Il testo, curato da Ernesto Zucconi e Giuseppe Franzo, ha il pregio di ripercorrere l’evoluzione dello sport nazional popolare per antonomasia. Una ricostruzione dettagliata che inizia con cenni storici e sul perché il gioco con la palla sia stato utilizzato con finalità ludiche e sportive da diverse civiltà non solo quella europea. Secondo alcuni studiosi la palla veniva identificata con i corpi celesti, il sole e la luna che per la loro forma sferica venivano identificati come la perfezione. Si hanno notizie del gioco con la palla sin dall’antica Grecia. Un gioco che poi si evolverà nei secoli acquisendo regole e ruoli. Anche la stessa pratica di questo sport, inizialmente visto come essenzialmente maschile, verrà acquisito anche dal mondo femminile. Il gioco del calcio è visto nell’ottica degli autori, nei termini in cui lo definì Antonio Ghirelli, giornalista e scrittore napoletano: cultura popolare. In questo libro vengono analizzati e contestualizzati i momenti in cui questo sport si evolve, pur ammettendo che, pur vantando duemila anni di storia e gloria romana, il calcio fu introdotto in Italia grazie agli inglesi e agli svizzeri. La nascita dell’Italia calcistica si fa risalire al 1887, quando Edoardo Bosio, commerciante che aveva per motivi di lavoro contatti con Londra, fondò una squadra che prese il nome di International Football Club. Successivamente a Genova nasceva il Genoa Cricket and Football Club. Nel 1898 fu fondata la Figc (Federazione italiana gioco calcio). Il primo campionato italiano si svolse in un solo giorno l’8 maggio 1898. A seguire verranno fondate numerose squadre che daranno vita ad un sempre più partecipato campionato. Inizia così l’epopea del calcio con calciatori dai pantaloni lunghi, berrettino e baffoni. Gli autori si soffermano su vari aspetti, gli avvenimenti fuori dal campo, gli albori calcistici torinesi, la storia e la cronistoria del calcio italiano e delle società di calcio dal 1898 al 1950. I capocannonieri. L’epopea azzurra con i trionfi mondiali dell’Italia guidata da Vittorio Pozzo nel 1934 a Roma e 1938 a Parigi sublimate dalla vittoria olimpica nel 1936 a Berlino. Le prime esperienza di calcio professionistico che risalgono agli anni 1929-30. Un periodo questo in cui le vittorie venivano celebrate dai nostri calciatori con il saluto romano, ormai entrato di fatto nelle abitudini del popolo italiano. Un ampia parte del libro viene dedicata al fumetto, unico modo per raffigurare le competizioni, utilizzando alcuni numeri de I Grandi Campioni dello Sport. Un bel capitolo dedicato ai ricordi di Pozzo e poi per gli amanti delle statistiche i risultati e i gol segnati. Non manca il ricordo di un arbitro speciale: Antonio Birbone. Il testo è impreziosito da numerose foto, fumetti, prime pagine dei giornali. Con un ricordo dedicato al Grande Torino deceduto a Superga il 4 maggio 1949 dopo che l’aereo che trasportava l’intera squadra con lo staff tecnico e medico e numerosi giornalisti si schiantò contro il terrapieno della Basilica. Nessuno si salvò da quella sciagura. Notevole anche la foto dei funerali che attraversarono Torino, bagnati dal pianto di una folla immensa. Un libro completo, esaustivo, intrigante, per tutti gli appassionati del genere. Una ricerca minuziosa, con immagini rare, con dettagli grafici di pregio e foto che non ritraggono solo i campi di calcio di allora, ma anche i tifosi sulle gradinate con i mucchi di biciclette addossate una sull’altra ai piedi delle scalinate, perché era più importante trovare un posto sugli spalti e vedere, assaporare, vivere quel gol, che li avrebbe fatti discutere per almeno una settimana. Un libro che fa riflettere su come il calcio di allora fosse sicuramente più sano, coinvolgente e a suo modo eroico.

[E. Zucconi. G.Franzo L’Età d’oro del pallone è edito da Novantico pag.120 con foto in bianco e nero formato 21×29,7]

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Istantanee

19 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #fotografia, #personaggi da conoscere

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)
Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

Domenica delle Palme. Che si fa? Il tempo è splendido e, complice il primo giorno di ora legale, sembra che la giornata proprio non debba finire.

In giro, famigliole che spingono passeggini vuoti e stringono rami d’ulivo benedetto. I bambini, rigorosamente a piedi, cinque metri davanti ai genitori, si esibiscono in scatti degni di Mennea, giusto così, per testare la resistenza cardiaca di papà e mamma. I nonni al seguito urlacchiano e ondeggiano, cercando di afferrare quei diavoli, destinati a perpetuare la famiglia, prima che attraversino la strada congestionata dal traffico.

«Fermatevi, il semaforo è rosso!», sbraita scompostamente una signora di una certa età.

Macché, i nipotini si bloccano solo perché, accanto a loro, in attesa che scatti il verde, una bambina regge nella sinistra un cono sul quale svettano tre enormi palline frastagliate di coloratissimo gelato. A ogni secondo che passa, tutto quel ben di Dio sembra assumere un’inclinazione sempre più pericolosa. La nonna invita la nipotina a tenere il cono più dritto e le passa un cucchiaino di plastica. Scatta il verde. Chissà come andrà a finire.

All’incrocio, dieci metri più in là si è fermata un’ambulanza. È arrivata a sirene spiegate. C’è un uomo, seduto per terra, la schiena appoggiata al palo della luce. I soccorritori gli parlano. Lui si rialza infastidito e s’incammina, solo e ciondolante, nella direzione opposta da dove è venuta l’ambulanza. L’uomo gira l’angolo e scompare.

Più avanti, l’ingresso dello spazio espositivo. La curiosità prende il sopravvento e il passo rallenta, come per magia.

«Toh, guarda, c’è la mostra “Robert Capa in Italia, 1943 – 1944”. Settantotto immagini dell’Italia del Sud durante la guerra. Che facciamo? Entriamo a dare un’occhiata?»

Ma sì, che vuoi che sia. Ogni tanto, qualche sprazzo di cultura non fa male. E poi, vuoi mettere, domani in ufficio, raccontare ai colleghi che sei stato alla mostra di un fotografo ungherese che ha cambiato nome - «Perché Robert Capa non è il suo nome vero, e no, e no!», dirai, sicuro di te - e ha girato il mondo in lungo e in largo? E va bene che anche tu, fino a che non incollavi il naso al vetro dell’ingresso non sapevi nemmeno dell’esistenza di quel tizio, però, mica lo devi dire ai tuoi colleghi questo.

E poi, tutto sommato, una mostra fotografica la si può apprezzare anche se sai poco o niente di uno sconosciuto che per passione, e anche per mestiere, ha catturato momenti di quello che ora per noi è soltanto storia. Acqua passata, ti verrebbe da dire. Ma ti trattieni.

Davanti alla biglietteria c’è un po’ di coda. Un ragazzo si lamenta con la ragazza accanto a lui. Il biglietto d’ingresso costa esattamente la metà di quello che avrebbero speso in un locale non lontano da qui: «Risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico. Formula “all you can eat”.», ci tiene a sottolineare enfatizzando la pronuncia inglese.

Con pochi Euro in più si sarebbero potuti rimpinzare fino al mal di pancia, altro che. Al termine del pranzo avrebbero persino ricevuto due birre omaggio. E invece no. Gli tocca la mostra.

«Che ci posso fare io se il prof ci ha consigliato di venirla a vedere? E poi così si accumulano più punti per l’esame, no?», gli risponde la sua amica, masticando rumorosamente una gomma americana. Universitari, dunque. «Annàmo bene!», penso io.

Finalmente staccano il biglietto e, dopo una rampa di scale, al primo piano, ecco il pannello che introduce il visitatore alle opere esposte. Una serie di fotografie, scattate dal 1943 al 1944 da Robert Capa, fotografo al seguito dell’esercito anglo-americano sbarcato in Italia. Immagini rigorosamente in bianco e nero. Con il passe-partout bianco che reca, in rilievo, colore sul colore, il nome svolazzante dell’autore. Chiaroscuri che sembrano voler scavalcare la cornice a tutti i costi, per prendere posto sui divanetti al centro della sala e iniziare a conversare con il pubblico.

Ma non si può. Perché nel primo spazio dedicato allo sbarco in Sicilia, una mamma si aggira zigzagando con il suo bimbetto - avrà sì e no un anno - che le trotterella accanto. Poi, di colpo, si blocca davanti a una serie di fotografie e lo prende in braccio, invitando la signora che lo accompagna (un’amica, una zia?) a farsi dare il cinque dal bambino.

«Sapessi come gli piace dare il cinque. Dài il cinque, dài, dài il cinque!» e il bambino, succhiottando il cucciotto si dimena, un po’ confuso. L’amica-zia ora si è messa a cantargli: «Batti batti le manine…»

Di Robert Capa manco l’ombra.

Seconda sala. Una donna si aggira chiedendo ad alta voce alla sua amica: «Dov’è la foto controversa? Dov’è? Non mi dire che non l’hanno esposta?», delusissima e contrariata, si dirige come un treno verso l’uscita.

La foto controversa. Quella del miliziano colto nel momento in cui viene colpito dal fuoco nemico. Scattata nel 1936. Durante la Guerra di Spagna. Da tempo oggetto di diatribe: è un fotomontaggio; il miliziano era in posa; non l’ha scattata Robert Capa…

Ma questa mostra espone le foto dell’Italia dal 1943 al 1944, non della Guerra Civile in Spagna.

Non esageriamo. Mica si vorrà studiare la storia per andare a una mostra che espone qualche foto inchiodata alla parete? Che approccio barboso e vetusto! Certo, ci fosse una “App” scaricabile sull’Iphone, magari un’occhiatina di tanto in tanto, tra una ricetta veloce e un consiglio da parte dell’avatar-personal trainer di bilanciamento corpo-mente… Ma così, così è da parrucconi! Pretendere che si sappia pure collocare immagini statiche in un contesto dinamico di “prima” e “dopo”.

Cerco di passare oltre.

Due giovani donne bloccano la visuale dei ritratti dei prigionieri di guerra tedeschi. Si stanno confidando. O meglio, una, quella con i capelli corti, parla come una mitraglietta dei suoi patimenti sentimentali.

«Sai, su WhatsApp io gli ho scritto come mai non si facesse vivo. Proprio così: “Perché non ti fai più vivo con me?” in modo che lo leggessero tutti.»

L’amica cerca di abbozzare, ma quella con i capelli corti non cede di un millimetro: «Perché sai, io i miei due anni di indipendenza mica me li gioco così, sai? E no, cara mia, ciascuno per la sua strada piuttosto, ma questi giochetti. Con me poi…»

Io inizio a rosicare. Come sempre, d’altronde, in queste occasioni. Rosico, rosico da matti, perché vorrei, in questo preciso istante, essere grande amica di Paolo Virzì o di Carlo Verdone. Poterli chiamare, subito, sui due piedi e dire loro, piena di entusiasmo: «Ho un soggetto meraviglioso per il tuo prossimo film! Ascolta qui…». Invece no.

(«Vedi di non montarti troppo la testa! Chi ti credi di essere?», starete pensando. Avete ragione, ma lasciatemi sognare per qualche secondo, non costa nulla…)

Più in là, una coppia di fidanzati fissa la foto di una camera operatoria in un ospedale da campo. I medici attorno al soldato ferito hanno facce serie, concentrate nell’emergenza. Vestono solo i pantaloni della divisa e i grembiuli operatori. Sotto quei rettangoli bianchi annodati con le fettucce, i torsi nudi e le schiene rivelano una magrezza bellica, da soldati ben nutriti e curati, certo, ma comunque al limite, dati i tempi.

«Che selvaggi! Guarda qui!», dice lei incredula, «Nemmeno i camici si mettevano. Ma come si fa?» e si allontana.

C’era la guerra, verrebbe da dirle. In un ospedale da campo arrivava di tutto. I medici operavano in condizioni d’urgenza proibitive. E non si potevano permettere il lusso di lavare anche le camicie e i camici operatori.

Non paga, la ragazza si avvicina a un’altra foto. Il funerale di alcuni liceali morti combattendo a fianco delle forze di resistenza napoletane. Le bare costruite alla bell’e meglio, inchiodate in modo precario e troppo piccole. I piedi dei giovani morti spuntano dal legno, fasciati. La ragazza scuote la testa. «Ma cos’è ‘sta roba?», chiede disgustata e se ne va.

Al termine del percorso, la sala raccolta e buia con il video delle più belle foto scattate in tutto il mondo da Robert Capa. Lo studente incontrato all’ingresso si accorge, con disappunto, che non c’è un solo posto libero.

«Adesso ci si deve pure mettere in fila per vedere il video!», sbuffa insofferente e inizia a chiacchierare con la ragazza che lo accompagna e un altro giovanotto che li ha raggiunti.

Un poco disturbano con la loro conversazione ad alta voce, ma nessuno dice niente. Così, tra brandelli di conversazione su Twitter, profilo Facebook e pettegolezzi (e meno male che non si sono scattati un selfie!), in sala scivolano chiaroscuri di una catena di storie del mondo.

L’universitario fa capolino di nuovo per capire se il video è al termine e se possono sperare di vederlo (ricordate il prof e i punti validi per l’esame?), proprio nel momento in cui i marines americani sbarcano in Normandia.

«Sono arrivati allo sbarco in Sicilia…», informa i suoi amici, «o in Normandia… insomma, tanto fa lo stesso. C’è il mare e quei cosi, lì, come si chiamano… ma sì dài…»

I suoi amici non capiscono.

«Ma dài, sì, quei cosi… quelle travi di ferro incrociate, quelle che inibiscono lo sbarco, che si usano anche per strada!»

La sua amica ride a crepapelle e ripete la definizione “inibitori di sbarchi”, manco fosse una barzelletta.

Il video scorre. E con lui uomini e donne in bianco e nero, assieme a Robert Capa dietro l’obiettivo.

Lo schermo sbiadisce. Si riaccende la luce. Dal pubblico in sala si alza un ragazzo che raggiunge gli universitari in attesa fuori.

«Ecco,», lo apostrofa il fan dei risto-fusion, «come si chiamano quelle travi di ferro incrociate che inibiscono gli sbarchi?»

Il suo interlocutore si concentra, prende fiato, gonfia il petto e da sotto la barba, con voce baritonale: «Croci di Sant’Andrea!», esclama sicuro con un (neanche tanto) malcelato rimprovero rivolto a quel poveretto che non sapeva come si chiamassero quegli aggeggi. I suoi amici ridacchiano per la brutta figura che ha appena rimediato il ragazzo. Non sapeva che si chiamano “Croci di Sant’Andrea!”… Ma come! Che ignorante!

Li sfioro per guadagnare l’uscita.

«Guardi che si chiamano “cavalli di Frisia”», mi verrebbe da dire loro.

Ma lascio perdere. A che serve? Anzi, niente niente rischio di sentirmi dire di farmi gli affari miei. Meglio preservare la salamoia nella quale siamo immersi, tutti gelosamente per conto nostro, senza spazio per le contaminazioni, senza possibili suggerimenti, senza aiutini, né giustificazioni.

Che poi, domani, al prof glielo si dice che si è stati alla mostra fotografica di Robert Capa (con tanto di esclamazione enfatica: «Eccezionale, prof, me-ra-vi-glio-sa!»), così ne tiene conto per i punti dell’esame.

Almeno quello, perché per il resto, quella mostra… sai che pizza! Molto meglio il risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico con formula “all you can eat” e birre omaggio all’uscita.

Persino quello che aveva intenzione, il giorno dopo, di raccontare ai colleghi l’exploit culturale ci sta ripensando. Robert Capa, poveretto, perdere la vita a soli quarantun anni perché ha messo il piede su una mina antiuomo. Che sfiga! Anche se scattava foto non male, il tipo, persino senza Photoshop.

Però, domani ai colleghi in ufficio cosa racconterà? «Sono andato a vedere delle foto in bianco e nero»? Non erano state nemmeno ritoccate. Nemmeno un pochino. Questione di un click a casaccio e vai. Ma così son bravi tutti a fare foto.

…Se qualcuno tra voi avesse i recapiti di Paolo Virzì o Carlo Verdone, me li potrebbe fornire…?

Didascalia:

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

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Bologna la rossa? No, gialla e noir

18 Aprile 2015 , Scritto da Alessandro Alberti Con tag #alessandro alberti

Bologna la rossa? No, gialla e noir

Bologna la grassa per la sua ottima cucina, la dotta perché ospita la prima Università ad essere fondata in Europa, la rossa, per il colore delle sue case al momento in cui fu edificata, ma anche la gialla, la noir. Quest’ultima indicazione cromatica è relativa all’ampia produzione di libri oltre che di fiction poliziesche, ambientate nella città felsinea. Una città che ha non solo gli aspetti più goderecci, con i locali aperti fino a tardi, i circoli Jazz, la musicalità che scorre tra le strade e i suoi ampi e lunghi porticati. La buona cucina che implementa l’appetito. O la cultura derivante dalla sua storia, dai suoi musei, dalle sue bellissime espressioni architettoniche. Bologna ha anche un’aspetto che si presta al genere giallo o noir. Con l’intreccio dei canali sotterranei che attraversano la città, densi di inquietudine per chi deve seguire una pista che risolva un caso e che ispirano molte inchieste, ma anche quei portici talvolta oscuri, i vicoli e i negozi più nascosti di vecchi antiquari, che si spingono in improbabili tortuosi percorsi dentro il cuore degli antichi palazzi. Dove la notte e la nebbia, creano un clima adatto alla narrazione di eventi misteriosi. Dove l’agguato sembra adeguarsi perfettamente nelle numerose zone d’ombra. Molti autori del genere giallo sono di Bologna, proprio per questa sua predisposizione all’enigma, alla verità da scoprire, in un terreno inquietante e allo stesso tempo ricco di spunti per trame avvincenti. Molto sta anche alla capacità dello scrittore di rendere questi paesaggi cittadini terreno per inchieste, basate sulla razionalità. Perché il giallo è soprattutto razionalità. Tra i grandi scrittori di questo filone letterario si possono annoverare Loriano Macchiavelli con la sua celebre serie di racconti che hanno avuto Sarti Antonio della Questura di Bologna come principale protagonista. L’autore riesce a raccontare i mutamenti sociali della città, anche e soprattutto grazie alle inquiete reazioni della sua creatura letteraria. I mutamenti di Bologna, con molte strade che adesso non hanno più le stesse abitazioni di allora, come via S. Caterina, dove vive Rosas amico del poliziotto. l’immigrazione e il conseguente cambiamento degli usi e dei costumi. Mutamenti sociali ma anche politici che accompagnano Sarti Antonio, che spesso impreca contro la città e la sua realtà. Ma anche il personaggio che per me resta più carismatico, quel Poli Ugo archivista e fascista della medesima Questura, al quale l’autore ha dedicato due libri, un racconto e alcune apparizioni nelle indagini di Sarti. Un cosiddetto asociale ma molto intelligente e acuto investigatore, che riesce ad arrivare a chiudere pratiche definite come irrisolte, ma che si rivelano risolte in modo errato per superficialità e frettolosità. Molto fervida anche la collaborazione con Francesco Guccini, col quale Macchiavelli ambienta le sue storie, soprattutto sull’Appennino Tosco-Emiliano. Carlo Lucarelli ben noto nell’ambiente soprattutto noir, per le sue indagini televisive e anche di scrittore affermato. Tra i suoi personaggi più conosciuti possiamo annoverare il Commissario De Luca, che inizia la sua avventura in periodo fascista e termina la sua serie in quattro libri editi da Sellerio. La Rai ne farà una fiction così come per l’Ispettore Coliandro, altro personaggio creato da Lucarelli, che riscuoterà un notevole successo in termini di share, con ben quattro serie tv. Da ricordare che diversi anni prima anche Sarti Antonio ebbe una sua serie televisiva dal titolo Un poliziotto e una città. A seguire molti altri autori che se non bolognesi hanno comunque scelto la città delle due torri per ambientare i loro racconti, siano essi gialli, thriller o noir. A cominciare da John Grisham anch’esso affascinato dall’aria di mistero del capololuogo emiliano. Per non dimenticare Roberto Casadio, Guido Mascagni, Massimo Fagnoni, Eros Drusiani, Gianni Materazzo e molti altri. Questa grande attrattiva per gli autori fa serenamente affermare che il poliziesco italiano, tramite Bologna, trae linfa vitale per la sua produttività in termini editoriali ma anche cinematografici. Il connubio tra fantasia e realtà ha permesso alla città di essere denominata del giallo. E di misteri Bologna ne ha ancora da scoprire e da rendere noti agli appassionati lettori.

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REINCARNAZIONE

17 Aprile 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #marcello de santis

REINCARNAZIONE


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Il prof. Stevenson ha girato il mondo intero alla ricerca, o meglio allo studio (perché correva là dove veniva chiamato, o dove sapeva che si erano verificati casi che potevano far pensare alla reincarnazione) di soggetti (bambini o già adulti) che avevano raccontato - o raccontavano ancora - di vite precedenti.
Nell'affrontare le situazioni le più strane e le più diverse, non era mai solo; è vero che arrivavano sul posto anche altri studiosi, ognuno per conto suo (e giornalisti, e scrittori); ma alcuni di questi collaborarono con lui; e alla fine si riunivano tutti insieme per catalogare le notizie rilevate da ognuno singolarmente, e si faceva uno studio comparativo di esse notizie, per poi tirare conclusioni univoche.
Uno di questi studiosi era
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ROBERT F. ALMEDER
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in effetti un seguace del prof. Stevenson, e criticò le varie accademie e università che non avevano preso sul serio i risultati delle sue ricerche.
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Robert Almeder
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Americano, professore di filosofia presso la Georgia State University, ha fatto oltre a studi prettamente filosofici, sul quale argomento ha scritto molti libri, anche ricerche sulla vita e sulla morte.
Due suoi libri famosissimi sono Oltre la morte e La morte e sopravvivenza personale.
A seguito di questi studi uscì convinto che la mente umana non è riconducibile solo al cervello e ai suoi vari stati.
Il modello di ricerca del prof. Ian Stevenson, afferma Robert Almeder, aveva in sé "qualcosa di essenziale relativo alla personalità umana".
Erano, diceva, metodi efficaci ed essenziali, applicati con scrupolo e insistenza fino a che la sua convinzione non fosse stata o sicura, o scartata perché troppi pochi elementi ne garantivano la verità. Con questi suoi metodi il maestro lo aveva ampiamente dimostrato per mezzo delle sue ricerche sul campo.
Come quella volta che volò in Germania e precisamente a Monaco di Baviera.
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IL CASO MIDHART
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Si trovò a verificare il seguente caso.
Un signore di nome George Midhart, un sessantanovenne tranquillo e conosciuto come persona seria e sana di mente (è bene dirlo) subì un pauroso incidente di macchina nel quale persero la vita sua moglie e suo figlio piccolo.
Il trauma che subì anche mentalmente è catastrofico, tanto che penò molto a rimettersi.
Da quel momento cominciò a raccontare di una sua precedente esistenza; in effetti vedeva svolgersi davanti ai suoi occhi delle scene di avvenimenti, come lo svolgersi di una commedia di cui lui era l'attore principale.
Ricorda il suo nome e il castello dove abitava: Weissestein.
A mano a mano che questi ricordi, queste visioni, venivano fuori, le confidava. E venivano registrate.
Ed ecco una storia fantastica, una storia risalente al millecento; la storia di un barone pazzoide, stranissimo, che viveva rinchiuso nel suo castello, una fortezza dalle mura maestose, dai cui merli dominava tutta la valle e una strada di scorrimento che serviva per il traffico di minerali.
Raccontò che il barone trovò la morte a seguito di un assalto al castello fortezza.
Fin qui il racconto, riportato succintamente.
Si verificò con riscontri esatti in ogni particolare gli avvenimenti narrati, luogo personaggi ed altro, e tutto corrispondeva a una realtà di un'epoca passata ormai da circa mille anni.
Si è rinvenuto il castello (in rovina) e si trovò anche quell'entrata segreta per entrare e uscire, che si trovava nel luogo esatto ed era proprio come il signor Midhart l'aveva disegnata.
Va detto che una volta l'idea della reincarnazione era insita quasi soltanto nella filosofia dei paesi orientali, dove si fonde con le varie religioni che sono - in India per esempio - moltissime e varie (consideriamo che laggiù si parlano più di cinquecento lingue).
Oggi invece, grazie alle ricerche fatte da tanti studiosi - psicologi, psichiatri, medici - che hanno affrontati i vari casi di cui si è venuti a conoscenza, il fenomeno della reincarnazione ha allargato e di molto i suoi confini; primi, ma non solo, i già citati Ian Stevenson, Brian Weiss; e poi molti altri ancora, la terapeuta Manuela Pompas, il dott, Gilles Bodin, il dr. Almeder, e altri.
Le ricerche sulla reincarnazione hanno portato questi studiosi a esaminare la possibilità che la vita dell'uomo sia una sola, e composta da corpo fisico e di quell'elemento che indichiamo col termine di anima. O se esistano più esistenze di questo insieme di elementi che è la vita umana.
E allora, in caso di reincarnazione, si deve ammettere che l'anima fa più viaggi intermedi prima di purificarsi e raggiungere la perfezione in via definitiva.

MANUELA POMPAS

E' una giornalista e scrittrice italiana, una degli studiosi più esperti nel campo dei fenomeni paranormali.
I suoi studi sulla medianità tendono esclusivamente alla ricerche di prove che giustifichino la verità dei fenomeni studiati. Tra le sue pubblicazioni di maggior successo ricordiamo I poteri della mente (Rizzoli, 1983), La terapia R, guarire con la reincarnazione (Mondadori, 1995). L'aldilà esiste? inchiesta sulla vita dopo la vita (Sperling & Kupfer,1999), Reincarnazione, una vita, un destino (Sperling & Kupfer, 2004).
Nei suoi studi sulla mente umana e le sue manifestazioni la ricercatrice usa anche la regressione ipnotica, che più sopra abbiamo visto serve per far tornare il soggetto sotto ipnosi indietro nel tempo e sviscerarne i ricordi. Uno dei più noti, (vedi saggi precedenti) è l'americano Brian Weiss, che utilizza la tecnica, il cui uso è molto diffuso anche in altri paesi del mondo (e, ricordiamo, è utilizzato soprattutto a scopo terapeutico).
In Italia, afferma la Pompas, la regressione ipnotica viene usata di nascosto, per non urtare la religione cattolica, e anche perché non esiste qui da noi una accettazione della scienza.
La giornalista nel corso dei suoi lunghi anni di studio ha raccolto infinite testimonianze di soggetti che in stato di ipnosi, ritornati a età passate, hanno raccontato cose che non possono spiegarsi con le loro cognizioni attuali, e che non hanno mai acquisite nella vita corrente; parlano di luoghi mai conosciuti, di persone che non sanno (da svegli) chi sono, si esprimono in lingue magari morte da secoli se non da millenni.
Va detto che la giornalista crede fermamente nella reincarnazione, anche se candidamente ammette che essa non è dimostrabile.
Gli orientali credono in essa. E fondamentale per la loro religione. Per gli occidentali invece è solo questione di studio e di ricerca, con risultati il più della volte strabilianti.
Uno dei casi più significativi che ha studiato è quello che nel suo libro, La terapia R, guarire con la reincarnazione, ella titola appunto.
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IL CASO R.
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Un ragazzo afflitto da una paura che non sapeva da cosa derivasse, si sottopose volontariamente alla ipnosi per cercare di guarire; tornando indietro per cercare di trovare - negli anni passati, e particolarmente della sua infanzia, e anche indagando, se possibile, in una sua esistenza precedente - una qualche causa alla sua fobia.
Ecco il suo racconto:
- sono uno studente (americano), volevo studiare da medico, ma mio padre mi ostacolava in ogni modo, perché desiderava che diventassi un avvocato seguendo le sue orme.
Mi ribellai e per non dargliela vinta, visto che non potevo studiare medicina, mi arruolai per andare in Vietnam.
Qui sono morto in una violenta azione di gu
erriglia.
Dette il suo nome di allora, quello di suo padre, indicò dove era nato e dove aveva abitato, con tanto di via.
Manuela Pompas fa delle ricerche, e scopre che in quella città, nella via indicata, esiste un signore di professione avvocato.
A seguito delle verifiche su questi soggetti di cui stiamo trattando sembra "verosimile" che l'anima alla morte del corpo fisico continui la sua esistenza; per un certo tempo, più o meno lungo, che non siamo in grado di determinare e circoscrivere.
Per crescere ed elevarsi a livelli di spiritualità sempre più elevati.
Per questa ricerca continua di purificazione, si verifica la reincarnazione, eliminando scorie cattive e deleterie e acquistando nuove conoscenze e gradi di avanzamento spirituale.
La rinascita è più naturale quando si muore in circostanze "non naturali", (morte tragica, morte precoce, inattesa).
In questi casi l'anima tende a tornare subito, per non interrompere il viaggio verso la spiritualità finale.
Ma così facendo non riesce ad annullare le sue memorie giovani, per cui è portata a ricordare a rivivere quella che fu quella sua esistenza non portata a termine come naturale.
E questo non può che avvenire in nuovo corpo. E in età ancora brevissima, perché è quell'età che ancora non ha permesso di acquisire tutte le cose nuove, e le memorie nuove.
Ecco perché sono bambini dai due ai quattro anni, e che in alcuni giunge fino a sei/sette, che i ricordi sono più chiari e veri.

RACCONTATI DA AMICI

Diana Bellino è una signora di Gorizia che vive a Udine, dove svolge la sua attività di pittrice.
In una nota su fb, del 16 aprile di quest'anno, dopo aver letto il mio ultimo saggio di parapsicologia, mi segnala un fatto accaduto a lei personalmente, in cui una sua carissima amica appena deceduta le si manifesta con un bacio e una carezza.
Riportiamo l'accadimento con le sue parole.

Carissimo Marcello....
io non so se la mia storia coincide con la parapsicologia... io chiamerei la mia esperienza paranormale!
Tantissimi anni fa avevo un amica a cui volevo molto bene, purtroppo è morta giovanissima a causa di un aneurisma; al momento dell'evento ella era sola per cui è rimasta tante ore in coma...
Era in una stanza dove lavorava - faceva pulizie negli uffici - ed essendo di domenica sul luogo non c'era nessuno, per cui in un primo tempo non la cercava nessuno. Quando hanno preso a cercarla, soltanto dopo diverse ore l'hanno trovata; e purtroppo era morta. Io sono andata all'obitorio; ma non sono riuscita ad avvicinarmi a lei; neanche per farle una carezza.
Mentalmente le ho chiesto scusa: "perdonami cara amica, se non ci riesco a darti neanche un abbraccio.
La sera a letto non riuscivo a dormire, l'avevo davanti agli occhi; pensavo a lei, la luce accesa sul comodino. Ad un tratto tra le tende della finestra che si muovevano con leggerezza, in trasparenza vedo lei che viene verso di me attraverso il tessuto; e avvicinatasi, mi sfiora il viso con una mano.
Era lei: China sul mio viso. E mi da' un bacio.
Sono passati tantissimi anni ma questa cosa non la poss
o dimenticare!
Ciao Marcello!
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Questo il fatto.
Che dire! il fenomeno non è raro nella casistica della parapsicologia.
Un defunto, trapassato da poco, o anche da molto tempo, a volte anche da secoli - vedi i castelli con i fantasmi che si leggono nelle leggende inglesi, per esempio - non ancora staccatosi completamente da questa terra, ha bisogno di restare attaccato alle cose famigliari e che più ha amato (case, locali, amici e parenti); e il suo spirito, o meglio il suo corpo astrale, continua a vagare in questa dimensione, dove ha lasciato il corpo materiale che già non c'è più.
Nel caso ha "sentito" il dolore e l'amarezza per la perdita della sua amica, ed è venuta a cercarla per fare quello che lei non è stata capace di fare, darle una carezza e un bacio.

Marcello De Santis

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Francesco Paolo Tanzj, "L'uomo che ascoltava le 500"

16 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Francesco Paolo Tanzj, "L'uomo che ascoltava le 500"

L’uomo che ascoltava le 500

di Francesco Paolo Tanzj

edizioni Tracce

A conclusione del libro c’è una dichiarazione di scrittura, dove Tanzj dice che tipo di lettore vorrebbe, e questo mi serve da spunto per chiedere: noi, che tipo di lettore siamo? E chiederei anche che scrittori siamo? Per chi scriviamo?

Il lettore o lo scrittore libero, a questo dovremmo ambire. Ma forse non è possibile, i condizionamenti, i modelli, i riferimenti sono sempre in agguato per deviarci… forse né il lettore né lo scrittore sono veramente liberi, semmai scrivendo o leggendo si cerca una certa libertà, e la si trova, spesso, quando la mente vola dietro o tra le parole, ma non la si trova per esteso, per intero… c’è sempre qualche macchia che ci impedisce di essere pienamente e intimamente liberi…

Nella dichiarazione di scrittura si fa la differenza tra lettore illuminato e lettore ignorante (la stessa differenza la farei con gli scrittori), vediamo un po’ di cosa si tratta. Il lettore illuminato, a seguito di una lettura, forse si esprimerebbe così:

Evinciamo un segnale di protoletteratura stigmatizzata nelle scene di un quotidiano divenire, che si articola in ogni sintagma tendente a stilema fino alla sua totale espansione che dall’incipit evolve nel corpo detautologizzato del racconto. Durante la lettura si articolano in un susseguirsi incessante i vari neo-simboli della genesi aurea, segnale evidente che da queste narrazioni meta-criptiche si dispiega la vitalità bronzea delle ultime correnti anti-avanguardiste che intendono spigolare la realtà quale ignara palingenesi del movimento di cui noi oggi siamo fortunati testimoni. Risulta quindi evidente, a dimostrazione della certaldità neoclassica insita nella compresente raccolta, una vena d’ironia asburgica evoluta, che avvampa nelle scoperte del secolo d’oro rendendo con esse omaggio alla centralità dell’uomo nella natura. Per quanto abbiamo detto, questo libro va annoverato tra i classici e i preclassici che una volta storicizzati determinano la veste culturale di questo nostro mondo, e questo nostro Paese.

Per chi non lo avesse capito, si tratta di una parodia.

Tanzj prende di petto il critico che si parla addosso, simbolo di un equilibrio che va attaccato con tutte le nostre forze, perché il giusto sta nel mezzo!

Ma veniamo al punto.

Il lettore tipo è un ibrido (lo stesso vale per lo scrittore). L’uomo medio è un ibrido. Non è accettabile invece colui che si cataloga bianco o nero, ergendosi a modello di qualcosa che evidenzia solo la propria ipocrisia.

Il libro contiene uno spassoso attacco a Nanni Moretti (o meglio, al modello che incarna), che diventa un chiaro segno di ribellione ai cliché della nostra vita. I cliché vanno abbattuti, occorre un uomo libero per un pensiero libero.

Quindi la chiave di lettura va ricercata in questa parola: libertà.

Ma veniamo alle mie impressioni di lettura.

I racconti qui raccolti non vanno letti cercando la trama o cercando il personaggio, che purtuttavia sono presenti, e non credo che la traccia lasciata dallo scrittore sia da cercarsi nel linguaggio o nella forma. C’è molto di più.

Certo, siamo davanti a storie scritte con grande maestria, il libro è meritevole da tutti i punti di vista e si colloca nella fascia alta della letteratura contemporanea, il punto, però, per me, è: che cosa vuole dirci Tanzj? Se c’è un messaggio. Che poi Tanzj abbia voluto metterci un messaggio o meno non è importante, alla fine qualcosa passa lo stesso. D’accordo, ma allora, come va letto questo libro? Io inizialmente ho cercato di leggere i racconti come dei racconti, poi ho cercato di leggerli come dei resoconti, poi ho cercato il lato giornalistico, eppure mi rimaneva sempre qualcosa da decifrare.

Ragionando per immagini ho pensato alla panna montata, che va messa sul gelato come il parmigiano sulla pastasciutta, ma a differenza di questo, la panna non si mescola e non si fonde, rimane sempre sopra. Per creare una miscela con il gelato devi metterli in bocca, ci devi mettere il tuo impegno. Già, la panna montata, immagine ora poco comprensibile, ma si chiarirà alla fine.

Il narratore non entra nel personaggio né nell’evento perché li vuole lasciare liberi di esprimersi, rimanendo lui, il narratore, un testimone di un pezzo di vita. Questo perché gli eventi e i personaggi li si vuole liberi, non addomesticati dalla penna, non inseriti nella drammaturgia letteraria sotto forma di qualcosa di diverso da quello che sono realmente. Ma attenzione, non si tratta di iperrealismo né di cronaca giornalistica.

I racconti, sebbene abbiano un forte stampo autobiografico, lasciano al lettore il lavoro di immersione nell’evento e nel personaggio. Tanzj rispetta questa libertà e la condivide.

Una citazione, più di ogni analisi del testo, permette di capire il lavoro di Tanzj: Il gagiò lavora, lavora sempre, sperando di diventare qualcosa e, sperando così, muore. Poi ha fatto tante leggi, troppe. La libertà è bella, vai dove vuoi.

È stato proprio grazie a questa citazione che sono entrato nella narrazione ed ho inquadrato il lavoro di Tanzj, così come la sua persona, in questa ottica: la libertà è bella, vai dove vuoi…

Tanzj è un uomo libro, e rispetta la libertà altrui.

Quindi questo libro è un po’ nomade, un po’ zingaro, ma soprattutto vive nel rispetto delle storie che racconta e, privandoci di ogni considerazione, Tanzj ci insegna il rispetto per la libertà degli eventi. Ci dice (senza dirlo) che la sua libertà è riposta in questi racconti e, così come la vive, ce la restituisce.

Quindi mi viene da chiedere: l’anima, è zingara?

La zingaritudine dell’anima traspare anche in tutti i racconti. Tanzj la propone sempre, anche quando sembra di no. Troviamo questo suo modo di vedere la realtà anche nel j’accuse a Nanni Moretti dove non è la persona che viene presa di petto, ma il modello che propone. Statico come tutti i modelli, il modello è prigione, qualsiasi modello identifica il velo ipocrita che copre buona parte della nostra società.

Tanzj ce l’ha con quel velo d’ipocrisia.

L’anima è zingara, si contrappone ai modelli, per questo ci sfugge e, come dice l’autore: ogni creazione, ogni azione dell’uomo resterà per sempre una incompiuta.

Eppure proprio questa incompiutezza ci arricchisce, perché si continua, sempre, si cresce, sempre.

All’inizio della lettura mi chiedevo: l’uomo che ascoltava le 500, l’eremita, Milka… sono dei pazzi o sono dei geni? Sono normalissimi esseri umani o sono manifestazioni della più profonda delle passioni? Cercavo, come ogni lettore medio, la risposta in ciò che leggevo. Ma il libro non ci dà risposte, l’autore non giudica: è a noi che spetta farlo con il nostro metro; a noi spetta capire che il profondo rispetto che Tanzj manifesta per l’altro deve guidarci durante la lettura del libro. Non cerchiamo, quindi, passioni che appartengono solo a noi e che vorremmo proiettare nei personaggi e nelle storie che leggiamo, non cerchiamo emozioni private e nostre da mettere negli occhi di questo o dell’altro personaggio… astraiamoci, cerchiamo l’essenza delicata della vita e posiamoci come panna montata sul gelato, lasciando che il gelato sia quello che è, senza trasformarlo in altro, leggendo questo ottimo libro con la leggerezza e la libertà che Tanzj ci trasmette e ci fa vivere.

Claudio Fiorentini

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