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Reportage: Hong Kong, una città poliedrica che affascina sempre

4 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

 Reportage: Hong Kong, una città poliedrica che affascina sempre

Modernità e tradizioni antiche si fondono perfettamente. Un paese dove cultura, gastronomia e shopping sono ai massimi livelli.

Avete lavorato sodo e ancora non siete andati in vacanza? Oppure le avete già trascorse ma al mare, in montagna o avete campeggiato da qualche parte perché vi piace il contatto con la natura?
Bene, allora se avete ancora qualche giorno di ferie, siete pronti per qualcosa di diverso. Qualcosa che abbia un che di esotico e ultra moderno, qualcosa di eccitante ed estremamente confortevole. Insomma, un posto unico nel suo genere: Hong Kong.
Perché proprio Hong Kong? Perché è una perfetta miscela di vita tipicamente cinese, con tutto il suo bagaglio di tradizioni, unito a tutti i conforts tipici di una città super moderna occidentale. Ottimi alberghi, buon cibo e boutiques di lusso, tutto perfettamente amalgamato con villaggi rurali, giunche, sampan e Opera cinese.
Se ciò che vi viene in mente, pensando alla cucina cinese, è soltanto “agrodolce e biscotti della fortuna”, si può dire che non l’avete mai assaggiata veramente.
A questo proposito, Hong Kong potrebbe definirsi una vera e propria “cornucopia” piena non solo dei migliori piatti regionali, ma anche di eccellenti cucine internazionali: indiana, giapponese, italiana, messicana, austriaca, ebraica, senza per questo tralasciare i vari “Mac Donald’s” e “ristoranti” simili.

Non a caso, infatti, a marzo di ogni anno, si svolge l’Hong Kong Food Festival”, noto proprio per celebrare, tra folklore e cultura, le delizie gastronomiche cinesi e internazionali.
E a proposito di cultura, un eccellente modo di abbinarlo al cibo è senz’altro da visitare l’Hong Kong Cultural Centre, Potreste, per esempio, vedere le halls e i teatri in cui si svolgono i concerti, o divertirvi a sbirciare dietro le quinte del Grand Theatre, con il suo enorme palcoscenico girevole, oppure godervi le caratteristiche performace degli acrobati, dei giocolieri e dei musicisti, o ancora assistere alle dimostrazioni di arti marziali e, subito dopo, davanti alla spettacolare vista del “Victoria Harbour”, gustare le numerose portate del magnifico banchetto preparato dal ristorante Cantonese del Centro.
Ad Hong Kong l’arte, in tutte le sue espressioni, è tenuta in grande considerazione.
Il calendario, che dura tutto l’anno, comprende una girandola di spettacoli di ogni genere i cui protagonisti, quasi tutti di fama mondiale, hanno contribuito a fare del paese uno dei luoghi artistici più prestigiosi del mondo.
L’annuale “Hong Kong Arts Festivals”, da febbraio a marzo, e il biennale “Festival delle Arti Asiatiche”, sono solo due degli eventi ad altissimo livello di questo calendario.
Ad Hong Kong, un ottimo modo per concludere una bella serata, potrebbe essere un bel giro a piedi, fra lo scintillio di migliaia di luci colorate, fino a raggiungere il mercato notturno di “Temple Street”.
A chi piace fare acquisti e trattare sui prezzi, potrebbe essere divertente farlo con i venditori dei vari articoli esposti sulle bancarelle: portafogli e cinture in pelle, t-shirt, jeans, orologi e chi più ne ha più ne metta.
Gli amanti dello shopping avranno sicuramente di che scatenarsi dal momento che troveranno molti negozi aperti sette giorni alla settimana. I centri commerciali, poi, sono veramente immensi e, soprattutto, fornitissimi. Le boutiques, quasi tutte di lusso, espongono firme a noi ben note, ma con prezzi più abbordabili.
Ma l’acquirente va ben oltre la griffe e il negozio di lusso perché è direttamente nelle fabbriche e nei mercati che il compratore può dimostrare tutta la sua abilità nel contrattare. I migliori affari, infatti, si fanno nei negozi dislocati nelle grandi fabbriche. Si potrà trovare di tutto, dalla seta alla pelle, ai tessuti di angora a prezzi davvero vantaggiosi.

Hong Kong è uno dei pochi posti al mondo in cui fare il sarto è considerata una professione. Metro al collo, i sarti esaudiscono le richieste delle persone confezionando su misura vestiti e anche scarpe, presso Happy Valley. Ma i vestiti non sono gli unici ad essere fatti su misura.

Anche i gioielli, infatti, possono essere “confezionati” con le pietre scelte dai clienti. Se poi lo shopping incomincia ad annoiare, si può prendere una boccata di aria pura, lontani dal frenetico centro della città, si può prenotare una gita campestre molto interessante: “il Land Between Tour”.

Un bus dotato di ogni confort condurrà attraverso verdi colline, villaggi rurali, allevamenti di oche e templi. La prima fermata è a “Cheuk Lam Sim Yuen”, uno dei monasteri buddisti più belli di Hong Kong.

Poi, attraverso le piantagioni di banane, si arriva in un tradizionale mercato, con i suoi magazzini pieni di frutta, verdura, fiori e pesce essiccato.Si può vedere il confine cinese ed il “Plover Cove Country Park”.

Sulla strada di ritorno, si trova la famosa “Amah’s Rock” una roccia a forma di donna con un bambino sulle spalle, e la “Lion Rock” a forma di Leone.

Il tour passa anche vicino al campo da golf “Fan Ling”. Ad Hong Kong ci sono svariati Clubs, molti dei quali di grande prestigio. Ma uno dei più eccitanti e coinvolgenti spettacoli di Hong Kong si svolge, senza dubbio, all’ippodromo. La stagione delle corse dei cavalli inizia a settembre e dura fino a maggio-giugno dell’anno seguente.
Tutto qui quello che si può fare a Hong Kong? No, c’è anche la parte antica da vedere…ma di questo parleremo un’altra volta.

 Reportage: Hong Kong, una città poliedrica che affascina sempre
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 Reportage: Hong Kong, una città poliedrica che affascina sempre
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Margaret Atwood, "L'assassino cieco", un esercizio di bella scrittura

3 Gennaio 2015 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #recensioni

Margaret Atwood, "L'assassino cieco", un esercizio di bella scrittura

Amori rubati, mancati, violenti, guerre, rivoluzioni, lotte operaie, capitalismo, povertà, un accenno di anarchismo, un po’ di proto-femminismo, bugie, saga familiare, un pizzico di fantascienza, un po’ di giallo e di noir e tanto altro ancora li possiamo trovare nel libro di Margaret Atwood L’assassino cieco, letto nell’edizione Tea e disponibile in diversi formati e prezzo. Dell’autrice è anche superfluo parlare, conosciutissima, candidata più volte al premio Nobel, Il fatto che non l’abbia mai avuto la rende migliore?, vincitrice di diversi premi di un certo rilievo e questo romanzo appare nella classifica di un noto settimanale americano tra i migliori cento libri in lingua inglese del secolo. Ora chi sono io per parlare di cotanto libro e autrice? Un lettore, la seconda faccia della moneta che permette agli scrittori di esistere. Non esisteremmo gli uni senza gli altri. Dopo questa cazzatella pseudo filosofica-letteraria andiamo avanti.

La storia è ambientata in un ipotetico paese canadese ed inizia con una morte e il libro è tutto teso a svolgere la matassa che spiegherà la morte con la storia della famiglia Chase narrata dalla vecchia Iris e dal libro scritto dalla sorella Laura che è parte integrante della narrazione. Nessuno degli avvenimenti principali della prima metà del 900 è stato tralasciato, dalla industrializzazione alla depressione, dalle lotte operaie al capitalismo, dalla guerra di Spagna al fascismo alla seconda guerra mondiale, ecc. Il tutto narrato con una vena di giallo che dovrebbe rendere appassionante la vicenda ma che non coglie il segno in quanto la trama si svela da sola mano a mano che si legge e manca anche il classico colpo di scena degno del genere. Non affonda in nessuno degli argomenti trattati, un immenso ricamo bello ma non compiuto, l’autrice si è fermata all’imbastitura senza essere in grado di dare al ricamo quei colori che servono a farlo risaltare sulla stoffa del fondo.

Di materiale c’è ne è tanto, come detto, e il libro è scritto bene e altrettanto tradotto ma, a differenza del giudizio di un noto inserto settimanale di un noto quotidiano nazionale, non travolge, non coinvolge. Sembra di essere immersi in uno stagno di vocali e consonanti dove ogni tanto cade qualche parola che provoca piccoli cerchi concentrici che subito svaniscono. In alcuni punti penso sia più avvincente un mattinale della Questura che il libro della Atwood. Una scrittura ferma, piatta, verrebbe da dire priva delle emozioni che gli argomenti trattati provocano nella penna di altri autori.

Un esercizio di bella scrittura lungo 552 pagine.

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Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare

2 Gennaio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Due isole molto belle dove si va anche solo con la carta d’identità

Mi rendo conto di essere una persona fortunata perché ho avuto la fortuna di visitare tanti paesi e tante isole, fra le quali quelle caraibiche, non sempre note agli italiani. Come ho già scritto, i Caraibi non sono solo Cuba e Santo Domingo, ma ce ne sono tante altre e tutte meritevoli di un viaggio, magari unendone alcune quando è possibile. In questo caso Martinica e Guadalupa possono essere raggiunte con un volo interno ed è interessante scoprire queste due “Terre d’Oltremare” per le quali non è necessario avere il passaporto ma basta una carta d’identità in quanto è come se si andasse in Francia. Interessante vero?

MARTINICA

Inizierei proprio da questa, dicendo subito agli amanti del mare e delle spiagge più belle, che Club Med, tantissimi anni fa, ha posizionato i suoi villaggi proprio nelle parti più belle di quest’isola, come in quella di Guadalupa.
Ma iniziamo raccontandone un po’ la storia. Sì, perché queste isole (come le altre caraibiche) hanno alle spalle una lunga storia di dominazioni e, come al solito, ci arrivò il “nostro” Cristoforo Colombo nel 1493 il quale, non ci è dato sapere il motivo, decise di non sbarcarvi.


Lo fece solo alcuni anni dopo, nel 1502, ricevendo, dagli indiani Carubi che abitavano l’isola, una “calorosa” accoglienza a base di frecce infuocate. La fuga fu immediata e la tranquillità della “Terra dei Fiori” fu salva.
Soltanto un secolo più tardi ebbe inizio la colonizzazione dell’isola, ad opera di un gruppo di francesi condotti da un nobile avventuriero: tale Pierre Belain D’Esnanbuc.

Nel 1762, la Martinica fu conquistata dagli inglesi, che la abbandonarono appena un anno dopo, in seguito al trattato di Parigi. Da quel momento in poi, il territorio è rimasto sempre sotto il dominio francese.
Si parla, infatti, della Martinica come “un angolo di Francia nei Caraibi”, anche se geograficamente di francese ha ben poco, dal punto di vista politico fa parte della madre patria e i martinicani dispongono degli stessi diritti e degli stessi privilegi dei cittadini francesi.


La parte settentrionale dell’isola è ricoperta da foreste tropicali e da montagne verdeggianti, spesso molto alte, mentre la costa occidentale è formata per lo più da spiagge rocciose intervallate da qualche spiaggia bianca, circondata da paesini di pescatori, meta preferita dei turisti.
Uno dei luoghi più belli dell’isola è senz’altro “Pointe du Bout”, un agglomerato di alberghi e appartamentini disposti attorno a suggestivi porticcioli.
Ma anche i resti di “St. Pierre”, la città che fu sepolta dalla lava del Mont Peleè, durante l’eruzione del 1902, ha un fascino incredibile.
O ancora “Carbet”, piccolo villaggio di pescatori, dove sbarcò Colombo e dove visse qualche mese il pittore Gauguin. Oppure “La Trace”, la strada di montagna che attraversa la foresta tropicale della Martinica, offrendo un panorama mozzafiato.


Se si decide di fare dello sport – e ve ne è ampia scelta – bisogna tener presente che, per i martinicani, lo sport viene praticato quasi esclusivamente per puro divertimento. Un esempio? Il combattimento tra galli, che viene considerato uno sport-spettacolo. Esistono delle vere e proprie arene in cui la domenica si svolgono i combattimenti, con relative scommesse.


Invece, per godersi gli splendidi scenari in tutta tranquillità, basta noleggiare un cavallo (per chi ci sa andare…) e percorrere i sentieri di collina che costeggiano le piantagioni di banane, attraversare le distese di canna da zucchero, arrampicarsi sulle montagne, o fare una galoppata su una spiaggia isolata.


Le escursioni nella riserva di “Presqu’ile de la Caravelle”, invece, sono consigliate a chi ama camminare. Per gli esperti delle escursioni in montagna, in questo caso al seguito di una guida, c’è il Mont Peleè, un vulcano che, sebbene da moltissimi anni inattivo, non dorme di un sonno eccessivamente profondo; infatti, viene costantemente tenuto sotto controllo da un team di esperti.


Anche qui, come in altre isole caraibiche, la festa più bella che si svolge è il carnevale. Viene celebrato prima della Quaresima con giorni e giorni di travestimenti in maschera e festeggiamenti vari, terminando il mercoledì delle Ceneri, fra scatenatissime danze intorno al fuoco, eseguite da uomini e donne mascherati da diavoli e diavolesse, e accompagnate da fiumi di rum. In quell’occasione se ne vedono davvero di tutti i colori!

GUADALUPA

L’isola di Guadalupa si può definire “sorella” dell’isola di Martinica. Una “sorella maggiore” se si pensa che, nel 1493, sempre lui, sì, il solito Cristoforo Colombo vi approdò per puro caso, nove anni prima di scoprire la Martinica.

L’antico nome dato all’isola era “Karukera” – isola di acque meravigliose – nome che non piacque a Colombo, il quale approfittò dell’occasione per ribattezzarla Guadalupa, mantenendo così fede ad un’antica promessa fatta ai monaci dell’omonimo Monastero spagnolo.

L’isola è a forma di farfalla, le cui ali – Grand Terre e Basse Terre – sono separate dallo stretto di Rivière Saleè, ma ben collegate tra di loro da un ponte levatoio. Il loro passaggio è incredibilmente diverso: montagne e costa scoscese, piuttosto povere di insenature nella Basse Terre.

Nella Grand Terre, invece, immense distese di campi coltivati a canna da zucchero, circondati da splendide spiagge. Quest’ultima è, naturalmente, la meta preferita dai turisti. E’ qui, infatti, che si trovano i grandi alberghi, le pensioncine e il Club Med. Ed è anche qui che si trova Pointe a Pitre, principale città e il porto della Guadalupa.


Gli amanti della natura potranno attraversare la foresta tropicale per fare un tuffo nei laghetti di montagna o sotto le cascate del Parco Naturale di Basse Terre, uno dei migliori dei Caraibi, oppure fare una visitina agli animali del Parco zoologico e botanico, sempre a Basse Terre.

I più temerari troveranno pane per i loro denti arrampicandosi fino alla cima de “La Soufrière”, un vulcano non del tutto dormiglione, dal quale ammirare uno splendido panorama di Basse Terre.
La vita notturna si svolge all’insegna della danza. Gli abitanti di Guadalupa giurano che la musica “beguine” è nata nella loro isola e la possono ballare tutti molto bene, non disdegnando però il calipso, merengue, reggae, boogie. Insomma, tutto ciò che abbia un minimo di ritmo. La compagnia folkloristica locale, che si esibisce nei vari alberghi nelle antiche danze dell’isola, è assolutamente da non perdere.

Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
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Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
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Reportage: Martinica e Guadalupa, la Francia d'oltremare
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Giorgio Olmoti, "On the Road again"

1 Gennaio 2015 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Giorgio Olmoti, "On the Road again"

On the road again

Giorgio Olmoti

Roundmidnight edizioni

Un linguaggio sconclusionato che contiene diversi semi di riflessione, belle fotografie di un passato vicino e lontano. Ci siamo chiesti più volte quanto abbia importanza il modo di comunicare nello scrivere un libro, il linguaggio. Ci vengono in mente molti scritti di Saramago che ignorano la punteggiatura e costringono ad essere completamente attenti per riuscire a capire quello che vuol dire. Forse la punteggiatura non è tutto, forse il linguaggio non è tutto, forse è solo una questione di pigrizia. E ci chiediamo: ma il lettore, questo sconosciuto, che affonda nelle parole scritte dall’Autore, ha qualche diritto? Certo, quello di chiudere il libro e rimetterlo nella libreria, però immaginiamo che un Autore voglia essere letto, allora il linguaggio ha un qualche significato.

Saramago voleva essere letto? Certamente sì e provocava. Quindi accettiamo la provocazione di Giorgio Olmoti e continuiamo la lettura, tornando in dietro diverse volte per vedere se abbiamo capito. I racconti si snodano nel senso letterale “on the road”, s’intrecciano con le belle fotografie che citavamo, ma l’ironia la fa da padrona sempre. Ironia sulla società, sui giovani, gli anziani ed anche su chi scrive. Ci piace l’ironia, la sua lama tagliente e affilata come un bisturi, ci procura spaccati della realtà storica che altrimenti rimarrebbero nascosti e in questo Olmoti è bravo.

Un’ironia feroce e dissacrante ma poi scopri che nelle sue pieghe si nascondono bave di poesia, come una lumaca che lascia la sua scia, perché chi è attento la segua.

Ci ritroviamo perciò anche noi on the road again, senza soldi con la macchina che si guasta o su un’aia di uno sperduto casolare immersi nella merda di vacca, siamo nel castagneto del dentista Artos, dentista sui generis. Ci guardiamo intorno in una cucina piena di mobili, “un Vittoriale pop”, o ci sediamo al bar “dopo una giornata caricata a sale e sparata nella schiena”. Con l’immancabile 127 verde, o con una bici sgangherata, mentre “i soldi erano una cosa che più che altro intuivamo”, ci catapultiamo alla ricerca di pioppini per sfamare la tribù. Giriamo per le corsie del supermercato con la vita nello zaino, “in culo al gelo che fuori se la tira da boss del quartiere”, rubando microstorie dalle facce e dai carrelli della spesa, oppure scriviamo una lettera aperta al signor Timberland. Ci infiliamo sotto un architrave per il terremoto, oppure leggiamo bigliettini con scritto “Gesù sta arrivando”. Ci introduciamo in un ospedale, insomma siamo dentro una variegata umanità vista sempre dallo stesso occhio attento.

In definitiva il libro ci piace, nonostante le difficoltà e la costante rilettura all’indietro che ci dà quest’andatura forse un po’ marziana, come i personaggi che sembrano appartenere ad un altro pianeta e invece sono assolutamente nostrali.

Del resto sono il più grande narratore di insuccesso che la storia delle storie ricordi e quindi il cerchio si chiude”, l’Autore fa dire a un personaggio, e qui non siamo d’accordo.

Maria Vittoria Masserotti

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Gli auguri della redazione

31 Dicembre 2014 , Scritto da Redazione Con tag #unasettimanamagica

Gli auguri della redazione

La redazione augura a tutti i lettori:

BUON ANNO !!!!!!!!

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La parola al pastore di Natale

30 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #unasettimanamagica

La parola al pastore di Natale

Sentiamo che ha da dire il Pastore che da duemila e passa anni sta fermo, immobile, davanti alla capanna, grotta, stalla, tugurio dove sarebbe nato il Salvatore. C'è sempre spazio per gli ultimi, anche perché i primi ci stanno un po' sull'anima (è Natale e se si può si evitano brutte parole, altrimenti che Natale sarebbe senza un po' d'ipocrisia?). Di seguito ciò che ci ha dichiarato.

Me ne stavo ben bello, è un modo di dire, a pascolare le pecore nei prati della Palestina quando ho visto una scia luminosa in cielo, poi ho saputo, nei 2014 anni passati davanti 'sta capanna mi sono imparato qualcosa, insomma mi sono acculturato un pochino, che era una cometa e sembrava fosse caduta a poche centinaia di metri dal gregge che custodivo. Essendo un tipo curioso e non avendo nulla da fare che non seguire 'sti stupidi animali sono andato a vedere. Mi sono messo al collo un agnello e mi sono incamminato. Chiariamo subito un equivoco, l'agnello non l'ho portato in dono a nessuno anche perché non sapevo che ci sarebbe stato qualcuno da omaggiare, me lo sono messo al collo per riscaldarmi perché la notte d'inverno è notte d'inverno anche in Palestina. E se qualcuno non lo sa anche qui da noi l'inverno nevica. Adesso, spesso, non cade la neve ma cadono le bombe ma sempre dal cielo arrivano. E poi se proprio potessi permettermi di regalare un agnello lo regalerei alla mia famiglia che fa la fame e non a un neonato che non saprebbe che farsene. E poi perché dovrei regalare il mio cucciolo di pecora a uno sconosciuto?

Insomma mi sono trovato lì per caso e sono più di duemila anni che non riesco ad andarmene, meglio, me ne vado ma dall'otto dicembre, o giù di li, mi ritrovo sempre allo stesso posto a perpetuare questa farsa di cui non frega nulla a nessuno. Una farsa alimentata dalla pubblicità, dagli interessi e non più mantenuta in vita da uno spirito di bontà, di speranza. Ma se volete continuate anche a credere che il mondo domani sarà migliore.

Prendete la mia situazione, ero pastore e sono rimasto tale dopo due millenni. A piedi andavo a pascolare le greggi e a piedi conduco al pascolo le mie pecore ancora oggi. Di cambiato sicuramente c'è, come dicevo prima, che una volta cadevano comete e neve ora cadono sempre più spesso bombe. Prima andavo avanti per chilometri con lo sguardo che spaziava sulle colline, gli ulivi, le palme ora mi bastano pochi chilometri e mi trovo davanti un muro grigio che non mi fa vedere e andare oltre. Prima c'erano i romani, quando nacque Gesù, ora ci sono gli israeliani e non nasce nessuno che ci dia una speranza di un mondo migliore, di pace e benessere. Oddio, il benessere c'è chi lo ha, ma oggi come ieri e l'altro ieri non riguarda quelli come me. Pascolavo ieri e pascolo oggi. E immagino che sia la stessa cosa per i pastori di tutto il mondo.

Mi è giunta voce, tempi moderni, da altri pastori, che in Italia ormai le greggi e le mandrie sono affidate ad immigrati provenienti da diversi paesi dell'Est o dell'Africa. Se potessi ci andrei anche io in Italia a fare il pastore, almeno non correrei il rischio di essere bombardato. Ma prima dovrei attraversare il Mediterraneo su un barcone e cercare di non affogare e poi, con una botta di culo, scusatemi ma quando ce vo' ce vo', dovrei sperare di trovare un padrone che non sia malaccio perché mi è giunta voce che so' padroni come quelli dei tempi miei. Insomma non mi sembra che sia cambiato nulla da quando m'hanno inchiodato in questo ruolo di pastorello. Poraccio ero e poraccio so' rimasto.

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Anche San Giuseppe è incazzato

29 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #unasettimanamagica

Anche San Giuseppe è incazzato

San Giuseppe mi ha detto che non vuole parlare, è troppo incazzato come marito, come padre, come falegname e, infine, come protettore dei lavoratori.
E la sua è una incazzatura cosmica, di quelle che se solo ti avvicini corri il rischio che ti tiri dietro una pialla, che se solo ti azzardi a dirgli di stare calmo prende un pezzo di legno d'ulivo e te lo spacca sul cranio. Fortunatamente ero a distanza quando gli ho chiesto come stava. Una sequela di imprecazioni che nemmeno i portuali di Livorno del secolo scorso (quelli di adesso sono troppo educati). Ho tentato di farlo parlare ma è stato inutile, ha bofonchiato qualcosa sull'essere cornuto senza che nessuno si preoccupasse di dargli merito di aver preso con sé una ragazza madre e suo figlio. Ha continuato borbottando contro i romani che l'hanno fatto mettere in viaggio in pieno inverno per un censimento del cazzo di cui non fregava niente a nessuno. Come se all'imperatore gliene importasse qualcosa di sapere quanti poveri c'erano in Galilea. E' ancora imbestialito contro i suoi connazionali che non gli hanno dato ospitalità nemmeno vedendo che quella povera donna-bambina stava per partorire. Era ed è incazzato per il passato che si ripete sempre uguale da migliaia di anni.
Ancor di più ce l'aveva con suo figlio. Vittima di una megalomania che l'ha portato a farsi crocifiggere invece di dargli una mano e guadagnarsi da vivere onestamente facendo il falegname. E poi ha continuato, con parole censurabili, con quella massa di ipocriti che hanno creduto a suo figlio e sulle sue idee, distorte e piegate agli interessi propri, ci hanno fatto non una, ma tre religioni senza contare tutte le sette e le chiese e chiesette che crescono come funghi in un bosco di castagni. Però, alla fine, ha concluso, con il sorriso sulle labbra, che gli voleva bene, alla Madonna, una santa donna, e a Gesù che si è fatto ammazzare per difendere le sue idee.
Approfittando di una colonna, dietro la quale mi sono nascosto, gli ho chiesto cosa pensasse della situazione attuale, mi sono tanto sentito giornalista. Non l'avessi mai fatto! Come un ninja impazzito ha iniziato un lancio di lime, raspe, martelli, scalpelli, chiodi, sembrava che piovesse. Intanto urlava contro i cinesi, gli indiani, gli italiani, gli americani, i russi, insomma lanciava bestemmie contro tutti, di tutti i colori e di tutti i posti. Parlava di diritti, di salari, di riposi, di pensioni che ai suoi tempi nemmeno sapevano cosa erano, di ricchi e di poveri, sembrava un sindacalista della Fiom di Pomigliano. Sono rimasto zitto e immobile dietro la colonna finché non è terminato il lancio di oggetti, poi mi sono timidamente affacciato. Si era seduto su uno sgabello e mi guardava.
"Vieni qui", mi ha detto. Mi sono avvicinato e San Giuseppe mi ha abbracciato stretto stretto.
"Tieni, tenete, duro. Arriveranno tempi migliori".

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Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi

28 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #unasettimanamagica, #racconto

Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi

«E tu chi farefti?», il bambino mise le mani sui fianchi per dare più enfasi alla domanda. Gli dovevano spuntare ancora gli incisivi e di pronunciare la “esse” per il momento non se ne parlava proprio. Poco male, perché il sibilo che emetteva ricordava il fischio risoluto di un arbitro in campo, capace di fermare il gioco e attirare su di sé l’attenzione. E al bimbo non dispiaceva affatto questo temporaneo potere sdentato.

«Chi farefti??», chiese di nuovo, avvicinandosi alla sedia in cucina su cui stava seduto quello sconosciuto, vestito con una tuta mimetica bianca e argento.

«Sono l’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino», rispose l’intruso. Accanto a lui, sul pavimento, due scarponcini color argento che al bambino ricordarono subito gli anfibi che portavano ai piedi i suoi soldatini, quelli della collezione chiusa nella vetrinetta in camera sua.

«Rico- che?», che parole strane usava quello sconosciuto.

«Ri-co-gni-to-re.», sillabò l’angelo. «Ricognitore. Faccio il giro nelle case prima della vigilia di Natale per trovare i percorsi più rapidi e le scorciatoie per le consegne dei regali. Così Gesù Bambino non rischia di perdersi o di fare troppa strada inutilmente.»

«Cafpita!», scappò detto al bambino, ma subito corse in corridoio. Per controllare che la porta di ingresso non fosse stata forzata. Le chiavi però erano nella toppa e tutto sembrava in ordine.

«So a cosa stai pensando», lo anticipò l’angelo. «Non sono un ladro. Ti pare che resterei qui a parlare con te? Sarei subito scappato, non appena sei arrivato in cucina e hai acceso la luce, no? E’ che ero un po’ stanco e avevo deciso di fare una pausa. E poi, mi facevano male i piedi. Io soffro spesso di mal di piedi. Questi anfibi saranno pratici per le ricognizioni, ma dopo un po’ si fanno sentire. Ma tu piuttosto, che ci fai alzato a quest’ora e perché ti hanno lasciato solo?»

No, non era un ladro, pensò il bambino. Aveva ragione lo sconosciuto, un ladro non si sarebbe trattenuto a parlare e a fare domande, avrebbe tagliato la corda. E soprattutto non si sarebbe tolto le scarpe mettendosi comodo su una sedia.

«Avevo fete. Cofì mi fono fvegliato. Mamma e papà ftasera fono andati a teatro. Ma io, come dice fempre il mio papà in queste occafioni, poffo ftare tranquilliffimo. Al terzo piano vive la nonna Alberta. Fe ho bisogno, le telefono e lei troverà una foluzione.»

L’angelo si stupì.

«Ma come, non ti hanno portato a dormire dalla nonna? Sei ancora piccolo per rimanere solo…» e pensò subito a quanto moderni dovessero essere i genitori di quel bambino. Si ricordava delle ansie di altri genitori che mai e poi mai avrebbero lasciato i figli da soli in casa, perché nell’immaginario di quelle madri e di quei padri apprensivi, appena chiuso l’uscio di casa, i pargoli avrebbero messo in atto le fantasie più spericolate: zolfanelli accesi per incendiare il condominio, fornelli del gas aperti e sibilanti come cobra velenosi, pentole messe sul fuoco e lasciate incustodite per giocare alla fonderia.

Il bambino fece spallucce.

«Nooo. Come dice il mio papà, la nonna Alberta è una fignora un po’ originale e non vuole avere neffuno trai i piedi.», il bambino gettò un’occhiata agli anfibi dell’angelo, «Forfe perché foffre di mal di piedi come te e per questo vuole effere lasciata fola?»

«Non penso.», rispose l’angelo inquadrando al volo la situazione.

«Vuoi bere qualcofa?», chiese il bimbo.

«Grazie, un po’ d’acqua. Frizzante se c’è.» e l’angelo si allungò sulla sedia.

«C’è la Frizzina! L’acqua fatta con la polvere magica!», esultò il bambino prendendo dal frigo una bottiglia con il tappo in ceramica rossa.

L’angelo riflettè un attimo. Anche sulla terra le cose erano cambiate. Ora gli uomini avevano la polvere magica e potevano fare l’acqua. Un tempo non era stato così. Meglio, però, il progresso passava anche dall’avere a disposizione la magia. E chissà come sarà stata buona quell’acqua…

Dopo aver bevuto un bicchiere colmo di quel liquido dissetante, ma un po’ salato - «Forse devono ancora studiare meglio e dosare i poteri magici» aveva pensato l’angelo sentendo sotto i denti qualche granello di quella polverina misteriosa – all’angelo venne in mente che non aveva ancora chiesto a quel bambino come si chiamasse.

«Rodolfo! Magnaghi Rodolfo!», aveva subito risposto il bimbo.

«E tu?», gli aveva chiesto di rimando Rodolfo.

«Ricognitore Angelico 72», aveva risposto sicuro l’angelo.

«E un nome non ce l’hai?», Rodolfo sembrava un poco deluso. Quell’angelo si chiamava con un numero, quasi fosse stata la targa di un’automobile.

L’angelo piegò la testa un poco di lato. No, un nome vero e proprio lui non l’aveva. Ma tra angeli ricognitori ci si riconosceva al volo e il numero, in fondo, era solo per motivi di praticità e per rendere rapide le comunicazioni. In fondo, non c’era nulla di male. Era sempre stato così.

«Fe ti chiamo Angelo Piero, ti offendi?», aveva sussurrato allora Rodolfo.

«Perché dovrei? Piero è un bel nome. Importante, di un certo peso, soprattutto lassù.», e l’Angelo Ricognitore 72, ammiccando, aveva indicato il soffitto.

«Fì, Piero è un bel nome», aveva annuito Rodolfo, «e poi cofì fi chiama un mio amico che incontro fempre d’eftate, in vacanza al mare. E’ fimpaticiffimo e fa fare un facco di giochi.»

«Vuoi mangiare qualcofa?», Rodolfo, senza aspettare una risposta, si era avvicinato al frigorifero.

«Perché no?», l’Angelo Piero non aveva fatto in tempo finire la frase, che Rodolfo aveva esclamato, infilando la testa nel frigorifero: «Ci facciamo un panino con la provola e il profiutto cotto!»

E così era stato.

Mentre mangiavano, Rodolfo si era meravigliato di come l’Angelo Piero si comportasse impeccabilmente: sedeva composto al tavolo della cucina, non sbriciolava, non parlava con la bocca piena, non masticava rumorosamente. Sarebbe piaciuto tantissimo alla mamma di Rodolfo che ci teneva così tanto a certi modi di fare.

«Puoi rimanere fino a quando tornano i miei genitori?», aveva chiesto timidamente Rodolfo. Ci teneva a presentare loro quel suo nuovo amico così tanto compìto.

«No, Rodolfo,», aveva risposto l’Angelo Piero, «non posso. E poi, sai, gli adulti – o meglio la maggior parte degli adulti - non possono vedermi. I bambini, fino a una certa età sì, ma i grandi no.» E subito, vedendo come l’espressione di Rodolfo stesse virando al dispiacere, cercò di cambiare discorso.

«Certo che tu per essere così piccolo parli proprio bene!»

E Rodolfo aveva spiegato all’Angelo Piero che lui, spessissimo, quando era a casa, leggeva i libri di avventure e le parole nuove le imparava da pirati, bucanieri, burattini, moschettieri e guardie del re disseminate in tutte quelle pagine.

Rodolfo sospirò e fissò gli scarponcini color argento dell’angelo che erano rimasti accanto alla sedia.

«Belli quelli! Proprio belli…», ma non aveva avuto il coraggio di finire la frase.

L’Angelo Piero intuì cosa stesse pensando il bambino. Non disse niente, però. Chiese a Rodolfo di poter vedere la sua cameretta e, una volta entrato in quella stanza, vide, sopra al comodino, un pupazzo bellissimo.

«E quello?», chiese l’Angelo Piero sgranando gli occhi.

«E’ Topo Gigio parlante!», rispose sicuro di sé Rodolfo e, avvicinandosi al pupazzo lo toccò sulla pancia.

«Strapazzami di coccole!» esclamò con un soffio di voce Topo Gigio.

«Ma è bellissimo!», l’Angelo Piero non riusciva a contenere il suo entusiasmo, «Una bambola parlante! Non sapevo che sulla terra fossero arrivati a tanto! Siete riusciti a fare parlare le bambole! Un’altra magia! Ai miei tempi non c’erano le bambole parlanti!»

Vedendo quell’angelo così entusiasta del suo Topo Gigio, Rodolfo ebbe un’idea.

Avrebbero fatto un baratto: Topo Gigio in cambio degli anfibi dell’angelo.

«Ci sto!», disse l’Angelo Piero al colmo della gioia, poi, subito, aggiunse: «Io però non posso tornare scalzo. Devo ancora fare qualche ricognizione e a piedi nudi credo che soffrirei un po’.», così dicendo, fissò le ciabattine di Rodolfo. Troppo piccine però per i suoi piedi d’angelo cresciuto.

«Le fcarpe inglefi di mio papà!!», Rodolfo si dileguò all’istante per tornare con un paio di bellissime scarpe nere elegantissime.

«Mio papà dice fempre che quefte fcarpe fono cofì morbide da fembrare delle pantofole. Provale!», e il bambino tese all’angelo quelle calzature lucide lucide.

Non c’era che dire. Le scarpe, morbidissime, calzavano a pennello e non stonavano per nulla con la tuta mimetica bianca e argento dell’angelo. Anzi, davano un tocco chic e sbarazzino alla tenuta marziale dell’Angelo Ricognitore. L’Angelo Piero finì di allacciarsi le scarpe e infilò Topo Gigio nella tuta mimetica.

«Rodolfo, io ora devo proprio andare. Però, però… se qualche volta tornassi a trovarti? Mi farebbe piacere. Questa sera mi hai fatto conoscere un po’ di cose nuove che siete riusciti a fare sulla terra – la polvere magica per l’acqua, le bambole parlanti, mi hai dato un nome…»

«…E ci siamo fatti compagnia!», lo interruppe Rodolfo.

Sì, proprio così. Si erano fatti compagnia. Così, mentre si abbracciavano per salutarsi, l’Angelo Ricognitore 72 promise a Rodolfo che, di tanto in tanto, quando sarebbe stato in libera uscita, sarebbe andato a trovare il bambino per fare quattro chiacchiere, mangiare un panino alla provola e al prosciutto cotto e bere un bicchiere di Frizzina.

«Carlo, è sparito il pupazzo di Topo Gigio parlante di Rodolfo! Eppure giurerei che ieri sera era sul suo comodino! Rodolfo sostiene che l’ha regalato all’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino!», la signora Adele aveva la voce spezzata, «Sono preoccupata per quello che dice il bambino. Non avrà dei problemi?»

Il papà di Rodolfo sollevò gli occhi dalla tazzina di caffè.

«Andiamo, Adele! Sempre a esagerare, tu! Mica vorrai dare importanza alle fantasie di un bambino? A scuola avranno letto una fiaba che parlava di angeli. E lui ci avrà ricamato su. E vedrai anche che Topo Gigio si ritroverà. Tuo figlio, che è sempre sulle nuvole, l’avrà sistemato da qualche parte e ora non si ricorda dove lo ha messo. Salterà fuori. La casa non perde mai nulla, come si dice.»

La signora Adele non sembrava del tutto convinta, ma si trattenne. Non aveva certo intenzione di iniziare una discussione con il marito alla mattina della vigilia di Natale.

«A proposito, Adele, stasera vorrei mettere le mie scarpe inglesi. Ma non le trovo. Non è che le hai messe via tu senza dirmelo?», il papà di Rodolfo si versò dell’altro caffè e la signora Adele, che non aspettava altro, partì all’attacco.

«Ah, io le tue scarpe non le tocco. Ci mancherebbe! Certo che tu e tuo figlio siete proprio uguali! Sistemate le vostre cose e poi non vi ricordate dove le avete messe! E sì che tu non mi sembri tanto sulle nuvole! Vedrai che le tue scarpe salteranno fuori. La casa non perde mai nulla, o no? Altrimenti vorrà dire che se le è prese l’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino. Certo, Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi. Un’accoppiata perfetta per un Angelo Ricognitore!» e così dicendo, la signora Adele si alzò e andò in camera per scegliere l’abito che avrebbe indossato quella sera.

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Il Natale di Annarella

27 Dicembre 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #unasettimanamagica

Il Natale di Annarella

Questo brano è tratto dal romanzo "Un, due, tre, stella!" di Ida Verrei.

… La camera da pranzo si animava davvero e appariva allegra, gioiosa e luminosa durante le ricorrenze.

A Natale, in particolare, tutti si davano da fare: Federico addobbava il grande abete odoroso, Fioretta ed io gli porgevamo le palline di vetro colorato, attente e divertite, Lisa allestiva il Presepe sul ripiano di una credenza, sotto lo sguardo critico della nonna. La zia Agata sgombrava i mobili da pezze, gomitoli e riviste di cucito, per far spazio a vassoi pieni di prelibatezze, che iniziava a preparare settimane prima.

La casa si impregnava di odori stuzzicanti, misti al profumo d’incenso delle pigne che venivano abbrustolite e aperte sulla fiamma del fornello a carbone.

Tutte le tradizioni erano rispettate, così come esigeva la nonna.

Dall’otto dicembre fino al giorno della Vigilia, con precisione quotidiana, in casa arrivavano gli zampognari per la novena di Natale. Rubicondi contadini che venivano dalle montagne dell’Avellinese: portavano giacche puzzolenti di pelliccia di pecora, stivali con stringhe di cuoio allacciate sulle calze pesanti di lana colorata, cappellacci di feltro, unti e sfilacciati. Gonfiavano le guance arrossate dal freddo soffiando nelle loro zampogne le note di Tu scendi dalle stelle.

Li osservavo incantata, erano identici ai pastori del presepe.

Al termine, la zia offriva loro un bicchiere di vino e una mancia generosa. Se ne andavano ringraziando in un dialetto incomprensibile, lasciando una scia di odore selvatico e l’eco di quella melodia, un po’ gracchiante, ma carica di emozioni e suggestioni.

L’atmosfera natalizia raggiungeva il culmine la sera della Vigilia: il grande tavolo quadrato veniva allungato con le assi di legno grezzo riposte di solito nel mezzanino, la zia Agata vi stendeva sopra la tovaglia buona, quella tutta ricamata. Piatti e bicchieri presi dalle credenze erano quelli delle feste, porcellana e cristallo, le posate, d’argento. Ogni cosa doveva essere ‹‹perfetta e luccicante››, diceva la nonna, ‹‹anche se siamo tutti di famiglia››.

E la famiglia si riuniva al completo in quelle occasioni.

Alle sette di sera arrivava Francesco, poi la zia Nuccia e lo zio Arturo col cugino Pietro.

Si respirava allegria in quella stanza calda e accogliente, tutti apparivano sereni e rilassati. Mio padre e lo zio Arturo facevano a gara nel raccontare barzellette, dire spiritosaggini, prendere in giro scherzosamente tutti i commensali, declamare poesie composte per l’occasione. E la nonna rideva, rideva felice con tutto il corpo, il doppio mento le ballava sul collo, il petto enorme sobbalzava ad ogni scroscio di risa, le lenti degli occhiali le si appannavano e lei le toglieva ogni tanto per ripulirle, con un gesto che le era abituale anche quando era molto arrabbiata.

Pure la zia Agata era contenta e soddisfatta, il suo bel viso diventava addirittura luminoso, tutti le facevano complimenti per le pietanze succulente che arrivavano in tavola. Persino lo zio Gennarino, che di solito mangiava in silenzio con la testa china sul piatto, elogiava l’abilità della moglie e, sostenuto da qualche bicchiere di buon vino, mostrava di divertirsi agli scherzi e alle lepidezze dei cognati, che spesso lo prendevano di mira.

Al termine della cena, iniziava la distribuzione dei doni, momento che Fioretta ed io attendevamo, cercando di resistere al sonno e sollecitando gli adulti con richieste insistenti.

Mio padre era addetto a questo compito: raccoglieva pacchetti e scatoloni posti sotto l’albero e, con la solita capacità creativa, improvvisava canzoni e filastrocche per ognuno dei presenti.

E la stanza si riempiva di carte colorate e di esclamazioni di gioia e meraviglia, fino a quando arrivava il momento degli auguri finali e, per noi bambine, di salutare e andare a dormire, mentre gli adulti restavano a giocare a carte a Sette e mezzo, o a tombola…

I.V.

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Esegesi del pensiero recondito della Madonna

26 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #unasettimanamagica

Esegesi del pensiero recondito della Madonna

Che dire che non sia stato detto? Sì, qualcosa c'è, il mio punto di vista. Di donna e di Madonna, che non avevo chiesto di essere.

Ero piccola quando mi hanno dato in sposa ad un uomo più vecchio di me che faceva il falegname, allora si andava a nozze appena giovinette e senza che potessimo dire nulla, come spesso succede ancora. Hanno tanto scritto sulla vita di mio figlio ma poco sulla mia e di quel povero marito mio. Mi hanno usato, cosa che si fa ancora ai vostri giorni, per mettere al mondo un bambinello a cui hanno affibbiato un compito sovrumano. E per giustificare hanno detto che era figlio di Dio, ma quale? Tanti dei aveva questo mondo nell'antichità, tanti quanti ce ne sono ancora oggi. Ma nessuno che sia un Dio d'amore. Oh quanto mi costa dire queste parole, ma non posso farne a meno. Come posso parlare di un Dio d'amore se ancora oggi le donne vengono trattate come ai miei tempi? Usate, abusate, sacrificate, schiave e infine anche uccise. Senza distinzione d'età, di cultura, di classe, di bellezza. Basta essere donne per essere inferiori. A un certo punto ho pensato che le cose potessero cambiare in meglio, mi sono illusa come tutte le donne che hanno lottato per distinguersi dai maschi. D'altronde contiamo così poco che anche nei Vangeli le parole a me dedicate sono poche. Si parla di me per gli sguardi e i silenzi. In una delle traduzioni del Vangelo, quando Gesù dice dalla croce a cui è inchiodato, rivolto a Giovanni: "Questa è tua madre", l'evangelista di turno (non mi chiedete chi è, non lo ricordo) dice: "Giovanni la prese tra le sue cose". Tra le sue cose, manco fossi una sedia o una tovaglia! In fin dei conti, a sentir loro, sarei la madre di Gesù, un minimo di rispetto in più non sarebbe stato male. Qualcuno poi si deve essere reso conto che la frase era un po' pesante e ha tentato di porre rimedio sostituendo "le sue cose" con "nella propria casa". Cambia il senso ma non la sostanza. Povere donne, di allora e di adesso.
Tra poco è Natale e festeggerete, ipocritamente, la nascita di mio Figlio, non ho nulla da aggiungere a quanto vi ha già detto Lui. Ma, ripensandoci, sono più di duemila anni che lo faccio, se dovevo mettere al mondo il Figlio di Dio non si poteva fare in modo di avere un po' più di riguardo? Forse se lo avessi fatto nascere in condizioni più umane sarebbe servito da esempio per il futuro. Con un buon esempio forse anche le donne che sono nate e hanno partorito dopo di me sarebbero state più fortunate e rispettate. Ma ero e siete donne, quindi non potete sperare nulla di più. Se tutti quelli che mi invocano a ogni piè sospinto fossero più seri forse avremmo un mondo migliore, ma tanto c'è chi ha detto che la felicità non è di questo mondo e allora vi sentite autorizzati a fare di tutto e di peggio.

Perché ogni tanto sentite il bisogno di farmi apparire nei posti più impensabili e assurdi? Se davvero credete che sia la Madre del Figlio di Dio, e per estensione, vostra Madre, che bisogno avete avete di pregarmi e adorarmi in pubblico? Di portarmi fiori e corone per ricordarmi sempre che sono morta? E perché mettere a repentaglio la vita a un povero vigile del fuoco per mettere una corona di fiori così in alto? Non basta che rischi la vita tutti i giorni? Se volete pregarmi, fatelo nelle vostre case portando rispetto alle vostre donne, siano esse madri, figlie, nipoti. Portate rispetto alle donne tutte, in esse vive la mia essenza. Capisco che per gli italiani, in questo momento, è difficile pensare che in molte donne ci sia il mio spirito, ma non posso mettermi a fare l'appello dei buoni e dei cattivi su questo blog. A proposito di Internet. Ma vi pare giusto che su Google, se digitate Madonna, appare per prima quella cantantucola scosciata che si è appropriata anche del mio nome? Vabbè il mondo è cambiato, me ne sono accorta, e spesso non in meglio.
Io non posso dirvi altro che vi amo come se foste figli partoriti da me, ma voi amatemi nelle figure di donna che vi accompagnano ogni giorno della vostra vita.

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