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"La mia napoletanità" poesie di Vincenzo Tedeschi.

4 Novembre 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #recensioni, #poesia, #adriana pedicini

"La mia napoletanità" poesie di Vincenzo Tedeschi.

Recensione a cura di Adriana Pedicini

La mia napoletanità

Poesie del Prof. V. Tedeschi

Loffredo Editore

Spesso si dice che la poesia disveli la storia di un’anima e che grazie alla poesia la vita appaia più affascinante o almeno più accettabile.

Poesia infatti è innanzitutto un modo di essere e di sentire, riscontrabile in persone che, dotate di enorme sensibilità e conoscendo i travagli dell’esistenza, vedono in essa

‘na manera pe’ tirà a campà.

Ecco l’incipit del corposo volume di poesie di Vincenzo Tedeschi, nato nell’entroterra sannita, già Medico Ginecologo e Professore di chirurgia ginecologica presso l’Università Federico II di Napoli. Quasi una dichiarazione di poetica quella che risulta nella poesia “Addédeca” con cui anche onora i suoi debiti di gratitudine verso chi lo ha spinto a scrivere.

Di poi l’Autore srotola il nastro dell’esistenza ricordando il momento della nascita, la gioia del nonno paterno nel contemplare lui, primo nipotino,

nu mpilo chiattulillo ma carillo/… ‘o primo nepuscello e mascullillo (‘O nomme mio),

e quindi i ricordi della famiglia in erba, del fratello e della sorella, della mamma di cui con somma emozione ricorda la malattia con un linguaggio ricco di immagini rese con termini dialettali scolpiti nel verso come incisioni in antico legno.

papa puveriello era abbeluto/…ieva appuranno/…..pure ‘nu zinno/ ch se puteva fà pe’ chella freva. (Mamma mia)

E ancora, del padre ricorda la stima da tutti riconosciuta di uomo onesto, di grande cultura e nobile impegno nelle istituzioni scolastiche, ma per un figlio il padre è solo padre, porto sicuro nelle difficoltà della vita, anche quando giunge l’età delle certezze.

Puteva abbonì ca me vedeva/ ‘nu poco ‘e cchiù apprenziunàto/ era ’isso ca me scanagliava/ e ‘o rummèdio subeto truvato. (Papà mio)

Si verifica dunque nelle poesie di Tedeschi la relazione tra arte e vita, tra individuo e storia famigliare, sociale, politica.

Evidente è il tono lirico in poesie che rivelano stati d’animo, rievocano il vissuto, ridestano personaggi della sua infanzia e della sua giovinezza: oltre i genitori, la sorella, il caro fratello Luigi morto prematuramente, la sua compagna di vita.

‘E vvoce d’’a casa, poesia il cui titolo evoca l’arte di Eduardo, esprime appunto la dolcezza del nido famigliare dove l’amore e la concordia mettono al riparo da qualunque timore, ma è anche un prezioso documento di vita che testimonia i disagi della guerra e le difficoltà del dopoguerra.

Venett’ ‘a guerra e ‘mpilo se mangiava…

Addò steva papà nun s’assapeva….

…‘a guerra s’atturnaie/ ma p’ ‘isso ‘o mmale nun fenette…

E infine la perdita delle persone care, momento di solitudine sia per chi resta, sia per chi sta morendo, nonché di incapacità di comunicare, impossibilità di scambiarsi i ruoli per amore.

Pe’ nuie addavero ‘nu trummiento/ quanno steva murenne mamma mia.

Notiamo in esse un linguaggio dialettale complesso che rimanda a tempi lontani (ben sono riportate le traduzioni dei termini più inusitati), metafore dense di allusioni psicologiche, sintagmi di amara nudità che disegnano l’arco della giovinezza, le prime pene, le difficoltà famigliari dalla dolcezza ritmata che ricordano G. Lorca (A mio padre) o in immagini che dicono più delle parole l’intensità del sentimento. Non il languore romantico ma l’analisi sincera quasi impietosa degli affetti, nell’oscillare dei ricordi, dei contrasti, nella ricerca della verità nei rapporti affettivi. E poi l’abbandono sentimentale che è quasi estasi se la piccola “nepuscièlla” con le sue tenere carezze gli si stringe al collo, facendogli capire che questo è l’amore vero, puro, incontaminato.

è proprio chello ca se chiamma ammore. (A Carola)

Diverse altre poesie sono dedicate alla nipotina durante la crescita, con la tenerezza e l’entusiasmo di un nonno che dinanzi alla vita che germoglia, nonostante i lunghi anni di professione o forse proprio grazie ad essi, non ha mai perso lo stupore proprio del miracolo. In queste poesie allora l’affetto e la gioia diventano emozioni che fanno vibrare i versi letteralmente perché la narrazione poetica procede intensamente tra allitterazioni, anafore, rime alternate e altri procedimenti retorici. nun ve pensate ca so’sciut’e mente (Pe’ Caroletta)

L’amore però è anche memoria-nostalgia di una dimensione di vita che si riconosce sull’orlo dell’estinzione, almeno come quotidianità, si traduce in costante ispirazione che sui binari della parola poetica emigra per scoprire il passato e dare un senso al presente.

Infatti nei periodici ritorni al suo paese natìo, lasciando le nuvole asfissianti della città, recupera se non fisicamente almeno nel ricordo volti e personaggi che hanno costellato la sua esistenza: L’arciprete scienziato, Salvatore l’inventore, la figlia adottiva, ‘O pàrturo, Ciccillo, ma anche personaggi e situazioni caratterizzanti la metropoli partenopea come ‘A vammana d’’o quartiere, ‘O professore ‘è mannulino, Rafèle,’A malafemmena, le cui vite danno origine nei versi del Poeta a delle vere e proprie pitture impressionistiche. Difficile e lungo sarebbe riportare il lessico poetico che incide sulla pagina le sfumature del destino, della miseria, della pena di vivere, ma anche del coraggio e della forza d’animo.

Silenzio e solitudine come spazio semantico e spirituale in cui pervenire al coraggio della parola che scava e registra l’effimero che ci sovrasta, l’egoismo che ci inaridisce, la disonestà che ci rovina, e denunciarlo con virile tristezza. Tristezza che con costante fiducia s’innesta alla speranza.

..Che ghiè ‘a vita?....’a nasceta nisciuno ‘o po’ sapè…(‘A vita)

L’antidoto alla miseria consiste nell’onestà, virtù difficile da praticare

Si ‘a gente fosse aunesta, chesta vita sarrìa ‘nu Paraviso (‘A vita)

Si cagnarrà ‘a museca nn’’o saccio….ogni iuorno ‘nu penziero ‘o faccio che sul’a speranza ce rummane. (‘A vita)

Il volume, ricco di tante altre sfaccettature, va concludendosi con due poesie, tra le altre, che testimoniano la necessità atavica di tornare a “bagnarsi”, quasi fossero acqua lustrale, nelle atmosfere del paese natìo, in cui i ricordi affiorano, la bellezza viene scoperta più dignitosa, l’abbraccio dell’animo riconoscente stringe l’albero della famiglia che in quelle terre ha radicato trasmettendo i valori fondamentali sui quali poggia un’esistenza ricca di impegno e di passione.

Paiese mio addò affunna ‘a ràdeca chella forte d’ ‘a fameglia mia.. (‘O paiese mio)

Un volume dunque interessante per la vita che contiene osservata, narrata, approfondita, per la carrellata di personaggi, davvero tanti, che si caratterizzano per la loro tipicità, per gli affetti, i sentimenti d’amore e d’amicizia tratteggiati con tanta tenerezza; un volume interessante per la qualità del lessico partenopeo, per la cura della costruzione del verso, per la veste dignitosa di ogni strofa, infine per le numerosissime sorprese di una lingua che evoca la ricchezza e la stringatezza a un tempo delle lingue classiche, greco e latino. Proprio per tale ricchezza il volume meriterebbe una più approfondita esegesi linguistica.

Un esempio di latinismo stupendo:

Me sunnai aiere albante iuorno (‘Ll’abballo)

Un costrutto latino (ablativo assoluto) che sulla bocca dei paesani suonava forse grossolano, ma che il Prof. Tedeschi ha saputo innalzare a dignità letteraria.

Sulla copertina: Il respiro dell'anima dell'artista sannita Giovenale.

Sulla copertina: Il respiro dell'anima dell'artista sannita Giovenale.

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Gauguin’s flowers

3 Novembre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Gauguin’s flowers

Sara took off her glasses and rubbed her eyes, tired from the light of halogen lamps. In her short-sighted world, the butcher’s shop merged into a liquid shadow with the pharmacy next door. She put the glasses back on in time to see the dust at the passage of a truck, strangled in the narrow and dark street. Together, a strong smell of gunpowder irritated her nostrils.

A late customer peeped. Two sour eyes pinned on her hair and on her depressed face: "Are you closing, dear?"

"No, not yet, come in, ma'am."

"Look, dear, for tonight, I thought about changing my hair color. I'd like a nice mahogany shade."

Sara began to focus on the woman: tough hair, little cap askew, withered breasts, squeezed in a glittering shirt. "Red would be nice for you," she said, thinking that those like her withered her soul. "Where are you going tonight?"

"I’ll go dancing, and you?" She was asking her, but you could see she did not care to know the answer. Her eyes darted between the merchandise.

"Me? Nothing special. "

She showed the customer the colors, with shaking hands. She often trembled while she was working, but never when holding the brush. Sarah knew how to paint all sorts of flowers, the yellow sunflowers of Van Gogh and Gauguin’s scarlet petals.

It was precisely because of Gauguin’s “Les seins aux fleurs rouges” that she had received the first email from F. They had met by chance in a chat line for lovers of Impressionist painting.

"The color expresses more emotion than reality," she wrote, flirtatious, signing TAHITI, as the island loved by Gauguin. "This is revolutionary art, it is the road that leads to Picasso," he thundered manly. He always closed his letters with that single, haunting, original: F

So a long exchange of messages began. They talked about many subjects, but especially of painting. She had learned to recognize the mood of F by punctuation, by the words he chose, by his silence. And, although they had never met in person, she fell in love.

"You tell me how much these lipsticks cost." The customer was looking annoyed.

"9.99, ma'am."

She wrapped the lipstick with the hair dye, than signed the amount on the cash register. She felt her fingers tingling and strange. She found herself watching her own hand as something detached from her body. She had petite hands, with pink hairs and short nails. The hands of an aged girl.

"Look, I gave you fifty."

"Excuse me."

The customer went out, wishing one lazy good year. The road was empting. A group of children lit one firecracker after the other on the sidewalk in front of the window. She could hear them all burst inside her.

She wondered how F would spend the night.

She only knew that he was living in Rome, that he was no longer a boy, and that he had a family of his own. She had invented everything else. Day after day, with the force of her imagination, she had invented a love. With the powerful brush of her heart, she had painted a face, creating it more real than the real, such as those orchids that she colored in the manner of Gauguin. And now she missed his face, she missed his imagined eyes, she missed that hair she herself had invented, she missed that only intuited laugh. She missed the little she had of him that for her was all.

The last passersby went home exchanging cold greetings. A couple entered in a car, arguing. Sara saw a glint of sequins and the neck of a sparkling bottle.

It was time to quit for her. His father was waiting at home to celebrate the New Year together. Widowed and ischemic, she did not want to leave him alone and then no one asked her out any more now.

She took a few banknotes from the cash register and then wrote the bloodless amount next to the date: December 31, Tuesday.

"And for this year..."

She put on her coat and buttoned it, because the wind was damp and bad. She thought of F, of his life she did not know, of the enthusiasm with which he described Degas’ dancers, of his caustic, brilliant sentences. "Dreams only belong to those who dream," he used to say.

F, who wrote to her for months and then stopped.

"The game is great if it doesn’t last too long," he said in his last letter.

Sara looked for the umbrella. She felt heavy and cold. "Maybe I have a little fever," she muttered, touching her forehead, then turned off the light. From the darkness the smell of the soaps took shape, pungent, unhealthy, like rotting flowers.

Then, suddenly, she saw a blue mountain pop up in the dark, a thick, cobalt blue sea, and fleshy, strong-painted scarlet flower made of light and dark.

Then she smiled. With a sharp blow, she pulled down the shutters.

"Tonight", she said to herself, "when everyone else dances, I will paint."

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Spunti di viaggio: Namibia, natura selvaggia e scampoli d’Europa

2 Novembre 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Namibia, natura selvaggia e scampoli d’Europa

Un paese enorme dove l’uomo è quasi un intruso e la natura la fa da padrona.

Se pensate che la terra sia sovrappopolata, allora andate in Namibia e vi troverete in un altro pianeta. Questo grande paese, situato nella parte occidentale dell’Africa Meridionale, è infatti esteso per 824 mila Kmq, cioè quasi come Italia e Francia messe assieme ed una popolazione che non arriva neppure a due milioni di abitanti. Potrete viaggiare per ore ed ore lungo la buona rete stradale senza incontrare nessuno e se incrociate un’altra macchina è doveroso un saluto.

E’ più facile imbattersi in branchi di struzzi o di antilopi, che di essere umani. Potete vedere il deserto più antico del mondo, il Namib, nella sua versione di sabbia o pietre, addentrarvi nei canyon del Fish River, ammirare la “welwiitschia mirabilis”, uno strano cespuglio appiattito che punteggia sparso il deserto e che è in grado di sopravvivere per mille o duemila anni.

Potete vedere la costa più incredibile del mondo, la Skeleton Coast, deserto di sabbia che sprofonda nel mare dove la nebbia ristagna di notte e fino al tardo mattino, mentre il vento muove le dune in un concerto di scricchiolii e sussurri misteriosi. Nebbia provocata dall’impatto tra la corrente fredda del Benguela che risale lungo i quattromila chilometri di costa e le circostanti acque sempre più calde verso il tropico.

La riva è punteggiata da scheletri di navi arenatesi qui nei secoli scorsi e dalle ossa dei grandi cetacei finiti prigionieri sulle spiagge. Un mare freddo in un paese caldo, dove il bagno è pressoché impossibile e dove non potranno mai sorgere villaggi di vacanze, così da poter mantenere intatto il suo fascino all’infinito.

In compenso, un mare ricco di vita, di pesci, che richiama enormi masse di mammiferi marini: a Capo Cross, infatti, potrete vedere in uno spazio ristretto, 80 o forse 100 mila foche agitarsi, riposarsi, tuffarsi compatte in battaglioni nelle acque per loro accoglienti.

Potete visitare il Parco Etosha, 22 mila Kmq, esteso come una regione italiana, con enormi distese di laghi salati più o meno disseccati, a seconda della stagione, ma anche con vegetazione che ospita grandi branchi di erbivori quali zebre, antilopi, gnu, elefanti e così via, nonché leoni, leopardi e ghepardi.

Potete alloggiare in lodges sperduti nell’immensità, circondati ciascuno da vastissime proprietà, ma tutti confortevoli e gestiti da europei (la Namibia era una colonia tedesca), boeri sudafricani, belgi provenienti da quello che era lo Zaire, ex Congo belga.

La Namibia è un tranquillo paese multietnico, dove le varie popolazioni convivono pacificamente. Il popolo più numeroso è quello degli owambo, originario della parte settentrionale; vi sono poi gli himba – forse il popolo più noto per la bellezza delle sue donne – e che vivono sulle montagne, poi i boscimani, gli herero, le cui donne indossano vistosi ed ampi vestiti, esempio di sincretismo tra la moda ottocentesca europea e la vivacità coloristica africana.

E ancora mulatti originati da incroci tra boeri, immigranti olandesi, e le belle donne degli ottentotti e, infine, gli europei.

La Namibia non è solo natura selvaggia, vi sono anche sorprendenti città, come la capitale Windhoek, con case tradizionali dai tetti spioventi che sembrano qui catapultati dal Nord Europa, modernissimi alberghi e centri commerciali.

O come Swakopmund, accogliente località marina con ottimi alberghi e anche un casinò. Insomma, la Namibia è un paese dalle molte incredibili facce, adatto per i veri viaggiatori più che per le masse anonime di turisti.

Spunti di viaggio: Namibia, natura selvaggia e scampoli d’Europa
Spunti di viaggio: Namibia, natura selvaggia e scampoli d’Europa
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Manlio Gomarasca, "Monnezza amore mio"

1 Novembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema, #personaggi da conoscere

Manlio Gomarasca, "Monnezza amore mio"

Tomas Milian

Monnezza amore mio

con Manlio Gomarasca

Rizzoli – Pagine 296 - Euro 18,50

E-Book 10,99

Manlio Gomarasca trasforma in realtà il libro della sua vita, promesso ai fan di Tomas Milian da almeno quindici anni, dai tempi in cui Nocturno Cinema era soltanto una fanzine. Monnezza amore mio - strutturato come un dialogo tra il personaggio e l’attore - è frutto dei ricordi di Milian e della sua volontà di raccontarsi a ruota libera, ma è soprattutto merito di una scrittura nitida e ammaliante di Gomarasca che ti obbliga a continuare nella lettura come se tu sfogliassi un thriller. Tomas Milian da buon cubano racconta la sua verità, com’è giusto che sia, perché il libro è la sua biografia, non un saggio di cinema. Una verità che non piacerà a Dardano Sacchetti e Umberto Lenzi, che per anni si sono disputati la paternità del Monnezza, perché l’attore afferma di essere l’inventore del personaggio, di aver scritto dialoghi e battute, di aver ideato look, smorfie, parolacce, rime baciate, imprecazioni. Peccato che nel libro non ci sia spazio per Ferruccio Amendola, doppiatore che ha contribuito al successo di Milian, mentre Bombolo e Quinto Giambi sono citati a dovere. Per il resto, non manca niente: il suicidio del padre, l’Actor’s Studio, il successo italiano, il triste ritorno negli Stati Uniti. Pagine che raccontano la bisessualità, il rapporto con la famiglia e con un figlio riconquistato dopo un breve abbandono, il consumo di droga, la crisi provocata da alcol e cocaina, la vocazione mistica e il viaggio in India.

Monnezza amore mio è un libro che mi fa tornare alla memoria la quantità industriale di pellicole viste da ragazzetto in un cinema di seconda visione della mia città. Quella sala, che io ricordo bellissima ma che forse non lo era, si chiamava Cinema Teatro Sempione e la domenica era presa d’assalto da frotte di ragazzini che facevano la ressa al botteghino per acquistare il biglietto. C’ero anch’io tra quei ragazzini, ricordo che ci davamo botte, spinte e calci per entrare e aggiudicarci i posti migliori. Prima di entrare in sala si doveva far provvista al banchetto della signora che vendeva semi, noccioline, duri alla menta, stringhe di liquirizia… Il posto in galleria era il più ambito, ché le bucce dei semi e delle noccioline erano armi di prima scelta per bersagliare quei poveracci della platea. Al Sempione proiettavano due pellicole alla volta, entravi alle tre del pomeriggio e ne venivi fuori che era ora di cena. Di solito passavano film di genere, da sala di seconda visione, un ricordo del passato, sono locali scomparsi, uccisi dalla televisione. Al Sempione mi sono visto il ciclo storico di Godzilla, il peplum all’italiana, spaghetti-western in quantità industriale, poliziotteschi che non vi dico, horror di Bava, Freda, Fulci, D’Amato, pellicole comiche di Totò, Franco e Ciccio, Gianni e Pinotto. Tutto quel che piaceva a noi ragazzini degli anni Settanta lo programmavano al Sempione. Mi fa una rabbia oggi passare per Corso Italia, che sarebbe la strada principale del luogo dove vivo, e vedere che al posto del Sempione c’è una profumeria. Del Sempione è rimasta la facciata, il ricordo di quel che era, l’insegna è la stessa ma dentro vendono profumi invece che emozioni. E mica è la stessa cosa. Quando ne discussero in Consiglio Comunale non ci fu un assessore contrario, non uno a dire: “Il Sempione sarebbe proprio un bel cinema d’essai”. Nessuno. Va bene, andiamo avanti così. Facciamoci del male, direbbe Nanni Moretti.

Ho scoperto Tomas Milian proprio sulle scomode panche di legno del Sempione. Dal 1968 al 1972 lui era alle prese con lo spaghetti-western e io ero un ragazzino di otto - dodici anni che la domenica andava al cinema con la nonna, grande divoratrice di cinema. Io amavo quei film, mi emozionavano, mi facevano sognare. E poi ero convinto che fossero americani, mica me ne intendevo di cinema, mi bastava vedere film d’avventura. Un bel giorno fu mio padre a distruggere il sogno. Mi venne a dire che erano spaghetti-western e che li giravano in Sardegna, quando andava bene in Spagna, ma in America e in Messico proprio no, erano posti che i registi non avevano visto neppure in cartolina. Forse per questa sorta di choc giovanile ancora adesso mi è rimasta la fissa del cinema italiano.

Tomas Milian ha accompagnato la mia giovinezza pure negli anni che è passato al poliziottesco. Tutti film che mi sono visto in prima visione al cinema più grande della città, che è sopravvissuto alle televisioni commerciali e si chiama Metropolitan. Ero ancora più grande, studente di liceo e universitario, quando andavo a vedere Nico Giraldi e Venticello, sganasciandomi dalle risate seguendo trame improbabili e dialoghi al limite del turpiloquio. C’è stato un lungo periodo che me lo sono perso il buon Tomas Milian, tutti dicevano che se n’era andato negli States, che non ne voleva più sapere di quel personaggio da trucido. Forse aveva anche ragione, mica poteva fare il Monnezza e Nico Giraldi per tutta la vita. Adesso capita che Tomas Milian lo rivedo in televisione quando passano Havana, Arturo Sandoval o JFK, ma non è più lui, è un caratterista di lusso, pelato e ingrassato. Cosa ci posso fare se per me Tomas Milian resta sempre quello che indossava la parrucca da trucido del Monnezza? Ci ho persino scritto un libro (Il trucido e lo sbirro, Profondo Rosso), dedicato a mio figlio, che dieci anni fa s’è rivisto con me tutto il cinema di Tomas Milian. E poi con Cuba e con i cubani ho un legame importante…

Grazie Gomarasca, hai fatto davvero un ottimo lavoro, regalando uno stile impeccabile ai ricordi di Tomas Milian. Un vero gioiello. Imperdibile per gli appassionati.

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EPHEMERAL

31 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

EPHEMERAL

The marsh still wrapped in a damp dawn, she has just extricated her wings and now she opens them, shaking, watching them against the light, surprised and grateful. She has four: two in the front, developed and strong, and two behind, weak but complete. She doesn’t know she’s an ordinary flyer. She spreads her wings and goes up, full of longing, of hope, of promise. She’s young and strong, and she has a whole life ahead.

The antennae, short and sensitive, guide her. She hovers excitedly over the sweet and translucent water that reveals the muddy bottom where creatures and algae live. Food for others, but not for her, she cannot spend time to eat, she left the mouth and stomach in the long metamorphosis, in that other life of which she remembers only a slow ripening of purpose.

She flies higher, in ever-widening circles.

The summer sun shines in the sky and dries all the frost. Now she beats her wings in an almost frantic way. She knows that life is a gift and should not be wasted; she knows she has a mission, a noble purpose that transcends it. Her desire flares up. It is an emotion that drives, that urges. She is now mature, full of life, she feels really ready, and then becomes almost insane in her quest.

She ventures to the borders of the swamp, then back to the center, where she dives, touching the water with her wings, almost risking drowning. She shakes, goes up again, soaked and heavy, but more determined than ever. She flaps her wings, in the hot dry air of the midday; she finds again the rhythm of her noble, uninterrupted, nuptial flight.

The shadows are getting longer, the air cools. There are swallows, now, that threaten her and she must be careful. Time has passed, inexorable, the wings are tired. Life now weighs about sore shoulders. She knows she is no longer what she was in the morning.

She has a doubt, as the light fades slowly. And if it was all useless? If one of those birds swallowed her right now? What sense would then have all those flights up and down?

She stops for the first time, uncertain, hovering over the water. She reflects, she points her antennas which, alas, no longer feel so well as at the beginning, when she was young. She gazes at the pond, just ruffled by the evening breeze, a lily pad floating like a raft, a silver fish under the water.

And then it’s when it happens, just while she, remaining still for the first time, stops trying. She understands that it's the right smell, the particular vibration.

The other is tired too. He, like her, all day, throughout his whole life, flew non-stop. They recognize, approach, come together, vibrate in unison, satisfied and exhausted. Now, yes, now all makes sense finally, they think together.

It's dark now, and she’s alone again. She is resting on a blade of grass, gently swaying in the breeze. Her old wings are aching, the antennas do not hear anymore.

With her last voice, however, she still sings the praises of the Creator, and thanks Him, touched, for having given her such a full and intense life.

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#lapostadisibilla

30 Ottobre 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #lapostadisibilla

#lapostadisibilla

Carissima Mari Nerocumi - Sibilla


Mi chiamo Luca Lapi.
Sono nato il 17 Marzo 1963.
Sono diversamente abile (con paralisi agli arti inferiori ed agli sfinteri) a motivo della Spina Bifida e dell’Idrocefalo diagnosticati subito dopo la mia nascita, ma non ho più la Spina Bifida e l’Idrocefalo, oggi, ma la lesione neonatale, la malformazione di cui vivo i postumi.
La Spina Bifida e l’Idrocefalo non sono malattie.
Non sono malato di Spina Bifida e di Idrocefalo.
Non ho la Spina Bifida e l’Idrocefalo.
Ho avuto la Spina Bifida e l’Idrocefalo che, poi, mi hanno portato a disabilità più o meno importanti con altre conseguenze a livello neurologico.
L’esperienza che ne è derivata mi ha portato a considerare, inizialmente, questo mio stato un problema con cui sarei stato costretto, per sempre, a convivere e, convivendoci, mi avrebbe portato, spesso, ad autocommiserarmi.
Mi ha portato a non vederne, da piccolo, che i lati negativi: sedia a rotelle, stampelle che consideravo una vergogna, non potere fare ciò che altri potevano quando e quanto volevano, ma l’esperienza che ne è derivata, a posteriori, e sto vivendo, tuttora, salvo piccoli, fastidiosi problemi, mi ha portato a vederne anche lati positivi: le mie diverse abilità possono essere risorse da porre a servizio dei più bisognosi, ricchezze da condividere con tutti.
Mi ha portato, in altre parole, ad intravedere le diverse abilità, apparentemente, nascoste nelle mie disabilità: non posso camminare con le mie gambe, ma posso farlo con la mia mente, il mio Cuore e la mia Anima.
Ho scritto: "…STAMPELLE CHE CONSIDERAVO UNA VERGOGNA…” e mi spiego.
Iniziai a camminare con le stampelle, a 11 anni, dopo avere passato i precedenti sulla sedia a rotelle ed incontravo, per la mia città, bambini più piccoli: mi puntavano il dito e, rivolgendosi ai genitori, facevano loro notare, a voce alta, quanto fossi buffo e sembrassi piccolo (a 11 anni) poiché ero e sono, evidentemente, basso di statura (nella parte inferiore del corpo).
Pensavo (ignorando, allora, cosa, realmente, avessi,) che si trattasse di una situazione provvisoria e che non fossi, ancora, abbastanza, cresciuto per potere camminare.
Ho capito tutto, invece, da adulto, delle conseguenze della Spina Bifida e dell’Idrocefalo: le ho accettate e, grazie alla mia fede cristiana, le ho accolte, come doni d’amore misteriosi di Dio Padre, non come suoi castighi verso di me.
Non mi vergogno più, perciò, incontrando, oggi, sulla sedia a rotelle, su cui sono dovuto ritornare, bambini che si comportano come quelli di un tempo: non provo che dispiacere, non per me, ma per codesti bambini che considero insufficientemente educati dai genitori o dalla scuola al rispetto per tutti.
Provo dispiacere, inoltre, per tutti i bambini e adulti che convivono, con disagio, con la loro diversità fisica e che, a motivo della loro emotività e sensibilità, soffrono dinanzi ad esternazioni, più o meno, innocenti, di alcuni bambini verso di loro.
Ho imparato, col tempo, in qualche modo, ad ignorare tali esternazioni, ma penso che molti altri bambini e adulti non ci siano riusciti e mi sento solidale, perciò, con ciascuno di loro.
Non intendo dire che, oggi, quelle esternazioni mi avviliscano, quando dico “…IN QUALCHE MODO…”, ma, piuttosto, il constatare che mi piovano addosso in momenti e/o periodi di sofferenza a causa dell’isolamento che mi è stato imposto da chi consideravo amici.
L’ironia è che loro non arrivino ad accorgersi di essere responsabili del mio isolamento.
Si tende a educare, giustamente, scolari e studenti al rispetto verso gli extracomunitari, loro compagni di classe, ma si tende a trascurare l’educazione al rispetto dei diversamente abili.
Mi chiedo e chiedo, perciò, che si possa fare affinché, un giorno, ciò che ho descritto non accada più.
Appaio, certamente, ossessionato, ma non mi pare esagerato pensare che il dito puntato dai bambini contro i diversamente abili possa diventare, un giorno, una mano che impugna una vera e propria arma da fuoco pronta a sparare contro chi è colpevole, solo, della sua diversità fisica.
Sono più sensibile verso chi vive situazioni di disagio peggiori.
La percezione della mia sensibilità è stata importante.
Ripeto, infatti, che ho recepito le mie diversità fisiche non più come problemi, ma risorse da porre a servizio dei più bisognosi, ricchezze da condividere con tutti.
Altri lati positivi, nella mia vita, sono stati l’Inserimento Terapeutico nella Biblioteca Comunale della mia città e la possibilità, per un periodo di tempo, di guidare un’auto apposita.
Ho contatti quotidiani con molti giovani (studenti universitari, neolaureati) a motivo del mio Inserimento Terapeutico, ma circoscritti tra le mura della Biblioteca: non sconfinano in amicizie al di fuori.
Il risultato è conoscenza reciproca di nome e di vista: nulla più!
Sento lo stimolo a confidarmi con molti, ma ne risultano rapporti alimentati da una parte sola (la mia), un prendere, portare a casa, chiudere a chiave in un cassetto e buttare via la chiave per non pensarci più, rapporti di conoscenza, educazione e gentilezza:”Buongiorno! Buonasera! Buonanotte! E, talvolta, “Buon appetito!”: nulla più!
Molti pensano, forse: "Luca ci vede in Biblioteca: gli deve bastare!”
Altri frequentano, come me, la Parrocchia, mi vedono in Chiesa e pensano, forse: "Luca ci vede in Parrocchia, in Chiesa: gli deve bastare!”
Mi pare, così, che l’amicizia si riduca a misera figura di “dente da togliere”, “tassa da pagare”, “attività lavorativa” dove si entra in fabbrica, ufficio, Chiesa, locali della Parrocchia e si è amici, si esce e non lo si è più; dove si sta accanto con rassegnazione: non insieme con passione, “qualcosa che si usa e getta”, “si prende, porta a casa e chiude a chiave in un cassetto per non pensarci più e si butta via la chiave”.
Mi pare, così, che l’essere umano si riduca a misera figura di “macchina erogatrice di servizi” dove i “servizi” erogati dalla “macchina” essere umano si chiamavano, un tempo, “sentimenti”.
Mi avvilisce continuare a constatare che con chi frequenta, come me, Biblioteca e/o Parrocchia e Chiesa non continui a trattarsi che di rapporti concepiti, portati in grembo per qualche tempo e, infine, abortiti.
Vedo giovani accoppiati in Biblioteca e sposati in Parrocchia ed in Chiesa ed il loro evitarmi mi fa pensare che l’amore che li lega non sia che una maschera sul volto dell’egoismo di coppia.
Mi chiedo e chiedo che si possa fare, perciò, affinché ciò non accada più.
Apro una parentesi.
Ho definito le diverse abilità: "RICCHEZZE DA CONDIVIDERE CON TUTTI”.
Anche affetto, amicizia ed amore lo sarebbero, ma c’inducono a chiuderci in noi come se temessimo che, condividendoli, possano volatilizzarsi, quando li si prova.
Si degenera, così, da affetto, amicizia ed amore reciproci in egoismo di coppia o, addirittura, di gruppo.
Si degenera da “CONDIVISIONE” in “DIVISIONE”.
Dico, alla maniera di Adriano Celentano:”DIVISIONE è lenta e CONDIVISIONE è rock”.
“CONDIVISIONE” è assente giustificata a lezioni dell’Università dell’Età Libera, purtroppo.
Troppi si giustificano: "Sono sano: non ho tempo per malati, per chi abbia difficoltà fisiche; faccio volontariato: non ho tempo per chi ritengo che non ne abbia bisogno; sono studente, studioso: non ho tempo per gli ignoranti; sono lavoratore: non ho tempo per disoccupati, licenziati, pensionati; sono accoppiato, sposato, convivente: non ho tempo per i ‘single’; sono genitore: non ho tempo per chi non lo è; sono figlio: non ho tempo per gli orfani!”
La “CONDIVISIONE” soccombe quando chiunque abbia responsabilità educative civili o religiose non provvede affinché ciò che ho descritto non accada più.
Chiudo la parentesi.
Mi convinco, infatti, che il mio nascere con la Spina Bifida e l’Idrocefalo e crescere con le loro conseguenze corrisponda a misteriosi doni di Dio Padre che mi svela, di volta in volta, particolari sia negativi, in parte, relativamente, minore, sia positivi, in parte, infinitamente, maggiore.
Non posso che affidarmi, totalmente, a Lui.
Sono contento così, ma questa mia dichiarazione m’induce a continuare a riflettere.
La mia fede m’induce a pensare, in futuro, ad un disegno di Dio Padre di mia guarigione dalla disabilità della paralisi agli arti inferiori ed agli sfinteri, benché non Glielo chieda, più, da tanto, esplicitamente, nelle mie preghiere (non per stanchezza, non per indebolimento della mia fede, ma per il mio essere entrato in altro ordine d’idee in merito a ciò che penso che sia la Sua volontà su di me).
Mi chiedo: come mi comporterei se si verificasse un miracolo di mia totale guarigione?
Continuerei ad impegnarmi ad essere Cristiano coerente?
Il mio impegno è totale, ma la tentazione di svicolare, a motivo di ciò che mi vedo intorno e mi delude, è forte.
Cordiali Saluti

Salve Luca,

apprezzo la sua mail così dettagliata (per questo è stata pubblicata in toto) perché comprendo la sua necessità di prendere le distanze da quel modo un po’ approssimativo con il quale di solito le persone valutano chi abita perennemente una sedia a rotelle.

E apprezzo anche il fatto che lei spieghi minuziosamente le varie fasi di accettazione di sé, così come è, con cui ha dovuto fare i conti fin dalla sua infanzia, fino a scoprirne finalmente i lati positivi da poter condividere con chiunque altro le capitasse sul cammino.

Ora i problemi iniziano quando percepisce che i rapporti con gli altr, nelle condizioni in cui si trova, non sono così idilliaci, partendo dall’educazione fin dall’infanzia nei confronti delle persone diversamente abili fino alla mancanza di sensibilità di persone adulte, che pur frequentando luoghi come la chiesa, dove concetti quali comprensione e soprattutto condivisione, dovrebbero generare accoglienza e supporto, non riescono a comprendere il suo stato e condividere con lei pezzi di vita. Non ci sono dubbi che per quanto riguarda l’educazione dei bambini nei confronti delle persone che vivono in disagio è basilare e se
questa manca è l’ignoranza a trionfare. E contro quella purtroppo nemmeno le
tavole possono fare qualcosa…

Dalla sua lettera poi sono riuscita ad avvertire quanta fame ha la sua legittima richiesta e quanto appaia triste la condizione di chi potrebbe rispondere e sfamare richieste come la sua e non lo fa.

Sarebbe bello un mondo fatto di leggerezza assoluta, dove normalità e diversità vivono in reciproca sintonia e benevolenza, in reciproco supporto e comprensione. Dove non esiste il bisogno di rivendicare sé stessi e come si è o di nascondersi dietro a squallidi egoismi per paura di ammettere di paura. Perché è proprio così, Luca, in questo idilliaco mondo non dovrebbe esistere la paura, quella contro cui abili e diversamente abili combattono per
la propria vita tutti i giorni. Non faccio distinzione tra lei che rivendica i suoi giusti diritti e chi vive egoisticamente la sua vita. Siamo persone fatte di carne e anima che soffrono e che cercano di vivere al meglio il contorto percorso che gli è stato messo davanti. Chi vive situazioni di maggiore disagio è vero che ha maggiori ragioni di rivendicare il proprio diritto a voler stare bene ma non lo può pretendere da chi questi disagi non li vive. Chi non li vive non sa nemmeno di cosa si tratta e pure quando decide di capire di cosa si tratta, perché decide di
condividere con lei pezzi piccoli o grandi di vita, è spaventato dal fatto di non sapere come aiutarla quando lei sta male, è spaventato perché si sente impotente e incapace di poterla aiutare nel momento del bisogno. Lei è un impegno che mette paura e la paura si sa che fa brutti scherzi. Ma alla paura si può reagire, mi può giustamente obiettare lei, ed è quello che mi auguro possa fare ognuno di noi in positivo, mi auguro che lei possa incontrare un’anima
disposta a starle accanto anche quando si vivono momenti meno felici, senza preoccuparsi di quello che si riesce a fare o non fare, l’importante è esserci.

E per quanto riguarda la sua ultima riflessione, le carte la invitano a usare maggiore indulgenza, nei confronti degli altri ma soprattutto di se stesso: nessuno la condannerebbe se guarisse e decidesse di vivere con o senza coerenza, a giudicarci ci pensa già la nostra coscienza.

Scrivete a

sibillarispondea@gmail.com

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IL CARCERE di CESARE PAVESE (1908-1950)

29 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

IL CARCERE di CESARE PAVESE (1908-1950)

Stefano, protagonista di questo racconto pubblicato nel 1948, giunge in un piccolo paese dell’Italia centro-meridionale. È stato mandato qui dal regime fascista a scontare una pena, come capitò nella realtà a Pavese, condannato nel 1935 a tre anni di confino a Brancaleone, in Calabria. Non sappiamo nel dettaglio quale sia il reato specifico, anche se è chiaro che si tratta di un reato politico. Ma di politica non si parla; solo un signore del posto rende omaggio al suo impegno, ma si tratta di alcune parole estemporanee. In una borgata vicina verrà mandato un altro confinato di cui si sa che è un anarchico voglioso di incontrare Stefano che però rifiuterà. Il giovane non ha più interesse per la politica o per temi generali; rifluisce fin da subito in se stesso. È arrivato in manette, ma poi la sua esistenza ha potuto dispiegarsi in modo diverso, in uno stato di semilibertà. Infatti vive in una piccola casa che non è una prigione; riceve un sussidio, una donna viene a occuparsi delle pulizie, può muoversi e girare a patto di rientrare ogni sera per le sette. Il maresciallo dei carabinieri viene a controllarlo nei primi giorni, poi lo lascia in pace. Può andare a nuotare, accompagnare un giovane del posto a caccia, stare all’osteria. La sua è una situazione sospesa e indefinita; tiene una valigia pronta, nel caso gli venga comunicato l’avviso del recupero della libertà o del passaggio a un carcere vero. Anche molti giovani del paese sono in una situazione sospesa; tanti parlano di andare via, di partire, qualcuno sembra vicino a sposarsi, ma rimanda. Non c’è il senso di attesa di certe opere di Buzzati; qui ci sono la staticità e l’incompiutezza, il ruotare acritico intorno allo stesso punto. La vicenda è declinata da una prosa che descrive con calde carezze pittoriche il paese sul mare dove c’è vita solo nelle chiacchiere dell’osteria e nella malizia di certi sguardi femminili. Nel villaggio non arrivano le fanfare del regime a celebrare un risultato o a indicare una meta; tutto è ripetitivo, senza sbocchi. Solo il dolce rumore del mare e il fragore improvviso del treno danno l’idea che lontano da lì ci siano altri posti, altri mondi, reali possibilità di libertà e di avventura. Stefano non sembra l’unico confinato.

Viene soprannominato ingegnere; in realtà non ha ultimato gli studi. Non parla quasi mai del futuro, passa molte ore a casa e ama stare solo. Solo Giannino, tra i giovani del luogo, entra in confidenza con lui, ma rispettandone la voglia di solitudine. Nasce una relazione tormentata con Elena, la signora delle pulizie; ma è un rapporto carnale, sono due sconosciuti che passano alcune ore insieme in clandestinità, senza dialoghi veri. È attratto in realtà da un’altra donna; anche qui è un’attrazione priva di sentimenti. Conosce tanti coetanei del paese, ma c’è sempre un muro a frapporsi; fatica a capire la mentalità del posto e in definitiva non porta alcun miglioramento, nonostante sia una persona colta. Quando gli arriva l’annuncio della libertà, l’amico Giannino è in carcere e quindi non può incontrarlo; vorrebbe salutare in modo affettuoso Elena che però rimane fredda e distaccata. Il giovane parte e il piccolo paese viene lasciato nell’oblio.

Sembra un racconto in cui tutti sono sconfitti, forse prima di aver iniziato a combattere. Il protagonista è abulico e pavido, le autorità presenti sono solo quelle di pubblica sicurezza, manca ogni slancio e si vive attendendo che altri decidano al proprio posto: c’è un confino politico, ma anche uno esistenziale, passivamente accettato, forse segno di immaturità. Il piccolo centro sembra non interessare a nessuno, né al regime e nemmeno a chi l’ha sfidato ed è stato per questo condannato. È un incontro tra sordi; il confinato e la gente del paese restano divisi da un solco profondo, nonostante le ore che Stefano passa all’osteria: “A volte, giocando alle carte nell’osteria, fra i visi cordiali o intenti di quegli uomini, Stefano si vedeva solo e precario, dolorosamente isolato, fra quella gente provvisoria, dalle sue pareti invisibili”. Non c’è autentica comunicazione; il giovane non vive in un vero carcere e in una vera cella, come abbiamo visto, ma ci sono le mura invisibili tra le persone, nel racconto come nella realtà, costruite dalla paura, dall’apatia, dalla mancanza di volontà. Sono queste mura a vincere.

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Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.

28 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

 Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.

TERRA MIA

All’alba

mi vesto del tuo odore

e mentre le stelle sfuggono al giorno

mi sveglio sotto la tua ombra

abbracciando il mistero del tuo calore.

Offrendomi alle tue mani

Cammino sui tuoi polmoni

Divoro il vento per volare nei tuoi occhi

A cantare il tuo dolce profumo di cachi.

All’alba

estraggo l’inchiostro dei tuoi spiriti

dall’albero magico, scolpisco la penna

per pitturare la tua anima

e la mia voce innocente intona i tuoi canti.

All’alba

Una voce ti diceva:

terra senza voci

voci che non sanno scavare il pozzo delle melodie

melodie che non rimano con le parole

parole senza profumo,

questa terra non sa piantare le lettere,

parole stonate

suoni senza fiamme:

fiamma, fumo e solo tenebre.

Terra che non sa contare

conto che ripudia l’aritmetica

racconto che non brilla. (da “Ode Nascente”, 2009)

Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro. Forse è proprio il presente a stargli stretto.

Nato in Senegal nel 1971, ha pubblicato testi in prosa e poesia, fra i quali “Il giuramento”, “Mery principessa albina”, “Il canto del Djali”, “Curve alfabetiche”, “Rime abbracciate”, “Ode nascente”, “Prendi quello che vuoi ma lasciami la mia pelle nera.” Dichiaratamente s’ispira a Leopold Sèdar Senghor, primo presidente del Senegal e poeta di lingua francese, il quale, insieme all’antillano Aimè Cesaire, fu l’ideologo della negritude. Per negritudine s’intende la riscoperta della cultura africana, delle sue caratteristiche peculiari, come il senso del ritmo e la forza del sentimento. Il popolo nero va alla ricerca di sé, delle proprie radici, della propria specificità, all’indomani della diaspora che l’ha reso apolide, ramingo o non bene adattato.

I cuori, le mani, i piedi battono,

battano tutti i piedi, le mani, i cuori

il sorriso degli uomini che accoglie la vera parola,

parola partorita nel dolore

parola che si radica nel cemento del nostro essere,

parola esaltata dall’euforia,

parola scolpita nella corteccia dei baobab millenari,

parola dalle auroree lettere tagliata al tramonto delle lacrime,

parola che sorride:

negritudine.”

Ma in Tidiane Gaye quest’unicità viene proiettata nel futuro e usata come ponte per la creazione di una nuova società sincretica che, alla base, ha solo i principi dell’umanità e dell’universalismo. Come fa notare Adriana Pedicini, Tidiane Gaye è un umanista, mette l’uomo e la sua parola all’interno di un cerchio vitruviano, considera l’interculturalità un potente mezzo d’integrazione, arricchimento e superamento delle barriere. Alla base di tutto c’è la lingua italiana, usata come strumento unificatore che si auto rigenera in qualcosa di nuovo, a prescindere da tutte le conoscenze stratificate nei secoli, e si evolve, arricchendosi di espressioni frutto di altre culture e altre esperienze. Questo può piacere o non piacere – può anche stupirci che Tidiane Gaye ammetta di non conoscere Pinocchio o scriva Ungheretti al posto di Ungaretti – ma è comunque espressione di un moderno movimento interculturale, frutto di esportazione e di globalizzazione, al quale dobbiamo abituarci e che non possiamo più ignorare.

Tramite questa fusione, questo melting pot di culture e lingue, si giunge, secondo la visione ottimistica e piena di speranza di Tidiane Gaye, all’incontro con l’alterità, alla comprensione dell’altro da sé, alla fratellanza autentica, all’amore.

Di questo compito quasi messianico si fa carico il vate, lui stesso, che, dichiarando “non sono poeta” e “non sono profeta”, in realtà assume entrambe i ruoli. Sarà lui, in qualità di traghettatore, di bardo, di aedo o, meglio, di djali, a farsi carico di questo compito luminoso: unire tramite la parola poetica i cuori degli uomini, fino a portarli in quel luogo dove le differenze sono valore e non scontro. Insomma, nel luogo sacro della fraternità.

NON SONO POETA

Lascio presto in mattinata

la mia casa di paglia

i miei sandali, cuoio di capra

proseguo il vento, le corde invisibili

nei meandri delle sonorità plurali

canto il mio villaggio, la terra dei miei avi.

Quando canto, è pane che offro

all’orecchio che mi ascolta

alla lingua che mi applaude e alle mani

che mi parlano e mi lodano.

Non sono poeta

il mio alessandrino è orfano di emistichi

la mia prosa, erba secca per illuminare le notti senza nomi

oscure e curiose.

Non sono poeta

quando canto le mie parole penetrano i cuori,

indovino le parole nei cespugli

sorgenti dei miei fertili pensieri

che procurano latte e formaggio.

Taglio le mie sillabe nel fuoco della purezza,

sono l’angelo delle maschere, invisibile la notte

nelle tenebre delle parole

che tracciano i gloriosi canti dei guerrieri.

Non sono poeta,

lo sarò. (Da Il canto del Djali, 2007)

Gaye canta l’Africa, intesa come continente e non come singolo paese di provenienza. Più volte, infatti, afferma di voler eliminare i confini, mere convenzioni tracciate a tavolino. La sua Africa è tutto ciò che sta a sud del Sahara, dal quale, tuttavia, spira un vento che brucia e soffoca ma anche accarezza e perdona. L’Africa è odore, sapore, densità, colore acceso. È cose terrene e tangibili - e sono le parti più belle, le poesie più vibranti – come il miglio, il baobab, la kora, strumento musicale fatto di zucca e pelle. “Nel mio paese il sangue dei leoni inonda i pozzi/ la bravura delle donne si misura nella larghezza delle loro mani”.

LA MIA AFRICA

Mi sdraierò sul tuo petto

e nelle tue braccia fresche abbracciami,

mi darai il tuo pane e il tuo riso

basterà a me solamente la tua bellezza nera

quando a mezzogiorno

la luce brillante della tua pelle

coprirà la mia ansia

offrendomi l’ombra, dolcezza del tuo sorriso

canto fresco;

luna dei miei sogni

cantami e coccola la mia anima.

Impediscimi tutto

il tuo vento del Sahara

la tua spiaggia morbida come fragola

impediscimi tutto

ma non i tamburi sulla chiara luna

quando ascoltando l’uomo dalla barba bianca,

illuminando i sorrisi spenti

nella caduta delle lingue deboli,

sarò la voce imprendibile

la bocca sonora di una terra

dove la speranza cade

come gradine.

Mi sdraierò sotto i tuoi piedi

non mi basterà il tuo sguardo;

alzami con le tue lunghe fresche braccia

ospitami nella tua tana, nido umido;

all’alba sorrideremo al mondo

perché questa terra è sempre in piedi. (Da Canto del Djali, 2007)

L’Africa, in questo caso, è edenico rimpianto, madre accogliente pensata con struggente nostalgia. Ma l’Africa è anche navi negriere cariche di schiavi , è barconi che sfidano le onde nel buio, centri di accoglienza pieni di facce attonite, è l’isola di Lampedusa implorata, invocata, pregata.

La terra di cui parla Tidiane Gaye non è solo la sua di provenienza ma, per estensione, anche tutte le nazioni che soffrono come la sua ha sofferto, in primo luogo la martoriata Palestina. Dove c’è un popolo sperso che soffre, là c’è la patria di Tidiane Gaye e, tramite la sua poesia, tramite la lingua che affratella, viene offerta la possibilità di risanare le ferite, far scaturire l’amore, unire il passato al presente costruendo il futuro, ricollegare i vivi ai morti. “Accosterà la tolleranza alla mia spiaggia”.

Ma l’Africa è anche donne meravigliose, esaltate con accenti da Cantico di Salomone, donne amate e madri, sacre come donai nella loro terrestre fisicità, sineddoche di tutta una terra.

RAMATA

Il tuo nome è linfa nutriente

i tuoi piedi, recinto dei tuoi versi

il tuo corpo una vita

le tue strofe riempiono i calici

e inondano i laghi della bellezza

il tuo corpo svelto

è l’ospite delle mie notti,

la luna si nasconde

per offrirmi il calore della tua pelle

specchio della tua memoria,

riflesso della tua lingua.

Il tuo corpo è una sinfonia

una sillaba, una casa,

il tuo corpo è labbra

la forma della tua bocca un bacio

la tua fronte liscia e libera,

i tuoi denti bianchi

si nutrono del sorriso del sole

nella vela dei venti

e nella notte delle lune

la tua bocca è ode e lirica

le tue treccine, pittura e poesia

la tua andatura, il cammino epico del tuo popolo. (Da Ode Nascente , 2009)

A MIA MADRE

Non ti ho perduta, ti sognavo

la tua ombra, mia custode, salvatrice dei miei passi

tu mi dicevi: dormi vicino al mio cuore allattato dal mio seno.

La tua saggezza è tramandata

sono cresciuto per vincere le paure degli uomini.

Mi ricordo, tu mi portavi sulla schiena morbida

frullando le spighe di miglio

sono cresciuto per coltivare la forza degli uomini.

Tu, madre mia, cantante mia, cantavi la notte per addormentarmi

sono cresciuto per salvarti dall’incubo.

Tu, mia maestra, mi hai insegnato le prime lettere dell’alfabeto

sono cresciuto per insegnare la lingua all’uomo.

Madre, sei il mio custode invulnerabile alle grida delle iene

avvicinati e non abbandonarmi

la vita ha spaccato il cordone ombelicale

ma il cuore è unito a te per sempre.

Il prezzo della sofferenza è sorridere al mattino

ascoltare la tua voce

fuggire dalle tue paure,

ti canto quando il sole si allontana dalle nuvole

quando la luna si risveglia

la notte, quando le stelle ballano

ballerò sulla punta dei piedi

dai miei occhi ti guarderò, ti dirò di perdonarmi

e ti ringrazierò di avermi partorito.

Ecco mia madre nel sogno

che mi rispondeva col sorriso sulle labbra:

Figlio mio, adora tua madre e tuo padre

sono per te lo specchio. (Da Canto del Djali, 2007)

Sempre Adriana Pedicini fa notare il sincretismo linguistico, l’uso di neologismi e i richiami alla lingua wolof, e noi aggiungiamo il contrasto fra parole ricorrenti, come onde che si accavallano di continuo, tornando a riproporsi senza mai essere le stesse: ad esempio miele e vipera. Il miele è connesso alle origini, alla terra, alla lingua, la vipera è ciò che fa male, inganna, sfrutta, deporta.

Difficile giudicare la poesia di Tidiane Gaye col nostro metro perché essa ha i ritmi, gli enjambement, gli accenti della produzione del suo paese. La prosodia ci mostra un verso elastico, a volte stretto, a volte allungato fino a riempire tutto il foglio e assumere i connotati della prosa. La parola è mezzo espressivo ma anche fine, ha valore conoscitivo, scopre il senso segreto delle cose. Il Verbo crea, ha potere sulla materia e sullo spirito, la parola del griot, del cantore, dà vita alla nuova religione che ha al centro l’uomo, il nuovo umanesimo che risarcisce e rimargina.

TAM-TAM

Le mani affogate nell’acqua salata

mi inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.

E dirò:

Spirito, taglia questo legno nella purezza del latte

i suoni del vento, delle onde del mare,

medito sulla voce invisibile del cuore

accompagno la voce dei griot,

la lingua dei saltigue diventi la memoria del cammello

precipiti durante la morte del re

la nascita del bambino

e... lentamente la gioia del popolo.

Tam-tam

nella tua pelle di sale

m’inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.

E dirò:

Voglio sentire i tuoi ritmi per adorare il fiore rosa

aprire gli occhi del cielo ballando con le belle perle

nelle serate d’estate sotto la piena luna

voglio sentire il ricordo della notte stellata

alle grida mute delle iene e dei leopardi

il verbo che dice “Bevi la parola per illuminare il cuore”

la pianta che fiorisce

la montagna che crolla

la collina che si inchina

i laghi che svuotano il ventre del coccodrillo. (Da Il canto del Djali , 2007)

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La prova del fuoco di Carlo Pastorino

27 Ottobre 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

La prova del fuoco di Carlo Pastorino

Il ligure Carlo Pastorino (Masone 1887 – 1961) ci presenta le sue esperienze di combattente nella Grande Guerra in Vallarsa e sul Carso. I suoi testi denotano una patina di forte moralità e sensibilità umana e a volte ciò può portare a una prosa un po’ mielosa. Ma questo è il mondo di Pastorino che poggia su solide fondamenta civili, ossia la fedeltà alle Istituzioni e alla Patria, e anche religiose, ossia un’intensa fede cristiana. Le sofferenze al fronte non intaccano le sue convinzioni; anche fare la guerra è un dovere civico e l’imboscato è un infelice da compatire, come spiega alla fidanzata a Milano, poco prima di tornare a combattere. La guerra uccide ma può anche far rinascere; il torinese Fenoglio in Vallarsa sente di voler rinunciare a una vita di nefandezze. Confessa i suoi misfatti; Pastorino ne accompagna la graduale risalita morale. L’ambiente solidale dei commilitoni ha trasformato un criminale in un buon soldato stimato da tutti. Il diarista è attentissimo all’umanità dei compagni cui si lega con rapporti di reciproca stima e affetto. Memorabile l’incontro con un maggiore valdostano e con un vecchio garibaldino vicino ai settant’anni; il giovane accompagna quest’ultimo in una ricognizione avanzata, notandone il coraggio e la prestanza. Terribile invece il resoconto di quanto capita a un gruppo di zappatori diciottenni, dilaniati da una granata mentre consumavano il rancio.

Rare e pacate, ma non insignificanti sono le sue manifestazioni polemiche. Butta via una sua lettera che probabilmente sarebbe stata bloccata dalla censura: “Le lettere gaie, si, arrivano agli amici e alle nostre case; non le desolate che non son da uomo d’armi, il quale deve essere immaginato ritto sempre e feroce in faccia al nemico”. Come altri soldati impegnati in prima linea, anche Pastorino ha una sensazione di disagio durante le cerimonie ufficiali che si svolgono nelle retrovie davanti ai comandanti. Gli imboscati che non vedono mai il fronte in quei momenti si fanno avanti con le loro uniformi linde e splendenti, spingendo da parte i fanti che portano l’odore delle trincee. La sensazione è che questi uomini sapranno occupare la scena anche dopo la fine della guerra, come viene ben spiegato in un passo che ci ricorda almeno altri due memorialisti della Grande Guerra come Carlo Salsa e Giovanni Comisso: “Con l’immaginazione sono corso all’avvenire; e ho visto che l’avvenire non sarà nostro ma di costoro. In tutti i campi saranno in testa, in tutti meno che in quello di battaglia (…) Nei cortei terranno tutta la via, loro; saranno i vessilliferi, loro; canteranno le canzoni di vittoria, loro (…) saran per essi i titoli, le prebende, i primi seggi (…)”.

In Vallarsa è la sete a tormentare i fanti; le colonne di rifornimenti sono bersagliate dai bombardamenti e spesso alle prime linee non arriva abbastanza: “Le ghirbe arrivano quasi vuote, flaccide come vesciche sgonfie. A ogni soldato un fondo di gamella: una golata, un respiro: e nulla più. Chi pensava a lavarsi gli occhi? Chi a pulirsi in qualche modo?”.

In un assalto, Pastorino è alla testa di un pugno di Arditi; l’attacco è temerario, diretto verso la selletta Battisti. Il diarista e Fenoglio guidano gli uomini, sotto gli occhi dei superiori. Ecco la descrizione dei momenti iniziali dell’operazione: “Solo, ecco, so che si corre, si cade, poi ci si rialza; sudanti, anelanti, tra il fumo e il fuoco. Mille incendi sono nulla in confronto a questo. È l’orrore. È il pazzo terrore che scalpita e rugge. Il mondo finisce”. La descrizione magistrale dell’attacco, condotto con furia quasi disperata, ci porta fino all’ultima fase in cui gli italiani filtrano tra i reticolati e sono a tu per tu con il nemico che poi fuggirà.

In seguito Carlo viene trasferito nel più sanguinoso fronte del Carso. Partecipa a una grande battaglia ai piedi dell’Hermada (questa è la parte del diario letterariamente più alta); viene fatto prigioniero e finisce a Therensienstadt, in Boemia. Qui riprende a scrivere, incoraggiato dai compagni di sventura. Nei primi tempi in Vallarsa aveva gettato via i propri libri, come se fossero cose inutili e buffe, appartenenti a un passato che cozzava contro il presente. L’io purificato dalla guerra si ribellava contro il vecchio io, spiegava il diarista. Aveva quindi eliminato i libri: “Lì cominciai a svolgere i fogli e a strapparli uno a uno, riducendoli in minuti pezzi”. È uno dei rari punti in cui il fronte con i suoi orrori sembra alterare la compostezza dell’autore, privandolo inoltre di una parte della sua identità. Finito il conflitto, Pastorino si dedica all’insegnamento e anche alla scrittura, ricomponendo la propria identità spezzata. Ha sofferto ma quasi senza lamentarsi, ha accettato tanti sacrifici, evitando di farsi interiormente scalfire dall’orrore, mantenendo la fiducia nell’uomo e il senso dei doveri del singolo verso istanze più alte. Il vittorioso ritorno alla scrittura, così fecondo di risultati, segnala che davvero le armi etiche di Pastorino erano più forti di quelle della guerra. La prova del fuoco può dirsi superata.

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Fabio Pasquale, "Il lavoro della polvere"

26 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Fabio Pasquale, "Il lavoro della polvere"

Il lavoro della polvere

Fabio Pasquale

Editrice Zona 2013

pp 80

10,00

È raro che il romanzo d’esordio di un autore poco conosciuto sia così tagliente nei contenuti e lucido nella forma. “Il lavoro della polvere”, di Fabio Pasquale, è un noir scritto molto bene che ti tiene inchiodato dalla prima all’ultima pagina.

La storia è semplice nella sua anormalità. Un uomo uccide un sosia per fingersi morto e scappare con i soldi della ditta. Per farlo dovrà assumerne l’identità per alcuni mesi, in modo da non destare sospetti. Ciò è possibile in un mondo dove si ha poca attenzione per il prossimo, dove non ci si guarda negli occhi, dove non si ha contezza l’uno dell’altro ma si diventa intercambiabili. Sul suo cammino verranno a frapporsi degli ostacoli che egli eliminerà senza scrupoli o rimorsi.

Si può pensare che la tragedia stia nell’uccisione di un malcapitato, la cui unica colpa è somigliare come una goccia d’acqua al suo assassino. In realtà, la morte del poveretto di nome Manuel è asettica, chirurgica: basta un colpo ben assestato e tutto finisce senza emotività o eccessiva partecipazione. Quello che agghiaccia è l’esistenza stessa di Manuel, moderno travet talmente incolore che persino le commesse del discount lo identificano come sfigato.

Manuel è un colore spento, di quelli da associare alla noia e scartare quasi subito.” (pag 9)


Di professione Manuel fa il fattorino di pony pizza, consegnando pasti a domicilio col suo motorino sgangherato. Assumendone l’identità, il protagonista ne scandaglia la squallida esistenza che è, in parte, anche la propria. Se Manuel vive con timidezza e con rassegnata malinconia, il suo omicida si ribella, analizza spietatamente ciò che vede, evidenziando solo gli aspetti negativi: la desolazione, la miseria, il degrado, la noia, in una spirale sartriana di nichilismo e nausea.

Manuel vive in un brutto appartamento, con una vicina di casa che neppure nota. Per adescarlo e sapere di più sulla sua vita, l’assassino inventa un’identità virtuale, crea un profilo facebook a nome Ambra, spacciandosi per una ex compagna delle elementari divenuta con gli anni figa e affascinante. Inutile dire che, trascinato nel vortice della chat, Manuel s’innamora di Ambra, la sogna ogni notte e passa le giornate contando le ore nell’attesa di tornare a casa e connettersi.

Più dell’assassinio di un innocente, raggela la rappresentazione di un mondo in cui non siamo più capaci di vivere e creare un legame fisico con le persone. “Il lavoro della polvere” è un dramma dell’era social, ci mostra a noi stessi, con le nostre esistenze spoglie e prive di emozioni, ci dipinge mentre, chini sulla tastiera, evochiamo amicizie e amori che sono frutto solo della nostra immaginazione, caricati delle nostre aspettative, destinati a infrangersi contro il muro del reale. Così facendo, persi in un pianeta virtuale dove gli altri sembrano seducenti e noi migliori, finiamo per disprezzare ciò che abbiamo a portata di mano, per non alzare più lo sguardo fuori della finestra, per non sentire più il calore di una mano o le sfumature pastose di una voce vera, per condensare ogni commozione in una sbrigativa emoticon. Finiamo per non accorgerci nemmeno che l’altro, il nostro dipendente, il nostro vicino, il nostro fattorino, non è la persona che conosciamo da sempre ma un suo sosia.

Dopo l’omicidio, l’assassino conosce per caso Paola, la vicina di casa di Manuel, che questi non aveva mai considerato, e con lei stabilisce una relazione gratificante. La relazione fra l’omicida e Paola simboleggia ciò che avrebbe potuto essere se la vittima avesse avuto più coraggio, più occhi per guardare, più forza di vivere appieno la sua vita. L’assassino è l’alter ego di Manuel, e, guarda caso, non ha un nome né un’identità precisa, ma incarna la sua possibilità di godere della propria esistenza. Attraverso il suo omicida, scopriamo che, forse, Manuel non era lo sfigato che credeva di essere, la sua era solo un’immagine di sé con la quale s’identificava a tal punto da costringere gli altri a vederlo in quel modo. E anche il suo doppio intravede attraverso Paola l’evenienza di un coinvolgimento emotivo autentico, capace di spazzare via noia e grigiore, ma, seguendo la propria logica, sa che “su strade a senso unico, andare avanti è l’unica opzione possibile”.

Il finale lo lasciamo al lettore.

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