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Vi ricordiamo che

17 Dicembre 2012 , Scritto da Livorno Magazine

Vi ricordiamo che
fino a sabato 26 gennaio

Per i Cinquant'anni d'attività della galleria Athena è stata allestita una mostra che seleziona tra le centoventisette opere presenti in catalogo autori che vanno dall'Ottocento al Novecento prevalentemente toscano, fino ad arrivare alla contemporaneità trattata dalla Galleria.

Si possono così visionare negli ambienti di via di Franco opere tra gli altri di: Fattori, Nomellini, Ulivi Liegi, Ghiglia, Gambogi, Puccini, Cappiello, Muller, Micheli, Benvenuti, Natali, Levy, Sironi, Rosai, Vagnetti, Viani, Fontani e Luschi.

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Fino al 12 gennaio

17 Dicembre 2012 , Scritto da Livorno Magazine

Fino al 12 gennaio

Presso i locali della Galleria d'arte Le Stanze, in via Roma 92/a a Livorno è allestita la mostra dal Liberty al Contemporaneo.
Un excursus nell'arte toscana del '900, i primi anni del secolo sono rappresentati da numerose opere ad olio e da splendide vetrate di Galileo Chini, tra i massimi esponenti del Liberty, corrente artistica che tra la fine dell'ottocento e gli inizi del novecento conquistò l'Europa prendendo ispirazione dall'arte orientale. Le opere divisioniste di Plinio Nomellini, Benvenuto Benvenuti,Gino Romiti testimoniano la continua ricerca pittorica dei nostri artisti, che guardano anche al futurismo con Thayaht ed a una pittura più espressionista con Moses Levy, ma non abbandonano mai definitivamente la macchia come Lloyd ed Oscar Ghiglia. Prosegue con una pittura più libera nei soggetti e nei colori con Renato Natali e Voltolino Fontani, lui così fuori dagli schemi tradizionali, per arrivare ad artisti nostri contemporanei Enrico Bacci con i collage di carta, Piero Pastacaldi con un linguaggio informale e Roberto Zucchi con le elaborazioni fotografiche.

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Fino al 20 gennaio

17 Dicembre 2012 , Scritto da Livorno Magazine

Fino al 20 gennaio

Ai Granai di Villa Mimbelli, in mostra una galleria di ritratti uscita dai pennelli di Mario Borgiotti

L’esposizione mette in mostra 45 ritratti realizzati dall’artista a partire dal 1934, quando agli esordi della sua esperienza pittorica, cominciò una intensa produzione ritrattistica durata poi circa quaranta anni e confermatasi l’attività in cui si sentì più a proprio agio. Una sequenza di volti noti e meno noti, in gran parte di pittori livornesi, ma anche di artisti e personaggi famosi del novecento italiano, conosciuti direttamente da Borgiotti. Ritratti in cui l’artista, oltre a raffigurare le caratteristiche fisiche del volto, offre anche una interpretazione psicologica del personaggio .


In mostra il “Ritratto di Plinio Nomellini all’Isola d’Elba”, di Renato Natali, di Raffaello Gambogi, di Ulivi Liegi e Giovanni Bartolena, ma anche di Pietro Annigoni, Carlo Carrà, Giorgio De Chirico e Ardengo Soffici. Tra i dipinti anche un Autoritratto datato 1958.

Nell’esposizione si potranno vedere anche alcuni volumi che riguardano l’attività pittorica di Borgiotti ed alcune sue fotografie provenienti dall’Archivio della figlia Sira e dalla Fototeca della Biblioteca Labronica.

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"Il reverendo, l'ammonite e i delitti" di Mario...

16 Dicembre 2012 , Scritto da Laboratorio di Narrativa

"Il reverendo, l'ammonite e i delitti" di Mario Lozzi Recensione di Maria Antonietta Pinna La religione, la morale, il comportamento individuale dovrebbero essere frutto di una scelta meditata “che si sente dentro ”. Ma il verbo “sentire” si carica di relatività. In un universo di regole convenzionali imposte dal destino, dal luogo di nascita, dal caso, dalla politica e dal termine generico ed oscuro di società, perde completamente il significato di relazione con la parola libertà. Al “sentire” sfugge tristemente l’affinità con la sua stessa essenza di libero arbitrio, con la dimensione soggettiva dell’essere. L’accettazione all’interno di una comunità prevede sempre l’adesione, fedele e senza strappi, alle regole omologanti di quella stessa comunità, pena l’esclusione.

La coscienza individuale dunque viene sacrificata in nome dell’integrazione e “il così si fa perché è così e basta”, senza riflessione ulteriore né approfondimento, diventa il punto centrale di ogni regola del super-io. Tale assurdo ed irrazionale surplus di non-sense, diventa il criterio principe a cui aderire per far parte del gruppo, in nome di una sedicente quanto artificiosa integrazione che rende l’uomo schiavo e poco incline a muovere il pensiero nella prospettiva del giudizio, della valutazione e dell’istinto soggettivo.

Questo fenomeno accade in ogni civiltà, di ogni luogo e tempo, anche alla piccola comunità descritta da Mario Lozzi in un suo pregevole romanzo simbolico.

Un vecchio prete alle prese con il proprio mondo interiore, un fossile di ammonite, una serie inesplicabile di delitti, il mistero di un’interiorità svelata con tecnica regressiva, questi gli ingredienti dell’opera. Una costruzione narrativa perfetta che attrae e si legge fino all’ultima pagina. Non si tratta assolutamente di uno di quei libri che si leggono soltanto per sapere il finale ma per il piacere stesso della lettura. Gli omicidi sono soltanto il pretesto per avviare un meccanismo di introspezione individuale che poi va oltre l’io, cogliendo sfumature universali.

Il reverendo, l’ammonite e i delitti è un gioiello nel panorama letterario contemporaneo, un’opera d’arte che attiva meccanismi riflessivi. I personaggi, fuoriusciti da una stratificazione di ere presenti nella mente del protagonista, acquistano vivezza materiale e una polisemia che va ben oltre lo stabilito. La prosa è limpida, efficace, la trama avvincente ed originale.

Sospeso tra realtà presente e vite passate, il romanzo si muove su un terreno surreale di forme, colori e presenze. La visionarietà scava la carne nel tentativo di sondare l’ego, il che si traduce in un procedimento letterario che buca la superficie per tuffarsi in un universo di sensi viscerali messi a nudo con maestria.

La vicenda si volge in un piccolo paese: «Una pianura piena di frasche e boschi radi o anche fitti. Un fiume-torrente che d’inverno diventava prepotente e d’estate sembrava un filo, come la pipì di un bambino piccolo. Fuori dalla chiesetta dalle mura rovinate, sulla piccola piazza, la solita gente: il fornaio che finiva di distribuire le pagnotte già cotte alle donne che avevano fatto il pane all’alba, la moglie del fornaio con la spina dorsale deformata dal continuo ammucchiare frasche nel forno e nel magazzino». Il paese, falsamente bigotto, condizionato dalle chiacchiere feroci della gente, offre uno spaccato di realistica vita provinciale. La fissità monolitica della mentalità paesana è rappresentata da quattro vecchie artritiche che vanno a messa senza pensare, per tradizione: «Sono lì perché le loro madri, le nonne, le bisnonne e tutta la catena femminile della loro genesi è stata sempre lì. Ci stanno quando il calore dell’estate trova un sollievo nella frescura della chiesa, ma anche quando il freddo acuto gela le mani e i piedi. Allora si avvolgono nei loro scialli neri. Alcune, più modernizzate si stringono attorno al corpo i cappotti. Quasi nessuna batte i denti per il freddo, perché molti di essi sono caduti. In compenso hanno la lingua, Quella è sempre molto attiva. Quando ero giovane mi aspettavo che siccome stavano in chiesa tutte le mattine, la loro lingua fosse capace di dire ogni cosa buona e costituisse un sollievo per chi l’avesse ascoltata. Macché! Tutte le vecchie che ho incontrato durante la sacra cerimonia mattutina possedevano lingue malefiche, capaci di bruciare come la carbonella accesa». La morale della piccola collettività stride fortemente con l’evoluzione interiore del personaggio, con il suo tentativo di squarciare la coperta di non senso che è abituato a portare sugli occhi, per convenzione, e che «fa sembrare grigiastri anche i raggi del sole». Inizia così un lungo viaggio attraverso il tempo, un viaggio da cui si acquista una nuova consapevolezza. Il fossile di ammonite, duro e scabro, simbolo della sopravvivenza contro l’assurda finitudine del corpo, è il principio della navigazione in un mare verde e un po’ giallo, forse sogno o visione. Un ritorno al grembo materno, per poi spaziare tra le ere e conoscere i propri antenati, ciascuno portatore di una verità dell’io, ciascuno con una storia da raccontare, con una voce che svela misteri sepolti, alla ricerca di un senso, di una profondità che supera le strade mal acciottolate del paese. Una movimentazione del pensiero contro il caos del fatto, contro il perenne stato di decrepitezza sociale in cui si dibatte il mondo.

Vi sforzerete invano di trovare in questo libro sesso a buon mercato servito sul piatto del business.

Vi scorgerete una dimensione simbolica che si va perdendo e da cui si sprigiona illuminazione sulla tristezza, mediocrità e debolezza della condizione umana.

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Che tempo da orchi...

15 Dicembre 2012 , Scritto da Livorno Magazine

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Livorno Magazine shared a link.

15 Dicembre 2012 , Scritto da Livorno Magazine

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Debutta in prima assoluta l'opera teatrale MODIGLIANI "Au revoir Livorno" - Teatro Goldoni Livorno

15 Dicembre 2012 , Scritto da Livorno Magazine

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Chi siamo - Associazione Culturale Giosuè Borsi Livorno

15 Dicembre 2012 , Scritto da Livorno Magazine

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Dall'articolo di Fabio Marcaccini sul Quartetto al...

14 Dicembre 2012 , Scritto da Livorno Magazine

Dall'articolo di Fabio Marcaccini sul Quartetto al plettro:

"Cappuccini e chiodi? Cacciucco e tombolate? Ribotta e vernacolo? Sì, ma... ...e se... se ci fosse, metti caso, anche un'altra Livorno?"
Questo è un po' il motto di noi di LivornoMagazine.it, sempre alla ricerca di Storia, Arte, Cultura che riguardi la nostra città e i nostri concittadini. Ed è così, che ormai dal 2007, andiamo a riscoprire quanto di buono si muove intorno ai Quattro Mori e a Ferdinando che capeggia sopra di loro.
"La Livorno che c'è" come la chiamiamo noi, cercando oltre agli artisti di oggi e i più recenti nomi affermati, tutti coloro che magari non hanno raggiunto ancora (e speriamo possa accadere) le luci della ribalta, provando a riconoscere comunque i giusti spazi che meritatamente competono loro.
Ed oltre alla "Livorno che c'è", fatta di un sottobosco d'autori, pittori, musicisti e quant'altro, andiamo a ricercare, nella memoria storica della gente, esperienze di vita della... "Livorno che c'era", quella meno famosa, ma non per questo meno importante." (F.M.)

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