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Onore a Prospero Baschieri, brigante bolognese!

13 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli

Onore a Prospero Baschieri, brigante bolognese!

C’è stato un tempo in cui i briganti tingevano di paura le favole della buonanotte davanti al focolare, ma c’erano persone che non li temevano, povera gente per cui i briganti erano eroi. Famiglie, soffocate da tasse e ingiustizie, in cui una nidiata di bambini soffriva la fame e allora un brigante, che rubava ai ricchi per dare ai poveri, diventava un beniamino. Il Robin Hood della città di Bologna fu Prospero Baschieri che, per un breve periodo fra il 1809 e il 1810, compì gesta tali da regalargli l’immortalità ed entrare nella leggenda. Nato in una famiglia di contadini nel 1781, era il quinto di otto fratelli e aveva sofferto i sacrifici della miseria fin dall’infanzia, nelle fredde e paludose pianure emiliane di Maddalena di Cazzano fra Bologna e Ferrara, dove era venuto alla luce. Una zona intensamente popolata e coltivata, ma in cui le bocche da sfamare erano sempre troppe. Si racconta che fosse un omone alto più di due metri, forse il desiderio di farlo apparire “grande” lo rese addirittura un gigante nella fantasia popolare. Lo avevano soprannominato “Pruspron”, di carattere mite, se non veniva provocato, amava stare tranquillo e non avrebbe chiesto di meglio che sposarsi, lavorare la terra e mettere su casa a Cadriano, dove si era trasferito a vivere con la sua famiglia, ma furono i tempi tristi in cui cresceva a negargli anche queste minime soddisfazioni.

Nel 1796 le province settentrionali dello Stato Pontificio erano state invase e conquistate da Napoleone Bonaparte, alla testa del rivoluzionario esercito francese, queste regioni erano entrate così, a forza, a far parte della repubblica cisalpina, dando origine un po’ ovunque a moti di resistenza popolare, simili per forma e per motivazioni a quelli per cui è rimasta gloriosamente famosa la Vandea. In Italia tali movimenti passarono alla storia con il nome di “insorgenza” e in dialetto bolognese gli aderenti vennero chiamati “insurzènt”. Il fenomeno, per falsa ideologia, è stato volutamente sottaciuto e dimenticato, ma resta il più grande caso di insurrezione popolare che la nostra storia conosca, sia per estensione, perché toccò tutte le regioni cadute sotto la dominazione francese che per durata, poiché continuò dal 1796 al 1814. Per questo motivo gli insorgenti, di cui si fa scarsa menzione nei libri di storia, vengono ricordati solo come briganti e le loro gesta indicate alla stregua di delinquenza comune.

In quel lontano 1809 Bologna e i suoi dintorni erano affamati dalle truppe napoleoniche che, in nome della pace, tenevano tutta la popolazione soggiogata da atti di forza e violenza, razziando indisturbati i magazzini e depredando opere d’arte da ogni dove. Icone religiose, libri antichi, quadri, reperti archeologici venivano continuamente prelevati e spediti a Parigi. Napoleone, nel conquistare Bologna sconfiggendo le truppe papaline, aveva promesso libertà, ma aveva finito al contrario col soggiogare il popolo, ridurlo alla miseria e aveva sottoposto i nobili a prestiti “volontari” fino a 250.000 lire. Il capoluogo emiliano fu letteralmente saccheggiato. Nel cortile di San Salvatore fu addirittura allestita una fonderia per sciogliere gli oggetti di culto sottratti dalle chiese e ricavarne metallo prezioso. Unica icona che si salvò dalla razzia, fu quella della Madonna nera venerata a San Luca forse solo perché, ben conoscendone la particolare devozione dei bolognesi, Napoleone volle evitare ogni ulteriore sollecitazione a rivolte popolari pericolose. La fame e la disperazione avevano già fatto ribellare il popolo in sanguinose insurrezioni che erano sfociate nell’assalto ai forni del 1801, quando per protesta era stato rimosso da piazza del Mercato anche “l’albero della libertà” eretto dai francesi al loro arrivo.

Contro gli insorgenti regnava il clima del terrore e arrivò anche la ghigliottina simbolo della repressione, un monito preciso: chi non chinava la testa, la perdeva senza pietà. Fu una novità assoluta per Bologna, eretta a piazza del Mercato, aveva preso il posto della mannaia romana che venne poi ripristinata e usata nello Stato Pontificio come mezzo per le esecuzioni capitali fino al 1870. Una piccola parentesi, la prima sentenza che il boia dovette eseguire con la ghigliottina non fu a carico di rivoltosi, ma per un processo ordinario. Il primato toccò infatti a un certo Bellentani, orafo bolognese la cui moglie lo aveva tradito con un ex abate di San Michele in Bosco che, smesso l’abito talare, ne era diventato l’amante. Il poveretto, scoperta la tresc, aveva perso la testa e ucciso l’ex religioso, anzi aveva ucciso l’ex religioso e poi… perso la testa.

Tornando a Prospero Baschieri, nel 1804, aveva rifiutato di aderire alla leva napoleonica e a ventotto anni divenne capo di un manipolo di “insorgenti”. Le imprese che compì dunque in quel periodo non sono da considerare atti di un criminale comune, ma vanno inquadrate in quel contesto di insurrezione popolare di cui sopra, come rivalsa di una Bologna sofferente per le continue ingiustizie patite durante il dominio napoleonico. Per quasi un anno era riuscito a sfuggire all’orrenda punizione della ghigliottina dando filo da torcere ai francesi, il suo nascondiglio erano le valli, allora paludose, che si estendevano intorno a Bologna, ricche di acque e di canneti e quindi impraticabili a chi non le conoscesse come le sue tasche. Dotato di una certa abilità strategica, riusciva sempre a cavarsela anche perché era benvoluto e amato dalla popolazione che lo reputava un rivoluzionario benefattore e lo aiutava a trovare sempre nuovi nascondigli. Si era messo in testa di liberare il popolo dall’oppressore e, a capo di una banda di 25 contadini, il 4 luglio del 1809 invase Budrio e Minerbio occupando l’intero territorio; sapeva bene di non poterne mantenere il controllo, ma sperava in cuor suo di alimentare focolai di ribellione e di trovare un sempre maggior numero di aderenti alla sua rivolta. Col tempo, divennero una banda di oltre duecento uomini e misero a soqquadro tutta la bassa, da Medicina a Sant’Agata Bolognese. Animato solo dall’incoscienza e dal desiderio di libertà provò anche a liberare Bologna, cercando di aprire una breccia a porta Galliera, ma, con poche armi, senza cannoni e senza l’adesione popolare sperata, fallì miseramente e fu costretto alla ritirata dall’artiglieria napoleonica e dalla Guardia nazionale. Non si arrese, però, e, continuando con azioni di guerriglia, in ottobre occupò San Giovanni in Persiceto, dove sconfisse un folto drappello di francesi che, quando si arresero consegnando le armi, lasciò liberi senza far loro del male, perché Baschieri era un uomo d’onore e dotato di grande coraggio. Con sprezzo del pericolo dimostrò che gli emiliani potevano ancora alzare la testa e in molti paesi della bassa indusse i funzionari alla resa: li costringeva a scappare entro le mura di Bologna e divideva sempre i proventi delle sue imprese nei paesi che liberava con la popolazione affamata. Lui e la sua banda, ebbero anche per un certo periodo l’appoggio esterno dell’arciduca Carlo d’Asburgo, che teneva impegnato l’esercito napoleonico su altro fronte, ma, quando i francesi sconfissero quest’ultimo, Baschieri si ritrovò solo. I francesi cominciarono a perlustrare le campagne in cerca degli insorti. Nonostante ciò, battendosi con onore fino all’ultimo respiro, ben sapendo che oramai ogni speranza era perduta, Baschieri condusse un assalto alla caserma di Altedo, che fu data alle fiamme e, ancora una volta, il presidio francese fu costretto alla fuga

Non sarebbe stato tanto facile ridurlo alla resa, ma spesso la viltà e il tradimento vincono sull’onore e la fede: il 12 marzo 1810, Baschieri fu tradito e consegnato ai francesi dalla famiglia Rubini che gli dava in quel momento ospitalità. Venne raggiunto da un folto drappello di francesi mentre si trovava ospite in una delle loro cascine in località “podere Malcampo”. Dopo un conflitto a fuoco che non risparmiò morti da ambo le parti, Prospero, che si era battuto con forza selvaggia, venne ferito mortalmente. Prima di cadere si guardò intorno salutando per un’ultima volta la sua campagna, raccolse un pugno di terra stringendolo fra le dita e chiedendosi forse perché tutti i popolani non avessero amato come lui quei luoghi, tanto da unirsi nella lotta, ma fu il pensiero di un attimo e poi, per non cadere in mano ai francesi, si tuffò nel canale dove morì dissanguato. I suoi nemici ne raccolsero il cadavere e, in segno di disprezzo, per additarlo ad esempio a tutta la popolazione della bassa che aveva plaudito le sue imprese, lo ghigliottinarono anche dopo morto e la sua testa, conficcata in cima a un palo, rimase esposta a lungo come monito in piazza del Mercato a Bologna, dopo essere stata mostrata come un trofeo, in una sorta di macabro corteo che aveva percorso tutte le lande dove aveva combattuto e vinto contro i francesi.

Prospero era il contadino che aveva liberato la bassa e quando un uomo diventa un eroe si erge a simbolo per l’intera popolazione, così le sue gesta divennero leggenda, ma il popolo è vittima di una strana malattia per cui si lascia condizionare nei giudizi e nelle passioni dal successo e dall’insuccesso e si dimentica in fretta gli eroi innalzando i vincitori. Accadde che nel giro di poco tempo una canzone di chiara marca propagandistica, commissionata dal regime, venne applaudita di piazza in piazza proprio dai membri del suo clan, da coloro che lo avevano osannato e al quale il valoroso Prospero era stato a fianco fino al sacrifico ultimo della sua vita.

Traversando per il campo Per voler cogli altri andare Mi mancarono le forze Non potei più camminare E così steso per terra Senza aiuto e alcun conforto Dei nemici fui la preda e restai per sempre morto Indi a budrio con gran pompa Fui portato con gran festa E dal popol nella piazza Beffeggiata fu mia testa…"

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GUARDATI DALLA MIA FAME di Milena Agus e Luciana Castellina di Giacinto Reale

12 Settembre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

GUARDATI DALLA MIA FAME di Milena Agus e Luciana Castellina  di Giacinto Reale

Milena Angus e Luciana Castellina

“Guardati dalla mia fame”

Nottetempo ediz 2014

pp 200

15,00

Nato e vissuto, fin quasi ai 27 anni, a Bari, mi capitava spesso di andare a trovare uno zio ad Andria, grosso centro (allora) agricolo ad una sessantina di chilometri dal capoluogo.

Una sera, egli mi condusse nella piazza principale del paese (“piazza Catuma”), per assistere ad una scena destinata a restarmi in mente: l’arruolamento dei braccianti per la successiva giornata lavorativa. Era il cosiddetto “mercato delle braccia”, originariamente svolto all’alba, ma poi –con l’impiego dei camion che velocizzavano il raggiungimento dei luoghi di lavoro - anticipato alla sera prima, così da consentire una nottata di sonno agli uomini.

Appoggiata ai muri dei palazzetti che affacciavano in piazza, c’era una torma di ometti (altezza media 1,60), abbronzati (meglio “rossi”) in volto, dai lineamenti marcati, con, e fu quello che mi colpì di più, delle mani enormi, delle vere “pale” come si dice normalmente, che roteavano in aria in discussioni animate.

Tra essi passavano dei “capisquadra” che, in base alla conoscenza personale, assoldavano la mano d’opera necessaria il giorno dopo per la raccolta delle mandorle, delle olive o degli altri lavori stagionali dei campi.

Tra loro, aggiunse mio zio a bassa voce, c’erano sicuramente alcuni che avevano preso parte al linciaggio eccidio delle sorelle Porro.

A distanza di oltre una decina d’anni, era un fatto del quale si parlava ancora sottovoce, vissuto quasi come una colpa collettiva dell’intero paese, anche di chi non vi aveva partecipato, o, addirittura, all’epoca era “controparte” dei contadini in sciopero.

Ecco perché, quando ho visto in libreria questo volume, non me lo sono lasciato scappare: era arrivato il momento di saperne di più.

IL FATTO: ad Andria, la sera del 7 marzo 1946, una gran folla si raccoglie in piazza Municipio, in attesa del comizio dell’On Giuseppe di Vittorio, noto esponente comunista e sindacale. Il clima in paese è agitato da parecchi giorni, in coincidenza con il rinnovo dei contratti agricoli, e in conseguenza della grande miseria imperante, che ha ridotto letteralmente alla fame (da qui il titolo del libro) un gran numero di reduci e contadini.

Ci sono, quindi, scontri con le forze dell’ordine, minacce ai proprietari terrieri che in maggioranza abbandonano il paese e vanno a stare da parenti sparsi in tutta la Puglia, o in albergo a Bari, violenze diffuse, fino all’invasione, nel pomeriggio, da parte di una cinquantina di esagitati, del palazzo Porro –che affaccia proprio sulla piazza del Municipio- alla ricerca di armi.

Nel palazzo vivono le tre sorelle Porro nubili (e con loro è frequentemente una quarta, sposata), e un inquilino, Francesco Ciriello, direttore della banca locale, insieme a vario personale di servizio.

Le donne, Carolina, Stefania, Vincenzina e Luisa, che hanno dai 54 ai 66 anni, nulla possono fare contro la violenza, ma, comunque, al termine della “ispezione” che dà, naturalmente esito negativo, preparano i bagagli e si apprestano a lasciare il palazzo.

Per ovvi motivi precauzionali, evitano di farlo mentre in piazza sono radunati i manifestanti, e si raccolgono in preghiera nella guardiola del portiere, in attesa che tutto finisca.

Prima ancora che arrivi Di Vittorio, però, un colpo di pistola sparato dai tetti scatena la furia della folla: si dà l’assalto al portone del palazzo Porro, perché qualcuno dice che di là si è sparato, e i suoi disgraziati occupanti vengono raggiunti per strada mentre cercano di fuggire dall’uscita posteriore.

Vi risparmio i particolari granduignoleschi: Vincenzina e Stefania, con il loro inquilino, vengono malmenate, l’uomo è colpito da svariate coltellate, le donne trascinate per i capelli, finchè non riescono a trovare rifugio dietro qualche portone che provvidenzialmente si apre.

Carolina e Luisa, invece, non ce la fanno; la prima viene finita a baionettate, alla seconda viene sbattuta la testa contro lo spigolo di una porta, finché muore; i corpi – prima forse legati a due cavalli e trascinati per strada - restano tutta la notte sul selciato, a mo' di ammonimento.

Saranno recuperati solo il giorno dopo, quando le forze dell’ordine ristabiliranno la pace in paese; al processo, due anni dopo, ci saranno 136 imputati, e verranno comminati 6 ergastoli.

IL LIBRO: due, come detto, sono le autrici, e affrontano il tema da angolature e in modi diversi: la Castellina procede ad una ricostruzione storico-politica del contesto; lo fa nella sua ottica che, a 70 anni di distanza, è in fondo la stessa di Di Vittorio, il quale, nel comizio tenuto il giorno dopo il massacro, non fece cenno agli omicidi, e de “L’Unità” e “L’Avanti” che parlarono di “due donne morte”, senza particolari.

Lo fa con una punta di cinismo in più, quando dice, asetticamente, senza nessun giudizio, quasi come una normale constatazione: “E’ la fame che si fa violenza e chiede vendetta. La chiede ai Porro perché sono parte della classe che li ha sfiniti, non importa più se a sparare siano state proprio loro o altre come loro. Sono colpevoli per storia. Per classe”.

Migliore, secondo me, la parte affidata alla Agus che, con la narrazione di una immaginaria amica delle quattro sorelle, efficacemente riscostruisce un ambiente e un modo di essere che oggi ha quasi del favolistico: le sorelle Porro sono ricche, molto ricche, eppure “vivevano da povere, non per tirchieria, ma perché i loro pensieri, il loro modo di comportarsi erano naturalmente da povere”; passano le loro giornate dicendo rosari o con “le loro facce chine sul lavoro di uncinetto o ricamo”; hanno in casa “una serva bambina di dodici anni che….le amava di un amore incondizionato ed incommensurabile”; sono nubili (“signorine grandi “ si dice dalle mie parti), con “l’aria da “scusate se siamo al mondo, non vi daremo alcun fastidio” e i piccoli pudori che il loro stato impone: “le mutande e i reggiseni li chiamavano “i primi” e “i secondi”.

Chiunque abbia la mia età, ha fatto in tempo a conoscere qualche zia simile alle sorelle Porro, anche se non ricca come loro; per molto tempo è andato di moda, parlandone, usare l’espressione “ipocrisia piccolo borghese” (se non di peggio) l’ho fatto anch’io nei miei anni giovanili, e forse un fondo di verità c’era.

Però, sarebbe ingeneroso fargliene una colpa, perché, come scrive la Angus, “Le Porro, del resto, non conoscevano il male, ed erano creature semplici”; per questo si spiega che Luisa, prima di morire, abbia detto ai suoi carnefici, con un filo di voce “Siate benedetti”, e le due sorelle superstiti, in tribunale, alla richiesta del Presidente di riconoscere i loro torturatori, abbiano risposto: “Noi non riconosciamo nessuno di questi imputati. Noi abbiamo perdonato”.

E così noi perdoniamo, e non sembri ingiurioso, la loro pignoleria: “quando facevano stirare le lenzuola, raccomandavano di appuntare gli angoli con gli spilli, perché gli orli combaciassero perfettamente” e quell’orribile odore di “violetta di Parma” che accompagnava il loro apparire: sono sciocchezze.

E che nessuno mi citi Gozzano, per favore…..

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La resa dei conti

11 Settembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

La resa dei conti

Rieccomi qui per dirvi che, alla fine, non cambia mai niente, che la fs ti ammazza a venti anni come a cinquanta.

Nonostante la segnalazione dell'anno passato al XXVI premio Calvino, con il mio ultimo romanzo "L'uomo del sorriso" , non arrivo a niente sempre e solo per come sono fatta, per le paure, gli handicap e i limiti che ho.

C'è un editore abbastanza conosciuto al quale i miei racconti piacciono. Ho trovato il coraggio di proporglieli, anche se mi è costato in termini di orgoglio e pudore.

La sua risposta è stata questa:

"Patrizia, tu scrivi molto bene e per me sarebbe motivo di onore e di orgoglio pubblicare i tuoi racconti. Ma per vendere una raccolta di racconti l'autore deve darsi molto da fare. Ti prendo come esempio XXX che ha già venduto 150 copie di un libro molto ben scritto, ma soprattutto ben pubblicizzato. Mercoledì, lo presentiamo per la terza volta. A ogni serata abbiamo venduto 20 copie. Lei è sempre con noi al banco quando vendiamo. Infine, sta organizzando un tour di presentazioni italiano per andare a parlare del libro ovunque. Tu faresti questo?"

Sa benissimo che non lo farei, sa benissimo che è una domanda retorica, sa benissimo che l'idea di vendere il libro sul banchetto mi fa anche un po' senso.

Quando l'anno scorso mi è arrivata la notizia della segnalazione al Calvino, ho pensato subito due cose:

1. che qualcuno mi avesse raccomandato a mia insaputa

2. che avessi fatto pena ai giurati del premio

L'idea che il mio potesse essere davvero un buon testo non mi ha nemmeno sfiorata.

Questa è la sinossi. Per la solita vergogna, il solito pudore e il solito blocco a parlare delle cose scritte da me, io che passo la vita a recensire roba altrui, ho dovuto farmi aiutare a buttarla giù dalla mia amica Ida Verrei.

"Maria di Migdal non è soltanto la prostituta che gli uomini cercano e le donne fuggono, o la cestaia che intreccia foglie di palma per il mercato sul mar di Galilea, Maria è anche la donna che di notte, nel silenzio, di nascosto, prega la dea Ashera, che la madre le ha insegnato a venerare, ma alla quale non sa più se credere o meno. La Legge del Dio del Tempio non le piace, ma non le piacciono neanche le regole del Dio degli Esseni, sebbene la comunità nascosta nel deserto la affascini. Li spia di nascosto, li osserva, ascolta le loro parole; avida di conoscenza, cerca risposte che non trova, e si chiede se il Dio di cui parlano gli uomini vestiti di bianco, quello del Tempio, ed Ashera, non siano in fondo un’unica entità. Neanche le risposte di Giovanni, tenero amico d’infanzia, sembrano placare la sua voglia di sapere; la sua esistenza miserevole non l’appaga, sente di essere la più reietta delle creature, quella a cui la vita ha negato tutto: famiglia, amore, maternità. Sua unica compagnia, Astaroth, lo scemo del villaggio, il figlio che non crescerà, il bambino vecchio che ha per lei una fedeltà canina.

Il giorno che Giovanni abbandona gli Esseni per ritirarsi nel deserto a battezzare la gente nel Giordano, Maria trema, sa che questo lo condurrà alla morte, le sue invettive contro i vizi di Erode sono ormai di dominio pubblico. Vorrebbe fermarlo, avvertirlo di essere prudente, ma Giovanni sembra invasato, non ascolta nessuno; occhi e orecchie sono soltanto per Yeshua, il profeta, “L’Agnello di Dio”.

Quando vede l’uomo del destino immerso nelle acque del Giordano, Maria riconosce in lui il figlio del falegname di Nazareth, e stenta a credere che quel giovane genuflesso e rapito sia proprio colui che Giovanni attendeva come il Messia.

Questa è la storia del loro incontro, che porterà alla decisione finale di trafugare il corpo di Yeshua’ e dare inizio alla voce di una resurrezione. Questa è anche la storia di tanti altri personaggi, di Maria di Nazareth e del suo amore bruciante per il figlio, di Giovanni, il discepolo più amato, di Kefa, di Bar Abba, di Ponzio Pilato, di Bar Kayafa, di Yosef il falegname. È uno studio sulla verità che uccide, sul perché della vita e della morte."

E questo è un assaggio tratto dal capitolo 9:

Dopo aver percorso tutto il giorno strade secondarie e sentieri, Maria di Migdal si dispose a trascorrere una notte inquieta fuori dalla tenda. Aveva rifiutato la compagnia delle altre donne, si era accoccolata vicino al corpulento Astaroth, per assorbirne il calore.

Non riusciva a uscire da se stessa, dalla prigione della sua mente, per raggiungere gli altri, per unirsi a loro. Solo il cane dell’indemoniato si era accucciato ai suoi piedi, leccandoli debolmente ma con insistenza. Quel contatto non la infastidiva ma, anzi, la confortava. Il cane aveva sollevato il suo muso intelligente, l’aveva fissata. Sembrava capire che, adesso, era lei ad aver bisogno di aiuto, più del suo antico padrone. Maria affondò una mano nel pelo ispido, ne tenne stretto un ciuffo fra le dita, quasi a volerlo strappare. Aspirò l’odore di bestia misto al sudore di Astaroth e al proprio sentore acuto. Le sue mani erano sporche, le vesti impolverate, i capelli aggrovigliati dal troppo camminare nel vento, il cane aveva la cute gonfia di zecche, il pelo pungente, pulcioso. Era la vita, pensò, come era vita ciò che gli uomini le facevano, ciò che lei faceva a loro, il grido che emettevano alla fine, liberatorio, vittorioso, quando li portava là dove solo lei era capace di condurli.

Non potendo dormire, guardava le stelle, che erano vive, ammassate nel cielo nero. Certe tremavano fino a confondersi, altre sembravano ferme, indifferenti. Aveva tanti pensieri, Maria, quante erano le stelle in cielo. Alcuni simili a una stella tremula, altri duri come pietre spente. Si chiedeva cosa fosse il livore che la rodeva. Dopo tutta la predicazione di Yeshua’ sull’amore - la sua continua richiesta che tutti loro fossero disposti a dare senza aspettarsi nulla in cambio, ad amare oltre l’ostinazione di chi non li amava - lei non riusciva che a trovare sentimenti aspri dentro di sé. Si guardava intorno chiedendosi a chi riuscisse davvero a volere bene. La risposta era a nessuno, neppure, e meno che mai, a se stessa. Ogni volta che qualcuno si avvicinava a lei, mostrandole affetto, come facevano Marta e Giovanni, lei provava un moto di rifiuto. Era una mano che la stringeva alla gola, che la soffocava. Non voleva che le persone si accostassero troppo, che la vedessero per quello che era, che scoprissero le sue debolezze. Aveva dimestichezza solo con i toni bruschi che le riservava Kefa, a quelli era abituata e non la intimorivano. Vivere in comunità la turbava, la faceva sentire più nuda di quando si spogliava, allargava le cosce e si offriva alle mani, alle bocche, agli umori acri degli uomini.

Pur tenendosi ai margini e parlando poco, intuiva molte cose dei compagni. Non provava amicizia per la madre di Yeshua’, solo il grande rispetto dovuto a una donna fragile, aggraziata ma forte come una radice profonda. Osservandola, le erano venute in mente le parole della propria madre, quando modellava con mani screpolate figurine d’argilla dal ventre gonfio e la testa rotonda: “Questa è la dea Madre. È fatta con la terra ed è Terra.” Maria di Nazareth era della stessa pasta, era il vaso che aveva concepito la vita, sacra di per sé, ma ancor più sacra perché suo figlio era Yeshua’. Anche quando era sola, la madre di Yeshua’ manteneva un legame col figlio, lo seguiva con gli occhi, lo ricordava nelle movenze, ne ripeteva le parole. Aveva capelli e occhi scuri, mani arrossate, piedi svelti, voce tenue e gentile. Era come protetta, avvolta da un alone di deferenza che si guadagnava allo stesso modo del figlio, senza protervia, senza grida, solo con la sua presenza, la fermezza dello sguardo.

Pensò anche a Lazzaro e al ruvido Kefa, pensò a Marta, sorella di Lazzaro, la persona più vicina a un’amica che avesse mai avuto nella vita. Marta era laboriosa e sbrigativa. Forse, fra tutti loro, era quella che più aveva confidenza col maestro, che lo trattava come se fosse un parente. Esprimeva la sua ammirazione cucinandogli i cibi che amava, scacciando gli insetti dal suo giaciglio, spazzando la polvere dove lui posava i piedi. Sua sorella, la piccola Maria, si stava innamorando di Yeshua’ in modo infantile, gli girava intorno, gli sorrideva, si accoccolava ai suoi piedi. Un giorno si era impadronita della sua veste per lavarla, ma lei gliela aveva strappata di mano, senza una spiegazione, senza curarsi se le gote della ragazza erano diventate rosse, se gli occhi si erano assottigliati per la rabbia, aveva stretto a sé la veste e l’aveva portata al fiume, si era inginocchiata e l’aveva distesa per terra, osservandone la tela grezza, ricercandovi l’odore, l’impronta del corpo dentro le pieghe, nelle macchie. Poi una vertigine l’aveva colta, come la prima volta al pozzo, le era parso che quella che teneva fra le mani non fosse una veste ma un sudario, che ci fosse impresso il volto di Yeshua’, il suo corpo piagato.

Distesa sul nudo terreno, ricordava ogni gesto di Yeshua’, lo ricreava, lo riassaporava: come quel giorno aveva parlato all’indemoniato, come si era rivolto a loro col tono pacato ma fermo cui nessuno osava disubbidire. Yeshua’ amava il lavoro che compivano insieme, era felice quando poteva guarire gli ammalati o alleviare i loro patimenti. “La sofferenza”, diceva, “mi spaventa perché non so come arginarla, come confortarla, come prenderla su di me e condividerla. È difficile, Maria, è così difficile! Non pensare che due parole di benevolenza o un sorriso distratto siano sufficienti per amare gli altri. Mi struggo perché non vi so amare come vorrei, con quell’amore privilegiato che ciascuno di voi pretende e merita.” Poi abbassava lo sguardo, si torceva le mani, lei vedeva le unghie spezzate, e il suo cuore si crepava, si schiantava come quelle unghie, perché amare è impossibile, perché lei, che aveva avuto tutti gli uomini che non voleva, non poteva avere l’unico che desiderava. Pensava a tutti, Maria, quella notte, e sentiva di non amare nessuno, al di fuori di Yeshua’, che non sarebbe mai stato suo. (P.P.)

Eccolo qui, è del tutto inedito, se qualcuno fosse interessato a pubblicarlo senza poi costringere la sottoscritta a venderselo sul banchetto.

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“IL CLAN DEI MISERABILI” di Umberto Lenzi di Giacinto Reale

10 Settembre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

“IL CLAN DEI MISERABILI” di Umberto Lenzi  di Giacinto Reale

Umberto Lenzi

“Il clan dei Miserabili”

Cordero Editore 2014

pp 168

14,00

Sono stato, per un lungo periodo della mia giovinezza, una dozzina d’anni diciamo, a partire dai quindici, maniacalmente appassionato di cinema; poi mi è passata, un po’ per l’allargarsi della forbice tra i miei gusti in fatto di attori e di trame e l’offerta del mercato, un po’ per il sopraggiungere di lavoro, famiglia e figli.

Ai “tempi belli”, comunque, ero arrivato ad andare in sala (allora non c’era l’attuale offerta in dvd e canali televisivi) anche tre volte a settimana, preferibilmente in quelle “seconde visioni” che, all’epoca accompagnavano per mesi la prima uscita di una pellicola.

Spettatore onnivoro, considerato che Bernardo Bertolucci, Ingmar Bergman, Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti erano piuttosto parchi di opere d’arte, andavo a vedere di tutto:

-peplum, con quelle tornite attrici in svolazzanti gonnellini che turbavano i miei sogni adolescenziali;

-Totò, che ho sempre trovato infinitamente più divertente nell’età matura che non alle prime esperienze cinematografiche;

-commedie all’italiana, quando i registi si chiamavano Mario Monicelli, Ettore Scola, Luigi Zampa, etc, per poi abbandonare il genere con l’arrivo del trash;

-western, che non mi creavano alcun senso di colpa, perché i cattivi erano sempre e sicuramente gli indiani;

-polizieschi, di scuola americana (che pure non era la mia preferita) ma “redenti” da protagonisti del calibro di Frank Sinatra, Paul Newman e Rod Steiger.

Quando fu il loro tempo, alla collana non potevano mancare i poliziotteschi italiani, prodotto genuinamente nostrano, a suo tempo snobbato, ma che da qualche anno è entrato anche nella considerazione di quotatissimi critici ed esperti, a cominciare da Quentin Tarantino, che, proprio per Umberto Lenzi del quale parlerò ora, ha una specialissima predilezione.

Erano, a dire la verità, film spesso copia conforme l’uno dell’altro, nei titoli (in genere con la presenza della parola “polizia”, che “ringrazia”, “non può sparare”, “chiede aiuto”, e via inventando), negli attori (per esempio, Enrico Maria Salerno era il commissario “buonoper antonomasia, Maurizio Merli quello “manesco”, e poi c’erano il cattivo, tendente al sadismo, Tomas Milian e il duro d’importazione Henry Silva) e nei registi (Enzo G Castellari, Fernando Di Leo, Stelvio Massi, etc)

Un posto di tutto rispetto se l’era guadagnato anche il già citato Lenzi (solo per ricordare qualche suo titolo: “Roma a mano armata”, “Napoli violenta”, “Il giustiziere sfida la città”) che da qualche anno ho ritrovato sugli scaffali delle librerie come autore di una “serie” di polizieschi ambientati a Cinecittà durante e (finora) immediatamente dopo il fascismo.

Polizieschi che hanno tutti gli ingredienti per piacermi: il contesto “datato”, l’ambiente cinematografico che ha sempre esercitato su di me un grande fascino, e il protagonista, Bruno Astolfi, ex pugile ed ex commissario di polizia. diventato investigatore privato, con un piglio alla Philip Marlowe di noantri.

I titoli finora usciti sono sei (e anche questa “serialità” mi piace: sono un lettore che si “affeziona” ai personaggi), e l’ultimo si chiama “Il clan dei Miserabili”, perché ambientato nella Cinecittà del 1947, mentre Riccardo Freda gira appunto “I Miserabili” con Gino Cervi (Jean Valjean) e Valentina Cortese (Cosetta).

Naturalmente, ho visto questo film (disponibile in due dvd, considerata la durata) e mi è piaciuto molto, certamente più della versione – pure accettabile - con Jean Gabin, dell’obbrobrio americano diretto da Lewis Milestone, e del recentissimo musical (orrore!) con Russell Crowe…altri adattamenti del romanzo di Victor Hugo ci sarebbero, ma fermiamoci qui, per carità di patria.

Lenzi, con una ammirevole aderenza alla realtà dell’epoca, si inventa che sul set, in una cassapanca (quella che avrebbe dovuto contenere i famosi due candelabri del vescovo Myriel), viene trovato il cadavere di un piccolo malvivente, sentimentalmente legato ad una funzionaria della Lux Film: da qui una serie di avventure e colpi di scena che portano per mano il lettore alla scoperta del colpevole.

Ho detto “ammirevole aderenza alla realtà dell’epoca”, perché questa è la migliore caratteristica dei libri di Lenzi: solo per citare qualche nome, in questo si muovono Vittorio De Sica, Alberto Moravia, Cesare Zavattini e tanti altri, con, persino, Totò, che, col fido Mario Castellani, ci ripropone quella vera perla dell’avanspettacolo che è la scenetta dell’onorevole Trombetta in treno.

Intellettuali, attori e personaggi di fantasia, con un sontuoso accompagnamento musicale, nel quale spiccano: “Sposi” di Alberto Rabagliati, la “Vie en rose” di Edith Piaf, “Serenata celeste” di Oscar Carboni e via cantando

Un mix che non poteva non piacermi, e molto pure, tanto da stare qui a parlarne.

Prima di cominciare a scrivere, ho cercato on line alcune recensioni, anche per vedere se il mio giudizio positivo era condiviso; devo dire che, in realtà, però, frequente è il rimprovero a Lenzi di costruire una trama “poliziesca” esile, e di indulgere, piuttosto, sul “contorno”.

Non mi sembra grave; è, in fondo, quello che ho fatto anch’io: una decina di righi dedicati al libro, che doveva essere il tema del pezzo, e per il resto vi ho parlato di vecchi generi cinematografici e di personali gusti da ex cinefilo.

Potrò sbagliarmi, ma credo che molti di voi siano sulla mia stessa lunghezza d’onda….

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1915-1919 DIARIO DI GUERRA di PAOLO CACCIA DOMINIONI

9 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

1915-1919 DIARIO DI GUERRA di PAOLO CACCIA DOMINIONI

Il diario è opera di un soldato indomito e volitivo, mai spezzato dalle sofferenze e dalle ferite (non solo fisiche) della guerra. Si comincia con il clima entusiastico della piazza che sta premendo sul Governo italiano per spingerlo a dichiarare guerra all’Austria-Ungheria: la mobilitazione delle componenti interventiste naturalmente coinvolge anche il mondo della scuola e dell’università. Paolo Caccia Dominioni è uno studente non troppo zelante quando nel maggio 1915 c’è sentore che la guerra sia vicinissima anche per il nostro Paese. Il giovane si arruola, come molti altri studenti e inizia l’addestramento. Forte è la smania di raggiungere il fronte dove si hanno le prime offensive italiane. Poco sa il diciottenne Paolo di cosa sia la guerra; un incontro con un soldato in treno gli permette di sapere che sull’Isonzo si è trovata una coriacea resistenza e ci sono stati tanti morti. Il giovane viene inviato sul Carso nel Genio Pontieri e diventerà tenente. Molti suoi amici vengono feriti o uccisi. Il diarista riesce a dare immagini crude ed efficaci della vita al fronte. Ci racconta di un ragazzo, classe 1899, trovato un mattino ferito a morte alla testa, dagli occhi semiaperti, celesti (“sembra un bambino”). In particolare ha notizia di un amico colpito da una pallottola all’intestino; sembra spacciato ma si salva perché non mangiava da oltre trenta ore e allora l’intestino era vuoto. Il soldato è quindi fuori pericolo. Questa è la guerra e il reparto di Paolo deve partecipare a una temeraria e prolungata iniziativa sull’Isonzo; bisogna predisporre i ponti di barche per i fanti che si lanceranno dall’altra parte del fiume. Il lavoro viene svolto sotto il flagello dell’artiglieria nemica. Anche il diarista viene ferito; durante la convalescenza, scosso dalla perdita di tanti compagni, decide di entrare nel reparto lanciafiamme in quanto considerato arma più combattente. Dopo l’addestramento, torna sul Carso e ci descrive con una prosa curata l’ambiente martoriato da due anni di conflitto e in particolare la sua logorante attività di presidio di Quota Innominata. Nell’ottobre 1917 c’è il dramma di Caporetto. Paolo e i suoi compagni evitano la cattura ma grandissima è la sofferenza per il doversi ritirare. Un segno di ripresa viene individuato in un giovane che compie il percorso inverso rispetto alle truppe in fuga; accompagnato dal padre, cerca di raggiungere il suo reparto per combattere, pur non essendo tenuto a farlo dato che era in licenza. Perché Caporetto? Paolo, ne discute con i commilitoni; la responsabilità è degli alti ufficiali che hanno fiaccato gli uomini in inutili attacchi frontali. Caccia Dominioni parla anche di ordini (da lui non eseguiti) che ingiungevano di perquisire i soldati alla ricerca di documenti sovversivi o disfattisti. Si cita invece come figura positiva il generale Venturi, una mosca bianca nell’ambiente: “Lui preparava le azioni passando settimane in trincea, e anche davanti alla trincea, pigliando appunti e notando ogni buca e ogni pietrone (…). Risultato: ha preso il Passo della Sentinella e il Sabotino con perdite irrisorie”. Poco stimato dai superiori per la sua autonomia e la difficoltà a sposare la tattica degli assalti frontali, Venturi verrà allontanato dal fronte.

Nel 1918 c’è una drammatica cesura nella vita di Paolo; muore in un attacco Cino, fratello del diarista. I due fratelli in alcune occasioni si erano incontrati in trincea e il loro rapporto stretto ricorda anche nel destino tragico quello di altre coppie di soldati fratelli come Giani e Carlo Stuparich e Carlo ed Enrico Gadda. Pur essendo di famiglia influente e imparentata con il generale Porro, i Caccia Dominioni non avevano mai chiesto agevolazioni per evitare le prime linee e nemmeno avevano mai pensato di farlo. La fine di Cino significa il termine dell’esperienza bellica del giovane ufficiale; raggiunge infatti la famiglia in lutto a Tunisi e poi viene trasferito in Tripolitania. Il fisico è logorato da tante battaglie, ma il clima da “Fortezza Bastiani” che si respira nella colonia non gli piace. Noia e scartoffie da ufficio lo esasperano. Chiede più volte di tornare in Italia, al fronte, ma senza successo. In terra d’Africa, riceverà la notizia della fine della guerra e della Vittoria.

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Uno strano incontro

8 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

Uno strano incontro

Quello che vi presento oggi è il racconto scritto da un amico di Napoli: un incontro breve e intenso con una lucciola, “una di quelle” come la definisce lui stesso, ma che porta a una profonda riflessione. La società nel suo insieme è responsabile di questo fenomeno e sono responsabili i clienti che con la loro richiesta stimolano un mercato sempre più vario. Un intrigante miscuglio fra il ribrezzo dettato da atavici pregiudizi per le donne che si vendono e un brivido di intrigante desiderio…tutto da leggere.

"Uno strano incontro" di Giuseppe Campagna.

Avevo fatto male a non cambiare la gomma, uscendo dall‘officina del cliente, avevo notato che la ruota anteriore sinistra mi stava procurando una sorpresa a tempi brevi. Solo undici chilometri mancavano affinchè mi immettessi sull’Appia, ma il volante “tirava” sempre di più. Dovevo sostituirla, non vi era altro da fare. Accostai il più a destra possiibile e fermai al centro del faro di luce emesso da un lampione. Erano le ventuno. La Strada, come tutte le provinciali, aveva un aspetto squallido e, pur non essendo un uomo impressionabile, quella sostituzione sarebbe stato meglio poterla effettuare sulla strada statale, bene illuminata, nel tratto che da Casagiove porta a Santa Maria. Stavo già armeggiando col crik, quando un fruscio mi fece trasalire, mi sollevai dalla posizione curvata e,attraverso i vetri della macchina, la vidi. Non potevo sbagliarmi, era “una di quelle”. Contrariamente al suo ruolo, alla profonda scollatura ed al trucco smodato, in un buon italiano mi chiese di accenderle una sigaretta. “Certamente” le risposi , riprendendomi dalla sorpresa. Fu con la luce dell’accendino che potei fissarla meglio: venticinque o trent’anni, bei lineamenti, bruna alla maniera andalusa. “Vi ho forse spaventato? “ mi chiese dopo aver inspirato una profonda boccata di fumo. Tergiversai: “E’ questa benedetta gomma, non ci voleva proprio, da dove sei sbucata?” le chiesi. Ignorò la mia domanda e proseguì: “Andate verso Santa Maria? “. “ Ci arrivo quasi. Prendo l’ autostrada a Caserta Nord “, Tra un’operazione e l’altra del cambio gomma continuavo a guardarla di sottecchi. Si, effettivamente era una bella figliola, peccato che appartenesse a quel mondo. Intanto l’ultimo bullone non aveva alcuna volontà di venire fuori ed io a bassa voce incominciai ad imprecare contro quei benedetti aggeggi pneumatici con i quali i gommisti avvitano i perni. Fu a questo punto che lei girò dalla mia parte e si chinò simulando di darmi una mano. La profonda scollatura ora metteva a nudo il seno di una scolaretta; un brivido mi percorse lungo la schiena. Fu il bullone a cavarmi d’ impaccio, si era deciso a venir fuori. Ora la macchina aveva ripreso a correre veloce ed io, di tanto in tanto, distraendomi per piccoli attimi dalla guida, guardavo la mia accompagniatrice. “Si vede – debuttò – che siete una persona per bene, non avete tentato di approfittare della situazione, oppure non vi piaccio?” La sua voce era calda, una piega maliziosa del viso smentiva la verità della sua ultima domanda. Le dissi sorridendo che a mio avviso nessun uomo che fosse stato tale avrebbe potuto pensare che lei non potesse piacere. Quando riprese a parlare i suoi occhi fissavano intensamente la cenere della sigaretta: “E’ per il mestiere che faccio? “ , ma lo sapete che quando un uomo mi interessa lo faccio con tutta me stessa? “. Fu quello l’unico vero momento durante il quale mi sentii tentato; ma non mi è mai interessato quel tipo di rapporto. Lo sballottare della macchina, per la strada leggermente dissestata, procurò che le gambe accavallate fossero abbondantemente scoperte, lei, con profonda femminilità sorrise compiaciuta e finse di riparare, lo fece solo in parte. “Che ne sapete di me?" Sbottò improvvisamente con un tono carico di risentimento. “Dolcezza,” le dissi assumendo con la voce l’ atteggiamento di chi è avvezzo a certe compagnie, ti sto dando solo un passaggio, non devi assolutamente pensare di dovermi niente. Il tono “snob” della mia voce non aveva sortito alcun effetto: sperai vivamente che non mi raccontasse la storia della sua vita. Le mie sorprese, però, quella sera non si dovevano limitare a quanto mi era accaduto perché di lì a poco il pneumatico che avevo sostituito era completamente a terra. Ora era soltanto la luna a rischiarare la strada, le facevano da concerto le mie imprecazioni, mi era impossibile pensare ad una qualunque soluzione. La mia accompagnatrice mi creava un problema ulteriore; era già difficile, data l’ora ed il posto, che il conducente di una delle rare macchine che passavano avesse accolto i miei cenni di aiuto, figurarsi quindi quando intravedevano la persona che mi accompagnava. Stavo per dirle di entrare in macchina, ma fu lei che con tono deciso chiese a me di rientrare nell’abitacolo. Avevo intuito le sue intenzioni e la cosa non mi entusiasmava per niente, servirmi del suo adescamento per riuscire ad ottenere per qualche chilometro un qualsiasi aiuto od una gomma in prestito, mi contrariava fino a toccarmi lo stomaco. La strada ora diventava sempre più deserta, passava un’auto ogni periodo che mi sembrava un’eternità. Non mi riuscì di accettare oltre quella scomoda condizione di cacciatore che mira a distanza come l’esca venga catturata dalla preda. Fu mentre uscivo dalla macchina che vidi la lussuosa BMW, fermarsi accanto alla donna, alla guida era un uomo sui 55/60 anni, uno di quelli che hanno la ferma convinzione che l’età possa essere celata dall’accorta pettinatura, dall’abito sportivo-elegante e che lo stemma di una BMW riesca a far credere che i 60 anni siano al massimo 45. Intuii come si stavano mettendo le cose e mi avvicinai; mi accorsi dopo che il mio camminare aveva assunto un andare dinoccolato e avvertii che qualche piega nata sul mio viso mi stava dando l’aspetto che mi ritrovo quando affronto con decisione le situazioni difficili. Mentre l’uomo innestò la prima ed il rombare del motore coprì la sua ultima frase, riuscii soltanto a sentire: “... un passaggio a te lo do ben volentieri”. “Perché vi siete avvicinato – mi redarguì – sarei riuscita a guadagnarmi uno strappo per entrambi…” troncai netto e replicai: “Potevi andare, perché non l’hai fatto”. Enfatizzando ed in maniera ironica il tono della voce: “Nella buona e nella cattiva sorte”. Ora i suoi occhi chiedevano un po’ di soddisfazione per il gesto che aveva fatto di non lasciarmi solo. Chissà perché certe volte siamo cinici nei momenti meno giusti, infatti le dissi: “Sei proprio una stupida!” Se ne ritornò taciturna in macchina, mi avvicinai allo sportello dalla sua parte e con il ticchettio delle nocche la invitai ad abbassare il vetro e tutto d’un fiato sbottai: “Scusami”. Ora una largo sorriso aleggiava sul suo viso: era stupenda quando sorrideva, i fazzolettini che l’avevano aiutata a struccarsi s’erano portati via anche i segni della sua professione e convenni che incontrandola in un ufficio o a casa di amici, quella sarebbe stata un’ambita donna da conquistare. Girai intorno alla macchina, andai a sedermi al mio posto, le offrii una sigaretta e ne presi una per me. “Come ti chiami", le domandai . “Gianna” e da quanto tempo fai questo lavoro”. “Da un mese” mi rispose. “Benedetto Iddio, quasi urlai, ma non potevi fare una qualunque altra cosa, che so, la cameriera per esempio?” “Se fossi la vostra cameriera, quante volte al giorno pensereste di portarmi a letto?” Sì, aveva proprio ragione una donna fatta bene come lei e con quel viso da madonnina, o diventa una diva (prostituta col consenso del pubblico) o lavora in ufficio (scansando le solerti mani dei colleghi) o si colloca tra le schiere delle lucciole e si fa risarcire in denaro quanto madre naturale le ha elargito e gli altri tentano di portarle via. Squallido! Ma reale! Vinsi la grossa ripugnanza che si frapponeva tra i miei istintivi desideri e lei ed accostai una mano sulla sua: si voltò a fissarmi; Dio come la vita insegna agli occhi di certe creature a parlare: il suo sguardo mi scavò dentro, deglutii a fatica, una barriera fittissima era tra noi, lei l’avvertì e come per un occasionale movimento, fece scivolare via la sua mano che era al di sotto della mia. Nel suo sguardo avevo letto una convinzione assai chiara, ero un uomo piccolo, piccolo, piccolo, legato ad una balorda educazione e ad un fasullo perbenismo che teneva imprigionata la mia mediocre anima. Restammo in silenzio non so per quanto tempo, ma nella mia mente non c’era più rabbia per quell’incidente che mi avrebbe tenuto lontano dal piacevole impegno settimanale: la partitina a poker a casa dei miei amici; no, ora facevo una velocissima scorsa nella mia mente delle persone influenti di mia conoscenza che avrebbero potuto dare una mano a quella ragazza: nessuna andava bene, tutta gente che nella migliore delle ipotesi, quando avrei presentato loro quel pezzo di figliola, avrebbe pensato ad un interessamento troppo personale ed impossibilmente disinteressato. Allora fui io a rompere il silenzio e le dissi: “Se il nostro volto, il calore della nostra voce, l’espressione dei nostri occhi è veramente l’indice della nostra indole, sono certo che tu sei una persona recuperabile: cosa si può fare per te?” Mi guardò alla sua maniera, in quel modo che ti scavava dentro, non ebbe dubbi, capì che dietro la mia offerta, non c’era nessuna richiesta in cambio e quindi esclamò: “ Cosa volete che m’importi!” Lo stridio dei freni ci fece sussultare la macchina si era perfettamente accostata alla mia, l’uomo sbirciò nel nostro abitacolo, intimò con un breve deciso cenno della testa alla mia accompagnatrice di raggiungerlo: ella ubbidì. Appena fu seduta nell’auto accanto a lui, la macchina sgommando presto sparì all’orizzonte. Trassi dal pacchetto un’altra sigaretta e mentre le davo fuoco i miei occhi, alla capace luce dell’accendino rividero quei fazzolettini con i quali ella si era struccata. Possiamo certo toglierci dal viso la brutta maschera di molti affanni, ma non sempre la vita ci consente di impedire agli altri, contro la nostra volontà, di truccarci di nuovo.

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UNA GIORNATA di IVAN DENISOVIC di Aleksandr Solženicyn

7 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

UNA GIORNATA di IVAN DENISOVIC di Aleksandr Solženicyn

Aleksandr Solženicyn (1918 – 2008) vinse nel 1970 il Premio Nobel che però non ritirò per il timore che le autorità sovietiche non gli permettessero di rientrare nel suo Paese. Oppositore indomito del regime, passò molti anni nei Gulag. Le sue opere più note sono Una giornata di Ivan Denisovič e Arcipelago Gulag.

“Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo”.

Così si apre il lungo racconto. Il protagonista è rinchiuso in un campo di lavoro staliniano e lotta quotidianamente contro il freddo, la fame, gli abusi dei carcerieri. Come è finito qui? Nel 1941, in guerra, è stato preso dai tedeschi che avevano invaso l’Unione Sovietica. Riuscito ben presto a scappare, era tornato nelle proprie linee. Qui però aveva subito il volto diffidente e cinico del potere sovietico; ogni prigioniero era sospettato di essersi arreso volontariamente al nemico. Ivan è condannato a dieci anni per alto tradimento. I reclusi del campo devono rispettare dure regole e sono costretti a lavorare quasi ogni giorno, salvo che non ci siano più di quaranta gradi sotto zero. Le fatiche sono immani ma Ivan e gli altri per sopravvivere devono avere sempre una buona reattività fisica e mentale. Ci si salva se si riesce a strappare con l’astuzia una razione in più, se si protegge il proprio cibo dalle mani fameliche dei compagni, se si è pronti a fare qualche piccolo favore a chi in cambio può dare una sigaretta o qualche pezzetto di pane. Ci vuole sempre destrezza per non subire punizioni perché il regime del campo è severo, burocratico, infido; ci sono guardie, capiscorta, detenuti con qualche mansione di responsabilità, delatori. Denisovič sa già che dopo i dieci anni scontati verrà ancora trattenuto in qualche modo, senza una specifica ragione. Non c’è speranza, bisogna solo vivere il presente e arrivare fino al giorno dopo. Ha già fatto sapere alla moglie di non mandargli pacchi, per quanto sia tormentato dalla fame. Non può essere sostenuto per tanti anni dalla sua povera famiglia. L’attenzione dell’autore per gli ambienti, la fisicità degli uomini, per i volti abbruttiti, per i corpi stretti e pressati nella mensa o nella baracca, richiamano il kafkiano La città effimera di Giuseppe Scortecci, soldato e prigioniero dopo Caporetto nella Grande Guerra. Inevitabile il confronto con Se questo è un uomo di Primo Levi. Alcuni compagni di Ivan discutono tra loro di cinema e teatro. Hanno trovato un articolo di giornale che parla di uno spettacolo a Mosca e si confrontano su questi temi. Anche Levi nel suo libro ricorda una conversazione nel lager con un amico, incentrata sulla figura di Ulisse e sui versi danteschi dedicati all’eroe omerico. Parlare di un evento culturale o di un poema come si farebbe altrove a cena con un amico significava allontanarsi per qualche momento dall’inferno quotidiano. Ivan quel giorno si occupa con i suoi compagni di costruire un muro. Lo fa con giudizio e cura. Ha lavorato e patito per i suoi aguzzini, ma alla fine della giornata è soddisfatto sia per aver mangiato “abbastanza”, sia per la brillantezza del lavoro svolto. Questo aspetto si trova anche nelle memorie di alcuni ebrei vittime dell’Olocausto. Svolgere il proprio lavoro con competenza è un aspetto gradevole, segno di un animo pulito e limpido. Questa soddisfazione può sembrare assurda, come lo è la sua condanna a dieci anni di cui abbiamo parlato all’inizio. Ma ciò significa che Ivan non è ancora stato devastato interiormente dalla spietata e annichilente detenzione. Ha ancora dei principi e dei valori; la sera, aiuta un compagno meno scaltro di lui a nascondere il cibo ricevuto da casa e lo fa per pura amicizia.

Si chiude così, con qualche segno di azzurro, una giornata di ordinario lavoro in un campo staliniano; Denisovič sorride quando finalmente può andare a dormire, anche se sa che la sua prigionia sarà molto lunga. La pena che deve subire conta, infatti, tremilaseicentocinquantatré giornate come questa.

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LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

6 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #pittura

LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

La ragazza con l'orecchino di perla

Tracy Chevalier

Neri Pozza Editore

pp. 236

Si è chiusa recentemente a Bologna una importante mostra, sulla Golden Age della pittura olandese e, se anche questo ha creato qualche polemica essendo esposti quadri di Rembrandt a e di altri famosi pittori, la eccezionale riuscita dell'esposizione che ha richiamato sotto le due torri 342.626 visitatori, è dovuta principalmente a un solo quadro “La ragazza con l'orecchino di perla” di Johannes Vermeer.

Questo dipinto, insieme alla Gioconda di Leonardo, è senza dubbio una delle opere d’arte più note e amate in tutto il mondo. Un quadro dal fascino particolare, l'ingenuo volto della giovane ritratta con un impenetrabile sguardo, da oltre tre secoli continua a far sognare coloro che hanno potuto ammirarlo o che magari ne hanno soltanto visto copie riprodotte, ovunque, in giro per la città. Si tratta di un dipinto olio su tela, databile intorno al 1665-1666, di piccole dimensioni (44,5×39cm), ma di grande fascino, con una suggestiva leggenda alle spalle che lo circonda di un'aura misteriosa e che colora con una nota di romanticismo la biografia di un grande pittore del quale in realtà si conosce ben poco.

Il quadro raffigura una giovane donna ritratta di tre quarti nell'attimo preciso in cui si gira verso l'artista e lo guarda con profonda intensità. Colpiscono la lucentezza della perla e i colori degli abiti che risaltano su sfondo scuro. Il magnetismo che conquista lo spettatore è dato da una serie di elementi: il turbante e la perla, dal fascino esotico, una fanciulla dallo sguardo innocente e al tempo stesso assolutamente languida e ammaliante, infine le labbra lucide e semi aperte che le danno una carica di candida meraviglia, ma anche una vena di accattivante erotismo. Non si sa con certezza chi fosse in realtà la bella modella, c'è chi attribuisce il giovane volto alla figlia del pittore e chi invece, come la scrittrice Chevalier, alla serva di casa. Questo enigmatico velo di dubbio che nasconde la sconosciuta ha fatto sì che Tracy Chevalier ne scrivesse un best- seller nel 1999 da cui poi fu tratto un film nel 2003 con Scarlett Johansson nel ruolo della protagonista. Certo è che di fronte al quadro si è portati a sognare e a credere che la storia raccontata nel libro che ho letto sia vera, dietro quello sguardo innocente, dunque, io ci ho visto la giovane domestica di casa Vermeer.

Griet ha sedici anni quando a causa della malattia del padre, decoratore di piastrelle che ha perso la vista, è costretta a prendere servizio in casa del pittore per aiutare la famiglia rimasta senza reddito. Fra la ragazza e l'artista si instaura un rapporto di immediata confidenza, che non trascende in passione, ma che nella innocente purezza della giovane crea un forte turbamento. Col tempo la fanciulla mostra timidamente interesse e innata comprensione per la pittura. Notando la sua propensione naturale, l'accortezza con cui non muove di un millimetro, mentre spolvera, gli oggetti disposti in attesa di essere riprodotti, Vermeer le insegna come preparare i colori per i suoi dipinti, macinando ingredienti naturali che le manda a comprare di nascosto da tutti, creando così una sorta di segreta collaborazione che in Griet, e forse nello stesso artista, porta a una crescente inquietudine. L'autrice riesce con maestria a tratteggiare una sottile linea che, fra sguardi e sospiri, separa la passione per l'arte a quella sensuale che potrebbe scatenarsi fra amato e amante.

La giovane protagonista vive la sua situazione di sottoposta con orgoglio e coraggio, soffrendo la mancanza della famiglia, del padre malato, della madre che le ha insegnato tutto, del fratello costretto come lei a lavorare anzitempo, che poi farà una brutta fine e della sorellina piccola che morirà di peste senza che lei possa rivederla provocandole un grande dolore. Griet si abitua lentamente al cambio di vita cui è costretta anche per la differente religione praticata dai suoi padroni , in casa Vermeer, cattolico, trova quadri di crocefissioni e Madonne a cui non è abituata, ma è la passione per la pittura che la rende forte e orgogliosa di poter assistere e partecipare in qualche modo alla nascita di nuove opere d'arte. La giovane e piacente cameriera attira le brame del mecenate di Vermeer che vorrebbe circuirla, ma che si accontenterà del quadro che il pittore gli promette per distogliere le sue malevoli intenzioni e per mantenere buone relazioni con lui, essendo Van Ruijven la sua principale fonte di reddito. In realtà Vermeer prova un desiderio inconfessato e del tutto personale di ritrarla e lo farà nascostamente alla moglie che, fra un parto e l'altro (darà alla luce undici figli),troverà il tempo di nutrire una forte gelosia nei confronti della serva di casa. Gelosia e sospetto che aumentano durante il periodo in cui il marito, lavorando segretamente al quadro della ragazza, crea fra loro una maggiore complice intimità. Griet nel frattempo conosce Pieter, il figlio del macellaio dal quale viene mandata a fare spesa per conto della famiglia. Un bel ragazzo con i riccioli d'oro che se ne innamora e spasima per averla come moglie, lei non ricambia subito i suoi sentimenti anche se capisce che lui è l'unico futuro che si possa aspettare, così inizia con l'accettare le sue attenzioni in una sorta di fidanzamento ufficiale, fino a cercarlo e a farsi possedere una sera durante la lavorazione del quadro, quando l'attrazione per il pittore diventa un insostenibile desiderio carnale. ”Talvolta non faceva altro che starsene seduto, guardandomi come se aspettasse che io facessi qualcosa. In quei momenti non aveva l'aria del pittore ma dell'uomo, e facevo fatica a tenere gli occhi fissi nei suoi”. In quel periodo Griet dà prova di grande coraggio, sfidando le convenzioni del tempo che non approvavano la scelta di farsi ritrarre con le perle, assolutamente inadatte a una domestica, e soprattutto con le labbra dischiuse in segno di sfrontata trasgressione, ma la passione per l'arte, unita al desiderio di compiacere l'uomo che la ritrae, le consentiranno di arrivare fino in fondo, sfidando le critiche e i giudizi malevoli fuori e dentro le mura della casa dove vive. Quando il dipinto è ormai ultimato, a causa della perfida soffiata di una delle figlie, che odia Griet perchè ha ricevuto da lei uno schiaffo il primo giorno in cui prestava servizio da loro, la moglie di Vermeer scopre la verità, e va su tutte le furie. Quando, guardando il quadro, si avvede che il marito ha fatto indossare alla serva di casa i suoi orecchini di perle, decide di cacciare su due piedi la ragazza da cui si sente doppiamente insultata, poiché Vermeer le confessa di aver dipinto Griet anziché lei perché quest'ultima riusciva a capire meglio la sua arte. La giovane domestica, com'era destino, data l'ambientazione storica -sociale dell'epoca, “sensatamente” quando si trova per strada va a rifugiarsi da Pieter, che in seguito sposerà in una naturale e inevitabile conclusione. Lavorerà al banco della sua macelleria, conducendo una vita felice. L'unico rammarico che le resta è sapere se lui, il padrone, l'aveva amata par suo o se era stata per il grande pittore un interesse puramente professionale e la risposta arriverà, del tutto inattesa, quando oramai aveva smesso di chiederselo, totalmente presa dall'amore per i suoi due figli.Dieci anni dopo, infatti, invitata a casa dei suoi vecchi padroni, trova l'esecutore testamentario che, in ottemperanza alle ultime volontà di Vermeer, le farà consegnare dalla moglie del defunto pittore proprio gli orecchini di perla.

Un bel romanzo che comprende fantasia, romanticismo, passione e riscatto finale per la protagonista. Il libro si conclude (praticamente come si era aperto) con un ultimo sonoro schiaffo alla perfida figlia del pittore che chiede alla serva di consegnarle gli orecchini appena ricevuti . Uno stile scorrevole anche se a tratti leggermente attendista, ma fortemente introspettivo. Il finale lascia una vena di nostalgia per un amore fatto di parole non dette, di silenzi e di mani sfiorate, di sguardi proibiti, struggente addirittura in certi momenti come quando Vermeer mette l'orecchino a Griet e le asciuga le lacrime carezzandole il viso.

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MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

5 Settembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

MENDEL DEI LIBRI di Stefan Zweig

Stefan Zweig (1881 - 1942) nasce a Vienna, una delle capitali culturali europee di inizio ‘900; la sua formazione si completa tramite frequenti soggiorni all’estero. Si impone negli anni venti e trenta soprattutto come autore di novelle e biografie, diventando così molto popolare tra il grande pubblico dei lettori. Dal 1934, con l’ascesa del nazionalsocialismo, ripara a Londra e poi in altre città. Zweig è di origine ebraica; anche i suoi libri sono tra quelli messi al bando dalle autorità tedesche. La sua vita si chiude all’insegna del mistero e del dramma; nel 1942 si suicida insieme alla moglie a Petrópolis, in Brasile.

Il racconto si apre con una scena di pioggia a Vienna. Il protagonista si rifugia precipitosamente in un vicino caffè. L’uomo vi è entrato solo per sfuggire al maltempo. Ha bisogno di ricomporsi. Dopo qualche minuto inizia a guardare con attenzione il locale; i clienti, il personale, i mobili. Capisce di essere già stato lì quando era studente. Non sappiamo quanti anni siano passati da allora; apprenderemo che in mezzo c’è stata la drammatica cesura della Grande Guerra che ha radicalmente cambiato il mondo. Si ricorda che, seduto a uno dei tavolini del locale, un tempo c’era sempre il grande intellettuale Jakob Mendel. Veniva chiamato Mendel dei Libri; si trattava di un pittoresco erudito che aveva fatto di quel posto il suo ufficio. Faceva il rigattiere di libri; il narratore della vicenda da studente lo aveva avvicinato per avere aiuto nella ricerca di un testo di difficile reperibilità. Mendel aveva una memoria straordinaria; ricordava nel dettaglio un’infinità di libri (contenuto, copertina, prezzo) ed era in grado di procurarli. In cambio di consulenze e altro, accettava piccole somme. Si accontentava di vivere spartanamente, seduto dietro pile di volumi, immerso in una quasi continua lettura che svolgeva piegando ritmicamente avanti e indietro il busto. Il proprietario del locale e i suoi dipendenti lo stimavano; in particolare la signora delle pulizie, pur illetterata, gli si era affezionata. A lui si rivolgevano anche illustri studiosi. Una vita consacrata allo studio. Ma ora quel tavolino era tristemente vuoto. Nel caffè lavorava ancora la signora delle pulizie; per il resto, cambiata la gestione, non era rimasto nessuno del precedente personale. Ma cosa ne era stato di Jakob? La signora racconta all’ex-studente che dopo lo scoppio della Grande Guerra iniziarono i guai per il vecchio erudito che nei primi tempi del conflitto aveva continuato a leggere tutto il giorno, senza mutare le sue abitudini. Convocato dalla polizia per alcune innocue lettere mandate all’estero in Paesi che combattevano contro l’Austria, si scoprì che era cittadino russo, essendo nato nella Polonia zarista e non avendo mai provveduto a chiedere la cittadinanza austriaca. Era quindi uno straniero, cittadino di uno stato in guerra contro l’Impero di Francesco Giuseppe. Venne arrestato e poi internato, racconta la donna. Dopo oltre due anni durissimi, fu finalmente rimesso in libertà. Ridotto a uno straccio, tornò nel locale e si diresse verso il tavolino dove aveva passato oltre trent’anni. Lì, coccolato dal personale, cercò di riprendere la vita abitudinaria di prima. Ma era stanco, squattrinato e soprattutto il mondo intorno era cambiato. La nuova gestione finì per cacciarlo via, umiliandolo pubblicamente. Il vecchio proprietario invece era orgoglioso della sua presenza.

Mendel ci riporta ad altre figure della grande letteratura ebraica dell’Europa centrale e orientale (pensiamo alle opere di scrittori come Joseph Roth, Isaak Singer, Elias Canetti); incarna fino al parossismo l’amore per lo studio e la lettura che tuttora fa degli Ebrei un popolo estremamente dotto. La cacciata dal locale è l’espulsione dal suo mondo, dalla sua piccola patria e ricorda il destino errabondo del popolo israelita. L’uomo è vittima del ciclone della Grande Guerra; gli stati belligeranti accrebbero il loro potere e la loro interferenza nella sfera privata dei cittadini, motivata dalla ricerca, a volte paranoica, di delatori e nemici. L’internamento degli stranieri e dei sospetti di possibile intelligenza col nemico furono il risvolto drammatico di questa situazione; persone inoffensive patirono grandi sofferenze.

Ma Mendel è davvero esente da colpe? Si è detto che viveva di letteratura. Si riusciva a fargli alzare gli occhi dalle pagine solo parlandogli di libri. Le conversazioni non erano veri e propri dialoghi, bensì unilaterali sfoggi di erudizione e di conoscenza. Il grande intellettuale non si accorgeva di nulla, né delle piccole cose, né di quelle più serie. Non notava che il proprietario aveva migliorato l’illuminazione dell’ambiente (facilitandogli la lettura), non rilevava che nel frattempo era scoppiata la guerra. Viveva leggendo, o meglio leggeva (molto) vivendo (poco). Quando la polizia lo fece internare, fu costretto a scoprire la vita. La detenzione gli permise di conoscere anche il dolore degli altri. Eppure, il ritorno alla libertà mostrò che Jakob non era migliorato. Per gli antichi greci l’esperienza del dolore permetteva di crescere in conoscenza di sé e del mondo; ma per lui non fu così. Tornò come un automa nel vecchio locale, si sedette al suo tavolino senza dire una parola. Nemmeno ringraziò la signora delle pulizie che per anni gli aveva custodito le sue cose. Tentò pateticamente di riprendere l’esistenza di prima. Non provò a trasformare in comunicazione la sofferenza patita. Il vento aveva preso a soffiare in direzione contraria e le sferzate lo investivano direttamente sulla carne, dato che non aveva gli strumenti per reagire e difendersi. I libri non lo avvicinavano agli altri, ma erano un diaframma tra lui e il mondo. La vita, a lungo ignorata, si prese così una terribile rivincita, come capita anche a Kien, il bibliofilo protagonista di Auto da fè di Elias Canetti. La realtà non si fa ridurre a una sola dimensione senza poi presentare il conto. La novella può essere interpretata come un invito a non escludere e a non autoescludersi. Mendel ha rifiutato la pluralità, il dialogo, la condivisione. La sua indubbia erudizione si accompagnava a un fatale disinteresse per la vita. Senz’altro è una vittima dell’arroganza del potere, ma è anche vittima di se stesso e della sua monomania.

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“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

4 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

Non saprei stilare una classifica dei migliori piloti di autovetture da corsa, ma posso affermare con certezza che Tazio Nuvolari fu sicuramente uno dei più grandi di tutti i tempi. Improbo fare confronti con gli odierni piloti, che guidano autovetture dalle sofisticate apparecchiature elettroniche, dotate di potenti motori turbo che scivolano su lucidi asfalti auto drenanti, quelli erano anni fatti di strade polverose, di mani sporche di grasso, di rumore assordante del motore che spaccava i timpani e di smisurato coraggio. Ferdinand Porsche lo definì “il più grande pilota del passato, del presente e dell’avvenire”, Nuvolari è rimasto nell'immaginario collettivo per tanto tempo come unico, insuperabile e, ancora dopo molti anni dalla sua morte, Lucio Dalla trovò parole stupende per scrivere una canzone a lui dedicata. Ascoltando queste note si riesce quasi a vederlo sfrecciare in una nuvola di polvere, concentrato nella guida della sua auto mentre taglia il traguardo:

Nuvolari è basso di statura, Nuvolari è al di sotto del normale, Nuvolari ha cinquanta chili d'ossa, Nuvolari ha un corpo eccezionale, Nuvolari ha le mani come artigli, Nuvolari ha un talismano contro i mali, Il suo sguardo è di un falco per i figli, i suoi muscoli sono muscoli eccezionali! Gli uccelli nell'aria perdono l'ali quando passa Nuvolari!

Fu veramente un pilota fuori dalla norma e non solo con le auto, la sua storia, divenuta leggenda, ci rimanda l'immagine di un uomo magro e basso con occhi e capelli scuri, un sorriso serrato, ma accattivante, uno scavezzacollo, istintivo, spericolato, capace di superare sempre ogni limite. Un uomo appassionato e appassionante, infervorato e impaziente. E queste sue qualità le dimostrò non solo correndo, ma anche nelle sue scelte di vita. Le sue specialità furono la tecnica per affrontare le curve e lo scarso rapporto che aveva con l'uso dei freni. La testimonianza che rese Enzo Ferrari dopo essere salito in auto con lui la prima volta, fu di aver avuto l'impressione che Nuvolari sbagliasse l'impostazione delle curve, ma poi si era reso conto che il pilota era tranquillo, “non sembrava uno che rischiasse di andare fuori strada ogni volta.” Nuvolari prendeva tutte le curve affrontandone l'interno senza toccare mai i freni e usando al contrario l'acceleratore premendolo o lasciandolo per stringere o allargare la traiettoria, in una sorta di derapata che lo faceva poi trovare dritto all'uscita della curva. Una tecnica che il patron del cavallino rampante definì da infarto. Un uomo dicevamo pieno di entusiasmo, non poteva non attirare, durante la sua brillante carriera, l'attenzione di un altro grande uomo il poeta soldato Gabriele D'Annunzio che lo volle ospite al Vittoriale in più di una occasione. Li legavano la comune passione per il rischio, la brama per i motori sempre più potenti, (il Vate aveva un' Isotta Fraschini), la febbre per la velocità e il coraggio di tentare ogni volta l’impossibile. Si stimarono e si capirono da subito, fin dal primo incontro restarono a parlare per sette ore. Non ci è dato sapere cosa si dicessero, ma mi piace immaginare che si raccontassero le loro imprese o discorressero di donne e che Tazio, sorridendo, lo mettesse a parte di quella scommessa che una volta vinse convincendo una signorina a salire in auto con lui durante una gara, per baciarla poi mentre sfilava a 150 all'ora sotto le tribune. Impresa che gli valse, da quella volta in poi, la presenza della moglie a ogni Gran Premio. In seguito D'Annunzio, come amava fare coi personaggi che gli erano cari, gli affibbiò un nomignolo e Tazio divenne per tutti il “mantovano volante”. Gli fece dono di una sua fotografia autografata e di un ciondolo d'oro a forma di tartaruga dicendogli “all'uomo più veloce, l'animale più lento”. Tazio da allora considerò quella piccola tartaruga il suo simbolo, lo teneva costantemente appuntato alla maglia, lo fece stampare sulla carta da lettere e diede disposizione affinché venisse dipinto sulla fiancata del suo aereo personale. Ne fece addirittura riprodurre alcune copie che regalò poi alle persone care o da lui ritenute “importanti”. Quel piccolo amuleto restò appuntato al petto del pilota per tutta la vita e morendo lasciò come disposizione di volerlo addosso anche per il funerale insieme agli abiti della sua tenuta da corsa: il maglione giallo con le iniziali, i pantaloni azzurri, il gilet di pelle marrone, il fiocco tricolore al collo, il caschetto bianco, la cintura nera di coccodrillo e a fianco il suo volante preferito. Lo stesso che nel 1946, durante una corsa, gli rimase fra le mani e che passando dal rettilineo del via mostrò al pubblico in delirio. Il grande “Nivola”, soprannome attribuitogli “vox populi, non si dette per vinto nemmeno in quell'occasione, portò l'auto ai box sterzando con una chiave inglese, fece sostituire il volante e terminò una gara oramai compromessa, rimontando fino alla tredicesima posizione. In quegli anni non vinceva più come un tempo, ma era sempre lui a “dare spettacolo”.

Tazio Nuvolari era nato a Castel d'Ario in provincia di Mantova il 16 novembre del 1892 da una famiglia benestante di agricoltori. La passione per i motori gliela aveva trasmessa lo zio Giuseppe che forniva al nipote biciclette e moto e che per primo gli insegnò a muoversi con agilità sulle due ruote, facendolo sedere sulla sua motocicletta per insegnarli a guidare. Tazio aveva allora solo tredici anni, ma una notte, preso dalla frenesia dei motori, “rubò” l'auto del padre e partì percorrendo un tratto di strada in campagna illuminata solo dalla luna. Fece ritorno poco dopo, orgogliosamente incolume e con l'auto intatta, in seguito raccontò schernendosi: “Andavo solo a trenta all'ora!” Data la sua costituzione mingherlina e la sua bassa statura si pensò anche che avrebbe potuto avere una carriera da fantino, ma fu proprio il calcio di un cavallo a rompergli una gamba e a lasciargli una leggera zoppia come ricordo per tutta la vita. In realtà Tazio preferiva il cavallo a due ruote, con un motore rombante che sentiva ruggire fra le gambe e che sapeva governare a dovere. Iniziò a guidare la motocicletta ancora ragazzino, scorrazzando per il paese e facendo acrobazie che lasciavano tutti a bocca aperta, acquisendo una notevole abilità che lo portò a essere scelto come autiere, durante il servizio di leva, prestato dal 1912 al 1913. Quando poi scoppiò la prima guerra mondiale fu richiamato alle armi e gli fu affidata la guida delle autoambulanze. Tazio non aveva paura di niente, correva come un matto per recuperare i feriti e un giorno finì fuori strada, per fortuna senza gravi conseguenze, così il suo ufficiale comandante, nel fargli il cicchetto che gli spettava azzardò anche un “Dammi retta, lascia perdere, l'automobile non fa per te “. Nessuna previsione fu mai così errata. Il suo carattere impaziente e impulsivo si mostrò anche quando, tornato dalla guerra per una licenza, conobbe in paese Carolina, una ragazza di cui si innamorò perdutamente, così per non aspettare permessi e consensi la “rapì” nella più classica delle fuitine e la sposò solo civilmente il 10 novembre a Milano. Fu una scelta fuori dal comune per l' epoca, ma la sua serietà in campo sentimentale non fu mai smentita e la moglie rimase il suo grande amore per tutta la vita. Dalla loro unione nacquero due figli e Giorgio, il primogenito, venne alla luce già prima della fine della guerra nel settembre del 1918. La passione di Tazio per i motori continuò anche dopo la fine del conflitto, nel 1920 ottenne la licenza di corridore motociclista e in giugno dello stesso anno esordì al Circuito Internazionale di Cremona. La prima vittoria alla guida di una motocicletta arrivò l'anno successivo. Aveva fatto esperienza correndo con moto di sua proprietà, era diventato un vero pilota professionista e, trascorso ancora qualche anno in un crescendo di vittorie, si coronò col titolo di campione italiano della classe 500. Entrato come motociclista nella scuderia della Freccia Azzurra, nel 1926 a Stoccarda ebbe un pauroso incidente. Era arrivato in ritardo e non aveva provato il circuito, così a causa di un fondo stradale scivoloso, sbandò e a tutta velocità andò a schiantarsi con la moto contro un albero. Quando lo raccolsero, aveva perso i sensi e in un primo momento lo diedero per spacciato. Giunto all'ospedale, di una sospetta commozione cerebrale, e choc traumatico, furono confermate solo numerose fratture in varie parti del corpo che non gli impedirono, comunque, di ripartire l'indomani stesso in treno per far ritorno in Italia. Lo spirito fiero e indomito non si era fiaccato e ai giornalisti che gli confessarono di averlo creduto morto rispose: “Se mi danno per cadavere, aspettate sempre tre giorni prima di piangere, non si sa mai.” La sua passione per i motori lo aveva portato ad alternare corse in moto e corse automobilistiche, essendosi messo in luce per alcune gare vinte in Italia e all'estero proprio con le auto, venne contattato dall'Alfa Romeo per un provino all'autodromo di Monza. Nuvolari era l'ultimo di tutti i piloti chiamati per il test e l'auto arrivò nelle sue mani che era al limite, Tazio non si scoraggiò e, per fare bella figura, spinse al massimo l'acceleratore, ma qualcosa non funzionò a dovere e alla curva di Lesmo sbandò, distrusse l'autovettura e venne ricoverato in ospedale con gravi ferite e fratture. Di lì a poco doveva disputarsi il Gran Premio motociclistico delle Nazioni a cui non intendeva assolutamente rinunciare, così, appena una settimana dopo lo spaventoso incidente, si preparò a gareggiare sopportando dolori atroci in tutte le parti del corpo. Per resistere meglio indossò un pesante busto di cuoio che lo teneva bloccato alla sella e si fece bendare stretto, in modo da essere quasi “ingessato ” nella posizione di guida. Uno dei medici che lo aveva aiutato e visto salire stoicamente sulla motocicletta, ebbe a pronunciare una frase che restò famosa nel tempo: “E' matto come un cavallo, dovremmo ricoverarlo in manicomio”, ma “Nivola”mise tutti a tacere e tagliò il traguardo da vincitore. Grazie al crescente successo incominciò a guadagnare a sufficienza per pensare di aprire una sua scuderia a dispetto dell'Alfa Romeo che, dopo il disastroso provino, non lo aveva messo sotto contratto. Così nell’inverno tra il 1927 e il 1928 decise di puntare esclusivamente sull’automobile e, comprate quattro Bugatti grand prix, fondò la scuderia Nuvolari. Le prime soddisfazioni non tardarono ad arrivare e nove giorni dopo la nascita del suo secondogenito Alberto, l'11 marzo 1928 festeggiò vincendo la sua prima prestigiosa gara internazionale nel Gran Premio di Tripoli. Tazio, tra il 1928 e il 1929, iniziò a inanellare una serie di successi, in ogni gara riusciva sempre a mettersi in luce in qualche modo correndo come un matto, duellando con i piloti più affermati senza mai arrendersi e anche se le sue Bugatti erano di cilindrata inferiore, quando non vinceva, riusciva comunque a dare del filo da torcere ai campioni in carica. Tutti iniziarono a capire di che stoffa era fatto il pilota di Mantova e allora il patron dell'Alfa Romeo si dovette ricredere e lo ammise in scuderia dicendo: “Prendiamolo, questo Nuvolari, e che Dio ce la mandi buona!” Nel 1930 Tazio correva la sua prima Mille Miglia con un'Alfa Romeo e si trovò a sfidare il suo eterno rivale, ma anche amico, Achille Varzi, che lo conosceva dai tempi delle gare motociclistiche e che, per un breve periodo, aveva corso per lui nella sua scuderia. Nuvolari voleva battere a ogni costo il suo antagonista di sempre, così, durante la corsa, che si teneva anche nelle ore notturne, tallonò il suo avversario a fari spenti e li riaccese un attimo prima di superarlo sul rettilineo di arrivo e tagliare il traguardo per primo, beffandolo irrispettosamente. Da quel momento in poi la sua rivalità con Varzi divenne insanabile, si fronteggiarono spesso, alternandosi sul podio infiammando il pubblico italiano diviso fra il preciso, rigoroso, a tratti gelido Varzi e il fantasioso, prode e sorprendente “Nivola”. Anche Mussolini, oltre al Vate divenne un fan accanito del “mantovano volante” e lo invitò a Roma a Villa Torlonia. Già appassionato di automobili, proprietario di un'Alfa Romeo spider che amava guidare a forte velocità, seguiva le corse nutrendo per il campione grande stima e rispetto: “Ecco un italiano a cui tutti gli italiani dovrebbero ispirarsi”. In quello stesso periodo l'Alfa abbandonò le corse e il parco auto fu ceduto a Enzo Ferrari che sostituì alle autovetture il simbolo del quadrifoglio con il cavallino rampante avuto in dono dalla madre di Francesco Baracca. Tazio con la sua Alfa -Ferrari stravinse sette gare con vittoria assoluta nel 1931, i successi continuarono nel 1932, un anno trionfale, che lo vide su sedici gare disputate, sette volte vincitore assoluto, tre volte secondo, tre volte terzo, una volta quarto, una sesto e una sola volta ritirato. E ancora più ricco di trofei fu il 1933: undici vittorie in tutto. Quello fu anche l'anno del divorzio da Ferrari, di cui Nuvolari voleva diventare socio, ma il patron del cavallino, che non era meno testardo di lui, gli indicò tranquillamente la porta, inutile dire che Tazio, rimessosi in proprio, si fece preciso dovere di vincere e ci riuscì, quasi sempre, fino all'avvento delle “tedesche “. La ruota stava girando e la superiorità dei bolidi tedeschi diventava schiacciante, per fare fronte comune Tazio fece pace con Ferrari e riuscì ancora una volta a stupire tutti con una vittoria impossibile, proprio nel G.P. di Germania del 1934. Nel 1935 riuscì ancora a battere il record assoluto di velocità con 330,275 km/h e, nel 1936, nonostante l'ennesimo brutto incidente che lo vide correre nelle gare successive con due vertebre incrinate e pieno di ammaccature, riuscì a dare smacco ai tedeschi in diversi gran premi. Ancora una volta si trovò contro il suo avversario di sempre Achille Varzi, che era passato nelle scuderie tedesche. Arrivò il 1937 un'annata nera in assoluto per l'asso del volante; i tedeschi, pressoché invincibili la facevano da padroni su ogni circuito. L’Alfa di Nuvolari prese fuoco ed egli si salvò lanciandosi in corsa dall’abitacolo. Il resto della stagione registrò un altro incidente in prova, poche corse disputate e una sola vittoria, ma il dolore più grande per Nivola fu la morte prematura del suo primogenito che si spense a causa di una miocardite a soli 19 anni, mentre lui era in viaggio. Un avvenimento che lo segnò profondamente e forse per la prima volta in vita sua le spalle si piegarono un poco sotto il peso della sconfitta. L'anno successivo capito che oramai con le auto italiane non sarebbe più riuscito a mantenere i suoi abituali livelli, decise di abbandonare le corse, fece un viaggio negli Stati Uniti con la moglie, ma dopo poco venne contattato dalla Auto Union e passò sotto contratto con i tedeschi. Tazio da quel giorno aggiunse alla sua normale tenuta da corsa un nastrino tricolore che teneva al collo in bella vista, per dimostrare a tutti il suo immutato amor di Patria e l'orgoglio di essere Italiano anche se era passato a correre per il Terzo Reich. Con la nuova macchina, costruita da Porsche, Nuvolari ottenne nuovamente grandi successi, coronò il sogno di vincere ancora il G.P. di Monza in Italia e, con le sue performance, mandò in visibilio gli spettatori tedeschi. Durante le prove nel circuito di Donnington, in Inghilterra, un cervo sbucò all'improvviso nella pista, Tazio, che sopraggiungeva a 130 all'ora, non riuscì a evitarlo e lo colpì in pieno, mantenne però il controllo della vettura evitando di finire contro il parapetto di un ponte che aveva di fronte. Lo spettacolare incidente gli valse anche le simpatie del pubblico inglese che, recuperato il cervo, gli fece recapitare la testa. Nivola, soddisfatto, ne fece un trofeo da appendere al suo studio. Nel successivo 1939 a Belgrado consegnò l'ultima vittoria alle Silberpfeil (Frecce d'argento) era il 3 settembre e la seconda guerra mondiale era cominciata da due giorni. Solo la guerra era riuscita a fermare Nuvolari, ma nel 1946 Tazio riapparve sulla scena, indomito anche se invecchiato e stanco. Soffriva di disturbi allo stomaco causati dai gas di scarico, ma a fiaccarlo definitivamente fu la malattia che gli strappò anche il secondo figlio, appena diciottenne. Disperato, si aggrappò alle corse per sopravvivere o cercando forse una fine non meno disperata. Solo un mese dopo la sepoltura del suo ultimo erede, a Marsiglia, in spregio a ogni pericolo, correndo contro la sorte e sperando forse a una curva di incontrare la fine, toccò invece nuovi record di velocità. Nel 1947, quando aveva già 55 anni, compì l'impresa che, anche se non lo vide vincitore, lo riportò nel cuore degli Italiani, se mai lo avevano dimenticato. Si correva la Mille Miglia, Tazio si portò in testa resistendo alla pioggia, all'estenuante susseguirsi delle ore alla guida, sopportò gli accessi di vomito sempre più forti, ma quando la pioggia insistente aveva oramai riempito l'abitacolo della sua piccola spider, fu costretto a fermarsi, aprire lo sportello per liberarsi dell'acqua e, anche se ripartì subito dopo, oramai era stato superato. L'anno successivo si vide l'ultimo colpo di coda di un campione che non voleva desistere, non aveva un'autovettura sua e non correva per nessuna casa automobilistica, ma si presentò a Brescia per salutare gli amici in partenza per la Mille Miglia, qualcuno gli offrì una Ferrari e non si fece ripetere l'invito. Tazio correva sempre più veloce per sfuggire al peso del suo dolore che non lo abbandonava mai e a Pescara fu primo assoluto, a Roma arrivò con dodici minuti di vantaggio sul secondo, a Livorno venti, a Firenze trenta, ma non voleva arrendersi all'idea che la macchina, sottoposta a ritmi insostenibili, stava cedendo. Durante la strada perdeva pezzi, prima un parafango, poi il cofano, erano saltati gli attacchi dei sedili e gli rendevano la postazione guida incerta e traballante, Giunto nei pressi di Reggio Emilia, il tracollo: cedette il perno di una balestra e fu costretto a fermarsi. Fu negato a lui ma soprattutto agli Italiani il lieto fine di una favola che li aveva fatti sognare come nessuno prima e come pochi dopo nella storia delle corse. L'incredibile carriera di Nuvolari si chiuse nel 1950, in 30 anni tra auto e moto aveva disputato 353 corse, conquistando 105 vittorie assolute e 77 di classe e facendo registrare per 100 volte il giro più veloce. Fu sette volte campione italiano e conquistò cinque primati internazionali di velocità. Tazio, oramai malato, smise di correre senza mai annunciare pubblicamente il proprio ritiro. Passati poco più di tre anni “Nivola”, “ il mantovano volante”, se ne andò per sempre, in silenzio, alle sei del mattino dell'11 agosto 1953, era un martedì. Il giorno dei suoi funerali sulla piazza gremita di oltre cinquantamila persone venute da ogni dove per tributargli l'ultimo saluto, dalla facciata della basilica di Sant'Andrea a Mantova pendeva uno striscione scritto dai suoi ammiratori “Correrai più veloce per le vie del cielo.”

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”
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