Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)
Post recenti

Reportage. Le Antille francesi: Saint Barthelemy

21 Febbraio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage. Le Antille francesi: Saint Barthelemy

L’isola che porta il nome del fratello di Cristoforo Colombo…

Il fratello di Cristoforo Colombo si chiamava Bartolomeo. Ed è in suo onore che il nostro navigatore chiamò Saint Barthelemy, un’isola piccola piccola di soli 20 chilometri quadrati, le cui montagne sono ricoperte da una vegetazione foltissima e le cui numerosissime spiagge sono formate da una incredibile sabbia di origine corallina.
I primi colonizzatori fecero capolino nell’isola nel 1648 e Saint Barthelemy, meglio conosciuta con il diminutivo di Saint Barts, a parte un brevissimo periodo di dominazione britannica nel 1758, rimase costantemente francese fino al 1784, anno in cui l’isola fu venduta alla Svezia in cambio di un magazzino a Goteborg!
Gli svedesi, dopo aver chiamato la capitale Gustavia, in onore del loro re, la dichiararono porto franco e diedero l’avvio ad un fiorente – e molto spesso clandestino – commercio.

Alla fine delle guerre in Europa, l’isola ritornò sotto il dominio francese, ma il suo stato di porto franco rimase. Si potrebbe dire che Saint Barts ha due facce: una che rispecchia la tranquillità dei suoi abitanti, le cui donne anziane camminano a piedi scalzi e intrecciano paglia per cestini o e cappelli sotto il sole, e un’altra, che è l’immagine della ricchezza e del lusso (è qui che la famiglia Rockfeller possiede una villa con tanto di rifugio antiatomico), una specie di Saint Tropez caraibica, per intenderci.

Del resto, il porto di Gustavia è talmente piccolo che soltanto gli yacht possono attraccarvi. Visitare la capitale è quasi d’obbligo; nonostante le sue dimensioni ricordino una casa di bambole, la città è nota come centro di grandi attività.

Percorrendo, invece, la Route de Grand Fond, si possono ammirare splendide spiagge su cui fermarsi, magari per prendere un po’ di sole o fare immersioni subacquee, per poi proseguire verso Grand Fond, la zona rurale formata da fattorie, tutte rigorosamente in legno, e da casette con il tetto in tegole. E’ proprio tutto un altro mondo.

Più breve, ma ugualmente interessante, è il percorso chiamato Route Corossol da attraversare fino al villaggio della paglia, dove risiedono gli anziani dell’isola, discendenti dei primi colonizzatori francesi ed esperti nel comporre graziosissimi oggetti in paglia.

La vita notturna a Saint Barts è fatta di ristoranti, caffè, club, pianobar e locali – molti dei quali ricavati all’interno di caratteristiche abitazioni – in cui “gustare”, come dopocena, dell’ottimo jazz, rigorosamente live, magari prima di andare a fare quattro salti in una delle più note discoteche, frequentate da scatenati nottambuli di ogni età.

Reportage. Le Antille francesi: Saint Barthelemy
Reportage. Le Antille francesi: Saint Barthelemy
Reportage. Le Antille francesi: Saint Barthelemy
Mostra altro

La drammatica avventura di un alpino

20 Febbraio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La drammatica avventura di un alpino

C’è un alpino, un eroe, che tutti conoscono il suo nome è Cesare Battisti e, contemporaneamente, ce ne fu un altro che rimane sconosciuto ai più e di cui parlerò più sotto.

Cesare Battisti era nato a Trento nel 1875, terminati gli studi nella sua città si era iscritto all’università di Graz e di Vienna, ma si laureò in lettere in Italia e precisamente a Firenze, dove successivamente conseguì anche la laurea in geografia.

A vent’anni aveva già fondato un giornale, la Rivista Popolare Trentina, di pensiero socialista, rivista tenuta sotto osservazione e sequestrata dalle autorità austriache fin dal primo numero. Si dedicò all’attività irredentistica, anche in ambiente universitario, sostenendo con passione l’identità italiana della regione del Trentino e la giusta indipendenza dal Tirolo. Nel 1900 fondò e diresse il quotidiano Il Popolo e quattro anni dopo fu incarcerato per la sua attività sovversiva. Uscito dal carcere si impegnò politicamente e venne eletto deputato alla camera di Vienna nel 1911, dove non perse occasione per criticare apertamente le autorità austriache.

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il 2 agosto 1914, varcò il confine e si stabilì a Milano per poi arruolarsi nel 5°alpini come soldato semplice (prima nel btg Edolo, poi in un reparto sciatori al passo del Tonale), dove si distinse per il suo coraggio in diverse operazioni di guerra durante le quali guadagnò una medaglia di bronzo al valor militare.

Promosso tenente, il 10 luglio 1916 durante una sfortunata azione sul monte Corno, per non ritirarsi, difendendo fino all’ultimo la sua postazione, cadde prigioniero degli Austriaci, che dopo un processo sommario, lo giustiziarono per impiccagione insieme a Fabio Filzi nel castello del Buon Consiglio a Trento il successivo 12 luglio. Affrontando il capestro con dignità e fierezza, morì da eroe gridando “Viva Trento Italiana, Viva l’Italia”.

Ora la seconda storia: è quella di un altro alpino che, arruolatosi giovanissimo, era già nel 1913 allievo ufficiale e nel 1915 al comando del 3º plotone della cinquantesima compagnia del Battaglione Alpini Edolo e partecipò alle operazioni di guerra sui monti del Tonale. Tra i suoi commilitoni strinse un cordiale rapporto di amicizia con Cesare Battisti che lo soprannominò “Muscoletti” per la sua perfetta forma fisica, anche se era di bassa statura.

Il 25 maggio 1915, incaricato di effettuare una ricognizione sull’Albiolo, si fece onore respingendo da solo un’azione nemica, dopo essersi avvicinato sospeso nel vuoto, alle postazioni austriache.

Nel luglio 1915, quando a causa del disgelo, diventava difficile per gli alpini tenere la posizione, il Comando di Divisione ordinò l’occupazione di una cresta antistante Punta Albiolo da cui si sarebbero meglio controllate le postazioni austriache sottostanti. Si trattava di un’audace azione di guerriglia dove la velocità e la sorpresa erano fondamentali, “Muscoletti”, al comando di sette sottoposti, si lanciò di corsa e saltando di roccia in roccia come avrebbe fatto uno stambecco, sotto i fischi delle pallottole austriache, riuscì a raggiungere la cima del Torrione, stanò il nemico, e tenne la posizione fino all’arrivo dell’altro plotone di cui faceva parte Cesare Battisti.

Questa azione, dove mise in mostra le sue doti di coraggio al limite della spavalderia, gli valsero la prima medaglia d’argento al valor militare.

Una seconda medaglia d’argento gli venne riconosciuta per il suo contributo determinante nella conquista della Cresta Croce, l’11 aprile 1916 e una terza per la conquista della quota 2432 della Cresta dei Monticelli, il 28 maggio 1918. Un valoroso eroe misconosciuto, come ce ne furono tanti, un alpino le cui gesta vennero immortalate da Beltrame nella vignetta qui riportata.

Il suo nome era Gennaro Sora classe 1892.

La drammatica avventura di un alpino
Mostra altro

Reportage. I Caraibi semisconosciuti: Grenada

19 Febbraio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage. I Caraibi semisconosciuti: Grenada

Una piccola isola di origine vulcanica ma ricca anche di bianche spiagge

Lunga soltanto 33 chilometri, Grenada era anticamente chiamata l’isola delle spezie per l’incredibile quantità di piante che venivano coltivate: zenzero, alloro, cannella, vaniglia, cinnamomo, zafferano, pepe nero e noce moscata. Ed era proprio una noce moscata il simbolo che sventolava sulla bandiera di Grenada, mentre dal 1974 è cambiato perché ci sono sette stelle che rappresentano le sette parrocchie della nazione, con quella centrale inserita in un cerchio rosso che si riferisce alla diocesi di St. George’s, la capitale, ma nella parte sinistra della bandiera è stata inserita una noce moscata stilizzata.
La tradizione vuole che le noci vengano “vendemmiate” come l’uva, cioè tramite un vero e proprio pestaggio con i piedi; alle donne spetta il compito di raccoglierle, agli uomini quello di pestarle.
A questo punto, è facilmente immaginabile il profumo che regna costantemente nell’aria di Grenada. Ma le curiosità non finiscono qui. Grenada, scenario di sanguinose guerre anglo-francesi del XVIII° secolo, è anche l’isola più “ribattezzata”di tutti i Caraibi.

Cristoforo Colombo che la scoprì – anche se non è certo che vi sia sbarcato personalmente, altrimenti avrebbe fatto incetta di quelle spezie che, allora, venivano importate esclusivamente dall’Oriente – la battezzò “Conception”, nome che fu ben presto sostituito in “Granada” dai marinai spagnoli che, ammirando le colline sparse lungo la costa, ripensarono alla loro terra di origine.

Poi fu la volta dei francesi che, in omaggio alla loro città, la ribattezzarono “Grenade”. Infine, gli inglesi le hanno dato l’attuale nome Grenada (ma con pronuncia britannica “Greneida”).

L’isola è di origine vulcanica ma, nonostante la presenza di una certa quantità di spiagge in sabbia nera, il paesaggio è davvero da sogno: spiagge bianchissime, laghi, fiumi, cascate, giardini tropicali curati nei minimi particolari e, dulcis in fundo, la piscina naturale ai piedi delle “Annandale Falls”, in cui fare il bagno sommersi dai rododendri.

Ovviamente, come in ogni isola dei Caraibi, gli sport acquatici – immersioni ed esplorazioni subacquee, pesca sportiva, ecc…- sono i più quotati, seguiti a ruota da tennis, cricket e golf. Tra l’altro se si fa snorkeling vicino St. George’s, si avrà la possibilità di ammirare le numerose statue che sono state posizionate sott’acqua e che sono stati denominate “I guardiani”.

La capitale di Grenada, St. George’s, è sicuramente uno dei posti più pittoreschi di tutti i Caraibi. Il Carenage è il porto più interno ed è, in realtà, il profondo cratere di un vulcano ormai spento.
Molti degli edifici che lo circondano risalgono al XVII secolo, costruiti in mattoni dai colori molto forti (gialli, rosa, rossi…). Sulla collina che domina la città si erge il forte costruito dai francesi nel 1705: “Fort George” (nome originale: Fort Royal). Visitarlo è come fare un tuffo nella storia, nel passato. La stessa cosa si può dire per l’interessantissimo Museo Nazionale.

Chi ama la natura, invece, potrà passeggiare all’interno del Giardino Botanico e dello Zoo, dove vivono alcune specie rarissime di uccelli e animali tipici dei Caraibi.

E, anche qui, come nelle altre isole caraibiche, il momento clou del divertimento è il carnevale, che si svolge fra canti e balli e tanta allegria.
Grenada, isola caraibica dove è possibile fare non solo turismo balneare, così come per tutte le altre se si hanno occhi per guardare oltre il mare e le spiagge.

Reportage. I Caraibi semisconosciuti: Grenada
Reportage. I Caraibi semisconosciuti: Grenada
Reportage. I Caraibi semisconosciuti: Grenada
Reportage. I Caraibi semisconosciuti: Grenada
Mostra altro

Yoram Kaniuk, "1948", un libro dallo "stomaco della guerra"

18 Febbraio 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #recensioni

Yoram Kaniuk, "1948", un libro dallo "stomaco della guerra"

1948

Yoram Kaniuk

Traduzione di Elena Loewenthal

Edizioni La Giuntina, 2012

ISBN 9788880574453

Uno squarcio di storia che non lascia scampo, vissuta sulla propria pelle attraverso le immagini di un teleobiettivo montato su una steadycam. Anche se la steadycam, negli anni ’40 del secolo scorso, ancora non era stata inventata.

Può essere anche questo il romanzo autobiografico “1948” di Yoram Kaniuk (1930 – 2013), scrittore, critico teatrale, giornalista e pittore israeliano.

«Ero uno sbarbatello che andava a fare il soldato per suonarle al nemico. Ecco quello che ero. Mi ero arruolato così presto, a diciassette anni e mezzo perché ero un eroe o perché avevo paura e fuggivo da qualcosa?», così scrive Kaniuk nelle prime pagine del libro, rievocando l’inizio di quel percorso idealizzato - ma che si rivelerà un’impietosa incognita - che l’autore decide di intraprendere nel novembre del 1947, a soli diciassette anni e mezzo, rinunciando di punto in bianco a terminare gli studi al liceo. Arruolatosi come volontario nel Palmach - la forza ebraica di combattimento regolare istituita nel 1941 in Palestina dall’esercito britannico e dalla formazione paramilitare ebraica Haganah – si ritrova a combattere nel primo conflitto arabo-israeliano: la Guerra di Indipendenza.

«[…] insomma, un giorno qualunque avevo mollato quell’amabile scuola con una dichiarazione che non convinceva neanche me, e cioè che con la radice di tre non avremmo mai cacciato via gli inglesi dal paese, e mi ero arruolato nel Palmach, perché avevo detto che avrei portato i sopravvissuti sulle coste del paese senza pensare sul serio dove sarebbero approdate le navi con i profughi.»

Yoram Kaniuk sarà catapultato nella crudezza e nella barbarie del conflitto e insieme a lui moltissimi suoi coetanei, impreparati e male equipaggiati, che, ogni giorno, rimarranno sul campo.

«Durante quei mesi amari, sino alla prima tregua, eravamo soli, affamati e assetati.»

La guerra si fa sempre più aspra e le battaglie si trasformano in massacri. Yoram Kaniuk, dopo un anno di combattimenti, viene gravemente ferito e trasportato in un ospedale della città di Gerusalemme, sotto assedio. Inizialmente i medici, date le sue condizioni, temono di dovergli amputare una gamba, ma poi, grazie al coraggio dei dottori e ai lanci aerei di medicinali e penicillina avvenuti con successo, Kaniuk riuscirà a salvarsi. Ormai inabile per combattere in prima linea, una volta dimesso dall’ospedale, opererà sulle navi di profughi che, scampati all’Olocausto, approdano in Israele.

Ma il romanzo di Kaniuk non è solo questo. Anzi, forse, non è affatto questo. E’ il ricordo di quegli avvenimenti, vissuti da un’intera generazione nella carne e nel sangue. Ricordo che spoglia di qualsiasi retorica ed eroismo la guerra, quella guerra, qualsiasi guerra: le istantanee trattenute per sempre dalla memoria di Yoram Kaniuk poco più che diciassettenne che, pur imbracciando un mitra Sten, è ancora capace, nonostante tutto, di ricordare i suoni, i colori, gli odori del suo paese e della sua età prima del conflitto. Di chiedere ancora ai suoi commilitoni cosa è giusto e cosa no. Un’innocenza trattenuta a stento, ma poi persa, un’amarezza e un dolore da percorrere, incubi con cui convivere. Quei terribili fotogrammi ripresi coraggiosamente in età adulta e, a distanza di sessant’anni, narrati da un Kaniuk ormai maturo che non ha dimenticato le immagini incalzanti del “teleobiettivo e della steadycam” che si portava nell’anima, con i quali è riuscito a riproporre (e a riproporsi) un pezzo di storia fatto di uomini, donne, interi popoli.

“1948” è stato pubblicato nel 2010 e nel 2011 ha vinto, del tutto inaspettatamente persino per lo stesso Kaniuk, il premio letterario israeliano “Mifal Hapais – Sapir Prize for Literature”.

In un’intervista rilasciata al TG1 nel 2012, Yoram Kaniuk racconta come è nato “1948”. Nel 2005, in seguito a un cancro, Kaniuk entrò in coma e vi rimase per 3 settimane. I medici disperavano di poterlo ormai salvare. «Invece», racconta Kaniuk, «in un modo o nell’altro ne sono uscito. E quando ne sono uscito è stato come un nuovo inizio. Mi ero svegliato dalla morte che quasi mi aveva preso durante la guerra e che tentava di prendermi ora che ero vecchio. E questo mi ha permesso di tornare alla mia storia. E ho scritto un libro “dalla” guerra

Un generale dell’esercito che lesse “1948” dopo la sua pubblicazione, ebbe modo di dire a Kaniuk che gli era capitato di leggere molti libri “sulla” guerra, ma “1948” era stato scritto “dallo stomaco” della guerra.

«Ci sono libri. Ci sono film. Dotti saggi sulle battaglie cui ho partecipato eppure non riconosco quello che sta scritto lì. Pitturano il passato in modo che ci si ricordi. I combattenti, che ormai non sono più il Palmach, i combattenti superstiti sono ancora oggi occupati a sanare le loro ferite, a fuggire dagli incubi rimasti dentro di loro dopo la guerra. Ben pochi hanno fatto qualcosa che qualcuno sappia o si sono fatti un nome. Noi siamo una goccia fetida in un mare di ricordi degli eroi del Palmach. Quei grandi soldati sono diventati autisti, marinai, minatori nel Neghev e nei porti. Il loro ricordo s’è cancellato ma solo i ricordi restano loro.»

«Sessant’anni fa, dal dicembre del 1947 fino alla fine del 1948, eravamo di “bella chioma e bell’aspetto”, così siamo stati per davvero. Giuro che eravamo davvero così.», questo scrive Yoram Kaniuk nel suo romanzo “1948”, un caleidoscopio di immagini e sorti tragiche che si intrecciano. Cosmologie di umanità che vogliono vivere e sopravvivere e una giovane vita che pretende di essere vissuta fino in fondo e ricordare.

Personalmente, una volta terminato il libro, ho ricordato altre pagine di guerra, quelle descritte da Beppe Fenoglio, da Curzio Malaparte e dal film di Mario Monicelli “La grande guerra”. Un accostamento che potrà sembrare a prima vista azzardato, privo di qualsiasi coerenza storica. Per quanto mi riguarda, invece, non è così.

In tutte queste opere, così come in “1948”, è descritto il salto mortale compiuto nel secolo scorso dall’umanità nelle trincee e sui campi di battaglia. Sorti scagliate alla rinfusa nell’orrore dalla fionda invisibile degli avvenimenti storici. E dietro alle sorti, persone, immagini, vissuti, sensibilità che hanno tentato di sopravvivere. Epoche nelle quali l’umanità ha condannato se stessa a riflettere la propria immagine in specchi deformanti. Arrivando addirittura, in certi casi, a pensare, come scrive Yoram Kaniuk, che «di Dio a quell’epoca ci si fidava solo con una pistola in mano.»

Patrizia Bruggi

Fonti consultate:

“The Jewish Sabra” di Rochelle Furstenberg - The Jerusalem Post Arts And Culture, 7.10.2011

Intervista di Claudio Pagliara a Yoram Kaniuk del 7.10.2012 per TG1 Billy, reperibile su YouTube

“Yoram Kaniuk: Ich war ein Abenteurer”, di Frauke Meyer-Gosau – Cicero, 10.6.2013

Nella foto: Yoram Kaniuk (secondo da destra) insieme ad alcuni commilitoni nel 1948 – foto reperita nell’articolo pubblicato dalla rivista online “Cicero” - www.cicero.de

Nella foto: Yoram Kaniuk (secondo da destra) insieme ad alcuni commilitoni nel 1948 – foto reperita nell’articolo pubblicato dalla rivista online “Cicero” - www.cicero.de

Mostra altro

Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà

17 Febbraio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà

Isole che sono nell’immaginario di ogni persona. Natura, mare, spiagge e la naturalezza degli abitanti sono un grande richiamo come le “sirene” per Ulisse.

Suoni, profumi, sapori, libertà, bellezza, sensazioni…sono queste le unicità delle isole che ognuno di noi vorremmo visitare una volta nella vita. Sono lontane da noi ed il viaggio è lungo, ma ciò che si ha la fortuna di ammirare compensa della stanchezza del lungo volo. Polinesia, il solo nome evoca un paradiso non ancora perduto e che ci si augura resti ancora naturale nel suo paesaggio e nella sua popolazione.
Non a caso molte persone ci si sono trasferite per recuperare quella naturalità perduta nelle città, e per riacquistare quella pace e serenità che la vita quotidiana ci ha fatto perdere da tempo. Polinesia, luogo incantato nel quale è possibile ritrovare sé stessi, il proprio io, la propria “animalità” o il vivere senza le costrizioni che c’impongono i paesi cosiddetti industrializzati.
Ma incominciamo parlando un po’ della storia di queste isole uniche.
I primi europei che approdarono nelle isole della Polinesia avranno sicuramente pensato di essere arrivati nel paradiso terrestre. Lo sanno bene i protagonisti dell’ammutinamento più famoso di tutti i tempi, reso noto dalle versioni cinematografiche. Ma i marinai del Bounty non furono i soli a perdere la testa per queste terre. La cupidigia e la violenza degli occidentali, infatti, arrivarono in poco tempo a devastare e a distruggere tutto ciò che volevano conquistare. Fortunatamente queste isole magiche si sono salvate e ancora oggi rappresentano il sogno di un luogo incontaminato e sereno comparato al grigiore delle nostre città.
La Polinesia è una macroarea che comprende diversi arcipelaghi sparsi nell’Oceano Pacifico, a ridosso dell’Equatore tra la Nuova Zelanda e l’America Centrale: quelle che vengono definite Polinesia Francese, Hawaii, Tonga, Samoa Occidentali e Sporadi Equatoriali.
Sono cinque i gruppi di isole che costituiscono la Polinesia Francese. Abitate, secondo alcuni, da popolazioni provenienti dall’America Centrale, furono scoperte nel 1521 dalle prime spedizioni spagnole, ma solo nel 1595 ebbero i primi contatti con gli abitanti, che conobbero, oltre all’uomo bianco, anche le armi da fuoco e la sifilide.

Nel XVIII° secolo s’intensificarono le spedizioni scientifiche degli inglesi; nel 1767 Samuel Wallis trovo Tahiti, cominciando la colonizzazione degli europei. Gli indigeni persero pian piano la potestà sulle terre che nel 1880 vennero date in dono dal loro re alla Francia, mentre la dinastia regnante e larga parte della popolazione di Tahiti si erano convertire nel frattempo al cristianesimo. Ne è nata una società multiculturale nella quale si sono poi integrati diversi popoli orientali, portati dagli europei come braccianti nelle piantagioni.

Nelle isole della Società, l’aeroporto internazionale di Tahiti-Faa, della capitale Papeete, e il suo porto rappresentano le porte della Polinesia nel mondo. Tutti i turisti che arrivano passano di qui. L’arcipelago è diviso in due gruppi: le isole del Vento, con Tahiti e Moorea, più densamente popolate, e le Isole di Sotto Vento, con Bora Bora, Raiatea, Tupuai.

Prevalentemente montagnose e di origine vulcanica presentano la particolarità di una vegetazione rigogliosa che lambisce le spiagge sabbiose e bianchissime. L’isola di Tahiti, la più grande della Polinesia francese, incantò i viaggiatori francesi che descrissero le meravigliose cascate di acqua purissima e l’estrema fertilità di quelle terre.
I visitatori che amano la montagna non possono fare altro che avventurarsi in luoghi nascosti e impervi alla ricerca delle tre cascate di Tiarei, ai piedi una foresta di bamboo.
A Tahiti il pittore Gauguin visse molti anni, affascinato dai colori di questi luoghi e, non secondario, dalla grande bellezza delle vahiné tahitiane che ha ritratto in tante opere. L’artista scrisse: ”Nessun uomo, neanche il più felice, può resistere al loro sguardo”. A lui, europeo che l’ha amata molto, l’isola ha dedicato un museo che raccoglie molte opere originali che, insieme ad altre esposizioni, attende i viaggiatori che vogliono conoscere la cultura e le tradizioni di queste popolazioni.
Ma sono le spiagge e il mare cristallino che attirano i turisti, e non solo quelli che amano “oziare sulla sabbia, ma anche quelli che praticano il surf. La spiaggia di Papara, infatti, vede riunirsi i giovani amanti della tavola con i migliori surfisti mondiali.
Per chi ama invece le immersioni e la fotografia subacquea, l’isola ideale è MOOREA, con le spiagge di sabbia bianca, i meravigliosi fondali e la ricchezza della fauna sottomarina, abitata – un tempo – così come si racconta – da una gigantesca lucertola gialla che con la sua coda creò le baie di Cook e di Opunohu.
Ma per chi ama trascorrere lunghi e rilassanti momenti sull’acqua, non si può perdere un giro in piroga nella cristallina purezza della laguna di Bora Bora. A RAIATEA, culla della civiltà polinesiana, regna la sacralità.
Ogni luogo, lì, è dominato dal mito e il monte Temehani è l’Olimpo polinesiano che veglia su questo angolo di mondo per preservarlo da ogni intervento esterno. Sotto il Tropico del Capricorno, decentrate rispetto a Tahiti, le isole Australi sono quelle che hanno mantenute uno stile di vita più autenticamente polinesiano.
Dal clima più fresco, l’arcipelago è un insieme di colori per le splendide abitazioni color pastello, costruite in pietra corallina. Tra la gente permane un diffuso sentimento religioso e nell’isola di Rurutu, nel mese di gennaio, gli antichi riti terminano con una tradizionale gara di sollevamento pesi, cui partecipano uomini e donne.

Segno, forse, della lontananza dell’uomo bianco e della presenza della natura incontaminata, le balene si trovano in queste acque ed è possibile ammirarle tra giugno e ottobre.
L’arcipelago delle Gamblier è quello che reca le maggiori tracce dell’arrivo degli europei. Furono i gesuiti a distruggere i resti della cultura politeista preesistente con la costruzione, al posto dei tradizionali luoghi di culto, di imponenti edifici religiosi.
La sua morfologia ha caratteristiche eccezionali, perché il 95% delle isole sono atolli, una percentuale unica nella Polinesia francese. Per questo l’arcipelago è noto per essere la culla delle perle polinesiane. La perla nera è invece caratteristica dell’arcipela delle TUAMOTU, famose anche per essere il paradiso del diving.
RANGIROA, che significa “cielo infinito” per la continuità del colore azzurro del cielo che si rispecchia nelle numerose lagune, è l’atollo più grande della Polinesia francese, con 240 motu (isolotti), separati da più di 100 piccoli canali.
Squali grigi, mante, pesci napoleone, cernie, sono solo alcune delle creature che popolano le acque circondate da questo nastro di isole. Henua Enana, “terra degli uomini”, così venivano chiamati dai nativi dell’arcipelago delle Marchesi, ma oggi, l’esiguo numero della popolazione che le abita è concentrata in poche delle 12 isole di cui è composto l’arcipelago. A 1500 chilometri da Tahiti è il gruppo situato più a nord, in prossimità dell’Equatore. Qui è nata l’antica arte del tatuaggio.
Continuando il nostro viaggio arriviamo a TONGA, forse l’unica terra del pacifico a non essere stata colonizzata.
Gli abitanti erano guerrieri valorosi e seppero salvarsi dalla conquista degli europei che a più riprese giunsero sulle loro coste.

La cultura di questi popoli, governati da una monarchia ereditaria, si è sposata pacificamente con la religione cristiana, cui hanno aderito con fervore. Le terre di Tonga sono costituite da 171 isole e atolli, di cui solo 40 abitate e si dividono in quattro gruppi: Tongatapo, He’apai, Vava’u e Niuas.
Queste isole conservano ancora la tradizionale cordialità e benevola e festosa accoglienza, insieme ad un patrimonio naturale unico: foreste pluviali, laghi vulcanici e bocche eruttive – che possono essere visitati in lunghe escursioni. .
Immersioni subacquee e discese alla corda sulle pareti delle scogliere attendono i più avventurosi che potranno ammirare anche due specie di iguane molto rare, volpi volanti, pipistrelli considerati sacri e protetti nelle sette aree tutelate, tra parchi naturali e riserve marine.
Il 4 luglio si festeggia il tradizionale Heilala festival, festa del fiore nazionale. Nella capitale Nuku’alofa, “dimora dell’amore”, si fondono gli elementi caratteristici della tradizione autoctona, i Palazzi e le Tombe reali, le antiche e magnifiche chiese cristiane, testimonianza della cultura occidentale.
Il Tongatapo orientale conserva la più grande concentrazione di siti archeologici del pacifico, resti delle tombe delle antiche dinastie.
Ecco, quando pensiamo alla Polinesia, la mente va subito al mare e alle spiagge ma, se si desidera capire un po’ di storia degli atolli e vedere oltre il mare, anche qui è possibile farlo.
E’ sempre il paradiso desiderato da tutte le persone, ma si deve andare anche oltre quello che ci hanno sempre mostrato. C’è molto di più.

Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà
Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà
Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà
Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà
Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà
Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà
Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà
Reportage Polinesia: la terra del sogno e della libertà
Mostra altro

Reportage i Caraibi sconosciuti ma ricchi di fascino: St. Kitts e Nevis

16 Febbraio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage i Caraibi sconosciuti ma ricchi di fascino: St. Kitts e Nevis

Ci sono isole che pochi italiani conoscono. Incominciamo ad apprendere un po’ della loro storia.

Come ho già scritto qualche tempo fa, per la maggior parte degli italiani le isole caraibiche si fermano a S. Domingo, Cuba e Jamaica, vuoi perché ci sono i charter (non più per la Jamaica), vuoi perché sono le isole che si vendono da molti anni sul nostro mercato, vuoi perché le altre costano di più perché ci si deve arrivare con i voli di linea, e con scali intermedi e, inoltre, perché non ci sono villaggi italiani.
Ma sono tutte ideali per trascorrervi le proprie vacanze in un contesto naturale dove le spiagge sono belle e il mare adatto anche per chi ama andare alla ricerca di navi affondate. Oggi parleremo di….

ST KITTS - NEVIS

Queste due isolette si autodefiniscono “i Caraibi nascosti” e, agli occhi di mezzo mondo, lo sono davvero, nonostante entrambe offrano uno dei panorami più incredibili di tutti i Caraibi.

Cristoforo Colombo (ebbene sì, sempre lui!) le avvistò soltanto durante il suo secondo viaggio nel 1493, lasciandole tuttavia (bontà sua), ai loro legittimi abitanti, gli indiani Caribi, ma non dimenticò, però, di battezzarle. St. Kitts (in realtà si chiamerebbe S. Cristoforo, un po’ in onore del santo protettore dei navigatori e un po’per una tremenda botta di vanità. Nevis (in realtà Las Nievas, Le Nevi, per le nuvole bianche che ricoprivano le cime dei monti).
Soltanto nel 1607 gli inglesi che vi sbarcarono, le ribattezzarono con gli attuali nomi. La storia racconta di diatribe politiche delle due isolette con Anguilla, alla quale erano associate e con le quali avevano in comune soltanto il governo britannico.

Diatribe che finirono quando, nel 1967, Anguilla si autodichiarò indipendente dall’associazione.
Ma non finisce qui! Secondo “voci di corridoio”, St. Kitts e Nevis sono rivali, ma soltanto per una questione di orgoglio.
Gli abitanti di St. Kitts si sono sempre dichiarati gli unici ansiosi di sviluppo, ma lo stesso vale per quelli di Nevis.

Un tempo, zucchero e cotone erano fonti di enormi ricchezze per entrambe le isole. La prima ha continuato a coltivare la canna di zucchero, senza preoccuparsi troppo del settore turistico che, invece, per Nevis è sempre stata al primo posto.

Tutte e due le isole sono di origine vulcanica, rigogliose e verdeggianti. St. Kitts ha la forma di una mazza da cricket e la capitale: Basseterre, si trova all’interno di un porto naturale ed è, forse, uno dei più perfetti esempi di architettura delle Indie Occidentali.

Nevis, invece, ha una forma quasi perfettamente circolare ed è buffo vederle dall’alto perché, tutte e due insieme formano un grosso punto esclamativo!

La sua capitale è Charlestown, e per girarla non ci vuole più di un’ora. Ma più che i monumenti del luogo, la vera attrattiva di questo piccolo porto sono i racconti degli abitanti.
I tassisti delle isole sono tra le guide migliori di tutti i Caraibi occidentali e sono anche molto loquaci. Non c’è storia o pettegolezzo che non sappiano raccontare.

E’ possibile organizzare gite in barca a Nevis o crociere al chiaro di luna su una delle spiagge lungo la penisola di St. Kitts, o farsi una cavalcata in tutta libertà sulle colline settentrionali, oppure darsi alla scalata del monte Verchild, o del monte Liamuiga, per godere delle meravigliose vedute che offrono.

Ma anche le esplorazioni subacquee non sono da meno. Si può fare una vera e propria caccia al tesoro cercando – e magari trovando – una delle tante navi affondate nei dintorni e non ancora scoperte!
La vita notturna non è molto attiva, ma gli amanti del Jazz avranno di che deliziare le proprie orecchie, sono numerose, infatti, le orchestre di trombe, tromboni, sax, che fanno della musica eccellente.
Il momento clou del divertimento è il Carnevale – avvenimento che accomuna le due isole – che si celebra dal 24 dicembre al 2 gennaio ed è un’esplosione di colori, musiche e danze.

L’usanza vuole che i parenti lontani ritornino sull’isola ed è soprattutto in loro onore che vengono organizzate parate e sfilate in costumi d’epoca.

Indubbiamente è uno degli spettacoli più divertenti di tutti i Caraibi e può essere un valido motivo per scoprire l’anima, la cultura e le tradizioni di queste isole semisconosciute ma, proprio per questo motivo, ancora “vergini” e genuine.

Reportage i Caraibi sconosciuti ma ricchi di fascino: St. Kitts e Nevis
Reportage i Caraibi sconosciuti ma ricchi di fascino: St. Kitts e Nevis
Reportage i Caraibi sconosciuti ma ricchi di fascino: St. Kitts e Nevis
Reportage i Caraibi sconosciuti ma ricchi di fascino: St. Kitts e Nevis
Reportage i Caraibi sconosciuti ma ricchi di fascino: St. Kitts e Nevis
Mostra altro

Mapazzone

15 Febbraio 2015 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #ricette

Mapazzone

Questa ricetta ci è suggerita dall'amica Ichigo Imalooser Hachi

Mapazzone post-abbuffate

Tempo di preparazione: 3 minuti

Difficoltà: bassissima

Calorie: poche

Danni per la salute: il fegato ringrazia

Impatto sul vostre finanze: basso

Ingredienti:

2 mele

1 carota grossa

1 arancia

[o altra frutta a scelta]

Dato che l’autrice del post è a dieta dovrete, vostro malgrado, beccarvi i miei salutari “mapazzoni”.

Tuttavia potrebbe essere utile anche a voi se:

- il Natale ha fatto riscoprire i vostri valori più alti tra i quali colesterolo, trigliceridi, glicemia e transaminasi;

- state assumendo la forma di un panettone;

- l’unico sport che avete praticato ultimamente è stato il sollevamento della forchetta;

- l’ultima volta che siete usciti di casa una sconosciuta vi ha chiesto quante settimane mancano al lieto evento (anche se siete un uomo);

- recentemente, chinandovi per raccogliere un oggetto da terra, i vostri pantaloni hanno emesso un rumoroso e sofferto “CRACK”.

Ma veniamo ora alla ricetta e alla sua ardua preparazione.

Pulite, pelate e tagliate a pezzi gli ingredienti, ficcate tutto nel frullatore aggiungendo poca acqua. Ricordatevi di mettere il coperchio se non volete ritrovarvi con il soffitto e le pareti della cucina di un bell'arancione sgargiante.

Se dei pezzi di carota si bloccano nel frullatore resistete al masochistico impulso di spingerli verso le lame con la mano mentre l’elettrodomestico è ancora in funzione.

Se volete rendere il vostro pasto meno triste potete mettere la brodaglia in un figo bicchiere da cocktail o da aperitivo e abbellirlo con un’allegra cannuccia colorata e un ombrellino (che fa tanto vacanza anche se fuori ci sono 10 gradi sotto zero e voi dovete uscire e affrontare l'invernale brezza mattutina per andare al lavoro).

Mentre lo sorseggiate, buttando un occhio alla dispensa dove ci sono ancora un pacchetto di patatine, mezzo torrone e una solitaria fetta di pandoro che fa gli occhi dolci al barattolo della Nutella, ricordatevi che l’estate si avvicina velocemente e la tanto temuta prova costume incombe su di voi!

Mostra altro

Quello che gli uomini non dicono

14 Febbraio 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Quello che gli uomini non dicono

Difficile per una Donna del ventunesimo secolo festeggiare San Valentino nel modo in cui desidera…

TU, uomo,
come vuoi stare al passo di una che ha adottato il multitasking come regola di
vita, che, pur volendo, manco se l’ammazzi si ferma,

TU, uomo,
come speri di non renderti ridicolo coi soliti cioccolatini (che so’ sempre
pochi perché te li magni pure te) e i fiori comprati al semaforo?

TU, uomo,
che vorresti fa’ il romanticone-piacione (con me) solo in questo giorno dell’anno,
perché se non era per i mille post che hai visto nella tua pagina di Facebook e
quando te lo ricordavi…

TU, uomo,
che sei quello che sei, o fungi, nella tua sola apprezzabile funzione, solo nei
romanzi di pollastre che leggiamo…

come farti dire quello che realmente desideriamo?

No perché, parliamoci chiaro, e che non si dica che le donne non si mettono in discussione, nessuno sa davvero cosa l’altro/a vorrebbe sentirsi dire, specie in questo giorno così solenne !

O meglio, una Donna sa cosa un uomo vorrebbe sentirsi dire …viceversa un po’ meno

Se una Donna dice: “Scopami!”, l’uomo è contento e ci mette un attimo a togliersi i pantaloni…

Se un marito dice: “Ti amo”, dopo un po’ di anni di matrimonio, il giorno di San Valentino,
la moglie manco se lo fila (anzi quasi gli ride in faccia per quanto le sembra strano) o, peggio che vada, pensa: -“me lo ha detto perché deve farsi perdonare qualcosa, cosa avrà fatto il bastardo stavolta?” …e così parte un crescendo sempre più pericoloso per la futura vita di coppia.

Ma allora, come fargli dire:

Ti voglio. Adesso. E se non sei disposta a farti
sculacciare, come meriteresti, ti scoperò sul divano subito, in fretta, per il
mio piacere , non
il tuo.” (parola di Christian Grey)?

Il segreto è nel classicissimo “farsi desiderare come se ce la avessimo solo noi sulla faccia della terra e lui voglia solo la nostra”.

D’altra parte, come ha ben detto una mia saggia amica in questi giorni:

“Il dilemma non è se ci sia vita oltre la morte, bensì se ci possa essere vita oltre la patata!”.

Ma, tornando a noi, come facciamo a fargli pronunciare ‘ste fatidiche parole alla Christian nel giorno di San Valentino?

Care amiche, la risposta è che … non lo so! …

Il multitasking l’abbiamo inventato noi, mica loro…

Se fanno una cosa alla volta siete pure fortunate… (perché almeno la fanno). E quindi il “Ti amo” va già considerato come una dignitosa performance.

Ma proprio grazie al multitasking, signore, il regalo quest’anno ve lo potete fare da sole
e, vi assicuro, senza sprecarvi nemmeno tanto. Basta ridurre a icona la finestra di “moglie sacrosantamente esigente per via delle sue esigenze” e far visualizzare a schermo intero la spettacolare “femme fatale con venature sadomaso”.

Oh insomma, con l’accappatoio ancora addosso, i capelli bagnati e tutta unta di crema idratante, non ho detto a mio marito: “Scopami!” (dopotutto sono una signora…)

Aprendo l’accappatoio, gli ho detto: “Legami, solo così puoi fermarmi!” …e ho buttato sul letto la cintura.

Mostra altro

Dolce al cioccolato

13 Febbraio 2015 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #ricette

Dolce al cioccolato

Dolce al cioccolato (ricetta di emergenza)

Tempo di preparazione: 30 minuti circa

Difficoltà: Bassa

Calorie: Molte

Danni per la salute: Nella norma

Euro: Non troppi

Ingredienti

200g di cioccolato fondente

175g di burro

2 uova

100g di farina

200g di zucchero

100g di noci (oppure una pera williams)

un pizzico di sale

un cucchiaio di rum (facoltativo)

zucchero a velo

Questa è una ricetta d'emergenza, di quelle che potrebbero servirvi se a qualcuno dei vostri numerosi amici e parenti, che solo due volte all'anno si ricordano dalla vostra esistenza, è improvvisamente venuto in mente di invitarvi a cena a casa sua. Ora, notoriamente voi non sapete preparare niente che non sia l'uovo al tegamino (col tuorlo sparso) e avete una giornata lavorativa di circa dieci ore e un budget di circa due euro, che non vi permette di presentarvi con una bottiglia di vino buono. Se è così, questa ricetta vi salverà la vita. Se non è così, potrete comunque fingere che lo sia e farne buon uso a conforto della vostra pigrizia e tirchieria.

Come che sia, passiamo alla ricetta. Innanzitutto preriscaldate il forno a 150° e fate a pezzi il cioccolato. Fatelo sciogliere a bagnomaria, assieme al burro. A bagnomaria significa che dovete tenere sospeso un pentolino piccolo dentro un pentolino più grande, riempito circa per metà di acqua. Il pentolino con l'acqua va messo sul fornello acceso, la cioccolata e il burro vanno buttati nell'altro e fatti sciogliere lentamente, mescolando. Ovviamente potete anche farlo direttamente sul fuoco, ma la probabilità che il composto attacchi o il burro si scaldi troppo aumenta sensibilmente.

In ogni caso, una volta che avrete ottenuto un composto liscio, toglietelo dal fuoco e lasciatelo raffreddare. Eventualmente aiutate la natura mettendolo di nuovo a “bagnomaria”, ma nell'acqua fredda (il pentolino col composto, non il composto da solo).

Nel frattempo sbatacchiate un po' le uova con parte dello zucchero. Aggiungete la cioccolata fusa e il resto dello zucchero, poi la farina, possibilmente setacciata e mescolate bene, fino ad ottenere di nuovo un composto liscio. Per ultime incorporate le noci (o la pera) fatte a piccoli pezzi. Potete anche lasciar perdere questo passo, il risultato sarà comunque commestibile. Infine aggiungete all'impasto un pizzico di sale (fidatevi) e, se ne avete per le mani, un cucchiaio di rum.

Versate il tutto in una teglia imburrata o rivestita di carta da forno, e infornate per mezzora. Una volta pronto noterete che il risultato non è una gran bellezza, quindi cospargetelo di zucchero a velo.

Una volta raffreddata, riponete la vostra opera in un simpatico cestino di vimini per trasportarla, vuotate quella bottiglia di rum con cui avete insaporito l'impasto e andate sereni alla vostra cena.

Mostra altro

Presentazione a Piombino

12 Febbraio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi

Presentazione a Piombino

IL FOGLIO LETTERARIO & EDIZIONI IL FOGLIO

Editoria di qualità dal 1999

Sito internet: www.ilfoglioletterario.it

Venerdì 13 febbraio ore 17 a Piombino

Palazzo Appiani - Piazza Bovio - Sala Conferenze

Fabio Canessa e Gordiano Lupi

presentano

CALCIO E ACCIAIO - Dimenticare Piombino

PIOMBINO IN GIALLO a cura di Emilio Guardavilla

Si parlerà anche del progetto PIOMBINOIR

Calcio e acciaio - Dimenticare Piombino racconta con amore e nostalgia una storia ambientata in un suggestivo spaccato maremmano. “Aldo Agroppi era amico di sua madre, viveva in via Pisa, un quartiere di famiglie operaie, case bombardate durante la Seconda Guerra Mondiale, tragiche ferite di dolore, macerie ancora da assorbire. Giovanni ricorda una foto di Agroppi che indossa la maglia della Nazionale, autografata con un pennarello nero. Era stato proprio Agroppi in persona a dargliela, all’angolo tra corso Italia e via Gaeta, in un giorno di primavera di tanti anni fa, dove la madre del calciatore gestiva una trattoria, un posto d’altri tempi, dove si mangiava con poca spesa. Giovanni era un bambino innamorato dei campioni, giocava su un campo di calcio delimitato dalla sua fantasia, imitava le serpentine di rombo di tuono Gigi Riva, i virtuosismi di Sandro Mazzola, le bordate di Roberto Boninsegna, le finte dell’abatino Gianni Rivera e la vita da mediano di Aldo Agroppi, cominciata a Piombino e conclusa a Torino”.

A PIOMBINO LO TROVI: LIBRERIA TORNESE - VIA LOMBROSO (davanti al Cinema Odeon)

CAPITOLO DUE

Giovanni si dirige verso lo Stadio Magona, percorre a passi lenti viale Regina Margherita, e pensa a suo padre, operaio delle Acciaierie, morto quando lui giocava le ultime stagioni nella squadra della sua città. Si chiamava Antonio, era un uomo abituato al caldo soffocante dell’altoforno, un lavoro fatto di gesti ripetuti alla catena di montaggio. Una giornata di fatica per un salario appena sufficiente a pagare l’affitto di un appartamento popolare in un condominio annerito dai fumi della ferriera e a imbandire una mensa che poteva permettersi carne solo nei giorni di festa. Alimentava una macchina infernale che divorava carbone per restituire fumo e prodotto grezzo composto di acciaio. Antonio aveva le mani callose indurite dal lavoro e pensava alla terra lontana, agli olivi abbandonati, alla madre che lo attendeva sulla porta di casa di un paese alle pendici di un monte. Rammentava la sua festa preferita mentre lavorava in ferriera, una festa che anche Giovanni aveva amato da bambino, quella sagra delle ciliegie nei giorni di maggio, quando il colore rosso invadeva il borgo e apriva le porte ad antichi sapori. Giovanni ricorda quando le sue agili gambe di bambino correvano insieme ai ragazzi per rubare ciliegie a grappoli, sporcandosi la bocca e il viso, attaccando i piccoli frutti alle orecchie come fossero campanelle. Antonio coltivava i campi insieme al padre, che un tempo aveva fatto la spola a piedi per tutta la vallata, da Sinalunga a Montalcino, passando per Pienza e San Quirico, con un ciuco carico di legna per il camino di casa, una casa sempre viva, con lui e il fratello che giocavano a nascondersi irritando la madre, mentre la nonna sgranava il rosario seduta sulla sedia a dondolo in canna di bambù. Antonio aveva estirpato le sue radici montanare per avventurarsi lungo strade polverose fatte di fatica e privazioni. La giovinezza e le sue gambe che correvano leste per le strade del mondo lo avevano spinto ad abbandonare il borgo per un lavoro lontano che appagasse il desiderio d’una vita tranquilla. Il nonno aveva avuto una vita avventurosa. Terracina e il golfo di Gaeta erano le fotografie del passato, i pini marittimi sul lungomare di Formia custodivano i ricordi dei primi baci d’amore. Giovanni ripensa spesso ai racconti del nonno, ascoltati da fanciullo prima di andare a dormire e custoditi dai ricordi paterni. Un grande amore lasciato sul lungomare e via verso il futuro. Un sogno chiamato America non poteva attendere, era il miraggio del povero emigrante in cerca d’una vita migliore. “Francesco, perché devi lasciarmi? Non possiamo costruirlo insieme questo futuro?”, aveva detto Caterina al suo uomo in fuga, ormai deciso a salpare sul battello che lo avrebbe portato lontano. Francesco aveva scosso la testa e intonato una canzone provando a chiedere perdono a quel cuore in pena. Il nonno aveva avuto molte donne, ma Caterina affiorava spesso dai ricordi del passato: aveva le spalle minute, il portamento fiero e una vita perduta giovane. Silvia era il sogno dal sapore acre della terra d’Aspromonte, una voglia di vivere che proveniva da antenati abituati a scavalcare montagne per condurre animali al pascolo, al riparo dai venti. Le altre non le rammentava, non ne parlava mai, erano misteriosi sentimenti nascosti dalle ombre della sera, raffiche di tramontana che nascondevano barlumi di memoria. Il nonno di Giovanni era stato in America a cercare fortuna, come i disperati che in quei giorni approdavano lungo le coste siciliane, a Lampedusa, ricacciati in mare, deportati in lager recintati da filo spinato, cacciati via come figli di nessuno. La sua nave aveva alzato l’ancora e acceso i motori, con lui passeggero di terza classe compagno di topi e valigie ammucchiate in una stiva polverosa. Francesco partiva insieme a tanta povera gente, con la testa zeppa di impossibili sogni a stelle e strisce. L’Atlantico diventava una fuga dagli amori e dal lavoro come cameriere nel ristorante sul porto. L’America aveva aperto le braccia al nonno, gli aveva insegnato la sua lingua, un nuovo modo di esprimersi fatto di gesti e di larghi sorrisi. Il sudore della fronte e il lavoro non erano diversi dalla sua terra, ma questo non lo spaventava. Francesco aveva lavorato in una filanda, mentre le prime auto percorrevano le strade di New York, aveva rubato amore nei postriboli notturni e mangiato nei retrobottega di ristoranti dove lavava piatti per arrotondare un magro stipendio. Incontrava italiani emigranti, proprio come lui, seduti ai tavoli dei bar, parlavano d’una terra lontana, di speranze mai abbandonate. Proprio come gli emigranti di oggi che affrontano viaggi da disperati, pensa Giovanni. Uno di loro ha cominciato da pochi mesi ad allenarsi con il Piombino, viene dal Marocco, è un ottimo attaccante, rapido e guizzante, un vero incubo per le difese avversarie. Giovanni crede in quel ragazzo, punta su di lui per la prossima partita di campionato, quando la sua squadra dovrà affrontare il derby del canale contro l’Isola d’Elba. Tarik è il nome del giovane marocchino in cui Giovanni si rivede, rivede le sue serpentine verso la porta avversaria, rivede la stessa voglia di sfondare nel mondo del calcio.

“Se riuscissi a far carriera nel calcio potrei comprare una casa per la mia famiglia, in Marocco”, mormora. Giovanni sorride. “Non correre troppo. Pensa alla partita di domenica, intanto”. Emigranti. Pure noi siamo stati un popolo di emigranti. Sembra che nessuno se ne ricordi. Il nonno di Giovanni aveva disegnato santini e angeli per biglietti di auguri, volti di donne lontane per cartoline d’amore, cavalli dalle briglie sciolte che prendevano il volo verso patrie dimenticate. Non aveva mai smesso di coltivare un’abitudine appresa in terre lontane, scriveva lunghe frasi in inglese che abbandonava sulle panchine, sgrammaticate, zeppe di errori, ma era la lingua del popolo, imparata per sopravvivere. Povera gente andata al di là del mare, a bordo di inaffondabili Titanic, per fare fortuna, anche se spesso la fortuna restava un fiore non colto. Francesco diceva sempre di averla trovata quella fortuna, il viaggio aveva dato un senso alla sua vita, aveva conosciuto mondi nuovi ed era riuscito a superare difficoltà insormontabili. A quel tempo eravamo gli italiani mafiosi, mangiaspaghetti, banditi e traditori, brutti, sporchi e cattivi, come in un vecchio film di Ettore Scola. Il nonno aveva attraversato strade polverose, conosciuto paesi dei quali non ricordava i nomi, amato donne dai sorrisi misteriosi, nascosto malinconie quando si sentiva disprezzato e rifiutato. Non era americano, tanto bastava… Tarik fugge dal Marocco, dalla miseria e dalla disperazione. A Piombino fa il manovale in una ditta edile, mentre per una piccola squadra di calcio è lo straniero che segna gol a raffica e risolve problemi d’attacco. Giovanni crede in lui. Ha modificato l’assetto tattico in funzione delle sue rapide serpentine che aggirano le difese avversarie. Vede nella sua espressione assente, che spesso si fa cupa e ombrosa, la nostalgia dei suoi avi emigrati in paesi lontani sperando di tornare. Francesco era rientrato in Italia per combattere, assaporando il gusto acre della polvere da sparo, in trincea, per poi finire in un campo di concentramento austriaco e scappare da un condotto di scarico. Anni di sofferenza, di fame, di paura nascosta agli occhi degli altri, lettere alla madre lontana, rifugiata in una collina a cogliere ciliegie nel mese di giugno, covare speranze, cuocere castagne d’inverno in padelle forate e spremere olive per fare l’olio più buono del mondo. Giovanni ricorda il profumo del succo d’oliva e il suo sapore sul pane, quando era bambino. Sapori e profumi che non ritornano, come soldati uccisi in battaglia da colpi di fucile. Francesco era lontano e la madre attendeva con il cuore in pena nella piazza del piccolo paese. Le raffiche della mitraglia, i cannoni, la guerra fatta di piccoli passi, di buche da scavare, i nascondigli, la neve, la melma, le scarpe sfondate, la fame dei giorni passati a pensare ai giorni futuri, i tramonti dietro le sbarre, i campi di lavoro, infine la fuga, i monti percorsi correndo e sperando di poter ancora parlare italiano. Giovanni ha sentito raccontare così tante volte l’abbraccio tra il nonno e la madre che gli sembra d’averlo vissuto. La guerra era finita e ai morti si aggiungevano nuovi nomi su lapidi di marmo. Antonio era nato da un uomo che aveva percorso il mondo con un fardello di speranze e le valigie di cartone legate con lo spago. Non poteva spaventarlo il lavoro in altoforno, anche se il mostro minaccioso sembrava osservarlo scuotendo la testa di fumo. Antonio era figlio d’un uomo che aveva sognato l’America per tutta la vita, ma che dopo tante avventure aveva accettato la provincia italiana come approdo. Il gigantesco altoforno aveva segnato il destino di un’intera famiglia, anche Giovanni aveva sempre portato con sé l’odore dello spolverino misto a sentori di salmastro che si sente entrando in città, un profumo di ricordi che diventava nostalgia dopo tanta lontananza. Francesco aveva un figlio da crescere, lo osservava ogni giorno tra le braccia della madre nella povera casa di via Gaeta, vicino all’altoforno, così diversa dalla casa di montagna dei suoi avi, resa scura dai fumi dell’acciaieria, un mostro che rappresentava il pane, unico motivo per andare avanti. Il sorriso della moglie riassumeva tutti i sorrisi delle donne che avevano attraversato la sua esistenza. Il figlio avrebbe fatto la sua stessa vita, scandita dalla sirena della fabbrica, come un grido di dolore nella sera, come un richiamo per un popolo di operai che si tramanda un mestiere di generazione in generazione. L’altoforno come un altare pagano dove sacrificare l’esistenza e sognare un futuro migliore. Giovanni ce l’ha fatta a non finire in fabbrica, grazie al calcio, ma soprattutto a suo padre. La vita di Antonio era stata di sudore e lavoro dentro il mostro d’acciaio, quell’uomo così silenzioso e scontroso una volta aveva pronunciato una frase che al figlio piaceva ricordare: “Il giorno più bello della mia vita è stato quando mi hai chiamato babbo per la prima volta”, disse. “Anche quando ti ho visto debuttare a San Siro è stato bello. Ma quella è un’altra cosa”, aggiunse con un sorriso. I cancelli dello Stadio Magona sono spalancati, enormi fauci aperte a divorare la sera, colorati di verde, corrosi dalla ruggine e screpolati dal salmastro. Mattoncini rossi uno sopra l’altro, marmo bianco poroso, colonnine di tufo, finestroni enormi alle biglietterie. Giovanni varca i cancelli come quando giocava al centro dell’attacco o da battitore libero, la borsa sportiva come un calciatore, i ricordi che si rincorrono nel pomeriggio mentre il pensiero corre verso la prossima partita. Soffia un vento di scirocco che scompiglia capelli e pensieri.

Mostra altro