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LA PAURA DI GABRIEL CHEVALLIER (1895 – 1969)

1 Dicembre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

LA PAURA DI GABRIEL CHEVALLIER (1895 – 1969)

Chevallier, soldato nella Grande Guerra, pubblica La paura nel 1930; il libro verrà ritirato dal commercio nove anni dopo per decisione comune dell’editore e dello scrittore, nel timore che un libro così crudo demoralizzasse i soldati nell’incipiente seconda guerra mondiale.

L'alter-ego dell'autore, Jean Dartemont, si muove nella Parigi dell’estate del 1914; siamo nelle ultime settimane di pace prima dell'esplodere del conflitto. Il giovane non ama il mondo militare e assiste con preoccupazione al montare del furore nazionalista che porta per esempio alcuni fanatici a malmenare un signore che in un caffè si rifiuta di cantare la Marsigliese. Si arruola comunque come volontario per partecipare all'avventura. Tutto il Paese, a digiuno di guerre vere da oltre quarant’anni, è animato da fervore patriottico. Il clima, come nelle altre capitali europee, è raggiante. Si pensa a una facile guerra di conquista.

Nel periodo di addestramento Jean si rende conto che l’esercito si regge sulle fragili gambe dell’improvvisazione e della supponenza. Ne farà le spese al fronte; infatti, ferito seriamente in un attacco cui ha preso parte brandendo bombe a mano che non sapeva usare, ha un lungo periodo di convalescenza. In ospedale, a contatto con le infermiere piene di convinto e ingenuo patriottismo, ha modo di delineare il suo manifesto antieroico, cozzando contro propaganda, retorica, eroismi più o meno strumentalizzati. Spiega che la patria di ogni uomo non si chiama Francia o Germania, ma è la Terra stessa. La paura è pienamente giustificata; il coraggio autentico nasce da essa. Inoltre aggiunge:

Il gesto dell'eroe è un parossismo di cui ignoriamo le cause. Al culmine della paura si vedono uomini diventare coraggiosi, di un coraggio terrificante perché disperato. Gli eroi puri sono rari quanto i geni. E se per avere un eroe bisogna massacrare diecimila uomini, preferisco fare a meno degli eroi”.

Come si fa, d’altronde, a dominare la paura prima di un attacco o sotto un bombardamento? Ci sono anche ufficiali tronfi e sadici che spaventano più del nemico. Le descrizioni della vita di trincea e dei patimenti sotto le granate dei tedeschi ci ricordano la scrittura di Carlo Salsa (il suo Trincee è già stato recensito su questo blog). Qualche esempio:

"Siamo prigionieri di un'Apocalisse. La terra è un edificio in fiamme con le porte murate. Stiamo per arrostire in questo incendio". Oppure: "Siamo dei vermi che si contorcono per sfuggire alla vanga".

La paura e le sue conseguenze dominano, tanto che cameratismo e amicizia brillano principalmente nel periodo della convalescenza in ospedale; poi al fronte si pensa a se stessi, si distoglie lo sguardo dal compagno morente, si invidia chi ha ricevuto un incarico che lo porta nelle retrovie, si giustifica implicitamente l'imboscato di turno perché si vorrebbe essere al suo posto. L'angoscia compromette anche la solidarietà, almeno in parte. Un altro danno della guerra è il prostrarsi della parte spirituale dell'uomo; un giovane colto come Jean è costretto a lavori duri, vivendo appiattito nella miseria della vita di trincea dove la sopravvivenza è l’unico scopo. Gli schiavi, osserva, non si ribellano perché i capi li spossano e tolgono loro anche la forza per immaginare una rivolta. L’autore è severo sia con i popoli sia con i loro dirigenti che hanno permesso il grande massacro, nascondendolo con palate di retorica. Gli uomini, ci dice lo scrittore con frasi decisamente attuali, sono pecoroni e credono a tutto ciò che si sentono raccontare: “Scelgono capi e padroni senza giudicarli, con una funesta inclinazione per la schiavitù".

Ma in ultima analisi, sono i capi ad avere le colpe più grandi. Avrebbero dovuto evitare la catastrofe che portò milioni di uomini ad abbandonare la vita civile per andare ad ammazzare. Forse non sapevano dove si stava andando, si potrebbe rispondere. La replica di Chevallier è dura:

“Se noi non sapevamo dove stavamo andando, almeno i capi avrebbero dovuto sapere dove stavano portando le loro nazioni. Un uomo ha il diritto di essere stupido per proprio conto, ma non per conto degli altri”.

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