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Post con #sezione primavera tag

I delfini

15 Dicembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #sezione primavera, #miti e leggende

 

 

 

 

Quando la madre di Narciso conobbe la triste sorte del figlio, si ricordò delle parole di Tiresia e capì che nascondevano una grande verità; allora, a tutti quelli che vennero per consolarla, parlò della misteriosa profezia e dello straordinario indovino.

Così Tiresia divenne famoso e molti andavano da lui per consultarlo e chiedere consigli.

Era vecchio e cieco, ma proprio per questo possedeva una grande sapienza: sapeva leggere il significato dei sogni, comprendeva il linguaggio degli uccelli e conosceva il futuro. Lo stormire delle foglie, il mormorio dei ruscelli, il sibilo del vento, tutta la natura parlava a Tiresia e gli mostrava segreti straordinari e invisibili agli altri.

Tiresia non si faceva ingannare dalle apparenze e guardava dritto nel cuore degli uomini: spesso vedeva orgoglio, violenza, sete di denaro e di potere...  Allora il vecchio saggio raccomandava di tenere a freno quelle passioni:

 

- Solo chi ama e rispetta i suoi simili, onora e venera anche gli dèi! - ammoniva con fare severo.

 

Gli dèi erano molto potenti: aiutavano e proteggevano tutti gli uomini, ma punivano senza pietà quelli che non avevano rispetto per i propri simili e si approfittavano della debolezza degli altri. Bacco, il dio della vite e dell'uva, si dimostrava particolarmente inflessibile.

Bacco era proprio come il vino: sapeva dare allegria e calore, ma poteva anche sconvolgere la mente e condurre alla rovina.

 

- Siate onesti e generosi, per rispetto a questo dio! Non provocate mai la sua ira! - raccomandava Tiresia a chi era avido di ricchezze e di potere.

 

A volte, per dare più forza alle sue parole, raccontava la storia di Acete e dei marinai trasformati in delfini.

«Acete era un uomo molto povero e per vivere faceva il pescatore. Quel mestiere era tutta la sua ricchezza. Anche il padre era stato pescatore e prima di morire gli aveva detto, indicandogli l’immensa distesa azzurra:

 

- Qui ho trascorso tutta la mia esistenza: dal mare ho avuto serenità e pace … Ora tu prenderai il mio posto; non permettere mai che in un luogo tanto bello vengano commesse ingiustizie e malvagità! -

 

Acete era molto intelligente e amava l’avventura; così abbandonò il mestiere di pescatore e divenne marinaio. Imparò a manovrare il timone delle navi e a riconoscere le costellazioni, studiò i venti e i porti dove le navi possono attraccare con facilità; col tempo, grazie al suo coraggio e alla sua abilità, divenne nostromo.

Un giorno, per caso, mentre navigava alla volta di Delo, approdò alla spiaggia di Chio e si fermò a dormire sulla sabbia fresca. Al mattino, quando l’aurora cominciava appena a rosseggiare, si alzò e disse ai suoi compagni di andare a rifornirsi di acqua per il viaggio.

Acete stava scrutando l’orizzonte, quando i marinai tornarono.

 

- Guarda cosa abbiamo preso! - gridò uno di loro.

 

Trascinavano lungo la spiaggia un fanciullo dal viso gentile e delicato: barcollava e sembrava stordito dal sonno e dalla fatica.

 

- L’abbiamo trovato in mezzo a un campo. Dormiva, sembrava ubriaco. Ha i sandali consumati, come se avesse camminato per ore e ore. Guarda le sue vesti preziose, il suo aspetto nobile: è sicuramente figlio di qualche re! Portiamolo con noi: potremo venderlo al mercato degli schiavi e fare un ricco guadagno …

 

Acete guarda il fanciullo: i suoi occhi, velati di stanchezza, sono verdi come i pampini dell’uva e brillano di una luce intensa e misteriosa. Il nostromo sente un brivido corrergli lungo la schiena e uno strano timore lo invade:

-      No, compagni - risponde con voce tremante – questo fanciullo non è come noi, non è un comune mortale ... Osservatelo bene ...  Sento che è cosi: lasciamolo andare, o sarà la nostra rovina!

Quindi, rivolto al prigioniero, si inginocchia ai suoi piedi e lo supplica:

-      Abbi pietà ... Perdonaci e assistici nel nostro lavoro, chiunque tu sia!  -

-      Se preghi per noi, perdi il tuo tempo: non ci faremo sfuggire questa occasione! -  gridano i marinai.

Così dicendo, afferrano il fanciullo e lo trascinano verso la stiva.

Allora Acete si piazza sulla passerella che conduce dentro la nave e cerca di chiudere l’entrata: un pugno lo raggiunge in pieno volto e lo fa cadere a terra, privo di sensi!

Il prigioniero, in quel momento, si scuote dal suo torpore e chiede:

-  Dove sono, marinai? Dove volete portarmi? C’era una festa in onore di Bacco ... Tutta la città brillava, illuminata da mille fiaccole; in cielo, solo la falce curva e sottile della luna nascente; al dio piace quella luna ... La gente beveva vino e cantava per le strade ... Ho bevuto e danzato anch'io per tutta la notte, poi mi sono perduto nella campagna: non sono di Chio e non conosco bene quei luoghi ... Vi prego, abbiate pietà di me! Aiutatemi a tornare nella mia terra! –

-   Non avere paura - risponde uno dei compagni di Acete - Indicaci dove vuoi andare e noi ti condurremo là! –

-   La mia patria è Nasso - dice il fanciullo - Portatemi a casa e non ve ne pentirete -

I marinai allora giurano per Nettuno e per tutti gli altri dèi che faranno ciò che lui chiede; poi soccorrono Acete e gli ordinano di sciogliere le vele e di riprendere il mare.

Il nostromo non pensa più alla violenza subita. È felice: il fanciullo misterioso è salvo! Gli dèi hanno toccato il cuore dei marinai e nessuna rovina si abbatterà su di loro o sulla nave ...

Nasso è a destra, e Acete mette le vele per andare in quella direzione.

-  Sciocco, che fai! - gli sussurrano i compagni - Non penserai di dargli retta sul serio: abbiamo promesso solo per tenerlo buono! -

Acete capisce che ogni speranza è perduta.

-    Siete pazzi! - grida - Io non voglio guidare questa nave maledetta! -

Allora i marinai si mettono a inveire contro di lui, lo cacciano dalle vele e un altro prende il suo posto.

Il nostromo si nasconde dietro un mucchio di corde, vicino al prigioniero: deve proteggere quel fanciullo! O forse, senza saperlo, cerca protezione da lui …

Il caldo è cocente e il sole brucia le placide onde. Nasso si allontana sempre di più mentre la nave punta in un’altra direzione. Il prigioniero è silenzioso e guarda il mare ...

«Forse piange!» pensa Acete, e lo fissa attentamente.

No, non piange: nei suoi occhi la stanchezza è scomparsa e ora vi brilla una fiamma verde, luminosa e sinistra … Sta per accadere qualcosa di terribile?

Ed ecco, il fanciullo si rivolge ai suoi rapitori e dice:

-   Questa non è la terra dove vi avevo chiesto di andare! Perché, voi così grandi e forti, vi prendete gioco di me che sono debole? Perché vi divertite a ingannare chi non può difendersi? -

I marinai ridono a quelle parole, ma presto il riso si gelerà nelle loro gole ...

Improvvisamente la nave si ferma in mezzo al mare, come se fosse approdata a una spiaggia! I marinai, stupiti, si curvano sui remi, ma invano ...

Ed ecco, tralci di vite avvolgono la chiglia, si insinuano dovunque e addobbano le vele e i remi con le loro grandi foglie. Ora una luce accecante avvolge il prigioniero: non è più un fanciullo impaurito, ma un dio terribile! Ha la fronte cinta di grappoli d’uva e un rosso mantello gli copre le spalle; agita un bastone ornato di pampini e ai suoi piedi stanno accucciate tigri, lirici e feroci leopardi ... Guarda i marinai con occhi di fiamma: essi finalmente comprendono, e tremano dal terrore.

-  Ecco chi avete ingannato e insultato, scellerati: me, Bacco, figlio di Giove! -tuona il dio con voce piena d’ira - Voi non avete avuto pietà della mia debolezza e io non ne avrò della vostra! Coloro che mi venerano si ubriacano di vino e danzano senza posa nelle strade e nei campi; voi, che siete ubriachi di orgoglio e avete sete di denaro e ricchezze, danzerete in eterno in mezzo all’acqua, per le vie del mare … -

La paura sconvolge i marinai, che invano cercano scampo. Uno vuol lanciarsi fra le onde, ma il suo corpo comincia a diventare scuro e a incurvarsi; un altro si volta a guardare il compagno e intanto il viso si allarga, le narici si appiattiscono, la pelle è dura e coriacea. Qualcuno, mentre cerca di muovere i remi bloccati, vede le proprie mani contrarsi e guizzare indietro: ormai sono pinne! Altri vorrebbero allungare verso le funi, braccia che non hanno più...

Quando si slanciano in acqua con uno scatto, all’estremità del loro lungo corpo, spunta una coda a forma di falce, curva e sottile come la luna nascente.

I marinai non sono più uomini ma delfini, pesci d’argento che si tuffano levando al cielo alti spruzzi, poi riemergono e tornano sott’acqua, come se danzassero, ubriachi, al ritmo di una eterna musica ...

 

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L’eco e il narciso

24 Novembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #sezione primavera, #miti e leggende

 

 

 

 

Narciso, a quindici anni, faceva innamorare chiunque lo guardasse. Era un giovane di una bellezza irresistibile e tut­te le fanciulle lo desideravano, ma Narciso non si curava di lo­ro e disprezzava quelle attenzioni. Amava soltanto cacciare e vivere libero in mezzo ai boschi.

Quando era nato, sua madre aveva chiesto a Tiresia, un famoso indovino, di rivelarle il destino del figlio.

Narciso avrà una vita lunga e felice, se non conoscerà se stesso! - fu la risposta di Tiresia.

Per molto tempo quelle misteriose parole rimasero senza spiegazione, poi ciò che accadde le rese chiare a tutti ...

Narciso passava il tempo nelle selve e le ninfe accorrevano per guardarlo e cantavano la sua bellezza.

Le ninfe erano fanciulle stupende; non vivevano eterna­mente, ma la loro esistenza durava molti secoli, e anche la loro giovinezza. Abitavano nelle grotte più ombrose, negli alberi più antichi, nelle fonti più chiare, nei fiumi più freschi, nel mare più calmo. Dove la natura era bella e intatta, lì stavano le ninfe e passavano il tempo filando, cantando e nuotando nelle acque

Un giorno una di loro, di nome Eco, vide il bellissimo cac­ciatore mentre inseguiva i cervi nel folto di una selva e si inna­morò perdutamente di lui.

Eco aveva uno strano destino: non poteva mai parlare per prima ma doveva sempre ripetere le ultime parole che veniva­no dette dagli altri.

Un tempo era stata una ninfa molto loquace, che sapeva narrare bellissime storie. I suoi racconti erano così piacevoli che incantavano chiunque li ascoltasse.

Spesso Giove, quando si innamorava di qualche bella fanciulla, pregava Eco di intrattenere sua moglie Giunone con lunghe favole e la regina dell’Olimpo, affascinata dalle parole della ninfa, non si accorgeva dell’assenza dei marito.

Ma un giorno Giunone si rese conto della trappola. Allora andò su tutte le furie e, rivolta alla fanciulla, le disse:

Sei riuscita a ingannare me, la regina dell’Olimpo, con le tue parole! Da ora in poi non potrai più usarle secondo la tua volontà -

Da allora Eco può solo ripetere suoni e parole create dagli  altri

Quando la ninfa si innamorò di Narciso, aveva ormai per­duto la sua bella voce, perciò si mise a seguirlo in silenzio, ovunque andasse. Avrebbe voluto chiamarlo, dirgli ciò che sentiva per lui, esprimergli tutto il suo amore, ma non poteva: la maledizione le impediva di parlare per prima; però stava al­l’erta, pronta ad afferrare le parole degli altri!

Un giorno d’estate, durante la caccia, Narciso si allontana dai suoi compagni per inseguire un grande cervo. Dopo una lunga corsa, il giovane si ferma e si guarda intorno: è rimasto solo! Allora chiama a gran voce i compagni: C’è qualcuno? -

Ed Eco, pronta, gli risponde:

Qualcuno ... -

Narciso, pieno di meraviglia, cerca con gli occhi, ma quel luogo è deserto; allora grida: Chiunque tu sia, vieni qui! –

Vieni qui ... - risponde la voce, ma nessuno compare.

Perché mi sfuggi? Ti prego, stai con me!- prega il gio­vane.

Stai con me ... - ripete Eco.

Poi si fa coraggio: esce dal bosco e abbraccia Narciso! Il bel cacciatore fugge via gridando: Che cosa cerchi? Vattene! Amo la vita libera, in mezzo ai boschi e alle selve, non voglio te!  -

Voglio te ... - risponde all’infinito la voce della ninfa.

Eco ha perso la sua battaglia: piena di vergogna, si nascon­de fra gli alberi e nelle grotte. Non vuole più vedere nessuno, sta sola con il suo dolore; piange, piange e questo tormento la consuma, la distrugge ogni giorno di più, finché di lei non ri­mane che la voce!

Ora nei boschi e sui monti non si vede più correre la bella ninfa, ma si sente ovunque la sua presenza: il suono attraverso il quale Eco vive per sempre ...

Intanto Narciso continuava a farsi amare da tutti senza ri­cambiare mai nessuno, finché un giorno una delle fanciulle che egli aveva disprezzato, si rivolse agli dèi dicendo: Punitelo! Fate in modo che anche lui si innamori di qualcuno che non possa corrisponderlo! -

E questa giusta preghiera fu accolta.

Nel bosco dove Narciso cacciava, c’era una fonte dalle ac­que limpide e trasparenti, circondata da erbe freschissime e da fitti rami che la proteggevano dal sole. Era una fonte pura: nessun animale o uccello o essere umano l’aveva mai toccata ...

Narciso, stanco e accaldato, giunge alla fonte e si china per dissetarsi. Ed ecco, mentre beve, vede nell’acqua un'immagi­ne meravigliosa, un volto che lo attrae, che gli fa battere il cuore in modo strano e sconosciuto!

Il bel cacciatore si stende per terra e si avvicina a quel volto bellissimo: gli occhi sono due stelle, i capelli morbidi e biondi, il collo candido, la bocca e le guance sembrano i petali di un fiore.

«Ecco chi aspettavo da sempre! Ecco perché non potevo amare nessuno: solo questa immagine è degna del mio amore!»

Così pensa Narciso, e tuffa le mani nell’acqua per toccare quell’essere bellissimo, ma non ci riesce ... Prova ancora, ma tutto è vano ... Eppure sono così vicini, così uniti: quando Narciso sorride, anche quel volto sorride; quando Narciso piange, quegli occhi bellissimi si riempiono di lacrime; quando Narciso stende la mano, dall’acqua un’altra mano si protende verso di lui …

Il giovane soffre, si dispera ... e alla fine capisce l’inganno!

Ma questo sono io! - grida, mentre guarda ancora una volta l’immagine nascosta nell'acqua - Quello che vedo è il mio viso! Che cosa devo fare? Come sono infelice: non potrò mai essere amato da quella bella immagine perché ... sono io! E io non posso vivere senza il suo amore!

E mentre parla, guarda nell’acqua e piange, piange senza darsi pace: le sue lacrime cadono nella fonte e cancellano l’im­magine! Allora Narciso si lamenta ancora più tristemente.

Eco lo vede soffrire come lei soffriva, ma non è felice della punizione e prova un gran dolore per lui. Così, ogni volta che il giovane si lamenta: Ahimè, come sono infelice!- anche Eco piange:

Sono infelice … - e rimanda il suo dolore per tutta la selva.

Il tempo passa e Narciso è ormai allo stremo delle forze.

Mia dolce immagine tanto amata, addio!- dice con un filo di voce, guardando per l’ultima volta nell’acqua.

Addio ... - risponde Eco.

Poi il bel cacciatore reclina il capo sull’erba verde, stanco, senza più voglia di vivere.

Allora gli dèi ebbero pietà di lui e, quando le ninfe dei fiu­mi e dei laghi, sue sorelle, vennero a prenderlo per preparargli il rogo funebre, non trovarono il corpo di Narciso, ma un fiore giallo in mezzo, con i petali candidi e la corolla rivolta verso lo specchio dell’ acqua ...

 

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Il corvo e la cornacchia

10 Novembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

     

 

Un tempo il corvo era un uccello bellissimo: le sue piume, bianche e luminose, sembravano d’argento e non aveva niente da invidiare per candore ai cigni e alle colombe. Ma era troppo chiacchierone, e questa fu la sua rovina.

Nella Tessaglia viveva una fanciulla di nome Coronide: era così bella che tutti se ne innamoravano, uomini e dèi. Anche Apollo si innamorò di lei e visse felice, finché il corvo, l’uccello a lui sacro, non scoprì che la fanciulla ingannava il grande dio e fece la spia. Avrebbe fatto meglio a tacere e a dar retta alla cornacchia, che lo aveva avvertito!

Infatti la cornacchia chiacchierona, vedendo passare il corvo che volava di gran fretta, si era precipitata dietro a lui per sapere il perché di quella corsa.

- Ti stai mettendo nei guai, dammi retta! - gli aveva detto la cornacchia, dopo aver udito il suo racconto -  Guarda me, come sono ridotta per essere stata un servitore fedele! Fermati un attimo, rifletti e intanto ascolta la mia storia.

«Un tempo ero una bella principessa, ma questa bellezza fu la mia disgrazia. Un mattino, passeggiavo tranquilla sulla spiaggia. Avevo avuto in dono da mia madre un mantello nuovo, scuro e lucente come i miei capelli. Respiravo l’aria limpida e mi stringevo nel mantello soffice e caldo; ero così felice!

Anche Nettuno, dio del mare, si era alzato presto quel mattino e, impugnando il tridente, solcava le onde sul suo carro mostruoso. Hai mai visto quel carro? È enorme, fatto di bronzo e conchiglie; lo trascinano draghi coperti di scaglie verdi. Il dio mi vide e si innamorò di me. Subito si diresse verso la riva, scese dal carro, scagliò lontano il tridente perché non gli fosse d’impaccio e cominciò a inseguirmi.

Io cerco di fuggire e mi allontano dalla riva ... I miei piedi affondano nella sabbia asciutta e non riesco più a correre: sono perduta! Invoco aiuto, ma nessuno mi ascolta; finalmente Minerva si accorge di me ... Minerva è una dea sapiente e nulla sfugge ai suoi occhi azzurri! Protegge tutte le arti e non ha alcuna simpatia per Nettuno, che è rozzo e violento. Così, mentre tendo le braccia al cielo, esse cominciano a diventare scure e a coprirsi di penne soffici e leggere. Il mantello che mi avvolge si attacca alla pelle e diventa di piume nere. Il petto, le mani, non esistono più e i miei piedi, mentre corro, non affondano nella sabbia perché ormai volo raso terra ... Alla fine mi sollevo in alto nel cielo: sono la cornacchia, fedele compagna di Minerva.

Ma un giorno la dea affidò alle tre figlie di Cercope, il primo re di Atene, una misteriosa cesta di vimini.

-  Nessuno, neppure voi, deve guardare che cosa contiene! - ordinò la dea, poi si allontanò minacciosa.

Io invece rimasi e, nascosta fra gli alberi, spiavo le fanciulle.

Le sorelle maggiori resistono alla curiosità e custodiscono il cesto senza trasgredire l’ordine, ma Aglauro, la più giovane, dice alle altre che non hanno coraggio e scioglie i nodi che tengono chiusa la cesta ...

Ed ecco, appare il misterioso contenuto: un bambino mostruoso, con serpenti al posto dei piedi! È Erittonio, figlio di Vulcano, il dio del fuoco. Nessuno doveva conoscere l’esistenza di quel bambino!

Anche Vulcano era nato deforme: zoppicava ed era tanto brutto a vedersi che sua madre Giunone non l’aveva voluto nell’Olimpo! Così era stato affidato agli dèi del mare, che gli avevano insegnato il mestiere di fabbro; ora viveva dentro ai vulcani e forgiava armi e gioielli meravigliosi. Tutti lo ammiravano e lo rispettavano per la sua bravura, ma lui si fidava solo di Minerva, la sorella saggia e sapiente, che lo aveva sempre protetto.

A lei Vulcano lasciò in custodia il suo strano figliolo: non voleva che subisse le sue stesse umiliazioni! Doveva crescere sereno, lontano da tutti ... Minerva aveva promesso, ma occorreva trovare un posto sicuro; nell’attesa, aveva affidato il bambino alle figlie di Cercope, sue amiche fin dall’infanzia.

Invece il segreto era stato scoperto e io, la cornacchia, ero l’unica a saperlo! Così volai da Minerva e le raccontai l’accaduto. Che cosa ottenni in cambio? La dea si adirò per questa notizia e mi tolse il suo affetto: ora preferisce la compagnia della civetta, quel triste uccello notturno che non parla mai ... Attento a te, dunque, amico corvo: non cercare guai per troppo zelo!»

Ma il corvo non si curò delle sue parole e proseguì il cammino.

Così giunse da Apollo e gli raccontò che Coronide si era innamorata di un giovane della sua età: lui, il corvo, aveva visto tutto ed era sicuro di ciò che diceva!

Il dio, alla notizia del tradimento, andò su tutte le furie: la corona d’alloro gli cadde dalla testa, gli occhi si annebbiarono, il volto divenne pallidissimo. Afferrò le armi che teneva sempre vicino a sé, tese l’arco e, con tutta la sua forza, scagliò una freccia che colpì Coronide in mezzo al petto. La fanciulla lanciò un grido e un fiotto di sangue le inondò la veste candida.

-  Ho sbagliato, è vero - disse con un sussurro -  ma non è colpa mia se non ti amo! Ora non amerò più nessuno ... –

Poi un terribile freddo l’avvolse e spirò.

Apollo si pente, piange, si dispera: abbraccia Coronide, cerca di scaldarla, di vincere la morte con le sue arti magiche, ma tutto è inutile ... Allora maledice chi ha scatenato la sua furia cieca: da quel giorno le penne del corvo divennero nere, in segno di lutto e di malaugurio!

 

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L’Orsa e Arcade

26 Ottobre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Dopo la tragica corsa di Fetonte, Giove ispezionò le case degli dèi per controllare che fossero ancora solide e sicure. Quando fu certo che nessun pericolo minacciava l’Olimpo, si recò sulla Terra per aiutare gli uomini a ricostruire il loro mondo distrutto: fece spuntare di nuovo l’erba e le fronde degli alberi, i fiumi e le fonti ebbero acqua limpida e fresca, i monti e le valli tornarono a verdeggiare...

Mentre andava e veniva da un capo all’altro della Terra, in Arcadia vide una fanciulla che lo colpì profondamente.

Si chiamava Callisto, che significa «bellissima», ed era veramente degna del suo nome.

Callisto non amava filare e tessere come le giovinette della sua età e neppure passare il tempo davanti allo specchio per acconciarsi i capelli e le vesti. Adorava Diana, sorella di Febo Apollo, una dea molto schiva e solitaria.

Diana non amava le feste e ai banchetti dell’Olimpo preferiva il silenzio e la quiete della natura, perciò viveva nei boschi insieme ad altre fanciulle: cacciavano, correvano, ridevano. E nuotavano nei fiumi. Avevano giurato di vivere sempre insieme e di non aver niente a che fare con gli uomini. Erano tutte belle e allegre.

Anche Callisto faceva parte di questa schiera e Diana la preferiva a ogni altra. Alla dea non interessavano gli amori e le frivolezze, ma credeva nell’amicizia, manteneva sempre la parola data e non sopportava l’inganno. Guai a tradire la fiducia di Diana! Il suo affetto poteva trasformarsi in un odio feroce, implacabile. Callisto sapeva tutto questo, ma non fu capace di sfuggire al suo destino.

Un giorno, quando il caldo era particolarmente cocente, la fanciulla si rifugiò in un bosco di alberi antichi e forti; stanca per la caccia e per le lunghe corse, si fermò, mise a terra l’arco, si sdraiò nell’erba e appoggiò la testa sulla faretra colorata.

Appena Giove la vide, stanca e senza le sue compagne, pensò:

«Certamente Giunone non verrà mai a sapere niente di questa mia nuova avventura ... E se anche lo sapesse? Sarebbero urla e strepiti, lo so, ma ne vale comunque la pena!»

Subito prende l'aspetto di Diana, si avvicina a Callisto e le chiede:

- Mia cara compagna, dove sei stata oggi a caccia? -

La fanciulla sorride, fiduciosa, e sta per rispondere ... ma subito si trova stretta in un abbraccio appassionato dal quale non sa liberarsi ... Quando capisce la verità, Giove è già tornato sull’Olimpo.

Ed ecco giungere la vera Diana con il suo seguito, stanca ma felice per la selvaggina uccisa. Scorge Callisto e la chiama; la fanciulla teme che sia di nuovo Giove travestito e cerca di fuggire, poi vede le compagne e capisce che non c'è inganno.

Ma non è più la stessa: si sente in colpa, arrossisce, ha perduto la sua allegria e non ha più il coraggio di correre accanto a Diana, per prima, davanti a tutte le altre. Le compagne intuiscono che è accaduto qualcosa, ma tacciono e la dea è troppo presa dalla caccia e dai boschi per capire. Finché un giorno ...

Erano passati quasi nove mesi e come sempre Diana e le sue compagne correvano e cacciavano nelle selve.

Il sole era alto e la dea, stanca e accaldata, propose di fare un bagno nel fiume.

Lì vicino, nel folto di un bosco, scorreva un ruscello che veniva giù dal monte bisbigliando e rotolando nella sabbia.

Diana toccò l’acqua con la punta del piede: era fresca e limpida. Le piacque e chiamò le compagne:

- Facciamo il bagno, nessuno può vederci! - disse.

Si tolse le vesti e si tuffò nel ruscello; tutte le fanciulle, ridendo, la imitarono.

Solo Callisto arrossisce e cerca di prendere tempo.

- Dai, spogliati e vieni, che aspetti? - le gridano le compagne - E bellissimo, vieni! -

E alcune, visto che lei indugia, escono dall’acqua e per gioco le sfilano la veste ...

Un silenzio di gelo scende nella selva, nessuno più grida, nessuno ride: ecco perché Callisto è sempre triste e silenziosa, ecco che cosa le è accaduto quel lontano pomeriggio, quando era sola nel bosco ...

«Povera Callisto, povera amica nostra! Pensano le compagne. Diana non avrà pietà di te: hai tradito il giuramento»

Lo sguardo della dea si posa un attimo sulla fanciulla. Non c’è più traccia dell’antico affetto, solo rancore e condanna.

-  Vattene di qui e non tornare mai più - le grida - Non sei degna di bagnarti in queste acque sacre, non sei degna di noi!

Callisto non cerca di spiegare, di dire che non è sua la co¬pa: fugge via disperata, senza dire una parola, e si rifugia in un bosco lontano. Qui nasce il suo bambino, bello e robusto. Lo chiama Arcade, perché è nato in Arcadia.

La moglie di Giove, intanto, si era accorta dell’inganno e  aspettava la vendetta. Così scese nel bosco e si presentò a Callisto, che teneva fra le braccia il figlioletto.

- Tuo figlio vivrà, non temere: sono la regina dell’Olimpo e non mi vendico sui bambini - disse la dea - Tu sola pagherai per l’affronto che ho subito. Le tue bianche braccia hanno affascinato Giove? Ecco, ora sono coperte di peli neri e ispidi, le tue mani delicate diventano lunghe ed hanno unghie ricurve,  il tuo bel visino che l’ha stregato, si deforma e si allarga … La tua voce gentile non commuoverà più nessuno perché è diventata roca e fa solo paura. Solo la mente rimarrà quella di sempre, perché tu possa ricordare che non si inganna la moglie di Giove -

Giunone ha appena finito di parlare e davanti a lei non c’è più la bella Callisto, ma una nera orsa che alza verso il cielo le zampe adunche: chiede aiuto a Giove, il vero colpevole, e lo accusa per la sua ingratitudine …

Erano passati quindici anni e il figlio di Callisto, allevato dalle divinità dei boschi, era divenuto un giovane cacciatore, bello e coraggioso.

Un giorno, mentre inseguiva cervi sul monte Erimanto, si trovò improvvisamente davanti un’orsa gigantesca che si fermò di colpo, guardandolo ... Arcade non riconobbe sua madre e fece un passo indietro, spaventato: quegli occhi scuri lo fissavano in modo così intenso, così misterioso! L’orsa fece per avvicinarsi e il giovane inarcò la freccia, pronto a colpire ...

Ma il padre Giove vigilava e, dopo tanta solitudine, tanto dolore, ecco il premio: madre e figlio si sollevano in aria e un vento rapido e leggero li colloca nel cielo, l’uno vicino all’altra, trasformati in due costellazioni eterne e luminose!

Quando Giunone seppe la notizia, andò su tutte le furie: la sua rivale trasformata in stella e assunta in cielo vicino al figlio! Piangendo lacrime di rabbia, si recò da Oceano e Teti, dèi del mare, che l’avevano allevata da bambina e chiese loro aiuto:

- Sono stata umiliata e ingannata, miei cari. Non posso cambiare la volontà di Giove, ma vi prego, esaudite almeno questo mio desiderio: impedite all’Orsa di scendere a bagnarsi nelle vostre acque limpide e pure! Tenetela relegata nell’alto del cielo ... –

Oceano e Teti acconsentirono: per questo l’Orsa non tramonta nel mare, come le altre costellazioni, ma rimane sempre ferma nell’infinito …

Giunone, finalmente placata, tornò all’Olimpo sul suo cocchio tirato dai pavoni, decorati con innumerevoli occhi lucenti.

I pavoni avevano da poco questo ornamento, da quando cioè era morto Argo; anche il corvo in questo periodo si era trasformato: da bianco era divenuto nero...

 

 

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Il cervo volante e gli uomini

8 Ottobre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, storie del diluvio 

 

 

Giove smise di parlare e la grande sala rimase in silenzio. Ma fu un attimo...

 

- Non solo la casa di Licaone doveva essere distrutta, ma tutte le case! - gridò Marte,il dio della guerra.

 

- Sì! Gli uomini non meritano pietà: sono creature sel­vagge, assetate di sangue! – fece eco Vulcano, il dio del fuoco.

 

- Oppure esseri impauriti, senza dignità, senza corag­gio! - incalzò Apollo, il dio della musica.

 

Alcuni dèi scossero tristemente il capo, altri mormorarono: - Ma come sarà la Terra quando avremo distrutto gli uo­mini? Chi ci offrirà incenso sugli altari? Il mondo sarà abitato solo dalle belve feroci? -

Dopo l’ira, nel cuore dei numi si faceva strada lo sgomento.

 

- Non temete! - li rassicurò Giove - Io vi prometto una stirpe diversa da questa, fatta di uomini nuovi: essi ame­ranno la vita e la pace, il loro cuore sarà giovane e innocente... Ora però lasciatemi solo: devo pensare, riflettere... -

 

Gli dèi uscirono uno dopo l’altro; parlavano fra loro tur­bati, con il cuore diviso fra la rabbia e il dolore.

Quando la grande sala fu vuota, Giove rimase solo con i suoi pensieri.

 

- Colpirò la Terra con tutti i miei fulmini e la ridurrò a un deserto di cenere! - disse fra sé - No, è pericoloso: non de­vo dimenticare la profezia ... -

 

Quando era salito al trono, Giove aveva potuto leggere nel libro del Destino:«Un giorno le fiamme avvolgeranno il mare, la Terra, il cielo e le dimore degli dèi precipiteranno dall’ Olimpo!» c’era scritto.

 

- So che questo accadrà... - sospirò Giove - Nessuno può cambiare il Destino; però non voglio affrettarlo! Userò l’acqua, non fuoco, per annientare gli uomini: scatenerò il diluvio! -

 

Quindi, senza indugiare ancora, chiamò Eolo, il re dei venti.

Eolo accorse veloce dalle sue lontane isole, circondate da mura di bronzo; lì viveva felice, insieme alla moglie e ai do­dici figli, sei maschi e sei femmine, tutti giovani, allegri e ro­busti; un’altra figlia, Alcione, sposa fedele di re Ceice, abitava in Tessaglia.

I dodici principi passavano il tempo ban­chettando nel loro palazzo, sdraiati su letti di nuvole; la men­sa era sempre imbandita con ricche vivande e il profumo del cibo avvolgeva i commensali in un dolce torpore ...

Appena giunto, Eolo si inchinò davanti al re degli dèi: una veste dorata gli ricopriva il corpo tozzo; lunghi capelli bian­chi, ricciuti e scomposti, incorniciavano il volto paffuto e bo­nario.

 

- Il momento è grave e ho bisogno di te! - disse Giove con aria cupa.

 

Subito gli occhi grigi di Eolo si fecero attenti.

 

- Ordina ad Aquilone e a tutti i venti che disperdono le nubi, di non muoversi dalle loro grotte - proseguì il re degli dèi - Invece dai via libera a Noto, il vento del Sud che porta le tempeste, e scatena la sua furia: lo fermerai solo quando la mia aquila volerà alta nel cielo!-

 

- Farò come chiedi, mio signore - rispose Eolo.

 

Dalla sua faccia rubiconda era scomparsa l’aria serena di sempre: capiva che qualcosa di terribile stava per accadere, perciò non fece domande e volò nelle sue isole a eseguire gli ordini di Giove ...

Ed ecco, Noto esce furibondo dalla sua reggia di pietra: ha il corpo di un uccello gigantesco, coperto di piume nere; le grandi ali sono madide di pioggia, gli occhi mandano lampi; la barba incolta, la chioma, la fronte corrucciata, sono avvolte da scure nebbie. Vola sopra le nubi e le preme con forza; poi scuote le ali ...

Subito il cielo echeggia di tuoni, le saette fendo­no l’aria e la pioggia si rovescia scrosciando sulla Terra! Anche Iride, la dea dell’arcobaleno, vola in aiuto di Noto: solleva la lunga veste colorata per muoversi in fretta, poi raduna le nubi e le riempie d’acqua, per renderle più gonfie.

Giove osserva e riflette.

 

- Il cielo non basta... - pensa - Devo scatenare il mare! -

 

Allora si rivolge a Nettuno, suo fratello e re di tutte le ac­que. Il dio promette aiuto e convoca i fiumi.

 

- Non c’è tempo da perdere - dice loro, scuotendo la chioma azzurra - Parlo in nome di Giove, perciò non fate domande: date via libera alle correnti e lasciate che esse dila­ghino ovunque, senza alcun freno!-

 

I fiumi non osano replicare e subito aprono le bocche delle sorgenti: valanghe d’acqua precipitano rombando verso il ma­re...

Intanto Nettuno, col suo tridente, percuote il suolo: la terra trema e gli argini che trattengono i fiumi crollano rovi­nosamente. L’acqua si rovescia nelle campagne, travolge gli alberi, i campi di grano, i greggi, le case, i templi, gli uomini; ciò che non crolla, viene sommerso. Da quell’oceano di fango, affiorano solo le punte delle torri; poi anch’esse scompaiono. Non c’è più confine fra terra e mare: tutto è un’immensa di­stesa d’acqua fredda e grigia ...

Gli uomini, sconvolti, cercano scampo: alcuni fuggono so­pra le alture, altri salgono sulle barche e remano nella tempe­sta; sotto le prore, vedono i campi sommersi e i tetti delle lo­ro case; i pesci guizzano fra gli alberi dei giardini; dove prima pascolavano i greggi, ora le foche rotolano i loro corpi tozzi. Il lupo nuota accanto alle pecore; l’acqua insegue le tigri, i leo­pardi e il veloce cerbiatto; la corrente travolge il cinghiale ro­busto; gli uccelli, stanchi per il lungo volo, precipitano nei gorghi perché non c’è terra su cui posarsi. Il mare, orribilmen­te gonfio, ha coperto le valli e i flutti mescolano la loro bianca schiuma alla neve che copre le cime dei monti ...

Giove, dall’alto del cielo, osserva l’immane tragedia: il volto è di pietra, gli occhi lucenti; una mano stringe forte lo scettro, l’altra è premuta sul petto, per sostenere il peso che lo opprime.

 

- Nessuno ha chiesto perdono agli dèi e a me, che sono il padre di tutti i mortali. Solo imprecazioni, grida di rabbia e di odio, fino alla fine... – sospira - Basterebbe una parola, una parola pietosa e fermerei il diluvio: una parola, per crede­re di nuovo negli uomini e nel futuro!-

 

Ed ecco ...

 

- Perdonaci, re degli dèi e nostro padre: abbiamo merita­to la tua ira, ma vieni ugualmente in nostro aiuto ... -

 

Sono frasi dette con voce sommessa, ma vincono il fragore della tempesta e giungono dritte alle orecchie di Giove!

Egli scruta fra le nebbie, percorre con occhio attento il mare infuriato e vede ...

Su una piccola barca, un uomo e una donna, abbracciati, pregano devotamente: sono Deucalione, figlio di Prometeo, e sua moglie Pirra. Per nove giorni e no­ve notti hanno resistito alla bufera; ora si sentono vicini alla fine e vogliono morire insieme, pregando gli dèi. Di tanti uo­mini e donne che popolavano la Terra, solo loro sono rimasti: gli unici esseri capaci di pronunciare parole pietose.

Subito Giove scuote lo scettro e l’aquila che stava immo­bile sulla punta d’oro, vola in alto nel cielo. Eolo la vede ed esulta: è giunto il momento di fermare il diluvio! Il dio fa un cenno ... Subito cessano i tuoni e la coltre delle nubi si squarcia; Noto fugge nella sua reggia di pietra, mentre Aquilone e gli altri venti benigni soffiano con forza e disperdono le neb­bie scure.

Il padre Giove guida la piccola barca verso le terre della Focide, dove sorge il monte Parnaso: è così alto che le sue due cime sovrastano le nubi e toccano le stelle; solo quelle punte aguzze, coperte di alberi scuri, sporgono dal mare.

Lì Giove fa approdare i due sposi e quando essi pongono piede sulla terra, il cervo volante, sporgendosi da un ramo, li guarda incuriosito.

Pochi giorni prima quello strano insetto era un cacciatore di cervi, Cerambo, amico delle ninfe dei boschi. Quando il mare stava per sommergere la terra, le fanciulle divine lo avevano trasformato. Cerambo, sollevato in aria da solide ali, era sfuggito al diluvio volando sulla cima del monte Parnaso; lì si era rifugiato fra i rami di una quercia.

Da allora, la sua testa adorna di corna robuste, in ricordo dei cervi che uccise; questo insetto teme ancora di restare som­merso, perciò sta aggrappato alle foglie degli alberi...

 

 

Dopo aver condotto in salvo Deucalione e sua moglie, Giove torna veloce sull’Olimpo e convoca Nettuno.

- Fratello, - gli dice - ferma la furia dei mare, arresta i fiumi: è tempo che il diluvio cessi e che la vita ritorni sulla terra!-

Subito il dio del mare depone a terra il tridente e chiama a gran voce suo figlio.

Tritone emerge dalle acque in tempesta: fra le onde affiorano le spalle coperte di alghe e la coda di pesce. Porta al collo una conchiglia cava e ritorta, legata a un filo di perle: è la buccina, il cui suono ha il potere di scatenare o di placare le bufere.

- Figlio, - esclama Nettuno - ordina ai fiumi di tornare nei loro letti e alle onde di placarsi! -

Il dio scuote la barba verde, coperta di gocce salate, porta alla bocca la conchiglia e soffia con tutto il suo fiato ... Un suono intenso si propaga sulla grande distesa grigia: i fiumi, i ruscelli, le fonti odono quel richiamo e subito, obbedienti, tornano nelle loro dimore.

Di nuovo si vedono spuntare le cime dei monti, poi le torri, i colli, gli alberi e i tetti delle case; infine riemerge la terra, gonfia d’acqua e coperta di fango: il diluvio è cessato!

Deucalione e Pirra, dall’alto del Parnaso, osservavano quel mondo desolato; i loro occhi erano colmi di lacrime.

- Moglie mia, - disse Deucalione rompendo per primo il silenzio - noi siamo gli unici esseri viventi rimasti sulla Terra: tutto il resto l’ha portato via il mare –

- Ringrazio gli dèi per averti salvato, caro sposo - rispose Pirra - Cosa avrei fatto senza di te, in questo mondo deserto? È terribile vivere soli!-

- Oh, se potessi anch’io creare gli uomini dalla terra e dare loro la vita, come fece mio padre ... - sospirò Deucalione - Sorgerebbero nuove città, le campagne avrebbero ricche messi e gli altari incenso odoroso ... Ma come possiamo, noi due, ridare vita alla Terra?-

- Preghiamo gli dèi!- esclamò Pirra - Loro ci hanno salvato dalle acque e loro ci daranno aiuto anche in questa difficile prova ... -

In mezzo a un prato coperto di fango, sorgeva un tempio, prima bianco e lucente, ora grigio e disadorno. Era dedicato a Temi, la dea che predice il futuro. Lì vicino scorreva un fiume, da poco rientrato nei suoi argini ma ancora gonfio di pioggia. I due sposi si avvicinarono, attinsero acqua e si bagnarono il capo per purificarsi; poi entrarono nel tempio.

Sull’altare nasceva il muschio e la fiamma era spenta. Pirra, con le dita delicate, strappò le erbe dal marmo prezioso; Deucalione, raccogliendo l’acqua nel cavo della mano, lavò gradini del tempio e li asciugò con la veste consunta. Poi i due sposi si inginocchiarono e, baciando la terra, pregarono così:

- Grande Temi, ormai l’ira degli dèi si è placata e il diluvio è cessato. Non lasciare che il mondo rimanga un deserto, insegnaci come porre rimedio a una tale rovina!

La dea si commosse e dette questo responso:

- La vostra preghiera è stata accolta: voi popolerete di nuovo la Terra! Ora lasciate il mio tempio, velatevi il capo, sciogliete le vesti e mentre vi allontanate, gettate dietro le spalle le ossa dell’Antica Madre... -

Deucalione e Pirra rimasero a lungo muti per lo stupore.

- Che cosa dobbiamo fare, moglie mia? - chiese infine Deucalione, desolato - Che cosa significano queste parole? -

-  Non so, ma io non spargerò al vento le ossa della mia cara madre: sarebbe un sacrilegio… - rispose Pirra - Perdonami o dea, ma non posso obbedirti! -

Poi si inginocchiò, raccolse una zolla fangosa dalla quale spuntavano fili d’erba e disse, piangendo: - Non ci saranno più uomini al mondo: solo la terra continuerà a generare frutti, a dare la vita ... -

A quelle parole, il volto di Deucalione s’illumina e i suoi occhi brillano di viva luce.

Tende le braccia a Pirra e la stringe a sé.

- La terra ... dare la vita ... Oh, mia saggia sposa! - esclama. - Tu hai saputo comprendere il volere della dea! È la Terra L’Antica Madre: da lei sono nati i primi esseri viventi, da lei nasceranno i nuovi! -

- E le pietre, che stanno dentro la terra, sono le sue ossa: queste dobbiamo gettarci dietro le spalle! - fa eco Pirra - Forse stiamo sbagliando, forse i nostri sono folli pensieri... ma perché non tentare?-

Così i due sposi si allontanano dal tempio, l’uno accanto all’altra, e, mentre camminano, lanciano all’indietro dei sassi, come ha ordinato la dea Temi.

Ed ecco, le pietre perdono la loro durezza, si ammorbidiscono, si allungano e cominciano a prendere forma... Una forma non ancora distinta, simile a quella di una statua appena iniziata, ma umana! I sassi scagliati da Pirra diventano donne, quelli lanciati da Deucalione, uomini; e quelle creature nuove sono tutte belle, giovani e serene.

Di nuovo il Sole brilla nel cielo e scalda la Madre Terra col suo abbraccio luminoso: fiori, piante e messi dorate spuntano nei campi e sulle colline; poi fanno la loro comparsa gli animali, gli uccelli, le eleganti farfalle. La terra diventa uno splendido giardino ...

Dall’alto dell’Olimpo, Giove osserva quel mondo nuovo e sorride ai suoi figli.

 

 

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Il lupo

1 Ottobre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie del diluvio 

 

L’Olimpo è il monte più alto di tutta la Grecia e la sua ci­ma è sempre ammantata di nubi; lassù vivono gli dèi, eterna­mente belli e felici: la pioggia non bagna le loro case di marmo e il vento gelido non soffia alle loro porte, la malattia e la mor­te non spezzano lo scorrere dei loro giorni.

Ci fu un tempo, però, un tempo molto lontano, in cui quella serenità fu tur­bata ...

Giove, il re degli dèi, sedeva sul trono d’avorio posto al centro della sua reggia. Il volto maestoso era sconvolto dall’ira e dal dolore.

 

- Non riesco a credere a ciò che è accaduto... - pensava fra sé - Ricordo quando nei mondo regnava l’età dell’oro: la terra produceva da sola i suoi frutti, il miele stillava dagli al­beri e ovunque scorrevano fiumi di tiepido latte, la primavera regnava eterna! Le città non avevano mura per la difesa perché non c’erano nemici, non esistevano soldati, né elmi, né spade. Come tutto è diverso da allora! Sono il re dell’ Olimpo: devo agire e provvedere... Ma come?-

All’improvviso Giove si scosse dai suoi pensieri.

 

- Ho deciso! - esclamò - Convocherò un’assemblea di tutti gli dèi: racconterò loro la verità e insieme stabiliremo che cosa fare -

 

Nell’alto del cielo, quando è sereno, si vede una strada fat­ta di stelle: si chiama via Lattea, perché è candida e luminosa. Le dimore di molti numi sorgono sui due lati della strada e, quando Giove li convoca, essi percorrono frettolosi il sentiero che li porta alla reggia.

Anche quella volta gli dèi risposero senza indugiare all’ap­pello del loro sovrano. Quando furono riuniti, Giove fece il suo ingresso nella sala adorna di marmi e sedette sui trono, dal quale dominava l’intera assemblea: stringeva in mano lo scettro e i suoi occhi mandavano strani bagliori.

 

- Che cosa è mai accaduto? - pensavano gli immortali.

 

Quando Giove iniziò a parlare, nella grande sala scese un silenzio carico d’attesa.

 

- Ciò che sto per dirvi è terribile. Io stesso tremo nel pro­nunciare queste parole, ma non c’è scampo: è necessario che gli uomini siano annientati e che il loro mondo venga distrutto!-

 

Un fremito di orrore si levò dai troni di marmo: nessuno degli dèi parlava, ma i loro occhi erano pieni di domande.

 

- Ho tentato ogni altra via, credete, ma invano... - ri­prese a dire Giove dopo un attimo di silenzio - Gli uomini sono divenuti belve feroci: giorno e notte scavano la terra in cerca d’oro per i loro forzieri e di ferro per le armi, ovunque ci sono soprusi, inganni, violenze. Marito e moglie si odiano, i figli disprezzano i genitori, i fratelli ingannano i fratelli ... Il sangue scorre a fiumi sulla Terra! Ascoltate la mia storia, poi giudicherete se quanto affermo corrisponde a verità. L’Arcadia è stata a lungo una terra felice, governata da uomini saggi; poi è salito al trono Licaone, un tiranno crudele; egli ha osato sfidarmi e ha ordito trame contro di me, Giove, che sono il signore del tuono e del fulmine!!! -

 

Sul volto del dio la tristezza era scomparsa e il ricordo dell’affronto subito faceva balenare lampi sinistri nei suoi occhi; furente, scosse la testa ricciuta e il cielo, la terra e il mare tre­marono sotto la collera divina.

 

- Come è potuto accadere?!? - esclamarono all’unisono i numi, frementi di sdegno –Dopo che abbiamo sconfitto i Giganti, nessuno ha mai osato ... -

 

- Licaone ha già pagato per i suoi delitti, non temete! Tuonò Giove - Ora vi dirò in che modo mi sono vendicato -

 

La voce severa e i gesti autorevoli fecero cessare il clamo­re. Quando il silenzio calò di nuovo nella grande sala, il re de­gli dèi riprese a narrare:

 

- Da tempo giungevano alle mie orecchie tristi notizie sul­la malvagità degli uomini; così, un giorno, decisi di andare a vedere di persona, sperando che ciò non fosse vero. Scesi dall’Olimpo e, travestito da viandante, esplorai la Terra in tutte le direzioni. Voi non potete sapere quello che vidi: la realtà era peggiore di ogni immaginazione! Non ci sono parole per de­scriverla …

Dopo molti giorni di cammino, avevo ormai percorso monti coperti di foreste, valli abitate da animali selvatici, cit­tà protese verso il mare: ovunque regnavano violenza e morte. Ero stanco e affranto. Scendeva la sera, quando giunsi nella terra di Licaone.

La sua dimora, dalle mura scure e massicce, sorgeva su un’altura e dominava le casupole raccolte intorno a una piazza, strette l’una all’altra come per difendersi da un'oscura mi­naccia. In cielo già brillava la luna, bianca e fredda. Tutto era sinistro, cupo, come avvolto in una cappa di piombo. Quan­do giunsi nella piazza, uomini, donne e bambini si avvicinaro­no a me, timorosi...

 

- Perché sei venuto in questo luogo maledetto? Fuggi, finché sei in tempo! Fuggi!-mormoravano, pieni di sgomen­to.

 

Allora mi feci riconoscere! Tutti si inginocchiarono e co­minciarono a pregare e a piangere. Cercavo di confortarli, ma invano: avevano perduto il coraggio, la speranza; non erano più persone, ma animali braccati, in preda a una sconfinata paura.

 

- Vengo a darvi aiuto e giustizia... - ripetevo - Non temete: sono Giove, il re degli dèi e degli uomini!-

 

- Ma questi non sono uomini! - esclamò all’improvviso una voce beffarda e sinistra - Sono bestie stupide e codar­de! -

 

Preceduto da una schiera di armati, Licaone fa irruzione nella piazza: i suoi capelli sono grigi, grigio il mantello, grigio il volto, nel quale, come una ferita, si apre la bocca crudele.

 

- Pregate pure questo dio... se è veramente un dio! - dice guardando con feroce disprezzo i sudditi inginocchiati e tre­manti - Domani lui tornerà nel suo regno, e voi resterete qui, nel mio... -

 

La luna lo bagna con la sua luce fredda e Licaone si stringe nel mantello. Odia la luna: quell'astro lucente lo riempie di terrore e di furore.

Fisso il suo volto rabbioso, ma lui sostiene il mio sguardo; all’improvviso in quegli occhi brilla una luce sinistra. Io leggo, inorridito, i suoi pensieri ...

 

- Stanotte saprò se costui è veramente un dio! - dice fra sé lo sciagurato - Mentre dorme, gli taglierò la gola! Prima, però, ho in mente un’altra prova, una prova veramente degna di Giove, il protettore degli ospiti! -

 

Licaone mi invita alla sua mensa, poi se ne va, circondato dai soldati. La piazza ora è deserta, tutto è tornato silenzioso

Non sono l’unico straniero in quell’infelice paese. C’è un altro ospite alla reggia: il figlio del re dei Molossi. Il padre l’ha mandato a invocare pietà per la sua terra, che Licaone sta mettendo a ferro e fuoco. Il giovane principe teme Licaone, ne conosce bene la ferocia …  Ma sa che Giove protegge gli ospi­ti: la sua ira si abbatte senza pietà su chi non li rispetta.

 

- Il re dell’Arcadia non oserà sfidare il re degli dèi! - pensa il giovane; e si abbandona fiducioso al sonno.

 

Nella sala del castello, le fiaccole illuminano la grande ta­vola e le stoviglie d’oro mandano bagliori. Non c’è cibo sul de­sco; al centro, solo una brocca di cristallo: il vino che contie­ne ha il colore del sangue ...

Licaone, avvolto nel suo manto grigio, siede sul trono a un lato della mensa; io gli sono di fronte, su una panca di quercia. Mi guarda dritto negli occhi, senza dire una parola: fra poco saprà se sono veramente un dio!

All’improvviso, uno squillo di tromba rompe il silenzio. Il re sorride: la bocca crudele si apre in un ghigno e scopre denti affilati, bianchissimi.

 

- Ora porteranno la cena... - dice sibilando - È una pietanza raffinata quella che ti offro, o Giove, creata per te, che proteggi l’ospite -

 

Due servi entrano nella sala: sorreggono un enorme vas­soio colmo di carne fumante; le loro mani tremano, gli occhi non osano guardare quella vivanda ...

Balzo in piedi gridando: la mensa si capovolge, il vassoio si rovescia e il cibo si sparge per terra ... Un cibo orrendo: ciò che resta del principe dei Mo­lossi!

Le fiaccole si spengono, ma subito un nuovo fuoco, divi­no, invade la reggia maledetta: le colonne si spezzano, le mura crollano, la cenere avvolge le scure macerie. Licaone compren­de e trema: solo un dio poteva indovinare il suo misfatto … L’ospite misterioso era veramente Giove!

Il re fugge nella campagna, e mentre corre, ulula di furore; sì, ulula, perché la sua gola non sa più proferire parole, il man­tello grigio è divenuto pelo irto e fitto, le braccia sono lunghe zampe. Ora Licaone è un lupo che strazia i deboli agnelli. Del re che era un tempo, ha conservato la bocca feroce, l’ani­ma rabbiosa e il terrore per la bianca luna ... »

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Gli Etiopi, il deserto della Libia e le acque del Nilo

24 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Dall’amore di Io e Giove nacque Epafo.

Epafo divenne un giovane molto orgoglioso che non sopportava le umiliazioni.

Un giorno Fetonte, il suo compagno di giochi, figlio del Sole, si vantò di essere superiore a lui.

- Mio padre è la luce del mondo - diceva - mentre tu non hai padre e tuo nonno è un semplice mortale!-

Epafo, ferito nell’orgoglio, rispose: - Sei uno sciocco, Fetonte! Tu credi a tutto ciò che ti dice tua madre, ma lei ti inganna: non sei figlio del Sole! In realtà non hai padre, come me, e neppure un nonno di cui andare fiero, mentre il mio è dio di un fiume ...-

Fetonte, colpito nel vivo, si recò da sua madre, la bella Climene, e le raccontò ciò che gli aveva detto Epafo. Fetonte piangeva disperatamente: - Mamma, non permettere che io sia umiliato! Dimmi la verità: sono veramente figlio del Sole? E se lo sono, dammene la prova! -

Climene, addolorata dal pianto del figlio e ferita anche lei nell’orgoglio, rispose: -   Ti giuro che sei figlio del Sole e se mento, chiedo agli dèi che non mi facciano più vedere la sua bella luce! Ma se le mie parole non ti bastano, allora va’ da lui e chiedigli la verità: il luogo dove tuo padre abita e sorge è qui vicino, ti sarà facile raggiungerlo –

Fetonte, pieno di gioia, non se lo fece dire due volte e subito si mise in viaggio. Lasciò l’Etiopia, attraversò l’India e finalmente arrivò alla casa di suo padre.

La reggia del Sole si ergeva alta nel cielo, scintillante d’oro e di rame, sorretta da immense colonne. Il frontone era rivestito di candido avorio e la porta mandava luci argentate.

Fetonte, dopo aver percorso una strada in salita, finalmente giunse in questa reggia lucente e subito si recò al cospetto di suo padre: non gli andò troppo vicino, però, perché non riusciva a sostenerne la vista.

Il Sole sedeva su un trono di smeraldi ed era avvolto in un manto di porpora. Alla sua destra e alla sua sinistra stavano il Giorno, il Mese, l’Anno, il Secolo e le Ore, disposte a una distanza uguale l’una dall’altra; poi c’erano la Primavera, incoronata di fiori, l’Estate, coperta di spighe intrecciate a ghirlanda, l’Autunno, odoroso di uva spremuta, e infine il gelido Inverno, dai capelli candidi e irrigiditi.

Il Sole, con il suo sguardo che vede ogni cosa, si accorse del giovane che osservava sbalordito e gli disse:

- Come mai sei venuto fin qui Fetonte, mio caro figlio? Che cosa vuoi? –

- O Sole, luce di tutto il mondo, dammi la prova che sei davvero mio padre e che mia madre non mente! Toglimi questo peso dal cuore! - rispose Fetonte.

Il Sole si commosse per la tristezza del suo figliolo: si tolse dal capo i raggi che sfolgoravano e si avvicinò al giovane, poi lo abbracciò e gli disse:

- Tua madre ti ha detto la verità: sei mio figlio! E per toglierti ogni dubbio, giuro che ti concederò qualunque cosa mi chiederai -

Subito Fetonte chiese al padre il permesso di guidare per un giorno il suo cocchio

 trainato dai cavalli alati.

Il Sole si pentì di aver giurato e scosse tristemente il capo, esclamando:

- Sono stato pazzo a farti quella promessa, perché mi chiedi l'unica cosa che non vorrei darti! Quello che desideri è molto pericoloso. Chiedi cose troppo grandi, Fetonte, non adatte a un fanciullo come te ... Nemmeno un dio oserebbe guidare il carro del Sole: nessuno all’infuori di me è capace di farlo! La via, all’inizio, è molto ripida e i cavalli, anche se freschi e riposati, faticano a salire; quando si giunge a metà, siamo così in alto che anche a me a volte viene paura se da lassù guardo il mare e la terra; infine, l’ultimo tratto è una discesa a strapiombo e richiede mano ferma: perfino Teti, la dea del mare, che mi accoglie nelle sue onde, teme sempre che precipiti ... Inoltre il cielo gira vorticosamente, senza fermarsi mai, trascinando con sé le stelle. E ci sono tanti altri pericoli: dovrai passare fra le corna che il Toro rivolge contro di te, sfuggire all’arco del Sagittario, alle fauci del Leone feroce, evitare le chele terribili che lo Scorpione e il Granchio fanno roteare da una parte e dall’altra del cielo! Come farai a controllare i cavalli che soffiano fiamme fuori dalla bocca e dalle narici? A stento obbediscono a me, quando sono lanciati nella loro corsa ... Sono tanto in pena per te, figlio mio! Chiedi un’altra cosa, non ti rifiuterò nulla, ma non questo. Esprimi un desiderio più saggio, che non ti porti alla rovina! -

Il padre aveva cercato di convincerlo, ma il giovane continuava a insistere e smaniava dal desiderio di guidare.

Alla fine il Sole fu costretto a cedere: doveva rispettare il giuramento! Così, sospirando, lo condusse al cocchio. Era tutto d’oro: l’asse, le stanghe, il cerchio delle ruote; solo i raggi erano d’argento, e i bordi sfavillavano di topazi e pietre preziose.

Mentre Fetonte contemplava stupito questa meraviglia e ne studiava i particolari, da oriente l’Aurora, puntuale come sempre, spalancò le porte di rame e il cortile pieno di rose: le Stelle si dileguarono e anche Lucifero, per ultima, abbandonò il cielo.

Quando il Sole vide il mondo tingersi di rosso e la falce della luna dissolversi, ordinò alle Ore di aggiogare i cavalli. Subito le dee li condussero fuori dalle stalle e misero loro le briglie dorate. Scalpitavano e soffiavano fiamme.

Allora il padre spalmò il volto del figlio con un unguento sacro perché lo difendesse dal calore, gli pose in testa i raggi e gli disse sospirando, pieno di timori e di tristi presagi:

- Segui almeno questi consigli, figlio mio: non spronare cavalli, anzi, usa le briglie. È difficile trattenerli perché vogliono correre! Poi mantieniti a mezza strada, così il cielo e la terra riceveranno il giusto calore: se tu salissi troppo in alto, bruceresti le case degli dèi, se scendessi troppo in basso, la Terra andrebbe in fiamme. Buona fortuna, figlio caro! Spero che la sorte ti aiuti ... Ma perché non abbandoni la tua idea? Lascia andare me e rimani qui, al sicuro ...

Ormai Fetonte non lo ascoltava più: era balzato sul cocchio, stringeva fra le mani le briglie e, felice, salutava il padre, che lo guardava disperato.

Intanto i cavalli alati scalpitavano e percuotevano con gli zoccoli i cancelli d’argento; appena Teti li schiuse, si slanciarono fuori, agitarono le zampe nell’aria e squarciarono la nebbia, sollevandosi in alto ...

Piroente, Eoo, Etone e Flegetonte sono cavalli inquieti, ribelli, astuti. Si accorgono subito che il carro è più leggero, che la mano che li guida non è ferma e implacabile come sempre. Sta accadendo qualcosa di strano...

Allora i cavalli si scatenano, scalpitano, abbandonano la strada di sempre e si mettono a correre nel cielo, senza più ordine. Fetonte non sa come tenerli a freno, non sa più dove si trova. Si volge a guardare la Terra, infinitamente lontana ... Il terrore gli fa tremare le ginocchia:

- Perché non ho dato ascolto a mio padre? Perché sono stato tanto orgoglioso? Non m’ importa più di essere figlio del Sole: vorrei solo tornare a casa, abbracciare mia madre, scendere da questo carro maledetto! –

E intanto guarda avanti e indietro, cerca di capire dove può dirigersi, ma invano: non conosce il nome dei cavalli, non ha la forza di tirare le briglie ...

Un terribile mostro gli viene incontro: è lo Scorpione, con le pinze ricurve e la coda terribile. Sputa nero veleno e cerca di colpirlo con il pungiglione! Fetonte, atterrito, abbandona le redini: i cavalli, finalmente liberi, si lanciano all’impazzata nello spazio, senza più freni. Volano in alto, cozzano contro le stelle e poi si precipitano giù, verso la terra ...

I boschi bruciano, il grano ingiallisce, le città sono ridotte in cenere, la neve si scioglie sui monti, le sorgenti si prosciugano, il mare si ritira e lascia il posto a distese di sabbia. Il popolo degli Etiopi, per il gran calore, diviene nero; il territorio della Libia, per l’evaporazione, si trasforma in un deserto; il Nilo, spaventato, nasconde sotto terra le sue acque. La terra, arida, si apre e la luce accecante penetra nel regno dei morti, che tremano per il terrore.

Fetonte vede la Terra in fiamme, avvolta in una nuvola di fumo. Il calore è terribile, il cocchio incandescente, ceneri e lapilli sono ovunque; i cavalli trascinano il giovane in una corsa senza fine. Non c’è più scampo!

Allora la madre Terra, con la voce roca per il fumo e il calore, mentre cercava di proteggere le poche acque rimaste, si rivolse a Giove chiedendo aiuto:

- È la fine, re degli dèi! Non ho scampo se non intervieni! Che male ti ho fatto per meritarmi questo? Ormai il cielo è incandescente e anche la tua reggia sta per  crollare … Salva dalle fiamme ciò che resta, non aspettare ancora!

Giove chiamò a testimoni tutti gli dèi, compreso il Sole, che piangeva in silenzio, tristemente.

- Bisogna fermare il cocchio o tutto l'Universo sarà distrutto - disse.

Il suo tono era addolorato ma inflessibile: il suo caro nipote doveva morire. Salì sulla rocca più alta dell'Olimpo, afferrò un fulmine, lo librò e lo scagliò contro Fetonte!

Una rossa fiamma avvolse i capelli dello sventurato, che rovinò giù dal cocchio e precipitò verso la Terra, come una luminosa cometa.

Il corpo del giovane cadde nel Po e il fiume, con le sue acque, dolcemente gli tolse dal viso la nera fuliggine. Poi i pastori lo seppellirono e sulla sua tomba scrissero:

«Qui giace Fetonte, che volle guidare il cocchio di suo padre. Non seppe farlo e trovò la morte, ma la sua fu un’impresa grandiosa!»

Il Sole, affranto, nascose il volto distrutto dal dolore e per un giorno il mondo rimase senza sole ...

 

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La siringa, il pavone e la dea Iside

17 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

La notizia della trasformazione di Dafne si diffuse per tut­ta la Tessaglia e i fiumi di quella regione si recarono dal padre di lei, Peneo. In realtà, non sapevano se consolarlo o congra­tularsi con lui: certo, aveva perduto la figlia, ma ora Dafne era diventata l’albero di Apollo, un dio grande e potente!

Comunque i fiumi accorsero alle falde del monte Pidno, dove viveva Peneo: mancava solo l’Inaco che, chiuso nel fon­do della sua grotta, piangeva disperato la scomparsa della fi­glia Io. Da giorni non sapeva più niente di lei; l’aveva cercata a lungo invano, e ora temeva il peggio...

Giove aveva visto Io che usciva dalla casa di suo padre e le aveva detto:- Sei una fanciulla bellissima, degna del re dell'Olimpo: beato chi ti sposerà!- Poi, indicandole il bosco ombroso, aveva aggiunto: - Perché non ti riposi fra quegli alberi freschi? Fa tanto caldo e il sole è alto nel cielo ... Non temere di incontrare le be­stie feroci, stai tranquilla: tu sei protetta da un grande dio ... da me, Giove in persona, che governa il cielo e scaglia i suoi terribili fulmini!

Io, spaventata e affascinata insieme, entrò nel bosco e Giove avvolse quel luogo in una fitta nebbia ...

Sua moglie Giunone, dall’alto dell’Olimpo, volse per caso lo sguardo verso la Terra e si accorse con meraviglia che la nebbia avvolgeva una vasta zona in un buio notturno. Capì che, in pieno giorno, quella nebbia non era naturale e si guar­dò intorno per cercare il marito: conosceva bene la sua passio­ne per le avventure amorose! In cielo non lo trovò. "Se non sbaglio, mi ha tradito un’altra volta!" pensò fra sé; e, mentre scendeva velocemente dall’Olimpo, ordinò alle nebbie di dissolversi.

Giove, prevedendo l’arrivo della moglie, aveva trasforma­to Io in una giovenca dal manto lucente. Anche così Io era bel­lissima; i suoi grandi occhi neri, però, erano pieni di tristezza e di sgomento ...

Giunone finse di non aver capito la verità, lodò la bellezza della giovenca e pregò Giove di regalargliela.

Il re dell'Olimpo è nei guai: che cosa deve fare? Se conse­gna la sua innamorata, si comporta in modo crudele, se non la consegna, scatena i sospetti della sua consorte: come si può negare a una moglie, a una regina, una semplice giovenca ... se è veramente solo una giovenca?

Così la dea ebbe in dono la sua rivale e, perché Giove non gliela portasse via di nascosto, la fece sorvegliare da Argo.

Ar­go era un essere mostruoso: aveva la testa coperta da cento oc­chi che dormivano a turno, due per volta, mentre gli altri ri­manevano aperti e continuavano a vigilare. Non perdeva mai di vista la povera Io; di giorno la faceva pascolare e di notte la chiudeva nella stalla, con un pesante giogo intorno al collo.

La fanciulla infelice brucava le foglie degli alberi e beveva l’acqua fangosa. Ogni tanto cercava di lamentarsi, ma dalla bocca uscivano solo muggiti e a quel suono subito taceva, spaventata dalla sua voce.

Un giorno andò a bere sulle rive del fiume, dove aveva gio­cato tante volte: quando vide il muso e le lunghe corna riflesse nell’acqua, si allontanò subito, terrorizzata e sbigottita ...

Anche il padre e le sorelle erano venuti a passeggiare sul fiume e Io si mise a seguirli sempre più da vicino ...

È cosi bella e mansueta quella giovenca! Il vecchio re l’accarezza, poi co­glie delle erbe e gliele porge: la giovenca lecca le mani del pa­dre, le riempie di baci e di lacrime. Vorrebbe parlare, dire chi è, raccontare la sua triste storia, ma come? Infine, con le zampe, traccia sulla sabbia delle parole che rivelano la verità! Allora il padre e le sorelle capiscono cosa è accaduto e piango­no disperatamente, abbracciando la giovenca bianca come la neve ... Ma Argo strappa Io a quell’abbraccio disperato e la spinge verso i monti; poi, dall’alto della cima, si mette di nuo­vo in guardia e scruta senza tregua da ogni lato.

Giove, però, non poteva più sopportare che Io soffrisse tanto; così chiamò Mercurio, suo figlio, e gli ordinò di uccide­re Argo.

Mercurio era un dio vivace e intelligente. Gli piaceva scherzare e passare il tempo in allegria, ma era sempre dispo­nibile a dare una mano a chi si trovava nei guai. Non sopporta­va i prepotenti e quando si trattava di dar loro una lezione sap­eva essere molto severo ... Amava moltissimo i viaggi, perciò Giove gli aveva regalato un paio di sandali alati, un bastone magico che dava il sonno e lo aveva nominato suo messaggero: così Mercurio faceva la spola fra il cielo e la Terra per far co­noscere agli uomini la volontà di suo padre.

Era fidato, veloce e aveva una gran parlantina: quando vo­leva convincere qualcuno, era capace di chiacchierare per ore e di raccontare splendide storie con una voce così delicata e suadente che era impossibile resistergli.

Anche quella volta Mercurio ascoltò con attenzione l’or­dine di suo padre Giove; poi, senza perdere tempo, mise ai piedi i sandali alati, prese il bastone che dava il sonno e scese in volo dall’Olimpo.

Era proprio contento di quell’incarico! Argo non gli piaceva affatto, così orrendo e senza pietà, mentre aveva una gran simpatia per Io: anche trasformata in giovenca continuava a essere molto bella ...

Quando giunse sulla Terra, si tolse subito i sandali alati, per non dare nell'occhio; conservò invece il bastone magico e finse di essere un pastore che guidava il suo gregge al suono di uno strano strumento fatto di canne.

Argo, sempre di vedetta sulla cima del monte, lo vide arri­vare da lontano e rimase affascinato da quella musica così par­ticolare.

Il giovane pastore veniva avanti ballando, seguito dalle sue pecore bianche. Aveva un'aria allegra e spensierata ...

"Cosa posso temere da lui?" pensò Argo "È un ragaz­zino e io sono un gigante, ha solo un bastone sottile mentre io ho cento occhi e braccia possenti! E poi, mi piacerebbe tanto sentire ancora le sue canzoni ..."

Così, quando il pastore fu più vicino, gli disse: -Perché non vieni a sederti all’ombra, insieme a me? È un bel posto per riposare! -

Mercurio sedette e subito iniziò a raccontare storie e a suonare dolcemente.

Il giorno passava e gli occhi di Argo si facevano pesanti per il sonno... Ma egli resisteva, non voleva chiuderli e, per svegliarsi, chiese chi aveva inventato quello strumento misterioso. Allora Mercurio cominciò a raccontare:

- Sui monti dell'Arcadia viveva una bellissima fanciulla di nome Siringa, Molti déi e divinità dei boschi ne erano inna­morati, ma lei adorava Diana e non voleva sentir parlare dell’amore. Vestiva come Diana e si distingueva da lei solo per l’arco di legno: quello della dea era tutto d’oro! -

Gli occhi di Argo cominciavano a chiudersi e Mercurio continuava a raccontare:

-Un giorno Pan, il dio dei pastori, le dichiarò il suo amore. La fanciulla rimase

 sconvolta alla vista del suo innamorato: aveva la barba caprina, gli zoccoli al posto dei piedi e due cor­na appuntite in mezzo alla fronte ... Terrorizzata, cominciò a fuggire; ma il fiume Ladone, amico di Pan, la raggiunse con le sue acque e frenò la corsa.

- Aiutatemi divinità dei monti, amici fedeli, trasforma­temi! - gridò Siringa, mentre il dio ormai le era accanto …

Così Pan si trovo fra le mani un ciuffo di canne palustri!

Sconsolato, Pan sospirò e l’aria, vibrando dentro le canne, produsse un suono sottile, simile a un lamento. Pan rimase in­cantato da quella musica dolce e nuova.

 

- In questo modo potrò continuare a stare con te! - disse; e con la cera unì insieme alcune canne di lunghezza diversa. Era nato un nuovo strumento, che ebbe il nome della fan­ciulla: Siringa! -

 

Mercurio raccontava, raccontava ... E alla fine tutti gli oc­chi di Argo si velarono e si chiusero.

Quando lo vede cedere, il dio smette di narrare, rende il sonno ancora più pesante toc­candogli le palpebre con la verga magica e, con una falce, taglia la terribile testa.

Ora tutti gli occhi di Argo sono spenti ... Giunone li prende e li pone sulla coda del pavone, animale a lei sacro: da allora quelle piume sono adorne di occhi lucenti!

Poi, piena d’ira, la dea manda un tafano a punzecchiare la giovenca:

 

- Tormentala, non darle tregua! Costringila a fuggire per tutto il mondo e fa’ che  non possa fermarsi mai!

 

Così Io si mette a correre senza posa, piena di terrore, finché non giunge al flume Nilo e si getta per terra, ormai pri­va di forze; poi solleva il muso verso l’alto e piange, rivolgen­do al cielo muggiti e gemiti disperati ... Giove allora abbraccia la moglie e le chiede perdono:

 

- Non far soffrire ancora quella povera fanciulla: ti giuro che non avrò più niente a che fare con lei!-

 

A tali parole la dea si calma ed ecco, Io riprende l’aspetto di una volta: le setole cadono dal corpo, le corna spariscono, l’occhio diviene più piccolo, il muso si ritira, le mani e le braccia compaiono di nuovo, mentre lo zoccolo si divide in cinque dita ...

È tornata una fanciulla: solo la sua pelle è rimasta can­dida, come il manto della giovenca.

Ora, in Egitto, è Iside, una dea famosissima che ha la te­sta adorna di splendide corna lucenti ...

 

 

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L'alloro

10 Settembre 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Da Le Metamorfosi di Ovidio, Storie della Tessaglia

 

Febo Apollo, figlio di Giove, era il dio della musica e della poesia. Spesso, accompagnandosi con la cetra, cantava splendide storie che facevano dimenticare ogni dolore a chi aveva la fortuna di ascoltarle. Possedeva un bellissimo arco d’argento ed era orgoglioso della sua mira infallibile, troppo orgoglioso ...

Anche Cupido, il dio dell’Amore, possedeva un arco. Cupido era un bambino bellissimo e aveva costruito questo arco da solo, con legno di frassino, perciò ne andava molto fiero. Certo, il suo arco non era d’argento come quello di Apollo, ma poteva scagliare frecce d’oro o di piombo che avevano straordinari poteri e raggiungevano sempre il bersaglio: chi veniva colpito dalle frecce d’oro, si innamorava; chi veniva colpito da quelle di piombo non riusciva ad amare. Cupido era molto potente! Gli altri dèi, però, non lo prendevano sul serio perché era solo un bambino e questo lo mandava su tutte le furie.

Un giorno Febo aveva visto il piccolo dio mentre tentava di piegare l’arco per allacciare la corda ai due estremi.

- Cosa vuoi fare, tu, un fanciullo, con armi così grandi? - gli aveva detto - Questa è roba per me, che ho una mira infallibile e so colpire al volo belve e nemici! Fai pure i tuoi giochi da ragazzino e non tentare di imitarmi!

Il dio dell’amore gli rispose:

- Il tuo arco può trafiggere tutti, caro Apollo, ma il mio può trafiggere te ... –

Così dicendo, si alzò veloce nell’aria e trasse dalla faretra una freccia d’oro e una freccia di piombo: con quest’ultima Cupido trafisse Dafne, figlia di Peneo, fiume della Tessaglia; con l’altra colpì Apollo, trapassandolo fino al midollo.

Subito Febo si innamorò, mentre la fanciulla non voleva neppure sentire la parola «amore»: desiderava stare nel fitto dei boschi, a caccia di animali selvatici, con i capelli scarmigliati, trattenuti solo da una fascia. Molti, in passato, l’avevano chiesta in sposa, ma Dafne non voleva saperne: amava solo la sua foresta. Spesso il padre le diceva:

-  Figlia mia, scegli un marito, dammi dei nipoti!-

Ma lei lo abbracciava teneramente e lo pregava di lasciarla sola e libera, come la dea Diana.

Il padre, alla fine, si era rassegnato: se la sua Dafne non voleva sposarsi, non poteva certo costringerla ... Ma Apollo non si dava pace, era troppo innamorato! La seguiva ovunque, la spiava ... Guardava i capelli che le scendevano in disordine sulle spalle e pensava: «Come sarebbero belli, se li pettinassi!»

Gli occhi di Dafne erano per lui come stelle luminose; le dita, le mani, le braccia, tutto di lei gli sembrava bellissimo ...

La fanciulla invece lo sfuggiva e non si curava del suo innamorato. Un giorno Apollo la sorprese mentre riposava a¬l’ombra di un grande albero.

«Finalmente potrò dirle quello che ho nel cuore» pensò il dio, pieno di speranza.

Però non osava avvicinarsi, non voleva spaventarla: quegli occhi stupendi che si riempivano di terrore alla sua vista, lo facevano tanto soffrire ...

- Dafne ... - chiamò con un filo di voce, da lontano.

Sentendo pronunciare il suo nome, la figlia di Peneo si svegliò, si guardò intorno ... Da dietro una siepe Apollo le sorrideva, emozionato e tremante ...

Subito la fanciulla balzò in piedi e si mise a correre, più svelta del vento; correva, correva e non si fermava alle parole del dio:

- Ti prego Dafne, fermati! Non voglio farti del male, aspetta! Ho paura che tu cada, che i rovi ti graffino le gambe, che ti faccia male per colpa mia ... Corri più adagio, non fuggire!  Sai, io non sono un semplice pastore, sono i1 signore della terra di Delfi: Giove è mio padre! Rivelo agli uomini il futuro e so suonare la cetra. Io ho inventato la medicina e conosco i segreti delle erbe, ma non c’è erba che guarisca dall’amore! Le mie frecce sono infallibili ma una, più potente delle mie, mi ha ferito al cuore e nessuna medicina può aiutarmi ...

Avrebbe voluto dire tante altre cose, ma Dafne continuava a fuggire impaurita, lasciandolo con il discorso a metà. La paura la rendeva ancora più bella: il vento lieve le mandava indietro i capelli e agitava la veste leggera ...

Ma il dio è più veloce, non le dà tregua e infine è alle sue spalle ... Dafne non ha più forze, è pallida, disperata ...

- Aiutami padre! – dice - Se voi fiumi avete qualche potere, trasformatemi, fate scomparire il mio corpo che è troppo piaciuto ...

Ha appena finito la sua preghiera, che una grande stanchezza la invade, il petto delicato si fascia di una corteccia sottile, i capelli diventano fronde, le braccia si trasformano in rami; il piede, prima così veloce, è trattenuto da profonde radici; il volto si copre di foglie, lucenti come i suoi occhi.

Ma anche così Febo è innamorato e stringe fra le sue braccia i rami, bacia il legno, che però cerca di sfuggire ai suoi baci ... Allora dice:

Se non puoi essere la mia sposa, sarai il mio albero: ti porterò sempre sui capelli e sulla cetra, adornerai il trionfo dei condottieri vittoriosi. E come i miei capelli rimangono eternamente giovani, così tu avrai le foglie sempre verdi e sarai eternamente bella.

Poi Febo tacque. L’alloro fece cenno con i rami appena nati e agitò la cima come per dire di sì col capo.

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"Le Metamorfosi" di Ovidio

27 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

Le Metamorfosi (Le Trasformazioni), sono un poema in 15 libri e comprendono miti e leggende di origine greca e romana: in circa 250 racconti, Ovidio riassume tutto l'antico mondo della mitologia, che va da Omero fino ai poeti dell'età di Augusto. Ovidio infatti si propone di narrare una «storia dell'universo» attraverso le trasformazioni che in esso sono avvenute, e per far questo, si ispira a tutta la mitologia classica, ma soprattutto a quella dell'età ellenistica.

La letteratura dell'età ellenistica ebbe, infatti, un interesse molto vivo per il tema delle trasformazioni e in particolare per l’eziologia (dai greco «aition» = causa), cioè la ricerca della causa, dell'origine di alcuni fenomeni. I racconti eziologici erano destinati a spiegare fatti sorprendenti: cerimonie particolari, strane usanze, nomi di luoghi, di piante, di animali ecc., dei quali si era perduto il significato e che perciò apparivano misteriosi, incomprensibili.

Partendo dall'osservazione dei fenomeno e tenendo conto delle sue particolari caratteristiche, si costruiva una storia fantastica che ne dava una spiegazione e una motivazione.

La letteratura ellenistica, inoltre, utilizzava la tecnica di incastonare racconti in altri racconti o di raggruppare una serie di storie indipendenti l'una dall'altra ma con in comune uno stesso tema.

Nelle Metamorfosi, Ovidio usa queste tecniche narrative e rielabora con la sua fantasia i racconti mitici tradizionali, nelle loro versioni più rare, raffinate e sconosciute.

I miti, in realtà, hanno ormai perduto da tempo il loro valore religioso. Gli dèi descritti da Ovidio non regolano le sorti dei mondo dall'alto dell'Olimpo, ma scendono spesso sulla terra, amano, sono gelosi, si adirano, hanno sete di vendetta; queste passioni, così umane, coinvolgono e travolgono giovani, donne, fanciulli, e sono spesso causa della loro trasformazione. La metamorfosi, quindi, crea un legame fra il mondo degli dèi e quello dei mortali che dà nuova vita ai miti perché li fa diventare storia della natura e dell'uomo: infatti in ogni fiore, in ogni scoglio si nasconde una storia che ha per protagonisti amanti infelici, donne innamorate, fanciulli  imprudenti.

La metamorfosi può essere un premio (ad esempio Ercole, per il suo coraggio, viene trasformato in divinità e assunto in cielo); il rimedio a un errore commesso dagli déi o a un'ingiustizia degli uomini (ad esempio Giacinto, ucciso involontariamente da Apollo, e Leucotoe, condannata a morte dal padre infuriato, divengono piante odorose); una punizione (ad esempio il feroce tiranno Licaone è mutato in lupo): in ogni caso, anche se sotto nuova forma, buoni e cattivi continuano a esistere come elementi della natura.

Inoltre, questi esseri trasformati, anche dopo la metamorfosi non dimenticano chi erano e perché sono diventati così: il girasole continua ad amare il Sole, la pernice non ha più il coraggio di volare in alto, lo scoglio di Perimele desidera ancora gli abbracci del suo innamorato. Animali, piante, rocce conservano quindi la loro umanità.

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