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Irma la maestra

4 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #racconto

Irma la maestra

La signora Irma si muoveva nel suo piccolo appartamento con agilità nonostante l'età avanzata. Certo, dire che si muoveva è un'esagerazione per i 50 metri quadrati scarsi di casa in cui si era ridotta. La vecchia bella grande casa l'aveva venduta tanti anni fa per aiutare l'unico nipote che aveva, rimasto solo al mondo, una tragedia che ancora non aveva superato. Per lei, sola, fu un sacrificio neanche troppo grande, per il nipote lontano fu una salvezza, per fortuna Giuseppe non si era dimenticato di lei. Sempre una telefonata e, nonostante la distanza, una visita al mese. La portava fuori a pranzo dopo aver visitato un museo, una mostra. E in quelle poche ore che passava da lei riusciva anche a sistemare i piccoli danni dell'appartamento.
Giuseppe le aveva cambiato le lampadine vecchie con quelle nuove che consumavano di meno, le aveva fatto un nuovo abbonamento al telefono per farla risparmiare, insomma faceva di tutto per facilitarle la vita che con la crisi diventava sempre più difficile da vivere con la sua pensione di statale. Irma era stata maestra, Irma la maestra, come la conoscevano tutti nel suo vecchio quartiere. In quello nuovo era una delle tante pensionate deportate per lasciare le case ai figli o ai nipoti. Ma Irma non si lamentava, le andava bene così, aveva i suoi libri, la sua musica e il suo gatto.
Le difficoltà economiche, che nascondeva al nipote, l'avevano portata ad aprire la porta di casa al gatto in modo che anche lui si desse da fare, che cercasse un po' di cibo al di fuori delle mura domestiche, scatolette e croccantini, per quel mangione, non bastavano mai. Aveva dovuto scegliere se mantenere il gatto o mantenere se stessa. Giuseppe ogni tanto le lasciava un po' di soldi, mai tanti perché anche lui se la passava mica tanto bene con la cassa integrazione a singhiozzo come la moglie e poi aveva due figli da mantenere agli studi. Irma riusciva a nascondere le sue difficoltà alla famiglia di Giuseppe, non voleva caricarlo di altri pensieri.
L'anziana maestra girava per casa, spostava una sedia, metteva a posto un libro, perdeva tempo, in parole povere. Ogni tanto un'occhiata all'orologio in attesa che arrivassero le tredici. A quell'ora scendeva in strada e si avviava alla fermata dell'autobus che l'avrebbe portata, in poche fermate, in un quartiere vicino dove c'era il mercato rionale. Era diventata un'occupazione che ripeteva tre volte a settimana dopo il quindici del mese, quando i soldini iniziavano a scarseggiare. Arrivava al mercato e si posizionava in uno degli angoli della piazza rettangolare lasciata in eredità alla città dal Duce. Da quella posizione attendeva che i banchi iniziassero a chiudere e verso le quattordici, con la sporta al gomito come si usava un tempo, iniziava il suo percorso. Non rovistava, questo no, ancora non c'era arrivata, ma sapeva dove gli operatori del mercato lasciavano le cassette con la verdura e la frutta non più vendibili e lì si serviva, sceglieva anche con cura. Velocemente faceva il suo giro e velocemente spariva dal mercato senza mai prendere più di quello che le sarebbe potuto servire. Sapeva che dopo di lei sicuramente sarebbero passate altre persone bisognose.
Nonostante ripetesse questa operazione in un mercato di un quartiere a lei sconosciuto e dove lei stessa sarebbe dovuta essere una sconosciuta, non sapeva che era stata notata, casualmente, proprio da uno dei proprietari dei banchi di frutta e verdura. L'uomo aveva visto questa signora vestita dignitosamente, pettinata e pulita e all'inizio si era stupito che prendesse le cose che lui scartava ma che non buttava nei secchioni perché sapeva del "mercato" non ufficiale che si apriva quando loro chiudevano. Gli dispiaceva vedere che la crisi non risparmiava nessuno e che, anzi, sempre più pensionati riducevano le quantità di merce acquistata.
Irma, dopo la sua spesa, tornava a casa e pranzava, con calma, senza preoccupazioni di orario, in fin dei conti era l'ora in cui mangiava anche quando insegnava. Appena finito, puliva la frutta, la metteva nei contenitori e la riponeva in frigorifero. Puliva la verdura, la lavava, la cuoceva e la divideva in due come per la frutta e anche la verdura andava in frigo. Ogni tanto rifletteva sul come si era ridotta, sul perché la sua pensione non le bastasse più dopo tutti i sacrifici che aveva fatto e faceva. Aveva anche messo da parte il cellulare che il nipote le aveva regalato, o meglio, lo aveva sempre con sé ma non lo usava mai per chiamare ma solo per ricevere. Per risparmiare telefonava solo dal fisso a costo zero. Aveva anche preso l'abitudine di prendere i libri in biblioteca, anche se le costava un lungo viaggio in autobus. E proprio leggendo attendeva che arrivasse la sera. Alle diciannove apriva il frigo, prendeva metà della frutta e della verdura, metà del pane comperato la mattina e scendeva di un piano, tirava fuori le chiavi ed apriva la porta del pianterreno. Andava in cucina e metteva frutta e verdura nel frigorifero della vicina. Poi andava nella camera, l'unica a parte la cucina, da letto, prendeva il libro sul comodino e, dopo aver salutato con un bacio l'uomo sdraiato sul letto, iniziava a leggere riprendendo dal punto dove l'aveva lasciato il giorno prima e leggeva fino al ritorno della moglie dell'uomo.
Il fruttivendolo ormai aveva memorizzato i giorni e l'orario della spesa della signora Irma e non sapendo come fare per aiutarla senza recarle offesa, aveva iniziato a lasciare un sacchetto con frutta e verdura buona. Sapeva che lei sarebbe stata la prima visitatrice e che non correva il rischio che altri la prendessero al suo posto. L'uomo aveva l'idea di conoscere la signora delle due, come la chiamava parlando con la moglie. Era convinto che avesse avuto una parte nella sua vita ma non riusciva a focalizzare il dove e il quando. Forte di questa convinzione aveva deciso di scoprire chi fosse e quel giorno, chiuso il banco, si mise in macchina ad attenderla. La segui nel suo percorso verso casa e vide dove abitava. Attese qualche minuto e poi andò a controllare i nomi sui citofoni. Irma C. lesse e gli si affollarono nella mente molti ricordi. La Maestra Irma, ecco chi è, quella che mi diceva sempre che ero uno zuccone perché studiavo poco, che mi arruffava i capelli la mattina quando entravo e all'uscita. La Maestra Irma che mi ha insegnato a leggere e scrivere e far di conto. La Maestra Irma che non ha mai urlato con nessun bambino, nemmeno i più agitati. Con gli occhi lacrimosi, risalì in macchina e tornò a casa.

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Marco Saverio Loperfido, "Claude Glass"

3 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Marco Saverio Loperfido, "Claude Glass"

Claude Glass

Marco Saverio Loperfido

Annulli Editori, 2014

pp. 159

12,00

Il paesaggista si piazza alle spalle a ciò che vuole ritrarre e proprio grazie allo specchio convesso lo vede tutto racchiuso davanti a sé. Non trovi che ci siano delle similitudini con il tuo modo di guardare l’Italia, ovvero attraverso la lente del mio sguardo, posto dietro di te nel tempo? Pag 73)

Coloro i quali nel settecento ritraevano paesaggi ad acquarello, usavano il claude glass, il cui nome ricorda Claude Lorraine. Il claude glass era un piccolo specchio convesso e annerito, da usare posizionandosi con le spalle rivolte verso ciò che si voleva dipingere. Lo specchietto creava una migliore inquadratura della scena e un ammorbidimento dei colori che prendevano così una sfumatura languida. Era usato anche dai viaggiatori dell’epoca.

Claude Glass” è anche il titolo del romanzo d’esordio di Marco Saverio Loperfido, per la Annulli editori. Il romanzo si rifà alla tradizione della “simulazione del vero” con l’espediente del ritrovamento del manoscritto o delle lettere. Nello specifico, Claude Glass è il nome di un negozio di robivecchi nel quale il protagonista, Sebastiano Valli, trova, chiusa nel cassetto di un mobile, una lettera scritta da Robert Grave, giovanotto inglese, giunto in Italia nel 1792 per fare il Gran Tour, cioè quel giro d’istruzione finanziato dai genitori che erano soliti compiere i ragazzi della buona società anglosassone. Spinto da un impulso bizzarro, Sebastiano risponde alla lettera. Inizia così un favoloso carteggio fra due uomini che vivono a distanza di duecento anni l’uno dall’altro. Robert e Sebastiano diventano amici, approfondiscono la reciproca conoscenza, aprono l’un l’altro il proprio cuore, litigando e riappacificandosi, come capita spesso nelle amicizie reali e in quelle virtuali. Anche Hollywood ha sfruttato la trovata dell’epistolario sfasato nel tempo in alcuni film, ci viene in mente “La casa sul lago del tempo” di Alejandro Agresti, a sua volta remake di un film coreano.

I tempi divergenti di Sebastiano e Robert si avvicineranno sempre più, le donne amate avranno lo stesso nome, fino alla conclusione che, pur lasciando aperte tutte le possibilità, fa intuire la probabilità di una sovrapposizione dei due. Forse Robert Grave è solo una proiezione di Sebastiano, il suo bisogno di vedere la realtà con gli occhi del passato o, meglio ancora, di “tornare” al passato.

Già, vedere. Perché l’argomento del romanzo, e del carteggio, è il paesaggio. Stupisce che i due non si raccontino più particolari della loro vita e dell’esistenza nelle reciproche epoche. Tutto è basato sul loro modo di percepire ciò che li circonda, ovvero il paesaggio della Tuscia. L’autore, Marco Saverio Loperfido, si occupa di sociologia visuale, cioè l’indagine dei fenomeni sociali attraverso le immagini fotografiche. E i nostri due protagonisti, quello contemporaneo e quello del settecento, sono interessati a cogliere aspetti di paesaggio e di vita locale, attraverso la pittura l’uno e la fotografia l’altro. Il panorama indagato, come abbiamo detto, è, sulla scia di Pasolini, quello a metà fra Toscana, Umbria e Lazio, cioè la Tuscia, di cui Loperfido ha realizzato la mappatura a piedi. E se lui è Sebastiano che si guarda intorno e cerca di ritrovare il bello in ciò che vede, Sebastiano è, a sua volta, Robert, che cammina per valli, colline e cittadine, luoghi ancora oggi di grande fascino, quanto mai pittoreschi per i viandanti inglesi a caccia di vedute alla Claude Lorraine. Questo camminare a piedi serve a recuperare lo sguardo lento e intimo che la nostra attuale velocità ci ha tolto, per ritrovare, assaporandoli, scorci di bellezza autentica, in mezzo alla modernità che deturpa e imbruttisce.

Ecco la mia epoca, Robert. Vicino all’arte lo spreco e l’incuria. Ma forse qual cosina di più… forse sono un po’ troppo tenero. Quel palazzo è uno sfregio alla meraviglia del passato, una cicatrice sulla guancia della Monna Lisa, una bestemmia per chi ama il dio Pan della natura, o Venere, dea della bellezza. Io sono indignato, schifato, annichilito da tutto questo che, purtroppo, è solo un esempio fra tanti. Hanno stuprato il passato, lo hanno rinnegato, ce l’hanno tramandato alterato in modo che non potessimo amarlo. Ma il passato era troppo bello e ha continuato a parlarci, seppur con un filo di voce, agonizzante.” (pag. 76)

La riflessione filosofica si mescola alla vista e alle considerazioni. Sebastiano si chiede se ciò che oggi gli appare brutto e sgraziato non acquisterà forse fascino col tempo. E si chiede anche se le rovine del passato non vadano lasciate preda della vegetazione, che forse le degrada ma le rende parte del pianeta, mentre ciò che viene preservato in un museo, catalogato, recintato, in realtà smette di vivere e di appartenerci.

Claude Glass” è un romanzo che può essere letto a tanti livelli, ad esempio quello lampante della denuncia: gli italiani distruggono la loro terra, pronti a sacrificare bellezza e natura sull’altare della necessità. Sono le parti meno attraenti del libro, perché assumono il tono d’invettiva sgraziata, persino di turpiloquio, mentre, al contrario, assurge a altezze liriche la professione d’amore che entrambi i protagonisti, quello remoto e quello contemporaneo, esprimono con toni accorati per la nostra Italia.

Un altro, forse meno evidente ma non certo trascurabile, livello di lettura è quello dell’epistolario virtuale, così frequente nella nostra era social. Chi non ha un’amicizia o un amore in rete, ormai? Robert e Sebastiano si affezionano senza vedersi, anelano all’incontro, che forse avverrà o forse no, ma anche litigano, si accapigliano, si separano per poi riavvicinarsi. Molti di noi hanno avuto la fortuna e la sofferenza di vivere amicizie così, fatte di anime che si fondono, che ambiscono ad una vicinanza che non avrà mai il fascino posseduto dall’immaginario. C’è molto della poetica leopardiana in queste parole di Sebastiano:

La conoscenza è un ostacolo, caro Robert, perché la vitalità si nutre di fantasia e la fantasia di non detto, vago, incerto. Qui invece non c’è più spazio, sia fisico che mentale, e, parliamoci chiaro, è quello che io t’invidio. Sei giovane ma, cosa ancora più bella, è giovane il mondo che vivi e che in questa maniera ti accompagna e asseconda nell’entusiasmo.” (pag. 46)

E ancora: il libro è anche una metafora della solitudine, dell’impossibilità di raggiungere una profonda comunione con l’altro sebbene quest’anelito non cessi mai di riproporsi.

Robert, è una sconfitta per me, e forse per tutta la società, che io oggi faccia questa cosa

impensabile: scrivere una risposta a questa tua lettera sospesa nel tempo, e persa nel tempo, che è arrivata a me per caso. È una sconfitta perché vuol dire che io qui, solo come te quel 7 aprile del 1792, sono estraneo alla mia gente, costretto dalla solitudine e dall’individualismo ad attaccarmi a questo gioco dell’anima. Fingerti ancora vivo in grado di leggermi.” (pag. 15)

La malinconia, lo “spleen”, attraversa tutto il testo, fa vibrare le epistole dei due amici separati dal tempo, e tempera la speranza, che pure è presente nel riconoscimento dell’incanto ancora evidente del paesaggio, a dispetto dell’uomo.

Dopo che il mondo ha ballato e danzato per tanto, adesso è stanco. Ecco quel che posso dirti del futuro, Robert, questo e nient’altro. Tu sei all’inizio del ballo e io, forse, quando tutto si spegne.”(pag. 24)

Forse, alla fine, Robert e Sebastiano si fonderanno, passato e presente coincideranno in una nuova ottica fondata sul rispetto per la natura, per l’arte, per la bellezza.

Alla riscoperta del paesaggio sono legate le parti più liriche, pittoriche, visuali, che fanno dimenticare piccole sbavature di stile, come il fastidioso ricorrere del toscanismo te al posto di tu, fuori luogo in bocca ad un inglese.

Al calar della sera, con la luce del tramonto, escono dai rifugi gli spiriti dei luoghi e tornano ad abitare le terre oggi come sempre. È la luce trasversale a fare il miracolo. Pale, tralicci e casermoni diventano solo scure ombre controluce e l’occhio sembra poterle accettare. Tutto si fa radente e confuso. L’oro del sole allaga la vista e l’Italia, a quell’ora, diventa veramente se stessa perché è la luce che c’è in Italia, inconfondibile e unica, il suo carattere più distintivo. E la luce, grazie al cielo, non la può rovinare nessuno, nemmeno volendolo.” (pag. 148)

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ALDO MANUZIO UOMO ILLUSTRE DI BASSIANO

2 Dicembre 2014 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere, #marcello de santis

ALDO MANUZIO UOMO ILLUSTRE DI BASSIANO

Ecco a voi un altro pezzo di Marcello De Santis, sulla figura dell'illustre umanista Aldo Manuzio


Anche quest'anno io e mia moglie ci siamo fatti una lunghissima vacanza al mare, grazie al cielo; tre giorni, giovedì pomeriggio, tutto venerdì, e sabato mattina fino alla dieci e mezzo.
Un ottobre stupendo: il mare di Sabaudia era tutto nostro, noi... solo noi... bellissimo...
... giovedì sulla tarda mattinata le dune verdi come non le avevamo mai viste, il mare azzurro con cavalloni spumeggianti di bianco; e laggiù il promontorio del Circeo che ci salutava e ci faceva compagnia...
... bene o male alcune ore di sole ce le siamo godute; e io ho perfino fatto il bagno, e nuotato tre volte.
Tra una nuvoletta e l'altra (sabato mattina essa nuvoletta dell'impiegato - o di Fantozzi, se volete - alle dieci e mezzo in punto ha coperto il sole; e si è fermata a lungo; -tutt'intorno sereno serenissimo e celeste-; ci ha detto: basta così, potete andare.. e noi abbiamo ubbidito.. ... del resto ci aspettavano amici a Frosinone con un invito a pranzo...)
Poi venerdì mattina (11 ottobre) corsa in macchina alla spiaggia; cielo coperto e non, mezzo e mezzo; be', andiamo a farci un giro, e così siamo andati a visitare l'abbazia di Valvisciolo, situata in collina tra Sermoneta e Norma (Latina); il nome dell'abbazia si deve alla valle dove un tempo crescevano le visciole, specie di ciliegie selvatiche; stupenda meravigliosa fantastica: stile romanico-cistercense, secolo XII, facciata integra, un capolavoro dell'arte antica, fondata pare dai greci e restaurata dai templari il secolo appresso.
Il rosone della facciata è la meraviglia delle meraviglie. L'interno a tre navate divise da colonne e pilastri è senza affreschi, nudo, così com'era agli inizi; a rispecchiare il modo di vivere dei cistercensi, che hanno curato sempre la spiritualità senza fronzoli e ammennicoli, e non l'estetica. Una cosa di indescrivibile bellezza e leggerezza è il chiostro retrostante.
Dopo la visita all'abbazia, siamo saliti - per una serie di curve e tornanti - al piccolo paese di Bassiano; e girando per le anguste vie del borgo antico ho notato sulle mura delle case attaccate delle piccole maioliche che riportano ognuna una poesia; ho chiesto, e mi è stato riferito che sono poesie di un concorso letterario tenutosi lassù qualche tempo addietro; una cosa bellissima. Il paesino è abbarbicato su una collina, tutto racchiuso nelle mura di cinta del castello, conservate meravigliosamente così come erano nel milleduecento; fatte innalzare dai Caetani quando la popolazione era costituita in prevalenza da contadini e pastori.
La storia narra che il castrum, all'inizio di proprietà della famiglia Annibaldi, successivamente passasse ai Caetani appunto, che lo tennero fino al millecinquecento.
Passeggiare per l'antico centro è stata una splendida avventura; nel piccolo corso principale con ai lati, a sinistra vicoli scuri che scendono sotto archi angusti che sfociano in splendide viste sul verde della valle sottostante, e a destra scalette ripide che uniscono un piano all'altro del paesino, o scalinate ampie e ariose che portano lassù, alle case alte, e alle chiese, attraverso acciottolati puliti e ben conservati; bellissimo.
Ci sono andato con uno scopo ben preciso: visitare la casa natale di Aldo Manuzio, che io credevo fosse adibita a piccolo museo dell'illustre umanista - ma che ho scoperto solo sul posto non essere visitabile. Addossata alla facciata dove nacque, una lapide ne ricorda la nascita con la data; tutta qui la grandezza dell'uomo di paese che ha dato lustro alla popolazione; che oggi - a distanza di quasi cinquecento anni - ne va fiera. Però ho potuto appagare ugualmente il mio desiderio visitando il piccolo museo a lui dedicato - museo detto delle scritture - sito proprio sotto la sede del comune. Qui in quattro o cinque stanze ognuna collegata all'altra da una porta, nello stile delle ville e dei castelli del cinquecento - una volta l'ambiente, ci narra la signora Rosaria, colta e gentile, (e simpatica, il che non guasta), era adibito a carcere - si può fare un breve e al contempo lungo interessantissimo viaggio: partendo dalle prime forme di scrittura (o tentativi di scrittura - orientali) giù giù fino al medioevo, e in particolare al tempo dell'invenzione della stampa e, attraverso la storia, fino ai giorni nostri, ai quaderni dei ragazzini, e ai libri moderni, per intenderci; qua e là delle presse antiche, dei torchi, e calamai vetusti con penne e stili e pagine manoscritte, e poi alcuni esemplari di macchine da scrivere, stupenda e affascinante una macchina orientale, mi pare cinese, senza i tasti caratteristici delle nostre ma con una tavola fornita di caratteri particolari, e quindi una macchina da scrivere anni sessanta, uguale, perfino dello stesso colore che a me studente regalò mio padre, una Olivetti portatile, con tanto di custodia con manico, lettera 22.
Tutte cose che mi hanno fatto "vedere" la figura di questo stampatore italiano nativo di Bassiano (1449-1515).
La storia ci parla di Aldo Manuzio come stampatore ed editore; lo dice veneziano - perché nella città della laguna stazionò a lungo, e là lavorò e fece la sua molta esperienza in fatto di stampa (dopo il Gutenberg, inventore dei caratteri mobili, è stato il primo a portarla in Italia); ma pochi sanno che il grande Manuzio è di Bassiano.
Qui nacque nell'anno 1449, per morire a Venezia, la sua seconda patria, nel 1515, alla età di 66 anni. In gioventù andò a studiare fuori del suo paese che non offriva molto in fatto di istruzione; fu dunque a Roma per apprendere la lingua ancora in vigore, il latino; poi andò al nord a completare i suoi studi classici (studiò il greco a Ferrara).
Ebbe, tra gli altri compagni di studio, il grande Pico; e fu con lui a Mirandola (si era nel 1482, Pico aveva 19 anni e Aldo ne aveva già 33 anni, quindi non era più giovanissimo); Pico, in riconoscenza di tutta la stima che aveva per lui, lo nominò istitutore dei suoi due nipoti, principi di Carpi, quando egli si trasferì a Firenze, (dove studiò lettere; a Bologna giovanissimo aveva affrontato il diritto canonico, ma non si era trovato bene in questa materia e allora aveva optato per gli studi umanistici.)
E ancora: gli mostrò tutta la sua grande amicizia finanziando gran parte delle spese che Aldo dovette sostenere per le sue prime stampe ufficiali (pare fossero dei volumi delle opere di Aristotele.)
Molte cose ce le ha illustrate la nostra guida, quella mattina al museo: la signora Rosaria, che ci ha intrattenuti piacevolmente, me e mia moglie, ad ascoltare la storia in breve del suo illustre concittadino; e ci ha illustrato tra le altre cose, i segni, le parole, i simboli e le brevi frasi incisi sulle pareti di una delle stanze, e i disegni sbiaditi ma ancora visibili, tracciati con arnesi magari di fortuna che i carcerati rinchiusi in quella cella intesero lasciare ai posteri come testimonianza del loro passaggio e soggiorno colà; e testimonianza oltretutto di forme di scrittura.
Ma poi, tornato a casa, mi sono andato a rileggere a fondo la storia di Manuzio, che conoscevo fin dai tempi del liceo, lontano ormai più di cinquant'anni, che il tempo aveva offuscato ma che avevo ancora dentro come residuo di informazione diventata col tempo cultura.
Ed eccomi qua a narrare anche a voi, sperando di farvi cosa gradita.
Scopo principale della grande passione dell'illustre bassianese, la letteratura classica: latina e greca. Che lo portò a decidere una cosa impensabile per i più a quel tempo: stampare le opere che fino ad allora si tramandavano solo con scrittura manuale; che, come si può ben comprendere, venivano divulgate in pochissime copie (costavano molto, se non troppo); ed erano riservate solo ai signori più facoltosi e al clero (e non poteva essere altrimenti se è vero che gli amanuensi potevano lavorare quasi esclusivamente all'interno delle abbazie e dei monasteri).
Decise così di mettere su una tipografia, per attuare questo suo proposito che dette frutti inimmaginabili; e che frutti!
Scelse lo stato della Serenissima; era l'anno 1490.
Manuzio ci visse a lungo; è a Venezia infatti che si portavano gli studiosi per accedere ai molti preziosi volumi delle varie biblioteche, ed era a Venezia che sbarcavano gli studiosi greci che fuggivano dalla loro patria e in particolare da Costantinopoli a seguito della caduta dell'Impero Romano d'Oriente avvenuta del 1453.
Qui allacciò rapporti di amicizia (per interessi comuni) con letterati e scienziati di ogni nazione, ma anche con gli italiani, tra cui Pietro Bembo.
E così appena quattro anni dopo la sua venuta a Venezia, nel 1494 aprì la prima tipografia.
Le opere che uscivano dalle sue mani ebbero immediatamente un insperato? meglio un inaspettato successo, tanto che le edizioni della sua stamperia erano già riconoscibilissime tra le altre, e vennero indicate come "le dizioni aldine".
Nel 1505 sposò la signora Maria Torresano, la figlia di Andrea che era diventato suo socio nel lavoro. Maria gli dette figli, tra cui Paolo che seguì le orme dell'illustre padre.
Se in un primo tempo Aldo Manuzio tentò esclusivamente di stampare volumi di qualità altissima, e quindi destinati solo a casate nobili e signori facoltosi, non passò molto tempo che capì che la cultura doveva arrivare anche al popolo, fino ad allora escluso da qualsiasi possibilità di accedere ai libri.
E così nel 1500 si inventò una collana cui si poteva più facilmente accedere con volumetti che poteva acquistare anche la gente comune; avevano le dimensioni molto più piccole di quelle di quelli stampati fino allora (quelli che i bibliofili consideravano autentici tesori artistici); e il prezzo era di molto inferiore; bene o male alla portata se non di tutti, di molti; e per la prima volta usò - perché fosse facilmente leggibile - il carattere cui egli dette il nome di corsivo (o italico, perché introdotto per la prima volta in Italia da Aldo, appunto; o aldino, dal suo nome); carattere che aveva una leggera inclinazione a destra; ed era in ottavo, molto utile per le sue ridotte dimensioni; insomma col senno di oggi possiamo affermare che Aldo Manuzio inventò il libro tascabile.
Molte furono le opere che dette alle stampe, ben 130 edizioni in latino e in greco nei suoi lunghi venti anni di attività. Aristotele fu la prima, cui seguirono le opere di Tucidite, Sofocle, Euripide, e altri. Ma con l'inizio del nuovo secolo, il 1500, prese a stampare anche autori italiani.
E non poteva mancare l'opera per eccellenza: la Divina Commedia di Dante Alighieri, per la prima volta edita senza alcun commento, e in corsivo; siamo nel 1502; per la stampa il Manuzio si servì della collaborazione del grande umanista Pietro Bembo (che da allora fece usare il carattere che da lui prese il nome: il carattere Bembo).
Ma la meraviglia delle meraviglie uscì dalle sue mani tredici anni dopo; ancora la Commedia, ma stavolta - prima nel mondo - con illustrazioni.
Molto ci sarebbe ancora da dire intorno alla figura di questo umile/immenso uomo di Bassiano; ma lo scopo di questo mio modesto saggio è quello di far conoscere - a chi non lo avesse studiato a scuola - o far tornare alla mente - a chi nei lontani anni 50 ha fatto il liceo come me, un pezzo di storia che sui libri, ricordo, era considerata storia minore; e aveva poco spazio, quasi solo brevi righe per notizia; grande risalto si dava allora al Gutenberg e poco al Manuzio. Con questo mio scritto spero di avere invertito - anche se a distanza di più di cinquant'anni, la tendenza di allora, un po' superficiale.
Voglio chiudere ringraziando la signora Rosaria che, con le sue spiegazioni e illustrazioni quel fortunato per me venerdì 11 ottobre di quest'anno, mi ha riportato sui banchi di scuola guidandomi per mano dentro la vita di questo suo concittadino presente accanto a noi dentro quelle quattro o cinque stanze del piccolo museo delle scrittura..

marcello de santis

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Domenico Vecchioni, "La prima dinastia comunista della storia"

1 Dicembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #saggi

Domenico Vecchioni, "La prima dinastia comunista della storia"

Domenico Vecchioni

La prima dinastia comunista della storia

La saga dei tre Kim

Grego&Greco Editori - Pag. 190 - Euro 12

Credo di aver letto quasi tutta la produzione saggistica di Domenico Vecchioni, sempre di alto livello, sia quando parla di spie internazionali che di sanguinari dittatori. Negli ultimi tempi noto un incremento qualitativo e quantitativo della sua opera come divulgatore storico che ha intrapreso al termine della carriera diplomatica. Lavori come Raul Castro, Pol Pot, Ana Belén Montes e adesso questa saga dei tre Kim sono dei veri capisaldi della letteratura biografica, indispensabili per lo studioso e per il semplice curioso del mondo circostante. La prima dinastia comunista della storia racconta il pericolo reale per il mondo rappresentato dalla Repubblica Popolare e Democratica di Corea, un comunismo singolare che non ha niente di marxista-leninista, se non la facciata, un po' come accade a Cuba, un sistema paradossale che è diventato una monarchia dai contorni teocratici. La famiglia Kim guida la Corea del Nord da circa settant'anni, dal Grande Leader (Kim I), al Caro Leader (Kim II) per finire con ilGrande Successore (Kim III), accomunati dalla volontà di difendere un potere assoluto che rende paranoici, colpevoli di aver trasformato in triste realtà il romanzo di Orwell: 1984. La dinastia Kim riscrive la storia, parla di difesa contro la sempre possibile invasione statunitense, alleva i figli nell'odio contro gli yankee, spende ogni risorsa in arsenali militari e nucleari, senza badare ai bisogni alimentari delle persone. Un simile regime fa marciare il popolo al passo d'oca, lo fa piangere a comando e sorridere per obbligo, non si vergogna di far morire di fame i poveri, ordina fucilazioni di massa per i dissidenti e dispone di giganteschi campi di concentramento dove rinchiude gli antisociali. Un simile regime è una potenza nucleare e un brivido di paura percorre le membra del lettore quando pensa che il folle Kim III potrebbe - soltanto per un capriccio - ordinare un'esplosione atomica. Noi che conosciamo abbastanza da vicino la dittatura cubana - la famiglia Castro governa dal 1959, i Kim dal 1945 - possiamo dire che i due regimi non sono neppure paragonabili. Tanto per fare un esempio, se a Pyongyang venisse fuori una blogger come Yoani Sanchez non solo non sarebbe libera di girare per il mondo criticando il suo governo, ma sarebbe stata da tempo internata in un campo di concentramento o - peggio - fucilata. Il governo coreano pratica l'eugenetica,nel senso che stermina tutta la famiglia del presunto dissidente, una volta accertato (con torture e metodi disumani) il tradimento, che consiste anche in un modesto scostamento dalla dottrina della famiglia Kim. Domenico Vecchioni scrive un ottimo testo, molto utile per che vuole avere una rapida panoramica di uno dei regimi più feroci dell'epoca contemporanea. Si legge come un romanzo, ma non come un romanzo di Veronesi, come un romanzo scritto bene.

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Il passator cortese

30 Novembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

Il passator cortese



Romagna solatia,dolce paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator Cortese,
re della strada, re d
ella foresta”

Con questi notissimi versi, che concludono la poesia “Romagna”, Giovanni Pascoli, romagnolo verace, ha costruito, forse involontariamente, la leggenda del “Passator cortese”, il mito del brigante spietato e crudele con i ricchi ma altrettanto generoso con i poveri. Infatti è proprio a questa poesia e al poeta che la cantò che Stefano Pelloni, in arte Passatore, deve gran parte della sua notorietà, poiché queste rime sui banchi di scuola le abbiamo imparate tutti a menadito, magari abbiamo dimenticato chi fossero i Guidi e i Malatesta, ma le immagini del Passatore e della “azzurra vision di San Marino” difficilmente sono state cancellate dalla nostra memoria.
In Romagna il mito del passatore era ancora vivo quando Pascoli, da fanciullo, nelle lunghe serate invernali, seduto davanti al caminetto, avrà sentito gli anziani raccontarne le avventure, le sue clamorose imprese, i suoi delitti, le sue gesta, le sue astuzie e la sua generosità. Il Passatore fu un autentico protagonista del suo tempo, amato e odiato, rispettato e temuto, il suo cappellaccio, la sua barba nera e il micidiale schioppo ne fecero l'emblema della Romagna. C'è chi giura, ancora oggi, che fosse un ragazzo bello e affascinante, dallo sguardo accattivante e dai profondi occhi scuri.
Ma chi era veramente questo Passatore? Certamente per quanto riguarda il nord è stato il più noto brigante che abbia movimentato la cronaca di quel periodo, siamo a metà del 1800 quando raggiunse l'apice della notorietà .
È chiaro che se la gente ne parla ancora, se la sua immagine compare sull'etichetta di un vino pregiato, significa che le sue vicende hanno colpito la fantasia del popolo, ma in realtà Stefano Pelloni fu lui stesso un prepotente, che usava spesso l'arroganza, che compì crudeli vendette e che perseguì con feroce accanimento e freddezza le persone che gli si opponevano o cercavano di contrastarlo.
Non starò ad elencare tutte le rapine e le razzie che compì nel corso della sua carriera, furono molteplici e ne ricavò un bel bottino. Ad ogni impresa il maltolto veniva in parte diviso fra i briganti, una porzione era destinata ai fiancheggiatori, alle “coperture” o alle persone che avevano dato le “dritte” , e il resto veniva nascosto nel bosco, seppellito in punti precisi che conoscevano solo il Passatore e i suoi più fidati gregari.
A quei tempi la Romagna era ben lontana da quella che conosciamo oggi, fatta di spiagge di velluto e di estati spensierate, allora al mare non ci andava nessuno e l'acqua serviva soltanto a ricavare il sale dalle saline di Cervia o a sfamare qualche famiglia di pescatori. Molte zone in provincia di Ravenna erano ancora coperte da acquitrini malsani e la popolazione moriva di malaria. La romagna tutta era da circa tre secoli sotto il dominio dello stato pontificio, tolta la parentesi napoleonica, che non aveva di certo migliorato le condizioni della popolazione, le terre erano sempre state dominio dei Papi. Non esisteva libertà di stampa, né tanto meno di pensiero, nei paesi più piccoli erano i parroci a farla da padroni e la povera gente ravvisava nelle tirannie che subiva il rappresentante diretto del despota che stava a Roma. Si spiega anche con questo l'insorgenza di un forte sentimento anticlericale che ancora permane nella gente di romagna. In seguito, non a caso la Romagna divenne il primo focolaio dell'idea repubblicana, e sempre non a caso si tenne proprio a Rimini il secondo congresso degli anarchici italiani, nel maggio del 1872 durante il quale si mise in luce il giovane imolese Andrea Costa.
Stefano Pelloni dunque crebbe in un contesto di malcontento generale, era nato il 4 agosto del 1824 ultimo di dieci figli. Il padre possedeva un piccolo podere con casa e stalla e guadagnava benino avendo in concessione il diritto di traghettare su una zattera i passeggeri da una parte all'altra del fiume Lamone. Da questa attività, ereditata in famiglia da generazioni, derivò a Stefano Pelloni il nomignolo di Passatore, appellativo che era già del padre e che non lo abbandonò mai.
Fin da piccolo fu astuto e disubbidiente, un carattere inquieto. Dotato di un'agilità sorprendente, nelle liti fra compagni primeggiava sempre per forza o per astuzia. Non aveva paura di nessuno ed era anche capace di mentire al momento giusto. Il padre, disperato per i suoi comportamenti violenti, decise di allontanarlo da casa, per farlo studiare, ma senza successo alcuno.
Ancora giovanissimo, il Passatore si trovò coinvolto in quello che oggi verrebbe definito un “omicidio colposo”, pare che durante una rissa, scagliando una pietra verso il suo avversario, colpisse invece una donna incinta che, per conseguenza, prima perse il bambino e poi morì a causa di un'infezione. Accusato di omicidio e tratto in arresto fu condannato a tre anni di carcere. Evaso, si dette alla macchia e iniziò la sua carriera di brigante. Forse la realtà degli eventi che portò il Passatore in galera per la prima volta fu leggermente diversa, questa leggenda dell'omicidio involontario servì solo ad alimentarne il mito. In realtà di certo c'è che Stefano Pelloni aveva solo 15 anni quando iniziò a fare i conti con la giustizia pontificia e a 19 era già un brigante discretamente quotato. Successivamente fu arrestato ed evase diverse volte acquisendo sempre più fama e diventando il ricercato numero uno. In tutte le parrocchie fu diffusa una circolare che lo descriveva, una serie di dati che fanno sorridere se paragonati agli odierni identikit :

“Stefano Pelloni
nativo del Boncellino
domiciliato in Boncellino
surnomato Malandri o Passatore
condizione bracciante
statura giusta
anni 20
capelli neri
ciglia idem
occhi castani
fronte spaziosa
naso profilato
bocca giusta
colore pallido
viso oblungo
mento tondo
barba senza
corporatura giusta
segni particolare sguardo truce”

I simboli sono importanti, sintetizzano significati complessi che richiederebbero lunghe spiegazioni, sono rivelatori dell'animo di chi li elegge in propria rappresentanza ed è tristemente rivelatore per i romagnoli che essi si siano dati quale personaggio simbolo la figura di questo brigante, che nella realtà storica non fu nient'altro che un bandito feroce e inutilmente crudele. Un torbido figuro, sifilitico, privo di intelligenza e spessore storico, il quale rubava ai ricchi perchè rubare ai poveri equivaleva a “cercare il grasso nella cuccia del cane” (come si dice in Romagna) e che ai poveri non ha mai dato il becco di un quattrino se non per comprare la loro omertà. Ben sapendo che solo con le minacce non avrebbe ottenuto uguale fedeltà, rimborsava adeguatamente e abbondantemente chi lo proteggeva, in modo da attirare le “simpatie”di sempre nuovi contadini poveri disposti ad accoglierlo nelle loro case, a nasconderlo nei loro capanni. La sua generosità dunque era suggerita da un preciso interesse, così come per comprarne favori e complicità pagava le donne che lo seguivano e che servivano ad allietare lui e la sua banda.
In conclusione, il Passatore non fu veramente né “cortese”, né eroe, compì rapine in ogni paese della Romagna seminando terrore e lasciando morti sul suo cammino, se ne contano almeno una ventina a suo carico, ma sia ben chiaro che la sua avventura di politico non ebbe nulla, non si interessò di liberare la sua terra dall'oppressore ma semplicemente di arraffare quanto più possibile ai cittadini benestanti e solo per tornaconto personale.
Dopo che molta parte dei componenti la sua banda erano stati arrestati, per uno strano scherzo del destino, fu denunciato proprio da un pover'uomo, senza casa, preda delle peggiori tribolazioni e della miseria più nera, fu scovato nascosto in un capanno, ucciso dai gendarmi e portato in giro su un carretto a dimostrazione, per tutto il popolo, che la sua epopea era terminata: era il 23 marzo 1851.

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Volpi metropolitane

29 Novembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto

Franz Marc (1880 – 1916) Le volpi
Franz Marc (1880 – 1916) Le volpi

È di questi giorni l’articolo pubblicato sul quotidiano “La Stampa” che riporta l’allarme diffuso nel Regno Unito: «È invasione di volpi a Londra: sempre più esemplari popolano la metropoli, scelgono come loro “casa” i giardini delle villette e si sfamano dai cassonetti.»

Drastiche e molto discusse le misure decise dalla municipalità per ridurre il proliferare degli animali.

Ma superata l’iniziale inquietudine causata da un segnale così serio e deciso proveniente dalla natura, se si prendono per un attimo le distanze da quanto potrebbero mettere in atto i sudditi di Sua Maestà Britannica per tutelarsi, la notizia, condita da un pizzico di fantasia irriverente, può prendere tutt’altra piega.

Un articolo che potrebbe essere la gioia di Esopo, di La Fontaine, dei fratelli Grimm, di Collodi, che, dall’alto, guardando il mondo, si danno di gomito, annuiscono e sogghignano, quasi ad affermare: «Noi, di volpi che ne facevano di tutti i colori, ne avevamo scritto in tempi non sospetti. Ora non diteci che non vi avevamo messi in guardia!»

Questo, forse, penserebbero.

Mentre il bimbo della favola “I vestiti nuovi dell’imperatore”, vedendo i suoi concittadini affondare il naso nel giornale aperto e sentendoli commentare ad alta voce la notizia, risponderebbe con una semplicità che sa già di disincanto: «Che novità sarebbe? Io di volpi che abitano nelle villette ne conosco tante! Certo, non mangiano la spazzatura, anzi, siedono a tavola composte, usano le posate d’argento e i tovaglioli di fiandra… e la domenica salgono in carrozza per fare delle lunghissime passeggiate sul lungofiume.»

Gli astanti, a quell’affermazione, estratti con un guizzo i nasi dai fogli del quotidiano, punterebbero gli occhi – delle capocchie di spillo invelenite – sul ragazzino. I loro volti risentiti si farebbero esageratamente aguzzi per imporre a quel discolo sfacciato il silenzio assennato che sempre richiede il quieto vivere.

Lì per lì, il bimbo non capirebbe quegli sguardi.

«Che ti salta in testa, bambino? Tu non sai stare al mondo!», lo rimprovererebbe una voce al di sopra delle teste assiepate.

Poi, al crescere del mormorio di riprovazione dei concittadini, il ragazzino si accorgerebbe improvvisamente del vibrare stizzito di baffi lunghi e sottili, mentre da sotto a cappotti e mantelle inizierebbero a sventolare nervose delle codone rosse e cotonate.

Il bimbo, in un lampo, comprenderebbe così il profondo significato del detto “parlare di corda in casa dell’impiccato”.

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Bombolo

28 Novembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere

Bombolo

Ezio Cardarelli
E poi cominciatti a fa’ l’attore
Ad Est dell’equatore – Euro 12 – Pag. 170
www.adestdellequatore.com
info@adestdellequatore.com

Mi riprometto di tornare sull’argomento in maniera più approfondita, perché Bombolo – al secolo Franco Lechner – è un caratterista che merita attenzione, ma non potevo fare a meno di segnalare che ho appena finito di leggere un libro fantastico, una vera e propria biografia del comico più naturale del nostro cinema. Ezio Cardarelli è un poliziotto – come Nico Giraldi, precisa nella nota biografica – che si cimenta per la prima volta con la scrittura di un libro, per amore nei confronti del cinema di Tomas Milian e della comicità di Bombolo. Tutto nasce a Miami Beach, dove Cardarelli conosce e intervista er cubbano de Roma, spinta emotiva necessaria a realizzare un’opera importante. Il libro comincia proprio da Milian, ma prosegue con la vita di Bombolo, raccontata con le sue parole, con il suo slang, con tanti episodi di vita in borgata e momenti di cinema. Il libro è anche una storia in piccolo della Roma povera, dove si parla come si mangia, un testo dal quale emerge tutta genuina spontaneità di Bombolo. Il lettore troverà appagate le sue curiosità: il quartiere natale, il carrettino per vendere piatti e mercanzia per strada, il rapporto stretto con il fratello, l’esordio in teatro, grazie a Castellacci e Pingitore che lo scoprono tra i commensali del ristorante Picchiottino, il lavoro con Tomas Milian, Pippo Franco, Enzo Cannavale. Cardarelli fotografa Bombolo come un irresistibile comico naturale, che non aveva bisogno di recitare, ma bastava mettesse in campo la sua mimica facciale, le sue battute corporali, il suo mitico tzé-tzé, come ricorda Marco Giusti in una brillante prefazione. Il lettore troverà le testimonianze di Pingitore, Martufello, Galliano Juso, Alessandra Cardini, dei familiari e di tutti coloro che hanno conosciuto Bombolo. Interessante apparato fotografico e filmografia completa, da Remo e Romolo (1976) a Giuro che ti amo (1986), senza dimenticare TV e teatro. Cardarelli non è un critico con la puzza sotto il naso, ma un entusiasta del cinema italiano perduto, uno che ama Gloria Guida, Lilli Carati, Edwige Fenech e che non si vergogna a definire W la foca! un capolavoro. Quanto siamo simili… forse proprio per questo metterò il suo libro tra le cose più importanti della mia biblioteca. Complimenti anche all’editore che fa pagare un prezzo onesto per acquistare un’opera che celebra con umiltà e buon gusto il nostro cinema popolare.

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Eternit, ingiustizia è fatta

27 Novembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #attualità

Eternit, ingiustizia è fatta

Eppure il picco di morti dovute all’amianto purtroppo non è arrivato, non ancora, ma questo non è bastato alla suprema corte di cassazione per decretare il fatto che per questa storia solo a Casale Monferrato muoiono fra le 50 e le 60 persone ogni anno perché il mesotelioma e le malattie asbesto correlate non vogliono saperne di andare in prescrizione.

Con la sentenza del 19 novembre non solo si è messo una pietra sopra ai morti di Casale Monferrato e delle altre città che hanno avuto la sventura di ospitare fabbriche dove si lavorava l’amianto ma si è già provveduto a seppellire i morti futuri. E se la sentenza precedente, che vedeva la condanna di uno dei due titolari della fabbrica Eternit di Casale Monferrato, aveva aperto porte inaspettate verso una giustizia vera ed era già diventata un esempio per la giustizia per le morti sul lavoro nel mondo, con la decisione della Cassazione un colpo di spugna cancella la già fragile fiducia che in Italia si ha della giustizia.

Triste, doloroso vedere i parenti piangere davanti al Palazzaccio di Roma. Triste e doloroso perché i loro padri, madri, fratelli, sorelle, nipoti, mariti, mogli sono stati uccisi un’altra volta a base di cavilli legali. Una mancanza di pietà mascherata da presunta giustizia da azzeccagarbugli. Un’offesa ai morti e ai vivi.

Il mesotelioma pleurico è democratico, non fa distinzione di genere e di censo, di chi lo ha lavorato o di chi nemmeno sapesse cosa fosse. La malapolvere si insinua, si infiltra e colpisce senza pietà. Un assassino silenzioso di cui Stephan Schmidheiny e Louis De Cartier De Marchienne (morto tranquillamente in tarda età nel suo letto) non sapevano nulla al punto che quando si è capita la pericolosità dell’amianto hanno chiuso le fabbriche. Ma all’improvviso sono sorte fabbriche di Eternit in paesi in via di sviluppo dove la sicurezza sul lavoro è un’utopia. Basterebbe riguardarsi il bellissimo documentario Polvere di Nicolò Bruna.

E a Casale Monferrato, una comunità che non si rassegna a morire in silenzio, si è ritrovata per manifestare rabbia, tristezza e onorare i propri morti, cosa che non è riuscita a fare la Giustizia.

Luca Cavallero Marco Fiorletta

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IL FUGGIASCO di CESARE PAVESE (1908 – 1950)

26 Novembre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL FUGGIASCO di CESARE PAVESE (1908 – 1950)

Il protagonista del racconto è appunto un fuggiasco; ci troviamo in una zona di collina di qualche provincia dell’Italia settentrionale durante la guerra civile che dal 1943 al 1945 vide attentati, rappresaglie e violenze da una parte e dall’altra. Bastano all’autore poche pennellate per tratteggiare il quadro fosco; siamo in campagna, c’è un pugno di case, il clima è freddo anche dal punto di vista umano. L’uomo è in fuga; la sua solitudine è aggravata dalla diffidenza degli altri. Trova rifugio in una cappella abbandonata; piove e le poche persone del posto hanno paura. Il disagio è evidente: “Non lontano, un cane abbaiava e lo immaginavo randagio sotto l’acqua e dolorante di fame. In quel buio invernale sembrava la voce di tutta la terra”. Ci sono state nei dintorni alcune stragi dovute, si deduce, ad azioni di partigiani che hanno determinato feroci ritorsioni. La gente è stanca di violenze e vive nel terrore. Così, se concedono un piatto di minestra, non vogliono che si sappia; il fuggiasco o partigiano della vicenda deve consumarla lontano, stando nascosto. Anche le chiese vengono bruciate nelle rappresaglie; non ci sono più né sicurezza e nemmeno civiltà. Un ragazzo del posto, Otino, si intrattiene con lui e dice significativamente che in quel momento non si può chiedere a nessuno chi è. L’identità personale è diventata pericolosa, crea sospetti e pericoli; sapere significa poter essere accusati di qualche forma di complicità. Meglio non chiedere. Meglio anche non essere nessuno, annullarsi in un nascondiglio dormendo su un sacco pieno di foglie aspettando il sole. Eppure stando nella piazza del paese, durante il giorno, accanto alla chiesa, sembra riaffiorare nel protagonista una certa speranza; la guerra non può continuare, la quiete piacevole della pace deve tornare. Ma dalla chiesa esce una donna che evita per prudenza di guardarlo; torna il pessimismo. La paura spezza la solidarietà. Giungono notizie di attacchi a paesi innocenti. Qualche fucilata echeggia lontano. Oltre le colline, c’è probabilmente una possibilità di libertà. Il fuggiasco le guarda avvolte dalla nebbia, ma alla fine sembra chiedersi se valga la pena di partire e rischiare ancora.

È un racconto breve ma sostanzioso; i colori dell’inverno si mescolano ai colori della paura. Non è giunto molto in quel luogo del valore ideale ed etico di quella guerra (ossia della Resistenza); il timore di ritorsioni è troppo grande e crea barriere tra le persone. Il piccolo Guido di cui si parla nel finale del racconto, gioca a fare il soldato e dice spensierato che la guerra non finirà mai. Nessuno ha saputo spiegargli il dramma di quel momento. Ma l’attenzione si concentra sul fuggiasco; da cosa fugge? Dalla violenza del conflitto o forse da una responsabilità che non vuole più assumersi? A Otino lui chiede fuori dai denti se non si vergogni a starsene lontano dai pericoli, quasi al sicuro, mentre altri si battono. Ma è il fuggiasco stesso, qualche ora dopo, ad accarezzare la quiete, il disimpegno, il silenzio: “Avevo visto di lassù nel campo bruno i buoi d’Otino che sembravano fermi. Nell’aria fresca si sentivano le voci suonare tranquille, e se un urlo, uno sparo, avesse rotto quella calma i buoi laggiù non si sarebbero mossi. Quella sera ero contento; dovevo mangiare una minestra nel cortile di Otino, poi tornarmene solo nella vecchia cappella e star nascosto”. Improvvisamente il paese sembra immoto, sereno, lontano dai drammi, quasi fuori dalla storia. Anziché accettare il rischio di andare oltre le colline, l’uomo sembra preferire il sostare apatico nella campagna immobile: “Qui non c’era che terra e colline e bastava appiattirsi alla terra per vivere ancora”. Se prima, con una certa arroganza, aveva chiesto spiegazioni dell’inerzia altrui, ora ha perso in parte la sua superiorità morale; non può più giudicare. In fondo è un uomo come gli altri; probabilmente ha combattuto con coraggio in nome di una fede, ma ora è stanco e sfiduciato. Sembra provare in anticipo una certa disillusione che si prova spesso dopo aver preso parte a una trasformazione storica che si voleva rivoluzionaria, ma che spesso ha esiti di portata limitata. La vecchia cappella gli garantisce pace e rifugio. Ciò fa pensare che i partigiani non erano superuomini, ma persone che in lunghi mesi di lotta feroce (soprattutto nel tardo 1944, quando il freddo e i rastrellamenti si fecero particolarmente pesanti) avevano momenti di debolezza e fiacchezza. La lotta era (ed è) fuori ma anche dentro a ogni uomo, sempre con la tentazione di scegliere il percorso più semplice e meno impegnativo, magari in attesa che le conquiste vengano realizzate grazie al sacrificio degli altri. Forse nel protagonista è in atto questo tipo di conflitto. Il racconto ha qualche affinità con un romanzo dello stesso autore, La casa in collina, dove il protagonista fugge dai fascisti, evita di schierarsi e si accontenta della precaria pace in un istituto religioso: “In sostanza chiedevo un letargo, un anestetico, una certezza di essere ben nascosto. Non chiedevo la pace del mondo, chiedevo la mia. Volevo essere buono per essere salvo".

Questo rimanda anche alla vita personale di Pavese che visse sempre con sofferenza e travaglio il non aver preso parte alla Resistenza, pur avendo peraltro già patito alcuni anni di confino; anche nello scrittore probabilmente divampò la stessa cruenta lotta.

La scelta della “tranquillità”, del trattenersi anziché continuare a fuggire sembra prevalere anche nel racconto, scelta appunto non da eroe ma profondamente umana. C’è d’altronde bisogno di un posto, piccolo o grande, in cui stare come spiega lo stesso scrittore in La luna e i falò: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

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I gol di Ibra

25 Novembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #racconto

I gol di Ibra


L’automobile saliva senza difficoltà l’erta strada. Dai tornanti si godeva un panorama stupendo e l’occhio arrivava fino al mare, alla base della montagna. L’andatura lenta, dovuta al fatto che non aveva ancora incontrato un’altra macchina, gli permetteva di godere della vista che, in alcuni momenti, arrivava fino alle coste del paese al di là della distesa d’acqua. I tornanti conservavano tracce antiche di parapetti di pietra come l’asfalto portava segni recenti di rappezzamenti. Si capiva, anche dall’erba che piano piano riprendeva possesso del territorio, che quella strada non era tra le più trafficate. Stretta, nata forse sul tracciato di una vecchia mulattiera, e abbandonata con l’arrivo di ben diversi mezzi di locomozione. Piante di fico selvatico e fichi d’india si allargavano fin quasi sulla carreggiata a contendere all’erba il possesso di quella nera striscia di terra. Non mancavano, e non sarebbe potuto essere altrimenti, piante d’ulivo ormai abbandonate.

Non sembrava che fosse passato tanto tempo. Spesso ci si lamenta della eccessiva lentezza di Kronos ma poi ci si rende conto che esso ci sfugge senza lasciarci la possibilità di afferrarlo e piegarlo alle nostre misere esigenze. Ogni tanto una casupola e un pezzo di terra coltivato, d’altronde la cima era vicina e il paese, da un momento all’altro, sarebbe apparso dietro quella che sarebbe stata l’ultima curva.

Eccolo, piccolo in fondo al panorama. Lievemente al di sotto della cima. Ancora poche centinaia di metri da percorrere in questa pianura di montagna. Due costruzioni ai lati della strada. Gemelle, nella struttura e nella distruzione. Senza tetto, senza porta e senza finestre. Rami spuntavano dall’interno verso l’esterno, anche qui la natura aveva ripreso possesso di ciò che era suo. Due costruzioni che gli riportavano alla mente una piazza e una strada di Roma. Sembravano messe lì come a guardia del paese. Ma, evidentemente, la loro vigilanza non era stata sufficiente a preservare dalla rovina la piccola comunità montana. Fermò la macchina. Si inoltrò nell’erba alta verso la costruzione di destra. Raccolse un bastone e con esso si aiutò a spostare rami e rovi. Il sole dall’alto scaldava e illuminava l’interno di una chiesa. Banchi su cui un tempo erano stati seduti i fedeli ora accoglievano solo sassi e macerie. Piegati, spezzati e spazzati via dalla violenza. Un quadro del redentore ancora appeso sbilenco alla parete. Squarciato, imbrattato. Capì all’improvviso. Di corsa uscì dalla chiesetta e si inoltrò verso l’altra costruzione. Era stato comunque un luogo di culto, non c’erano panche, né confessionali ridotti in schegge. In compenso tra i sassi si vedevano pietre colorate, gialle. Giallo oro, come le cupole di una piccola moschea. Uguale la distruzione anche se diverso il Dio da adorare.

Dire che iniziò a capire è farlo sembrare presuntuoso, non lo è, la violenza cieca non si può capire, al massimo la si subisce. Fiaccato nell’animo colse un fico dall’albero. Era tiepido, maturo e buono. Si avviò verso il paese. Sentiva su di sé gli sguardi degli abitanti di quello sperduto luogo di montagna. Così vicino al mondo moderno eppure lontano. Capre e pecore, a ben guardare, circolavano liberamente nelle strade. Si avviò verso quella che sembrava la piazza, ben diversa da quelle a cui siamo abituati. Cercava un bar, un qualsiasi posto che gli potesse fornire un qualche conforto. Un caffè, un tè, una bibita. Davanti le case donne sedute all’ombra esponevano i frutti della terra in attesa di venderli ai passanti o a qualche sperduto turista. Qualcuna metteva in mostra anche cesti di vimini, ricami, dolci. Sembrava di essere tornati indietro nel tempo, a una dimensione più umana. Erano volti conosciuti anche senza che lui fosse stato in quel posto mai prima d’ora. Persone che vedeva in Italia, erano i profughi di una guerra cattiva e priva di senso come tutte le guerre.

Un uomo, giovane, gli si avvicinò e lo salutò in italiano, aggiungendo che lo aveva capito dalla targa dell’automobile. “Un bar” chiese e si avviarono verso una porta senza insegna che sembrava introdurre in antro privo di luce e invece gli si aprì un mondo a parte. Scesi i tre gradini c’era un bar, luminoso perché dal retro arrivava luce e calore e si apriva su uno splendido giardino, ricco di alberi e fiorito. Si sedettero in attesa del caffè e di qualche dolce.

“Come mai è capitato in questo posto sperduto”

“Curiosità, mi avevano detto, giù in spiaggia, di venire perché ne valeva la pena. Ma è dura la vista di tanta distruzione”

Il giovane iniziò a raccontare. “Vivevamo tranquilli, senza scossoni e senza problemi se non quelli del vivere quotidiano, eravamo pochi, ora siamo ancora di meno, e ci conoscevamo tutti. Si lavorava la terra e l’estate si lavorava al mare per fornire ai turisti ciò di cui hanno bisogno. Un ciclo della vita tranquillo, come già detto, senza scossoni. Poi, all’improvviso, tutto è finito. Ci siamo trovati coinvolti senza saperne nulla in una disputa tra cristiani e musulmani, tra etnie diverse. Prima erano problemi che non ci appartenevano. A parte piccoli liti di paese non c’era altro tipo di dissidio. Arrivarono prima gli uni e uccisero gli altri, poi vennero gli altri e uccisero gli uni. Nonostante tutto chi poté fuggì insieme continuando ad aiutarsi senza pensare a Cristo o Maometto. Sia gli uni che gli altri distrussero tutto, ora ciò che vedi è anche troppo rispetto a quello che lasciarono. Ci privarono dei nostri luoghi di culto dove indifferentemente andavamo perché oltre la fede c’era l’amicizia. Quella che stiamo tentando di ricostruire”.

Uscirono sotto il sole. Sulla piazza ora c’era un giovane che tra due case diroccate giocava con un pallone. Lo lanciava contro il muro, quando tornava indietro lo alzava e in una mezza girata lo lanciava di nuovo contro una ipotetica porta di calcio dipinta con calce bianca contro il muro. E ogni volta gridava “Gol”. “Vedi, erano passati al tu, quella è una vittima. Sta lì tutto il giorno dalle dieci fino al tramonto, a parte l’ora di pranzo, a tirare calci ad un pallone e a gridare gol. Lo chiamiamo Ibra, sono quasi coetanei. Ma lui non calcherà mai un campo di calcio. Ci dà il ritmo della vita che è tornata, anche se non del tutto, alla normalità. Il suo battere continuo ci ricorda i battiti del nostro cuore, che siamo ancora vivi”.

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