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Radioblog: Terracina Book Festival

8 Settembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #eventi, #vignette e illustrazioni, #interviste, #eva pratesi

 

 

 

 

 

 

 

Amici di RadioBlog, ancora con voi questa settimana per parlarvi di un’altra iniziativa dedicata ai libri, Il Terracina Book Festival che si terrà nella bellissima cittadina laziale sul mare. Terracina è stata nominata tra le altre cose quest’anno  la Regina della Via Appia, in quanto tappa importante dell’Appia Trail, un percorso di trekking volto a riscoprire e valorizzare la bellissima Regina Viarum.

A parlarci di questo festival letterario sarà il giornalista, scrittore ed editore Andrea Giannasi che ci illustrerà in sintesi il programma con i principali appuntamenti e ci parlerà anche della sua attività di editore, segnalandoci nomi di scrittori che si affacciano sul panorama letterario italiano e offrendo consigli e suggerimenti a beneficio di coloro che volessero intraprendere la strada della scrittura.

L'illustrazione di oggi di Eva Pratesi è ovviamente dedicata a Terracina e richiama il tema del "Grand Tour" visto che questa deliziosa località è stata una tappa del viaggio in Italia di Goethe nel 1787. A questo proposito il Comune di Terracina ricorda lo scrittore in una stele che riporta una delle sue estasiate descrizioni delle ricchezze naturalistiche ed archeologiche del territorio. Il disegno che Eva vi propone rappresenta il connubio tra viaggio e letteratura, un invito a visitare Terracina in occasione del Book festival e magari, perché no, lasciarsi rapire come il famoso scrittore dalle bellezze del suo paesaggio.

Nell’occasione vi segnaliamo come sempre il sito web di Eva che è www.geographicnovel.com , dove troverete molte delle sue  illustrazioni.

"Music: www.bensound.com"

 

Vi auguriamo buon ascolto!

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L’armata tradita di Heinrich Gerlach

7 Settembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

L'armata tradita è un romanzo di Heinrich Gerlach, pubblicato nel 1956 da Garzanti.

L’autore è uno tra i pochi sopravvissuti dei tedeschi presi prigionieri dai russi sul fronte orientale. Scrisse le sue memorie in prigionia nel 1944-45, ma nel 1949 il manoscritto gli venne sottratto dai carcerieri. Tornato in patria solo nel 1950, l’autore ricostruì l’opera tra il 1951 e il 1956, naturalmente con immensa fatica; rinacque così il testo che in forma di romanzo narra un grande dramma militare e umano. Seguendo la vecchia edizione Garzanti, diamo gli elementi della vicenda storica; circa 270 mila tedeschi restano intrappolati nella città nel novembre del 1942. Saranno progressivamente decimati soprattutto dal freddo e dalla fame, oltre che dai soldati sovietici. Circa 90 mila verranno imprigionati a fine gennaio del 1943 e solo poche migliaia torneranno a casa dopo la fine  della guerra.

Il romanzo è corale; i protagonisti sono sottufficiali e ufficiali tedeschi costretti a fare i conti con ordini sempre più assurdi in una situazione senza via di uscita. Alcuni reparti hanno persino avuto ordine di entrare nella sacca autointrappolandosi, non essendo per il comando accettabile alcun arretramento. Ma comunque il morale resta alto.  Inizialmente infatti si spera nei rinforzi; Hitler non può abbandonare un’intera armata. Arriveranno le truppe corazzate di Manstein, si ripetono i soldati. Vi saranno opportuni rifornimenti dal cielo, sperano. Ma Manstein non giunge e i rifornimenti sono limitati, mancando aerei adeguati. Le condizioni di vita peggiorano di settimana in settimana; eppure Hitler invita le truppe accerchiate a confidare in lui. Gerlach mostra un’ampia tipologia di reazioni davanti al vicino collasso dell’armata; chi ostenta apertamente le convinzioni antinaziste, chi riflette criticamente su una vita di compromessi e quieto vivere, chi cerca fino all’ultimo una medaglia, chi ripropone fanaticamente gli ordini di Berlino che impongono la lotta a oltranza. C’è del miracoloso in questa resistenza sempre più disperata; si formano battaglioni composti da cucinieri, da autisti, dal personale delle retrovie, mandati in linea con scarsa preparazione. Si riesce a procrastinare il crollo, sacrificando altri uomini  stremati. Mentre i russi penetrano nelle difese sempre più scarne, ai sopravvissuti non resta che tornare a sentirsi semplicemente uomini, animati da solidarietà e umanità, rigettando i valori del nazismo. Ma è comunque  significativo, in uno degli episodi descritti, che l’urlo “Heil Hitler” si elevi ancora in uno degli ultimi fortini tedeschi, segno che molti non rinnegavano il regime che li stava sacrificando.

Il libro fa sentire l’odore degli ospedali zeppi di feriti, la sofferenza fisica di uomini sempre più affamati e oppressi dal gelo, l’angoscia di essere chiusi da un accerchiamento micidiale. Due frasi di Hitler restano impresse; “Potete fondarvi su di me come su una roccia” (da uno dei tanti messaggi mandati da Berlino all’armata) e poi un’altra, pronunciata dopo la fine dell’assedio: “Gli uomini di Stalingrado devono essere morti”. Chi aveva perso nella grande battaglia di Stalingrado, infatti, non poteva che essere morto per non poter raccontare lo svolgimento di una disfatta e per essere utilizzabile come eroe nella propaganda di regime. Per essa Stalingrado era come le Termopili e la Germania si poneva come baluardo occidentale contro il pericolo sovietico. La resa o la ritirata non erano accettabili, nemmeno davanti all’imminenza del disastro. La massa dei caduti di Stalingrado serviva a creare un possente mito patriottico buono per motivare una rinnovata volontà di combattere contro il nemico ideologico. Irrazionalità e paranoia erano ormai di casa a Berlino e infatti pochi dei capi conoscevano realmente la situazione nei punti peggiori del fronte, ma senza problemi promettevano interventi del tutto irrealizzabili per mancanza di risorse.

Gerlach, uno dei superstiti di questi eventi, ha cercato di raccontare tutto questo, ossia l’olocausto di un’armata voluto dal suo capo supremo.

 

 

 

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Radioblog: Il Festival letteratura di Mantova

6 Settembre 2017 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #eventi, #vignette e illustrazioni, #interviste, #eva pratesi

 

 

 

 

 

Oggi all’interno di RadioBlog parleremo di un sogno: LEGGERE PER MESTIERE e conosceremo una persona che ha fatto di questo sogno una realtà. Si chiama Simonetta Bitasi e si definisce LETTRICE AMBULANTE che significa in sostanza mettere in comunicazione tra loro lettori e libri, cercando di valorizzare quelle realtà editoriali che, seppur interessanti, per varie ragioni non riescono ad emergere e raggiungere il grande pubblico.

Simonetta ci racconterà il percorso che l’ha portata ad intraprendere questa professione, ci spiegherà come si svolge esattamente il suo lavoro e ci dispenserà consigli utili per poter seguire il suo esempio.

Ma parleremo anche di un evento letterario attesissimo, il FestivalLetteratura di Mantova che si terrà nella città dei Gonzaga dal 6 al 10 Settembre e di cui la nostra intervistata è una delle autrici.

Vi segnaliamo dunque il sito web di Simonetta Bitasi : www.lettoreambulate.it e quello del FestivaLetteratura www.festivaletteratura.it.

Ad accompagnare la nostra intervista ci sarà come sempre un’illustrazione di Eva Pratesi dedicata a Mantova, città natale di Simonetta e alla lettura.

Nell’occasione vi segnaliamo come sempre il sito web di Eva che è www.geographicnovel.com , dove troverete molte delle sue  illustrazioni.

"Music: www.bensound.com"

Buon ascolto!

 

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Hakan Gunday, "A con zeta"

5 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

A con zeta

Hakan Gunday

Markos y Markos, 2015

 

Quando questo libro uscì due anni fa ricordo ancora alcuni commenti entusiasti: “libro doloroso”, “libro commovente”, “quanto male fa ma va letto”ecc. Ora l’ho letto. In effetti le prime 30 pagine del libro danno ragione ai commenti di cui sopra: in apparenza si denuncia la situazione delle donne in certe regioni della Turchia dove la religione ha un peso elevatissimo sulla società, per cui fin da bambine anche solo il fatto che non restino analfabete può costituire un ostacolo al matrimonio, spesso con uomini con il triplo dei loro anni. Le stesse donne colte, quali le insegnanti, non godono di buona salute mentale. Nel momento in cui Derda, la protagonista femminile, va in sposa ad un criminale turco emigrato a Londra che la tiene segregata in casa e ne abusa sessualmente e fisicamente, la storia vira inaspettatamente verso un genere che potrei definire grottesco, in cui è richiesta al lettore una sospensione dell’incredulità eccessiva per giustificare come la giovane si salvi dal suo aguzzino: peccato che appaia troppo forzato che una sedicenne che non parla una parola di inglese, nella Londra con milioni di abitanti, finisca per incontrare 3-4 persone, guarda caso tutte correlate tra di loro, pur in momenti e posti diversi, con delle coincidenze davvero irritanti. Derda andrà incontro a peripezie degne di un’eroina ottocentesca che si risolveranno nel lieto fine. Ma qui inizia la seconda parte del libro in cui si parla di Derda maschio, orfano turco che si arrabatta a guadagnare pochi spiccioli pulendo tombe al cimitero di Istanbul. Questa storia invece inizia sotto il segno dell’humor nero, la satira e l’ironia verso certa società turca, i suoi problemi politici sono qui più evidenti e resi meglio rispetto alla storia della Derda femmina: il giovane infatti cresce da analfabeta finché non incontra in una stamperia clandestina il libro di Oguz Atay, un romanziere turco poco noto all’estero ma poco ricordato anche in Patria, e in nome di costui, travisando la storia dello scrittore, inizia ad attuare scorribande e omicidi finendo giovanissimo in prigione. Che la fine preveda l’incontro dei due Derda nemmeno lo dico perché pare scontato, le modalità sono abbastanza sgangherate e al limite del ridicolo, come mi pare lo sia stato tutto l’intreccio del libro. A parte l’utilizzo di una lingua semplice, la povertà di descrizioni con un interesse prevalente per le azioni e il loro susseguirsi in maniera meccanicistica, con dialoghi essenziali e di contenuto elementare, forse dovuta al fatto che i due protagonisti sono scarsamente scolarizzati, non solo non mi ha coinvolto ma l’ho trovato stancante alla lunga come stile. Il continuo deviare bruscamente da un genere all’altro non mi ha permesso di capire cosa volesse dire lo scrittore: denuncia sociale? Satira sociale? Dichiarazione d’amore per le letteratura con suo inevitabile ruolo salvifico? Semplice romanzo di intrattenimento che ogni tanto strizza l’occhio come per dire “Ehi, non è solo questo?”. Insomma nel complesso un libro che non ho apprezzato. Votato Miglior Romanzo Turco del 2011.

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Paolo Zardi, "XXI secolo"

3 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

 

XXI secolo

Paolo Zardi

Neo, 2015

 

Ingegnere con la passione per la scrittura, che ha espresso in diversi romanzi e racconti precedenti a questo, candidato Strega per il 2015, Zardi ci propone un romanzo distopico ambientato in un anno imprecisato della prima metà del XXI secolo. L’Italia, ma più in generale l’Europa, attraversano una fase di declino sociale, economico e politico, non descritta nei dettagli ma che si evince facilmente da frammenti di notiziari in cui a dominare la scena internazionale sono Paesi asiatici e sudamericani, da un mondo del lavoro sempre più spietato e precario, dalle descrizioni del paesaggio grigio, fatto di casermoni popolari periferici, case e quartieri degradati, centri commerciali come oasi nel deserto, il lavoro del protagonista che piazza depuratori per l’acqua a famiglie, che devono accendere onerosi mutui per permetterseli, con la pervicacia e ostinazione di un adepto che cerca di fare proseliti per una nuova religione. L’incipit ci getta subito nel mezzo della storia: la moglie, presumibilmente una quarantenne come il personaggio principale, va in coma (in parallelo col mondo in declino quindi in una allegoria abbastanza semplice da individuare) a seguito di un imprevedibile e raro evento cerebrovascolare, lasciandolo solo con i due figli ancora non adolescenti e un dubbio scaturito da un mazzo di chiavi abbandonato a lui sconosciuto, che dopo poche ricerche si materializza in una prova schiacciante data dalla foto del viso della moglie troppo vicino ad un’appendice maschile che non è la sua. Insomma, l’amatissima moglie per cui lui passa intere giornate a macinare kilometri piazzando inutili aggeggi in casa di gente che non può permetterseli con la fantasia di un saltimbanco, va a fare fellatio ad uno sconosciuto di cui lui non sa nulla mentre lui porta il pane a casa. Brutto colpo, eh? A differenza però del protagonista di Caos Calmo, il protagonista di Zardi decide di andare al fondo della questione e interroga le amiche o pseudo-tali della moglie, e in questo percorso investigativo si rende conto che della moglie conosceva molto poco, ignorava i nomi delle amiche, tanto da confondere due omonime, ignorava che avesse un avvocato, e la professionista una volta rivelatasi nemmeno gli dice per quale motivo avesse l’incarico. Per cercare di capire giunge persino a fare un viaggio in Austria a casa della moglie e dove tuttora vive la suocera ormai demente, alla ricerca di un indizio, una parola, una password. Invece troverà solo una domanda: “Era da quando aveva dieci anni che sentiva la storia degli eschimesi e delle loro venti parole per indicare i diversi tipi di neve, ma nessuno pareva stupirsi del fatto che per l’amore, in fondo ne esistesse solo una. Quale era la parola esatta che definiva l’amore di Eleonore con le sue svariate declinazioni? Venti parole sarebbero bastate a definirlo nella sua interezza? La voglia che ogni tanto le prendeva di succhiargli il cazzo fino al midollo (all’amante, inteso), sotto quale sfumatura dell’amore rientrava?”. Quesito tagliente a cui si ha paura di dare una risposta. Lui ne tenterà una con un finale che però non mi ha convinto, forse perché l’ho trovato stridente con la storia, che lascia in sospeso parecchio, col protagonista, che si avverte molto più cinico di quanto poi non si riveli, con una soluzione che forse io stessa non approvo (magari in questo periodo, tra 5 anni penserò il contrario) perché avrei forse agito diversamente, forse sarei cambiata come persona se avessi vissuto un trauma simile. Del resto, come ha detto qualcuno più in gamba di me, un libro è buono quando lascia delle domande a cui devi ancora cercare di rispondere dopo che lo hai terminato, quindi lo consiglio.

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Simona Lo Iacono, "Le streghe di Lenzavacche"

1 Settembre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

Le streghe di lenzavacche

Simona Lo Iacono

Edizioni E/O, 2016

 

 

Il magistrato Lo Iacono, scrittrice attiva sia in campo culturale che sociale, confeziona con questo suo romanzo, candidato al Premio Strega 2016, un vero e proprio inno alle donne che osano ribellarsi alla società che le vuole rigidamente segregate in una categoria da sempre troppo angusta. Scritto sotto forma di fiaba apparentemente nera, con una donna discendente da una famiglia di streghe, intese non come esseri dotati di poteri soprannaturali, bensì come donne libere, colte e soprattutto coese tra di loro a costo delle loro stesse vite, con un bambino nato affetto da una patologia che lo rende tetraplegico e muto, vista come chiaro segno della maledizione che sul piccolo incombe, essendo figlio di un rapporto clandestino nonchè nipote di nonna Tilde, nota “strega” che conosce le segrete arti della guarigione con le erbe. Come in una vera fiaba troviamo molti elementi tipici di quelle tradizionali: il protagonista e cavaliere è incredibilmente proprio il piccolo Felice, che già col nome di battesimo dato dalla madre Rosalba dal primo fiato di vita si oppone ad un destino atroce fatto di scherno, superstizione e disprezzo da parte dei compaesani. Ad aiutarlo nel suo percorso di ricerca il farmacista del paese, donnaiolo e vulcanico, con un cuore grande solo quanto la sua epa, la nonna che consulta indefessamente un misterioso libro (lo strumento magico fiabesco) e ovviamente la madre, donna coraggiosa e sensuale che ha per il figlio un solo desiderio: che possa essere felice non solo di nome. La strada di Felice e dei suoi bislacchi scudieri interseca quella del maestro Alfredo, le cui lettere occupano ogni metà dei capitoli della prima parte del libro, giovane insegnante non prono alla retorica del Fascio e che vorrebbe formare poeti e non soldati nel piccolo paese di Lenzavacche. La seconda parte del libro disvela invece il contenuto del libro di Tilde, scritto in italiano volgare del XVII secolo e in cui si narra la natura delle streghe di Lenzavacche. L’ultima, brevissima parte, si limita a esporre  le conclusioni di tutta la storia e offrire al lettore la soddisfazione di sapere cosa è successo ai tanto amati protagonisti: “Al che ho capito che ogni volta che una donna sarà madre a dispetto del mondo, e racconterà storie vincendo la morte, le streghe torneranno cara zia, ancora e ancora, con tenacia e compassione”. Una nota vorrei dedicarla alla scrittura evocativa e per immagini che utilizza parole desuete come “scoscendere” o onomatopeiche come “gloglottare” e che fa con piacere aprire il dizionario non tanto frequentemente ma nella misura giusta per apprezzare un uso sapiente della lingua italiana.

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Claudio Volpe, "La traiettoria dell'amore"

30 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

La traiettoria dell'amore

Claudio Volpe

 

Laurana, 2017

 

La prima cosa che mi ha colpito di questo libro è la capacità linguistica dello scrittore, giovane eppure già al suo terzo libro. Notevole, variegata, mai barocca o leziosa. La seconda è stato il mix di cultura classica (Antigone) e pop (le frasi di chiusura e apertura del serial "Grey's anatomy") che si alternano in una interessante contaminazione, oggi si dice così, e che in principio provocano un effetto originale ma che a lungo andare a mio parere cedono troppo al lato pop abbassando il livello stilistico con contenuti che avrebbero richiesto più profondità. La narrazione è in prima persona, a farla è la protagonista Andrea, donna che si definisce lesbica pur essendo bisessuale e che a mio parere è un altro lato debole del libro in quanto personaggio troppo ingombrante. Andrea si parla addosso, spesso conducendo il racconto ad avvitarsi su se stesso con le sue elucubrazioni sull'amore e la sua potenza salvifica che, però, a lungo andare perdono di nerbo e vigore, diventando quasi uno sfoggio forse un po' compiaciuto di capacità linguistica, nel comporre un numero a tratti eccessivo di metafore e similitudini che spezzano il filo dell'intreccio, già di per sé poco omogeneo, con una fuga che abortisce dopo l'introduzione dei due personaggi di paese che avrei conosciuto meglio. Giuseppe e Sara da comprimari diventano due sagome sullo sfondo, schiacciati dalla personalità quasi dispotica con cui Andrea domina la scena, decide, narra, sviscera. In più non ho colto bene l'esigenza narrativa delle numerose scene erotiche, mai volgari, in cui viene ostentata una sessualità ricca e legata al sentimento ma appunto anche questa alla fine prepotente nell'occupare spazio che avrei concesso ad altro. Insomma ho trovato questo romanzo squilibrato nelle sue componenti.

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Distruggendo la letteratura temporaneamente per sempre

29 Agosto 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

 

Il Colera ai Tempi dell'Amore narra la diffusione di una terribile malattia - l'amore – mentre alcune persone tentano di godersi il loro colera in pace, mentre Cent'anni di Similitudine è la saga intergenerazionale di una famiglia i cui componenti hanno tutti lo stesso nome, cosa che ingenera tutta una serie di spassosi equivoci, rendendolo uno dei migliori libri umoristici di tutti i tempi, e sono entrambe opere di Gigi Marquez, noto frequentatore di prostitute colombiane.
Ritratto di una Cretinotta Abbindolabile è invece il capolavoro di Henry James, in cui un sacco di gente inutile si dice cose inutili, preccupandosi parecchio che qualcuno possa accorgersene, e la protagonista, ereditiera moralmente afflitta dall'esistenza dei poveri perché le rovinano il panorama, si fa sposare da un debosciato solo perché lui vuole i suoi soldi.
Il Ritratto di Oscar Wilde è un libro scritto da Dorian Gray, piuttosto invecchiato male, cosa che comunque non ha impedito al suo autore di invecchiare anche peggio. In esso un uomo innamorato della bellezza sensuale e luccicante colleziona figurine del campionato di lotta nel fango tra camionisti e anelli con smeraldi di plastica e rubini di pongo trovati nelle patatine. Si fa dipingere un ritratto, e si rende conto di essere molto brutto. Per questo motivo fa rifare il ritratto in maniera tale da apparire ancora più brutto in esso, e, per contrasto, sembrare meno indecente nella realtà. L'altra possibilità presa in considerazione era quella di farsi dipingere un ritratto estetizzante e incollarselo sul naso, ma questo creava problemi pratici nel lavarsi la faccia (il dipinto si scoloriva) e nello schiacciarsi i brufoli (erano solo dipinti). Alla fine, la frustrazione lo porterà a distruggere il quadro, cosa che lo fece diventare ancora più brutto, perché quando ci si arrabbia si è ancora più brutti, che è una nota legge estetica. Lasciò anche la sua ragazza, perché, in nome dell'arte, la voleva bionda ossigenata, mentre lei voleva rimanere mora naturale, e non farsi crescere la barba.
Questo romanzo fu così apprezzato che l'autore Dorian Gray fu costretto ad avere rapporti omosessuali in prigione a vita. Gli piacque.

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Juan Gabriel Vasquez, "La forma delle rovine"

28 Agosto 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

 

La forma delle rovine

Juan Gabriel Vasquez

 

La Feltrinelli, 2016

 

"Cosa accade... quando la disputa con il mondo è un riflesso o una trasfigurazione dello scontro sotterraneo ma costante che abbiamo con noi stessi? Allora si scrive un libro, come quello che sto scrivendo ora, e si nutre la cieca speranza che il libro abbia un significato anche per qualcun altro".

Questo romanzo, che non è nemmeno un romanzo, è più un approccio romanzato alla Storia della Colombia - Paese di cui si parla poco, si sa poco, escluso il nome di Pablo Escobar e una manciata di stereotipi che non si negano a nessuno - è forse riassunto al meglio da questa citazione. Il protagonista, che coincide con lo scrittore, immagina di venire a contatto con un "complottista", tale Carlo Carballo con cui rileggerà due fatti fondamentali della storia del suo Paese, che Vasquez ha davvero abbandonato per 16 anni per vivere a Barcellona, essendo tornato recentemente a vivere a Bogotà. L'antipatico e imbarazzante Carballo, che pare uscito dalla peggiore pagina Facebook di complottari, si rivela inaspettatamente un modo per osservare la "terza faccia della medaglia" di due omicidi politici illustri avvenuti nel centro di Bogotà: l'assassinio di Gaitàn nel '48, paragonato a quello di Kennedy a Dallas per le conseguenze e l’eco avuta nel Paese, e quello di Uribe nel '14. In entrambi i casi gli assassini sono stati presi, nel primo caso linciato dalla folla, nel secondo regolarmente imprigionati. Ma.

 Ma.

Da qualunque punto si osservino le vicende alcuni dettagli non tornano. Proiettili sparati di cui non si trova traccia nel corpo della vittima, ferite incompatibili con le armi del delitto. E se state pensando di esservi invischiati in un noiosissimo e terribile pseudo-saggio di medicina legale con tanto di fotografie dell'epoca (uno dei punti di forza del libro), scordatevelo, non è assolutamente così, le minuziose descrizioni dei fatti storici, l'accuratezza nel riportare documenti e dati, sono tutti funzionali ad un discorso molto più ampio e superiore sulla Letteratura. Vasquez infatti si rende conto del fatto che la Colombia, esattamente come l'Italia, e questo non può non rappresentare per un connazionale una spinta inarrestabile a proseguire senza sosta la lettura, ha una storia frastagliata, costellata di eventi ufficialmente risolti ma che nascondono inquietanti e numerose zone d'ombra, un Paese in cui si può quasi parlare di una "strategia della tensione" che ha consentito per un secolo di governare, pur con tutte le contraddizioni e le piaghe sociali che conosciamo. Ciò che rende questo libro davvero gustoso è che inizia come un giallo a ritroso, partendo da un fatto apparentemente banale, un uomo che viene arrestato per avere cercato di rubare una reliquia in un museo, il cui responsabile è proprio il Carballo che impareremo a conoscere nelle pagine successive, con il protagonista- scrittore che rievoca l'intera vicenda nell'arco degli anni insieme alle sue bellissime riflessioni sulla Verità, sia essa ufficiale o reale, sulla Letteratura, vista come mezzo per recuperare una Verità storica incompleta (e non siamo certo gli unici due Paesi a vantare omicidi insoluti o risolti in maniera approssimativa), ma non facendo semplicemente da "tappabuchi" intervenendo a colmare con la fantasia le mancanze di inquirenti corrotti o svogliati, bensì come strumento per "dare forma alle rovine" intese come un passato pesante, inquieto, problematico, irrisolto da tramandare alle generazioni successive. Non accontentarsi delle spiegazioni ufficiali, accertare coincidenze pur non dando loro il peso di una prova, cercare di ricostruire percorsi alternativi di indagine è forse tutto ciò che ci resta davanti al secolo più tumultuoso che la Storia dell'Umanità abbia mai visto e che ormai è alle nostre spalle con tutte le macerie storiche, politiche, economiche, criminologiche che spesso non trovano un'adeguata collocazione nei cassetti mentali della logica e della coerenza. Un discorso e un inno alla Letteratura originale e impegnato come mai mi era capitato di leggere e che fa di questo romanzo uno dei più bei libri letti quest'anno.

 

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 IL GALATEO NELL'ERA DEI SOCIAL

26 Agosto 2017 , Scritto da Luca Lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca

 
    

 

Cerco e trovo la definizione di "galateo":"creanza, buona educazione; anche l'insieme delle norme ad essa relative".
     "Creanza" mi mette in difficoltà e ne cerco la definizione:"Il complesso delle maniere di una persona ben educata".
     Educazione, garbatezza, gentilezza ne sono sinonimi.
     Sono nell'era dei social.
     Dovrei esserci.
     "Era" non mi piace.
     Mi sembra imperfetta.
     E' perfettibile, forse.
     Anche se non trovo questo aggettivo nel vocabolario.
     Preferisco "è", legato al presente anche se non suo prigioniero.
     Sono nell'"è" dei social, quindi, almeno, secondo me.
     Io sono su "facebook", ad esempio, da diversi anni.
     Vi ho cercato e ritrovato vecchi amici ed alcuni di loro hanno cercato e ritrovato me.
     Ci siamo accettati, ma, precisiamo, non tagliati con l'accetta.
     C'è la mia faccia, su facebook, come c'è (ma non sempre) quella di tutti gl'iscritti.
     Alcuni preferiscono che ci sia l'immagine di qulcos'altro.
     Facebook è come se fosse un libro e ciascuno ha la faccia dell'autore (o altra immagine) sulla copertina.
     Si vuole mostrare la faccia (e molto di più), su facebook, ma, talvolta, ci va buca.
     Si suscita spavento.
     Si viene respinti, come ai tempi della scuola.
     Non ci sono tempi supplementari e nemmeno minuti di ricupero.
     Si viene cancellati, chiusi dentro ad un cancello, a scontare l'ergastolo.
     Si viene bloccati a causa dell'essere prevenuti altrui, iscritti in un blocco a modo di lista nera.
     Si resta incompresi nel vedere rifiutata ogni nostra comprensione, ma gli altri restano compressi nel loro ostinarsi nel rifiutarla.

          Luca Lapi

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