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LA CONTESSA NERA, UN POLIZIESCO, MA NON SOLO…..

1 Luglio 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

LA CONTESSA NERA,  UN POLIZIESCO, MA NON SOLO…..

Umberto De Agostino

La contessa nera Lomellina 1921,

Frilli 2014

Nel corso di non infrequenti visite in libreria ho avuto da tempo modo di notare la progressiva avanzata del genere poliziesco (seguito a ruota dal fantasy) per numero di scaffali e banchi da esposizione. La cosa non mi dispiace, essendo anch’io un appassionato lettore del genere, con una spiccata preferenza per gli autori italiani, che ritengo in nulla immeritevoli rispetto ai loro più noti colleghi stranieri.

Varie sono le declinazioni del poliziesco italiano, ma, tra tutte, mi appassiona quella a fondo storico, meglio se non troppo all’indietro nel tempo. Niente quindi ambientazioni in una Roma imperiale, in un Medioevo esoterico o in un Rinascimento carico di misteri, ma piuttosto qualcosa di compreso negli ultimi due secoli.

Il campo, perciò, si restringe, e di molto: mi viene in mente Corrado Augias con la trilogia del commissario Sperelli, fratellastro del personaggio dannunziano, Giorgio Ballario con la serie coloniale del Maggiore Morosini e poca altra roba.

Nei giorni scorsi, una gradita sorpresa, questo “La contessa nera, Lomellina 1921” di Umberto De Agostino, trovato in rete, cercando tra quella editoria “minore” spesso penalizzata dalla grossa distribuzione.

In verità, nel romanzo, la trama gialla – che pure c’è - è piuttosto esile, mentre preciso è il riferimento ad un fatto di cronaca nera reale e, soprattutto la descrizione di personaggi, ambienti e situazioni di una zona d’Italia, la Lomellina appunto, all’inizio del ‘900.

Al centro della storia il misterioso omicidio di Ettore Casiraghi, squadrista fascista, che, rifugiatosi a Semiana nel castello del conte Cesare Carminati di Brambilla, dopo fatti di sangue accaduti a Milano, proprio lì viene trovato morto, il 22 luglio del 1921, colpito da un colpo di pistola e da uno di moschetto.

La vera protagonista è, però, Giulia Mattavelli, compagna del conte, che, di umili origini (e non bellissima, come appare in alcune foto d’epoca) esercita le sue arti da “femme fatale”, oltre che sul suo uomo, anche su una serie di personaggi storici, da Benito Mussolini a Francesco Giunta, da Renato Ricci a Cesare Forni, il “ras” locale.

Donna di forte temperamento, non esita a mettersi alla testa di una sua personale “squadra”, accreditando una leggenda che la farà definire da Pietro Nenni, vedendola sfilare a Roma il 28 ottobre del 1922, a cavallo, con frustino e fucile a tracolla “metà femmina da lupanare, metà amazzone d’avventura”.

Sullo sfondo si muovono una serie di personaggi di contorno (anch’essi, in parte realmente esistiti e citati per nome e cognome, in parte inventati per dare “colore” al racconto) di una realtà provinciale e contadina che oggi – anche se solo a meno di un secolo di distanza- ci riesce perfino difficile immaginare.

Il racconto si snoda così tra monda del riso, coltivazione “domestica” dei bachi da seta per alleviare miseria e fame, lotta dei contadini contro le prime trebbiatrici a vapore viste come un pericolo, perché velocizzano le attività ma tolgono lavoro agli uomini che popolano le cascine sparse nella campagna.

Su uomini, macchine e luoghi, minaccioso, sovrasta il castello del conte Cesare (fin troppo facile il riferimento manzoniano), nel quale, tra uomini “facili di mano e di coltello”, si aggira, languida, la padrona di casa, mentre l’incerto grammofono diffonde le note (insolitamente audaci, per quei tempi) di “Alcova”, scritta da Bixio, Cherubini e Rulli.

Più rusticamente, in piazza, alla domenica, fittavoli, braccianti e mungitori di vacche, per distrarsi e tornare col pensiero a tempi migliori, giocano al bar il “truco”, gioco di carte portato in Lomellina dagli emigrati in Argentina, alternando battute in dialetto ad altre in spagnolo, ricordo dei vecchi tempi nella pampa.

E poi, la passione devastante per la politica: Case del Popolo e sezioni fasciste, violenza fatta e subita, odi e rancori paesani che si trascinano e covano sotto cenere, pronti ad esplodere alla prima occasione.

L’autore è giornalista e appassionato di storia locale, perciò non ci risparmia qualche accenno a strade e piazze ormai sparite, e anche qualche battuta in dialetto che aggiunge, se possibile, maggiore realismo ed efficacia al racconto.

Ben sintetizza, per esempio, la realtà paesana e familiare, facendo ricorso ad un vecchio proverbio: “Quand la dòna la mata su i calson, al so om al vena un cojon” (più o meno: “quando la donna vuole comandare, il suo uomo è ritenuto uno stupido”); questa è la regola di vita nelle cascine segnate dal duro lavoro, dove il ruolo della donna, casalinga e mondariso, si esalta e sovrasta anche quello dell’uomo.

A cercare di mantenere ordine e conservare la legalità, il Maresciallo dei Carabinieri di Mede, Angelo Pesenti, un tutore della legge “vecchio stile”, che si muove a cavallo e in bicicletta sugli incerti sentieri di campagna dove cominciano a sfrecciare le prime Torpedo.

Vita non facile la sua, che di volta in volta – senza usare riguardi per nessuno - lo vede alle prese con “ciclisti rossi” pronti ad imporre lo sciopero anche con la violenza o “arditi neri” che colpo su colpo ribattono.

Nelle indagini sulla morte di Casiraghi, facendo ricorso anche a metodi non sempre ortodossi, Pesenti arriverà alla verità, inimicandosi anche il prudente Pretore che, fiutando l’aria, lo invita ad una maggiore prudenza e, di fatto, vanifica il risultato del suo lavoro.

Nella realtà storica, le cose andarono in maniera diversa, ma in fondo questo poco conta per chi, come me, abbia solo voluto gustarsi un paio d’ore di buona lettura.

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