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Il Cristo Velato

28 Aprile 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere, #marcello de santis

Il Cristo Velato

IL CRISTO VELATO

prima parte
di
marcello de santis



Il principe di Sansevero, uomo per eccellenza del settecento, ha lasciato in eredità al mondo dell'arte una delle più belle opere del secolo, quella Cappella, impregnata di atmosfera d'incanto, che porta il suo nome e che contiene quanto di più interessante un ambiente artistico possa offrire all'occhio curioso del visitatore; sculture, statue e sarcofagi, ritratti e sepolcri di famiglia. E tra tutte le opere d'arte presenti spicca per la sua immensa leggerezza il Cristo velato.
Ma andiamo con ordine.
Tutto ciò che circonda la figura misteriosa del Principe, ha dell'incredibile. Discendeva dai duchi di Borgogna, e il nome de Sangro sta a indicare "di sangue reale" (de sang real).
Raimondo de Sangro, Principe di Sansevero nato a Torremaggiore in provincia di Foggia nel 1710 morto a Napoli nel 1771. Fu inventore e scienziato, nonché un esimio rappresentante dell'Accademia della Crusca; a quarant'anni, già uomo coltissimo, entra a far parte della Massoneria napoletana, e in breve diventa Gran Maestro della Loggia dei Rosacroce. Pensate: il conte di Cagliostro, quando ebbe modo di venire nella capitale partenopea, frequentò gli ambienti della Massoneria, e ivi conobbe, presumibilmente, il Principe Raimondo. E quando venne posto sotto processo a Roma dal Tribunale dell'Inquisizione, confessò sotto tortura che le sue conoscenze alchemiche gli furono insegnate a Napoli da un principe molto ferrato in chimica. E chi poteva essere costui, se non il Principe di Sansevero?
La sua figura ancora oggi desta rispetto; ma soprattutto timore, al ricordo dei suoi poteri paranormali. Era chiamato anche principe alchimista per le sue ricerche nel campo e le sue molteplici attività segrete. Lo consideravano stregone e adoratore di Satana. La gente ne aveva paura. Stregone a tal punto che fece sparire anche il suo corpo dopo morto; meravigliosa la lapide sul suo sarcofago: vuoto, ché il cadavere non c'è.
Chi vuole vedere e rendersi conto di persona del tetro fascino che ci tramanda questo personaggio non deve far altro che recarsi a Napoli e visitare la Cappella in questione. Che, va detto, era nata come sepolcreto di famiglia dei duchi di Sangro. Si trova a due passi da piazza San Domenico Maggiore dove c'è l'omonima chiesa che risale alla fine del duecento, tra Montecalvario e San Gregorio Armeno, la strada dei presepi, nel cuore del centro storico di Napoli.
Aneddoti intorno a questo monumento, e più intorno al Principe, si sprecano.
Il primo che vogliamo riportare riguarda proprio la nascita della Cappella.
Eccolo dunque: si vuole che verso la fine del millecinquecento, passò da quelle parti, prigioniero in manette, un uomo; che pare fosse innocente. Guardie lo scortavano, lo portavano in carcere. Proprio nel momento in cui transitavano davanti alla costruzione in fieri, un muro di cinta, che circondava la chiesetta, crollò con gran fragore; tra le macerie spuntò un quadro di una deposizione.
La cosa fu riportata al duca Giovanni Francesco di Torremaggiore che aveva commissionato la costruzione; questi abitava il palazzo che si trovava poco lontano (oggi è al civico 9 della piazza); per rispettare un voto che aveva fatto durante una sua grave malattia, ordinò che là dove era crollata la muratura fosse eretta una Cappella dedicata alla vergine Maria. L'ordine fu eseguito, e nacque là un piccolo edificio chiamato Santa Maria della Pietà, o Pietatella. Era l'anno 1590.
Una ventina d'anni dopo pensò a darle una sistemata un figlio di Giovanni Francesco, Alessandro; sino a che, passato da allora poco più di un secolo, la cappella - che all'origine era collegata al palazzo da un passaggio soprelevato, oggi non più esistente perché crollato nei primi del novecento, fu ampliata e prese il nome dall'attuale Principe Raimondo di Sangro, il Principe dei misteri, sconvolgente e affascinante all'un tempo; che oltre ad ampliarla la abbellì poco alla volta e fino a portarla allo splendore in cui la vediamo oggi.
Misteri intorno alla cappella sono infiniti, tutto là dentro ha un'aria di segreto, di arcano. Uno dei più curiosi misteri è quello del pavimento.
Come ci narra Isabella Dalla Vecchia, è un labirinto originato da una sola linea continua spezzata, che dà l'impressione di un fondo a sbalzo; l'idea del disegno è opera del principe in persona, che ideò questa alternanza di croci uncinate (svastiche) e di quadrati concentrici, perfetti; tutti visti in prospettiva.
Un'opera piena di simbolismo: il chiamato, l'iniziato deve percorrere il labirinto per giungere alla verità. Oggi della pavimentazione è rimasta solo una parte, ché il pavimento originale è stato danneggiato dal crollo avvenuto verso la fine dell'ottocento. Ma da quel poco che possiamo ammirare esso rimanda al personaggio del principe (massone e rosacroce): un labirinto come percorso iniziatico da seguire per poter uscire a riveder le stelle per prendere in prestito le parole di Dante, per giungere cioè alla verità.
Non è solo nella Cappella dei Sansevero che esiste un pavimento con il labirinto; il disegno ha un valore antico quanto il mondo; leggo su Un altro giro di giostra, Tiziano Terzani, Longanesi: ... i primi labirinti risalgono a più di 4500 anni fa; ... un labirinto del 2500 avanti Cristo, scolpito nella roccia si trova in Sardegna... uno dei primi labirinti su muro è a... Lucca, sulla facciata della cattedrale.
Serviva, dice Terzani, ai fedeli, che prima di entrare, ci passavano un dito sopra facendolo scorrere sul percorso necessario per arrivare al centro; e purificarsi così prima di entrare nella casa di Dio.
Racconta ancora Terzani che dopo le Crociate, arrivare a Gerusalemme in pellegrinaggio era un'impresa pressoché impossibile, per atti di pirateria e aggressioni, spesso con morti, cui si poteva incappare sulle strade. Per cui i fedeli avevano come meta ultima nuove cattedrali in sostituzione di Gerusalemme; e scrive: ... percorrere il labirinto intarsiato nel pavimento di queste cattedrali era per il fedele la conclusione del cammino simbolico che non aveva potuto compiere realmente.
E aggiunge a conclusione del breve scritto sui labirinti, che il più noto e il più bello di essi si trova nella cattedrale di Chartres, in Francia, (la cui costruzione iniziò nel 1194 e terminò nel 1220.)
Torniamo al Cristo velato, una delle più significative opere che troviamo nella chiesa, e situata al centro della cappella.
Opera di Giuseppe Sammartino artista napoletano che attraversò tutto il secolo XVII; visse infatti i suoi 73 anni dal 1720 al 1793.
Il Principe Raimondo commissionò al giovanissimo scultore - all'epoca quegli aveva appena compiuto 35 anni - un Cristo morto coperto da un sudario.
E un sudario copre in effetti il marmo che rappresenta il Cristo, giacente su un letto con la testa reclinata su due cuscini; ma agli occhi del visitatore tutto pare fuorché marmo, sembra un tessuto finissimo, un velo vero e reale.
Sembra quasi che a coprire il corpo non sia un velo di marmo, ma un peplo di seta o altro tessuto leggero e trasparente.
Forse neppure il principe si aspettava un'opera così perfetta.
O forse sì; narra infatti una leggenda che sia stato proprio lui a insegnare all'artista il modo di coprire il corpo con un velo vero, e quindi a calcificare lo stesso in tenui cristalli di marmo grazie alla sua scienza alchemica.
Sia come sia, l'effetto di realtà è straordinario; il Cristo pare dormire, e sembra quasi vederlo respirare sotto la leggerezza del drappo trasparente, tanto che il visitatore si aspetta da un momento all'altro il suo risveglio.
Ma non è l'unica cosa strabiliante che troviamo nel complesso.
La Cappella è tutto un arcano; mistero c'è nelle varie statue, sono 18, che si seguono a destra e a sinistra entrando nella chiesa; una sola di esse è al centro ed è il Cristo velato.
Hanno tutte un nome queste statue, e tutte indicano qualcosa che pare avere a che fare con l'alchimia, la scienza del principe Raimondo: la forza, l'amore, la volontà, l'istruzione, e così via. E sono tante, le statue.
E' opportuno ricordare che il Principe Raimondo, settimo dei principi di Sansevero, era un uomo di eccezionale cultura, e studioso di scienze esoteriche. E può a buona ragione definirsi uomo dal multiforme ingegno, data la sua poliedrica personalità. Si dice che molte di queste sue conoscenze e anche di alcune sue "magie" le avesse applicate alle sculture presenti.
Perché è impensabile - quasi impossibile - che gli artisti che le hanno prodotte, per bravi che fossero, abbiano eseguito delle cose così stupefacenti che fanno necessariamente pensare a interventi di forze sconosciute; ed è forse proprio quello che voleva il principe.

C'è ancora una leggenda: quella che vuole che il velo che copre il corpo deposto sul letto di morte, all'origine sia stato un peplo vero; e che sia stato posto a coprire il corpo di marmo della statua, opera; e che solo un magico intervento di Raimondo abbia trasformato lo stesso peplo da seta pura in marmo; e che solo lui sapesse, all'occorrenza o a un suo intimo desiderio, ritrasformare il marmo in seta.


Ma è il momento di parlare - oltre che alla delicatezza del velo del Cristo - di almeno altre due statue a dir poco strabilianti per la sua realizzazione: il Disinganno e la Pudicizia.
Ne parleremo nella seconda parte del saggio.

fine prima parte

marcello de santis

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La paura ha ali da pipistrello

27 Aprile 2015 , Scritto da Duille Leaf Con tag #duille leaf, #psicologia

La paura ha ali da pipistrello

Ciao Argonauti! Eccoci pronti per un nuovo viaggio nei meandri dell’ansia sociale. Vi voglio avvertire però: quella di oggi sarà un’esplorazione che a molti di voi potrà sembrare stranamente familiare. Non preoccupatevi se sentirete odore di casa tra le righe del mio discorso, vorrà solo dire che siete umani, non che state imboccando il crinale che vi farà entrare nell’Ansia sociale fan club! Coloro però che sono di animo sensibile e preferiscono aspettarci all’autogrill vicino al bosco in cui stiamo per entrare, facciano pure e ordinino cornetti e cappucci per tutti. Saremo affamati quando torneremo! Ma ora, bando alle ciance ed iniziamo!

Se chiedete ad un ansioso sociale qual è l’emozione che prova più spesso, vi dirà che è l’ansia. Non a caso è parte integrante dell’etichetta che fodera le nostre maglie e ci rende comprensibili. Ma “ansia” è una di quelle classiche parole che non significano niente. E’ una porta chiusa dai contorni sbiaditi e dalla vernice scrostata a furia di passarci sopra le mani. Di solito ci limitiamo a gironzolare intorno a quell'uscio di legno convincendoci che quella targhetta racconti esattamente ciò che sentiamo. Ma se scaviamo più a fondo, noi ansiosi sappiamo benissimo che non è "ansia" la parola che vorremmo dire davvero. E’ solo quella più semplice da pronunciare, quella più vaga e forse più accettabile dalle orecchie che ne sentiranno il suono. Ma la vera parola, quella che sentiamo urlare rabbiosa come un piccolo Hulk dentro il nostro vestito da Bruce Bannister, è PAURA. Sì, proprio lei. Una parola tabù come i peggiori improperi e le più oscene bestemmie. Paura. Un termine che produce più vergogna che essere beccati a conoscere per filo e per segno tutte le vicissitudini amorose dei personaggi di Jersey Shore e dei suoi variopinti spin-off. Una sequenza di lettere alquanto bizzarra poi, se ci si pensa bene. Quasi un ossimoro, oserei dire. Un paradosso incredibile quelle lettere panciute e rotonde, scivolose e morbide se comparate ai pugni nello stomaco che riesce a sganciare con precisione da ninja, lasciandoci con il fiato corto e piegandoci in due come un panino cotto e maionese. La paura, oltre ad avere un posto d’onore negli scaffali vietati ai minori della nostra psiche (i ripiani alti per intenderci) detiene anche il monopolio della nostra mente come lo Stato spadroneggia sui tabagisti più incalliti. E’ innominabile come Voldemort ma costante come un porro sul naso particolarmente affezionato. Io me la immagino come un pipistrello nero che ci accompagna in ogni momento della giornata: ci tiene compagnia durante le notti insonni, ci porge il caffè fumante non appena apriamo gli occhi, ci accompagna mentre cerchiamo di incastrare un minuscolo biscottino nello stomaco improvvisamente della dimensione di una noce pecan e si aggrappa felice alle nostre tasche da canguro sottoculari mentre cerchiamo di scolpirci un'immagine che ci permetta di non essere scambiati per sopravvissuti ad un attentato. Il pipistrello non ha una voce propria, ma questo non significa che sia meno efficace nel suo intento: ci lancia ultrasuoni che interferiscono con i battiti cardiaci, accelerandoli e mandando troppo ossigeno al cervello, iperventilandoci, insomma. E mentre stride inudibile, svolazza allegramente sopra la nostra testa oscurando il sole e marchiando tutto ciò che vediamo con una curiosa ombra a forma di batsegnale, che non fa altro che allarmarci di più perché tutti sanno cos’è un batsegnale, anche chi non si considera un nerd. E’ una richiesta di aiuto, il segno di un pericolo imminente che solo un supereroe potrà sventare. Ma per noi che viviamo nella vita reale, non esiste alcun eroe della Marvel che ci possa aiutare, sappiamo già che non si presenterà nessuno, neanche il più spelacchiato cosplayer con abito comprato al mercato delle pulci. Siamo solo noi in questa trincea chiamata vita. Niente superpoteri contro lo tsunami di realtà che ci circonda, siamo equipaggiati con il peggior impermeabile giallo mangiato dalle tarme ed un ombrellino comprato per strada che si ribalterà al primo tocco di vento. E anche se non fosse così, anche se fossimo alla guida di un transatlantico e avessimo in una mano una ciambella salvavita e nell'altra un diploma di bagnino, il piccolo pipistrello ci svolazzerebbe intorno come un uccello del malaugurio, come uno di quegli avvoltoi che stanno nei paraggi quando la bestia di turno sta per tirare le cuoia, dandoci la sinistra impressione di non avere esattamente la fortuna dalla nostra. Ed è esattamente questo lo scopo del pipistrello: creare il dubbio, mostrarci uno scenario diverso dalla realtà, depotenziarci, renderci deboli come Superman dopo essersi strofinato una roccia di kriptonite per tutto il corpo. E proprio come la kriptonite, il passo successivo sarà l’attacco del villain di turno, che nel nostro caso è il Rimuginio, che ci farà sentire piccoli, insignificanti e con un leggero alito agliato. Il pipistrello è un mago dell’illusionismo, un genio dell’arredamento con una particolare predilezione per il gotico, che non aspetta altro che giocare con le luci per gettare ombre sinistre su tutto ciò che ci circonda, creando ambientazioni alla Edgar Allan Poe, smorzando i colori e slavandoli come dopo un giro di lavatrice particolarmente disastroso.

La paura ci mostra tutto in una tonalità meno brillante e più sinistra, dai colori scuri illuminati solo dalla luce della luna; trasforma proposte allettanti in prove di abilità, incontri romantici in valutazioni del nostro fascino e feste con gli amici in campi di battaglia con tanto di zombie e sangue finto ad arredare le pareti. Agisce trasfigurando il mondo, aggiustando i battiti del cuore come degli ingranaggi di un orologio ottocentesco, calibrando i filtri dei nostri occhi scegliendo un antiquato color seppia, fino a trasformare una normale giornata in università in un percorso ad ostacoli tra le tombe della Transilvania in una notte di luna nuova, muniti solo di una matita spuntata. La paura crea ambienti spettrali, proietta ombre e definisce il mood della giornata, seguendo le sue più esaltate tendenze dark. E nel fare ciò riesce ad accomunare ansiosi sociali e non. Perché diciamocelo, la paura non è proprietà esclusiva dell’ansia sociale. Semplicemente, l’ansia ha pensato di dotarsene in grandi quantità, di ingrassare il suo pipistrello fino a renderlo capace di trasportare comodamente una coppia di nutrie con figli e bagagli. Ma in realtà siamo tutti circondati da pipistrelli neri che si salutano reciprocamente dalle nostre spalle e che, di tanto in tanto, spiccano il volo per creare quegli ambienti tetri e lugubri alla famiglia Addams, trasformando edifici in grandi lapidi nere, facendo spuntare un canino vampiro all'angolo della bocca della persona con cui stiamo parlando, allungando il fischio di una teiera fino a diventare l'ululato di un lupo nella notte. Ciò che ci distingue l'uno dall'altro non è la presenza o meno della paura, ma dove il pipistrello proietterà la sua ombra. Per alcuni potrebbe essere una proposta di matrimonio che trasforma il più bel principe azzurro in un rospo butterato che si è rigirato per giorni nella vaselina, per altri potrebbe essere fermarsi in un posto per più di qualche mese, per altri ancora potrebbe essere l'esame di maturità, visto come il tentativo legalizzato di mettere alla gogna dei poveri giovani ad un passo dalla libertà. Per me è tutto ciò che riguarda la socializzazione. Se vivessi in un bosco deserto sarei capace di lasciare il mio pipistrello sul primo ramo di passaggio, con un pacchetto di topini morti e un foglio di raccomandazione per il suo futuro impiego. Ma l'eremitaggio costa e io sono tutt'altro che ricca, quindi mi tocca continuare a tenere il pipistrello a tempo indeterminato, lasciando che giochi con le luci e le ombre così da creare scenari gotici anche in un negozio dell'IKEA. Però ho imparato una cosa in questi anni di convivenza con il pipistrello: la sua ombra ha un confine. Esiste un punto oltre il quale non può più intervenire. La paura funziona a corto raggio, a breve termine. Sui compiti imminenti e più prossimi riesce a dare il meglio di sé, a proporre ambientazioni alla Tim Burton, catapultandoci direttamente in una scena del Sesto senso o in una delle stanze della Casa infestata dal demonio. Ma se guardiamo un po’ più in là, oltre la punta delle nostre dita, potremo vedere un mondo molto più luminoso di quello in cui ci muoviamo, fatto di strade trafficate, tramonti accecanti e persone con le braccia aperte. Un mondo di possibilità eccitanti, di colori sgargianti e di sorrisi assolati, ben lontano dalla lugubre e pericolosa terra di Mordor in cui sembriamo intrappolati. Quello che dobbiamo fare è continuare a guardare oltre la punta delle dita, puntare gli occhi su quel faro dai colori vivi che brilla di libertà, che vibra di energia, che fa prudere la pianta dei piedi e che stuzzica le gambe invitandole a correre libere. Insomma, dobbiamo inscenare con noi stessi la celebre scena del Re Leone ("Guarda Simba, tutto ciò che è illuminato dal sole è il nostro Regno"). Se teniamo gli occhi fissi su quella Terra promessa e ci rigiriamo in bocca le parole di Mufasa, continueremo ad avanzare ignorando il pipistrello e ci ricorderemo che quello che passa sotto le sue ali non è la realtà, ma solo una distorsione della vista, è uno specchio deformante che ci spinge a desistere. E ricordarci che siamo già immersi in quella Terra magica ci potrà aiutare a cercare qua e là punti non oscurati dalle ali del pipistrello: un angolino di marciapiede illuminato dal sole, una ciocca di capelli ricci che ci prende bonariamente in giro dalla testa di uno sconosciuto, un cane che ci fissa altezzoso da sotto la sua barba. E’ tutta una questione di prospettive, tutta una questione di sguardi. E di mani tese in avanti.

Duille

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Antonio Moscatello, "Il lupo"

26 Aprile 2015 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #recensioni

Antonio Moscatello, "Il lupo"

Il lupo

di Antonio Moscatello

La prima cosa che noti, leggendo Il lupo, è che scorre come un ruscello, una pagina tira l’altra, vai avanti, e scorre sempre più forte. Non lasci il libro sul comodino perché vuoi continuare, e mentre rosicchi qualche minuto qui e là alla tua giornata, la lettura avanza. Non te ne accorgi, ma passo dopo passo, capitolo dopo capitolo, questo ruscello cresce, diventa un torrente, poi un fiume in piena. Comunque l’acqua scende veloce, e se prima è cristallina, arrivando al fiume diventa torbida. Tutto si calma nella conclusione, il fiume finisce in un lago, non nel mare, perché non è immensa la fine, piuttosto sembra una tavola calma, con residui borbottii, un po’ tremante, grande, ma non immensa, come se l’autore volesse riconciliarsi con il mondo dopo aver esplorato gli orrori dell’animo umano. Sta di fatto che arrivi alla fine che neanche te ne accorgi, e tutte le vicende che hai vissuto in queste circa duecento pagine, sono presenti, non le dimentichi. Già, perché a differenza di altri racconti dello stesso genere che richiedono massima attenzione per i dettagli, qui gli stessi dettagli vengono dosati gradatamente, uno alla volta e non passano inosservati.

Mi ha colpito la gradualità con cui cresce il corso d’acqua, senza nessun intoppo, senza obbligarti a tornare alle pagine precedenti per rileggere quel particolare che andando avanti hai dimenticato, è così ben architettata che il ritmo rasenta la perfezione. Ogni tanto, sì, appare qualche guizzo che intende aggiungere altra vita nel flusso, e come un salmone che salta nell’acqua si presenta al lettore che sorride, senza però distrarsi.

Il protagonista, Marco, è un giornalista affermato sulla quarantina. Facendo un servizio su un orrendo infanticidio, Marco si deve confrontare con una sua orrenda verità nascosta. Non si sa di cosa si tratta, ma con l’aiuto di Leda, una giovane e bella giornalista, Marco comincia a scavare nel suo intimo, per capire da dove viene quel grumo, quel mostro che lo attanaglia bloccandolo e torturandolo. Comincia così un viaggio nell’orrore, un’indagine apparentemente innocua che porta i due giornalisti a scoprire un mondo infame e spietato.

L’equilibrio e la leggerezza della narrazione consentono di catturare l’attenzione del lettore senza stancarlo, e il narratore affronta con rara maestria l’esplorazione nell’avidità dell’animo umano. I fatti che vengono narrati riguardano direttamente i due protagonisti, tra i quali nasce inevitabilmente un forte legame.

Con descrizioni molto sintetiche e dialoghi perlopiù vivaci, questo libro si presenta come un giallo. Certo, gli elementi ci sono tutti, dall’omicidio irrisolto alle trame della malavita, ma non sono questi il fulcro della storia. La parte più importante, infatti, è la capacità di scavare nella memoria, fino a poter rivedere fatti successi nella prima infanzia. Il trauma vissuto da Marco bambino è la guida dei due improvvisati investigatori che, tra una scoperta e quella successiva, ricostruiscono un complesso rompicapo che consentirà a Marco di saldare un debito con la sua memoria. Il bello di questo giallo (o thriller, non importa come lo si cataloghi) risiede proprio nel fatto che non è un giallo. I personaggi non sono solo utili allo svolgimento della trama, ma sono oggetto e causa dell’indagine, e appaiono al lettore con i loro dubbi e le loro debolezze, le loro reazioni sono influenzate dai fatti che succedono nel momento della narrazione, e sono fatti credibili. Insomma, Il lupo è un gran bel libro.

Claudio Fiorentini

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IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA

25 Aprile 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA

Flaviano Testa con il suo obiettivo sceglie come racchiudere i paesaggi, i paesi che incontra in un quadrato o in un rettangolo a colori o in bianco e nero, ma sa sempre cosa vuole raccontarci e ferma “l'attimo” in cui percepisce un'emozione e ce la descrive con le immagini che ci invia. Oggi siamo in alto Molise. Capracotta è una piccola città, in provincia di Isernia, posta lungo uno sperone di roccia con vista sui crinali della Maiella. Come tanti paesi del Molise non raggiunge i mille abitanti, ma la sua particolare caratteristica è che sorge a 1421 metri sul livello del mare e questo ne fa il secondo comune più altro dell'Appennino. Poco lontano dal centro abitato si erge Monte Campo che raggiunge i 1746 m, siamo in montagna dunque e lungo la strada che congiunge il paese con Pescopennataro si può godere della refrigerante ombra del “Giardino della Flora Appenninica”. Costituito nel 1963, si tratta di un orto botanico naturale, tra i più alti d'Italia, che si estende per oltre dieci ettari, in cui vengono conservate, tutelate, protette le specie vegetali della flora autoctona dell’Appennino centro-meridionale, e si allunga per valli, boschi e praterie, fino a sfiorare una foresta di abete bianco che copre le pendici di Monte Campo. Grazie alle diverse caratteristiche del terreno, ospita numerosi habitat naturali, dal palustre al rupicolo, dalla faggeta all'arbusteto e vi si possono ammirare specie di piante rarissime o in via di estinzione. Tra le specie spontanee di maggior pregio, oltre ai faggi e all'abete, si annoverano il giglio rosso, l'orchidea palmata, lo spillone della Maiella e la stella alpina degli appennini. Sono certamente luoghi che, nel rispetto dell'ambiente, consentono di vivere in mezzo alla natura in un'atmosfera di pace più unica che rara. Durante lo scorso mese Capracotta è balzata agli onori della cronaca e su tutti i telegiornali del mondo è apparso un video in cui si vedeva il paese letteralmente sommerso dalla neve. In un giorno solo, tra il 7 e l'8 marzo, erano caduti 256 centimetri di neve, battendo così un record mondiale che la piccola città molisana avrebbe strappato a due località degli Stati Uniti. Data la posizione, l'altitudine e l'esposizione ai venti del nord, non è raro che nel paese arrivino pesanti precipitazioni durante l'inverno, tant'è che nel gennaio del 1997 Capracotta ha avuto l'onore di ospitare i Campionati nazionali di sci di fondo. E chi non è giovanissimo ricorderà come l'amena località del Molise fu portata alla ribalta dall'Albertone nazionale già nel film Conte Max con Vittorio De Sica, dove la definiva "piccola Cortina degli Abruzzi". Le emergenze dovute alla neve non sono cosa di oggi insomma, è raccontato nella storia del dopoguerra che il dottor Gennarino Carnevale, sindaco del paese, martoriato dal recente conflitto, nel 1949 scrisse una lettera al sindaco della città Jersey City in New Jersey, significando le necessità che lo affliggevano:

"Il nostro paese, situato nell'Italia centrale a 1421 mt. sul livello del mare e fiancheggiato da monti ancora più alti, ogni anno, per ben sei mesi, giace sotto le abbondanti nevicate, e spesso restiamo completamente isolati dal mondo intero. - E la bufera è così violenta, il più delle volte, che spesso, ad un malato grave è vietata l'assistenza medica e, alle volte, il conforto spirituale del nostro buon Parroco ... Noi, in questo paese, abbiamo quindi urgente bisogno d'uno spazzaneve, magari vecchio, non importa, purché ci liberi la via che conduce fuori di Capracotta. (. ...) La buona gente di Jersey City vorrebbe adottare il Comune di Capracotta? - Vorrebbe ascoltare la nostra preghiera e far sì che potessimo avere uno spazzaneve?

Gli emigrati di origine molisana e non solo, in una gara di solidarietà, si interessarono di raccogliere fondi che consentirono l'acquisto e la spedizione del mezzo richiesto.

La città di Capracotta ha origine antichissime, in località Guastre sono stati rivenuti reperti dell'età del Ferro e in località Morrone sono stati ritrovati strumenti di caccia dell'uomo di Neanderthal. Nei pressi dell'abitato, si ergono mura poligonali, appartenenti a una fortificazione sannitica. Nel suo agro, in località Fonte del Romito, fu rinvenuta la famosa tavola bronzea recante un'iscrizione in lingua osca, nota come “Tavola di Agnone” e oggi conservata al British Museum di Londra. In centro al paese è sicuramente da visitare la chiesa settecentesca di Santa Maria Assunta che all'interno conserva una statua attribuita allo scultore napoletano Colombo, oltre a pregevoli marmorei barocchi. La più grande attrattiva di Capracotta resta comunque il suo splendido territorio che permette escursioni in boschi stupendi durante l'estate e consente di dedicarsi a sport invernali quando Prato Gentile si copre di neve, usufruendo di efficienti impianti funicolari, luoghi di ristoro e piste da sci. L'appuntamento più tradizionale di Capracotta, che richiama in paese molti turisti, è la sagra della “pezzata” che si tiene ogni prima domenica di agosto nell'incantevole cornice naturale di Prato Gentile. È l'incontro di tante persone con la più antica tradizione del luogo che consente di gustare pezzi di agnello bollito e di capretto cotto alla brace, ritornando così alle originali ricette dei pastori che, costretti a stare lontano da casa per lunghi periodi, si cibavano del loro gregge. Una curiosità, leggendo “Addio alle armi “ di Hemingway sarà possibile sentir nominare un sacerdote, “l'esile cappellano “che arrossiva facilmente”, lo descrive sorridente e paziente in mezzo ai soldati che a volte lo tirano per la tonaca e lo mettono in imbarazzo con racconti piccanti. Il giovane pretino era don Placido Carnevali di Capracotta e invitava, nelle pagine dell'avvincente romanzo, Frederick Henry, il protagonista, a visitare la sua terra dove sarebbe stato accolto amabilmente dalla sua famiglia.

“Le piacerà la gente, e il clima benché freddo è sereno e asciutto… Mio padre è un gran cacciatore.”

Il tempo sembra non essere trascorso, fare visita a Capracotta è come sentirsi a casa, le persone sono gentili e ospitali e il paesaggio bellissimo proprio come raccontava don Carnevali. “Le notti sono fresche d’estate, e non c’è primavera più splendida in Italia. Ma ancor più meraviglioso è d’autunno andare a caccia nei boschi di castagni…”

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA - CAPRACOTTA
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CON NEW ORLEANS NEL CUORE: BOLOGNA CAPITALE DEL JAZZ

24 Aprile 2015 , Scritto da Alessandro Alberti Con tag #alessandro alberti, #luoghi da conoscere, #musica

CON NEW ORLEANS NEL CUORE: BOLOGNA CAPITALE DEL JAZZ

Molte tradizioni e molte scuole ha Bologna, in termini artistici e culturali. Tra queste possiamo trovare quella del Jazz. Una forma musicale caratterizzata soprattutto dall’improvvisazione. Altre sue peculiarità sono il ritmo swing, spesso sincopato, e la poliritmia, oltre che il suono malinconico delle blue note. Chiunque abiti all’ombra delle due torri, ma non solo, è attratto da questa musicalità. Numerosi sono i gruppi e gli artisti amatoriali. Come si può dedurre dai film di Pupi Avati, (jazzista a sua volta prima di diventare un famoso regista) in particolare Jazz Band che illustra magistralmente la propensione bolognese a questo genere di musica. Numerosi sono i locali, specie nella zona dell’Università, che ospitano per quasi tutta la settimana concerti jazzistici. In particolare c’è una strada che viene denominata dagli appassionati come strada del jazz. Una strada totalmente pedonalizzata, dove tutti i locali restano aperti fino a sera tardi, proponendo cocktail e menù dedicati al Jazz. Dove sul marciapiede sono incastonate stelle volte ad onorare il contributo artistico di Marilyn Monroe, Audrey Hepburn, Sophia Loren. La strada suddetta si trova in pieno centro, vicinissima a Piazza Maggiore. Tra via Caprarie e via degli Orefici. Al numero civico 3 a metà degli anni ’50, Alberto Alberti, che fu tra l’altro fondatore del Bologna Jazz Festival, inaugurò il suo Disco club, primo negozio di importazioni di dischi in Italia. Dall’ascolto dei dei dischi alla messa in pratica strumentale il passo fu breve. Lo stesso negozio divenne laboratorio e incontro tra musicisti anche molto famosi. Questo spiega il legame che la città tutt’ora conserva con questo genere musicale e anche con determinati strumenti musicali. Bologna ospitò dal 1958 al 1975 una delle più celebri manifestazioni Jazz d’Europa e la più importante d’Italia. Tra i numerosi partecipanti possiamo annoverare personaggi di caratura mondiale come Chet Baker, Johnny Griffin, Bill Evans, Ray Charles, Ella Fitzgerald, Miles Davis, Oscar Peterson, Keith Jarret e molti altri. In ricordo della grande attività musicale e culturale di Alberti è stata posta il 17 settembre 2011, proprio dove aveva sede il Disco Club, una targa in ricordo. Famoso in ambito jazz fu il compianto maestro Lucio Dalla, che prima di darsi alla musica d’autore fu un abilissimo suonatore di clarino e sassofono. Tanto da suscitare, come lo lo stesso regista Pupi Avati ammetterà anni dopo, la sua personale invidia. Lucio Dalla fu un musicista eclettico e capace di aggiornare senza fatica il suo repertorio, con una capacità di utilizzare gli strumenti in modo decisamente superiore agli altri ragazzi. Ebbe un discreto successo sin dai suoi primi esordi con il gruppo dei Flippers. Poi abbandonò anche se non totalmente i filone jazzistico per approdare prima al genere Beat e successivamente alla musica leggera. Dapprima come autore di musiche e arrangiamenti, per poi passare a scrivere anche i testi con l’album Come è profondo il mare che lo lancerà nell’Olimpo dei cantautori più apprezzati. Per restare in tema Jazz, in via degli Orefici dopo le stelle di Chet Baker e Miles Davis, che si trovano nell’adiacente via Caprarie, troviamo la stella dedicata a Lucio Dalla definita la stella del cuore dei bolognesi. La posa della stella dedicata a Ella Fitzgerald ebbe come testimonial di eccezione Renzo Arbore e il più grande clarinettista italiano Henghel Gualdi. Obiettivo è quello di porre ogni anno una stella per ogni artista che comunque ha arricchito la città con il suo talento, la sua fantasia, la sua musicalità. Altra strada che, per via dei locali, dell’ottimo cibo e dei concerti Jazz, è doveroso citare è via Mascarella. In questa strada infatti si possono trovare numerosi locali che hanno come privilegio di ospitare concerti quasi tutta la settimana. Anche questa strada si trova dalle parti dell’Università, vicino appunto a via Zamboni, strada simbolo dell’Ateneo felsineo. Celeberrimi il Bravo Café e la Cantina Bentivoglio, il Mustache e per gli amanti della cucina siciliana La Cambusa. Sia il Bravo Café che La Cantina Bentivoglio partecipano al Bologna Jazz Festival mentre in estate escono all’aperto inondando di musica la strade e i vicoli circostanti, creando di fatto il salotto jazz della città insieme agli altri succitati locali. Notevole è anche il supporto in termini di formazione artistica che arriva dal Conservatorio cittadino Giovan Battista Martini. Molto selettivo, con corsi biennali e triennali. Di fatto mezzo secolo di Jazz a Bologna, una musica innovativa e tipica del XX secolo, ha condizionato e non poco la già spiccata propensione della città alla musica in generale, orientandola in modo decisivo verso questo genere. Chiaramente la tendenza non è assoluta, altre scuole musicali come quella dei cantautori, che saranno comunque influenzate dal fluire di note di questa musica d’importazione, avranno modo di crescere e svilupparsi, in una sorta di contaminazione reciproca, che darà comunque risultati eccellenti specialmente negli anni ‘70/’80. Bologna resta affascinante e attraente anche e soprattutto per la vita notturna. In questo caso il noir del mio precedente articolo, non c’entra ma solo la notte stellata, profonda, dei nottambuli amanti della musica e delle sonorità più ricercate.

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#ioleggoperché?

23 Aprile 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #cultura

#ioleggoperché?

Quando ho saputo dell'iniziativa #ioleggoperché mi sono incuriosito. La prima reazione è stata positiva, pensavo fosse nata da qualche blogger abbastanza fortunato da azzeccare la classica frase a effetto. Poi ho scoperto che si trattava di un progetto strutturato dietro al quale sono stati spesi molti soldi. A quel punto ho guardato l'elenco dei titoli selezionati, e mi sono sentito male. Vorrei chiarirvi cosa penso dei libri coinvolti, ma Andrea Coccia su Linkiesta lo ha spiegato meglio di quanto potrei farei io.

Ho provato a stare zitto sull'argomento, ma è il classico reflusso di acidità che sale dallo stomaco e mi fa venire voglia di urlare la quasi inutilità dell'iniziativa, e non solo perché convincere le persone a votarsi alla lettura a colpi di Casati Modigliani è da folli. E quindi eccomi qui, 23 Aprile, data del gran finale con volontari nelle piazze (inclusa una mia amica, scusa R.) e serata televisiva, a riflettere con voi sul perché in Italia non si legge e a dare la mia opinione, molesta e non richiesta come sempre.

L'utilizzo di un hashtag per pubblicizzare il progetto fa pensare a un target giovanile, qualunque sia il concetto deviato di giovane in cui vive questa nazione, o quantomeno rivolto alle persone con maggiore dimestichezza con il digitale e con la rete. Il principio, almeno sul piano teorico, è corretto: è necessario rivolgersi alle nuove generazioni per farle appassionare alla lettura. Scegliamo quindi libri validi, in grado di appassionare una fascia di età che spazia tra i 18 e i 30 anni, cose tipo Il signore delle mosche di William Golding, o Il giovane Holden di Salinger e... cosa? Non sono in lista? Forse erano un target troppo adolescenziale... Bradbury? Huxley? Orwell? No? E chi hanno scelto? ... Il resto lo lascio all'immaginazione del lettore, non vorrei costringere la nostra Signora dei Filtri a introdurre la censura.

Il problema non è solo la lista, è tutto il progetto. Il mercato editoriale è in crisi su tutti i fronti, libri, mensili, quotidiani, riviste, non si salva nulla, e persino all'estero le vendite sono in calo. Parte della colpa è dell'onnipresente crisi economica, ma non può essere l'unica ragione. Sospetto che i tagli ai fondi per la scuola, nella mia memoria di bambino trentunenne sono cominciati nel '91, quando si cercavano soldi per finanziare l'intervento militare nei Balcani, abbiano giocato un ruolo fondamentale nel declino della lettura tra le nuove generazioni, e il dirottamento di fondi pubblici alle scuole private ha dato il colpo di grazia.

Come è stato fatto notare da diversi esperti e scrittori ben prima della nascita di questo progetto, per recuperare lettori si deve educare alla lettura, e si deve partire dalla scuola e dalle case private. È necessario circondarsi di libri, circondare i bambini di libri. Ma se gli adulti per primi non sono lettori, allora non ci saranno libri in casa, e gli impulsi saranno banali e poco efficaci. Una mia conoscente continua a portare me come esempio al figlio, con una qualche variante delle parole “visto come legge? Devi farlo anche tu così diventi intelligente!”. Parole lusinghiere, ma il suo povero figliolo, che io vedo forse un paio di volte l'anno, vuole solo giocare e divertirsi. Sorprendente come un bambino di otto anni possa compiere questa scelta, non trovate? Il risultato degli sforzi della madre, non lettrice e orgogliosa di esserlo, ha prodotto un bambino ancora incapace di coniugare i verbi all'indicativo con naturalezza e con un vocabolario limitato. Si tratta di una situazione estrema? Me lo auguro, ma non ne sono sicuro (mi sono trattenuto dal mettere link ai politici, quindi vi impongo di non pensare a loro). Sono queste le persone da spingere alla lettura? Davvero crediamo che un hastag o il banchetto gestito da studenti in cerca di crediti formativi facili (e da persone genuinamente entusiaste, come R.) possa riuscire nell'impresa?

Qualche giorno fa leggevo un'intervista al filosofo Umberto Galimberti pubblicata su Wise Society, l'intervista è datata e non so dirvi quale serie di coincidenza l'abbia portata sul mio schermo in periodo di #ioleggoperché, ma è perfetta per spiegare il mio punto di vista. Si parla di educazione e bambini, alla domanda “Dove e quando si apprendono i sentimenti?” Galimberti risponde così:

“Dobbiamo convincerci che il sentimento non è una dote naturale, è una dote che si acquisisce culturalmente. Gli antichi imparavano i sentimenti attraverso le storie mitologiche. Se guardiamo alla storia greca ci ritroviamo tutta la gamma dei sentimenti possibili, Zeus il potere, Afrodite l’amore, Atena l’intelligenza, Apollo la bellezza, etc. C’era tutta la fenomenologia dei sentimenti umani. Noi invece li impariamo attraverso la letteratura, che è il luogo dove si apprende che cosa sono il dolore, la noia, l’amore, la disperazione, il suicidio, la passione, il romanticismo. Ma se la letteratura non viene “frequentata” e i libri non vengono letti, se la scuola disamora, allora il sentimento non si forma. E se la cultura non interviene, i ragazzi rimangono a livello d’impulso o al massimo di emozione.”

Come fa notare Galimberti un tempo l'educazione avveniva attraverso il mito e oggi attraverso il romanzo, entrambe forme di narrazione. Anche quando la capacità di leggere non era diffusa come lo è oggi, una realtà che consideriamo più ignorante della nostra, le storie venivano tramandate oralmente e avevano gli stessi scopi di oggi, educazione e intrattenimento. Servivano a spiegare il mondo, sia il suo lato oscuro sia quello luminoso, alle nuove generazioni. Per questo motivo una povera ragazza indifesa viene stuprata dal lupo mentre attraversa il bosco da sola, e per lo stesso motivo Eros si innamora di Psiche.

Ma l'uomo è fatto di storie, l'uomo ha bisogno di narrazioni per poter vivere e spiegare la propria esistenza. Tutte le religioni, i miti antichi, i miti fondativi degli stati, sono narrazioni e su di esse si basa l'identità sociale e culturale della persona. Se una larga maggioranza della popolazione non legge libri, dove trova le storie tanto necessarie al proprio sostentamento? Troppo facile sparare sul mucchio e incolpare la televisione, anche perché alcuni prodotti televisivi o cinematografici sono ottimi. Vogliamo incolpare i social networks, i cellulari e la tecnologia varia? Potremmo, ma è l'evoluzione della narrazione stessa. Un tempo erano Ettore, Achille e Odisseo, poi sono stati i personaggi dei romanzi, persone comuni rispetto agli eroi classici. Oggi è l'uomo comune a raccontare la propria vita, perché ha accesso immediato al pubblico, Andy Warhol lo aveva previsto con largo anticipo e senza neanche conoscere internet. Si racconta la vita “vera”, “senza filtri”, per usare frasi a effetto. Salvo poi rifare le foto cento volte prima di pubblicare e andarsi a truccare e vestire prima di un video, e se manca qualcosa allora Photoshop risolve il problema in un istante. Ma la narrazione rimane concentrata sulla vita di tutti i giorni, si parla di lavoro o della sua assenza, di persone bloccate nel traffico, di gossip, di sport, della propria vita sociale o notturna, dei propri interessi, ci si esprime per iperboli o si dice cosa si vorrebbe fare anche se non si può fare. Le narrazioni “senza filtri” funzionano solo se siamo noi a mettere i filtri, a capire il senso. E in una narrazione che spesso si esprime per immagini, è fondamentale avere dei filtri, degli schemi per interpretare il messaggio. E i filtri nascono dalla letteratura, come diceva Galimberti.

Per questi motivi la campagna di #ioleggoperché è uno spreco di risorse. Invogliare alla lettura è difficile e spesso inutile, perché manca la volontà dell'altro di impiegare il proprio tempo in un'attività di fatto solitaria. Esistono casi in cui viene trasformata in attività di gruppo, per esempio ho scoperto che qui a Roma esistono gruppi di lettura di quartiere in alcune zone della città e talvolta i membri organizzano incontri con gli autori. Sono stato, per caso, a uno di questi incontri, tenuto nell'aula magna di una facoltà universitaria in centro. Le persone sotto i cinquant'anni erano cinque o sei, e sono scese rapidamente a due, cioè io e un'amica alla quale avevo parlato del libro.

Inoltre, selezionare titoli in modo arbitrario, qualsiasi sia il motivo, non è un'argomentazione valida. Il libro deve affascinare, deve incuriosire, deve farsi scegliere. Dire “questo è il più grande capolavoro della letteratura”, definizioni tipo “il libro dell'anno” o “un caso editoriale ancora prima di essere pubblicato” (Nota a margine: come può essere un caso editoriale se nessuno lo ha pubblicato? Se non è pubblicato, nessuno lo ha letto tranne l'editor, quindi il “caso” da dove nasce?) non invogliano me a leggerlo, uno di quei lettori forti di cui il mercato editoriale è tanto orgoglioso, uno di quelli a cui puoi rifilare le peggio letture e arriveranno comunque alla fine del libro, perché dovrebbe invogliare un non lettore? La lettura, per un bambino come per un adulto, deve essere un piacere, un divertimento.

Invece, nel tentativo di promuovere la letteratura, sono stati selezionati alcuni titoli inadatti allo scopo, si è lanciato un hashtag, si sa, se uno status non contiene almeno un paio di hashtag non serve a niente, sono state scelte facce giovani e volontarie per la distribuzione nelle piazze. Non so e non voglio sapere quanti soldi sono stati spesi per realizzare questa iniziativa sconclusionata, ma so quanti nuovi lettori porterà: nessuno. Con le stesse cifre si poteva fare molto di più, magari coinvolgendo scuole elementari e medie sul territorio italiano e acquistando libri per loro, sponsorizzando librerie interne alle scuole o altro ancora. Ma tant'è. In fondo, gli organizzatori sono l'Associazione Italiana Editori, l'Associazione Librai Italiani, l'Associazione Italiana Biblioteche, il Centro per il Libro e la Lettura, il Comune di Milano per Milano Città del Libro 2015 e la Rai. Mica sanno qualcosa di libri, loro. Però ne parlano e ne fanno parlare, e c'è una sola cosa peggiore delle persone che parlano di te: quelle che non ne parlano.

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RESURREZIONE

22 Aprile 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

RESURREZIONE

POESIA dalla raccolta Il tempo di Eraclito di Adriana Pedicini

Resurrezione

Ti ho cercato lungo i sentieri dell’anima

dal dubbio dilaniata e non Ti ho trovato.

Ti ho visto apparire nei volti depredati

dalla fame, dove a brandelli gli ultimi gridi

preludio di morte si smorzano nell’eco smarrita

della guerra. Ti ho scorto dinanzi alle favelas

e nei vicoli ciechi di periferia ove fiere umane

di oltraggi osano Te schiaffeggiare negli infanti volti

mentre sul mondo nudo si frantumano le tenebre.

E ci lasciamo dormire la vita senza speranza alcuna

fino all’ultimo sonno, con le labbra serrate

fino all’ultimo addio. Mute le parole e sospeso il Tempo.

Nel turbinio del vento della sera prede d’angoscia

le inquietudini quali peccaminose messaline

che nenie di prefiche accigliate non placano

lacerano l’anima mentre fluisce nei muti lucori

delle ortiche, sembianze eretiche del graffio della croce.

Sulla nostra strada leviga i passi il vento sferzante

di maestrale tra le nebbie concubine delle forme

velate degli alberi, e li ricopre la malinconia del tempo

tra le ebbrezze sanguigne dei filari e le spighe di vita pregne

nel meriggiare lento dell’estate alla ricerca di Te, Signore.

Nella breve stagione della vita silenti sono le parole tue

agli ottusi orecchi e tra le tenebre del cuore rari

raggi ardono imperscrutabili prima che sulle labbra

non sia parola il nome tuo ma sospiro che riempie il cuore.

Si aggruma la paura nelle pieghe fugaci dello spirito

di opprimere l’innocenza, sulle gioie come libellule

rapide della fantasia l’anima teme l’incedere torvo

delle pene, e nel dormiveglia della coscienza enfatiche

le voglie della colpa antica verranno da sé incontro

ai nostri sguardi fin quando fino alle ignote stelle un’orbita

biancheggiante come l’alba risplenderà sulla divelta pietra

dopo l’orrore dell’ora nona della parasceve.

RESURREZIONE
RESURREZIONE
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Maria Vittoria Masserotti, "CasaMarina"

21 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Maria Vittoria Masserotti, "CasaMarina"

Maria Vittoria Masserotti è l’autrice di questo romanzo, "CasaMarina". Maria Vittoria Masserotti era mia amica. Maria Vittoria Masserotti è morta il 12 marzo 2015.

È sempre difficile parlare del libro di una persona che conosciamo perché l’obiettività è inarrivabile. C’è sempre quel quid d’interesse aggiunto, c’intriga molto vedere quanto dell’amico/amica è presente nel testo: la sua biografia, le sue abitudini, i suoi gusti, il suo modo di esprimersi, i luoghi che descrive. Qui c’è l’aggravante della morte, improvvisa, crudele, recentissima. Cercherò, per quanto mi è possibile, di superare il filtro del dolore, della familiarità, e pormi in un’ottica distaccata.

Di M.V. Masserotti ho seguito tutto il percorso narrativo. Si era dedicata in tempi relativamente recenti alla scrittura, ben presto il gesto di scrivere era diventato una ragione di vita per lei. Se il suo profilo Facebook non fosse stato cancellato, potrei riportare le sue esatte parole, con le quali più e più volte, anche in amabile contraddittorio con me, ha espresso l’ineluttabilità del suo bisogno di comunicare attraverso la parola scritta.

Ho letto il suo primo romanzo, “Luce” e le sue due raccolte di racconti, “Cose” e “Racconti per una canzone”, ma poco prima di morire mi disse che considerava “CasaMarinail libro, quello che nella vita si scrive una volta. Purtroppo è stato il suo testamento spirituale ed ha visto la luce solo pochi mesi prima della sua scomparsa.

La trama ruota intorno a tre generazioni di donne: Cosima, la nonna, Clara, la figlia e Lilly, la nipote. Il periodo storico comprende il fascismo e due guerre mondiali, ma la Storia, anche se è motore di eventi fondamentali - come la morte di Clara nella Resistenza e il bombardamento di Villa Marina - in realtà resta sullo sfondo. Quello che conta, come spesso accade nella vita femminile, è l’Amore, con la A maiuscola, inteso come l’autrice lo intendeva, cioè romantico, estatico, assoluto, violento e trascinante a tutte le età, un amore persino difficile da capire, perché tantrico e filosofico.

Non capisco ma sento. Sento nell’anima che qualsiasi cosa succeda, io sono nell’eternità.”

Quest’amore è declinato in tre figure femminili. Cosima è la protagonista assoluta, informa di sé tutta la narrazione, è la donna forte, la governante di CasaMarina, ossia la villa al mare di una ricca famiglia di Firenze. Cosima giganteggia dalla prima all’ultima pagina, rimane viva nei ricordi e nei geni delle generazioni successive. Clara è sua figlia, un po’ schiacciata nella storia fra nonna e nipote, pasionaria e ribelle, si arruola fra i partigiani e viene uccisa. Lilly, la nipote, è il personaggio più autobiografico.

Sono tre, hanno caratteri diversi, ma l’amore è il medesimo e, paradossalmente, è più importante degli uomini che lo provocano. I maschi, seppure distinti e caratterizzati, restano tuttavia sullo sfondo. È un amore declinato su tre personalità e tre vicende, che regala vertigini di rapimento ed ebbrezza ma anche abissi di dolore.

Annaspo. Non so nuotare nel mare della sua assenza. Non conosco questo dolore che si diffonde malgrado me. (…) Guardo il mondo che non ha nessuna ragione di essere senza di lui. Ho perso i colori, la realtà è in bianco e nero. Tutto i giunge ovattato o con una violenza inaudita. Sono scorticata, anche il volo di una farfalla mi ferisce.”

Senza amore “si perdono i colori”, si perdono il sapore e il gusto della vita. Però si va avanti, bene o male, la depressione viene accantonata e la realtà ha di nuovo il sopravvento. È questo essere forti, è questo essere donna.

C’è un’altra protagonista, forse la principale, Casa Marina. Luogo del cuore, che verrà abbandonato solo nell’ultima pagina ma, in realtà, portato sempre con sé. È un abbandono intriso di radici, di memoria, di passato. Casa Marina è una villa nascosta fra i lecci di Castiglioncello, con la discesa a mare, la scalinata che porta ai “pungenti”, cioè gli scogli locali. È teatro di vita, di amori, di lavoro, di giochi, di passioni e tuffi fra le onde. È impregnata dell’odore di corteccia resinosa e di salmastro, è bagnata dagli spruzzi, è lambita dalla risacca. Vediamo cambiare in fretta, sotto i nostri occhi, i fotogrammi: abiti, modelli di auto, personaggi. Il tempo passa veloce ma la Casa rimane, anche dopo che è stata distrutta, perché è, come dicevamo, un luogo dell’anima, un nucleo che tiene insieme personalità e affetti.

Il romanzo alterna la narrazione onnisciente ad alcuni capitoli dove la focalizzazione si sposta all’interno, che sono anche, a mio avviso, i migliori, quelli scritti con piglio più originale. Tuttavia il contrasto fra i due stili non stride ma, anzi, dà profondità.

Ci sono alcuni difetti, secondo me, nell’impianto della storia, perché certe parti andrebbero sviluppate di più e alcuni spunti interessanti (come l’intreccio dei rampolli di Cosima, costretta dalle convenienze a riconoscere il figlio dell’ex marito invece che la propria bambina) sono solo accennati e poi abbandonati. Se nella vita vera le cose accadono per caso o per accumulo, nella finzione narrativa non possono esserci vicoli ciechi e tutto deve avere una sua ragione di esistere.

Ma ciò che trascina e commuove non è il plot, non è lo stile, e nemmeno la passione raccontata con toni pudichi e carichi di riserbo, quanto, piuttosto, l’atmosfera che si respira. Nessuna scuola di scrittura può insegnare l’atmosfera, o c’è o non c’è, o la infondi col talento, oppure ciò che produci non ha soffio vitale. “CasaMarina” ha atmosfera da vendere: giovani donne volitive, con le gonne e i capelli agitati dal vento di mare, auto di lusso, pentole che bollono sul camino, bambini che giocano, trine, pizzi, scialli, lettere. Ma anche geloni, candele, pane, bombe, camionette, partigiani.

Ed ora, lasciatemi svestire i panni di recensore e rientrare in quelli dell’amica. Tante volte ho rimproverato a Maria Vittoria, che gli amici chiamavano Mavie, di indulgere troppo all’autobiografismo. Chissà se ha pensato un poco anche alle mie parole quando ha scelto l’epigrafe: “una faccenda di carta che sto ricalcando brevi manu da chissà quale indecoro interiore.” L’ultimo capitolo mette i brividi, non tanto per la vicenda che racconta, quanto perché Lilly - la sessantacinquenne che decide di allontanarsi da CasaMarina per vivere a pieno quell’amore del cuore e dei sensi negato alla madre e alla nonna - è spaventosamente simile all’immagine di Maria Vittoria, della sua grande sete di vita, della sua aderenza alla vita. Nel finale, Lilly sceglie di trascinarsi dietro le sue radici e, insieme, di liberarsene, sfidando il moralismo, i vincoli dell’età, il viluppo di chi ti vorrebbe diversa da quella che sei. È molto triste il pensiero che quel lieto fine, quella pienezza sempre auspicata e forse raggiunta solo a lampi e bagliori, non potrà realizzarsi mai più.

Adesso, qui e ora, Lilly si sente di nuovo piena di possibilità, si apre un mondo davanti a lei, sconosciuto. Non ricorda più la sua età, è senza tempo, percepisce chiaramente solo il suo corpo poggiato con noncuranza sui sedili del treno e sa di essere viva, sa di vibrare al suono di una musica nuova.”

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L'età d'oro del pallone

20 Aprile 2015 , Scritto da Alessandro Alberti Con tag #alessandro alberti, #sport, #recensioni

L'età d'oro del pallone

Oggi voglio dedicare il mio articolo allo sport più amato in Italia. Il gioco del calcio. Lo voglio fare con l’ausilio di un bellissimo libro che ho appena terminato di leggere: L’Età d’oro del Pallone- Il calcio in Italia dalle origini al 1950. L’argomento calcio è da sempre un argomento dibattuto, vuoi per passione, vuoi perché è lo sport nazionale, resta di fatto un aspetto culturale che incide profondamente la nostra società. Il testo, curato da Ernesto Zucconi e Giuseppe Franzo, ha il pregio di ripercorrere l’evoluzione dello sport nazional popolare per antonomasia. Una ricostruzione dettagliata che inizia con cenni storici e sul perché il gioco con la palla sia stato utilizzato con finalità ludiche e sportive da diverse civiltà non solo quella europea. Secondo alcuni studiosi la palla veniva identificata con i corpi celesti, il sole e la luna che per la loro forma sferica venivano identificati come la perfezione. Si hanno notizie del gioco con la palla sin dall’antica Grecia. Un gioco che poi si evolverà nei secoli acquisendo regole e ruoli. Anche la stessa pratica di questo sport, inizialmente visto come essenzialmente maschile, verrà acquisito anche dal mondo femminile. Il gioco del calcio è visto nell’ottica degli autori, nei termini in cui lo definì Antonio Ghirelli, giornalista e scrittore napoletano: cultura popolare. In questo libro vengono analizzati e contestualizzati i momenti in cui questo sport si evolve, pur ammettendo che, pur vantando duemila anni di storia e gloria romana, il calcio fu introdotto in Italia grazie agli inglesi e agli svizzeri. La nascita dell’Italia calcistica si fa risalire al 1887, quando Edoardo Bosio, commerciante che aveva per motivi di lavoro contatti con Londra, fondò una squadra che prese il nome di International Football Club. Successivamente a Genova nasceva il Genoa Cricket and Football Club. Nel 1898 fu fondata la Figc (Federazione italiana gioco calcio). Il primo campionato italiano si svolse in un solo giorno l’8 maggio 1898. A seguire verranno fondate numerose squadre che daranno vita ad un sempre più partecipato campionato. Inizia così l’epopea del calcio con calciatori dai pantaloni lunghi, berrettino e baffoni. Gli autori si soffermano su vari aspetti, gli avvenimenti fuori dal campo, gli albori calcistici torinesi, la storia e la cronistoria del calcio italiano e delle società di calcio dal 1898 al 1950. I capocannonieri. L’epopea azzurra con i trionfi mondiali dell’Italia guidata da Vittorio Pozzo nel 1934 a Roma e 1938 a Parigi sublimate dalla vittoria olimpica nel 1936 a Berlino. Le prime esperienza di calcio professionistico che risalgono agli anni 1929-30. Un periodo questo in cui le vittorie venivano celebrate dai nostri calciatori con il saluto romano, ormai entrato di fatto nelle abitudini del popolo italiano. Un ampia parte del libro viene dedicata al fumetto, unico modo per raffigurare le competizioni, utilizzando alcuni numeri de I Grandi Campioni dello Sport. Un bel capitolo dedicato ai ricordi di Pozzo e poi per gli amanti delle statistiche i risultati e i gol segnati. Non manca il ricordo di un arbitro speciale: Antonio Birbone. Il testo è impreziosito da numerose foto, fumetti, prime pagine dei giornali. Con un ricordo dedicato al Grande Torino deceduto a Superga il 4 maggio 1949 dopo che l’aereo che trasportava l’intera squadra con lo staff tecnico e medico e numerosi giornalisti si schiantò contro il terrapieno della Basilica. Nessuno si salvò da quella sciagura. Notevole anche la foto dei funerali che attraversarono Torino, bagnati dal pianto di una folla immensa. Un libro completo, esaustivo, intrigante, per tutti gli appassionati del genere. Una ricerca minuziosa, con immagini rare, con dettagli grafici di pregio e foto che non ritraggono solo i campi di calcio di allora, ma anche i tifosi sulle gradinate con i mucchi di biciclette addossate una sull’altra ai piedi delle scalinate, perché era più importante trovare un posto sugli spalti e vedere, assaporare, vivere quel gol, che li avrebbe fatti discutere per almeno una settimana. Un libro che fa riflettere su come il calcio di allora fosse sicuramente più sano, coinvolgente e a suo modo eroico.

[E. Zucconi. G.Franzo L’Età d’oro del pallone è edito da Novantico pag.120 con foto in bianco e nero formato 21×29,7]

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Istantanee

19 Aprile 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #fotografia, #personaggi da conoscere

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)
Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

Domenica delle Palme. Che si fa? Il tempo è splendido e, complice il primo giorno di ora legale, sembra che la giornata proprio non debba finire.

In giro, famigliole che spingono passeggini vuoti e stringono rami d’ulivo benedetto. I bambini, rigorosamente a piedi, cinque metri davanti ai genitori, si esibiscono in scatti degni di Mennea, giusto così, per testare la resistenza cardiaca di papà e mamma. I nonni al seguito urlacchiano e ondeggiano, cercando di afferrare quei diavoli, destinati a perpetuare la famiglia, prima che attraversino la strada congestionata dal traffico.

«Fermatevi, il semaforo è rosso!», sbraita scompostamente una signora di una certa età.

Macché, i nipotini si bloccano solo perché, accanto a loro, in attesa che scatti il verde, una bambina regge nella sinistra un cono sul quale svettano tre enormi palline frastagliate di coloratissimo gelato. A ogni secondo che passa, tutto quel ben di Dio sembra assumere un’inclinazione sempre più pericolosa. La nonna invita la nipotina a tenere il cono più dritto e le passa un cucchiaino di plastica. Scatta il verde. Chissà come andrà a finire.

All’incrocio, dieci metri più in là si è fermata un’ambulanza. È arrivata a sirene spiegate. C’è un uomo, seduto per terra, la schiena appoggiata al palo della luce. I soccorritori gli parlano. Lui si rialza infastidito e s’incammina, solo e ciondolante, nella direzione opposta da dove è venuta l’ambulanza. L’uomo gira l’angolo e scompare.

Più avanti, l’ingresso dello spazio espositivo. La curiosità prende il sopravvento e il passo rallenta, come per magia.

«Toh, guarda, c’è la mostra “Robert Capa in Italia, 1943 – 1944”. Settantotto immagini dell’Italia del Sud durante la guerra. Che facciamo? Entriamo a dare un’occhiata?»

Ma sì, che vuoi che sia. Ogni tanto, qualche sprazzo di cultura non fa male. E poi, vuoi mettere, domani in ufficio, raccontare ai colleghi che sei stato alla mostra di un fotografo ungherese che ha cambiato nome - «Perché Robert Capa non è il suo nome vero, e no, e no!», dirai, sicuro di te - e ha girato il mondo in lungo e in largo? E va bene che anche tu, fino a che non incollavi il naso al vetro dell’ingresso non sapevi nemmeno dell’esistenza di quel tizio, però, mica lo devi dire ai tuoi colleghi questo.

E poi, tutto sommato, una mostra fotografica la si può apprezzare anche se sai poco o niente di uno sconosciuto che per passione, e anche per mestiere, ha catturato momenti di quello che ora per noi è soltanto storia. Acqua passata, ti verrebbe da dire. Ma ti trattieni.

Davanti alla biglietteria c’è un po’ di coda. Un ragazzo si lamenta con la ragazza accanto a lui. Il biglietto d’ingresso costa esattamente la metà di quello che avrebbero speso in un locale non lontano da qui: «Risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico. Formula “all you can eat”.», ci tiene a sottolineare enfatizzando la pronuncia inglese.

Con pochi Euro in più si sarebbero potuti rimpinzare fino al mal di pancia, altro che. Al termine del pranzo avrebbero persino ricevuto due birre omaggio. E invece no. Gli tocca la mostra.

«Che ci posso fare io se il prof ci ha consigliato di venirla a vedere? E poi così si accumulano più punti per l’esame, no?», gli risponde la sua amica, masticando rumorosamente una gomma americana. Universitari, dunque. «Annàmo bene!», penso io.

Finalmente staccano il biglietto e, dopo una rampa di scale, al primo piano, ecco il pannello che introduce il visitatore alle opere esposte. Una serie di fotografie, scattate dal 1943 al 1944 da Robert Capa, fotografo al seguito dell’esercito anglo-americano sbarcato in Italia. Immagini rigorosamente in bianco e nero. Con il passe-partout bianco che reca, in rilievo, colore sul colore, il nome svolazzante dell’autore. Chiaroscuri che sembrano voler scavalcare la cornice a tutti i costi, per prendere posto sui divanetti al centro della sala e iniziare a conversare con il pubblico.

Ma non si può. Perché nel primo spazio dedicato allo sbarco in Sicilia, una mamma si aggira zigzagando con il suo bimbetto - avrà sì e no un anno - che le trotterella accanto. Poi, di colpo, si blocca davanti a una serie di fotografie e lo prende in braccio, invitando la signora che lo accompagna (un’amica, una zia?) a farsi dare il cinque dal bambino.

«Sapessi come gli piace dare il cinque. Dài il cinque, dài, dài il cinque!» e il bambino, succhiottando il cucciotto si dimena, un po’ confuso. L’amica-zia ora si è messa a cantargli: «Batti batti le manine…»

Di Robert Capa manco l’ombra.

Seconda sala. Una donna si aggira chiedendo ad alta voce alla sua amica: «Dov’è la foto controversa? Dov’è? Non mi dire che non l’hanno esposta?», delusissima e contrariata, si dirige come un treno verso l’uscita.

La foto controversa. Quella del miliziano colto nel momento in cui viene colpito dal fuoco nemico. Scattata nel 1936. Durante la Guerra di Spagna. Da tempo oggetto di diatribe: è un fotomontaggio; il miliziano era in posa; non l’ha scattata Robert Capa…

Ma questa mostra espone le foto dell’Italia dal 1943 al 1944, non della Guerra Civile in Spagna.

Non esageriamo. Mica si vorrà studiare la storia per andare a una mostra che espone qualche foto inchiodata alla parete? Che approccio barboso e vetusto! Certo, ci fosse una “App” scaricabile sull’Iphone, magari un’occhiatina di tanto in tanto, tra una ricetta veloce e un consiglio da parte dell’avatar-personal trainer di bilanciamento corpo-mente… Ma così, così è da parrucconi! Pretendere che si sappia pure collocare immagini statiche in un contesto dinamico di “prima” e “dopo”.

Cerco di passare oltre.

Due giovani donne bloccano la visuale dei ritratti dei prigionieri di guerra tedeschi. Si stanno confidando. O meglio, una, quella con i capelli corti, parla come una mitraglietta dei suoi patimenti sentimentali.

«Sai, su WhatsApp io gli ho scritto come mai non si facesse vivo. Proprio così: “Perché non ti fai più vivo con me?” in modo che lo leggessero tutti.»

L’amica cerca di abbozzare, ma quella con i capelli corti non cede di un millimetro: «Perché sai, io i miei due anni di indipendenza mica me li gioco così, sai? E no, cara mia, ciascuno per la sua strada piuttosto, ma questi giochetti. Con me poi…»

Io inizio a rosicare. Come sempre, d’altronde, in queste occasioni. Rosico, rosico da matti, perché vorrei, in questo preciso istante, essere grande amica di Paolo Virzì o di Carlo Verdone. Poterli chiamare, subito, sui due piedi e dire loro, piena di entusiasmo: «Ho un soggetto meraviglioso per il tuo prossimo film! Ascolta qui…». Invece no.

(«Vedi di non montarti troppo la testa! Chi ti credi di essere?», starete pensando. Avete ragione, ma lasciatemi sognare per qualche secondo, non costa nulla…)

Più in là, una coppia di fidanzati fissa la foto di una camera operatoria in un ospedale da campo. I medici attorno al soldato ferito hanno facce serie, concentrate nell’emergenza. Vestono solo i pantaloni della divisa e i grembiuli operatori. Sotto quei rettangoli bianchi annodati con le fettucce, i torsi nudi e le schiene rivelano una magrezza bellica, da soldati ben nutriti e curati, certo, ma comunque al limite, dati i tempi.

«Che selvaggi! Guarda qui!», dice lei incredula, «Nemmeno i camici si mettevano. Ma come si fa?» e si allontana.

C’era la guerra, verrebbe da dirle. In un ospedale da campo arrivava di tutto. I medici operavano in condizioni d’urgenza proibitive. E non si potevano permettere il lusso di lavare anche le camicie e i camici operatori.

Non paga, la ragazza si avvicina a un’altra foto. Il funerale di alcuni liceali morti combattendo a fianco delle forze di resistenza napoletane. Le bare costruite alla bell’e meglio, inchiodate in modo precario e troppo piccole. I piedi dei giovani morti spuntano dal legno, fasciati. La ragazza scuote la testa. «Ma cos’è ‘sta roba?», chiede disgustata e se ne va.

Al termine del percorso, la sala raccolta e buia con il video delle più belle foto scattate in tutto il mondo da Robert Capa. Lo studente incontrato all’ingresso si accorge, con disappunto, che non c’è un solo posto libero.

«Adesso ci si deve pure mettere in fila per vedere il video!», sbuffa insofferente e inizia a chiacchierare con la ragazza che lo accompagna e un altro giovanotto che li ha raggiunti.

Un poco disturbano con la loro conversazione ad alta voce, ma nessuno dice niente. Così, tra brandelli di conversazione su Twitter, profilo Facebook e pettegolezzi (e meno male che non si sono scattati un selfie!), in sala scivolano chiaroscuri di una catena di storie del mondo.

L’universitario fa capolino di nuovo per capire se il video è al termine e se possono sperare di vederlo (ricordate il prof e i punti validi per l’esame?), proprio nel momento in cui i marines americani sbarcano in Normandia.

«Sono arrivati allo sbarco in Sicilia…», informa i suoi amici, «o in Normandia… insomma, tanto fa lo stesso. C’è il mare e quei cosi, lì, come si chiamano… ma sì dài…»

I suoi amici non capiscono.

«Ma dài, sì, quei cosi… quelle travi di ferro incrociate, quelle che inibiscono lo sbarco, che si usano anche per strada!»

La sua amica ride a crepapelle e ripete la definizione “inibitori di sbarchi”, manco fosse una barzelletta.

Il video scorre. E con lui uomini e donne in bianco e nero, assieme a Robert Capa dietro l’obiettivo.

Lo schermo sbiadisce. Si riaccende la luce. Dal pubblico in sala si alza un ragazzo che raggiunge gli universitari in attesa fuori.

«Ecco,», lo apostrofa il fan dei risto-fusion, «come si chiamano quelle travi di ferro incrociate che inibiscono gli sbarchi?»

Il suo interlocutore si concentra, prende fiato, gonfia il petto e da sotto la barba, con voce baritonale: «Croci di Sant’Andrea!», esclama sicuro con un (neanche tanto) malcelato rimprovero rivolto a quel poveretto che non sapeva come si chiamassero quegli aggeggi. I suoi amici ridacchiano per la brutta figura che ha appena rimediato il ragazzo. Non sapeva che si chiamano “Croci di Sant’Andrea!”… Ma come! Che ignorante!

Li sfioro per guadagnare l’uscita.

«Guardi che si chiamano “cavalli di Frisia”», mi verrebbe da dire loro.

Ma lascio perdere. A che serve? Anzi, niente niente rischio di sentirmi dire di farmi gli affari miei. Meglio preservare la salamoia nella quale siamo immersi, tutti gelosamente per conto nostro, senza spazio per le contaminazioni, senza possibili suggerimenti, senza aiutini, né giustificazioni.

Che poi, domani, al prof glielo si dice che si è stati alla mostra fotografica di Robert Capa (con tanto di esclamazione enfatica: «Eccezionale, prof, me-ra-vi-glio-sa!»), così ne tiene conto per i punti dell’esame.

Almeno quello, perché per il resto, quella mostra… sai che pizza! Molto meglio il risto-fusion cino-eurasiatico-oceanico con formula “all you can eat” e birre omaggio all’uscita.

Persino quello che aveva intenzione, il giorno dopo, di raccontare ai colleghi l’exploit culturale ci sta ripensando. Robert Capa, poveretto, perdere la vita a soli quarantun anni perché ha messo il piede su una mina antiuomo. Che sfiga! Anche se scattava foto non male, il tipo, persino senza Photoshop.

Però, domani ai colleghi in ufficio cosa racconterà? «Sono andato a vedere delle foto in bianco e nero»? Non erano state nemmeno ritoccate. Nemmeno un pochino. Questione di un click a casaccio e vai. Ma così son bravi tutti a fare foto.

…Se qualcuno tra voi avesse i recapiti di Paolo Virzì o Carlo Verdone, me li potrebbe fornire…?

Didascalia:

Sicilia – 1943, fotografia di Robert Capa (1913 – 1954)

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