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Spunti di viaggio: Santo Domingo l’isola del merengue.

13 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Santo Domingo l’isola del merengue.

L’isola è un cocktail spumeggiante capace di rigenerarti.

Il merengue ti stordisce, ti elettrizza, ti mette allegria e poi ti stanca o ti illanguidisce a seconda dei momenti. Ma non lo puoi comunque evitare perché sarà la colonna sonora per tutta la permanenza nell’isola caraibica. S. Domingo si trova a due passi da Miami, Caracas e Puerto Rico, ma ancora più vicina a Cuba dalla quale dista solo settantacinque chilometri.
Sarà per il ritmo della musica e della danza, per la gioia di vivere, per la bellezza conturbante delle sue ragazze, il clima dolcissimo temperato dagli alisei, certo è che Santo Domingo è un po’ il sogno tropicale per un cocktail spumeggiante capace di rigenerarti.
La capitale è una città coloniale che cerca di darsi un’aria cosmopolita con i suoi grandi alberghi, i frequentatissimi casinò, i night club e le discoteche, ma la sua ricchezza resta il nucleo coloniale, dove rimangono importanti testimonianze dei quattro secoli di dominazione spagnola con l’Alcazar de Colon (Colombo), la Torre dell’omaggio, la Fortezza di Osama.
Divertenti e coloratissimi, stuzzicanti e allegri i mercati locali – da non mancare una visita al mercato Modelo – dove si può trovare di tutto, dal balsamo di tigre ai famosi dipinti creoli, dall’ambra ai coralli.
Lasci la capitale a vai alla scoperta dell’isola a bordo di una vecchia automobile o di un taxi un po’ “sgangherato” con un guidatore chiacchierone, ma simpatico, che ti conduce verso Sud, verso Punta Cana.


Passi davanti a Boca Chica, la spiaggia più frequentata dagli abitanti della capitale, costeggi la bellezza un po’ selvaggia di Juan Dolio e del suo mare verde come le palme di cocco, mentre l’autista “spara” la musica locale a volume un po’ troppo alto per le nostre orecchie.
Punta Cana fa parte della Costa del Cocco, ben 40 chilometri di spiaggia bianchissima impreziosita da complessi alberghieri prestigiosi.

Ma c’è anche una parte più riservata: la Romana, un tempo frequentata anche da qualche nostro famoso industriale, e Casa di Campo, apprezzatissima dagli sportivi.
Ritornando verso nord, sull’altro lato dell’isola, troviamo Samana dalla natura talmente incontaminata da essere meta delle balene durante i mesi di dicembre, gennaio e febbraio.
Si continua poi verso Puerto Plata, sulla costa nord-occidentale, ricca di piccole lagune e acque limpidissime, come Sosua.
Le notti dominicane sono molto lunghe, cominciano nei ristorantini sprofondati nella sabbia, per finire in una discoteca a due passi dal mare dove, tanto per cominciare, al cameriere si potrebbe ordinare un “servicio”.

Lui porterà una bottiglia di rhum ed una di coca da miscelare.
La musica farà il resto in un’atmosfera afro-caraibica-latina tropicale che più non si può e non sai se quel senso di ebrezza che ti prende è per quel rhum che hai bevuto ( e non sei abituato) o per la felicità di ritrovarti in un mondo così lontano dal solito, dove esiste ancora quella semplicità e gioia di vivere che si percepisce appena si scende dall’aere
o.

Spunti di viaggio: Santo Domingo l’isola del merengue.
Spunti di viaggio: Santo Domingo l’isola del merengue.
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Il Piave Mormorava

12 Gennaio 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

Il Piave Mormorava

Sfogliando un dépliant turistico, recapitatomi a casa per pubblicizzare un evento, ho reperito diverse immagini riproduttive di tavole illustrate realizzate per la Domenica del Corriere da Achille Beltrame (1871-1945).

Il 2014 è l’anno nel quale sono iniziate le commemorazioni della prima guerra mondiale e questi disegni, guardati uno dopo l’altro, sembrano quasi istantanee scattate dal vero: gli atti eroici, le marce nella neve, le battaglie, i bombardamenti. Eppure, Beltrame dalla sua sedia di Milano non si spostò mai per recarsi sui luoghi che riproduceva, da grande professionista quale era, si documentava con articoli e fotografie e “inventava” scene così reali da restare nella storia. Tale fu il gradimento del pubblico, che la sua collaborazione con la testata giornalistica che le pubblicava durò dal 1899 al 1944 e durante la sua lunga carriera produsse ben 4662 tavole illustrate.

Non sono una esperta di storia della prima guerra mondiale, o una studiosa di cose militari, ma una semplice amante e appassionata delle vicende del nostro passato recente, così queste copertine e ciò che c’è dietro mi hanno incuriosito e affascinato. Potrei definire questo semplice tentativo un primo approccio per chi si interessa di storia, “quella che a scuola non si studia”. Le mie saranno pillole, piccole dissertazioni che accompagnano l’immagine riprodotta, o ancora pensieri in libertà da queste scaturiti, brevi storie in ricordo della Grande guerra, che poi, potrà mai una guerra dirsi veramente “grande”? Nessuna pretesa, quindi, di essere una nuova Mirella Serri o Brunella della Casa, ma semplicemente una donna che sente ancora vivo un legame ideale con quei suoi fratelli in armi, un secolo prima, per la sua stessa Patria.

Con questo spirito vi invito sì a leggere i “fatti” narrati, reperiti su vecchi libri o nel web su siti dedicati (specialmente per quanto riguarda dati tecnici e numeri), ma anche e soprattutto a prestare attenzione al “sentimento” con il quale li ho raccolti e riportati. Basti pensare alle vite di ciascuno di quelli che, rappresentati o no nelle illustrazioni di Beltrame, la guerra l’hanno vissuta veramente, combattendo al fronte, ma anche nelle retrovie e negli Ospedali, e restando al lavoro nei campi o nelle fabbriche. Un pensiero e un ricordo profondo rivolto a tutti: agli uomini in divisa, alle famiglie a casa, alle donne alle prese coi figli da crescere, che combatterono una dura battaglia per la sopravvivenza, alle madri che videro partire i figli giovanissimi, “i ragazzi del 99”, alle mogli e ai figli di soldati che non fecero mai ritorno. Un pensiero particolare rivolgo ai friulani, per i quali la Grande guerra fu veramente assurda, arruolati nell’esercito austriaco nel 1914, furono mandati a combattere sul fronte orientale e l’anno dopo si trovarono a fronteggiare l’Esercito italiano, per una crudele guerra fratricida.

E pensare che il 1914 si prospettava anno di innovazioni e benessere. Per darne solo alcuni riferimenti, con l’avvento del grammofono in campo scientifico e la nascita dell’espressionismo in campo culturale, il mondo sembrava proporsi rinnovato e pieno di energia positiva e invece venne la guerra, e si impose quella “cattiva idea” che divide e distrugge.

La prima guerra mondiale è stata uno dei conflitti più sanguinosi e cruenti dell’umanità, la sua indelebile traccia è rimasta nelle storie di combattenti ricostruite attraverso lettere dal fronte, diari e memorie di umili fanti o raffinati letterati come Gadda, Ungaretti o Junger, per citarne solo alcuni.

C’è tuttavia qualcosa di particolare di cui si conserva il ricordo: lo si avverte immediatamente quando si attraversa il campo aperto. La guerra ha il suo odore inconfondibile, un sentore del tutto singolare. Lo si riconosce come quando, sognando, ritornano in mente altri sogni completamente dimenticati. La guerra è una di quegli ambiti in cui si riscoprono i suoni originari, come quello del vento che spira e volteggia al di sopra dei campi a folate sempre più sottili, sempre più oscure. Non c’è melodia più profonda.” (da Prima Linea, p. 101- Ernst Junger)

Gli Italiani, durante la grande guerra, conobbero se stessi nella vicinanza della trincea dove, per la prima volta nella nostra storia, si mischiarono dialetti, racconti popolari e musiche. Furono tanti i canti che risuonavano nelle prime linee, echi trasmessi dal cuore semplice di uomini che cercavano conforto proprio nelle nostalgiche note che ricordavano le loro case e le loro vite. Furono composti canti contrari alla guerra o patriottici come, quelli di Trilussa e di E.A.Mario, autore de “La Leggenda del Piave” che, non sembri retorica dirlo, fa ancora oggi fremere i nostri cuori. Voci diverse, echi che giungono a noi e non si spengono e hanno ispirato, anche in tempi recenti, poeti e cantanti come Fabrizio De Andrè nella notissima melodia “La Guerra di Piero”.

L’atteggiamento verso la guerra è oggetto di interesse a vari livelli, dall’arena internazionale, alla dimensione soggettiva e di coscienza. Non starò qui a dire delle ciniche differenziazioni che alcuni fanno tra la prima e la seconda guerra, giudicando sbrigativamente “onorevole” quella vinta nel 1918 e memoria da cancellare quella persa nel 1945.

È semplicemente soggettivo il rifiuto in toto della violenza, o è giusto ritenere che esista invece la necessità di imporre l’ordine anche con le armi? Io non posso e non voglio rispondere, mentre continuo a sfogliare le immagini che ho qui davanti, mi pare di sentire una voce che canta, accompagnata una antica melodia di fisarmonica, un suono pieno di ricordi, vecchio, eppure sempre nuovo.

Solo questo, modestamente proverò a fare, ricordare vite, uomini e gesta. E mentre ascolto quel canto, quella musica, scorgo la scalinata del Sacrario di Redipuglia, che si fa voce: oltre mille gradini o forse seicentocinquantamila come i caduti della Grande guerra, che, all’unisono pronunciano una sola parola, un grido, lanciato attraverso la storia, che ora e per sempre rimbomba come il rumore lontano dell’artiglieria… “PRESENTE”.

********

L’aspetto più terribile e sanguinoso del primo conflitto mondiale fu rappresentato dalla guerra di trincea. Durante la Grande Guerra, infatti, migliaia di uomini persero la vita per conquistare e difendere pochi metri di terreno, esposti al freddo, alle intemperie, compiendo pericolose scalate, morendo colpiti non solo dalle pallottole, ma anche dalle malattie.

La trincea, un fossato scavato nel terreno al fine di offrire riparo dal fuoco nemico, è un antichissimo sistema difensivo utilizzato nelle guerre di posizione. Durante la prima guerra mondiale raggiunse il massimo utilizzo. I nostri militari furono costretti a starci dentro, con gli scarponi affondati nel fango, per quattro lunghissimi anni, in pessime condizioni:

- Vittime della sporcizia: la mancanza d’igiene trasformò le trincee in un ricovero per topi che si aggiravano per i camminamenti, giorno e notte, senza nessuna paura degli uomini, in cerca di qualche cosa da mangiare. I militari bevevano da antigieniche borracce di legno, col freddo, dormivano ammassati per non disperdere il calore e le tende per dormire (quando c’erano) erano inutilizzabili con la pioggia. Per non parlare dei problemi con il rancio che, preparato nelle retrovie, arrivava ai soldati che era immangiabile.

- Esposti alle intemperie climatiche, poiché d’estate il caldo, d’inverno la neve, il gelo, la pioggia erano insopportabili. Dotati di calzature completamente inadeguate per resistere al fango o al terreno pietroso di quelle montagne, le suole s’indurivano e si bucavano facilmente provocando seri problemi ai piedi dei soldati. Le ferite, così come i congelamenti, erano curati con lo stesso grasso che avrebbe dovuto servire per lucidare le calzature.

- Soggetti a uno stato di tensione continua che logorava i nervi, con il costante terrore di essere alla fine colpiti da un cecchino o dal ricevere l’ordine di prepararsi all’assalto. Esperienze che segnarono molti uomini per tutta la vita. L’ombra costante della morte sempre in agguato, l’incertezza continua di sentirsi “come d’autunno sugli alberi le foglie” scriveva Ungaretti, rendeva le sofferenze inaccettabili. Per di più un soldato aveva davanti a sé uno spettacolo agghiacciante: i cadaveri dei compagni rimanevano tra le opposte trincee, nella zona chiamata terra di nessuno, per giorni, talvolta per sempre.

A volte i soldati, per la paura delle mitragliatrici nemiche o per lo stress subito nei giorni di trincea quando arrivava l’ordine di andare all’attacco, non riuscivano, in preda al panico, a lasciare le loro postazioni, erano così accusati di diserzione e spesso fucilati sul posto.

Si trattò di un fenomeno diffuso che coinvolse centinaia (e forse migliaia) di uomini. Luigi Cadorna aveva, fin dall’inizio della guerra, dato disposizioni severissime per mantenere la disciplina. I soldati che si rifiutavano di uscire dalle trincee durante un assalto, ad esempio, potevano essere colpiti alle spalle dai plotoni di carabinieri.
I tribunali di guerra potevano essere istituiti in poche ore, e in altrettanto poco tempo la giustizia militare era in grado di emettere le sentenze che frequentemente erano la pena di morte tramite fucilazione. Inizialmente questo provvedimento fu preso solo in casi di estrema gravità, ma in seguito si estese anche a casi apparentemente meno gravi.

Sull’innocenza di quei poveri giovani fucilati, si potrebbero spendere volumi di parole in quanto la giustizia sommaria portò ad affrettate sentenze, tese più a essere di monito per i commilitoni che a punire veramente i colpevoli e i fatti, per volere delle gerarchie militari, passavano sotto silenzio.

Dopo i primi anni di guerra molti aspetti migliorarono come le dotazioni di vestiario che divennero più idonee, così come la quantità di cibo che, anche se di scarsa qualità, fu sempre abbondante, peggiorarono invece i trattamenti a volte disumani e le punizioni subite dai militari per il rispetto dell’autorità “a ogni costo” e fu instaurata una pesante censura, per non far ricevere notizie inadeguate ai combattenti e allo stesso tempo alle famiglie, così tutte le lettere venivano vagliate da un severo controllo.
L’episodio che segue può rendere l’idea di quanto fosse iniqua, la giustizia militare:

il 6 agosto 1917 a San Vito di Leguzzano, provincia di Vicenza avvenne uno dei citati episodi rimasti sconosciuti e poco ricordati.

Un cappellano annotò sul suo taccuino: “Corre voce che stanotte, dovendo partire l’8° reggimento di marcia accantonato a San Vito, i soldati si siano rifiutati; abbiano fatto le fucilate e si siano sbandati nei dintorni. È partito per San Vito il plotone dei carabinieri (…) e il nostro Tribunale di guerra…”. Il giorno dopo scrive: “(…) Il prof. Dalla Zanna è tornato stamani da S. Vito, prostrato fisicamente e moralmente. Il processo contro i primi responsabili dell’ammutinamento si è svolto sul campo dalle 7 di ieri mattina fino alle 10 di sera. Furono condannati alla fucilazione sette soldati e la sentenza fu pronunziata alla presenza di tutto il reggimento ed eseguita in un campo vicino al paese…

Non si sono mai conosciuti i nomi dei sette soldati.

I soldati andavano puniti per dare l’esempio a tutta la truppa. “Colpirne uno per educarne cento” un triste motto che ci riporta a un’epoca ancora più recente. La grande guerra venne “governata” male da capi spesso spocchiosi e con mentalità retrograda, che li portò a sacrificare ostinatamente migliaia di giovani vite pur di conquistare un metro di terra o a ordinare di sparare alla schiena a chi non obbediva ciecamente.

Un’intera nottata

buttato vicino

ad un compagno

massacrato

con la bocca

digrignata

volta al plenilunio

con la congestione

delle sue mani

penetrata nel mio silenzio

ho scritto

lettere piene d’amore.

non sono mai stato

tanto attaccato alla vita

Veglia – Cima 4 – 23 dicembre 1915 – di Giuseppe Ungaretti

Il Piave Mormorava
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Reportage: Myanmar, un paese dove si lascia il cuore

11 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Myanmar, un paese dove si lascia il cuore

Yangon, una capitale in bilico fra il moderno e le antiche tradizioni e il resto del paese è un camminare a ritroso nel tempo.

La città ti stupisce subito per quell’aria vagamente familiare, come quando incontri qualcuno che sai di aver conosciuto, ma non ricordi dove e quando. Provi a frugare nella memoria e scovi immagini di luoghi visti direttamente o in vecchi film ambientati in Vietnam, Laos, Cambogia, Thailandia e, finalmente, capisci che Yangon è un po’ di tutto questo insieme ma con un tocco di spiritualità in più.


La struttura della città è fondamentalmente coloniale, a testimonianza di un passato inglese piuttosto recente, ma esistono – senza scossoni e senza disturbare esteticamente – ed esemplarmente integrati tra di loro, i quartieri cinesi, indiani e quelli di oltre 100 razze diverse, ognuna con una propria religione, in una tolleranza non priva di passioni ma non per questo meno civile.
L’arrivo nell’aeroporto di Yangon non è affatto traumatico. Nessun caos e le formalità doganali sono piuttosto veloci rispetto ad altri paesi dell’area asiatica.
Il traffico per le strade è piuttosto scorrevole, anche se un po’ privo di regole, tranne nelle ore di punta quando automobili, tuk tuk, moto e biciclette affollano le strade.
La città, in alcune aree è decadente ma è comunque affascinante. I segni di un passato antico e di uno recente si fondono e, a volte, risultano anche struggenti.
Yangon è una città sempre verde, ricca di alberi tropicali e di grandi parchi con laghi, ma è soprattutto ricca di templi e pagode, la più famosa delle quali è Shewedagon, considerata l’ottava meraviglia del mondo (ma quante sono queste ottave meraviglie del mondo?).
La sua cupola è ricoperta da 14 tonnellate di oro zecchino e domina la città, specialmente di notte quando una sapiente e calda illuminazione la rende ancora più magica.
La pagoda, vecchia di oltre 2500 anni, è la più antica buddista ed è impreziosita da innumerevoli ricchi ornamenti.
La cultura indiana e cinese sono alla base di questa terra baciata dalla fortuna: piena di fiumi e di ricchezze naturali. Ovviamente la ricchezza è solo potenziale, non è distribuita, né distribuita equamente (come accade ovunque), ma ti colpisce l’assenza di una qualsiasi forma di povertà esibita.


La gente è dignitosa e socievole ed è pronta a venirti in aiuto anche con un inglese improbabile. La vita mondana è piuttosto scarsa ma la natura e le bellezze artistiche sono strepitose e ti portano a cogliere altri aspetti.
Andando verso nord, infatti, s’incontra Bago, l’antica capitale del regno Mon, dominata dalla gigantesca statua del Buddha reclinato (55 mt per 16 di altezza), poi ancora Pagan (90 minuti di volo da Yangon), culla della civiltà birmana conosciuta come la città dalle innumerevoli pagode (2.200) a cominciare dall’Ananda, l’edificio più conosciuto, risalente al 1091, con quattro Buddha ricoperti di lamine d’oro e rivolti verso i quattro punti cardinali.


Pagan è la più importante zona archeologica di tutto il sud-est asiatico e tutti i suoi templi e monumenti risalgono al periodo che va dall’undicesimo al tredicesimo secolo.
Il tramonto, visto stando seduti sui gradini di uno dei templi di Pagan, è qualcosa di indimenticabile, ricco di suggestioni e ammaliante.

Sempre più a nord c’è Mandalay, l’ultima capitale del regno Myanmar, culla e centro di tradizioni artistiche. Qui c’è il più famoso centro dove migliaia di monaci vivono e studiano. E’ possibile visitarlo e assistere anche alla cerimonia del loro pranzo (un tempo era possibile aiutare i monaci nella distribuzione del riso nelle ciotole che ognuno di loro possiede!).
Da Mandalay si può tornare in aereo a Yangon, ma esiste un trenino – che impiega ben 14 ore – e che costituisce un osservatorio unico ed entusiasmante per impadronirti del paesaggio e imprimerlo per sempre nella mente e nel cuore.
C’è anche la possibilità di terminare la visita di Myanmar con un soggiorno balneare e Ngapali è una delle località più note.
Le sue spiagge bianchissime e ricoperte di palme sono la degna conclusione di un viaggio che arricchisce l’anima e tutto ciò che si è visto rimane impresso per sempre negli occhi e nella mente. Una cena in uno dei più famosi ristoranti di Yangon, prima di rientrare in Italia, fa apprezzare l’ottima gastronomia locale.

E cosa c’è di meglio se si è seduti su una terrazza davanti ad un panorama superbo di una città illuminata e dorata più che mai dai colori del tramonto.

Reportage: Myanmar, un paese dove si lascia il cuore
Reportage: Myanmar, un paese dove si lascia il cuore
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Dimmi come leggi e ti dirò chi sei

10 Gennaio 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #cultura

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).
L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

«Ebbene, allora il mondo è l'ostrica mia, ch'io con l'acciaro spalancherò.»

“Le allegre comari di Windsor” di William Shakespeare – Atto II ,Scena II

Con questa battuta che la dice lunga, uno dei personaggi della commedia shakespeariana risponde a Falstaff che, entrando in scena, gli si è appena rivolto affermando: «Io non ti presto un soldo» - e queste parole, forse, la dicono davvero ancora più lunga!

Il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio.

Così - come riporta il brevissimo articolo nell’inserto “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” di domenica 14 dicembre - “da un passaggio shakespeariano” hanno preso ispirazione per il nome i fondatori della società statunitense Oyster, (ostrica in inglese, appunto) costituita nell’ottobre del 2012 e inaugurata poco meno di un anno dopo, nel settembre del 2013.

La società Oyster (servizio di streaming per libri in formato digitale) offre una piattaforma online a pagamento, Oysterbooks, con più di cinquecentomila ebook e disponibile su Android 4+, iOS 7+, Nook HD e Kindle Fire, così come su qualsiasi browser di computer o laptop.

Letta così, nessuna novità. O meglio, la novità c’è e (forse) non si vede.

Oyster è in grado di verificare quando il lettore inizia la lettura dell’ebook, quando la terminerà e se, soprattutto, arriverà alla parola “Fine” dell’opera.

Perché questo è il punto. Oyster corrisponderà quanto pattuito alle case editrici e agli autori solo a condizione che il libro sia stato letto per almeno un quinto.

Il conto è presto fatto: su centocinquanta pagine di libro, l’abbonato a Oysterbooks dovrà almeno sfogliarne (sfogliarne - non significa necessariamente leggerle) trenta. Se ne sfoglierà solo ventinove, il libro sarà giudicato non andare incontro ai gusti del lettore (e quindi del pubblico più allargato) e nulla sarà dovuto alla casa editrice che ne ha curato la pubblicazione, né tantomeno all’autore.

Lettori a cottimo per le strategie di mercato (e i ritorni economici) dell’editoria del futuro.

Analogamente, mi verrebbe da dire, se mangio solo un pezzo di pizza (meno di un quinto, dunque pari a un triangolo di settantadue gradi) e il resto lo lascio nel piatto, significa che la pizza non mi piace. Così potrei anche alzarmi e uscire, evitando di pagare il conto in pizzeria. Non credo che il gestore del locale che frequento abitualmente si troverebbe d’accordo con questa impostazione d’affari.

Potrei aver mangiato solo un triangolo di settantadue gradi di pizza (peraltro buonissima) perché due ore prima mi ero fatta prendere dalla gola e avevo fatto merenda con un fettone di pane spalmato di crema al cioccolato. Ma la pizza, anche se consumata solo in parte, l’ho trovata assolutamente di mio gusto.

Non sembra ragionare così la regola aurea del mercato introdotta da Oyster.

Il lettore “sfoglia”, dunque il libro “è”. Se il libro non si sfoglia, o si sfoglia poco, il libro “non è”. In tutti i sensi e senza andare oltre le ragioni di quel non sfogliare (o, al contrario, leggere fino in fondo). Senza chiedere «Perché?».

Per assurdo, magari il libro piace, ma la signorina che ne ha acquistato la versione ebook, mentre era in fila per spedire una raccomandata in posta, ha notato nella fila accanto a lei un bel giovanotto, si sono messi a parlare e la signorina ha realizzato che quello non era un semplice giovanotto come tanti in fila in un ufficio postale, bensì il principe azzurro. Colpo di fulmine e i due se ne vanno via, indifferenti a raccomandate e cartoline, verso una nuova vita. L’ebook (“Guerra e Pace” di Tolstoj) della signorina è stato spento a pagina 275, poco meno di un quinto (dell’edizione italiana più recente di 1.424 pagine)e dunque, Oyster farà due più due: la casa editrice non sarà pagata, non parliamo dell’autore e il libro, forse, vale poco, magari inutile proporlo ad altri.

Non sarà così semplicistico, naturalmente. E non ci si baserà solo sullo “sfogliare” della signorina in fila per la raccomandata, ma…

E’ sufficiente giudicare un libro dal numero di pagine lette? Che ne pensa il lettore dello stile, della trama, dei personaggi? Il lettore cosa pensa che abbia voluto comunicare l’autore, mettendo nero su bianco quella storia e non un’altra? Quanta fatica è stata spesa dall’autore per mettere insieme quella storia, bella o brutta che sia? E perché il lettore non è andato oltre nella lettura e ha abbandonato il libro?

Tutti siamo stati scolari. E a tutti sono stati imposti tomi di classici della letteratura. Ammettiamolo, per alcuni libri, data la nostra allora giovanissima età, non ci saremmo nemmeno sognati di andare oltre pagina 10 dell’introduzione ragionata. Solo a distanza di molti anni, magari riprendendo gli stessi libri in età più matura, ci siamo resi conto dei capolavori che erano. Applicando il metro di Oyster al nostro agire di allora, avremmo dovuto liquidare il libro come “illeggibile”?

E le case editrici che faranno? Non vorranno più avere a che fare con gli autori dei libri sfogliati sotto la soglia minima, senza preoccuparsi del talento che questi forse hanno, che magari deve essere supportato, accompagnato e affinato? Autori per i quali varrebbe la pena “battersi”, nonostante lo scarso (iniziale) ritorno?

E se anche il mondo dell’editoria fosse destinato a diventare solo un’immensa fucina? Non più di talenti, ma di “cose che rendono” e chi non “rende”, via, si dedichi ad altro. Una fucina di cottimisti inchiodati alla catena di montaggio della parola alla moda e che incontra il gusto. La parola che piace, la parola che vende. Magari non smuove nulla dentro al lettore, ma vende. Tutto come in un perfetto meccanismo di interruttori a relè: “Aperto – Chiuso”, “Vende – Non vende”.

«E’ l’editoria, bellezza, l’editoria, e tu non ci puoi far niente, niente!», mi risponderebbe forse qualcuno, parafrasando una celebre frase di film.

Può darsi. Ammetto però di non essere all’altezza di comprendere questo nuovo modo di monitorare, mappare e seguire il lettore in base ai ritorni economici, facendo leva solo su statistiche digitali, che escludono la percezione, il confronto, la curiosità che spesso non si accontenta di una sola risposta. Implicitamente, è come negare che il lettore possa disporre di sentimenti, senso critico e di gusto per il bello (o per il brutto).

Un’ultima informazione: Oyster ha dichiarato che tramite un algoritmo possono individuare le preferenze del lettore e proporgli una selezione di titoli che vanno incontro ai suoi gusti in tutto e per tutto.

Non è una novità vederci proporre iniziative o prodotti in base ai siti che abbiamo visitato su Internet o in base al nostro profilo che abbiamo inserito in rete.

Per la lettura, beh, per la lettura… Mi verrebbe da dire che così facendo, mi verranno proposti libri che mi piacciono, certo, farò meno fatica rispetto a doverli cercare da sola, ma tutto quanto a me è sconosciuto (e dunque non so ancora se mi potrà piacere o meno), chi me lo proporrà? I sistemi come Oyster potranno rendermi la vita più facile, ma mi faranno navigare solo nello spazio limitato delle mie Colonne d’Ercole trite e ritrite.

E oltre le Colonne d’Ercole il Nuovo Mondo, forse forse, bello o brutto che sia, non riuscirò ad esplorarlo. Un vero peccato.

Non me ne voglia Oyster, ma, come scriveva Shakespeare, il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio. L’importante però, una volta spalancata l’ostrica, è trovarci la perla. Vera e rara, ben inteso, non di coltivazione.

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La satira non si ferma

9 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #vignette e illustrazioni

Garrincha
Garrincha

Due fumettisti cubani, Garrincha e Omar Santana, rendono omaggio ai morti di Parigi.

Omar Santana

Omar Santana

Garrincha

Garrincha

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Grazie di esistere, Benigni

9 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione

Grazie di esistere, Benigni

Roberto Benigni è un nostro vanto, una gloria artistica nazionale, un attore così unico che se Woody Allen viene a Roma per girare un (modesto) film pensa prima di tutto a lui come possibile interprete italiano. Benigni è un regista - attore che ha vinto un Premio Oscar per un film delicato e tragico come La vita è bella. Nonostante tutto leggo in rete e sulla stampa giudizi sferzanti sulla sua ultima interpretazione: I Dieci Comandamenti. Davide Guadagni, un giornalista de Il Tirreno che firma scadenti elzeviri in prima pagina come se fosse Gramellini, dice che il pubblico ama quel che Benigni è stato, facendo capire che non apprezza il nuovo corso. Altri - che non è il caso di citare - aggiungono che Benigni ha riscosso tanti soldi dalla Rai per fare un lavoro che la Chiesa svolge da anni, in parrocchia, gratuitamente.

A nostro modo di vedere Benigni non ha perso lo smalto dei tempi migliori, perché reggere tre ore di spettacolo (in due puntate), da solo, tenendo incollati al video gli spettatori parlando di Dio, amore, regole da rispettare, leggi eterne, non è per niente facile. Benigni è un grande attore che ha subito una logica evoluzione, come ogni persona, come ogni artista. Non poteva continuare a impersonare il Cioni Mario di Tele Vacca, né la sua controfigura autobiografica di Berlinguer ti voglio bene, e neanche il comico strampalato di Tu mi turbi. Benigni non poteva limitarsi a fare il guastatore televisivo con irruzioni incontrollabili ai danni di Pippo Baudo e Raffaella Carrà. I tempi cambiano, un autore matura e affronta altri temi, cosa che per Benigni accade da anni, almeno da La vita è bella e Pinocchio. Pure Diego Abatantuono non ha fatto il terrunciello per tutta la vita ma ha deciso di cambiare registro e di passare alla commedia impegnata. Benigni non poteva continuare con la gag del critico cinematografico surreale inventata da Arbore per L'altra domenica e con il personaggio dello sceicco beige (ironizzando su Fellini) de Il papocchio. Tutti lavori che non vanno rinnegati, si badi bene, e che hanno reso grande il comico toscano, ma oggi è il momento di celebrarlo come fine esegeta di Divina Commedia, Costituzione e Dieci Comandamenti. Se non ci fermiamo in superficie, ci rendiamo conto che Benigni non è in contraddizione con se stesso, perché la poetica dell'amore contraddistingue la sua opera fin dagli esordi. Certo, quello del Cioni Mario e di Berlinguer ti voglio bene era un amore fisico, carnale, un vero e proprio desiderio corporale. Oggi, il Benigni maturo, attore e regista di successo, cerca soprattutto l'amore spirituale. Un interprete cambia con il tempo, come è accaduto a Totò e persino a Franchi & Ingrassia, che sono passati dalla farsa pura a interpretare opere di Pasolini e Taviani. Un critico attento deve valorizzare l'intero corpus di un autore - interprete, invece di restare ancorato ai ricordi del passato. Benigni non ha perso la verve d'un tempo, anche nei Dieci Comandamenti - di tanto in tanto - ha citato vecchie emozioni giovanili, consapevole che come attore deve guardare avanti per affrontare nuove sfide. A nostro parere, con i Dieci Comandamenti Benigni compie un passo avanti nella sua produzione artistica e tocca le giuste corde per unire in un solo abbraccio laici e credenti. Uno spettacolo che parla di argomenti scomodi, intenso e commovente, che riporta la televisione ai tempi in cui faceva cultura. Grazie di esistere, Benigni.

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Quello che sono

8 Gennaio 2015 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Quello che sono

Non sono un Grande Poeta…

…“Voglio fare con te

ciò che la primavera fa con i ciliegi”…

non voglio declamarti immagini

non riesco a ricamare vento

a tessere stelle per i tuoi occhi…

…“Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima”…

Non riesco a recitarti

per sembrarti nobile,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Poeta…

…io sono un piccolo muratore

che suda roccia

e respira polvere

Che apre finestre e porte,

scavando dure pareti,

Sono un cercatore di luce!

Un topo nell’anima,

che gratta leggero,

e lascia briciole di conchiglia…

Non sono un Grande Attore…

affabulatore di menti,

prestigiatore del niente.

…“Essere o non essere, questo è il problema”…

Non ti inganno con artifici

fuochi e luci in mezzo agli occhi.

Parole ben copiate

Voci recitate

Suadenti artefatte carezze

Languide ammalianti certezze

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Attore…

…io sono un piccolo matto

che tartaglia

frasi sconnesse

Che borbotta cose grandi

non ascoltato.

Si volta e riparte

andando leggero nel vuoto

Sono un solitario pescatore

su uno scoglio ad amare

per non disturbare.

Non sono un Grande Scienziato…

non dispenso certezze & fredde carezze

non guato le masse

da torri dorate

Non salgo su cattedre,

non mi ergo su piedistalli,

non vivo per farmi più grande.

Non partorisco inutili idee,

con voce stentorea.

Non abortisco inutili scritti,

in polmoni d’acciaio

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Scienziato…

…io sono un piccolo alchimista

mescolo profumi a caso

sotto un cappello a punta.

Agito bacchette e farfuglio formule,

sputacchiando minime verità.

Sono un cercatore di perle,

tesori nascosti,

pietre filosofali…

…trattengo il fiato,

inseguo animali,

nel profondo blu.

Non sono un Grande Pittore

un Sommo Maestro!

Imbianchino di pietre colorate

stilista di Maye Desnude!

Mèntore di se’ stesso,

di pochi invasati

apostoli del nulla…

Non ricopro con carte da parati

la natura perfetta

dai perfetti colori

Non dipingo scene per teatri,

falsario di palcoscenici illuminati,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Pittore

…io sono un piccolo minatore

Sporco

Nero

Brutto con occhi azzurri

Non vedo la luce

ma pianto fiori nel buio

cerco cosa c’è in fondo

cerco l’anima da dentro

scavo gallerie

per uscire nel bianco.

Seguo lunghe strade ventose

lunghe strade nevose

Corro sui tornanti

Scatto verso la cima

Bevo dalla riva

e mi lavo immerso

in cristalli di

acque salate.

Quello che sono

a volte è silenzio

altre è roccia

a volte è vento che urla

tuono lontano

altre è sussurro

è diafano raggio che scalda

a volte brucia

a volte bacia…

Il mondo può aspettare

La vita può aspettare…

La ruota può continuare

a girare…

Quello che sono,

lo sai,

è solo per te.

M. (Eccomi!)

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Alessandro Angeli, "Napoli Circonvallazione Nord"

7 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Alessandro Angeli, "Napoli Circonvallazione Nord"

Alessandro Angeli
Napoli Circonvallazione
Nord
Italic Pequod – Euro 15 – Pag. 110

Alessandro Angeli (1972) non è un esordiente. Ce ne rendiamo conto dopo poche pagine, dalla ricerca linguistica, dallo stile, dalle ambientazioni degradate e dai caratteri dei personaggi, immersi nel sottomondo napoletano, governato da malavita e piccoli boss di quartiere. Angeli è un romano che vive in Maremma, nella - per me - vicina Grosseto, patria di Bianciardi, uno dei più grandi scrittori del Novecento. Pubblica dal 2008, romanzi e racconti: Maginot, La lingua dei fossi, Ragazzo fiume, I ragni in testa, Mare di vetro, Storia d’amore e d’anarchia di Antonio Gamberi, Transmission, vita morte e visioni di Ian Curtis, Joy Division. Meriterebbe un editore medio grande, perché la sua scrittura matura andrebbe valorizzata, se ancora esistessero gli editori - talent scout (ma tanto ci sono i talent televisivi, no?), anche se i suoi ultimi lavori sono usciti per Stampa Alternativa del mitico Marcello Baraghini, grande editore da un punto di vista morale, senza essere un editore grande.

Il romanzo è ambientato a Napoli, nei quartieri marginali della città, secondo la lezione di Roberto Saviano, ma forse ancor più delle fiction televisive come L’oro di Scampia e i serial Gomorra e Romanzo criminale. Non crediamo di bestemmiare dicendo che Angeli ci appassiona molto di più del rinomato Saviano, abile polemista ma incapace di scrivere narrativa con un briciolo di poesia. Angeli no, nelle sue frasi scarne e nei dialoghi serrati abbonda di un cupo lirismo fatto di inquietudini, di bambini che giocano a pallone sotto gli occhi di giovani spacciatori, di adulti che passano il tempo nei bar di periferia, di donne disponibili a incontri sessuali a pagamento. Il protagonista della storia è Nunzio, un ragazzo di Secondigliano, che ci racconta pagina dopo pagina il vuoto della sua esistenza fatta di consuetudini, di un niente assoluto, permeata dal desiderio di fuga. Napoli Circonvallazione Nord è a tutti gli effetti un noir, una storia criminale, che narra le vicissitudini di spacciatori e ladri di quartiere, di rapinatori braccati dalla polizia, costretti a vivere un’esistenza che non vorrebbero. Nunzio sa che non può abbandonare Napoli, perché quel mondo degradato e insopportabile, quel panorama di tristezze quotidiane, è la sua vita. Napoli e i panni stesi alle finestre. Napoli e le case popolari. Napoli e il senso d’abbandono. Napoli e la noia, l’abulia del quotidiano. Napoli e i sogni infranti. Napoli e le suggestioni liriche che Angeli infonde nel lettore. Un romanzo da leggere.

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Sezione primavera: Giulia Pacella

6 Gennaio 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #sezione primavera

Sezione primavera: Giulia Pacella

Anche noi abbiamo appeso al caminetto del nostro blog la calza. E quest’anno la Befana ha voluto farci una sorpresa: un gioiellino inatteso. Giulia, già frequentatrice della #sezione primavera, ci ha regalato un delizioso racconto sul bullismo, croce dolorosa degli adolescenti.

Immagina di essere una liceale alle prese col “branco”, e riesce a delineare caratteri, personaggi, atmosfere, utilizzando il dialogo, descrizioni, riflessioni personali, con abilità e disinvoltura. Tra la marea di scrittori, talvolta sciatti e improvvisati, questa ragazzina non ancora tredicenne, ci fa ben sperare per il futuro della nostra letteratura" (Ida Verrei)

Di Giulia Pacella, 12 anni

L’omertà è un comportamento che vieta di denunciare i colpevoli di reati ed è tipico della mafia e della camorra. In questi giorni, la nostra professoressa di lettere, ha dato da leggere a tutte le terze del liceo classico Alessandro Manzoni “Il Pannello”, un racconto dello scrittore napoletano Erri De Luca. È ambientato nel 1967-1968 e parla di alcuni ragazzi di un liceo napoletano che, per poter vedere le gambe di una giovane supplente, svitano il pannello che si trova davanti alla cattedra. Tutti i professori li rimproverano e minacciano di sospendere tutta la classe, i ragazzi allora si sentono vittime di un’ingiustizia e decidono di coprire i due colpevoli, nonostante i rischi. Solo il loro professore di latino e greco, invece di sgridarli, spiega la differenza tra omertà e solidarietà, facendo loro capire la violenza che avevano usato su quella giovane ragazza al suo primo incarico. A quel punto la classe decide di scusarsi pubblicamente e alla morte di questo grande professore si ricorderanno di quella lezione come il passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta.

Non ho ancora finito di leggerlo, anche se le mie amiche dicono che è inutile, io vorrei finirlo perché mi piace molto leggere. A Chiara e a Beatrice non piace lo studio. Loro due sono stupende, Chiara ha due occhi azzurri da mozzare il fiato e Beatrice ha i capelli rossi, sono i più belli della scuola! Nonostante io sia molto diversa da loro faccio finta di essere cosi. A parte per l’aspetto fisico. Per quello non ci posso fare niente. I miei occhi sono marroni e i miei capelli color caramello. Non sono nulla di così speciale. E poi con il nome che mi ritrovo … Caterina, non riesco nemmeno a pronunciarlo, fortuna che tutti mi chiamano Cate…

La mia storia inizia una mattina di ottobre, ero con le mie amiche, io stavo chiacchierando con Chiara, e Beatrice stava finendo una sigaretta, quando si fermò a fissare una ragazzina del primo. Aveva i capelli a caschetto ed era un po’ cicciottella. Beatrice buttò la cicca a terra e ci fece cenno con la testa, io e Chiara ci lanciammo un’occhiata, una cosa era sicura: lei a differenza di me sapeva cosa voleva fare Beatrice…

Ci fermammo davanti alla ragazzina ma lei ma non ci notò finché Chiara non le tolse l’i phone di mano. A quel punto alzo la testa disorientata e Beatrice fece un ghigno divertito. Io la imitai. “Cosa stai facendo?” chiese la tredicenne, “oh … niente volevo solo attirare la tua attenzione…” poi Chiara fece cadere l’i phone a terra, rompendo cosi lo schermo. “Ops …” disse Beatrice. Io e Chiara ridemmo divertite. Cosa stavo facendo? “Dacci la tua merenda…” disse Bea. La ragazzina prese la merenda dallo zaino e la porse a Chiara. “Come ti chiami?” continuò Chiara. Uffa, non si erano già divertite abbastanza?! “Alice…” neanche lei, come me, capiva dove voleva arrivare Chiara. “Bene ALICE … torneremo” , si girarono per andarsene e prima di farlo anche’io, la guardai negli occhi per un breve istante. In quegli occhietti non c’era rabbia … ma paura. Per un secondo anche io ebbi paura. Di me stessa.

Questo episodio si ripeté periodicamente tutti i giorni. Poi, un giorno, all’uscita, le mie amiche si spinsero troppo oltre.

Alice era da sola all’ingresso, quando Beatrice si avvicino a lei e le fumò in faccia. La ragazzina tossì e Beatrice sorrise. Un sorriso pieno di cattiveria…

“Hai mai fumato tesoro?”

“No …” rispose Alice un po’ turbata.

“Bene. C’è sempre una prima volta …” disse porgendole la sigaretta. Appena disse quelle parole la raggiunsi.

“Non voglio …” disse lei schifata.

“Non ti conviene far arrabbiare Bea tesoro …” disse Chiara, che era appena arrivata dietro di me.

Alice prese la sigaretta e fece un tiro. Appena ebbe buttato il fumo fuori, tossì.

“Ti è piaciuto?” chiese Beatrice sarcastica. Chiara rise.

“Basta, vi prego …” disse quasi in lacrime.

“Okay … adesso mangiatela …” disse Chiara. A quel punto persi le staffe e mi misi in mezzo.

“Basta ragazze! Avrà tredici anni. Andiamocene.” Beatrice mi mandò uno sguardo di ghiaccio, ma Chiara fece una faccia turbata, come se si fosse resa conto adesso di ciò che aveva detto e fatto.

“Sì, dai Bea, andiamocene …”

Beatrice buttò la sigaretta addosso ad Alice, si voltò e ci seguì. Mi sembrò che Alice avesse detto “grazie” ma non ne ero sicura così, non mi voltai.

La sera di Halloween però successe qualcosa di grosso.

Alla festa c’erano le prime, le seconde e le terze. Stavamo ballando quando Beatrice strattonò me e Chiara fuori dalla discoteca e indicò la ragazzina che camminava, suppongo verso casa, tutta sola, Alice. Quando fummo a due passi dalla sua schiena Beatrice disse: “Ehi Alice, come va?” lei si girò e Chiara le lanciò un schiaffo. Lei cadde a terra. Beatrice le tirò un calcio nello stomaco.

“Basta! Basta!” gridai, ma Chiara mi fece gesto di sloggiare e Beatrice mi ignorò continuando a tirare calci nello stomaco di Alice.

Corsi dentro la discoteca e cercai Fabrizio, il fidanzato di Beatrice nonché mio migliore amico.

Mi aggrappai al suo braccio e lui, vedendo la mia espressione preoccupata, chiese: “Cosa succede Cate!?”

“Non c’è tempo per spiegare ….”

Quando io e Fabrizio fummo fuori, Beatrice la stava tirando per i capelli. Fabrizio corse e la spinse via, cosi lei si ritrovò a terra. “Cosa fai!?” urlò Beatrice furiosa. lui alzò Alice e le tolse i capelli dalla faccia mostrando il suo visetto pieno di lacrime, rosso e sporco di terra. Poi mi porse la sua manina grassottella e disse. “ Portala a casa … io parlo con loro …” Feci cenno di sì con la testa e misi un braccio intorno alle spalle di Alice.

“Grazie di tutto …” disse mentre camminavamo, “scommetto che mi avrebbero ucciso se tu non le avessi fermate …” Mi sentii un mostro. Io non l’avevo salvata. Io ero esattamente come loro. Tuttavia dissi altro. “Tranquilla non ti toccheranno più”. Sorrise.

Davanti a casa sua l’abbracciai e lei entrò nel palazzo, cosi me ne tornai a casa con il senso di colpa fin dentro le ossa.

Non riuscivo a dormire. Mi sentivo male, avevo già vomitato due volte da quando ero tornata a casa. Cosi decisi di mettermi sul divano a leggere “Il Pannello”. Arrivai alla parte in cui il professore fa il discorso. Mi fece pensare. Io stando zitta per ciò che avevano fatto quelle due ragazze, che io definisco “amiche”, non ero solidale. Facevo come fanno le persone quando, per esempio assistono alla morte di una persona uccisa da mafiosi, e non dicono nulla. Ma ci sono molte persone che dedicano la loro vita per il loro ideale: un mondo senza mafia. Qual è il mio ideale? Io ce l’ho un ideale? Forse sì, forse avevo trovato il MIO di ideale.

Il giorno dopo non salutai le mie due “amiche”. Salutai solo Alice che mi rispose con un sorriso e un gesto della mano. Entrai a gran passo in sala professori, finché non vidi la mia prof. di lettere. “Caterina! Cosa ci fai in sala professori?!”

“Prof devo parlarle … in privato …” dissi, vedendo che altri professori ci guardavano.

“Okay …” Ci chiudemmo in una piccola stanza. “… dai su raccontami …”

Le raccontai tutto, dal semplice furto della merenda, poi l’episodio della sigaretta e poi il pestaggio di Halloween.

“… Ho deciso di dirlo a lei perché ieri sera ho finito di leggere “Il pannello”. Mi ha fatto riflettere su quale fosse il mio ideale, la mia battaglia da combattere… forse la mia battaglia è contro il bullismo… chi lo sa? Ma vorrei che lei mi aiutasse. Perché per quanto questa battaglia possa sembrare piccola, è troppo grande per chiunque…”.

Ci furono dieci secondi di silenzio.

“Caterina, se tu pensi che questa sia la tua battaglia, combattere il bullismo, vincila.

Le battaglie o si vincono o si perdono. Sii te stessa e la gente ti ascolterà. Vuoi essere una grande persona? Puoi ancora esserlo. Cambia strada, Caterina. Tutti possono farlo. E tu ne hai il diritto.”

Uscii dalla sala-professori un po’ confusa sul da farsi, ma quando mi ritrovai faccia a faccia con Beatrice, non ebbi dubbi: “Tocca un'altra volta una ragazzina e racconto a tua madre chi sei veramente… non credo sarà molto contenta…” Feci un sorrisetto soddisfatto e incrociai le braccia al petto per sfidarla. Dopo un po’ lei abbassò lo sguardo, girò sui tacchi e se ne andò.

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Quindici anni de Il Foglio Letterario

5 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

Cliccate sul link sopra, troverete un'Intervista su Tutto Mondo a tema editoria, 15 anni del Foglio, cinema e altro...

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