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Bammenella

24 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Bammenella

Quante volte ho ascoltato la canzone Bammenella per la splendida interpretazione di Angela Luce, bella e brava cantante e attrice napoletana.

Per un certo periodo è stata per me la canzone più amata, quella che ascoltavo di più, ne ero incantato (forse perché ero innamorato della bella voce di Angela).

Eppure, confesso, non mi sono mai soffermato sul testo che pure mi piaceva tanto; anche e soprattutto per la musica che mi rapiva ogni volta. E non immaginavo neppure lontanamente il significato del termine bammenella, che ritenevo - ignorantemente - fosse il nome della protagonista della canzone. Solo più tardi mi resi conto che, sì, in qualche modo lo era.

Allora non sapevo quanto lontano io fossi dalla realtà.

Bammenella, in lingua significa bambinella, un vezzeggiativo del sostantivo "bambina, insomma "piccola dolce bambina"; ma nella canzone è il nome della ragazza che fa da protagonista, nata dalla verve di quel grande compositore e poeta che fu a Napoli Raffaele Viviani, il "poeta scugnizzo" come veniva chiamato.

La canzone nacque nei primi anni del novecento, esattamente nel 1917, a narrare le vicende di questa giovane affascinante guagliona che per vivere esercita il mestiere più antico del mondo, la prostituta; lei si descrive come "bammenella 'e copp' 'e quartiere", la bambinella di sopra i quartieri, presumiamo si tratti dei quartieri spagnoli, sopra Toledo. Oggi i quartieri, in cui un tempo era disegnata e divisa teoricamente la città, sono solo dei riferimenti, come dire, topografici; e in ispecie indicazioni dei luoghi sulla carta della posizione nella città vecchia. A quel tempo, nel primo novecento, erano circa una trentina, oggi sono stati raggruppati in dieci municipalità.

I quartieri spagnoli oggi stanno a indicare le zone di Montecalvario ed Avvocata, per intenderci; prendono il nome dall'essere stati, nel millecinquecento, sede delle milizie spagnole di stanza permanente a Napoli o di passaggio per poi andare verso altre destinazioni. E fin da subito luoghi di cattiva fama per la presenza di prostitute e di piccola e grande criminalità. Sono vicoli e vicoli che scendono dalla parte alta della città storica di Napoli giù alla allora via Toledo (oggi via Roma) che prende il nome dal viceré della città don Pedro de Toledo, appunto. Ancora oggi i quartieri sono popolatissimi di gente povera, gran parte della quale vive nei famosi "bassi (vasci)"

La ragazza dunque si racconta così

“... So' Bammenella ‘e coppe Quartiere:

pe’ tutta Napule faccio parla’,

quanno, annascuso, pe vicule, ‘a sera,

‘ncopp’ o pianino mme metto a balla’.

Sono "Bambinella" di sopra i Quartieri, / e per tutta Napoli faccio parlare (di me), / quando, nascostamente, per i vicoli, di sera, / sulla musica di un pianino mi metto a ballare...

Raffaele era di Castellammare di Stabia, ma la sua famiglia presto si trasferì a Napoli, dove il giovane, con la grande passione trasmessagli dal padre che a Castellammare dirigeva un teatro, l'Arena Margherita, prese a scrivere appena si fece grandicello, ché ancora bambino - aveva solo quattro anni - debuttò sulle scene del nuovo San Carlino, a fianco della sorella Luisella; e dalle tavole del palcoscenico nacque il Raffaele Viviani che noi conosciamo.

Raffaele Viviani (1888-1950)

La famiglia ha sempre versato in condizioni miserevoli e Raffaele ben presto deve darsi da fare per aiutare in casa.

Infatti a soli dodici anni perde il padre e diviene giocoforza lui il capo della famiglia.

Deve abbandonare i giochi e lavorare per vivere, cominciando a recitare prima, a scrivere commedie dopo; e poi poesie e quindi canzoni, tutte cose che lo rndono celebre non solo a Napoli, ma nel mondo intero.

Ecco i primi versi di una poesia in cui descrive se stesso ancora guaglione

Quanno pazziavo 'o strummolo, 'o liscio, 'e ffiurelle,

a ciaccia, a mazza e pìvezo, 'o juoco d''e ffurmelle,

stevo 'int''a capa retena 'e figlie 'e bona mamma,

e me scurdavo 'o ssolito, ca me murevo 'e famma.

quando giocavo con lo strummolo (la trottolina di legno) 'o liscio (giocando a carte, lo striscio, il liscio, a significare che si hanno in mano altre carte dello steso seme) 'e ffiurelle (a figurine) a lizza (o lippa) o con i bottoni ('e ffurmelle) ricordo che stavo nella più grande combriccola di figli di buona mamma e mi dimenticavo al solito che morivo di fame.

(Raffaele Viviani, Guaglione, 1931)

E dunque, Bammenella.

L'autore con tutta la sua anima di attore e sceneggiatore, nonché di autore di commedie, descrive una ragazza, come detto, di facili costumi, che andrebbe bene come interprete di una sceneggiata tutta napoletana. Io non so se l'abbiano mai messa in scena questa canzone (come è avvenuto per tante altre; ho in mente a tal proposito il grande Mario Merola con le sue indimenticabili sceneggiate, la più grande di tutte "'Zappatore", nata appunto come canzone - era l'anno 1928 - per i versi di Libero Bovio e la musica di Ferdinando Albano, e poi portata sulle scene ogni volta con grandissimo successo); dicevo, non so se Bammenella sia mai stata rappresentata, riconosco la mia ignoranza, e me ne dolgo. Ma credo che sarebbe una sceneggiata di grido; gli ingredienti ci sono tutti per un dramma che pare attuale, considerando l'argomento trattato: la donna perduta, giovane e bella, il pappone, il maresciallo o il brigadiere, la malattia del protettore, le cure che gli prodiga la donna, e le botte che lui le rifila, e l'amore che - nonostante - ella prova per lui.

E la musica è già pronta; basta farne degli arrangiamenti ad hoc. Se pensiamo che la poesia è nata dall'estro di questo grande artista a tutto tondo, c'è da restare stupiti; un artista "già grande", quando grande non era ancora, ma che fu costretto, come ho detto, a diventarlo presto, quann'era - se po' dicere, ancora "guaglione".

Aveva presto lasciato i giochi di ragazzo, lo strummolo, 'o liscio, 'e ffiurelle, perché

... a dudece anne, a tridece, cu 'a famma e cu 'o ccapì,

dicette: Nun pò essere: sta vita ha da fernì.

Pigliaie nu sillabario: Rafele mio, fa' tu!

E me mettette a correre cu A, E, I, O, U.

... a dodici tredici anni, con la fame che non passava e cominciando a capire la vita, mi dissi: non può andare così, questa vita deve finire... e si mise a studiare, prese il sillabario, "adesso devi fare sul serio, caro Raffaele"... ... e si mise a compitare cominciando dalle vocali... (e mi misi a correre studiando le A,E,I,O,U).

E allora Bammenella, Bammenella 'e copp''e quartiere.

Nella quale l'autore, grande scrittore e interprete sulla scena delle sue opere, trasfuse tutta la sua immensa umanità, che va a mitigare la trista realtà della donna di strada, vittima non solo della vita ma anche del protettore che su di essa scarica una inammissibile violenza gratuita; e anche su Bammenella si riversa questa violenza materiale, ma ella ama il suo uomo, nonostante tutto.

Sentite qua:

....

Io faccio ‘ammore cu ‘o cap’e guaglione

e spenno ‘e llire p’o fa’ cumpare’.

....

Tengo nu bellu guaglione vicino

ca mme fa rispetta’!

Chi sta ‘into peccato,

ha dda tene’o ‘nnammurato,

ch’appena doppo assucciato,

s’ha da sape’ appicceca’.

E tutt’ e sserate

chillo mm’accide ‘e mazzate!

Mme vo’ nu bene sfrenato,

ma nun ‘o ddà a pare’!”

... faccio l'amore con il capo / e spendo i soldi per fargli sempre fare bella figura. (in pratica, è lei che mantiene lui)

...

ho vicino a me un bel ragazzo / che mi fa rispettare da tutti.../ del resto chi vive nel peccato come me / deve per forza avere l'innamorato, bello, forte / che dopo aver fatto l'amore / deve sapere anche litigare...

Mi riempie di botte (mazzate) tutte le sere / mi vuole però un bene da matti / anche se non lo dà a vedere...

E ditemi voi se questi versi scritti quasi cento anni fa non sono attualissimi, nel dipingere la situazione della violenza sulle donne, che da allora non è cambiata, se non in peggio; di cui oggi molto si parla e si argomenta, con una maniera sì drammatica ma quasi accettabile, direi; come nella canzone, ché così appare in essa questa bellissima figura femminile, grazie anche a una stupenda colonna musicale.

Bammenella è convinta che il suo uomo la ami, anche se la spinge giornalmente sul marciapiede a battere, la riempie di "mazzate" e le fa fare debiti per mantenerlo; situazione che anche oggi la gran parte delle donne vessate materialmente e psicologicamente si rifiutano di denunciare (per paura? per abitudine alla sottomissione?) alle autorità costituite; e si giustificano dentro di sé con un "e che possiamo fare, se non questo?".

E' convinta che lui l'ama, e lei confessa di riamarlo in maniera carnale. Lo cura quando sta male, spende tutto quello che ha per le visite del medico, per le medicine, e quando non ha denaro sa come fare:

...‘o duttore cu mme s’è allummato,

pe’ senza niente mmo faccio cura’.

Ha fatto innamorare il dottore (che s'è acceso per lei, s'è allumato) / e fa curare il suo uomo senza pagare (e lascia intendere che paga in natura...).

Bammenella viene presa spesso in occasione di retate delle guardie che la portano in caserma; ma lei non se ne preoccupa, ché

Cu ‘a bona maniera,

faccio cade’o brigatiere,

con le mie buone maniere / faccio cadere nelle mie braccia il brigadiere ...

e quando nella retata talvolta cade il suo protettore, lei sa come fare, si reca laddove l'hanno portato, e

Cu ‘a bona maniera,

faccio cade’o brigatiere

mentre io lle vengo ‘o mestiere

isso hav’o canzo’ e scappa’

... mentre concedo a lui le mie grazie / il mio uomo ha modo di scappare...

E' un amore carnale che la lega indissolubilmente a questo mascalzone che per lei è solo il bel ragazzo alto e forte che la fa rispettare da tutti e che la fa impazzire d'amore.

Sentite questo:

Pe’ mme, o ‘ssenziale

è quanno mme vasa carnale:

mme fa scurda’ tutto o mmale

ca mme facette fa’.”

Per me la cosa più bella e più importante / è quando lui mi bacia e mi desidera carnalmente / è allora che mi fa scordare ogni male, ogni bruttura della vita / e di tutto il male che mi fece e mi fa fare...

Eccola la vita degradata di Bammenella, ma per lei la vita più bella che ci sia perché ha vicino un uomo che la ama nonostante tutto, non importano più la dignità calpestata, le botte; e ci sta bene pure che spesso venga portata via dalle guardie, tanto andare in questura, per lei è talmente un'abitudine inveterata che è diventata una pura "furmalità".

Ché lei lo sa che

... cu ‘a bona maniera,

faccio cade’ ‘o brigatiere,

piglio e lle vengo ‘o mestiere...

Cu ‘a bona maniera,

faccio cade’o brigatiere

mentre io lle vengo ‘o mestiere

isso hav’o canzo’ e scappa’

... mentre concedo a lui le mie grazie / il mio uomo ha modo di scappare...

Per chiudere voglio riportare una breve testimonianza di Angela Luce che ha per oggetto la canzone.

Lo ha raccontato in occasione dei festeggiamenti per i suoi sessant'anni di carriera di canto e di cinema. Riporto le sue parole:

Era il 1967 e stavo girando ‘‘Lo straniero''. Eravamo in una pausa e a un tratto il maestro si avvicinò e mi disse: ‘Angela me lo fa un grande regalo?',

‘Ma certo conte, mi dica',

‘No, non mi chiami conte, ma solo Luchino, ecco vorrei che mi cantasse ora e qui la sua straordinaria ‘Bammenella'. Sa, l'ho sentita a teatro e mi ha regalato emozioni fortissime'.

Non me lo feci ripetere due volte e intonai a cappella, senza strumenti, lo struggente brano di Viviani, che da allora sarebbe diventato il mio cavallo di battaglia».

E' il suo cavallo di battaglia.

Per me Bammenella, la ragazza perduta de copp''e quartiere, è e sarà solo e sempre Angela Luce.

marcello de santis

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Pietro Vigo

23 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Pietro Vigo (1818 - 1889) era figlio di un tipografo editore molto conosciuto a Livorno, fu scrittore, critico letterario e professore. Insegnò con alterne vicende soprattutto all'Accademia Navale, almeno fino a quando essa contemplò anche l'istruzione umanistica nei programmi. Non insegnava volentieri, tuttavia, parendogli gli studenti maleducati e svogliati. Si ritrovò anche alle prese con il fallimento dell'attività ereditata dal padre e mal gestita dal fratello e questo, più altre fobie, lo indusse in depressione. Negli ultimi anni della sua vita non fu lontano dall'uscire di senno. Profondamente religioso, fu terziario francescano.

La sua attività principale, la più amata era, però, quella di storico. Occuparsi di storia, per lui, significava arrestare il tempo, riportare in vita il passato, schierare gli anni morti "di nuovo in battaglia". Si dedicò gratuitamente alla costruzione dell'archivio storico cittadino, raccogliendo in due stanze preziosi documenti un tempo sparsi in varie sedi.

La sua guida di Montenero, dove Vigo villeggiava spesso, è una fonte pregiata, e una lettura gustosa che ricrea il mondo ottocentesco, raccontandoci paesaggio, cenni storici, aneddoti, itinerari, personalità in visita, e tutto ciò che caratterizzava, allora come adesso, quello che Vigo stesso definisce "il ridentissimo colle".

louisstott.wordpress.com

Pietro Vigo, Montenero in www.infolio.it

mercantilivornesi.wordpress.com

Pietro Vigo (1818 - 1889) was the son of a well-known publisher and typographer in Livorno, he was a writer, literary critic and professor. He taught with ups and downs especially at the Naval Academy, at least until it also included humanistic education in the programs. He did not willingly teach, however, tos rude and listless students. He also found himself grappling with the failure of the business inherited from his father and badly managed by his brother and this, plus other phobias, led him into depression. In the last years of his life he was not far from going out of his mind. Deeply religious, he was a Franciscan tertiary.

His main activity, the most loved, however, was that of a historian. For him, dealing with history meant stopping time, bringing the past back to life, deploying the dead years "again in battle". He devoted himself free of charge to the construction of the city's historical archive, collecting precious documents once scattered in various locations in two rooms.

His guide of Montenero, where Vigo often vacationed, is a valuable source, and a tasty reading that recreates the nineteenth-century world, telling us about the landscape, historical notes, anecdotes, itineraries, visiting personalities, and everything that characterized, then as now, what Vigo himself defines "the delightful hill".

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A livella

22 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #poesia

A livella

Ricordo un aneddoto, che poi è storia vera.
Recitavamo, io e il mio Gruppo Appuntamento con la Poesia, per le Lioness di Tivoli, era il 29 novembre del 1997, un originale da me composto dal titolo "campania felix", con tanto di poesie, testi di canzoni storia e musica napoletani.
Le lioness avevano invitato alla annuale serata di beneficenza, per l'occasione, alcuni ospiti d'onore, tra cui uno dei figli del grande Mario Abbate, il celebre cantante napoletano, e la figlia di Totò, la signora Liliana de Curtis.
La poesia 'a livella non era stata inserita nell'originale recitativo da noi preparato, avendo privilegiato in esso le canzoni classiche di Napoli.
Prima di iniziare, mi fu presentata la signora De Curtis, e mi venne di coinvolgerla nella manifestazione cui stavamo per dare inizio; le chiesi che cosa faceva nelle varie serate a cui ella veniva invitata come ospite d'onore, mi rispose che in genere le richiedevano di leggere la poesia 'a livella, di suo padre.
Benissimo.
Pensai di proporre il testo nel modo che vi dirò; e lei accettò di buon grado, anzi mi sembrò entusiasta della cosa. E dunque: dopo il nostro originale recitativo, l'avremmo chiamata vicino a noi del Gruppo, e lei avrebbe letto la poesia fin quasi alla fine, lasciando solo le ultime due o tre quartine; a quel punto il nostro tecnico del suono avrebbe mandato la voce di Totò registrata su nastro a recitare l'ultima parte.
Così facemmo, e - vi dico - fu un successo.
La signora Liliana si commosse molto, e mi ringraziò abbracciandomi.
Certo di farvi cosa gradita, ecco per voi 'a livella.


'A LIVELLA
di Antonio de Curtis - Totò

Ogn'anno, il due novembre, c'è l'usanza
per i defunti andare al Cimitero.
Ognuno ll'adda fa' chesta crianza;
ognuno adda tené chistu penziero.

Ogn'anno puntualmente, in questo giorno,
di questa triste e mesta ricorrenza,
anch'io ci vado, e con i fiori adorno
il loculo marmoreo 'e zi' Vicenza

St'anno m'è capitata 'n'avventura...
dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna), si ce penzo, che paura!
ma po' facette un'anema 'e curaggio.

'O fatto è chisto, statemi a sentire:
s'avvicinava ll'ora d' 'a chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

"QUI DORME IN PACE IL NOBILE MARCHESE
SIGNORE DI ROVIGO E DI BELLUNO
ARDIMENTOSO EROE DI MILLE IMPRESE
MORTO L'11 MAGGIO DEL '31."

'O stemma cu 'a curona 'ncoppa a tutto...
... sotto 'na croce fatta 'e lampadine;
tre mazze 'e rose cu 'na lista 'e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata 'a tomba 'e stu signore
nce steva n'ata tomba piccerella
abbandunata, senza manco un fiore;
pe' segno, solamente 'na crucella.

E ncoppa 'a croce appena si liggeva:
"ESPOSITO GENNARO NETTURBINO".
Guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! 'Ncapo a me penzavo...
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s'aspettava
ca pure all'atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo stu penziero,
s'era ggià fatta quase mezanotte,
e i' rummanette 'chiuso priggiuniero,
muorto 'e paura... nnanze 'e cannelotte.

Tutto a 'nu tratto, che veco 'a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse 'a parte mia...
Penzaje; stu fatto a me mme pare strano...
Stongo scetato ... dormo, o è fantasia?

Ate che' fantasia; era 'o Marchese:
c' 'o tubbo, 'a caramella e c' 'o pastrano;
chill'ato appriesso' a isso un brutto arnese:
tutto fetente e cu 'na scopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro...
'o muorto puveriello... 'o scupatore.
'Int' a stu fatto i' nun ce veco chiaro:
so' muorte e se retireno a chest'ora?

Putevano stà 'a me quase 'nu palmo,
quando 'o Marchese se fermaje 'e botto,
s'avota e, tomo tomo... calmo calmo,
dicette a don Gennaro: "Giovanotto!

Da voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono un blasonato?!

La casta e casta e va, sì, rispettata,
ma voi perdeste il senso e la misura;
la vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la vostra vicinanza puzzolente.
Fa d'uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente".

"Signor Marchese, nun è colpa mia,
i' nun v'avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa' sta fessaria,
i' che putevo fa' si ero muorto'?

Si fosse vivo ve farrie cuntento,
pigliasse 'a casciulella cu 'e qquatt'osse,
e proprio mo, obbj'... 'nd'a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n'ata fossa."

"E cosa aspetti, oh turpe macreato,
che l'ira mia raggiunga l'eccedenza?
Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!"

"Famne vedé... piglia sta violenza...
'A verità, Marché', mme so' scucciato
'e te senti; e si perdo 'a pacienza,
mme scordo ca so' muorto e so' mazzate!...

Ma chi te cride d'essere... nu ddio?
Ccà dinto, 'o vvuò capì, ca simmo eguale?...
... Morto si' tu e muorto so' pur'io;
ognuno comme a 'n'ato è tale e qquale."

"Lurido porco!... Come ti permetti
paragonarti a me ch'ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?"

"Tu qua' Natale ... Pasca e Ppifania!!
f T' 'o vvuo' mettere 'ncapo... 'int' 'a cervella
che staje malato ancora 'e fantasia?...
'A morte 'o ssaje ched'e".... e una livella.

'Nu rre, 'nu maggistrato, 'nu grand'ommo,
trasenno stu canciel
lo ha fatt' 'o punto
c'ha perzo tutto, 'a vita e pure 'o nomme
tu nun t'he fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti... nun fa' 'o restivo,
suppuorteme vicino - che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie... appartenimmo â morte!"

marcello de santis

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Tobias Smollett a Livorno

21 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Nel secolo XVIII dimorò certamente a Montenero lo storico e letterato inglese Tobia Smollett, al quale i medici avevano consigliato un clima più mite e più confacente alla sua malferma salute. Egli prese stanza nella villa oggi dei signori Gamba, che situata in amenissimo luogo fra i poggi ed il mare, riparata dai venti di greco e di levante, e quasi sulla spiaggia, riuniva tutte le migliori condizioni igieniche. In questa villa a romantic and salutary abode, come la chiama un biografo dell'illustre scrittore britanno, lo Smollett preparò per la stampa il bello e soave lavoro The Expedition of Humphrey Clinker, che fu poi pubblicato in tre volumi nel 1771 e ricevuto con gran favore.”

Ancora una volta è Pietro Vigo a parlarci del soggiorno livornese di Tobias Smollett (1721 – 1771), letterato scozzese, creatore di Roderick Random e di Humprey Clinker. Teorico del romanzo razionale, di un picaresco mitigato dal realismo, strenuo avversario del romance, da lui considerato ignorante e superstizioso, nell’ultima parte della vita, per motivi di salute, soggiornò prima a Pisa e poi a Livorno, per la precisione a Villa del Giardino o Villa Gamba, fra Antignano e Monteburrone e qui, appunto, scrisse “The expedition of Humprey Clinker”. “Il Giardino” era una residenza di origine medicea che il Piombanti attesta possedere due sorgenti d’acqua potabile.

Smollett fu sepolto nella città labronica e ancora oggi la sua tomba a obelisco, ben visibile nell’antico cimitero degli inglesi, è una delle mete più ricercate dai turisti britannici. Tuttavia, come riportato nel sito mercantilivornesi.wordpress.com, uno scambio del 1898 fra il capitano James Buchan Telfer e il vice console britannico a Livorno, Montgomery Carmichel, sul periodico “Notes and Queries”, mette in dubbio che Smollett abbia veramente vissuto a Montenero - propendendo piuttosto per Pisa, definendo Livorno “an unattractive seaport town”, una città portuale priva d’interesse” - e persino negando che vi sia davvero sepolto.

louisstott.wordpress.com

Pietro Vigo, Montenero in www.infolio.it

mercantilivornesi.wordpress.com

“In the eighteenth century the English historian and literate Tobias Smollett certainly lived in Montenero, the doctors had recommended him a milder climate more suited to his ill health. He took up room in the villa that today is of the Gamba, which is situated in a very pleasant place between the hills and the sea, sheltered from the east winds, and almost on the beach, and had all the best hygienic conditions. In this villa a romantic and salutary abode, as a biographer of the illustrious British writer calls it, Smollett prepared for printing the beautiful and sweet work The Expedition of Humphrey Clinker, which was then published in three volumes in 1771 and received with great favor."

 

Once again it is Pietro Vigo who talks to us about the stay in Livorno of Tobias Smollett, (1721 - 1771) Scottish scholar, creator of Roderick Random and Humprey Clinker. Theoretical of the rational novel, of a picaresque mitigated by realism, strenuous opponent of romance that he considered ignorant and superstitious, in the last part of his life, for health reasons, he stayed first in Pisa and then in Livorno, to be precise at Villa del Giardino or Villa Gamba, between Antignano and Monteburrone and here, in fact, he wrote The expedition of Humprey Clinker. "Il Giardino" was a residence of Medici origin which Piombanti certifies having two sources of drinking water.

Smollett was buried in the Labronic city and still today his obelisk tomb, clearly visible in the ancient English cemetery, is one of the most sought after destinations by British tourists. However, as reported on the mercantilivornesi.wordpress.com website, an 1898 exchange between Captain James Buchan Telfer and the British vice consul in Livorno, Montgomery Carmichel, in the periodical "Notes and Queries", doubts that Smollett really lived in Montenero - rather leaning towards Pisa, defining Livorno as "an unattractive seaport town" - an uninteresting port city "- and even denying that he is really buried there.

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Marisa del Frate

20 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #televisione

Marisa del Frate

Marisa Del Frate ci ha lasciati quando stava per compiere 84 anni. I giovani di oggi non la conoscono, ché da molti anni si era ritirata dalle scene che l'avevano vista prima stella negli anni 50 e 60.
Io la ricorderò sempre nella sua immensa grazia nell'interpretazione della canzone Malinconico autunno, che presentò al V festival di Napoli dell'anno 1957. Lei romana di Roma (dove era nata nel 1931) ne fece un gioiello, e, a quanti la stavano vedendo e ascoltando, non poteva sfuggire la possibilità concreta di una grande affermazione. Vinse, infatti, inaspettatamente, il primo premio, e la canzone ancora oggi quelli della mia età sono in grado di accennarla, almeno in alcune strofe.


Erano verde...
erano verde 'e ffronne.
E mo, só' comme suonne perdute...
e mo, sóngo ricorde 'ngiallute...

Dint'a chest'aria 'e lacreme
'e stó' guardanno...
Cu 'o viento se ne vanno
pe' nun turná maje cchiù...

Malinconico autunno,
staje facenno cadé
tutt''e ffronne do munno
sulamente pe' me...

Chi mm'ha lassato pe' nun turná,
chisà a che penza...chisà che fa...
Ammore mio,
nun só' stat'i
o...
si' stata tu!...
Pecché?...Pecché?...

I versi della canzone si devono al poeta napoletano verace Vincenzo De Crescenzo, che - ricordiamo - godeva già di una sicura fama per aver composto nel 1950 la più celebre Luna rossa, portata al successo all'epoca da Giorgio Consolini e successivamente consacrata alla gloria da Claudio Villa.
La musica di Malinconico autunno è opera del maestro Furio Rendine, coetaneo di Vincenzo, diplomato al Conservatorio di San Pietro a Maiella in violino e composizione.
Ecco, è sul palcoscenico del festival che conobbi per la prima volta questa bellissima affascinante donna; più tardi, quando aveva spiccato il volo verso la notorietà, contribuì la televisione a portarla nelle case di noi spettatori, quella televisione che da noi stava facendo i primi passi, tutta in bianco e nero, e tra noi si conquistò grazie alla sua simpatia una marea di ammiratori.
Divenne un'attrice, e una soubrette, mettendo in mostra tutte le sue doti fino allora a noi sconosciute; tanto che attori e comici di fama la chiamarono accanto a loro per averla come compagna di recitazione. Eccola così a fianco di Carlo Dapporto e Macario che la vollero nelle loro commedie musicali. Ma la celebrità completa l'aspettava dentro gli schermi della tivu.
Erano passati solo 4 anni dal'apparizione in quel festival della canzone napoletana; siamo nel 1961 e Gino Bramieri la vuole accanto a sé nella trasmissione quiz condotta dal grande Corrado Mantoni dal titolo L'amico del giaguaro.
Con loro due c'è anche un certo Raffaele Pisu. Il trio fa scintille, ed entra nel cuore di tutti gli italiani.
Mi fermo qui.
La sua carriera continua in televisione, in radio, nel cinema, e andrà avanti per molti anni. Ma a me piace ricordarla sul palcoscenico del festival di Napoli del 1957 quando dipingeva con la voce la canzone Malinconico autunno.
Marisa era sola, aveva perduto il marito, l'attore Tonino Micheluzzi che aveva sposato in Scozia, in quanto lui era già sposato; fu un matrimonio segreto.
Purtroppo la sola bimba che nacque dall'unione morì appena nata.
Ciao Marisa.

marcello de santis

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Boccaccio e il Romito

19 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #luoghi da conoscere

Boccaccio e il Romito

Si dice che Giovanni Boccaccio si sia ispirato alla località del Romito per la decima novella della seconda giornata del suo Decamerone, in cui si racconta della bella Chinzica, rapita da Paganin da Mare presso una certa torre di Montenero. Questa torre era l'antenata medievale del Castello del Boccale.

"Avvenne che, essendo il caldo grande, a messer Riccardo venne disidero d'andarsi a diportare a un suo luogo molto bello vicino a Monte Nero, e quivi per prendere aere dimorarsi alcun giorno, e con seco menò la sua bella donna."

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Giacomo Rondinella

18 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Giacomo Rondinella


Giacomo Rondinella ( 30 agosto 1923 - 26 febbraio 2015), abitava vicino al mio paese, a Fonte Nuova, dove ho accompagnato alcune volte i miei nipotini, che fanno ginnastica artistica in una palestra di quel paesino distribuito sulla via Nomentana; e l'estate scorsa mi sono recato a casa sua per fargli una visita, inaspettato, e per fargli dono di alcuni mie libri di poesie.
Quando sono arrivato, davanti al suo nome, sopra al campanello, ho esitato; mi avrebbe accolto? Non mi conosceva e il dubbio era normale. Ho suonato e qualcuno mi ha aperto. In casa c'erano due giovani intenti a sistemare il breve soggiorno; ho chiesto di lui, mi sono presentato, e ho saputo che, dopo la recente morte della moglie, Giacomo aveva scelto di ritirarsi in un centro anziani, aveva novant'anni, per sentirsi meno solo; girare per la casa vuota gli avrebbe fatto male.
Poi, più in là, l'amico Salvatore Pirrone mi ha comunicato che era ritornato a casa; e allora gli ho chiesto se mi avesse avvisato quando lui sarebbe andato a trovarlo. Rimanemmo d'accordo così.
Solo recentemente ho avuto un contatto con la nipote Rita; che mi ha detto che, quando io avessi voluto l'avessi pure chiamata, mi avrebbe accompagnato o accolto a casa di Giacomo.
Ho deciso allora di aspettare, preoccupandomi del freddo che, per un vecchio di 91 anni, era più duro che per me che ne ho settantasei.
Ma non ho fatto in tempo; Giacomo non mi ha aspettato; e non per colpa sua.
Se n'è andato alle 3.00 del 26 febbraio.
Era veramente l'ultimo grande dei classici, uno che ha inciso con la sua figura di bel giovane e grande voce il cielo del bel canto di Napoli.
Nato e cresciuto in una famiglia di artisti, i genitori Ciccillo e Maria, il fratello Luciano e le sorelle Francesca e Amelia, tutti cantanti; Clelia, nipote attrice, e oggi la nipote Rita.
Iniziò nel 44, in pieno periodo di guerra, quando vinse un concorso per voci nuove a Radio Napoli. Divenne presto un grande cantante, ma fece anche film e commedie musicali in teatro.
La sua prima grande canzone che lanciò proprio lui fu quella di Rocco Galdieri, Munasterio 'e Santa Chiar
a.
E nel 1951 fu il primo ad incidere Malafemmena del grande Totò.
Se ne andò in America e solo dopo vent'anni tornò in Italia con meno capelli in testa, ma sempre con la sua bella presenza (è stato sempre alto e atletico); ma soprattutto con la sua voce immutata calda e modulata come era agli inizi.
Non voglio soffermarmi più a lungo a ricordare i di lui successi canori e cinematografici; non ce n'è bisogno; ché la gente della mia generazione lo conosce fin troppo bene.
Questo breve ricordo vuole solo invogliare i giovani, che non lo conoscono e non lo hanno mai conosciuto, e non può essere altrimenti, a trovare qualche scritto su di lui e a sentire qualche successo delle sue canzoni.
Grazie Giacomo per la gioia che mi hai dato per lunga parte della mia giovinezza.
Ho un solo rimpianto, non averti conosciuto... ma la primavera che attendevo per venire a conoscerti, è giunta troppo tardi.
Ciao.

marcello de santis

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L'italiana in Algeri

17 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica

L'italiana in Algeri

L'italiana in Algeri, opera buffa di Gioacchino Rossini, rappresentata per la prima volta nel 1813, si ispira, sembra, a un fatto di cronaca, la vicenda della milanese Antonietta Frapolli, rapita dai corsari nel 1805 e poi tornata in Italia.

La leggiadra Isabella, protagonista dell'opera, è però Livornese. Dalla città toscana è salpata alla ricerca dell'amato Lindoro ed è naufragata sulle coste algerine, dove è stata catturata e rinchiusa nell'harem del bey Mustafà, stanco della propria moglie. Sarà proprio grazie al suo carattere labronico, battagliero e arguto, se riuscirà a prendere per il naso Mustafà, a farlo pentire di aver ripudiato la sottomessa moglie locale in favore di una italiana, e a ricongiungersi con l'amato.

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Caruso a Livorno

16 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica, #personaggi da conoscere

Enrico Caruso (1873 – 1921), già legato alla città labronica per il suo rapporto privilegiato con l’opera di Mascagni Cavalleria Rusticana, nel 1897 conobbe a Salerno il direttore d’orchestra Vincenzo Lombardi, che gli propose di accompagnarlo nella stagione estiva a Livorno. Caruso dimorò nella villa del soprano Ada Giachetti, interprete con lui dell’opera, sposata con il triestino Botti e madre di un bambino. La Boheme non era ancora mai stata rappresentata a Livorno.

Il 14 agosto 1897 Puccini fu accolto in trionfo, con la banda e con una profusione di torce accese, il cui fumo intenso fece anche temere per un momento un incendio. Il Goldoni era strapieno, le signore sfoggiavano abiti lunghi, piume, gioielli, gli uomini erano in frac. La Giachetti fu insuperabile e per Caruso fu un successo, ripetuto già l’anno seguente, dove nel luglio, al teatro Politeama, cantò in una stessa giornata addirittura due opere, I Pagliacci e Cavalleria Rusticana.

Trasportati dalla musica, dalla passione comune, dall’atmosfera romantica dell’opera lirica, Ada ed Enrico s’innamorarono perdutamente. Ada era un poco più vecchia di Enrico, aveva un viso ovale ma pieno, occhi grandi, sorriso enigmatico, per undici anni fu la sua compagna, la sua allenatrice, la madre di quattro figli di cui sopravvissero solo Rodolfo e Enrico Junior.

Ma la vita li allontanò, Ada fuggì con Romiti, l’autista, col quale poi intentò causa a Caruso, perdendola e finendo condannata al carcere e a un risarcimento pecuniario.

Enrico Caruso (1873 - 1921), already linked to the Labronic city for his privileged relationship with the work of Mascagni Cavalleria Rusticana, in 1897 met the conductor Vincenzo Lombardi in Salerno, who proposed to accompany him in the summer season in Livorno. Caruso lived in the villa of the soprano Ada Giachetti, interpreter of the work with him, married to Botti from Trieste and mother of a child. La Boheme had never been represented in Livorno yet.

On August 14, 1897 Puccini was welcomed in triumph, with the band and with a profusion of burning torches, whose intense smoke also made them fear a fire for a moment. The Goldoni was overflowing, the ladies sported long dresses, feathers, jewels, the men were in tails. Giachetti was unsurpassed and for Caruso it was a success, already repeated the following year, where in July, at the Politeama theater, he sang even two operas in the same day, I Pagliacci and Cavalleria Rusticana.

Transported by music, by common passion, by the romantic atmosphere of the opera, Ada and Enrico fell madly in love. Ada was a little older than Enrico, had an oval but full face, large eyes, enigmatic smile, for eleven years she was his partner, his coach, the mother of four children of whom only Rodolfo and Enrico Junior survived.

But life drove them away, Ada fled with Romiti, the driver, with whom she then filed a lawsuit against Caruso, losing and ending up being sentenced to prison and financial compensation.

 

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Angelica Palli

15 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Angelica Palli

Anghelikì Pallis (1798 – 1875), figlia del console, nonché direttore della scuola greca, di Livorno, nasce da genitori entrambi ellenici. Studia col maestro de Coureil (di origine francese ma morto a Livorno). Eredita dal padre l’amore per la letteratura e per i classici e comincia a versificare fin dall’adolescenza. Scrive poesie, novelle, tragedie, romanzi. Il suo “Tieste”, del 1814, si merita le lodi del Monti. Nel 1919 diviene membro dell’Accademia Labronica, col nome di Zelmira.

I suoi interessi, oltre che artistici, sono politici e sociali. È un’attiva sostenitrice degli ideali e delle lotte risorgimentali, si dedica alla causa del popolo greco contro gli ottomani (la stessa per la quale muore Byron). L’unica donna a essere ammessa al gabinetto Vieusseux - il circolo fondato a Firenze che, oltre a fungere da emeroteca e biblioteca circolante, serve anche a mettere in contatto fra loro gli intellettuali della futura Italia unita - le viene proposta una collaborazione ma rifiuta non sentendosi all’altezza del compito.

Il sito angelicapalli.blogspot.com è una preziosa fonte d’informazione per conoscere la vita privata della scrittrice livornese. Vi si narra che, nel 1970, nella soffitta di una casa di campagna della valle Benedetta, è stata ritrovata una cassa contenente lettere di Angelica al padre.

Siamo nel 1830, Angelica ha trentuno anni, un viso di una bellezza classica e pulita. Conosce il diciannovenne Giovan Paolo Bartolomei, nobile di origine corsa e patriota, e se ne innamora. Lui è cattolico, lei ortodossa, lui un ragazzo, lei una donna fatta. La famiglia di lui osteggia il rapporto. I due fuggono, aiutati dal fratello di Angelica, Michele, con l’intenzione di chiedere la dispensa papale per sposarsi. Ripiegano poi su Corfù, dove si uniscono in matrimonio con rito ortodosso. L’anno successivo Angelica scrive accorate lettere al padre, implorando il suo perdono, spiegandogli che ha ricevuto tanto ma ha anche sofferto. Sono, appunto, le lettere ritrovate nella cassa.

Dal matrimonio nasce un figlio, Lucianino, e i tre fanno finalmente ritorno a Livorno. Palazzo Palli - Bartolomei, sugli scali del Pesce in Venezia, diventa il principale salotto mazziniano, tra il 20 e il 40, frequentato da Lamartine, Champollion, Niccolini, Guerrazzi, Bini e Manzoni. Quest’ultimo immortala Angelica in un’ode scritta per lei, dove la definisce “Prole eletta dal Ciel, Saffo novella”.

In questo periodo l’attività politica della Palli s’intensifica, ella collabora a riviste e giornali, scrive poesie e novelle di argomento civile e nel 47 si occupa dell’organizzazione dei volontari toscani. Il marito e il figlio adolescente partono insieme con un gruppo di patrioti livornesi per combattere a Milano durante i moti del 48 e Angelica li raggiunge per poi tornare a Livorno nel 49.

Durante i mesi autunnali, per alcuni anni soggiorna a Fauglia, in corso della Repubblica 47 (dove una lapide la ricorda). Qui scrive il famoso “Discorsi di una donna alle giovan maritate del suo paese”, in cui rivaluta in senso femminista il ruolo della donna nella società. Scrive anche “Cenni sopra Livorno e i suoi contorni”, dove mostra di apprezzare lo spirito battagliero delle donne labroniche, descrivendole come buone, generose ma irrispettose e irriverenti. A questo testo fa riferimento anche Pietro Vigo nelle sue ricerche storiche.

Nel 53 rimane vedova e si trasferisce a Torino ma muore poi a Livorno nel 1875. Le sue spoglie riposano nel cimitero greco in via Mastacchi.

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