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Guido Menasci

14 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica

Mamma, quel vino è generoso, e certo

oggi troppi bicchieri ne ho tracannato...

vado fuori all'aperto.

Ma prima voglio che mi benedite

come quel giorno che partii soldato...

E poi... mamma... sentite...

s'io... non tornassi... voi dovrete fare

da madre a Santa, ch'io le avea giurato

di condurla all'altare.”

Quasi tutti conoscono Guido Menasci (1867 – 1925) come librettista, insieme all’amico Targioni Tozzetti, della “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni.

Malinconico, cagionevole di salute, di lui si ricorda la storia del libretto finito di scrivere l’ultimo giorno di scadenza del concorso, poi vinto dall’opera di Mascagni - in cui la tematica sociale del testo verghiano viene diluita e diventa solo folclore. Il successo dell’opera decretò la fama dei due librettisti che collaborarono ancora ad altre opere del compositore livornese.

Non tutti sanno, però, che Menasci fu uomo di lettere a tutto tondo. Suo padre, assessore all’Istruzione del Comune di Livorno, fu uno dei primi traduttori italiani di Heine, poeta tedesco a metà strada fra romanticismo e realismo. Queste opere infusero in Menasci l’amore per la letteratura soprattutto straniera. Conosceva così bene il francese da tenere orazioni a Parigi e fu fine critico letterario goethiano. Scrisse prose, libri per ragazzi e versi malinconici ispirati alle nostre marine.

Almost everyone knows Guido Menasci (1867 - 1925) as librettist, together with his friend Targioni Tozzetti, of Pietro Mascagni's "Cavalleria Rusticana".

Melancholy, poor in health, we remember the story of the booklet finished writing on the last day of the competition's expiration, then won by Mascagni's work - in which the social theme of the Vergian text is diluted and becomes only folklore. The success of the work decreed the fame of the two librettists who still collaborated on other works by the composer from Livorno.

Not everyone knows, however, that Menasci was an all round man of letters. His father, Councilor for Education of the Municipality of Livorno, was one of the first Italian translators of Heine, a German poet halfway between romanticism and realism. These works infused Menasci's love for especially foreign literature. He knew French so well that he gave orations in Paris and was a fine Goethian literary critic. He wrote prose, children's books and melancholy verses inspired by our navies.

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Madama Sitrì

13 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Madama Sitrì

"Viaggio d'andata senza ritorno

Bella Livorno,

Mi fermo qui

Verso l'inferno o al paradiso

Come al bordello

Madame Sitrì"

(Bobo Rondelli)

Quella di Madame Sitrì era una casa di tolleranza livornese che non aveva niente da invidiare alle famose maison di Roma o Milano. Un bordello lussuoso, vicino al mare, con grandi saloni, specchi, morbidi divani e poltrone dove erano mollemente adagiate le più belle ragazze sulla piazza, discinte, velate, sorridenti, allegre per contratto, pronte a offrirti un bicchiere di spumante e a farti dimenticare guai e mogli brontolone. Ragazze raffinate, che sapevano trattare i clienti facoltosi, i maggiorenti della città, i cadetti dell'Accademia Navale, addirittura i rampolli di Casa Savoia, spesso persino qualche professore di liceo, sbeffeggiato dai suoi ragazzi appostati fuori, o qualche gesuita che, per l'occasione, si era tolto la tonaca.

A gestirla era una signora elegante, non priva di cultura e dal piglio imprenditoriale, capace di mantenere l'ordine fra i clienti e dirigere le ragazze con bonaria fermezza.

Alla figura di Madama Sitrì e alla sua celebre casa chiusa si sono ispirati Aldo Santini, Giuseppe Pancaccini e Bobo Rondelli, il quale le ha dedicato una celebre canzone.

I bordelli furono chiusi nel 58, dalla legge Merlin.

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Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta

12 Luglio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta
UN PAESE AFFASCINANTE CHE, NONOSTANTE LE DOMINAZIONI SUBITE, HA MANTENUTO LE SUE TRADIZIONI.

L’Uzbekistan è un’affascinante destinazione turistica, non molto nota al turista italiano, ma conosciuta dai veri viaggiatori che, attratti dai paesi dalla cultura totalmente diversa dalla nostra, amano visitare mete alternative ai tradizionali e più noti circuiti turistici.
L’Uzbekistan è attraversato dalla famosa “Via della Seta che, partendo da Venezia, attraverso l’Armenia, l’Iran ed il Kyirgystan, portava fino alla Cina.
La Via della Seta era stata così denominata dai carovanieri e dai mercanti che la utilizzavano per i traffici e scambi commerciali che si tenevano lungo di essa. Quest’importante strada di comunicazione era citata spesso quale punto di riferimento geografico sulle antiche mappe dei primi viaggiatori.
Sin dal Medioevo la via della seta è stata oggetto narrativo di storie, non sempre veritiere, da parte di coloro che al ritorno dei lunghi viaggi raccontavano fantastiche avventure capitate proprio lungo quella leggendaria via di collegamento.
I mercanti intraprendevano lunghi viaggi per acquistare principalmente seta grezza o lavorata, oltre ai bozzoli dei bachi che la producevano, al fine di produrre seta sia nel nostro paese sia nel Nord Europa.
I maestri di filatura e tessitura di quelle località insegnarono anche ai mercanti, al seguito di Marco Polo, l’antica arte dell’allevamento e della tessitura di questa pregiata stoffa.

LA STORIA PIÙ RECENTE…

Dopo il crollo del muro di Berlino, con la conseguente frammentazione di quella che fu la grande Unione Sovietica, l’Uzbekistan ha riaperto al mondo il suo scrigno ricco di preziose meraviglie che hanno segnato una parte della storia strettamente legata alle scoperte di Marco Polo durante uno dei suoi interminabili viaggi.
Geograficamente si trova al centro dell’Asia. Confina a nord con il Kazakistan, a sud con il Turkmenistan e Afganistan, a est con il Tadjikistan e il Kyrgystan
Vi sono circa 25 milioni di abitanti che vivono prevalentemente di agricoltura, una delle principali risorse del paese. L’industria mineraria è molto avanzata e i metodi di estrazione di minerali preziosi quali l’oro e l’argento collocano l’Uzbekistan al quarto paese nel mondo per quantità estratta sia di questi che di altri minerali. Anche l’estrazione del petrolio e l’industria automobilistica è molto sviluppata.
l’Uzbekistan è uno degli Stati dell’Asia Centrale più ricco di storia. Il suo territorio, lambito a nord ovest dal grande lago salato d’Aral, si estende lungo i corsi dei fiumi Syr-Darya e Amu-Darya. Fu terra di conquista di Alessandro Magno nel IV secolo a.C., quindi asservito all’impero persiano poi i turchi occidentali nel VI secolo d.C. vi portarono la religione islamica e l’alfabeto scritto. Nel XII secolo fu invaso dalle orde del mongolo Gengis Khan e nel XIV secolo passò sotto il dominio turco del non meno spietato Tamerlano. Nello stesso secolo alcune tribù mongole iniziarono a chiamarsi “uzbeki”, ripresero il controllo della regione e lo mantennero fino ai giorni nostri. Nel XIX secolo fu stato vassallo di un impero zarista teso ad impedire l’espansionismo inglese e, a partire dalla “rivoluzione d’ottobre” del 1917, divenne regione estrema dell’Unione Sovietica, che vi impose la collettivizzazione e la monocoltura del cotone. Infine, dal 1991, l’Uzbekistan è una repubblica presidenziale indipendente.

TASHKENT LA CAPITALE

Tashkent ha una popolazione di 3 milioni di abitanti. Il clima si può definire molto simile a quello mediterraneo, sebbene in inverno faccia un po’ più freddo ma il terreno è molto fertile e questo particolare clima permette la raccolta del grano 3 volte all’anno.
Il mese più freddo è gennaio e può capitare che nevichi, mentre il più caldo è luglio, la cui temperatura può arrivare fino a 38°, sopportabilissimi perché privi d’umidità.

Questa “moderna” capitale colpisce per i suoi innumerevoli parchi e giardini, tutti ben curati, e il tantissimo verde a disposizione dei cittadini.
Nella zona centrale della città si trovano i più importanti alberghi di varie categorie, ma molte catene alberghiere stanno costruendo bellissimi e lussuosi alberghi dotati di centro congressi, businness center ed altre infrastrutture adatte a uomini d’affari.
La capitale non ha un vero centro storico, c’è solo un vecchio edificio che segna un ipotetico centro. Tashkent è per lo più una città moderna ed i suoi edifici ed alberghi ci ricordano molte città dell’Est Europeo. Tuttavia, lo stile architettonico dei palazzi “Modern-Soviet" fa di Tashkent una capitale davvero interessante
La sua metropolitana merita assolutamente di essere visitata perché si può ammirare un autentico capolavoro stile Decò. Le decorazioni alle pareti, i lucidi marmi, i bei lampadari rendono questo piccolo gioiello un’opera d’arte.

BUKHARA

Durante una lunga traversata di circa sette ore nel sud-est del paese, attraversando immensi campi coltivati a cotone e ortaggi, osservando fiumi e fiumiciattoli che scorrono costeggiando i lati dell’“autostrada”, incontrando paesini agricoli dove ci si può fermare per vedere che quasi in ogni casa l’allevamento “fai da te” di bachi da seta è imperante, si arriva nella bella città di Bukhara. Ogni monumento storico o sito culturale che si vede a Bukhara è la testimonianza del grande talento artistico del popolo Uzbeko, della sua forza creativa nel campo delle scienze, della cultura spirituale, di quella filosofica e religiosa.
Per migliaia d’anni, Bukhara è stata presa come esempio del simbolo della civilizzazione. Ed i mercanti, i pellegrini (i turisti di allora) che vi transitavano per la religiosità dei luoghi, ne hanno fatto un sito sacro, oltre che un importante centro di scambi commerciali. Le numerose cisterne d’acqua che vi si trovano fungevano/fungono da laghetti dove godere un po’ di riposo e di frescura oltre a esercitare la funzione di luoghi di relax, di socializzazione e di divertimento della popolazione.
La città è conosciuta soprattutto per i tappeti, ma all’origine ci fu un equivoco: i “bukhara”, ben noti tappeti conosciuti in tutto il mondo per i loro disegni, colori e tessitura, non provengono da questa città. Sono prodotti in Turkmenistan, ma essendo stata Bukhara uno degli snodi mercantili più vivaci sulla “Via della Seta”, già all’epoca di Marco Polo, è qui che questi manufatti iniziarono ad essere commercializzati e presero il nome della città.
Le moschee, le madrasse, i minareti, le piazze, gli archi, le vie lastricate e i capolavori architettonici dei palazzi, tra cui i palazzi dell’Amministrazione, il Mausoleo dei Samanidi, la Cittadella con il palazzo del Gran Kan (il quale si era fatto costruire un piccolo balcone sul torrione più alto, proprio sopra la piazza, da dove assisteva alle esecuzioni capitali), testimoniano la grande fama di Bukhara. Oggi, dopo tanti anni di abbandono, si assiste alla sua rinascita grazie al restauro e alla conservazione di tutti questi monumenti, riportati al loro originale splendore.
Gli oltre 140 siti museali presenti sono stati dichiarati dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. Tra i più importanti, c’è la piazza secentesca Labi-Khaus, con la più grande madrassa (scuola islamica) della città costruita intorno ad una vasca; la moschea e il minareto Kalyan del XII secolo, alto 47 metri, un tempo l’edificio più alto dell’Asia; il mausoleo di Ismail Samani, la struttura più antica e più elegante della città, completata nel 905 d.C. Siamo affascinati dall’architettura relativamente semplice e sobria, ma imponente, dei monumenti.

E se l’immaginazione ci rimanda alla magnificenza cromatica di alcune moschee che abbiamo in mente, rischiamo di rimanere delusi. A Bukhara, proprio per l’antichità del sito, i colori prevalenti sono il beige e il marrone, gli stessi delle numerosissime piccole case dei dintorni. Tra i pochi passanti di un giorno feriale, soprattutto fedeli, si può osservare che gli uomini portano tutti un copricapo quadrangolare nero con disegni floreali bianchi, vestono abiti lunghi e scuri ravvivati dal sash blu o bluette, una sorta di maxicappotto trapuntato. Le donne portano abiti coloratissimi con disegni floreali che coprono i pantaloni, anche questi variopinti. Come riconoscere una donna nubile? Semplice. Se la fanciulla porta treccine tutte raccolte all’interno di un ampio fermaglio decorato, vuol dire che è “da marito”. Altrimenti – se le treccine sono sciolte – significa che è sposata.

Ma Buhkara offre ancora la visita alla moschea e alla madrassa Nadir Divanbegi, con il suo timpano decorato a mosaici rappresentanti uccelli fantastici. Qui ci sono tre bazar coperti. I tappeti, ovviamente, sono l’attrazione principale, ma pure le splendide sushine di seta ricamate a mano da giovani donne. Ve ne sono di tutte le misure, vuoi come eleganti centrotavola, vuoi come tendaggi o come parati in un ambiente etnico. Nell’antichità, a seconda dell’armonia dei disegni, dei colori e della perfezione dei ricami di questi preziosi manufatti, l’uomo decideva chi valesse la pena di prendere in moglie. Una sorta di test prematrimoniale. Qualcuno fa ottimi affari, ma giungere ad un accordo sul “prezzo giusto” è un’arte nella quale pochi di noi sono avvezzi.

LA MITICA SAMARKANDA

Sul Milione sono citate più volte capitali epiche tra le quali anche Samarkanda, una delle città più vecchie del mondo. Fondata oltre 2.750 anni fa, raggiunse tra la fine del 14° secolo e l’inizio del 16° la massima espansione sotto il regno del famoso condottiero Tamerlano. Di quel periodo, purtroppo, ci sono pochissimi riscontri archeologici che possono confermarne il suo antico splendore. Dalle testimonianze storiche della necropoli di Shah-i-Zinda (14° sec.) ed altre d’epoca medievale, si può capire quanto fossero sviluppate l’architettura e il bellissimo mausoleo di Gur Emir, dove ancora oggi si può ammirare la tomba del grande Tamerlano e della sua famiglia, ne sono un esempio.

Nello stesso mausoleo sono sepolte anche le spoglie degli uomini più importanti del paese, tra questi il famoso Ulughbek, insigne astronomo, scienziato, esperto matematico e statista il quale, già nel 1.428, fece costruire un osservatorio astronomico d’elevata precisione (ancora oggi parzialmente visibile) ed a lui si debbono molte scoperte che rivoluzionarono i concetti astronomici di quei tempi.
A Samarcanda si possono ammirare importanti “Madrasse” (scuole Coraniche), e la necropoli di Shakhi Zinda consistente in 11 mausolei decorati con splendide maioliche dai delicati colori che vanno dal turchese al blu cobalto con sfumature di colore lapislazzulo. Ancora oggi sono ben conservati e piuttosto visibili e mostrano un gradevole gioco di forme e di colori.
The Registon Square, è una enorme piazza incorniciata dalle tre più importanti Madrasse, ricche di decorazioni in maiolica dai colori brillanti che variano dal giallo ocra al blu cobalto, dal turchese al verde smeraldo. Queste splendide maioliche impreziosiscono la piazza con i loro riflessi sfumati di colore.
I suoi quattro longilinei minareti, che svettano ai lati, avvolgono le Madrasse come braccia, le cui mani, protese verso il cielo, sembrano essere messe a protezione di questo sacro e imponente mausoleo religioso.
È un’atmosfera magica quella che si respira a Samarkanda anche se, uscendo dal nucleo storico, i riflessi di un’urbanistica di stampo sovietico fanno effettivamente un po’ “a pugni” con l’architettura dei monumenti e la ricchezza cromatica e stilistica degli antichi palazzi. Ma fervono lavori di restauro volti al recupero, alla tutela e all’esaltazione di un patrimonio di inestimabile valore storico culturale.

Della necropoli Shakh-I-Zindeh, con i tre gruppi di mausolei, dell’immensa Piazza Registan, non si finisce mai di ammirare l’azzurro luccicante dei mosaici finemente decorati, dove pure campeggiano antiche scritture e si confondono le simbologie di zoroastriana memoria. Giganteggia la moschea di Bibi-Khanym, un tempo destinata alle grandi assemblee. Fu il gioiello di Tamerlano. Tutt’ intorno il grande bazar: il più spettacolare e suggestivo sito folcloristico di Samarkanda. Un enorme caravanserraglio di vestiti, stoffe, cappelli, turbanti, tappeti. Al coperto, il mercato agricolo con ogni ben di Dio di spezie, vegetali, frutta, frutta secca, melograni, cereali

URGENCH

Volando verso est, si arriva dopo circa 30 minuti di volo ad Urgench, una piccola città resa importante dalla vicina cittadina di Khiva.
Fondata agli inizi del 17° secolo, mantiene intatta la sua fisionomia medievale e i suoi minareti, i suoi vicoli, le sue moschee, le sue scuole coraniche sono ancora in un perfetto stato di conservazione. Tutte le costruzioni sono edificate in mattoni d’argilla e paglia, e il colore della città è lo stesso del materiale che è stato adoperato con sfumature che tendono al nocciola. Le case e i palazzi sono ancora oggi abitati e lungo le strade e nei quartieri della città vengono esercitati mestieri di antica memoria che catapultano indietro nei secoli chi proviene come noi da paesi supermoderni. Sembra di essere capitati in un’opera teatrale ambientata in un mondo arcaico e lontano che non ci appartiene più.

KHIVA

Definita la perla dell’Uzbekistan è contemporanea della fondazione di Roma e risale a 2.500 anni B.C.
Documenti attendibili, invece, ne testimoniano la nascita addirittura a 2.700 anni prima di Cristo. Così come alcune testimonianze confermano la creazione della prima Accademia dell’Asia centrale (chiamata di “Ma’moon”) proprio in questa città e ben 1.500 anni B.C. Oggi tale accademia è assurta a nuovo splendore, grazie a importanti lavori di restauro, ed è stata riaperta al pubblico.

A Khiva, vivono attualmente circa 1.500 persone le quali debbono il loro benessere a questa città, frequentata da turisti, ma che è riuscita a mantenere intatta la sua identità di città fortezza ben difesa dai suoi muri di protezione. I muri la incorniciano nei quattro lati e sono ancora ben conservate sia le porte di accesso sia gli spalti difensivi e gli innumerevoli minareti, il più celebre dei quali è quello incompiuto (sembra che la popolazione si rifiutasse di sponsorizzare l’opera che riteneva brutta e troppo costosa).
Una leggenda vuole che questa piccola città fosse fondata da Sem, figlio di Noè, che qui scavò un pozzo. Khiva era importante sia come fortezza sia come snodo commerciale sulla “Via della Seta”. Si entra dunque all’interno della città più antica, Ichan-Kala, perfettamente restaurata. È un insieme fitto di minareti, come quello di Kalta Minor, ricco di mosaici di colore turchino, di moschee e di madresse.

Colpiscono, in particolare, la fortezza di Kukhna Ark e la moschea Juma sostenuta da ben 212 colonne lignee decorate con disegni floreali e rappresentazioni di animali. Nel XVI secolo Khiva fu capitale sotto il regno dei Timuridi, che la resero tristemente famosa a causa di un fiorente mercato di schiavi. Quando si visita il museo delle carceri si comprende che questa dinastia di governatori si distinse anche per le atrocità inflitte a chi commetteva un qualche reato.

I dipinti dell’epoca alle pareti, raffiguranti sevizie inimmaginabili, sono lì per dare un’idea del terrore che furono in grado di incutere i signori di queste terre. Solo nel XIX secolo i russi riuscirono a sottrarre la città al giogo dei Timuridi.

Oggi il centro storico di Khiva è un luogo turistico molto vivace, pieno di innumerevoli bazar, piccole botteghe e scuole d’artigianato, che si distinguono soprattutto per i lavori di intaglio del legno con cui vengono realizzate porte arabescate, baldacchini, paraventi, leggii e altro.

Salendo sulla torre Kukhna Ark si possono scattare bellissime foto della cittadella, soprattutto al tramonto, quando il sole che scende per “coricarsi”, colora magicamente cupole e mura di cinta.

Reportage: Uzbekistan, un viaggio sulla grande via della seta
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Palazzeschi e i Pancaldi

11 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Palazzeschi e i Pancaldi

Aldo Palazzeschi (1885 – 1974) ha dedicato ai bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936

È davvero una stampa la sua, descritta con gli occhi stupiti di un bambino che, il primo d’Agosto, in una giornata torrida, sudato fradicio, viaggiando in carrozza e in vagone ferroviario insieme ai genitori e alla donna di servizio, giunge alla “porta a mare” di Livorno, dove vede per la prima volta la distesa azzurra, spumeggiante, le creste bianche delle onde.

Durante il viaggio sua madre ha chiacchierato tutto il tempo con una dama vistosa, la quale ha descritto nei minimi particolari la vita che si svolgerà sullo stabilimento mondano e lussuoso, luogo “di tutte le delizie e le primizie”, spettegolando sulle signore che lo frequentano, sul numero dei vestiti, delle scarpe e dei cappelli di questa e quella.

Non è difficile immaginare l’aria calda e salmastra, il sole rovente dal quale le signore si proteggevano con l’ombrellino, le tende gonfie di vento dello stabilimento balneare, le marchese, le contesse, le attrici, le cantanti ingioiellate che, passeggiando, sfoggiavano ogni giorno una toelette nuova - in primis una principessa che arrivava addirittura con ventotto bauli, cento vestiti e duecento paia di scarpe. All’alba si facevano duelli segreti e, dopo, se ne parlava con un brivido d’emozione.

Oltre e sopra tutto, indifferente, il mare.

Il mare era calmissimo, profondamente azzurro, e pareva adagiato vittoriosamente dopo una gara col cielo a chi lo fosse di più; nel cielo non era che il sole e riempiva tutto col suo calore, e nel mare un gruppettino di vele bianche in fondo, cinque o sei, e certe spumettine candide verso la riva, fiocchetti di cotone, che apparivano e sparivano come dalle fessure di una veste.”

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Reportage: I Parchi della Tanzania, un preziosissimo patrimonio da proteggere

10 Luglio 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage: I Parchi della Tanzania, un preziosissimo patrimonio da proteggere
IL SERENGETI, LAKE MANYARA, NGORONGORO, IL PARADISO DEGLI ANIMALI È QUI…E NOI SIAMO DENTRO “QUARK”

Esiste veramente il mal d’Africa? Certo che esiste e sono tante le motivazioni di questo “male” che io definirei anche malessere. Ma in cosa consiste, in realtà, questo “Mal d’Africa” e quali sono i sintomi che ne denotano la sofferenza? A mio avviso è quel senso di struggente nostalgia che ti assale ogni volta che vedi anche un africano nella tua città. E’ la voglia di ritornare in quel continente che riesce a suscitare, anche solo pensandolo, emozioni tanto forti e uniche. E’ quel senso di meraviglia e di felicità che si prova ogniqualvolta si riesce ad osservare la straordinaria natura e i numerosi animali non rinchiusi in una gabbia, ma liberi nel loro habitat naturale.
E’ quel desiderio di non tornare piu’ nella tua città, che ti “ingoia” nella sua vita frenetica e ti fa dimenticare che noi non siamo nati con questo stress o con questa voglia di possedere sempre di piu’ ogni cosa. E’ quel comprendere che certe popolazioni hanno come sola ricchezza il loro territorio, eppure sanno accontentarsi di ciò che questo gli regala (anche se poco). E’ il ricordo di tanti vestiti variopinti, di mercati, di capanne nei piccoli villaggi e di palazzi nelle grandi città.

E’ il rammentare con rimpianto i grandi, scuri e dolci occhi dei bambini, il sorriso delle loro madri e i paesaggi magici che ti lasciano senza respiro. E’ la serenità che si prova davanti a sterminati territori dove regna la tranquillità piu’ assoluta e dove l’unico “rumore” che si avverte è il verso degli animali che ci vivono in completa libertà.
E’ quella voglia di “mollare” la cosiddetta civiltà per rifugiarsi in un mondo che assomiglia a quello dei nostri antenati di tanti milioni di anni fa…ma ci sono ancora tante altre motivazioni!

IL VIAGGIO

La cima innevata del Kilimanjaro ci annuncia che siamo quasi arrivati. Sotto di noi, alle prime luci dell’alba, il paesaggio è tipicamente africano o, perlomeno, è ciò che noi immaginiamo sia tipico dell’Africa: spazi aperti e assolati, immense distese di terra disabitata.
Finalmente siamo in Tanzania, il più vasto paese dell’Africa Orientale ed uno dei meno visitati dagli italiani. L’aeroporto di Kilimanjiaro è piccolo e gli impiegati dello scalo ci accolgono con un cordialissimo “Karibu” e “Jambo” (benvenuti e salve).
Queste due parole, accompagnate da sinceri sorrisi, ci verranno dette molto spesso dai locali nel corso del viaggio.
Terminate le formalità d’ingresso, ci imbarchiamo su un Cessna da 10 posti che ci condurrà nel Parco del Serengeti.
A pochi minuti dal decollo ci rendiamo conto di iniziare un viaggio nel quale il lato emotivo e fisico saranno coinvolti in maniera molto palese e forte.
Subito dopo l’atterraggio, con nostra grande sorpresa, improvvisamente ci sentiamo catapultati nel bel mezzo di un documentario di “Quark”, ma al posto di Piero o Alberto Angela, a vivere in prima persona questa indimenticabile esperienza, ci siamo noi.
È tangibile che non saremo solo spettatori, ma saremo, di volta in volta, protagonisti e attenti osservator
i.

Gli autisti-guide ci attendono con le loro jeep in una savana nella quale “pascolano” indisturbati centinaia di gnu e zebre. Lo spazio tutto intorno è immenso e silenzioso. L’impatto emotivo è forte. I nostri sensi sono allertati dagli odori e rumori presenti nel luogo.

Sono quelli della terra, delle piante e degli animali.
L’Africa è palpabile nell’aria e l’Italia è così tanto distant
e…
I palazzi, le automobili e il rumore del traffico sono già lontani dai nostri pensieri. Qui tutto è primordiale e la bellezza selvaggia dei paesaggi, con gli spazi infiniti dove a malapena si riesce a distinguere l’orizzonte, ci fanno riscoprire un senso di genuinità animalesca – che in città non pensiamo di possedere – rendendoci coscienti di quanto ormai ci siamo staccati da madre natura.
Di questo santuario della natura, di questo mondo remoto e affascinante, all’improvviso ci sentiamo parte integrante. Non proviamo neppure sentimenti di paura ma, istintivamente, prevale in noi un senso di rispetto e protezione per questo habitat selvaggio ma non nemico.

UN PATRIMONIO DA SALVAGUARDARE

In Tanzania la natura è stata veramente generosa e i suoi abitanti ne sono coscienti, un quarto del loro territorio, infatti, è stato protetto. Parchi e riserve naturali sono l’immenso patrimonio che il paese sta proteggendo per la conservazione del suo ecosistema.
Ed è in queste riserve che si possono osservare i cosiddetti “big five”, ossia i cinque grandi animali selvaggi che sono l’elefante, il bufalo, il leone, il rinoceronte e il leopardo.
Noi abbiamo avuto la fortuna di incontrarli tutti ed è difficile descrivere l’emozione che si prova nel trovarsi a pochi metri da loro. È anche inusuale la nostra condizione di uomini – “ingabbiati” nelle Land Rover – che osservano gli animali, liberi e unici padroni del territorio. In questo mondo primitivo tutt’intorno è silenzio. Le uniche “voci” che si odono sono quelle degli animali che si chiamano, che lottano fra di loro o che, semplicemente infastiditi dalla nostra presenza, reclamano un po’ di intimità.
Il viaggio ci ha portati nel circuito che comprende 3 Parchi: il Serengeti, lo Ngorongoro e il Lake Manyara.
In una settimana abbiamo attraversato sentieri creati dalle Jeep, unici mezzi adatti a percorrere piste spesso simili a quelle dove si svolgono i Rally.
Abbiamo incontrato tutte le principali specie animali africane: zebre, giraffe, gnu, aironi, fenicotteri rosa, ippopotami, gazzelle, struzzi, impala, sciacalli, facoceri, licaoni, babbuini, coccodrilli, leopardi, leoni e uccelli tra i più belli del mondo, come il superb glossy starling. Abbiamo osservato gazzelle, impala, zebre e gnu mentre cercavano un po’ d’ombra e refrigerio ai piedi delle acacie.

Abbiamo visto alberi così carichi di uccelli e scimmie che sembravano “soffocare”. Ci siamo riempiti gli occhi delle immense distese di fiori bianchi che sembravano candida neve caduta sui campi. Abbiamo guardato con curiosità i numerosi ippopotami che sguazzavano nei fiumi, facendo un grande baccano, e i licaoni che si abbeveravano in una pozza d’acqua.

Abbiamo ammirato i pigri leoni, a non più di quattro metri di distanza da noi, che sembravano indifferenti alla nostra presenza e sbadigliavano mostrando i loro pericolosi denti, e le elefantesse con i loro teneri “piccoli” che si nutrivano delle foglie di un albero stando proprio sotto il grosso e protettivo corpo delle madri. Abbiamo avvicinato branchi di babbuini, con la prole aggrappata al loro corpo, intenti alla pulizia reciproca e al gioco.
Abbiamo quasi contemplato a bocca aperta le centinaia di fenicotteri rosa che passeggiavano e volteggiavano sulle rive di un lago e, infine, abbiamo assistito allo straordinario spettacolo del pasto di due leonesse con i loro cuccioli intenti a mangiare uno gnu sfortunatamente caduto dopo un’estenuante corsa in cerca della salvezza.
Quante volte abbiamo potuto osservare questa immagine nei documentari televisivi? Credo talmente tante volte da sapere a memoria tutti i meccanismi che precedono l’abbattimento degli erbivori: dall’appostamento alla corsa frenetica, dall’assalto al colpo di grazia con l’affondo dei denti nel collo della vittima predestinata, niente ci è più sconosciuto di questa legge della natura che fa morire il più debole.
Ma essere lì, a non più di cinque metri dall’evento, è proprio tutta un’altra cosa. È come se ci si sentisse predatori come la leonessa e i piccoli, che stanno “rosicando” le corna dello gnu, sembrano dei grossi gatti. È strano, ma la morte dello gnu non suscita in noi alcun sentimento di pietà. Lì, nella savana, è normale che sia così perché i predatori sono in numero realmente esiguo rispetto alle prede. La sopravvivenza dei leoni non intacca minimamente la specie degli gnu, delle zebre o di qualsiasi altro animale.

I RANGERS

I rangers, figure essenziali per visitare i parchi, perché conoscono i luoghi dove si trovano le varie specie degli animali, vigilano affinché nessuno turista crei danni all’ambiente e si occupano di bruciare in modo controllato l’erba affinché gli animali ne abbiano sempre di fresca. Molti di loro sono anche gli autisti che guidano i fuoristrada durante i safari e la loro presenza è molto importante perché riescono a trasmettere ai visitatori un senso di grande rispetto e di amore per quei territori così ricchi di fauna.

I PARCHI: SERENGETI, NGORONGORO, LAKE MANYARA

La pianura del Serengeti è adibita in gran parte a Parco Nazionale. Paradiso degli animali, rigidamente custodito, si estende su una superficie di 14.500 Kmq. Senza questi provvedimenti, leoni, elefanti ed ogni altra specie di animali sarebbero condannati all’estinzione. Cacciatori e mercanti d’avorio avrebbero annientato ogni forma di vita nella savana. Gli uomini, infatti, hanno sempre fatto stragi enormi di animali. Qui, invece, l’uomo li protegge dagli altri uomini e possono vivere in completa libertà nell’ambiente che è loro congeniale.
In questo luogo l’unica “arma” consentita è la macchina fotografica o la videocamera. È senza dubbio il parco più visitato della Tanzania per la varietà di specie di animali e perché ospita la più grande concentrazione di erbivori del mondo. Il suo nome in lingua Masai significa “spazio esteso” e nel periodo che va da maggio a dicembre è più ricco di fauna in quanto gli animali vi migrano alla ricerca di nuovi pascoli e di acqua. Le varie stagioni: la più secca da giugno a novembre, la più piovosa, da dicembre a maggio, definiscono gli spostamenti degli animali e osservare queste migrazioni è realmente uno spettacolo indimenticabile.
Fra il Serengeti e lo Ngorongoro si trovano le Gole di Olduvai, nelle quali l’antropologo Leakey scoprì i più antichi resti umanoidi risalenti a 3 milioni e mezzo di anni fa. L’altopiano del Serengeti riserva spettacoli naturali, come l’alba e il tramonto, che qui acquistano una raro fascino.
Come non rimanere emozionati, infatti, nell’osservare il sole che si alza lentamente sulla savana e incomincia a colorare i prati e il cielo e, poi, va a riflettersi – dorandoli – negli specchi d’acqua?
Oppure, come non restare affascinati dallo spettacolo del tramonto nella savana. Trovarsi lì, proprio quando il sole inizia a cambiare colore, incomincia a scendere e si nasconde dietro i rami di un’acacia, albero-simbolo dell’Africa, è una grande fortuna. In quel momento il cielo si tinge di rosso, gli animali si nascondono e tutt’intorno si crea un’atmosfera di grande suggestione. Ci si sente in un’altra dimensione, più vera e più magica!
Ma la Tanzania riserva ovunque grandi emozioni e riesce ad imprimere negli occhi e nella mente di chi la visita ricordi indelebili.
Un altro spettacolo pieno di fascino, anzi mozzafiato, è la vista del cratere Ngorongoro, definito dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità.
Posto a 2286 metri sopra il livello del mare, con un diametro di oltre 16 Km, ha le pareti alte oltre 600 metri dalla base del cratere. Anche questo è per gli animali un Eden dall’ecosistema chiuso.
Se il Serengeti si presenta come una pianura quasi brulla, il Parco Ngorongoro stupisce per la ricchezza della vegetazione e per i paesaggi spettacolari che si susseguono.
Vaste foreste, torrenti, terreni fertili, cascate e piccoli laghi sono il superbo dono che la natura ha regalato a questo luogo quasi idilliaco.
Si percorrono chilometri e chilometri provando un continuo senso di meraviglia e di soggezione di fronte ai grandi spettacoli naturali che si alternano.
Gli abitanti di un così straordinario territorio sono i Masai, popolo orgoglioso e fiero che ha mantenuto una forte identità tribale.
La stessa gente del villaggio ci racconta che ancora oggi i ragazzi di 18/19 anni, per la loro iniziazione, devono uccidere un leone armati solo di una lancia.
I ragazzi accerchiano il leone, lo prendono per la coda e poi lo uccidono.
Il finale della caccia, purtroppo, non va sempre così perché talvolta c’è un morto o un ferito grave tra loro. Ma, narrano ancora i Masai, per fortuna i leoni hanno ormai imparato a conoscere l’odore dei giovani guerrieri e ne stanno prudentemente alla larga!
Meno conosciuto degli altri due, ma non per questo meno interessante da visitare, è il Parco Nazionale del Lago Manyara. Situato nella nota Rift Valley, profonda linea di frattura della crosta terrestre che si estende per oltre 5.000 km dal Mozambico al lago di Baikal nell’Ucraina, è caratterizzato da una rigogliosa vegetazione, da prati e paludi.
Oltre 350 specie di uccelli sono presenti nel Parco ed è anche possibile ammirare leopardi e leoni mollemente adagiati sui rami delle grandi acacie. In questo splendido habitat per gli animali, abbondano bufali, elefanti, impala ed ippopotami.
Nella parte sud del parco, inoltre, sono presenti sorgenti di acqua calda sulfurea.
I luoghi, come tutte le cose, hanno un odore caratteristico. Lake Manyara, forse perché eravamo lì in un giorno di pioggia, profumava di terra bagnata e di vegetazione lussureggiante.
Non abbiamo mai avvertito niente di sgradevole neppure quando eravamo molto vicini agli animali. Chissà, invece, quale tipo di odore avevamo noi uomini per loro!.

Reportage: I Parchi della Tanzania, un preziosissimo patrimonio da proteggere
Reportage: I Parchi della Tanzania, un preziosissimo patrimonio da proteggere
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Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

9 Luglio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poli patrizia, #recensioni, #luomodelsorriso

Patrizia Poli, "L'uomo del sorriso"

Patrizia Poli

L’uomo del sorriso

Marchetti Editore, pp. 280, € 13,00

Sono livornese, quindi spero di essere credibile se parlo bene di un giovane e intraprendente editore pisano come Marchetti, che decide di puntare sulla qualità – operazione controcorrente, con questi chiari di luna – e di sopperire alle lacune della grande editoria, dedita a spacciare il nulla usando supporti cartacei o digitali. I piccoli editori servono proprio a questo, quando sono onesti e fanno lavoro di scouting, senza badare solo alla situazione del loro estratto conto. Patrizia Poli aveva nel cassetto questo manoscritto inedito, segnalato al XXVI Premio Calvino, ma non riusciva a pubblicarlo per una serie di motivi, non ultimo la difficoltà di incontrare un editore deciso a puntare sulla qualità letteraria, senza porsi altri problemi.

Vediamo la storia, in estrema sintesi. Maria di Migdal non è soltanto la prostituta che gli uomini cercano e le donne fuggono, o la cestaia che intreccia foglie di palma per il mercato sul mar di Galilea; Maria è anche la donna che di notte, in silenzio, di nascosto, prega la dea Ashera, che la madre le ha insegnato a venerare. La Legge del Dio del Tempio non le piace, ma non le piacciono neanche le regole del Dio degli Esseni, sebbene la comunità nascosta nel deserto la affascini. Quando vede il suo amico Giovanni immergere nelle acque del Giordano il figlio di un falegname di Nazareth, Yeshua’ bar Yosef, stenta a credere che quel giovane genuflesso e rapito sia proprio colui che Giovanni attendeva come il messia. L’uomo del sorriso è la storia del loro incontro, di un sacrificio disumano solitario, di una decisione estrema che darà inizio alla voce di una resurrezione. Patrizia Poli rivisita con occhi da laica la storia di Gesù Cristo e al tempo stesso racconta l’esistenza di tanti altri personaggi: Maria di Nazareth, Giovanni (il discepolo più amato), Kefa, Bar Abba, Ponzio Pilato, Bar Kayafa, Yosef il falegname, Giuda Ish Karioth. Una rivisitazione laica ma struggente della materia evangelica, uno studio sulla verità che uccide, sul perché della vita e della sofferenza, sulle domande che tutti ci poniamo senza ottenere risposta. L’uomo del sorriso è la storia di un amore assoluto, più forte della morte stessa.

Romanzo storico, anche se l’autrice parla di opera di fantasia:

La razionalità mi ha fatto diventare atea – seppure mantenendo un certo anelito verso la trascendenza – ma le mie radici sono cristiane, sono cresciuta con un’educazione praticante e una nonna molto pia, sono andata a messa fino a diciotto anni. Riconosco al Gesù della tradizione cattolica un’aura mitica e favolosa irrinunciabile, e per tale motivo ogni anno faccio il presepe, con la grotta, la stella cometa, il bue e l’asinello, i Magi. Di queste figure piene di fascino mi premeva indagare le enormi potenzialità umane, emotive, ma anche favolose. Così ho scritto un’opera di fantasia, non un vero e proprio romanzo storico”.

Patrizia Poli non ha scritto un romanzo ideologico, non aveva intenzione di negare la divinità di Cristo. Il suo interesse sta tutto nel lato umano della vicenda, da buona narratrice indaga le emozioni dei personaggi, i loro pensieri, le risposte agli eventi che li travolgono. L’uomo del sorriso non è altro che una grande storia d’amore. Leggetelo, non ve ne pentirete!

Gordiano Lupi

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Elisabeth Seton

8 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

La chiesa episcopale statunitense si staccò da quella anglicana durante la rivoluzione americana, quando fu imposto ai dissidenti di giurare fedeltà alla monarchia britannica. A questa confessione apparteneva Elisabeth Anne Bayley (1774 – 1821) una quieta ragazza di ottima famiglia, ricca ed elegante, gentile, mite, paziente, intelligente, che faceva vita ritirata ed era amante della lettura e soprattutto della Bibbia.

Sposò il giovane William Magee Seton, di cui era molto innamorata, e la coppia mise al mondo cinque figli. Furono anni felici, ma durarono poco. Il suocero di Elisabeth morì, lasciando al figlio un’azienda malandata e sette fratellastri di cui occuparsi. La ditta fece bancarotta e William si ammalò di tubercolosi.

Per curare la salute sempre più malferma di William, la famiglia si trasferì in Italia. Nel novembre del 1803 sbarcò a Livorno ma fu subito messa in quarantena a causa della febbre gialla che imperversava in America.

Purtroppo il marito peggiorò fino a morire. Fu sepolto nel cimitero degli inglesi. Il console britannico aiutò la giovane vedova che trovò conforto nell’accettazione della “volontà di Dio” e nella preghiera, frequentando numerose chiese livornesi fra le quali il Santuario di Montenero. Qui Elisabeth, orfana di madre, sentì fortissimo il richiamo della materna figura della Madonna e, durante la celebrazione della messa, ebbe una specie di epifania che la spinse a convertirsi al cattolicesimo.

L’anno successivo tornò in America, dove fu battezzata e cresimata e dove cominciò il suo apostolato in favore dei poveri e soprattutto delle vedove con figli piccoli. Nel 1809 fondò la comunità de “le figlie della carità”, improntata alla spiritualità di San Vincenzo de Paoli, che considera la missione apostolica come un’azione volta anche a risolvere i problemi materiali delle popolazioni sofferenti.

Anche lei affetta da tubercolosi, morì a soli quarantasei anni a Emmitsburg, dove è la casa madre dell’ordine da lei fondato. Nel 1975 fu canonizzata da Paolo VI e divenne la prima santa statunitense.

Il sacerdote della parrocchia livornese Anna Seton di piazza Maria Lavagna, è intervenuto nel 2004 con un escavatore nell’antico cimitero degli inglesi, in un terreno che non permette l'ingresso di tali mezzi, ed ha riesumato le spoglie del marito, non cattolico bensì protestante, di Elisabeth, danneggiando gravemente la tomba.

The American episcopal church broke away from the Anglican church during the American revolution, when dissidents were forced to swear allegiance to the British monarchy. To this confession belonged Elisabeth Anne Bayley (1774 - 1821) a quiet girl from an excellent family, rich and elegant, kind, gentle, patient, intelligent, who lived a withdrawn life and was a lover of reading and above all of the Bible.

She married the young William Magee Seton, with whom she was very much in love, and the couple gave birth to five children. Those were happy years, but they didn't last long. Elisabeth's father-in-law died, leaving his son a run-down company and seven half-brothers to take care of. The firm went bankrupt and William fell ill with tuberculosis.

To take care of William's increasingly ill health, the family moved to Italy. In November 1803 she landed in Livorno but was immediately put into quarantine because of the yellow fever that was raging in America.

Unfortunately her husband got worse until he died. He was buried in the English cemetery. The British consul helped the young widow who found comfort in accepting the "will of God" and in prayer, attending numerous churches in Livorno including the Sanctuary of Montenero. Here Elisabeth, motherless, felt very strong the call of the maternal figure of the Madonna and, during the celebration of the mass, she had a kind of epiphany that pushed her to convert to Catholicism.

The following year she returned to America, where she was baptized and confirmed and where she began her apostolate in favor of the poor and especially widows with young children. In 1809 she founded the community of "the daughters of charity", based on the spirituality of Saint Vincent de Paul, who considers the apostolic mission as an action also aimed at solving the material problems of suffering populations.

She also suffered from tuberculosis and died at the age of forty-six in Emmitsburg, where the mother house of the order she founded is. In 1975 she was canonized by Paul VI and became the first American saint.

The priest of the Livornese parish Anna Seton of Piazza Maria Lavagna, intervened in 2004 with an excavator in the ancient English cemetery, in a land that does not allow the entry of such vehicles, and exhumed the remains of her husband, a non-Catholic but Protestant, seriously damaging the tomb.

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Yorick

7 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #personaggi da conoscere

Yorick

Quando talor frattanto,

forse, sebben così;

giammai piuttosto alquanto

come perché bensì;

Ecco repente altronde,

quasi eziandio perciò,

anzi, altresì laonde

purtroppo invan però!

Ma se per fin mediante,

quantunque attesoché,

ahi! sempre, nonostante,

conciossiacosaché!

Nel ritratto di Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 – 1895), in arte Yorick figlio di Yorick, (con un doppio omaggio prima a Shakespeare e poi a Sterne), ci appare come un uomo massiccio, infagottato in un cappottone, con i baffi folti.

Nato a Livorno, fu un enfant prodige, dalla memoria strepitosa, che a tre anni sapeva leggere e a nemmeno sedici si era già iscritto all’università grazie ad una dispensa granducale. Vicino alle idee liberali di Ricasoli, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e fu poi segretario particolare di Garibaldi, rimanendo ferito a Milazzo.

Scrittore ironico di nonsense, le sue rime più famose furono “Parole per musica” del 1881, che mettevano in ridicolo le melensaggini dei libretti d’opera.

Giornalista di razza, fondatore de Il Fanfulla, ogni giorno su la Nazione pubblicava un articolo, abbastanza ponderoso, denominato “Cronache dai Bagni”, dove raccontava, a chi non poteva godere dei piaceri della Livorno balneare, la vita che si svolgeva negli stabilimenti sul nostro litorale. I suoi pezzi avevano grande riscontro e successo di pubblico e furono anche tradotti in inglese dal Morning Post.

Yorick descriveva una città che d’estate cambiava fisionomia e si riempiva di una folla chiassosa. Ormai non c’erano più le stanzette dei bagni Baretti. Ora i Pancaldi, i Palmieri, Lo Scoglio della Regina e gli altri stabilimenti avevano ampi spazi aperti, dove i frequentatori passeggiavano e s’immergevano nelle acque limpide senza più privacy.

I lettori si divertivano con i pettegolezzi, con le disavventure dei malcapitati fiorentini che “si facevano spennare nei ristoranti”, con gli inglesi che sguazzavano e si tuffavano, con i francesi che muovevano le braccia all’impazzata senza avanzare di un passo nell’acqua. Immaginavano le grazie delle donne che si bagnavano indossando tuniche ampie e mutandoni alla caviglia, mostrando comunque sempre più pelle che non con gli abituali corsetti e crinoline, accendendo la fantasia maschile o rivelando qualche difettuccio di troppo. Le mamme ostentavano le figlie, auspicando di maritarle, e i giovanotti in bolletta speravano in una dote. La talassoterapia era ambita come cura, mentre il sole era bandito ed evitato a ogni costo.

I nostri ospiti riveriti vengono qui per bagnarsi”, dice Yorick, “per ballare, per passeggiare e per discorrere … tutte occupazioni da sfaccendati”.

Yorick
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Andrea Biscaro, "Sangue d'ansonaco"

6 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Andrea Biscaro, "Sangue d'ansonaco"

Sangue d’ansonaco

Andrea Biscaro

Edizioni Effegi, 2015

pp 127

12, 00

Rispetto a Il vicino, Sangue d’ansonaco, il nuovo thriller di Andrea Biscaro, manca delle atmosfere progressivamente agghiaccianti, dell’incalzare dell’orrore, della paura che ti stringe alla gola e, nello steso tempo, non ti fa staccare dalla storia, che ci avevano colpito nel precedente romanzo. Qui sembra che l’autore sia indeciso sul taglio da dare alla storia: avventura? Giallo paranormale? Spot pubblicitario per una bellissima isola dell’arcipelago toscano e per la sua produzione vinicola?

Abbiamo uno scrittore di nome Antonio Brando, già protagonista d’un precedente romanzo di Biscaro, che, come accade in molte fiction, film e quant’altro, eredita una casa all’Isola del Giglio da un parente sconosciuto. Qui s’imbatte in una cantina misteriosa, in un vino prodigioso, in avventure terrificanti quanto improbabili. Il finale rimane aperto e non lo sveliamo, ma le interpretazioni possono essere molteplici.

Quello che preme far notare, è che la parte migliore del libro non è la strana vicenda in cui incappa il protagonista, ma l’ambientazione. Ritroviamo tutto il rigoglio dell’isola a primavera, fra rose canine e ginestre in fiore, la Torre a guardia della mezzaluna di sabbia rosata, i tramonti quieti ed infuocati del Campese.

l’arco della baia è molto ampio. Una calda luce arancione fa brillare la grana grossa di granito. Mi chino, afferro una manciata di sabbia e mi soffermo ad osservarne il colore e la brillantezza. Minuscoli quarzi scintillano elettrici in mezzo al granito.” (pag 29)

I primi capitoli scorrono con dolcezza e viene voglia di andare avanti, viene voglia che, su quell’isola, il protagonista non incontri la bizzarra memoria di uno zio pericoloso ma, piuttosto, l’amore e una nuova vita.

All’isola e alla trama è legato l’ansonaco, o ansonico, un vino liquoroso, ad alta gradazione alcolica, prodotto in loco. Forse tutto il romanzo è solo una metafora degli effetti dell’alcol, un invito a non cadere in troppe tentazioni nocive, a gustare la vita a piccoli morsi e a piccoli sorsi.

Il protagonista poi, dobbiamo notare, è uno scrittore in crisi (pure questo un cliché della narrativa di genere e non) e anche qui ci chiediamo se i suoi problemi non derivino da qualche colpa, qualche cedimento passato in cui si torna ad indulgere.

“e invece sei fermo da ormai sette anni, se non sbaglio! Ehi, brando, non credi ch la vacanza possa ormai ritenersi conclusa? Che ne dici, ci riusciresti ancora a scrivere un romanzo di successo? O anche solo un romanzo? O anche solo una pagina?” (pag 12)

Come già avveniva ne Il vicino, verità e immaginazione hanno confini labili, sovrapponibili, il sogno si mescola alla realtà e persino alla finzione romanzesca, creando un effetto metanarrativo spiazzante.

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Il mio primo e unico furto (fuori casa)

5 Luglio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Il mio primo e unico furto (fuori casa)

All’epoca eravamo un gruppo di monelli tra i dodici e i quattordici anni. Passavamo il tempo tra giochi infantili – nascondino (da noi chiamata nascondarella), partite di pallone, e altre simil cose – e occupazioni più smaliziate – partite di poker nel garage momentaneamente libero d’uno di noi; chiacchierate indolenti seduti sul muretto della chiesa o tra i tavoli del piccolo bar dei paraggi, a dispetto della non sempre contenuta irritazione del proprietario, che vedeva i suoi tavoli occupati per molte ore a fronte di poche e povere consumazioni; sigarette fumate tra le dunette di un campetto circostante ai limiti del nostro territorio e da noi chiamato “I monticelli”, e altre simil cose. Eravamo un gruppo di monelli ognuno dei quali aveva un che da fuggire in casa propria. Chi altri quattro o cinque tra fratelli e sorelle ingombranti, chiassosi e tendenzialmente prevaricatori, impegnati a costruire e mantenere una gerarchia della quale facevano le spese i minori, magari a petto d’un padre ubriaco se allegro o ingrugnito se sobrio; chi fuggiva invece dubbie reputazioni di madri o sorelle, troppo spigliate o simpatiche, pagando il fio di una colpa non sua e risarcendo qualcuno di noi dell’ospitalità con saltuarie e non del tutto impegnative prestazioni omosessuali; chi fuggiva l’onta di genitori separati: oggi si stenterebbe a crederlo, ma allora un padre non morto o non emigrato o non carcerato che non vivesse in casa era un mistero che rendeva i figli bisognosi di comprensione e sempre a rischio d’esclusione; chi, più semplicemente, fuggiva le botte dirette su di sé o indirette sulla madre d’un padre perennemente sbronzo – fotocopia sputata del Ferribotte dei Soliti ignoti - che sostentava la famiglia e la sua macchina sportiva guardando lavorare moglie e figlio nel lucroso negozio di casalinghi e servizi vari. Io per la verità non ricordo cosa fuggissi o se avessi qualcosa da fuggire: madre e parenti mi volevano bene, mi stimavano, mi ritenevano in rampa di lancio per un profittevole futuro, ero riflessivo, educato, preoccupato; soffrivo un po’, forse, dell’indifferenza arrogante d’un fratello troppo maggiore d’età e già impegnato in attività cui non potevo partecipare: insomma nulla di veramente serio. Eravamo un gruppo di monelli che s’aggirava o sostava su un territorio circoscritto che comprendeva le case d’ognuno di noi, la scuola, la chiesa, il bar, i “Monticelli”: questo era il cerchio spaziale. Il cerchio ideale che costituivamo era altrettanto reale, sebbene duttile e permeabile sia in entrata che in uscita. Eravamo un gruppo di monelli e in mezzo a noi capitava talvolta un ragazzo un po’ più grande, di pochi mesi da alcuni, di un anno o poco più da altri. Un ragazzo di esperienza e di prestigio. Per l’una faceva fede il suo lavoro fisso – barista al bar del mercatino rionale, ben distante dal nostro territorio – per l’altro un fratello in carcere, che se non era proprio il famoso bandito era comunque oggetto di suggestione e soggezione. Eravamo un gruppo di monelli e un ragazzo d’esperienza e prestigio saltuariamente ospite del nostro circolo ognuno con un nome. Mi correrebbe l’obbligo di indicarlo, di chiamare con il loro nome o con un nome fittizio questi personaggi (me compreso). Ma l’una o l’altra cosa mi risultano difficili. Se li indicassi con il loro vero nome, temo, nel caso improbabile vengano a conoscenza di queste righe, che possano urtarsi, possano rivendicare d’aver visto le cose in maniera diversa, o che non gradiscano vedersi imprigionati in una verità parziale, com’è, e come non può essere altrimenti, una verità. Se usassi nomi fittizi e mi consegnassi, come sarebbe giusto, a tutte le prerogative del fare letteratura, mi sembrerebbe quasi di tradirli, di svellere da loro una parte della loro verità. Un residuo, forse, del pensiero magico che contesta l’assoluta convenzionalità di parola e cosa, nome e persona. Del resto, però, chiamarsi Giovanni o Kevin o Goffredo, oppure Concetta, Sharon o Lucrezia, converrete con me, non è la stessa cosa, soprattutto quando si è ancora in tenera età, quando la personalità è ancora una nebulosa di opportunità. Ma in questa constatazione c’è poco di magico: qui entrano in corte la Storia, la Sociologia con gli spregevoli cortigiani dell’autocompiacimento e dell’intellettualismo. Eravamo un gruppo di monelli e un ragazzo ospite e ci chiamavamo, alla rinfusa, Gianni, Paolo, Daniele, Stefano (due occorrenze), Giorgio, Massimo, Giancarlo; nessun Goffredo, nessun Sigismondo, nessun Manfredi e nemmeno un più spendibile Riccardo; per la verità non c’erano nemmeno Carmeli o Concetti o Santini. Il ragazzo ospite aveva una per noi stupefacente disponibilità economica che gli permetteva d’aprire giornalmente il suo pacchetto di Marlboro morbide (soft), che, quasi snobisticamente, ripagavano della minor praticità della confezione rispetto alla Marlboro dure (box) con una leggera maggior lunghezza e un gusto più pieno. Poteva consumare al bar e fare il gesto che alcuni di noi sognavano la notte: infilare la mano in tasca, trarne una manciata di monete e trascegliere tra queste quelle da consegnare al cassiere. Intendiamoci, noi gruppo di monelli, avevamo disponibilità economiche personali superiori a quelle dei Goffredo - che magari avrebbe potuto possedere e giocare con una pista a quattro corsie, due ponti e un giro della morte, ma non avrebbe potuto decidere d’andarsi a prendere un gelato - o dei Concetto, ma dovevamo pur sempre contare mentalmente le 500 lire per il cinema o le 250 da mettere insieme per le MS da 10. E se riuscivamo a mettere insieme ognun per sé le 2500 lire per la piscina – avendo il mare a poche centinaia di metri, ovviamente agognavamo d’andare nella piscina inaugurata di fresco, come una grande novità – non potevamo certo dire, come faceva il ragazzo talvolta ospite, “dai, un biglietto ve lo pago io”. La letteratura non ha solo il sacro e santo, fumoso e controverso compito di dire la verità, ma, assieme ad altri ancora, anche quello di mostrare agli Stefano, ai Goffredo e ai Concetto che il mondo è un prisma cangiante e che se ci si riduce ad una striminzita figurina – foss’anche nudo su un panfilo a largo o in costume da bagno a bordo piscina o in mutande bianche su una spiaggia libera – se ne perde gran parte del gusto. Il ragazzo ospite aveva anche il privilegio di lasciare, purché non glielo richiedessimo esplicitamente, gli ultimi due tiri o addirittura l’intera mezza sigaretta a qualcuno di noi che lui opzionava a caso o secondo sue imperscrutabili elucubrazioni. Caso e elucubrazioni insollecitabili, pena l’evaporare della possibilità. Il ragazzo ospite aveva disponibilità economiche per noi fantasmagoriche perché lavorava, perché a fine mattinata poteva portarsi via le mance e perché rubava. Era specializzato nel furto delle autoradio dalle macchine in sosta. Come poi trasformasse l’aggeggio in monete e banconote, ovvero l’esistenza di ricettatori o committenti, era per noi gruppo di monelli un mistero che rendeva il ragazzo ospite ancora più affascinante e soggiogante. Come invece svolgesse concretamente l’operazione, anziché limitarsi a raccontarcelo, decise, colta una circostanza favorevole, di mostrarcelo. In un’aula a cielo aperto il ragazzo ospite tenne un seminario di ladroneria. In uno spiazzo poco lontano dalla spiaggia, un assistente del professore – l’inconsapevole e malcapitato proprietario – aveva depositato una Cinquecento gialla con la cappotta apribile di cotone plastificato. Il ragazzo ospite ci fece dapprima notare che non aveva gli ammortizzatori abbassati, quindi non poteva appartenere a qualcuno che, informandosi in giro, avrebbe potuto scoprire l’autore (o gli autori?) del misfatto. Poi estrasse dalle tasche i ferri del mestiere, un coltellino e un rampino (che altro non era che un’antenna da autoradio, appunto), che spiegò sotto i nostri occhi. (Ah, che meravigliosa storia è compresa tra il rampino del secentesco Cavalier Marino e quello del ragazzo ospite). Sbirciò dal finestrino, si girò di nuovo verso i suoi pigolanti allievi e disse, con l’aria di chi la sa lunga, “c’è l’impianto, ma lo stereo non c’è”. Pensammo (o forse sperammo) che fosse suonata la campanella e che la lezione sarebbe stata rimandata ad altra data o a mai più; invece, dopo aver studiato le nostre estatiche espressioni, dopo aver di nuovo maliziosamente sorriso, “sti coglioni tante volte lo mettono sotto il sedile” aggiunse. D’un sol colpo di coltellino disegnò uno squarcio a forma di 7 sulla cappotta, infilò il rampino, sollevò il pomello di chiusura dello sportello, controllò sotto entrambi i sedili, scassinò, per sicurezza, e già che c’era, il vanetto portaoggetti, il tutto in non più di cinque o sei secondi, ma lo stereo non c’era per davvero. Evidentemente il coglione, sordo alle derisioni dei cabarettisti, se l’era portato dietro e ora passeggiava per mano alla fidanzata tenendo nell’altra il suo stereo in sicurezza. E noi gruppo di monelli fummo sollevati dall’idea che in fondo, mancando il bottino, non avevamo partecipato ad un furto, eravamo ancora vergini, per così dire. Il ragazzo ospite non se la prese più di tanto: uno squarcio in più o in meno non avrebbe influito più di tanto sulla sua esecranda carriera.

Cionondimeno quella lezione ebbe i suoi frutti. In una bella sera d’estate, ridotto momentaneamente il gruppo di monelli a una coppia, passeggiavamo per una delle nostre strade senza marciapiede e superavamo macchine in sosta alla nostra destra. Notai, notò, notammo una Seicento nera (se mal non ricordo) con il finestrino completamente aperto: non ci sarebbe stato bisogno né di coltellino né di rampino. Proseguimmo per un po’ senza parlarne, solo guardandoci, poi feci, fece, facemmo un’inversione a U e ripassammo di fianco alle lamiere tentatrici. Non c’era nessuno stereo, ma c’era in bella evidenza sul cruscotto un pacchetto di sigarette Astor morbide, involucro marrone, cammeo all’inglese proprio al centro, che aveva tutta l’aria di essere pressoché intonso. Al terzo passeggio presi, prese, prendemmo la decisione: il mio buon amico, poco più grande, più risoluto e, diciamolo francamente, più bello di me, protese il braccio nell’abitacolo e senza nemmeno aprire lo sportello, arpionò l’agognato pacchetto di sigarette. Cominciammo a correre a perdifiato, svoltammo subito a destra su una stradina laterale meno illuminata e più stretta e non ci fermammo fino a quando gli immaginati giustizieri con bastoni e forconi avrebbero esaurito l’ultima stilla d’energia. Io e il mio buon amico ci eravamo sverginati, per così dire. Come si evince dal titolo di questo pezzo letterario e, per chi fosse interessato, dal mio casellario giudiziale, io interruppi lì la mia carriera: troppa paura, troppa preoccupazione di far soffrire la mamma, di deludere i parenti. Il mio buon amico invece perseverò con conseguenze, che il fallace e lungimirante, a volta a volta lungimirante e fallace, senso comune, considererebbe disastrose. Il mio buon amico agì secondo il fallace e lungimirante detto “chi non risica non rosica”, io secondo l’altrettanto fallace e lungimirante “male non fare paura non avere”.

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