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Giacinto Reale, "Avanguardia di morte..."

16 Febbraio 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #giacinto reale, #racconto, #storia

 

 

AVANGUARDIA DI MORTE...”

Racconti Brigatisti

Giacinto Reale

Ediz. La Testa di Ferro

 

Ho terminato in questi giorni la piacevole lettura del secondo libro di Giacinto Reale. Autentico appassionato di storia del Fascismo, lo scorso anno aveva dato alle stampe “Se non ci conoscete...” Racconti squadristi ambientati all'inizio dell'epoca fascista. Con questa seconda opera ha completato il ciclo storico del periodo: dalle origini, all'epilogo con i personaggi della Repubblica Sociale Italiana. La peculiarità che colpisce, sia nel primo che nel secondo libro, è che gli episodi sono pensati e costruiti attorno ad accadimenti reali, portando a conoscenza di chi legge, con estrema semplicità, e quasi da farlo sembrare casuale, avvenimenti importanti e fondamentali della storia dell'epoca.

Protagonisti di questa seconda serie di racconti sono cinque personaggi che si muovono e agiscono in cinque città diverse e che, seppur scaturiti dalla fantasia dell'autore, alternano le loro vicende, come dicevo si muovono in un contesto storico autentico, assistono a fatti accaduti in quei giorni, in quelle strade, si affiancano a personaggi di rilevante importanza storica, protagonisti delle vicende della RSI. Ad alcuni di loro l'autore ha voluto dare un vissuto da squadristi della prima ora, questo per sottolineare la continuità delle aspirazioni, dei sentimenti e degli ideali che, se sembravano sopiti durante gli anni del consenso, uscirono di nuovo allo scoperto come un nervo dolente, muovendo, in quei tragici giorni, giovani e meno giovani. Così conosciamo per primo Mario, “vecchio” squadrista della Randaccio, che, dopo aver combattuto ed esser stato ferito sul fronte greco-albanese, viene colto in quel nefasto 8 settembre a fare il libraio nella sua Milano e sente imperioso il desiderio di tornare a combattere e di rendersi utile alla Patria.

Giacinto Reale fin dalle prime righe sa unire nel dipanarsi della trama spunti personali che rendono i personaggi umani e vicini al comune sentire. Il cane, la moglie, un figlio, la mamma, il fidanzato, ognuno dei cinque protagonisti porta con sé sentimenti che li accomunano e ci accomunano, rendendoci partecipi della loro vita, delle loro scelte e tragicamente della loro morte. Ognuno dei cinque personaggi entrerà a far parte di un particolare reparto dell'esercito Repubblicano, così Mario diventa ardito della “Muti” di Franco Colombo, Luisa, che è il mio personaggio preferito, si trasforma da timida studentessa in coraggiosa Ausiliaria del SAF del Generale Piera Gatteschi Fondelli. Franco, romano, impiegato a Cinecittà, torna ad essere squadrista come altri due “vecchi” della vigilia, Gino Bardi e Guglielmo Pollastrini, nella guardia armata del PFR. Attraverso il personaggio di Federico ha voluto farci approfondire la conoscenza con la RSS “Mario Carità” e ha saputo restituire un volto quasi umano a un reparto dipinto troppo spesso come gratuitamente violento, nell'estorcere confessioni con le torture e mai citato per le importanti, pericolose e coraggiose operazioni di infiltrazione nelle bande partigiane. Infine ultimo personaggio è Giulio della GNR che, pur essendo genovese, non esprime troppa simpatia per la Decima del Principe Borghese, del quale apprezza invece il valido collaboratore Umberto Bardelli, definendolo “carismatico”. Un altro imperdonabile difetto è, sempre a mio avviso, la sua malcelata antipatia per l'alleato tedesco. Due peculiarità che lo rendono ai miei occhi meno simpatico degli altri protagonisti, ma che esprimono sicuramente il sentire di molti interpreti della storia di quei giorni.

Un bel libro pieno di citazioni storiche dei 600 giorni della RSI , di discorsi pronunciati alla popolazione in momenti cruciali e che i personaggi ascoltano insieme al popolo, nelle piazze, nelle strade. In tal modo non restano frutto di fantasia, non si muovono solo tra le pagine, ma escono, ci vengono incontro pieni di vita e, consapevolmente, vanno verso la morte rendendo omaggio a tutti gli Italiani che volontariamente e in anonimato scelsero di difendere la loro terra.

Detto così sembrerebbe facile, ma questo certosino lavoro è stato possibile solo grazie alla profonda conoscenza dell'autore di una materia articolata e difficile, poco conosciuta e poco studiata, grazie alla sensibilità e all'attenzione con cui sa scegliere ambienti, parole e descrizioni. Non resta che attendere il prossimo libro per vedere dove ci condurrà e sperare che sia il più presto possibile.

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Alessandro Alberti, "Radio alternative. La destra che comunicava via etere"

2 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #giacinto reale, #alessandro alberti, #recensioni

Alessandro Alberti, "Radio alternative. La destra che comunicava via etere"

RADIO ALTERNATIVE

LA DESTRA CHE COMUNICAVA VIA ETERE

ALESSANDRO ALBERTI

ECLETTICA EDIZIONI

EURO 16,00

A cura di Franca Poli e Giacinto Reale.

Un libro ben scritto, con stile chiaro e scorrevole, ricco di notizie davvero interessanti e sconosciute ai più, esposizione circostanziata, un libro che mancava insomma, e del quale si sentiva l’esigenza. Si tratta del primo lavoro di Alessandro Alberti, che inizia la sua carriera di scrittore, con un esordio davvero buono, cercando di dar voce a quella parte di giovani che vissero esperienze ignorate dalla cultura ufficiale. Non è solo cronaca, né tanto meno cronaca limitata ad una iniziativa di quella giovane Destra che negli anni settanta e ottanta, pur tra mille difficoltà ed ostilità, seppe ricavarsi un suo spazio. E’ la narrazione di un pezzo del costume italiano, degli “anni di piombo” e di quell’impazzimento generale che costò tante giovani vite. Storia di cultura e militanza, nella quale compaiono nomi di politici destinati a un brillante futuro e di volenterosi giovanotti destinati a restare nell’anonimato.

Tutto cominciò con le due sentenze della Corte Costituzionale che nel ’74 stabilirono la “libertà di antenna”: bastavano pochi mezzi e tanta buona volontà per mettere su una “radio libera” (come allora si chiamavano), un mixer, due piastre, un revox, con impianto di diffusione e antenna e si poteva partire ... il pubblico non mancava. Un tentativo di abbattere il muro di gomma della comunicazione gestita fino ad allora esclusivamente dalla rete pubblica. Il vero problema, piuttosto, era trovare una frequenza che non fosse già occupata, nell’affollamento che subito si ebbe nell’etere, e innescò - come è stato detto - “un fenomeno che ha avuto conseguenze straordinarie sulle tecniche di comunicazione, sul costume, sulla politica del nostro Paese”.

La prima, a destra, fu Radio University di Milano (dicembre ’75), che, fin dall’inizio, individuò i canoni ai quali poi tutte le altre si sarebbero attenute: alternanza di parlato e brani musicali, professionalità dei responsabili dei due settori, libertà massima nella interpretazione delle notizie e nella scelta dei brani musicali. Rispetto alle radio “commerciali” preesistenti, l’ascoltatore che si fosse sintonizzato per caso avrebbe notato subito una differenza: lì c’era una ripartizione dei programmi che vedeva prevalere il “musicale” (65%) sul “parlato” (35%), qui predominavano le voci, le notizie, i commenti, le segnalazioni di libri ed iniziative e la partecipazione diretta degli ascoltatori ai dibattiti, ai programmi culturali. Queste furono le caratteristiche distintive delle radio “alternative”, più delle loro dirimpettaie “di sinistra”, dove i vincoli ideologico-settari erano molto forti, ed anche le selezioni musicali erano condizionate da precise scelte fatte “a monte”. Il tutto, però, senza trascurare una funzione essenziale – in tempi di ghettizzazione - voluta dagli organizzatori, ma reclamata a gran voce dall’utenza: quella della controinformazione. In un periodo nel quale logiche di “arco costituzionale” volevano relegare nel cattiverio “senza se e senza ma” tutto il mondo della destra, sintonizzarsi sulla radio alternativa della propria città e sentire le notizie voleva dire, per molti, rompere la sensazione di isolamento e sentirsi parte di una comunità. Questo un po’ dovunque, perché radio alternative sorsero dappertutto, nelle città più grandi, come (per citarne solo alcune) Torino, Roma, Bologna dove Radio Alternativa, ubicata in vicolo Posterla,18, provava a rispondere a radio Alice che spopolava in città e che, prima di essere messa sotto sequestro, con l'accusa di aver guidato la guerriglia urbana, il giorno della manifestazione in cui venne ucciso Francesco Lorusso aveva segnalato gli spostamenti delle forze dell'ordine e trasmesso in diretta tutte le telefonate che giungevano in redazione inerenti i disordini in città. Le registrazioni delle ultime fasi, con la concitazione dei momenti dell'arresto dei redattori, furono trasmesse a lungo da molte radio libere sia di destra che di sinistra.

La voce delle radio alternative non toccò solo le grandi città, ma giunse anche in piccoli centri, come, (sempre con una scelta assolutamente casuale) Rieti, Montesarchio, Massa e Viterbo. Non sempre le cose filavano lisce: i tentativi di mettere a tacere queste radio che erano “libere”, ma soprattutto “alternative” non mancarono. A Milano via Mancini, dove Radio University aveva sede (anche se solo pochi sapevano esattamente in quale stabile), era presidiata, nelle giornate “calde” dagli sprangatori della Statale e non solo, che controllavano i documenti ai passanti per identificare i non residenti, i quali avrebbero potuto essere potenziali redattori. A Roma, Radio Alternativa, animata da Teodoro Buontempo, ebbe sede nello stesso stabile di via Sommacampagna, dove c’era il Fronte della Gioventù e, solo per caso, una pentola a pressione imbottita di dinamite, posata sul davanzale di una finestra da mano “ignota” non provocò una strage. Anche a Torino fu la federazione del MSI ad ospitare la sede di Radio Blitz, e così avvenne un po’ dappertutto. Va però detto che, in genere, si trattò di ospitalità e basta, poichè (sia pure con qualche tentativo forse nemmeno troppo convinto) il mezzo sembrava ancora troppo “nuovo” ad un Partito i cui vertici non si distinguevano certo per giovanilistici entusiasmi. Infatti, sia pure in contemporanea con la crisi dell’intero settore, dovuta soprattutto all’emergere del più coinvolgente mondo delle tv “libere”, quasi tutte le Radio chiusero per mancanza di mezzi, non potendo contare, un po' per scelta, un po' per necessità, sul supporto “commerciale” di inserzionisti a pagamento. Finchè trasmisero, comunque, furono strumento divulgatore di idee, cultura, attività per tutto il mondo giovanile di destra, e consentirono l’approdo ai grandi numeri di vendita e notorietà di una musica “alternativa” che, per l’originalità dei testi, l’armonia dei suoni e la personalità degli interpreti avrebbe meritato successo maggiore. Qui la scelta si fa ardua, e non può non risentire dell’esperienza e dei gusti di ognuno: per quel che ci riguarda, di comune accordo, in cima alla classifica abbiamo scelto due complessi: La Compagnia dell’Anello (“Padova, 17 giugno 1974”) e gli Amici del Vento (“Vecchio ribelle”) Poi c’è solo la difficoltà di ricordarli tutti: gli ZPM, gli Janus, il Vento del Sud, e, tra i solisti: Fabrizio Marzi, Michele di Fiò, Francesco Mancinelli, Gabriele Marconi e con particolare affetto ricordiamo l’indimenticato Massimo (“Massimino”) Morselli (“Nostri canti assassini”)…e chiediamo scusa a tutti quelli che abbiamo dimenticato.

Un’ultima cosa c'è da dire: all’interno di queste radio, nonostante i pericoli e le difficoltà, regnava, incontrastata, un’atmosfera di allegria, di giovanile spensieratezza, che non incideva sull’impegno e la professionalità davanti al microfono e alla consolle. Questo emerge dalle molte testimonianze dei protagonisti riportate nel libro, che hanno conservato un ricordo incancellabile di quella esperienza, dei fatti, delle emozioni, e degli aneddoti. Chiudiamo proprio con uno di questi: tutti hanno ben presente la spiritosa invenzione di Fiorello di “Gnazio”, riferita a La Russa… ebbene pochi sanno - e il libro ce lo racconta - che il futuro Parlamentare di AN fu il primo a ridere della sua accentuata “sicilianità”. A Radio University andava in onda una trasmissione satirica che era una specie di “Alto gradimento”, e al microfono si alternavano vari personaggi che, con voce buffa, commentavano, a modo loro, i fatti del giorno. Uno di questi era “Siculio” il cantastorie stonato e dal marcato accento isolano interpretato - con grande successo, va detto - dal futuro Ministro della Repubblica. Questo lo abbiamo scoperto nel libro di Alberti, ma c’è molto altro….non vi resta che sfogliare la vostra copia.

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Mino Milani, "Vita e morte di Nino Bixio"

5 Ottobre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni, #personaggi da conoscere

Mino Milani, "Vita e morte di Nino Bixio"

Mino Milani

Vita e morte di Nino Bixio

Mursia 2011

pp 196

16,00

Credo si possa ragionevolmente affermare che una delle maggiori colpe addebitabili alla nostra classe politica – supportata in questo da alcuni storici - sia di aver avallato l’idea che la storia dell’Italia moderna inizi con il 1945, e ciò che c’è immediatamente prima (un secolo e mezzo, diciamo, lasciamo da parte l’Impero romano, i Comuni e il Rinascimento) sia riconducibile al folclore di “La Bella Gigogin”, “Il Piave Mormorava” e “Faccetta Nera”.

Reazione comprensibile, dopo l’opposto tentativo del fascismo di inserirsi nell’alveo della storia nazionale come continuatore del Risorgimento prima e risanatore della guerresca “vittoria mutilata” poi.

Accade così, per esempio, che, in genere, poco si conosca dell’avventura che portò all’unità d’Italia (aldilà dell’oleografia dello sbarco a Marsala, di Teano, e del telegrafico “obbedisco”) e di molti suoi protagonisti.

È il caso di Nino Bixio, normalmente identificato benevolmente nel primo collaboratore di Garibaldi (col quale, invece, ebbe un rapporto a fasi alterne) e, malevolmente, nel massacratore di Bronte (dove, in effetti, le cose andarono un po’ diversamente da come un certo revisionismo storico-cinematografico ci vuol far credere).

Mi coglie un’improvvisa curiosità per il personaggio quando leggo, in un articolo che di altro parla, che morì a Sumatra a 52 anni; siamo dalle parti di Sandokan (e Yanez, soprattutto), indimenticato eroe della mia adolescenza, e così decido di approfondire. Una rapida ricerca in rete mi fornisce l’elenco di opere – anche recenti - sui fatti di Bronte, ma, praticamente, due sole biografie (tra l’altro anche in ottiche opposte fra loro, come dirò); vado in libreria, e trovo solo quella di Milani, nella ristampa del 2010.

Vi anticipo l’impressione finale, pur senza “svelare” nulla: Bixio è uomo contraddittorio sotto molti aspetti, e questo lo rende certamente interessante.

Figlio del suo tempo e di un modo di essere e pensare molto “tradizionale” (“comandando e ubbidendo, ho sempre avuto a base della mia condotta che chi mi è superiore ha ragione era uno dei suoi motti preferiti), è, però, modernissimo - almeno per l’Italia di allora - per spirito imprenditoriale (che lo porta a indebitarsi con mezzo mondo, pur di realizzare il sogno di una nave “sua”) e apertura verso il nuovo, che, nel suo caso, vuol dire l’estremo Oriente.

Combattente abile ed intelligente, spregiudicato sul campo di battaglia, è anche, alla bisogna, politico accorto e “moderato”, come quando riesce a realizzare l’accordo giudicato impossibile (e comunque destinato a durare poco) tra Cavour e Garibaldi, in nome di quel superiore interesse dell’Italia al quale si sente votato

Innamorato dolcissimo della moglie (nel libro vi sono toccanti brani di lettere) è anche uomo violento, vittima, come egli dice della benda sanguignache, in certi momenti, gli cala sugli occhi, fino a togliergli quasi il lume della ragione.

Sul vapore diretto in Sicilia ferisce un garibaldino che rifiuta il rancio perché non uguale a quello degli Ufficiali; a Palermo impone l’ordine a colpi di frustino e sciabola alla indisciplinata truppa del Generale La Masa, che, al suo arrivo, si vede apostrofare così: Ma che Generale La Masa, lei è il Generale La Merda; a Paola, per far imbarcare per primi i suoi uomini alla volta del continente, si azzuffa con i mercenari austro-tedeschi della Brigata Eber, già al servizio dei Borboni, rischia di essere buttato in mare, e nella rissa ci scappa un morto.

È questo il prezzo forse da pagare per un uomo che in battaglia è una vera forza della natura, un trascinatore di chi è con lui, che si circonda di leggende ormai difficili da svelare: all’ingresso a Palermo si fece largo a colpi di revolver e di spada, uccidendo nove Borbonici”, dopo Mentana, catturato dai nemici, riesce a fuggire (e si guadagna la medaglia d’oro al valor militare), innumerevoli le occasioni in cui si rialza da terra e riparte all’attacco, dopo che il suo cavallo è caduto sotto di lui, una volta colpito – dicono alcuni- addirittura da 160 colpi di fucile.

Insomma, si può concordare con Milani quando afferma: Bixio era un uomo d’azione: aveva un bisogno fisico e morale di agire. Se lo ripeteva e lo diceva agli amici, un po’ snob, forse: “Do or die”.

Inutile fare qui la cronistoria di una vita intensissima; inutile e anche difficile, perché Milani, con una scelta tutta “letteraria”, in linea con il suo essere scrittore e non storico di professione, procede per flashback, affastellando ì fatti senza rispetto della scansione temporale.

Ultimo degli otto figli del Direttore della Zecca di Genova, di carattere ribelle e insofferente (terrore della scuola nel ricordo – probabilmente esagerato - di un suo compagno), a 13 anni viene imbarcato dal padre, come mozzo, su una nave in partenza per le Americhe; al suo rientro, “surroga” un fratello destinato a diventare prete, e si arruola in Marina, acquisendo, a bordo, le conoscenze di base che gli saranno poi utili per comandare una nave, finché viene a sua volta “surrogato” da un altro marinaio assoldato da un altro suo fratello che vuole restituirgli la libertà.

Il mare, però, gli è entrato nel sangue, e, una volta congedato, inizia una lunga serie – con ruoli di responsabilità stavolta - di viaggi su vari battelli, vivendo le avventure che all’epoca sono consuete per chi va per mare: naufragi, assalti di pirati, litigi col comandante con conseguente abbandono in mare, etc.

Rientrato in Europa, a Parigi conosce Mazzini e ne abbraccia con entusiasmo le idee, fino a convertirsi in capo militare, per far seguire alle parole i fatti: Prima Guerra di Indipendenza, Repubblica Romana, Seconda Guerra di Indipendenza.

Viene fuori così la sua natura determinata e audace, fino alla temerarietà: ferito, premiato con ricompense al valore, promosso sul campo. D’Annunzio lo paragonerà a Giovanni delle Bande Nere, e un altro suo biografo nostro contemporaneo, Marcello Staglieno – col quale Milani si prende letteralmente a piattonate, accusandolo in più occasioni di errori e superficialità - vedrà in lui un antesignano di Italo Balbo, comandante di squadre fasciste e trasvolatore dell’Atlantico.

Nel 1860 è con Garibaldi alla spedizione dei Mille; è lui che, all’inizio, materialmente sequestra i due vapori indispensabili all’impresa, e, quasi verso la fine, a Maddaloni, con fermezza ed intelligenza, sventa ogni possibilità di rivincita dei borbonici di Von Mechel.

E poi, e poi… pur sintetizzando al massimo, ci sarebbe da scrivere per pagine intere: la Terza Guerra di Indipendenza, la Presa di Roma, il laticlavio senatoriale, e, soprattutto l’ostinata volontà di trasformarsi in imprenditore, dirigendosi, con una sua nave (non a caso chiamata “Maddaloni”) verso i ricchi mercati dell’Oriente fino allora chiusi all’Italia. La morte lo coglie a Sumatra, nel 1873, per febbre gialla

Potrebbe finire qui; in fondo, scopo del pezzo era solo quello di sollecitare all’approfondimento quanti, come me, hanno curiosità – non disgiunta da simpatia - per queste personalità “eccessive e fuori della norma”, che, molto spesso, si portano appresso una immeritata cattiva fama.

È il caso di Bixio, affidato “in negativo” alla memoria collettiva soprattutto per i fatti di Bronte e, segno dei tempi moderni, per il film “revisionista” (si potrà dire, in questo caso?) di Florestano Vancini.

La vicenda è, sommariamente, abbastanza nota: a Bronte, paesino siciliano sulle pendici dell’Etna, il 2 agosto si scatena una rivolta (filoborbonica? ultragaribaldina? delinquenziale e basta? chi lo sa… le tesi sono discordi) che fa 16 vittime “borghesi”, compreso il prete, il notaio, e i due figlioletti del locale barone.

Garibaldi invia immediatamente truppe al comando di Bixio, che procedono ad oltre un centinaio di arresti sommari, mentre un Tribunale condanna a morte 5 giudicati colpevoli e l’ordine viene ristabilito.

Questa la sintesi: credo che a giustificare l’azione di Bixio basterebbe la sola valutazione dell’effetto che avrebbe avuto l’episodio – mentre ancora la guerra è in corso - se non ci fosse una energica reazione. E poi, a volerla dire tutta: nessuna “decimazione” o esecuzione sommaria: 5 morti contro 16 vittime, e dopo un processo “regolare” per quanto tempo e circostanze consentono.

Il resto: la Ducea di Nelson e le pressioni britanniche, le uova negate al condannato per ultima cena, la durezza proclamatoria di Bixio, sono “contorno”, che ognuno condisce come vuole.

Giunto alla fine, inevitabile la domanda: che senso e che utilità può avere oggi leggere una simile biografia ?

Io credo che l’abbia, e mi affido alle parole di un suo contemporaneo, Giuseppe Guerzoni:

Era uomo di impeti… non di rancori. Che si avesse l’obbligo di fare una cosa in un dato tempo e si pensasse alla fame, al sonno, alla stanchezza, e al male, non lo poteva capire. I fiacchi, i deboli, gli svogliati, li aborriva. Era talvolta eccessivo, perché credeva tutti eguali a lui, era ingiusto perché sognava tutti gli uomini perfetti. Però, non era un violento. Non era un provocatore, il provocato era sempre lui

Oggi, che minacciosi scenari di guerra si affacciano ad Est ed in Oriente, non posso non pensare che uomini come Bixio siano, comunque, preferibili, proprio per la loro “umanità”, ad un futuro fatto di droni e missili “fire and forget”.

Poi, ognuno scelga come vuole…..

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Dario Crapanzano, "Arrigoni e l'omicidio di via Vitruvio"

2 Ottobre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

Dario Crapanzano, "Arrigoni e l'omicidio di via Vitruvio"

Dario Crapanzano

“Arrigoni e l’omicidio di via Vitruvio”

Mondadori 2014

pp 180

15,00

Ha scritto e pubblicato il suo primo poliziesco a settant’anni compiuti; poi, evidentemente, ci ha preso gusto, e, confortato anche dal successo di pubblico, ne ha sfornati altri quattro, passando, con l’ultimo, quello del quale mi accingo a parlare, da una Casa editrice minore (Fratelli Frilli di Genova) alla blasonata Mondadori.

Sto parlando di Dario Crapanzano, il quale mi fa compagnia in un piovoso pomeriggio che annuncia l’autunno alle porte, dopo un’estate che non c’è stata. Una lettura riposante, fatta tutta d’un fiato, a spasso per una Milano datata 1953, in compagnia del commissario Mario Arrigoni e dei suoi aiutanti.

Sì, perché anche qui, riprendendo una tradizione che forse inizia oltre Oceano con l’87° Distretto di Mc Bain, ad agire sono gli uomini di un Commissariato, quello di Porta Venezia, che si muovono per la città a piedi ed in tram, telefonano da apparecchi a gettone, ricorrono a carta e penna per la compilazione dei loro verbali.

Commissariato mille miglia lontano, nel tempo e nello spazio da quello famosissimo di Vigata, fertile invenzione di un altro grande vecchio del poliziesco italiano, ma che, in comune con quello siciliano, ha la possibilità che offre all’autore di far entrare in scena personaggi “di contorno” solo all’apparenza, che sono agenti, ispettori e vicecommissari alle dipendenze del protagonista principale.

Si intrecciano così, alla storia principale, abbozzi di storie secondarie (nel nostro caso un furto di gioielli), che alleggeriscono un po’ la narrazione.

Qui, si parte dall’omicidio di un attore-impresario teatrale, con un’indagine a ritroso nel tempo (altro “classico” della narrativa poliziesca) che si snoda in gran parte nell’improvvisata succursale di Commissariato che è un vecchio teatro, l’Imperiale, “una bella palazzina liberty nei pressi della Stazione Centrale di Milano” specializzato in pieces del vaudeville (in cartellone, quando inizia la storia, “L’albergo del libero scambio” di Feydeau) e del dramma poliziesco.

Non dirò di più sulla trama, dignitosa ed intrigante al punto giusto (anche se l’assassino si “intuisce” una trentina di pagine prima del finale, e non può essere che quello); ciò che rende, a mio avviso, particolarmente gradito questo romanzo è l’ambientazione d’insieme, e, più di tutto, i riferimenti alla vita quotidiana, fuori dal commissariato, del bravo Arrigoni.

Ha una moglie, Lucia, della cui perdurante bellezza è giustamente fiero, ed una figlia tredicenne, Claudia, che, anticipando i tempi, lo contesta nelle rare occasioni di incontro, che sono, in genere, a tavola e nel dopo cena.

I “dopocena” di una volta, quando i nostri padri e nonni non ci lasciavano inebetire dalle immagini che si accavallano su uno schermo “ultrapiatto”, e si sistemavano, invece, in poltrona, per ascoltare un radiodramma con Renzo Ricci o leggere un libro.

E non libretti da niente: una sera, mentre il papà “grande consumatore di letteratura francese e russa dell’Ottocento” si dedica a Stendhal ed alla sua “Certosa di Parma”, la mamma sfoglia un corposo “Tutto Cechov”, e, in sottofondo, va il Bolero di Ravel.

Non male, direi…a memoria mi pare che il mio pur carissimo Montalbano passa le serate a vedere il telegiornale locale del suo amico Nicolò Zito.

Non si deve, però, credere che la contemporaneità resti fuori della porta di casa Arrigoni: siamo a pochi giorni dalla morte di Stalin, e se ne parla a tavola, con una figlia aspramente critica contro il defunto “Baffone” (“colpa o merito dell’assidua frequentazione della parrocchia ?” si chiede il perplesso padre) e i genitori, tutto sommato, piuttosto incerti nel giudizio.

In Commissariato, però, l’indagine procede, con l’accavallarsi di una serie di piste ed indizi che ingarbugliano il quadro: motivi di interesse che coinvolgono la vedova, erede dei non pochi beni del defunto, perché lasciata di fatto ma mai legalmente; gelosie di maschi traditi, vista la fama di sciupafemmine del defunto ed anche certe sue “passioni” per la fotografia osè con ingenue (?) attricette o aspiranti tali; vicende di turpitudini delatorie ai danni di ebrei durante la guerra.

Per Arrigoni non sarà facile (ma nemmeno difficilissimo, diciamo la verità) venirne a capo, anche con qualche forzatura del codice deontologico del bravo poliziotto. E con lui il lettore, coinvolto passo dopo passo nello sviluppo dell’indagine.

Per finire, vi do un’anteprima.

Tranquilli, non è una “pista” per arrivare alla soluzione, ma più semplicemente un esempio di quell’atmosfera che pervade il romanzo, carica di suggestioni anche per me, che pure all’epoca ero solo un frugoletto in calzoncini corti:

Non esistendo ancora prodotti alimentari in confezione di marca, ogni esercizio commerciale consegnava la merce sfusa, avvolta in pacchetti di robusta carta odorosa. Obbedendo a d un codice dalle origini misteriose, a ogni categoria toccava il suo colore, e non erano ammesse deroghe

Dal prestinaio, forse il negozio più frequentato, pane, dolci, pasta e riso venivano avvolti in una ruvida carta grigia.

Altra bottega, altra musica: in drogheria imperava il colore più bello, il “carta da zucchero”, così definito proprio perché lo zucchero era il genere più venduto

Vi era, infine, un imballo comune a macelleria e salumeria, peraltro l’unico destinato a sopravvivere al trascorrere del tempo: quello giallo carico, in cui venivano incartati sia sanguinosi pezzi di carne, sia salami e prosciutti

Il “prestinaio”… io ho dovuto far ricorso al vocabolario

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GUARDATI DALLA MIA FAME di Milena Agus e Luciana Castellina di Giacinto Reale

12 Settembre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

GUARDATI DALLA MIA FAME di Milena Agus e Luciana Castellina  di Giacinto Reale

Milena Angus e Luciana Castellina

“Guardati dalla mia fame”

Nottetempo ediz 2014

pp 200

15,00

Nato e vissuto, fin quasi ai 27 anni, a Bari, mi capitava spesso di andare a trovare uno zio ad Andria, grosso centro (allora) agricolo ad una sessantina di chilometri dal capoluogo.

Una sera, egli mi condusse nella piazza principale del paese (“piazza Catuma”), per assistere ad una scena destinata a restarmi in mente: l’arruolamento dei braccianti per la successiva giornata lavorativa. Era il cosiddetto “mercato delle braccia”, originariamente svolto all’alba, ma poi –con l’impiego dei camion che velocizzavano il raggiungimento dei luoghi di lavoro - anticipato alla sera prima, così da consentire una nottata di sonno agli uomini.

Appoggiata ai muri dei palazzetti che affacciavano in piazza, c’era una torma di ometti (altezza media 1,60), abbronzati (meglio “rossi”) in volto, dai lineamenti marcati, con, e fu quello che mi colpì di più, delle mani enormi, delle vere “pale” come si dice normalmente, che roteavano in aria in discussioni animate.

Tra essi passavano dei “capisquadra” che, in base alla conoscenza personale, assoldavano la mano d’opera necessaria il giorno dopo per la raccolta delle mandorle, delle olive o degli altri lavori stagionali dei campi.

Tra loro, aggiunse mio zio a bassa voce, c’erano sicuramente alcuni che avevano preso parte al linciaggio eccidio delle sorelle Porro.

A distanza di oltre una decina d’anni, era un fatto del quale si parlava ancora sottovoce, vissuto quasi come una colpa collettiva dell’intero paese, anche di chi non vi aveva partecipato, o, addirittura, all’epoca era “controparte” dei contadini in sciopero.

Ecco perché, quando ho visto in libreria questo volume, non me lo sono lasciato scappare: era arrivato il momento di saperne di più.

IL FATTO: ad Andria, la sera del 7 marzo 1946, una gran folla si raccoglie in piazza Municipio, in attesa del comizio dell’On Giuseppe di Vittorio, noto esponente comunista e sindacale. Il clima in paese è agitato da parecchi giorni, in coincidenza con il rinnovo dei contratti agricoli, e in conseguenza della grande miseria imperante, che ha ridotto letteralmente alla fame (da qui il titolo del libro) un gran numero di reduci e contadini.

Ci sono, quindi, scontri con le forze dell’ordine, minacce ai proprietari terrieri che in maggioranza abbandonano il paese e vanno a stare da parenti sparsi in tutta la Puglia, o in albergo a Bari, violenze diffuse, fino all’invasione, nel pomeriggio, da parte di una cinquantina di esagitati, del palazzo Porro –che affaccia proprio sulla piazza del Municipio- alla ricerca di armi.

Nel palazzo vivono le tre sorelle Porro nubili (e con loro è frequentemente una quarta, sposata), e un inquilino, Francesco Ciriello, direttore della banca locale, insieme a vario personale di servizio.

Le donne, Carolina, Stefania, Vincenzina e Luisa, che hanno dai 54 ai 66 anni, nulla possono fare contro la violenza, ma, comunque, al termine della “ispezione” che dà, naturalmente esito negativo, preparano i bagagli e si apprestano a lasciare il palazzo.

Per ovvi motivi precauzionali, evitano di farlo mentre in piazza sono radunati i manifestanti, e si raccolgono in preghiera nella guardiola del portiere, in attesa che tutto finisca.

Prima ancora che arrivi Di Vittorio, però, un colpo di pistola sparato dai tetti scatena la furia della folla: si dà l’assalto al portone del palazzo Porro, perché qualcuno dice che di là si è sparato, e i suoi disgraziati occupanti vengono raggiunti per strada mentre cercano di fuggire dall’uscita posteriore.

Vi risparmio i particolari granduignoleschi: Vincenzina e Stefania, con il loro inquilino, vengono malmenate, l’uomo è colpito da svariate coltellate, le donne trascinate per i capelli, finchè non riescono a trovare rifugio dietro qualche portone che provvidenzialmente si apre.

Carolina e Luisa, invece, non ce la fanno; la prima viene finita a baionettate, alla seconda viene sbattuta la testa contro lo spigolo di una porta, finché muore; i corpi – prima forse legati a due cavalli e trascinati per strada - restano tutta la notte sul selciato, a mo' di ammonimento.

Saranno recuperati solo il giorno dopo, quando le forze dell’ordine ristabiliranno la pace in paese; al processo, due anni dopo, ci saranno 136 imputati, e verranno comminati 6 ergastoli.

IL LIBRO: due, come detto, sono le autrici, e affrontano il tema da angolature e in modi diversi: la Castellina procede ad una ricostruzione storico-politica del contesto; lo fa nella sua ottica che, a 70 anni di distanza, è in fondo la stessa di Di Vittorio, il quale, nel comizio tenuto il giorno dopo il massacro, non fece cenno agli omicidi, e de “L’Unità” e “L’Avanti” che parlarono di “due donne morte”, senza particolari.

Lo fa con una punta di cinismo in più, quando dice, asetticamente, senza nessun giudizio, quasi come una normale constatazione: “E’ la fame che si fa violenza e chiede vendetta. La chiede ai Porro perché sono parte della classe che li ha sfiniti, non importa più se a sparare siano state proprio loro o altre come loro. Sono colpevoli per storia. Per classe”.

Migliore, secondo me, la parte affidata alla Agus che, con la narrazione di una immaginaria amica delle quattro sorelle, efficacemente riscostruisce un ambiente e un modo di essere che oggi ha quasi del favolistico: le sorelle Porro sono ricche, molto ricche, eppure “vivevano da povere, non per tirchieria, ma perché i loro pensieri, il loro modo di comportarsi erano naturalmente da povere”; passano le loro giornate dicendo rosari o con “le loro facce chine sul lavoro di uncinetto o ricamo”; hanno in casa “una serva bambina di dodici anni che….le amava di un amore incondizionato ed incommensurabile”; sono nubili (“signorine grandi “ si dice dalle mie parti), con “l’aria da “scusate se siamo al mondo, non vi daremo alcun fastidio” e i piccoli pudori che il loro stato impone: “le mutande e i reggiseni li chiamavano “i primi” e “i secondi”.

Chiunque abbia la mia età, ha fatto in tempo a conoscere qualche zia simile alle sorelle Porro, anche se non ricca come loro; per molto tempo è andato di moda, parlandone, usare l’espressione “ipocrisia piccolo borghese” (se non di peggio) l’ho fatto anch’io nei miei anni giovanili, e forse un fondo di verità c’era.

Però, sarebbe ingeneroso fargliene una colpa, perché, come scrive la Angus, “Le Porro, del resto, non conoscevano il male, ed erano creature semplici”; per questo si spiega che Luisa, prima di morire, abbia detto ai suoi carnefici, con un filo di voce “Siate benedetti”, e le due sorelle superstiti, in tribunale, alla richiesta del Presidente di riconoscere i loro torturatori, abbiano risposto: “Noi non riconosciamo nessuno di questi imputati. Noi abbiamo perdonato”.

E così noi perdoniamo, e non sembri ingiurioso, la loro pignoleria: “quando facevano stirare le lenzuola, raccomandavano di appuntare gli angoli con gli spilli, perché gli orli combaciassero perfettamente” e quell’orribile odore di “violetta di Parma” che accompagnava il loro apparire: sono sciocchezze.

E che nessuno mi citi Gozzano, per favore…..

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“IL CLAN DEI MISERABILI” di Umberto Lenzi di Giacinto Reale

10 Settembre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

“IL CLAN DEI MISERABILI” di Umberto Lenzi  di Giacinto Reale

Umberto Lenzi

“Il clan dei Miserabili”

Cordero Editore 2014

pp 168

14,00

Sono stato, per un lungo periodo della mia giovinezza, una dozzina d’anni diciamo, a partire dai quindici, maniacalmente appassionato di cinema; poi mi è passata, un po’ per l’allargarsi della forbice tra i miei gusti in fatto di attori e di trame e l’offerta del mercato, un po’ per il sopraggiungere di lavoro, famiglia e figli.

Ai “tempi belli”, comunque, ero arrivato ad andare in sala (allora non c’era l’attuale offerta in dvd e canali televisivi) anche tre volte a settimana, preferibilmente in quelle “seconde visioni” che, all’epoca accompagnavano per mesi la prima uscita di una pellicola.

Spettatore onnivoro, considerato che Bernardo Bertolucci, Ingmar Bergman, Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti erano piuttosto parchi di opere d’arte, andavo a vedere di tutto:

-peplum, con quelle tornite attrici in svolazzanti gonnellini che turbavano i miei sogni adolescenziali;

-Totò, che ho sempre trovato infinitamente più divertente nell’età matura che non alle prime esperienze cinematografiche;

-commedie all’italiana, quando i registi si chiamavano Mario Monicelli, Ettore Scola, Luigi Zampa, etc, per poi abbandonare il genere con l’arrivo del trash;

-western, che non mi creavano alcun senso di colpa, perché i cattivi erano sempre e sicuramente gli indiani;

-polizieschi, di scuola americana (che pure non era la mia preferita) ma “redenti” da protagonisti del calibro di Frank Sinatra, Paul Newman e Rod Steiger.

Quando fu il loro tempo, alla collana non potevano mancare i poliziotteschi italiani, prodotto genuinamente nostrano, a suo tempo snobbato, ma che da qualche anno è entrato anche nella considerazione di quotatissimi critici ed esperti, a cominciare da Quentin Tarantino, che, proprio per Umberto Lenzi del quale parlerò ora, ha una specialissima predilezione.

Erano, a dire la verità, film spesso copia conforme l’uno dell’altro, nei titoli (in genere con la presenza della parola “polizia”, che “ringrazia”, “non può sparare”, “chiede aiuto”, e via inventando), negli attori (per esempio, Enrico Maria Salerno era il commissario “buonoper antonomasia, Maurizio Merli quello “manesco”, e poi c’erano il cattivo, tendente al sadismo, Tomas Milian e il duro d’importazione Henry Silva) e nei registi (Enzo G Castellari, Fernando Di Leo, Stelvio Massi, etc)

Un posto di tutto rispetto se l’era guadagnato anche il già citato Lenzi (solo per ricordare qualche suo titolo: “Roma a mano armata”, “Napoli violenta”, “Il giustiziere sfida la città”) che da qualche anno ho ritrovato sugli scaffali delle librerie come autore di una “serie” di polizieschi ambientati a Cinecittà durante e (finora) immediatamente dopo il fascismo.

Polizieschi che hanno tutti gli ingredienti per piacermi: il contesto “datato”, l’ambiente cinematografico che ha sempre esercitato su di me un grande fascino, e il protagonista, Bruno Astolfi, ex pugile ed ex commissario di polizia. diventato investigatore privato, con un piglio alla Philip Marlowe di noantri.

I titoli finora usciti sono sei (e anche questa “serialità” mi piace: sono un lettore che si “affeziona” ai personaggi), e l’ultimo si chiama “Il clan dei Miserabili”, perché ambientato nella Cinecittà del 1947, mentre Riccardo Freda gira appunto “I Miserabili” con Gino Cervi (Jean Valjean) e Valentina Cortese (Cosetta).

Naturalmente, ho visto questo film (disponibile in due dvd, considerata la durata) e mi è piaciuto molto, certamente più della versione – pure accettabile - con Jean Gabin, dell’obbrobrio americano diretto da Lewis Milestone, e del recentissimo musical (orrore!) con Russell Crowe…altri adattamenti del romanzo di Victor Hugo ci sarebbero, ma fermiamoci qui, per carità di patria.

Lenzi, con una ammirevole aderenza alla realtà dell’epoca, si inventa che sul set, in una cassapanca (quella che avrebbe dovuto contenere i famosi due candelabri del vescovo Myriel), viene trovato il cadavere di un piccolo malvivente, sentimentalmente legato ad una funzionaria della Lux Film: da qui una serie di avventure e colpi di scena che portano per mano il lettore alla scoperta del colpevole.

Ho detto “ammirevole aderenza alla realtà dell’epoca”, perché questa è la migliore caratteristica dei libri di Lenzi: solo per citare qualche nome, in questo si muovono Vittorio De Sica, Alberto Moravia, Cesare Zavattini e tanti altri, con, persino, Totò, che, col fido Mario Castellani, ci ripropone quella vera perla dell’avanspettacolo che è la scenetta dell’onorevole Trombetta in treno.

Intellettuali, attori e personaggi di fantasia, con un sontuoso accompagnamento musicale, nel quale spiccano: “Sposi” di Alberto Rabagliati, la “Vie en rose” di Edith Piaf, “Serenata celeste” di Oscar Carboni e via cantando

Un mix che non poteva non piacermi, e molto pure, tanto da stare qui a parlarne.

Prima di cominciare a scrivere, ho cercato on line alcune recensioni, anche per vedere se il mio giudizio positivo era condiviso; devo dire che, in realtà, però, frequente è il rimprovero a Lenzi di costruire una trama “poliziesca” esile, e di indulgere, piuttosto, sul “contorno”.

Non mi sembra grave; è, in fondo, quello che ho fatto anch’io: una decina di righi dedicati al libro, che doveva essere il tema del pezzo, e per il resto vi ho parlato di vecchi generi cinematografici e di personali gusti da ex cinefilo.

Potrò sbagliarmi, ma credo che molti di voi siano sulla mia stessa lunghezza d’onda….

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STORIA DI UN BANDITO di Giacinto Reale

11 Agosto 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

STORIA DI UN BANDITO  di Giacinto Reale

Andrea Schiavon

“Il buon ladro: Gino Amleto Meneghetti l’italiano più ricercato del Brasile”

Add editore, Torino 2014

Un autore non molto noto, un editore sconosciuto ai più, una storia della quale nessuno ha parlato prima: gli ingredienti per attrarre la mia attenzione su uno scaffale di Feltrinelli ci sono tutti.

E, in più, come quasi sempre avviene, un qualcosa di personale: la curiosità per i “marginali” di ogni tipo, soprattutto se accompagnati dalla fama di cattivi (“che poi così cattivi non sono mai….” come cantava la Bertè), e l’amore per un Paese, dove sono stato giusto per un mesetto di lavoro e vacanza insieme, ma che ha lasciato una traccia indelebile in me.

Brasile, sì, avete letto bene, perchè questa è la storia di un fuorilegge italiano della prima metà del secolo scorso che se ne va oltre Oceano per trovare la sua strada, e… basta il titolo per capire come va a finire: “Il buon ladro, Gino Amleto Meneghetti, l’italiano più ricercato del Brasile”.

Una storia che sa di vecchio, anzi di antico, a cominciare dal nome del protagonista, che all’anagrafe di Vicopisano, dove nasce il 1° luglio del 1888, risulta così: “Amleto Giotto Foresto Labindo Menichetti”, anche se per tutti sarà, da subito, semplicemente “Gino”, il figlio del barcaiolo Angiolo e della casalinga Laudonia (e anche qui, come nomi, siamo messi bene).

Forse non sarà vero che dimostra da subito un bel caratterino sputando in faccia al prete il sale del battesimo, ma certo è che già a 13 anni Gino fa la conoscenza col carcere, per un classico reato “da fame”: il furto di due galline da mangiare a cena.

Comincia così un tormentato percorso fatto di arresti, fughe dal carcere e provvisorie libertà, in Italia e in Francia, finché il nostro, allettato dalla invitante propaganda del Governo brasiliano che ha bisogno di lavoratori, al punto di pagare loro il biglietto per la traversata in nave, decide di varcare l’Oceano, “in cerca di fortuna e per rifarsi una vita”, come si dice.

Sbarca nel porto di Santos il 25 giugno del 1913, ha 25 anni, è forte, intelligente, e possiede già una buona esperienza di vita, che gli consente di muoversi con una certa disinvoltura in ambienti diversi, dopo il tirocinio fatto tra i Casinò e la varia umanità della Costa Azzurra.

Come tanti di quegli emigrati, Gino ha dei parenti a cui rivolgersi: i primi tempi lo ospitano degli zii, che gestiscono una pensione frequentata soprattutto da toscani, ma dura poco. Presto si trasferisce in albergo e organizza un piccolo traffico d’armi che smercia clandestinamente a chi avverte il bisogno di sentirsi più sicuro con una Colt in tasca.

Naturalmente, va a finire male, con conseguente arresto, evasione e fuga. Non da solo, però, stavolta: con lui c’è Concetta, che lavora nell’albergo dove è andato a stare e deve portar via senza il consenso dei genitori, i quali diffidano di quel tipo senza lavoro, che vive alla giornata.

Con una bella dose di ironia, Gino definirà la sua fuga con quella che poi sarà la donna di tutta la sua vita, fino alla morte, nel 1938, mentre lui è in carcere, “il più bel furto della mia vita”; ne nasceranno due figli, ai quali darà il nome di Spartaco e Luis Lenin, ed è pure inutile spiegare perché.

Quel che segue, da questo punto alla notte del 5 giugno del 1926, è una sequenza di furti quasi giornaliera, arricchiti talora da quel “tocco di artista” che fa di Meneghetti una figura leggendaria in tutto il Brasile, come quando, deluso dallo scarso valore dei gioielli trovati in casa della baronessa De Arary, lascia sullo scrittoio un biglietto indirizzato alla nobildonna consigliandole di trovare un miglior gioielliere per i suoi acquisti.

Sarà proprio questo gusto innato per la sfida e la beffa a perderlo, quando decide, contro i consigli di tutti, di provare un furto a casa di Edoardo Matarazzo, uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese.

Tutto riesce alla perfezione: 16 chili di oro a diciotto carati, 4 collezioni di brillanti, 400 orologi (per lo più d’oro), 1 chilo di perle, 2 bauli pieni di statuette di avorio, spille, pietre preziose passano di mano nel giro di poche ore, mentre il padrone di casa è fuori, ad un ricevimento improvvidamente pubblicizzato su tutti i giornali.

È un colpo troppo grosso, e troppo nota è la vittima; questa volta la polizia si gioca la reputazione, e non può sbagliare: si scatena una gigantesca caccia all’uomo, finchè la più classica delle “soffiate” porta gli investigatori alla casa di Meneghetti ed alla scoperta del tesoro.

Gino capisce che, se lo arrestano, non ha scampo, e, grazie alla sua prodigiosa e plurirodata agilità, salta da una finestrella e si dà alla fuga, mentre Concetta finisce in carcere per sospetta complicità.

Fuga che dura poco, però: meno di due mesi dopo, circondato da centinaia di agenti mentre corre sui tetti, in un estremo tentativo di mettersi in salvo, è costretto ad arrendersi.

Lo aspetta il supercarcere di Carandiru (che avrà triste fama nel 1992, per la strage che farà seguito ad un tentativo di rivolta) e una cella di massima sicurezza, che mette al sicuro le Autorità dalla beffa di un’ennesima fuga e lo ospiterà per 18 anni, prima di essere ammesso ad un regime di detenzione “normale”.

La giustizia brasiliana è con lui spietata: gli vengono addebitati 5 furti diversi (e sono sicuramente molto meno di quelli effettivamente compiuti), ma senza il legame della continuazione, per cui la pena complessiva è di 43 anni, 2 mesi e 10 giorni: un’eternità per un uomo che ai giudici risulta avere 48 anni (in effetti, sono 38, ma, al momento dell’ingresso in Brasile c’è stato un errore - che durerà fino alla morte - nella trascrizione dei dati anagrafici).

Solo grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica che, in fondo, ha simpatia per questo furfante il quale non ha mai ucciso nessuno e difende il suo diritto a vivere in una società che gli nega l’essenziale, uscirà a metà gennaio del 1947, per trovarsi in un mondo che non è più il suo, e nel quale fatica a ritrovarsi.

Lo aiuta qualche giornalista che costruisce il “personaggio” Meneghetti e solletica la sua vanità: si fa fotografare in mutande per dimostrare che è un settantenne ancora atletico, rilascia interviste con spiccioli della sua filosofia di vita, ma non sfugge al suo “destino”: all’alba del 3 marzo del 1954 viene riarrestato.

Il suo avvocato riesce a far derubricare il reato da “furto” a “tentato furto”, e così l’originaria pena di oltre 9 anni viene abbassata a 4, con la scarcerazione il 15 ottobre del 1959. Sono stati anni duri in carcere: violenze sbirresche e oltraggi della piccola e giovane delinquenza che non lo riconosce e lo costringe a puntigliose rivendicazioni: “Qui in carcere solo l’avvocato e il direttore possono darmi del tu. Ladruncoli di strada come voi devono darmi del lei e chiamarmi signor Meneghetti”.

Sono atteggiamenti come questo, che presto sono noti anche al di fuori del carcere, ad aumentare la sua popolarità tra la gente: alle elezioni del 1958 300.000 scontenti voteranno per lui –che non è nemmeno candidato- in segno di protesta contro la corruzione dilagante.

Ogni uomo, però, ha sulle spalle la sporta del suo destino: viene riarrestato nel 1961, nel 1964, nel 1965, nel 1968 e, per l’ultima volta, nel 1970, mentre si aggira furtivo, di notte, per le strade, con un martello e uno scalpello in borsa.

La condanna questa volta è mite: un paio di settimane di cella ed è di nuovo fuori. Sui documenti brasiliani, per l’ errore di cui ho detto, ha 92 anni, dieci di più degli 82 effettivi…troppi, comunque per tentare di imitare Arsenio Lupin.

Muore di lì a 6 anni, nel 1976. Sul muro della casa presso la quale fu arrestato per l’ultima volta, è oggi possibile leggere una targa:

In questa casa, la notte del 13 giugno 1970 fu catturato, per l’ultima volta, il grande ladro Amleto Gino Meneghetti, a 92 anni di età. Erano le dieci di sera, e aveva con sé una lanterna, uno scalpello, un martello e un piede di porco. Cominciò a forzare la porta, quando intervennero le forze dell’ordine.

Eminente ladro, Meneghetti divenne famoso come il Gatto dei Tetti, L’Uomo Ragno, L’Uomo dalle Molle ai Piedi, o, semplicemente come il Re dei Ladri. Diciamo che rubava solo ai ricchi, senza mai usare la violenza.

Morì qualche anno dopo, povero e sofferente, a 98 anni.”

Una storia avvincente e un bel libro, insomma…c’è poi una pagina di un’attualità sconcertante, ancora in queste settimane nelle quali la tv ci abitua a strazianti sbarchi di migranti mediterranei: è il racconto che il Console Edoardo Compans de Brichenteu, fa, nel 1893, dell’emigrazione italiana in Brasile:

Famiglie decimate … bimbi che piangono i genitori morti di recente, genitori che piangono i loro bimbi perduti per sempre: mariti che lamentano la perdita delle mogli, mogli che lamentano la perdita dei mariti. Abbiamo assistito noi allo sbarco di un pover uomo padre di cinque figli tutti in tenera età, che scendeva faticosamente la scala mobile del piroscafo, spingendo avanti i figli piangenti con in braccio il cadavere della moglie, morta da poche ore; e, deposto il cadavere, risalire piangendo la scala, per ridiscendere subito, recando in braccio un’altra sua creaturina morta!

E pensare che questi infelici credono che, una volta giunti in colonia, saranno finiti i loro patimenti, quando appunto là cominciano le difficoltà maggiori e la lotta per la vita! Solo domandiamo se il Brasile chiama gli emigranti per popolare la terra o il cimitero?

È proprio vero, e per niente cinico: niente di nuovo sotto il sole…..

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ROMA DI IERI, DI OGGI, DI SEMPRE…

14 Luglio 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #storia, #cinema

ROMA DI IERI, DI OGGI, DI SEMPRE…

Tutto comincia in un caldo, caldissimo, venerdì pomeriggio di giugno. Per strada la temperatura “percepita” è ben oltre i 30 gradi, e non me la sento di uscire; affondo nel divano e faccio zapping fra i canali televisivi, finchè incappo in un film che ho già visto –forse anche due volte - ma che mi fa lasciare il telecomando, per un grande Alberto Sordi, fratacchione romano che intima a due poveri prigionieri, poco convinti, di pentirsi dei loro peccati prima di andare a morte.

Il film, lo avrete capito, è “Nell’anno del Signore”, di Luigi Magni, del 1969, con un cast – come si direbbe oggi - “stellare”: Nino Manfredi, Alberto Sordi, Ugo Tognazzi, Claudia Cardinale, Enrico Maria Salerno, Robert Hossein; la storia è quella di Angelo Targhini e Leonida Montanari, due carbonari che, accusati di aver tentato l’omicidio di una spia, vengono ghigliottinati nella Roma papalina del 1825.

Proprio la scena finale, quella dell’esecuzione, mi fa venire in mente qualcosa. Anche se il regista ricorre a immagini “tagliate”, che cancellano i segni della modernità, quando Montanari passa sotto una porta ad arco, a dorso di mulo, con le mani legate, mi pare di riconoscere uno degli ingressi di piazza del Popolo.

E così, una mattina, sabato (quindi niente ZTL), decido di andare a verificare: se quello è il posto, mi pare più che probabile che una traccia ci sia, una lapide, magari una corona appassita, anche solo un ricordo vergato col pennarello.

Parcheggio con comodo e mi avvio a piedi: è presto, eppure la piazza è già piena di turisti che si fanno foto, ne ammirano lo splendore, si infilano nelle due chiese gemelle per un atto di devozione o forse, più probabilmente, per cercare un po’ di fresco.

Mi guardo intorno: fermo all’ombra del caffè Rosati c’è un omone grande e grosso, con una vistosissima maglietta rossa. È lui, mastro Titta, il boia per eccellenza, che fu anche esecutore di Targhini e Montanari; per il caldo, e in omaggio ai tempi, ha sostituito la palandrana rossa, che era segno del suo mestiere e della sua autorità, con una tshirt, ma la somiglianza con l’Aldo Fabrizi, insuperato interprete del personaggio c’è tutta.

Si guarda intorno, scruta i passanti, con occhio fintamente annoiato, ma in realtà vigile; non gli interessa il loro aspetto, la corporatura, l’altezza e il peso; sa che corda e cappuccio appartengono al passato, guarda piuttosto il loro collo, perché è su quello che ormai interviene, con uno strumento che, ironia della sorte, hanno inventato i rivoluzionari francesi ma è stato adottato subito dalla Curia conservatrice e per tutto il resto ostile alle novità.

Probabilmente ripensa a quello che gli ha detto Montanari (almeno così racconta il film), prima di morire: “l'unica cosa al mondo oggi che non puzza de vecchio, de decrepito, è la ghigliottina. Voi siete l'omo più moderno de Roma. A mastro Ti, l'avvenire è vostro !”

Ha ben ragione di essere fiero delle sue 516 vittime (tra suppliziati e giustiziati) in oltre sessant’anni di attività, e sa di non essere più circondato – come una volta - dall’odio del popolino, che ha trovato addirittura espressione in un modo di dire tramandatosi fino ai nostri giorni “Boia nun passa ponte”, per significare che gli era vietato passare dall’altra parte del Tevere (lui abitava in Borgo), salvo che nelle giornate di lavoro.

Allora la voce correva: “Mastro Titta passa ponte” (e anche questo si continua a dire), per indicare un giorno nel quale è prevista qualche avvenimento eccezionale, anche se oggi fortunatamente non più letale per nessuno.

Frattanto, mi ha preso voglia di un caffè, ma da Rosati non ci entro: mi intimidisce la gigantesca figura di quel simil-mastro Titta sulla porta. E allora vado al bar di fronte, sull’altro lato della piazza, l’altrettanto noto Canova.

Mi siedo ad un tavolino all’ombra e ordino un caffè “al ghiaccio”, dimenticando per un momento di essere a Roma, e non nella mia Bari. Mi tocca spiegare allo stralunato cameriere che desidero un caffè “in vetro” (non nella tazzina, ma in un bicchierino… qui dicono così) con l’aggiunta di due cubetti di ghiaccio, che gli danno una piacevole sensazione di fresco, conservano l’aroma e ne fanno cosa ben diversa dalla sciacquatura di caffè che è il “freddo” conservato in anonime bottiglie.

Mentre sorseggio, mi guardo intorno: la piazza si riempie sempre di più; tra un po’ sarà affollata come in un comizio degli anni settanta o a una esibizione di mastro Titta…mancano solo palco e primattore.

La mia attenzione è attratta da una coppia di adolescenti: si tengono mano nella mano, ogni tre passi si fermano per un bacio, una carezza, indifferenti agli altri intorno a loro. Però, arrivati vicino all’ obelisco che troneggia al centro della piazza, lui, veloce veloce, le lascia la mano e, furtivo, si avvicina alla colonna. Trae di tasca un bigliettino, un pezzo di schotch che stacca con i denti e lo fissa ad uno dei leoni.

Un novello Cornacchia/Pasquino? Uno sberleffo al potere, magari in rima? Una protesta contro l’ultimo aumento delle tasse?

Sono curioso: pago e, non appena i ragazzi sono fuori vista, mi avvicino a leggere. Niente di quel che pensavo: solo un banalissimo “Mirko e Deborah uniti per sempre, Roma 14 giugno 2014”

Che delusione! Non posso non ripensare a Manfredi che sgaiattola per i viottoli di una Roma notturna, inseguito dalle guardie di Enrico Maria Salerno, affiggendo qua e là cartelli di sfida

Non sono più i temp ! Oggi chi vuole protestare, e guadagnarsi i suoi quindici minuti di celebrità (ah, Warhol, quanti danni hai fatto!) un microfono e una telecamera li trova sempre…e poi c’è Youtube, Facebook, Twitter.

Mi avvio, con un po’ di amaro in bocca per la delusione, che però sparisce subito quando vedo venirmi incontro una prorompente bellezza “tutta romana”: oggi si direbbe “alla Sabrina Ferilli”, ieri “alla Giovanna Ralli”. A me che ho ancora in mente il film di Magni, viene in mente Claudia Cardinale, che romana non era, ma giusta nella parte, così come lo fu Lea Massari a teatro e Claudia Mori nelle due versioni dell’altro romanissimo “Rugantino”… insomma ci siamo capiti

Mi dirigo da Feltrinelli per prendere l’ultimo Adelphi con “tutto Maigret”, e, a ben vedere, “resto in tema”: anche il pacioso Jules i cattivi li manda alla ghigliottina…..

PS: la lapide c’era; è quella nella foto, su un muro della Caserma dei Carabinieri (all’epoca dell’esecuzione Caserma delle Guardie papaline, a conferma che a Roma tutto cambia, ma…resta uguale)

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LA CONTESSA NERA, UN POLIZIESCO, MA NON SOLO…..

1 Luglio 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

LA CONTESSA NERA,  UN POLIZIESCO, MA NON SOLO…..

Umberto De Agostino

La contessa nera Lomellina 1921,

Frilli 2014

Nel corso di non infrequenti visite in libreria ho avuto da tempo modo di notare la progressiva avanzata del genere poliziesco (seguito a ruota dal fantasy) per numero di scaffali e banchi da esposizione. La cosa non mi dispiace, essendo anch’io un appassionato lettore del genere, con una spiccata preferenza per gli autori italiani, che ritengo in nulla immeritevoli rispetto ai loro più noti colleghi stranieri.

Varie sono le declinazioni del poliziesco italiano, ma, tra tutte, mi appassiona quella a fondo storico, meglio se non troppo all’indietro nel tempo. Niente quindi ambientazioni in una Roma imperiale, in un Medioevo esoterico o in un Rinascimento carico di misteri, ma piuttosto qualcosa di compreso negli ultimi due secoli.

Il campo, perciò, si restringe, e di molto: mi viene in mente Corrado Augias con la trilogia del commissario Sperelli, fratellastro del personaggio dannunziano, Giorgio Ballario con la serie coloniale del Maggiore Morosini e poca altra roba.

Nei giorni scorsi, una gradita sorpresa, questo “La contessa nera, Lomellina 1921” di Umberto De Agostino, trovato in rete, cercando tra quella editoria “minore” spesso penalizzata dalla grossa distribuzione.

In verità, nel romanzo, la trama gialla – che pure c’è - è piuttosto esile, mentre preciso è il riferimento ad un fatto di cronaca nera reale e, soprattutto la descrizione di personaggi, ambienti e situazioni di una zona d’Italia, la Lomellina appunto, all’inizio del ‘900.

Al centro della storia il misterioso omicidio di Ettore Casiraghi, squadrista fascista, che, rifugiatosi a Semiana nel castello del conte Cesare Carminati di Brambilla, dopo fatti di sangue accaduti a Milano, proprio lì viene trovato morto, il 22 luglio del 1921, colpito da un colpo di pistola e da uno di moschetto.

La vera protagonista è, però, Giulia Mattavelli, compagna del conte, che, di umili origini (e non bellissima, come appare in alcune foto d’epoca) esercita le sue arti da “femme fatale”, oltre che sul suo uomo, anche su una serie di personaggi storici, da Benito Mussolini a Francesco Giunta, da Renato Ricci a Cesare Forni, il “ras” locale.

Donna di forte temperamento, non esita a mettersi alla testa di una sua personale “squadra”, accreditando una leggenda che la farà definire da Pietro Nenni, vedendola sfilare a Roma il 28 ottobre del 1922, a cavallo, con frustino e fucile a tracolla “metà femmina da lupanare, metà amazzone d’avventura”.

Sullo sfondo si muovono una serie di personaggi di contorno (anch’essi, in parte realmente esistiti e citati per nome e cognome, in parte inventati per dare “colore” al racconto) di una realtà provinciale e contadina che oggi – anche se solo a meno di un secolo di distanza- ci riesce perfino difficile immaginare.

Il racconto si snoda così tra monda del riso, coltivazione “domestica” dei bachi da seta per alleviare miseria e fame, lotta dei contadini contro le prime trebbiatrici a vapore viste come un pericolo, perché velocizzano le attività ma tolgono lavoro agli uomini che popolano le cascine sparse nella campagna.

Su uomini, macchine e luoghi, minaccioso, sovrasta il castello del conte Cesare (fin troppo facile il riferimento manzoniano), nel quale, tra uomini “facili di mano e di coltello”, si aggira, languida, la padrona di casa, mentre l’incerto grammofono diffonde le note (insolitamente audaci, per quei tempi) di “Alcova”, scritta da Bixio, Cherubini e Rulli.

Più rusticamente, in piazza, alla domenica, fittavoli, braccianti e mungitori di vacche, per distrarsi e tornare col pensiero a tempi migliori, giocano al bar il “truco”, gioco di carte portato in Lomellina dagli emigrati in Argentina, alternando battute in dialetto ad altre in spagnolo, ricordo dei vecchi tempi nella pampa.

E poi, la passione devastante per la politica: Case del Popolo e sezioni fasciste, violenza fatta e subita, odi e rancori paesani che si trascinano e covano sotto cenere, pronti ad esplodere alla prima occasione.

L’autore è giornalista e appassionato di storia locale, perciò non ci risparmia qualche accenno a strade e piazze ormai sparite, e anche qualche battuta in dialetto che aggiunge, se possibile, maggiore realismo ed efficacia al racconto.

Ben sintetizza, per esempio, la realtà paesana e familiare, facendo ricorso ad un vecchio proverbio: “Quand la dòna la mata su i calson, al so om al vena un cojon” (più o meno: “quando la donna vuole comandare, il suo uomo è ritenuto uno stupido”); questa è la regola di vita nelle cascine segnate dal duro lavoro, dove il ruolo della donna, casalinga e mondariso, si esalta e sovrasta anche quello dell’uomo.

A cercare di mantenere ordine e conservare la legalità, il Maresciallo dei Carabinieri di Mede, Angelo Pesenti, un tutore della legge “vecchio stile”, che si muove a cavallo e in bicicletta sugli incerti sentieri di campagna dove cominciano a sfrecciare le prime Torpedo.

Vita non facile la sua, che di volta in volta – senza usare riguardi per nessuno - lo vede alle prese con “ciclisti rossi” pronti ad imporre lo sciopero anche con la violenza o “arditi neri” che colpo su colpo ribattono.

Nelle indagini sulla morte di Casiraghi, facendo ricorso anche a metodi non sempre ortodossi, Pesenti arriverà alla verità, inimicandosi anche il prudente Pretore che, fiutando l’aria, lo invita ad una maggiore prudenza e, di fatto, vanifica il risultato del suo lavoro.

Nella realtà storica, le cose andarono in maniera diversa, ma in fondo questo poco conta per chi, come me, abbia solo voluto gustarsi un paio d’ore di buona lettura.

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MIRELLA SERRI: UN AMORE PARTIGIANO, STORIA DI GIANNA E NERI, EROI SCOMODI DELLA RESISTENZA

3 Giugno 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni, #storia

MIRELLA SERRI: UN AMORE PARTIGIANO, STORIA DI GIANNA E NERI, EROI SCOMODI DELLA RESISTENZA

Mirella Serri, “Un amore partigiano: storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza”, Longanesi 2014

Mirella Serri, fin qui nota per i suoi apprezzati studi sui rapporti tra intellettuali e politica, affronta un argomento conosciuto, ma ancora, per molti versi, misterioso: l’assassinio dei partigiani Giuseppina Tuissi (“Gianna”) e Luigi Canali (“Neri”), ad opera dei loro compagni di lotta, nelle settimane immediatamente successive alla fine del conflitto.

Lo fa con la sicurezza della studiosa di storia (evitando, però, gli appesantimenti di note, citazioni e riferimenti archivistici), con la capacità di scrittura della ricercatrice di letteratura italiana moderna e contemporanea, ma anche con intuito e sensibilità tutte “femminili”.

Perché, in fondo, di una storia d’amore si tratta, anche se potrà dispiacere a chi preferisce collocare i protagonisti di stagioni irripetibili in un Olimpo nel quale –a differenza di quello greco- i sentimenti sono sconosciuti.

Il “contesto”, come con brutta parola si dice, è quello della Resistenza e della guerra civile italiana: “Gianna” e “Neri” scelgono di schierarsi dal lato “partigiano” e credono di trovare nel mito del comunismo e del PCI un sostituto di quello del fascismo, al quale pure – pare di capire - avevano in qualche modo creduto prima del disastroso esito della guerra.

All’impegno militante si intreccia la loro storia privata, perché i due si innamorano, e non nascondono, benché Neri sia sposato e neo padre di una bambina, la loro storia, sfidando i pregiudizi di un ambiente – quello del PCI “stalinista” dell’epoca - intriso di moralismo laicamente bigotto.

E, poiché, nella realtà, anche gli “eroi” sono fatti di carne, sangue e umane debolezze, succede che, quando vengono arrestati, cedono (“Gianna” certamente, “Neri” probabilmente, e se lo fa, è per salvare la sua donna) alla violenza delle sbirresche torture, rivelando nomi e indirizzi dei compagni di lotta.

La faccenda poi si ingarbuglia: “Neri” riesce ad evadere (forse “aiutato” dai suoi stessi carcerieri), mentre “Gianna” è rilasciata; benchè ambedue siano condannati a morte “per tradimento” dalla giustizia partigiana, nelle convulse giornate che seguono il 25 aprile si trovano sul lago di Como, e in posizione non defilata.

“Neri” verrà addirittura sospettato di essere stato quello che ha dato il colpo di grazia a Mussolini, e “Gianna”, invece, è una delle partigiane incaricate di repertoriare l’ingente quantità di oro e danaro trovato sugli automezzi della colonna fascista in fuga.

Ed è proprio questo incarico che causerà la morte di ambedue (e anche di altri coprotagonisti, che la Serri puntigliosamente elenca): l’uomo, al quale la compagna ha riferito di aver consegnato il “bottino” alla neocostituita Federazione comasca del PCI, prova a chiedere – scontrandosi con bugie e mezze verità - dove sia finito, e dopo violente discussioni, viene fatto “sparire” il 7 maggio, mentre la donna, che si è data alla sua ricerca disperata, ne segue la sorte il 23 giugno, giorno nel quale compie ventidue anni.

Questi, in sintesi estrema, i fatti, che ci richiamano una realtà che oggi appare molto più lontana dei settanta anni trascorsi: la fideistica e totalizzante adesione ad un’ideologia e al Partito che la incarna fa sì che “Gianna” fino all’ultimo si rifiuterà di credere che ad uccidere “Neri” siano stati i suoi stessi compagni di lotta; la commistione tra privato e pubblico – della quale si avrà ancora qualche revival ai tempi della contestazione sessantottina - gioca un ruolo importante nella condanna a morte della donna, accusata di aver “rubato” il marito ad un’altra; le ingenue speranze che il tempo ha cancellato, giustificano la passione di “Neri” per lo studio dell’ “esperanto”, nella convinzione che l’uso di quella nuova lingua comune (della quale oggi non si sa più niente) sia il primo passo verso la pace tra i popoli.

La grande Storia travolge, come un rullo compressore, le piccole vite dei due giovani innamorati; la “ragione di Partito” impedirà che ad essi sia data giustizia, sino all’intervento, nel 2004, del Presidente Ciampi.

Poiché nel libro molto si parla anche delle ultime ore di vita di Mussolini e Claretta, che si intrecciano, come detto, con i destini dei due partigiani, sorge spontanea la riflessione su alcuni parallelismi possibili.

Una moglie tradita e gelosa si muove sullo sfondo in entrambi i casi: mentre, però “donna Rachele” nelle dichiarazioni del dopoguerra manifesterà il suo “perdono” per la rivale di ieri, la vedova di “Neri” ancora nel 2002, quando una “scalinata” sarà intitolata a Como alle due innocenti vittime, pubblicamente dichiarerà la sua “perplessità” sull’accostamento.

Un ruolo non secondario, nelle due vicende, giocano i personaggi secondari che intorno alle due coppie di amanti si muovono: da una parte gli esponenti del PCI condannano la coppia clandestina, e non usano nessun riguardo per evitare a “Gianna”, considerata alla stregua di una poco di buono, la tragica fine; dall’altra i mussoliniani non mancano di imputare, anche in maniera grossolana e volgare, a Claretta, fino all’ultimo, certe indecisioni e incertezze del Capo al tramonto.

Nel sottotitolo, la Serri parla di “eroi scomodi della Resistenza”, ma forse, a ben vedere, gli eroi sono sempre “scomodi” per chi voglia andare oltre la superficie delle cose e le agiografie di maniera.

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