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Ricordo di Ivo Garrani

24 Giugno 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #personaggi da conoscere, #marcello de santis

Ricordo di Ivo Garrani

Ricordo di Ivo Garrani
di
marcello de santis

A marzo se ne è andato il grande attore Ivo Garrani. Aveva 91 e si è spento nel sonno nella sua abitazione.


Ivo Garrani

La sua morte stranamente è passata quasi in sordina, eppure la sua figura e il suo talento hanno riempito il cinema, il teatro e la televisione italiana per tantissimi anni.
Io lo ricordo con simpatia - era uno dei miei preferiti; lo ammiravo in particolare nei primi sceneggiati tv, quelli che risalgono all'epoca d'oro, agli anni 50/60, dico; tratti dai grandi romanzi.
Ero ragazzo allora, erano i miei dodici/tredici/ quindici anni, ed ero appassionatissimo di quelle che oggi si chiamano fiction, ma che con questo americanismo perdono tutto il loro fascino; parlo di quelle storie recitate talvolta in diretta; e in bianco e nero.
Era un uomo di una bravura pressoché ineguagliabile, sempre puntuale e modesto nella vita, tanto che non ha fatto mai parlare o sparlare di sé. Cominciò a recitare a teatro nel 1943 con la compagnia di un altro grande del teatro Carlo Tamberlani. E da allora ha recitato accanto a tutti i più grandi attori italiani.
Nel tempo ha girato numerosi film, molti di successo di pubblico e di critica (ricordiamo uno per tutti, Il Gattopardo di Luchino Visconti), poco meno di un centinaio.
Era anche uno dei più bravi doppiatori; ha prestato la voce non ad attori di grido di Hollywood, ma pur sempre importanti nel firmamento della cinematografia americana; ricordiamo ad esempio Edmond O' Brien e Rod Steiger, John Payne e John Barrymore. Senza dimenticare che prestò la sua voce anche a due italiani, Rossano Brazzi e Mario Adorf.
Ma il suo successo e la sua fama, come ho già accennato più sopra, la si devono alla sua lunga attività televisiva, che lo ha fatto conoscere al grande pubblico: Umiliati ed offesi (1958), Capitan Fracassa (1958), Delitto e Castigo (1963) e tanti tanti altri. Fino a che nel 2001, ormai quasi settantenne, l'ho ritrovato in uno dei tanti personaggi che sono passati, nel tempo, nella soap opera tutta italiana Un posto al Sole.
Addio, Ivo.

marcello de santis

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Vincenzo Calò, "In un bene impacchettato male"

23 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Vincenzo Calò, "In un bene impacchettato male"

In un bene impacchettato male

Vincenzo Calò

deComporre Edizioni, 2014

pp 80

8,00

Rispetto a “C’è da giurare che siamo veri”, in “In un bene impacchettato male”, Vincenzo Calò, classe 1982, opera un tentativo di uscita dal sé, sebbene un autore che ringrazia se stesso nel libro non sia propriamente centrato sull’esterno. Qui, tuttavia, lo sguardo è sul mondo, sulla società moderna, consumistica, arida, meccanizzata, sulla politica corrotta che non dà risposte ai bisogni di un’umanità imprigionata “nel presente bancario”.

La cosa più tremenda e pericolosa è essere normali, quindi non si può neanche poetare in modo comprensibile o lirico. Non ci si può amalgamare alla massa che non si pone domande. Ma nei versi di Calò non ci sono nemmeno simboli surreali, piuttosto un realismo esasperato e disperato, fatto di oggetti della vita quotidiana e vocaboli mutuati dal linguaggio dell’informazione: “con la forza sovrumana degli esodati”, “alla minima curiosità del precario”.

Il privato della prima silloge rimane, ma spalmato sul pubblico. Rimane la “solitudine votata a nessuna spiegazione”, rimane l’amore. “Mi torni in un saluto/di cui non si scusa il ritardo”.

Anche l’impegno civile è considerato da una prospettiva angolare, vissuto in una stanza, attraverso uno schermo.

Come afferma Roberto Baldini nella prefazione, le “sue parole devono scorrere liberamente, se le analizzerete una per una capirete la frase ma non il suo discorso, comprenderete la grammatica ma non il suo pensiero. Vi sembrerà di guadagnare qualcosa, quando invece perderete tutto.”

I versi diventano sempre più lunghi, gli enjambement si susseguono e le poesie, diciamolo, alla fine stancano. Questo profluvio di parole e concetti finisce per nascondere i rari guizzi di poesia autentica sparsi qua e là, come “gli occhi spettri” e “il silenzio tattile”.

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Frida e Diego

22 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #pittura, #marcello de santis

Frida e Diego



Sfogliando un piccolo volume di opere d'arte, senza, debbo confessare, un interesse particolare, tra le altre tele che ho visionato mi sono apparsi alcuni autoritratti femminili che mi hanno colpito in modo particolare, per l'espressione a dir poco severa del soggetto ritratto. Sono di una artista che non avevo mai visto, e della quale non avevo mai sentito neppure parlare. Il suo nome mi diceva poco, anzi, non mi diceva niente: Frida Kahlo, di cui parlerò tra poco.
Sono venuto più tardi a conoscenza - leggendo le notizie su di lei - che è stato girato anche un film qualche anno fa sulla sua vita; e sul suo rapporto duraturo ma non sempre idilliaco con un altro artista pittore (sconosciuto per me anche lui), Diego Rivera. Questa simbiosi tra due artisti pittori mi ha colpito molto, e ho pensato che come me, non molti, e forse neppure coloro che sono addentro nel campo della pittura come studiosi o appassionati, sono a conoscenza di questi due, per me, grandi personaggi. Con l'acquisire notizie sui due non so chi mi abbia poi appassionato di più, tra i due; forse la figura preponderante nel rapporto è quella di Diego, ma anche lei, la Frida in ogni momento ha imposto spesso la sua grande personalità.
Avventura appassionante il loro rapporto d'amore. Credo che prenderà anche voi. Seguitemi, dunque.
Diego Rivera nasce a Guanajuato, una meravigliosa città a nord di Città del Messico verso la fine del 1800 (1887); aveva un nome lunghissimo, o meglio una sfilza di nomi come si usa nei paesi dell'america latina, vogliamo leggerli? ecco: Diego María de la Concepción Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodríguez; e scusate se è poco, ma noi lo chiameremo solo Diego.
Grazie a due importanti borse di studio, si reca giovanissimo in Europa; in Spagna studia alla scuola di Eduardo Chicharro; è anche in Italia; ma è in Francia che si avvicina ai vari movimenti del primo novecento: primi fra tutti cubismo e futurismo. Qui sposa una pittrice russa, tale Angelina Beloff. Poi torna in Messico dove esercita la sua arte che ha preso una direzione ben precisa: i murales, con un fine ben preciso: politico e sociale, diventando in breve il più bravo rappresentante di questo genere di pittura. Si sposa ancora, dopo aver avuto una figlia da una donna Marie Vorobeb, che non volle riconoscere; stavolta con Guadalupe Marìn, unione che dura solo cinque anni e dà due figlie. Divorzia. Nel 1929 sposa Frida.
Diego Rivera era un uomo alto, grosso, all'apparenza rozzo, forse è meglio definirlo un omaccione robusto e con una pancia prominente; affatto di bella prestanza; mentre la sua Frida era minuta ed esile da non dire (anche se forte di carattere). Un'idea della figura di Diego si può avere oltre che dalle foto, soprattutto dai ritratti e autoritratti.

Frida conobbe Rivera quando andò lei stessa a trovarlo per mostrargli alcune sue opere; ed avere un suo giudizio. Dico: andò lei stessa, e vi parrà strano: invece no, perché la ragazza, all'età di 17 anni, aveva avuto un terrificante incidente di macchina che la ridusse in condizioni pietose (delle quali tra poco diremo) paralizzandone tra le altre cose i movimenti; aveva dunque da poco ripreso a camminare, anche se sopportando dolori che non l'avrebbero mai più abbandonata per tutta la vita. Si recò dunque "con le proprie gambe" dal pittore già famoso per i suoi immensi straordinari murales. Rivera mostrò tutto il suo interesse per le tele; e le fece i complimenti.
Frida aveva 20 anni meno di colui che poi diventerà suo marito, per ben due volte. Era nata infatti nel 1907 a Coyoacá, una vasta zona a nord di Città del Messico, sede di scavi delle antiche popolazioni che l'abitarono fin dal 300 a.c.
Il padre era immigrato tedesco che sposò una donna del posto. Quando scoppiò la rivoluzione messicana nell'anno 1910, dunque, Frida aveva tre anni, ma lei ha sempre sostenuto di essere nata proprio nel periodo della rivoluzione; in tal modo "si sentiva figlia della rivoluzione", come affermava.
Ma veniamo al grave incidente che ha indirizzato la sua vita. Come detto, aveva 17 anni, un autobus su cui viaggiava si scontrò con un tram. Spaventoso. Rimase gravemente ferita: varie fratture per tutto il corpo: alle vertebre lombari le più gravi, ma anche il bacino ne subì addirittura cinque. Per non dire del piede e della gamba destra, fratturati in ben 11 punti. Sfortuna delle sfortune, un corrimano dell'autobus, staccatosi nell'urto tremendo, l'infilzò e la passò da parte a parte, entrando dal fianco e uscendo dalla vagina. Subì una quarantina di interventi che la condizionarono enormemente.
Va detto anche che Frida (all'anagrafe Magdalena Carmen Frida) era nata con una strana malattia, che fece pensare a una forma di poliomielite (che forse giudicarono fosse ereditaria, infatti anche la sorella più piccola ne soffriva). Si trattava invece di "spina bifida", una malformazione del midollo spinale (prenatale) che comporta una chiusura anomala di alcune vertebre. Per anni dovette vegetare stando a letto, prima in ospedale, e poi, dimessa, a casa. Il busto, confezionato appositamente per lei sulla sua figura, busto che la stringeva per tutto il corpo, la privava di quasi ogni movimento. Da quel momento la vita di Frida va avanti portandosi nell'anima rabbia e dolore, e facendo dell'artista una persona all'apparenza fragile ma forte dentro, risoluta a vivere la sua vita tutta intera.
Doveva trovare, Frida, un modo per passare il tempo nella posizione scomodissima che l'amareggiava non poco, insieme al futuro nero che aveva costantemente davanti agli occhi. I genitori s'inventarono il modo di agevolarla; le fecero costruire un letto con una specie di baldacchino, con uno specchio in alto in modo che potesse vedersi. Costretta in questa scomoda posizione, Frida leggeva, leggeva molto, specialmente libri di politica, e in particolare sul movimento comunista. Poi il papà le regalò dei colori e delle tele. Frida vedeva solo il suo viso e immaginava o vedeva anche il suo corpo martoriato. E prese a dipingersi, ché non poteva ritrarre che se stessa. Nacquero i primi autoritratti. Solo molto più tardi, il gesso e l'altro materiale dell'imbragatura fu rimosso e poté cominciare i primi esercizi di deambulazione; e pian piano riprese in qualche modo il suo camminare.
Torniamo al rapporto con Diego Rivera. Una volta ripreso a camminare volle dunque far vedere le sue opere al pittore; e si recò a casa sua. Questi giudicò i suoi dipinti di una modernità assoluta; e la ricoprì di elogi e consigli fino a divenire il suo pigmalione. E dato che anche lui era inserito nella cultura e nella politica comunista messicana (i suoi murales riportavano solo grandi scene anche con personaggi del partito, messi qua è là), la inserì nel suo ambiente; lei ne fu conquistata, tanto che divenne una attivista (nel 1928 si iscrisse al partito).
Prima o poi, era destino, doveva scoppiare l'amore, era scritto; lei si innamorò, lui ricambiò, e quel che doveva avvenire avvenne; si sposarono un anno dopo, nel '29, anche se Frida sapeva che Diego era un donnaiolo, e conosceva le molte avventure amorose del pittore (che era, lo abbiamo detto più sopra, al suo terzo matrimonio).
Nei suoi dipinti, il pittore messicano era solito ritrarre la gente anche se collocava le persone in situazioni che ricordavano la politica e il suo militarismo nel partito comunista. Presto, abbiamo detto, si dedica ai grandi affreschi creando murales mai più superati per bellezza e interesse da altri dopo di lui. I colori sono vivaci e gli argomenti sono quelli propri della rivoluzione messicana di inizio 1900. Una rivoluzione dura e lunga che durò ben 17 anni (1910-1917) e che terminò con la promulgazione della nuova costituzione. Ma il suo impegno non finì con essa, perché scoppiò la rivoluzione russa ed egli si prodigò ancora, come del resto fece per tutta la vita, portando i suoi sentimenti e le sue idee sui molti murales messicani e non.
Diego Rivera fu chiamato in America, per dipingere alcuni muri e alcune opere per la fiera internazionale di Chicago; andarono insieme, lui e Frida; in quel periodo di intenso lavoro, lei rimase incinta; sembrava che dovesse andare tutto bene, ma quando era già avanti colla gravidanza abortì a causa della sua fragilità e delle condizioni del suo corpo, che risentivano chiaramente dell'incidente e delle mille operazioni subite. Tornarono in Messico, anche perché a Diego Rivera furono revocati gli incarichi che erano stati stabiliti. La causa della rescissione dei contratti fu questa. Dipingeva affreschi su un muro all'interno del Rockefeller Center di New York, gli venne l'idea di ritrarre in uno dei tanti volti del murale il volto di Lenin. Gli fu intimato - all'esame di una commissione - di cancellarlo, ma il pittore rifiutò.
Contemporaneamente al suo lavoro, le sue scappatelle extramatrimoniali (e talvolta molto più che semplici scappatelle) si moltiplicavano, e Frida sapeva; e sopportava. Anche se qualche volta sentendosi sola e abbandonata si consolò anche lei per ripicca con amanti sporadici, e anche con esperienze omosessuali occasionali. Ebbe allora diversi amanti dell'altro sesso; tra tutti una relazione abbastanza seria con Lev Trotsky, sì, proprio quello della rivoluzione russa, emigrato laggiù, e ospitato in casa dei coniugi Rivera per alcun tempo, prima di avere una seria discussione sulle idee di portare avanti la lotta contro il potere con Diego; allora lasciò la casa.
Trotsky venne ucciso nel 1940 proprio là, nella sua dimora a Coyoacàn da tale Ramòn Mercader, un emissario stalinista che gli ficcò una piccozza nel cranio, mentre era prono alla sua scrivania a leggere un articolo di politica.

Un altro amante (si dice) fosse André Breton, il pittore francese che portò le sue opere a Parigi in una mostra. Breton ebbe a dire di lei che fosse "una surrealista creatasi con le sue mani"; definizione che sapeva le avrebbe portato giovamento e riconoscimenti, ma che respinse sempre; voleva essere originale per conto suo.
Non ne poté più; fu lei a prendere la decisone cruciale; separarsi; ma non voleva rompere i ponti definitivamente con il suo maestro e marito. Decisero di vivere in due case, vicine e pure collegate tra di esse; la scusa era di avere ognuno il proprio spazio per lavorare, ma in realtà era perché Frida non sopportava più le relazioni extra del suo uomo.
Anno 1939. Erano passati dieci anni dal matrimonio dei due, e Frida chiese il divorzio. La causa scatenante fu l'accorgersi della relazione di Diego anche con sua sorella Cristina. Divorzio che ottenne. Ma stettero lontani appena un anno ché Diego tornò da Frida, che nonostante tutto amava ancora. E tanto anche, le fece una nuova dichiarazione d'amore. Si proclamò pentito. Lei si piegò (l'amava anche lei, del resto), e l'anno dopo, nel 1940, si risposarono a San Francisco.
Frida apprese moltissimo in pittura dello stile misto alle idee politiche di Diego Rivera, tanto che continuò sì a dipingere autoritratti, ne fece tantissimi; ma stavolta tutti con fattezze e caratteristiche antichissime, proprie delle donne messicane, per tenere sempre vive le tradizioni del suo paese che amava.

Vissero insieme fino alla morte di Frida avvenuta nel 1954; negli ultimi tempi gli arti inferiori si infettarono e per una cancrena che rese irrecuperabile una gamba, questa le venne amputata.
Nel 1950 Rivera fece i dipinti per l'opera Canto General di Pablo Neruda.

Cinque anni dopo, alla morte della moglie, si sposò una quarta volta, con tale Emma Hurtado, ed emigrò in Russia per sottoporsi ad una operazione chirurgica. Non si riprese più, visse per altri due soli anni e alla età di 70 anni morì a Città del Messico dove era tornato.
Frida scrisse e portò avanti un diario molto prezioso per le notizie che ci ha fatto avere; in esso - tra le altre cose, memore della definizione di "surrealista" datale da André Breton, lasciò questa frase: pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.
Una settimana prima di morire, Frida volle vergare di sua mano qualcosa sulla sua ultima tela; intinse il pennello in un barattolino di vernice rosso sangue, e scrisse il suo nome, Frida, seguita dalla data e dal suo paese, Coyaocàn. e - in lettere maiuscole - VIVA LA VIDA.

marcello de santis

Frida e Diego
Frida e Diego
Diego in due ritratti eseguiti da Amedeo Modigliani

Diego in due ritratti eseguiti da Amedeo Modigliani

Frida e Diego
Frida e Diego
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Distopia e Futuro

21 Giugno 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #saggi

Distopia e Futuro

Questo intervento è incompleto, chiunque vedrà errori, ma in fondo sono l’incompletezza e l’errore universale a dominare questo mondo. Dovevo sistemare il testo, renderlo più schematizzato (e per alcuni leggibile) o magari completarlo. Ma ripeto: da me troverete frammenti, ricollegabili, e quindi una sorta di indagine, di quesito fondamentale.

Mi affascinano le distopie non mediate, non immediate, quelle che portano su di esse il carico di un mondo vissuto. Non esiste distopia perfetta, ma il punto di riferimento (e rifornimento) rimane e rimarrà “1984”. Nessun ordinamento consente una libertà esprimibile a massimi livelli, poiché l'ordinamento stesso ha la funzione/forma di scatola, di struttura in grado di sovraordinare le istituzioni, i simulacri d'autorità, le sembianze del potere. La disumanizzazione dello Stato è in altri termini un nodo delle realtà distopiche, l'impatto gravoso delle soluzioni statali sulle persone diventa meccanismo a bassa democrazia. La distopia non descrive democrazie ma piuttosto aristocrazie, oligocrazie, tecnocrazie, generalmente totalitarismi. D'altronde nemmeno l'Utopia porrebbe come suo asse immaginario la forma democratica, intesa perlomeno nella sua dimensione rappresentativa, ma operando un allargamento quantitativo e qualitativo dei poli del consenso. Ciò evidentemente produce sovvertimento, un capovolgimento della visione generale dello Stato, delle assemblee che hanno il compito di normare.

Origini della Distopia

Per poter parlare del futuro di un elemento si deve essere a conoscenza delle sue origini, dei motivi della nascita e porsi parecchie domande riguardo allo sviluppo seguito. La celebrità ha portato 1984 di Orwell, Il Mondo nuovo di Huxley e Fahrenheit 451 di Bradbury, in qualche modo a bandiera del genere distopico, ma in realtà è possibile segnalare altre opere paradigmatiche. Le idee certe volte non si fanno trovare, hanno bisogno di spazi immensi come campi di frumento, altre volte ammorbano i silenzi: 1984 non è politically incorrect, ma è di fatto parecchio main-stream. Ciò che colpisce è la ruvidezza, la costruzione di un linguaggio che costituisce il mondo, la compiutezza innaturale degli scenari narrati. Poi c'è l'imponibilità. Fin quando un popolo vorrà essere sottomesso, schiavo di un sistema fatto si da casi eccezionali, che nella loro semplicità mettono in discussione la genuinità stessa della loro essenza, ma purtroppo permeato da burocrazie oscure, segreterie misteriose che cadono spesse volte nel patetico, potentati patentati e non. Il gioco della sottomissione ha un suo limite, sue proprie regole di decenza che non credo una legislatura possa lontanamente pensare o pianificare di scalfire. Oltre al discorso del volere c'è quello del potere. Scardinare, aprire come una scatoletta di tonno un'assemblea legislativa (ad esempio il Parlamento) è azione di forte impatto comunicativo, propagandistico per accaparrare consenso, numero variabile di elettori. Per trovare materiale distopico è necessario varcare i confini dei libri di scuola, leggendoli sì ma salpando con l'immaginazione verso costellazioni ed esplorando le stesse; mettere in discussione gli ordinamenti pseudo-democratici è una buona pratica. In questi tempi di crisi e follia si sta formando una nuova classe intellettuale, disponibile a nuove forme di compromessi, falsamente silente, non sottomessa ma forse addormentata. Ma tra follia e sanità mentale la linea di demarcazione talvolta non c'è.

Propaganda.

Sappiamo un po' tutti cosa sia, cosa rappresenta, le modalità d'intervento sulla popolazione. Non intendo la stampa, distribuzione e conseguente diffusione di volantini, depliant, né tanto meno affissioni presso luoghi pubblici. Per propaganda intendo un reale processo/percorso di indottrinamento, attuato mediante mezzi di comunicazione di massa (comunemente definiti “media”). Da certi media è necessario disintossicarsi. Il '900 ha visto la nascita della TV, un mezzo comodo, diretto (che cioè permette una fruizione libera, faccia a faccia, privata) ma sostanzialmente unidirezionale. La TV diventa autorità, medium massificante (e per certi versi terrificante) quando decide la linea. Premetto che non sono un terrorista della TV, ma bisogna dare atto che esiste quantomeno una “bilinearità” da seguire: la programmazione di un palinsesto e gli applausi all'interno di una trasmissione. La TV crea delle colonie umane e viene gestita da una elite.

Per l’Islam, altra grande religione di redenzione, la guerra santa (jihad) costituisce addirittura un caposaldo della sua dottrina di salvezza, peraltro largamente frainteso e conosciuto più per la sua vulgata popolare che per la sua originaria e più complessa matrice culturale. In estrema sintesi possiamo tradurre il concetto di jihad come scopo e ragione dell’esistenza, ovvero come perfettibilità morale, da perseguire attivamente mediante una costante ed attiva guerra o lotta morale contro il principio del male; che è in noi non meno che fuori di noi. Quindi contro l’egocentrismo e contro le forze che operano nella storia. Inscritta in un’etica di potenze contrapposte, che ambiscono all’anima umana, la concezione religiosa coranica postula un dualismo di fondo per certi versi assai simile a quello della christianitas delle Crociate. Operare e lottare contro le forze malvagie (Iblis è il corrispettivo demoniaco islamico), è quindi il senso originario della jihad come delle Crociate, come sforzo per migliorarsi, come una sorta di ascesi intramondana, per usare un termine weberiano. E tuttavia, la jihad è stata, ed è ancora oggi brutalmente intesa come “guerra perenne contro gli infedeli”, e come tale praticata; spesso al servizio di mire espansionistiche politiche, o come giustificazione di economie predatorie. (Antonio Riccio, Il pensiero religioso sulla guerra e la violenza politica. Mutamenti storico-culturali)

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. L’adesione ai modelli imposti dal Centro è incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. (P.P.Pasolini, Scritti corsari)

La globalizzazione rende le città sempre più simili: dappertutto abbiamo gli stessi quartieri d’affari, gli stessi centri commerciali, gli stessi alberghi di lusso, gli stessi aeroporti […] (Saskia Sassen, Intervista a Grégoire Allix, Le Monde, 21 Aprile 2009)

Non so per gli altri come sia, ma io sento che non posso fare come gli altri. (Dostoevskij)

Si arriva ben presto alla suddivisione dei poteri per organi rigidamente disciplinati. Tali organi posseggono funzioni, poteri da gestire, amministrare, possibilmente in linea con il gioco dei pesi e contrappesi posto come direttiva sovraordinata. La suddivisione dei poteri (e delle relative funzioni) delinea una di quelle questioni sul quale si fonda una democrazia, o quantomeno una garanzia di democraticità vigente. Il livello di democraticità di uno Stato, di un organo statale, di un’assemblea legislativa, non può essere stabilito a priori. Bisogna aggiungere che la schematizzazione in livelli crea gerarchie sul duplice piano del significato e della valenza del singolo organo o elemento posto in esame. Una schematizzazione che quindi non fa altro che influire in modo negativo nella sfera valoriale e per quanto riguarda le sintassi delle architetture d’ordinamento. L’operazione non è più interpretare il mondo che ci circonda, ma indebolire e al tempo stesso rafforzare le dicotomie tradizionali ravvisabili in molteplici contesti. Ci troviamo nel bel mezzo di un periodo d’espansione del concetto stesso di Stato-nazione. I confini crollano. Non si parla più di una forma di democrazia post-nazionale ma dell’inesorabile processo di abbattimento delle identità particolari, dei modelli tradizionali di Stato propriamente inteso e quindi delle sovranità nazionali. Questo quadro può risultare approssimativo ma è l’immagine di ciò che accade e continuerà ad accadere. Ho una prospettiva della democrazia che coincide con un percorso senza eschaton.

Ogni parola evoca un frame, un quadro di riferimento, che può essere costituito da una serie di immagini o di conoscenze di altro tipo. Ogni parola si definisce in base ad un frame. E anche quando neghiamo un certo concetto, non possiamo evitare di evocarlo. Il framing consiste proprio in questo: nell'usare il linguaggio che riflette la propria visione del mondo. Ma naturalmente non è solo una questione di linguaggio. (George Lakoff)

Il termine “Popolo” è connotato da un frame temporale ottocentesco. Il significato della parola tende a sbiadirsi in presenza di un mondo globalizzato. Permane una condizione d’imperialismo delle idee. Senza patria non c’è nazione, senza nazione non esiste nozione di popolo. Siamo dinnanzi alla notte delle democrazie, delle mezze democrazie, delle monarchie, delle aristocrazie, delle oligarchie, delle autocrazie, dei regimi. Dovremmo sapere che la storia è ciclica e che commettere lo stesso errore può costare la vita di una nazione, la genesi di una prospettiva. I programmi e gli spot elettorali illudono, producono quel senso di benessere interiore misto a speranza. Le forme espressive diventano forze espressive, gli ordinamenti descrivono la legge fondamentale di uno Stato, ma le società maturano quando non restano soggiogate da balletti di palazzo. Vivere sul filo del terrore, provando a convivere con flussi di notizie che producono instabilità psichiche, può garantire soltanto tensione sociale in un prossimo futuro. Il futuribile è indagine da fare con i dovuti dispositivi, strumenti, le reali sovranità decisionali, intercettando moti di pensiero. Il punto è, se mai ne esistesse uno, che ogni interpretazione deriva dall'interpretazione delle fonti, ossia delle origini stesse del filone letterario che rimanda all’impianto distopico.

Ricordare il passato può dare origine ad intuizioni pericolose, e la società stabilita sembra temere i contenuti sovversivi della memoria. Ricordare è un modo di dissociarsi dai fatti come sono, un modo di mediazione che spezza per brevi momenti il potere onnipresente dei fatti dati. La memoria richiama il terrore e la speranza dei tempi passati. (Herbert Marcuse, L’Uomo ad una dimensione)

Il filosofo prussiano (Kant) ebbe a dire con molta chiarezza: “Fra le tre forme di Stati la Democrazia è, nel senso proprio della parola, necessariamente un despotismo in quanto che essa fonda un potere esecutivo in cui tutti deliberano intorno e, dato il caso, anche contro uno che non è d’accordo con gli altri; ciò significa volontà di tutti che tuttavia non son tutti; una contraddizione, cioè, della volontà generale con sé stessa e con la libertà.

Intendo la sovranità non soltanto come nozione giuridica fondamentale dell’impianto ordine mentale di un paese; è elemento d’impatto sociale, in grado di restituire dignità ed identità all’organismo fondante del popolo. Non è mero esercizio di potere o d’autonomia, ma concetto da porre alla base di ogni Stato-nazione che voglia essere libero, indipendente e mantenere una posizione globalmente credibile. L’indipendenza di uno Stato esige indipendenza delle sue persone, del suo popolo e ciò è da porre come assunto indiscutibile.

Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti. Nessuno può pensare di portarsi a casa un'alba o un tramonto. (Tiziano Terzani)

Mi costa non essere d’accordo con Franco Cardini, quando afferma: “è necessario superare anzi rinnegare il dogma dello stato-nazione 'sovrano'.” – aggiungendo - “Lo stato-nazione è il risultato dello sviluppo di un’ideologia giacobina divenuta tra Otto e Novecento 'dogma civile', ma che non trova alcun riscontro necessitante né sul piano storico né in quello del diritto internazionale.” Un pensiero che sul piano storico potrebbe funzionare, ma nella realtà delle singole Nazioni sostengo maggiore sovranità individuale, casomai a beneficio (successivamente) dello scopo unitario, che poi è quello comunitario. È possibile intravedere un’alba solo se ognuno la può pensare liberamente, senza dogmi comunitari. Ecco perché fare l’autore di distopie ti mette nella posizione di mediare, immaginare certe tipologie di scenari dentro “contenitori”, scatole vuote, contesti talvolta lontani. I rapporti di forza che sovrastano, per intensità, i rapporti di forma e ben mostrano la suddivisione in blocchi dell’intero pianeta. Si fanno avanti nuove modalità di schiavismo, le singole sovranità vengono aritmeticamente sbiadite, gli equilibri diplomatici e geopolitici di intere fasce territoriali vengono posti a dura prova da tensioni più o meno evidenti. D’altronde siamo di fronte a nuovi spinte colonialistiche, che seppur seguendo percorsi e dinamiche piuttosto velate e intrise di nascondimenti, mostrano una faccia dei nuovi totalitarismi. Il nuovo totalitarismo esiste grazie a noi. Ciò non deve provocare reazioni di timore, ma dovrebbe permettere una riflessione a lungo raggio sul perché di tutto ciò.

La democrazia funziona se sono assicurate le sue precondizioni: un effettivo pluralismo, la limitazione delle concentrazioni di potere (politico, economico, ideologico-comunicativo), politiche pubbliche volte a garantire gli standard minimi dei diritti di cittadinanza (occupazione, salute, istruzione, abitazione, retribuzione dignitosa, democrazia nei luoghi di lavoro). Soprattutto, la democrazia presuppone una formazione civile, che argini i rischi di decivilizzazione (ricerca di capri espiatori, pregiudizi razzisti, omofobi e sessisti, ossessioni identitarie) che attanagliano le nostre società, in virtù della perdita di sicurezza sociale e di riferimenti simbolici credibili. Siamo di fronte a una democrazia impoverita e messa alla prova. La democrazia è vitale solo se non nega i problemi e le aspettative dei cittadini, se non si chiude in un bunker, ma accetta il conflitto delle idee e degli interessi (ovviamente non violento né distruttivo), riconoscendolo come un decisivo fattore vivificante, che può e deve essere portato a sintesi politica solo se viene preso sul serio. (Stefano Rodotà, Presentazione Festival del Diritto 2015)

Si dice che la televisione, che è stato il mezzo che ha dominato e che ancora continua a dominare, sia un mezzo in sé intimamente non democratico. Per quale ragione? Perché è una comunicazione dall'alto verso il basso. C'è una persona che parla a una platea silenziosa, magari di decine di milioni di cittadini, che non hanno la possibilità di reagire, se non in maniera molto indiretta. Alla fine si calcola l'audience: quante persone hanno seguito la trasmissione, quanti, a un certo punto, se ne sono andati via, quali sono stati i picchi di attenzione, e via dicendo. Ma questo è appunto qualcosa che lascia un segno sulla comunicazione Indipendentemente dal fatto che si dicano cose buone o cattive, accettabili o non accettabili, il carattere non democratico sta nel fatto che il cittadino non può reagire. Invece le nuove tecnologie, si dice, sono interattive. Non è una comunicazione verticale, ma orizzontale. Internet mette tutti sullo stesso piano. Se c'è un forum di discussione, tutti possono intervenire in ogni momento, quando vogliono, dicendo le cose che vogliono. Non c'è gerarchia. Chi entra in Internet si espone a questo controllo diffuso. Non c'è chi sta su e chi sta in basso. Questo è il momento decisivo. Si dice: non ci sono più produttori e consumatori d'informazione, ma tutti sono allo stesso tempo produttori e consumatori. Poi vedremo quanti problemi ci sono dietro a tutto ciò. (Stefano Rodotà, Intervista 08/01/2001)

Quindi ognuno di noi deve anche cominciare ad avere coscienza del fatto che la rete non è il paradiso, che le offerte vanno vagliate con una certa attenzione. Non mi offrono gratuitamente nulla, perché io in cambio gli do quella che oggi è la materia prima più importante, che sono le informazioni personali. Senza queste informazioni il meccanismo della rete si ferma. Quindi dobbiamo essere tutti consapevoli che noi abbiamo un potere legato alla gestione delle nostre informazioni. Se lo sappiamo usare bene questo rischio non credo che scompaia, ma certamente può essere ridimensionato. (Stefano Rodotà)

D’altra parte non si deve credere che l’ideale corrisponda all’ideologia. Le ideologie che hanno avuto maggiore spazio nel XX secolo erano tutte fondate sull’assunto di un cambiamento radicale del mondo, nella storia e attraverso la storia. Morte le ideologie, l’ideale, concernendo, più che altro, la "forma" assoluta in cui si presenta un’istanza intellettuale o morale, può sussistere anche nel nostro tempo. Il "cambiamento" in parola corrisponde a una ipotesi di forzosa volontà atta a scardinare una realtà intera, ai fini della costruzione di un edificio completamente nuovo, la quale, fra le altre cose, impone la massificazione della società e la violenza sistematica esercitata dal potere nei confronti dei propri cittadini. Nei regimi totalitari e "terribili" del XX° secolo il potere ha sviluppato essenzialmente una guerra contro il proprio popolo. (Domenico Fisichella, Intervista 09/01/2001)

Il totalitarismo ha sempre bisogno della dittatura. Che cosa intendiamo per dittatura? Il potere. Il potere è necessario alla società. La società non può vivere senza che esista un'autorità che esercita una qualche forma di potere. Nei regimi totalitari la dittatura divenne permanente. Non c'è totalitarismo senza esercizio dittatoriale del potere. I mass media sono stati, come dicevo prima, la condizione stessa per la nascita dei totalitarismi, per la loro conservazione e da essi sono stati ampiamente utilizzati. Possiamo addirittura asserire che i regimi totalitari abbiano fatto progredire i mass media. La radio ha avuto una grande importanza in Italia come in Germania. I mass media contengono, in sé stessi, una "minaccia totalitaria". Vi dico una cosa che può sembrarVi inquietante. Perché? Perché tendono al consolidamento della omologazione del giudizio, della omologazione dei gusti. (Pietro Scoppola, Intervista 1998)

Il controllo è soltanto un'espressione del potere, ma è possibile constatare altri nodi come il possesso, l'imposizione, il rivendicare la sovranità sull'identità. Una discussione sulla distopia non può fare a meno di considerazioni ricollegabili a campi apparentemente opposti come le dinamiche di potere, l'ordinamento di uno Stato, lo studio delle forme d'autorità, il Diritto a rilevanza penale e tanti altri. Il confronto tra Democrazia e Totalitarismo, come quello sul piano narrativo tra Utopia e Distopia è una gigantomachia, una lotta tra titani. È materia complessa stabilire a priori pro e contro di ogni singola teoria generale dello Stato. Però rappresentatività, consenso e libertà di pensiero sono dei segnali ai quali è possibile tenere conto. Una democrazia si completa nel cittadino, le istituzioni non risultano invasive, l’istruzione e il sistema sanitario sono garantiti a tutti in modo gratuito, i trasporti pubblici per motivi di lavoro, formazione, prevenzione sanitaria, sono gratuiti.

Se vogliamo metterci d’accordo, dobbiamo intenderla in un certo modo limitato, attribuendo al concetto di democrazia dei caratteri particolari. Tutti partecipano alla decisione, direttamente o indirettamente. La democrazia politica non si è estesa alla società e non si è trasformata in democrazia sociale. Una società democratica dovrebbe essere democratica nella maggior parte dei centri di potere. Il centro di potere in cui dovrebbe avvenire l’estensione delle regole democratiche è la fabbrica. Le decisioni vengono prese da una parte sola, non da tutte le parti in gioco. (Norberto Bobbio, Intervista 28/02/1985)

La satira fa esistere il regime. Ogni regime è caratterizzato dalla satira, ma che quest’ultima sia effettivamente libera da influenze dirette o indirette, rimane un falso storico. Nella rappresentazione dell’agone politico il ciclo cosmico delle stagioni è diventato da ormai troppo tempo un ciclo comico. L’uomo totale è un profeta, è profondamente umile, non danneggia l’altro, non rimane nella sfera dell’Io. Non so se tutti potremmo diventarlo, perché a volte i cambiamenti hanno un prezzo. Un patibolo della democrazia è rinvenibile nell’invasione della vita privata del singolo cittadino, della sua famiglia.

Quella che dalle parti di Depardieu viene chiamata “transformation systémique” potrebbe rimanere una fase, un intervallo tra due espressioni di potere, d’autorità. L’ingorgo delle idee non ha mai fatto del bene. Ogni teorizzazione della rivoluzione dovrebbe partire dell’assunto che se la mente vuole sottomissione, il contesto gliela concederà, farà in modo di garantire ciò. La gerarchia segna una forma di sottomissione.

La storia di tutti i popoli è caratterizzata da mitologie dualistiche sulla genesi dell’umanità in cui il cammino dell’ uomo è tormentato fin dalle origini dalla lotta tra il bene ed il male. Detti concetti, dopo un lunghissimo processo di elaborazione attraverso i sistemi religiosi, filosofici, e politico-amministrativi, hanno trovato una codificazione formale negli ordinamenti giuridici nazionali, in termini di valore e disvalore sociale dell’illegalità. (Claudio Ianniello, Cos’è la Criminologia, 2010)

Ritorna il concetto falsificabile di popolo. L’elaborazione di rappresentazioni (e relativi significati) applicata alle scienze sociali è da intendersi come processo d’interpretazione che prosegue nei secoli attraverso sovrastrutture. Quest’ultime compongono la base del sistema di pensiero (sottoponibile a cambiamenti). In ogni caso l’interpretazione è passibile d’errore e ciò viene dimostrato dall’esperienza delle scienze giuridiche.

L’errore in sé è questione ontologicamente e patologicamente umana. Senza epistemologia o sistema morale non esiste concetto d’errore. […] comandare significa esercitare autorità sulle persone, non già avere potere di infliggere del male, e, benché possa essere unito a minacce di male, un comando è essenzialmente un richiamo non alla paura ma al rispetto dell’autorità […] (H.L.A. Hart, Il concetto di diritto)

Questa è una manifestazione moderna di vizi antichi, quelli che hanno fatto considerare la democrazia, fino a metà del XVIII secolo, come una pessima forma di governo, dominata da demagoghi, attraversata da conflitti, spazzata da ventate irrazionali, incapace di perseguire l’interesse del Paese in una prospettiva di lungo periodo. La tensione tra democrazia e buon governo è endemica, connaturata a caratteri definitori di questa forma di governo, non soltanto un vizio italiano. (Michele Salvati, Democrazia, Buon Governo e Legge Elettorale, articolo 2012)

Non possiamo raggiungere l’individuazione senza il senso di connessione con gli altri, e d’altro canto è impossibile avere rapporti veri con gli altri senza aver raggiunto l’individuazione. (Carl Gustav Jung)

È la sosta che traccia il percorso, un volo di gabbiano che offre la panoramica di una visione. Senza passato, la foresta diventa radura, e le basi inseguono l’idea terminale, il nucleo si fa superficie. Tutti, quando la nostra coscienza viene assassinata, proviamo un senso di distopia, di separatezza fra l’intelligenza del sorriso e la rabbia delle occasioni perse. Distopia dentro. Tutti siamo un po’ distopici dentro, quando tra le valli dell’ego deponiamo l’ascia e la corona d’alloro diventa un flusso discontinuo d’idee, un masso pesante da trasportare. C’è una grossa differenza tra diritti del lavoratore e diritti del consumatore, da far rientrare nella minorità della complessa sfera dei diritti. L’armamentario si pone oltre il semplice giusto o sbagliato. L’errore è uno strumento della dimensione morale, quando ad esso viene collegato un sistema di valori che si articola tra i concetti “madre” di Male e Bene. A mio avviso il legislatore deve mettere da parte ogni forma di morale. Capovolgere la dimensione umana, premiando la bellezza dell’azione.

Persone la cui memoria - individuale o collettiva - venga nazionalizzata, divenga una proprietà dello Stato, completamente manipolabile e controllabile, si trovano del tutto alla mercè dei loro dominanti; sono state deprivate della propria identità; sono indifese e incapaci di mettere in discussione alcunché di ciò che è stato detto loro di credere. Non si ribelleranno mai, non penseranno mai, non creeranno mai […] (Leszek Kolakowski, Il totalitarismo e la virtù della menzogna)

La caratteristica fondamentale di un essere spirituale, qualunque possa essere la sua costituzione psico–fisica, consiste nella sua emancipazione esistenziale da ciò che è organico […] Paragonato all’animale che dice sempre di sì alla realtà effettiva, anche quando l’aborrisce e fugge, l’uomo è colui che sa dir di no, l’asceta della vita, l’eterno protestatore contro quanto è solo realtà […] l’uomo è l’eterno “Faust”, la bestia cupidissima rerum novarum, mai paga della realtà circostante, sempre avida di infrangere i limiti del suo essere “ora-qui-così”, sempre desiderosa di trascendere la realtà circostante. (Max Scheler, La posizione dell’uomo nel cosmo)

L’uomo non è che un’invenzione recente, una figura che non ha nemmeno due secoli, una semplice piega nel nostro sapere, e che sparirà non appena questo avrà trovato una nuova forma (avendo, al momento, quella che questo potere ha prodotto:) un allotropo empirico-trascendentale che è stato chiamato uomo. (Michel Foucault, Le parole e le cose)

Giunti a questo punto, è questione di seminari e convegni la premessa dello scontro, diatriba tra Capitalismo e Democrazia. È nella bilancia degli interessi, dei pesi e contrappesi stabiliti da leggi “di meccanismo”, che si gioca il futuro di tutte le riflessioni sulla narrazione distopica. Il ruolo e le valenze della sfera pubblica (e conseguentemente di quella privata), la privacy ed il lato oscuro del controllo sociale, lo sviluppo della tecnologia e le relative scoperte sull’intelligenza artificiale, l’informatica e l’umanità. Senza ancoraggio al suolo e punti di riferimento, la libertà soggettiva diventerà situazione di controllo, le forme del potere adatteranno al loro scopo le masse, i limiti verranno ripristinati in interruzioni. Ogni Totalitarismo ha riscritto la storia.

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Domenico Vecchioni, "Dallo spionaggio all'intelligence"

20 Giugno 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Domenico Vecchioni, "Dallo spionaggio all'intelligence"

Domenico Vecchioni

Dallo spionaggio all’intelligence

Storia degli agenti segreti

Greco&Greco - Pag. 362 – Euro 14 - ISBN 9788869807135

Domenico Vecchioni è un divulgatore culturale instancabile. Dirige la collana Ingrandimenti della Greco&Greco e ha pubblicato come autore: Richard Sorge - la più grande spia del XX secolo, Pol Pot - l’assassino sorridente, Kim Philby - il terzo uomo, Felix Kersten - il medico di Heinrich Himmler, Ana Belén Montes - la spia americana di Fidel Castro, La saga dei 3 kim - la prima dinastia comunista della storia.Molto interessanti alcune biografie, scritte con stile accattivante, tra le quali cito un testo su Raúl Castro e uno su Evita Perón.

Nel suo nuovo ambizioso lavoro cerca di tracciare una storia dello spionaggio, a partire dal V secolo avanti Cristo, con L’Arte della Guerra di Sun Tsu, passando per egizi, ittiti, assiri, persiani, greci e romani. Vecchioni racconta la storia degli infiltrati, degli spioni, degli agenti segreti, chiarendo che intelligence non è una parola anglosassone ma deriva dal latino intus legere, cioè leggere dentro, attività volta a scoprire e valutare informazioni per evitare una guerra. Lo spionaggio è il secondo mestiere più antico del mondo, afferma l’autore, ed è un concetto diverso da intelligence, perché serve a vincere una guerra, mentre la seconda attività informativa viene messa in atto per prevenire un conflitto. L’autore utilizza il consueto stile giornalistico e divulgativo per accompagnare il lettore in un viaggio alla scoperta delle spie, fino alle due guerre mondiali, alla guerra fredda, all’intelligence tecnologica, economica e femminile, senza omettere informazioni sullo spionaggio del futuro. Moltissimi i personaggi analizzati, le schede ricche di dati, curiosità e aneddoti: l’imperatrice Teodora, vista come l’Evita Perón dell’antichità, Gengis Khan, la tradizione Ninja giapponese, il caso Maria Stuarda, Richelieu, Mazarino, l’Ovra, il Sifar, il Sim, Richard Sorge, gli agenti segreti della guerra fredda e la pirateria informatica. Un testo consigliato a chi vuol conoscere una materia poco affrontata in letteratura, scritto in maniera agile e scorrevole, ma capace di soddisfare ogni curiosità.

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IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: CERCEMAGGIORE

19 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: CERCEMAGGIORE

Oggi le fotografie di Flaviano Testa ci portano a Cercemaggiore, comunemente Cerce, e non ci parleranno solo di un paesino del Molise che sorge in provincia di Campobasso, ma racconteranno anche di un luogo che vive ancora dei prodotti della terra, avendo un elevato numero di contrade rurali dove si pratica l'agricoltura.

l nome del paese deriva proprio dal latino volgare cercea o quercia, con l'aggiunta dell'aggettivo maggiore per distinguerlo da Cercepiccola, altro centro che sorge poco lontano. L'abitato di Cerce si eleva a circa 950 metri di altitudine e la sua felice posizione gli ha meritato l'appellativo di “sentinella dei Sanniti”, ampio è il panorama che si può godere: Cercemaggiore domina la vallata del Tammaro, volgendo lo sguardo si vedono tutte le alture del Molise fino alle montagne d'Abruzzo e nei giorni di sole, quando nelle pianure sottostanti non è presente foschia, si arriva a scorgere l'azzurro del mare Adriatico.

Un paesaggio tutto da godere e respirare perchè a Cerce si vive bene e a lungo. I dati Istat del censimento 2011 registrarono nel Molise la più elevata percentuale di ultra centenari. I rilievi del territorio comunale garantiscono la presenza di numerose falde acquifere che sgorgano in superficie in varie zone, consentendone un buon utilizzo ai fini agricoli, nelle colline che degradano fino ai 4-500 metri si possono ancora notare i frazionamenti effettuati durante il periodo fascista per l'intensificazione delle colture, allora si trattava maggiormente di grano, oggi si coltivano principalmente foraggi destinati al consumo regionale interno dei bovini allevati per la produzione di mozzarella.

Il Molise è terra antichissima e anche qui sul territorio sono venuti alla luce reperti archeologici che risalgono al Neolitico. Interessanti resti di fortificazioni sannitiche rimangono sul monte Saraceno dove, all'interno della suggestive Grotte delle Fate, sono stati rinvenuti materiali litici, punteruoli, frecce...

Nei dintorni di Cercemaggiore si ergono: la chiesa di S.Maria a Monte, di cui il primo impianto può essere datato tra l'XI e il XII secolo, mentre il bel portale è trecentesco e ancora il santuario di Santa Maria della Libera sorto, secondo la tradizione, sul luogo dove nel 1412 un contadino rinvenne un vaso di terracotta contenente una statua lignea della Madonna, notevolissima scultura del XV secolo. All'interno della chiesa e dell'attiguo convento sono conservate importanti opere di artisti locali, come un affresco e una tela di Nicola Fenico e una scultura di Paolo di Zinno, famoso per la costruzione dei “Misteri” di Campobasso.Giordano Pierro, frate domenicano priore del Convento nella prima metà del '900, ha pubblicato studi storici sul paese e sul santuario.

Ogni anno i paesani per la ricorrenza della festa, accorrono numerosissimi ad assistere e seguire la processione dei devoti che recano fiaccole con l'Effige della Madonna, portata a spalla dalle volontarie che indossano, per l'occasione, abiti tradizionali della cultura popolare. Al termine dei riti religiosi le persone si spostano in località Pianello, dove si trovano giostre, bancarelle, stands gastronomici e dove, per allietare la serata, vengono allestiti palchi per l'esibizione di complessi o cantanti in attesa del gran finale con un suggestivo spettacolo pirotecnico.

Tra sacro e profano le feste continuano a essere celebrate per conservare usi popolari e tenere unito il popolo nelle proprie radici, che vede, spesso, scomparire piano piano le antiche tradizioni in favore di ricorrenze dal sapore esotico che importiamo e che sempre più e tendono a soppiantare le nostre usanze.

Una tematica seguita ancora oggi e tornata alla ribalta in occasione dei festeggiamenti per il 150° dell'Unità d'Italia, è il Brigantaggio del Sud su cui vorrei aprire una piccola parentesi. Fu un fenomeno diffuso anche se in gran parte ignorato dalla storiografia ufficiale, perchè non sempre si trattò di delinquenza comune, anzi, nella maggior parte dei casi fu espressione di una sottaciuta rivolta popolare. La povera gente, dopo l'unificazione si trovò ad affrontare una realtà molto triste:le terre demaniali non erano state espropriate e divise fra i braccianti come nelle promesse della vigilia, ma vendute all'asta e i nuovi compratori scesi dal nord sfruttavano i contadini come e più di prima, erano state vietate le pratiche di uso civico, cioè poter raccogliere in modesta quantità prodotti dai fondi demaniali (legnatico, erbatico). Lo stato sabaudo, tra abbandono, incuria e corruzione morale crescenti, triplicava le tasse, imponeva la leva obbligatoria, togliendo alle famiglie anche il sostentamento delle giovani braccia dei figli che, per non adempiere al dovere militare, diventavano disertori e poi briganti.

La storia è lunga e meriterebbe un ampio capitolo, ma qui mi fermo per raccontare fatti che coinvolsero, nel bene e nel male, personaggi vissuti anche nel piccolo paese di Cerce. Nello specifico, mi riferisco a una donna rimasta quasi sconosciuta per oltre un secolo, Maria Luisa Ruscitti.

Nata a Cercemaggiore il 5 maggio del 1844, giovanetta, fu catturata, durante una delle sue incursioni in paese, da Michele Caruso, brigante. La ragazza era di povera famiglia, versava in umili condizioni, ma era dotata di fascino e bellezza; forse costretta, in un primo tempo a subire i capricci di Caruso, in seguito si donò anima e corpo alla sua causa e, in breve tempo, da lui addestrata all'uso delle armi, divenne un soldato della banda molto più in gamba di altri di sesso maschile. Aveva intuito che la violenta lotta condotta dal suo aguzzino, che forse era divenuto il suo uomo, agognava il riscatto dei contadini molisani dalla schiavitù, una vita civile e più umana per i poveri. Così Maria Luisa divenne una “capitana”, partecipava e guidava le azioni, durante uno scontro a fuoco uccise un ufficiale. Catturata nel 1863, fu condannata dalla Corte di Assise di Trani a 25 anni di reclusione. Uscì dal carcere nel 1888 e, tornata in paese, a Cerce, evitata da tutti, trovò lavoro come domestica soltanto presso la famiglia Salvatore. Condusse da allora vita ritirata e di moralità impeccabile, ma qui nasce la leggenda che la vuole ancora protagonista. Nei si dice delle comari si sussurrò che fu proprio la domestica a portare ricchezza nella famiglia che l'aveva accolta, svelando i nascondigli dei tesori dei briganti. In realtà il Salerno capostipite fu uomo laborioso e ingegnoso che aveva impiantato un negozio di generi vari in paese e serviva tutto il circondario, essendosi impegnato in un commercio di scambio con Napoli. Portava in città con fatica e sacrifici i prodotti della campagna e riportava in paese tessuti e manufatti da rivendere. Così si costituì per la famiglia, dopo quarant'anni di attività, il gruzzolo che consentì loro l'acquisto di parte di un vasto podere, Feudo della Rocca, “invidia” di molti, che alimentò chiacchiere e leggende.

(Alcune notizie inerenti questa storia sono state attinte dal sito di Stefano Vannozzi)

IN GIRO PER IL MOLISE CON FLAVIANO TESTA: CERCEMAGGIORE
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Marino Magliani, "Il canale bracco"

18 Giugno 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

Marino Magliani, "Il canale bracco"

Marino Magliani
Il canale bracco
Euro 12 – Pag. 130 – Fusta Editore

Il vento qui ha le sue pause, nulla del rumore di un torrente gonfio in Val Prino. Non si espande, non rotola, di fatto agonizza, e non è neanche il vento della Patagonia di Chatwin, che assomiglia all’avvicinarsi di un camion che non arriva mai. Qui il vento si ferma e riprende, arranca, frena e stride come se trovasse dei semafori.

Solo un breve assaggio estrapolato dalla quarta di copertina dell’ultimo lavoro di Marino Magliani, 54 anni, ligure come Orengo e Sbarbaro, Biamonti e Novaro, trapiantato in Olanda, dove svolge i lavori più impensati sul Mar del Nord. Traduce ispanici, scrive racconti, di tanto in tanto - soprattutto in primavera - torna nella sua Liguria che non dimentica. Ottimo romanziere, abile nel trasmettere emozioni e capace di raccontare sia la terra natale che il luogo d’adozione grazie a una prosa forbita, raffinata e molto letteraria.

Il canale bracco, segue la sceneggiatura del romanzo per immagini Sostiene Pereira, soggetto di Tabucchi, disegni di Marco D’Aponte. Magliani racconta la storia sentimentale di un canale che da tempo segna la sua vita, come aveva fatto in opere precedenti, si sofferma su istanti e solitudini che scorrono nei lunghi inverni del Noordzeekanaal, tra il Mar del Nord e Amsterdam. L’Olanda è per l’autore la terra dove scrivere, ricordando il tempo perduto della sua Liguria, ma anche narrando il quotidiano olandese, come un lungo viaggio in bicicletta per raggiungere Amsterdam. La biografia di un canale diventa materiale da romanzo, il lettore si appassiona alle vicissitudini di acque silenziose e sognanti - né dolci né salate ma brak, come dicono gli olandesi - dove vivono pesci ignoti ad altre latitudini. Un nuovo esperimento letterario riuscito, non molto commerciale, visto il vento che tira in Italia, ma il prezzo (12 euro) e la veste editoriale sono invitanti. Non perdetelo.

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

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Reincarnazione: seconda parte

17 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #poli franca, #saggi

Reincarnazione: seconda parte

Casi tratti dal libro di Ian Stevenson

IMAD

E' l'anno 1962, quando il professore viene a conoscenza di questo fatto.
Riguardava un ragazzo di nome Imad, appunto, che non faceva che rievocare avvenimenti e persone di una sua esistenza precedente.
Ecco i fatti.
Imad Elavar era un ragazzo libanese. Era nato nel 1958. Aveva solo due anni quando prese a narrare di aver vissuto una vita precedente a quella attuale. Descrivendo fin nei minimi particolari fatti e persone di quella vita.Tutto nacque così: faceva spesso due nomi che in famiglia nessuno conosceva: Jamile e Mahmoud. Gli veniva chiesto allora chi fossero, che cosa significassero. Un giorno disse che c'era stato un incidente di macchina, un ragazzo era finito sotto le ruote di una vettura e avevano dovuto amputargli tutt'e due le gambe. Aveva sofferto molto, e da quelle gravi ferite non si era più ripreso. Dopo un certo tempo la conseguenza fatale fu la morte.
Poi aggiunse che "doveva andare a Khriby", una località a circa trenta chilometri dal suo paese.
Perché vuoi andare a Khriby?
Portatemi a Khriby. E' il mio paese.
Che dici, che vuol dire che è il tuo paese.
Io sono vissuto là.
E quando?
Nella mia vita prima di questa. Là è la mia famiglia.
E come si chiama la tua famiglia
Disse un nome: Bouhamzy.
Ma la storia di Imad non finisce qui; perché un giorno, passeggiando per il suo villaggio con la zia, si staccò da questa e corse verso una persona che stava camminando al di là della strada. La salutò con calore e lo abbracciò. Lo sconosciuto, sorpreso e stupito da quel ragazzino, gli chiese se lo conoscesse.
Ma certo che ti conosco? e tu no? ma se eravamo vicini di casa a Khriby.
Ma… come…
Quel signore in effetti era di Khriby. Era il signor Salim el Aschkar, che aveva sposato una ragazza del paese di Imad, Kornayel; e là di tanto si recava a volte solo a volte con la moglie.
La zia di Imad, tornati a casa, raccontò il fatto ai genitori, i quali ebbero modo di pensare, collegando questo fatto a tutto ciò che il figlio andava narrando di tanto in tanto. Però non fecero niente per appurare che cosa ci fosse sotto.
Questo ripeto, avveniva nel 1960.
Nel 1962, il prof Stevenson, venuto a conoscenza del caso, si recò di persona a Kornayel, dove Imad e la sua famiglia abitavano, e si fece raccontare tutto, ciò che i genitori per l'ennesima volta fecero. Chiese il permesso di recarsi con ragazzo a Khriby; lo ottenne, e andarono. Qui cominciò a fare controlli su controlli, e tutto combaciava coi ricordi del ragazzo. Per farvi capire ci vogliono alcuni numeri.
Il prof. Stevenson ottenne e registrò 47 dichiarazioni di Imad.
44 di queste dichiarazione corrispondevano a verità, senza ombre o dubbi.
Una volta giunti a Khirby, Imad dette altre specificazioni su alcuni avvenimenti e personaggi di quella sua precedente esistenza.
Stevenson ne registrò 16.
14 risultarono esatte.

Vediamo adesso alcune delle dichiarazioni fatte dal ragazzo, che nella vita precedente diceva di essere stato un certo Ibrahim della famiglia dei Bouhmdazy, che, messe a confronto con la realtà anche attraverso la testimonianza di testimoni, si rivelarono vere.
Partiamo dal nome di Khriby. Imad dichiarava che era il suo paese, ricordate?
Bene, va detto, e lo appurò Ian Stevenson, che c'era più di una località con quel nome; dei quali uno vicinissimo al paese dell'attuale Imad. Durante gli interrogatori del professore al ragazzo questi disse che no, non era quello, il suo paese; il suo stava molto più lontano. Si trovò - andando sul posto - il paese esatto, che Imad riconobbe come il suo, e guidò tutti a quella che era stata la sua abitazione.
Queste prime cose furono testimoniate dai genitori di Imad, la madre Lafeite e il padre Mohammad.
Un'altra cosa che disse mentre con la macchina andavano a Khriby:
- per andare a Khriby bisogna attraversare il villaggio di Hammana (esatto)
Il prof. Stevenson a questa affermazione guardò i genitori di Imad, che assentirono, e gli dissero che il loro figlio non era mai stato su quella strada. ( Che abbia forse, per caso, sentito qualche volta parlare di questo dal padre nelle varie discussioni con parenti e amici?)
Adesso veniamo a quei due nomi che aveva pronunciato quasi a casaccio, così, e che là per là nessuno capì, né sapeva a cosa si riferissero.
Partiamo dalla seconda:
- Mahmoud.
Mahmoud era in effetti uno zio di Ibrahim, per l'esattezza il signor Ibrahim Bouhamdzy (testimone un cugino di Ibrahim)
- Jamile.
Sul nome Jamile dobbiamo dilungarci un poco perché tanti sono i riscontri con la realtà vera; vediamoli.
Ibrahhim aveva un'amante che rispondeva al nome di Jamile.
Su questo punto ci sono diverse testimonianze, ma una di esse, da parte di un parente alla lontana di Ibrahim, si rivelò non esatta, testimonianza che poi ritrattò, e ritrattò ancora,
Jan Stevenson capì che era un testimone non credibile, era un tale che voleva mettersi in mostra ed avere una certa importanza nella faccenda. Insieme a lui anche altri due persone vennero scartate dal professore, non attendibili.
Alcune delle dichiarazioni del ragazzo a suo padre.
- Jamile era bella.
In effetti, nella località dove viveva, la ragazza era ritenuta di una bellezza eclatante. (In Libano le donne sono tutte belle, e il dettaglio poteva essere senza alcuna efficacia; ma una donna del posto molto anziana, che l'aveva conosciuta di persona, confermò la cosa.)
Dove abitava, Jamile, lo sai?
Indicò con la mano tesa verso il villaggio di Masser dove la ragazza abitava.
- Jamile portava tacchi alti.
La cosa fu confermata da Haffez Bouhamzy, e pareva poter essere presa come coincidenza, considerato il fatto che in Libano le ragazze non portavano i tacchi alti.
- Jamile vestiva di rosso.
Lui gli comprava vestiti di questo colore sgargiante. Haffez confermò che la ragazza era usa portare una sciarpa rosso fuoco intorno ai capelli.
- Said.
Said era un cugino di Ibrahim Mahmoud, che aveva subito anche lui un incidente sulla strada, nel quale nell'anno 1943 subì l'amputazione delle due gambe. I medici fecero del tutto per salvarlo dalla morte ma non ci riuscirono.
- La persona che Imad incontrò nel suo paese e che salutò calorosamente. Questa persona era un vicino di casa di Ibrahim.
- Imad riferì quasi alla lettera le ultime parole di Ibrahim prima di morire.
Imad nominò un altro nome: Mehibe
- Mehibe
Non sapeva dire chi fosse. I suoi genitori avevano pensato intanto che fosse una femmina, e poi congetturato che potesse essere la figlia, o una delle figlie, di Ibrahim/ Imad. Invece Stevenson appurò, in base a ricerche e testimonianze, che era un uomo ed era uno dei tanti cugini di Ibrahim.
Aveva dei figli:
- Adil
- Talil o Talal
Va detto che parlando col prof. Ian Stevenson circa tutti questi nomi che pronunciava Imad, i genitori pensavano sempre che si trattasse di figli avuti nella precedente esistenza.
Invece si appurò che il primo, Adil, era un altro cugino di Ibrahim; così come l'altro nome; era esistito un altro cugino di nome Khalil, che nella pronuncia imperfetta del bambino era stato capito come Talil o Talal, appunto.
Ha dei fratelli, uno si chiamava
- Said
Ibrahim in realtà non aveva un fratello con questo nome. Said è il nome di due persone che il ragazzo nella vita precedente aveva conosciuto.
Uno era un suo cugino morto per un incidente di macchina nel 1943; l'altro un amico morto nel 1963.
Il cugino come abbiamo narrato più sopra Said Bouhamzy, subì l'amputazione delle gambe e, poiché il mezzo pesante gli era passato sopra il petto, gli aveva schiacciato il torace, fu operato anche qui; successivamente morì proprio per le conseguenze di ciò (vedi più sopra).
A proposito di questo incidente, che colpì molto Ibrahim, che si recò spesso all'ospedale per avere notizie del cugino, Imad dichiaro anche che:
- avvenne dopo che l'autista del camion e Said avevano litigato. Quindi egli affermò che l'uccisione fu volontaria. La notizia però si rivelò infondata. Forse Imad confondeva due episodi, il secondo del quale andiamo a riferire qua sotto. Va detto che l'autista fu processato e condannato per guida negligente, ma non per omicidio.
- Un altro, fratello, Fuad.
Quando il prof. Stevenson gli mostrò una piccola foto di Fuad in divisa da militare Imad non lo riconobbe, negò; ma riconobbe benissimo un grande ritratto ad olio appeso a una parete, quello è mio fratello Fuad.
- Una sorella, Huda
Dichiarò di avere una sorella con questo nome. Il professore verificò anche questo elemento. Appurò che era vero, aveva avuto una sorella alla quale al momento della nascita egli volle che i genitori la chiamassero così appunto: Huda.
Il prof. Stevenson si incontrò con questa persona che avvalorò con la sua testimonianza quanto dichiarato dal imad.
La incontrò alla presenza di Imad, al quale chiese: riconosci questa persona?
Certo, che la conosco, è Huda.
(da notare che prima gli avevano mostrato una anziana signora che era la madre di Ibrahim, ma Imad non la riconobbe; disse infatti di no, ma aggiunse che gli piaceva molto.
Tralasciamo di parlare delle molte persone tra amici e parenti che Imad nominò nelle sue varie confessioni di ricordi, e veniamo ad altro.
Gli fu mostrata una tela abbastanza grande che ritraeva Ibrahim.
Chi è questo, lo conosci? (da notare che qualcuno gli aveva suggerito che era uno zio, e che era un suo fratello).
Certo, sono io.
- Le parole prima di morire.
Avevano chiesto alla sorella che cosa le avesse detto prima di morire, dato che lei era presente; ella rispose: mi chiese di cercare Fuad e farlo venire, ché voleva salutarlo.
Ricordi cosa hai detto prima di morire, cioè le tue ultime parole?
Huda, per favore, chiama Fuad.
Di professione Imad faceva l'autista. Aveva avuto moltissimi incidenti stradali.
Tra le altre dichiarazioni fatte una recitava così:
il mio autobus è andato fuori strada. Ma non c'ero io alla guida quando ciò è avvenuto. Morirono delle persone.
Il prof. Stevenson fece ricerche e fece domande. Al padre alla madre ad alcuni conoscenti. Si accertò che:
Un giorno il ragazzo alla guida dell'autobus che aveva persone a bordo scese. Il suo aiutante restò sopra. Il freno, che probabilmente funzionava male, perse la sua efficacia e l'autobus scivolò a marcia indietro in una scarpata; rimasero feriti alcuni passeggeri.
Si fece un capannello di persone, quasi tutto il villaggio, e fu chiamata la polizia che accorse sul luogo per fare i rilievi. Un testimone, che seguì la cosa anche appresso, dichiarò che Ibrahim, da allora, non era più lui; e non volle più guidare. E aggiunse, ma questo non poté essere appurato, che questo fatto gli causò la forma di tubercolosi che lo portò alla tomba all'età di 25 anni. Aggiunse anche che aveva litigato con il suo collega autista, perché aveva insultato sua sorella.
Non è stato accertato.
Però c'è qualche elemento in comune con quello che Imad aveva dichiarato circa l'incidente di Said. (vedi sopra)
- Ero amico di Kamel Joumblatt. (esatto)
Costui era un filosofo e politico, e sia Ibrahim che il cugino Said erano suoi amici. Il filosofo è vivente e risiede in una piccola località poco lontana dal paese di Ibrahim/ Imad.
- Mi piaceva molto la caccia.
Avevo un fucile a due canne e anche una carabina. Però la carabina la tenevo ben nascosta.
E dove tenevi il fucile?
Imad indicò il ripostiglio ricavato da un angolo tra due pareti (solo lui e la madre sapevano di questo ripostiglio).
- Avevo un cane da caccia di colore scuro.
Imad, quando nel cortile della casa gli fu chiesto dove tenesse il cane, quale era cioè la sua cuccia, e come lo teneva, indicò l'angolo esatto, e che lo teneva legato con una corda. (dichiarazione particolare, perché in quel villaggio i cani erano tenuti da una catena).
Si rivelò esatta l'informazione.
Anche il fatto della carabina nascosta; spiegarono al professore che laggiù è vietato per uno che non sia un militare detenere una carabina.
Il cane: aveva un cane, ma non era da caccia.
Le testimonianze furono raccolte dalle dichiarazioni di due parenti di Imad, i signori Nabih e Haffez Bouhamzy.
- E quando disse che aveva picchiato un cane, forse si riferiva al fatto che il suo cane pastore s'era azzuffato con un altro cane, e lo aveva ferito a morsi.
.- La casa.
Imad descrisse la casa dove viveva Ibrahim con precisione estrema. Era situata in un quartiere di Khriby (o Chriby). Egli la descrisse perfettamente e indicò esattamente la direzione da prendere a chi lo accompagnava da una distanza di più di trecento yarde. Era al centro del piccolo villaggio. Quando il prof: Stevenson condusse il ragazzo là, lo indirizzò verso la periferia, come aveva precedentemente dichiarato Imad, il quale però, strada facendo, si accorse che il verso della strada che doveva portare alla casa era sbagliato, e li fece deviare tornare indietro, e così trovò l'abitazione. E come aveva dichiarato prima, essa era proprio al fondo di una ripida discesa (proprio davanti a casa mia c'è una scarpata).
- la camera di Ibrahim.
Nella camera indicata da Imad come quella dove viveva lui, c'erano due letti, gli fu chiesto quale fosse il suo, indicò quello nell'angolo esatto.
C'è ancora un particolare che fu rilevato dai suoi genitori.
Il prof. Stevenson seppe che una volta Ibrahim s'ammalò di una malattia infettiva, per cui i suoi amici in visita non venivano ammessi nella cameretta di lui; e gli parlavano e lui parlava con loro attraverso una finestrina.
Fu chiesto a Imad come parlava agli amici; indicò la finestra e dichiarò:attraverso quella, indicandola.
Ma non potevi vederli dal tuo letto.
Il mio letto, quello, non stava là, ma stava in questa posizione, e la indicò. E da essa si vedeva benissimo all'esterno.
- la casa ha un attico
(vero, il professore verificò di persona).
- vi erano due pozzi.
Stevenson ebbe modo di constatare che vicino all'abitazione c'erano due cisterne, una profonda e una bassa. Quella grande serviva per l'acqua piovana e l'altra no, perché appunto troppo poco fonda. E per questo il primo era sempre pieno e l'altro (che poi alla morte di Ibrahim fu chiuso), quasi sempre vuoto.
- si stava rifacendo il giardino
(vero)
- e nel giardino piantarono alberi di ciliegie e di mele.
Stevenson poté vedere di persona questi alberi.
- affermò di possedere denaro e terreni
(in effetti corrispondeva a verità, erano dei genitori)
- e aveva una macchina gialla
(vero, confermarono Haffez e Nabir Bouhamzy)
e un autobus
(vero, c.s.)
e un camion per il trasporto di terra e pietre
(vero, c.s.)
di questi due ultimi mezz, uno serviva per il suo lavoro come autista, e l'altro per i lavori della famiglia per i terreni.
- a casa mia ci sono due garages.
L'affermazione non è del tutto esatta, perché i mezzi di trasporto stavano all'aria aperta quando erano parcheggiati, ma c'erano due capannoni, che Ian Stevenson vide di persona; Imad/ Ibrahim poteva alludere a questi.
- avevo cinque figli
(e mostrava le cinque dita della mano alzata)
Non è esatto. Non ebbe figli, il ragazzo, ma forse ricordava i figli di suo cugino Said, cui era molto affezionato, e del quale era amico intimo, che ne aveva appunto cinque.
Ecco, questo è uno dei casi più importanti che Ian Stevenson ha studiato e catalogato nel suo ampio schedario.
In seguito ne illustrerò altri perché mostrano tutti un certo fascino e vi potranno interessare. Però al momento non so ancora quanti. Certo che sarebbe bello presentarveli tutti e venti, quelli del suo libro, ma forse sarebbe troppo noioso, alla fine.
Per ora un caro saluto, e alla prossima puntata.

Se a voi o a vostri amici o conoscenti è capitato qualche fatto strano, anche
se non ha agganci con il fenomeno della reincarnazione, ma che in qualche maniera possa rientrare, secondo voi, in quello della parapsicologia, se volete, potete comunicarmelo e io lo esaminerò e vedrò se sarà possibile pubblicarlo, grazie della vostra attenzione.

Scrivete a mdsantis@email.it

marcello de santis

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I PIRANDELLO E LA GRANDE GUERRA

16 Giugno 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia, #racconto

I PIRANDELLO E LA GRANDE GUERRA

Iniziamo parlando della Grande Guerra in casa Pirandello. Nel 1915 Stefano Pirandello si arruola volontario, parte per il fronte e viene fatto prigioniero nel 1917 durante l'offensiva di Caporetto, come scrive a un amico il famoso padre:

"Sappi che la mattina del 2 novembre, alle 7 1/2, dopo una notte di fuoco, egli è stato fatto prigioniero, nella battaglia d'Oslavia, ferito al petto, per fortuna leggermente. Un'altra ferita aveva ricevuto il giorno avanti; gli avevano dato alcuni giorni di licenza per farsi medicare; rifiutò la licenza sapendo che la notte si sarebbe rinnovato l'attacco, e fu fatto prigioniero. Sono ormai circa due mesi! Fra tutte le sciagure che potevano toccargli (è vivo per miracolo!), questa è certo la minore … Coraggio, Stefanuccio mio: non abbandonarti troppo alla meditazione e lavora, lavora quanto più puoi: non c'è rimedio migliore a questo male della vita. Nessuno meglio di me lo sa per prova.".

Il giovane passerà mesi durissimi a Mauthausen e poi a Plan, in Boemia: il grande scrittore cercherà di aiutarlo inviandogli cibo e anche sigarette. Si scriveranno spesso, di solito lettere brevi per evitare la censura che altrimenti le avrebbe bloccate. Anche lo stesso figlio conforterà il padre, alle prese con la pazzia della moglie e con le difficoltà nel proseguire l'attività letteraria. Ci si potrebbe chiedere se in fondo non fossero ambedue prigionieri. Il rapporto tra loro sarà sempre difficile, faticando Stefano a trovare una sua strada artistica nell’ambito del teatro, lontano dall'ombra del grande Luigi. Ricorrerà anche a uno pseudonimo. Chi vuole approfondire questi temi, può leggere il libro Il Figlio prigioniero che riporta parte dell'intenso carteggio tra i due.

Tutto ciò fa da sfondo al lungo racconto Berecche e la guerra. Siamo agli inizi della Prima Guerra Mondiale. Un padre, Federico Berecche, innamorato della Germania come principio etico sinonimo di disciplina, metodo, rigore, autocontrollo, ha il figlio Faustino che vorrebbe l’intervento dell’Italia contro l’Austria e la Germania. Nessuno a parte lui ama il mondo tedesco; si scatenano liti molto aspre. Berecche è solo nelle sue posizioni, in casa come tra i parenti e i conoscenti. La famiglia si sta sfasciando mentre l'Italia resta neutrale; ci sono isterie, individualismi, personalismi. Il padre, buffo e teatrale, è l'unico che nonostante tutto ha una certa flessibilità; in un precario equilibrio rivede le proprie amate convinzioni filotedesche, cercando una difficile ricomposizione con Faustino che è partito per combattere in Francia. Berecche ripete spesso all'amico medico "Io ragiono ...", ma il dottore, sonnolento e laconico, non risponde al suo straparlare, come se la scienza fosse muta davanti alla sua quasi follia. Vuole andare a combattere anche lui nonostante i cinquantatré anni e la pancia. Qui tutto diventa assurdo e spassoso come nel miglior Pirandello; pensa di comprare di nascosto un cavallo, studia in una notte i principi dell'equitazione e si reca in un maneggio per apprendere, spera in poche ore, come cavalcare. Si vede già vicino a Faustino, in battaglia sul fronte francese, contro i tedeschi. Ma una brutta caduta lo rende temporaneamente privo della vista; medicato, abbandona i progetti avventurosi e passa bendato il suo tempo con la figlioletta cieca, condividendo con lei il non poter vedere le brutture della realtà cui la ragione e la volontà non pongono rimedio.

Diversi interrogativi sorgono da questa novella. Può essere meglio non vedere quello che non si può cambiare? La generazione vecchia deve restare a casa facendo spazio ai giovani, lasciandoli liberi anche di sbagliare? Berecche è a suo modo un piccolo eroe che crede nella famiglia, oppure va compatito per aver rivisto le convinzioni di una vita, senza ricavarci nulla se non solitudine e infortuni?

Il racconto è anche una piccola risposta della passionalità mediterranea al rigore e al razionalismo teutonico, tanto osannati all'inizio dal protagonista (lo stesso Pirandello visse alcuni anni in Germania). La vicenda individuale del padre riporta anche il dramma di tanti caduti e delle loro famiglie, frammenti di una storia più grande così spietata con le piccole vicende personali che rischiano di cadere nell’oblio:

"Così tra mille anni, pensa Berecche, questa atrocissima guerra che ora riempie d’orrore il mondo intero, sarà in poche righe ristretta nella grande storia degli uomini; e nessun cenno di tutte le piccole storie di queste migliaia e migliaia di esseri oscuri, che ora scompaiono travolti in essa, ciascuno dei quali avrà pure accolto il mondo, tutto il mondo in sé e sarà stato almeno per un attimo della sua vita eterno, con questa terra e con questo cielo sfavillante di stelle nell’anima e la propria casetta lontana lontana, e i proprii cari, il padre, la madre, la sposa, le sorelle, in lagrime e, forse, ignari ancora e intenti ai loro giuochi, i piccoli figli, lontani lontani".

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PENSIERI SPARSI

15 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli

PENSIERI SPARSI

Oh luce terapeutica per l’animo mio stanco, ti aspetto con trepidazione quando nel prematuro risveglio sono impaurito dalle ombre che mi circondano, massacrato da fantasmi tenaci che hanno fatto delle mie pareti la proiezione concreta delle loro ombre. Brevi lassi di tempo vi rendono padroni senza cuore, non mi avrete mai: stupide interiorità che s’illudono di poter detenere appieno il mio pensiero, vi ripongo con brutale soddisfazione nelle buie tenebre dalle quali emergete. M’è compagna fedele, in tale conflitto quotidiano la salvifica alba, naturale fustigatrice delle angosciose paure. Come in ogni fatale e stolta verità che s’accompagna al meschino vivere dell’uomo, Tu luce prodigiosa però, rechi il fastidioso rombare dei motori, l’acuto fischio di compagni di lavoro, lo stridere delle persiane, le rumorose saracinesche del bar. Ed è così che mi ritrovo nel perenne dissidio dell’uomo, a rifugiarmi nelle ombre che mi sono più favorevoli. Vita, sgualdrina ingioiellata sapientemente mascherata, non ti lasci mai penetrare, mantieni SEMPRE immutata, la tua enigmatica VERGINITA’!

G.Campagna.

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