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GUARDATI DALLA MIA FAME di Milena Agus e Luciana Castellina di Giacinto Reale

12 Settembre 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

GUARDATI DALLA MIA FAME di Milena Agus e Luciana Castellina  di Giacinto Reale

Milena Angus e Luciana Castellina

“Guardati dalla mia fame”

Nottetempo ediz 2014

pp 200

15,00

Nato e vissuto, fin quasi ai 27 anni, a Bari, mi capitava spesso di andare a trovare uno zio ad Andria, grosso centro (allora) agricolo ad una sessantina di chilometri dal capoluogo.

Una sera, egli mi condusse nella piazza principale del paese (“piazza Catuma”), per assistere ad una scena destinata a restarmi in mente: l’arruolamento dei braccianti per la successiva giornata lavorativa. Era il cosiddetto “mercato delle braccia”, originariamente svolto all’alba, ma poi –con l’impiego dei camion che velocizzavano il raggiungimento dei luoghi di lavoro - anticipato alla sera prima, così da consentire una nottata di sonno agli uomini.

Appoggiata ai muri dei palazzetti che affacciavano in piazza, c’era una torma di ometti (altezza media 1,60), abbronzati (meglio “rossi”) in volto, dai lineamenti marcati, con, e fu quello che mi colpì di più, delle mani enormi, delle vere “pale” come si dice normalmente, che roteavano in aria in discussioni animate.

Tra essi passavano dei “capisquadra” che, in base alla conoscenza personale, assoldavano la mano d’opera necessaria il giorno dopo per la raccolta delle mandorle, delle olive o degli altri lavori stagionali dei campi.

Tra loro, aggiunse mio zio a bassa voce, c’erano sicuramente alcuni che avevano preso parte al linciaggio eccidio delle sorelle Porro.

A distanza di oltre una decina d’anni, era un fatto del quale si parlava ancora sottovoce, vissuto quasi come una colpa collettiva dell’intero paese, anche di chi non vi aveva partecipato, o, addirittura, all’epoca era “controparte” dei contadini in sciopero.

Ecco perché, quando ho visto in libreria questo volume, non me lo sono lasciato scappare: era arrivato il momento di saperne di più.

IL FATTO: ad Andria, la sera del 7 marzo 1946, una gran folla si raccoglie in piazza Municipio, in attesa del comizio dell’On Giuseppe di Vittorio, noto esponente comunista e sindacale. Il clima in paese è agitato da parecchi giorni, in coincidenza con il rinnovo dei contratti agricoli, e in conseguenza della grande miseria imperante, che ha ridotto letteralmente alla fame (da qui il titolo del libro) un gran numero di reduci e contadini.

Ci sono, quindi, scontri con le forze dell’ordine, minacce ai proprietari terrieri che in maggioranza abbandonano il paese e vanno a stare da parenti sparsi in tutta la Puglia, o in albergo a Bari, violenze diffuse, fino all’invasione, nel pomeriggio, da parte di una cinquantina di esagitati, del palazzo Porro –che affaccia proprio sulla piazza del Municipio- alla ricerca di armi.

Nel palazzo vivono le tre sorelle Porro nubili (e con loro è frequentemente una quarta, sposata), e un inquilino, Francesco Ciriello, direttore della banca locale, insieme a vario personale di servizio.

Le donne, Carolina, Stefania, Vincenzina e Luisa, che hanno dai 54 ai 66 anni, nulla possono fare contro la violenza, ma, comunque, al termine della “ispezione” che dà, naturalmente esito negativo, preparano i bagagli e si apprestano a lasciare il palazzo.

Per ovvi motivi precauzionali, evitano di farlo mentre in piazza sono radunati i manifestanti, e si raccolgono in preghiera nella guardiola del portiere, in attesa che tutto finisca.

Prima ancora che arrivi Di Vittorio, però, un colpo di pistola sparato dai tetti scatena la furia della folla: si dà l’assalto al portone del palazzo Porro, perché qualcuno dice che di là si è sparato, e i suoi disgraziati occupanti vengono raggiunti per strada mentre cercano di fuggire dall’uscita posteriore.

Vi risparmio i particolari granduignoleschi: Vincenzina e Stefania, con il loro inquilino, vengono malmenate, l’uomo è colpito da svariate coltellate, le donne trascinate per i capelli, finchè non riescono a trovare rifugio dietro qualche portone che provvidenzialmente si apre.

Carolina e Luisa, invece, non ce la fanno; la prima viene finita a baionettate, alla seconda viene sbattuta la testa contro lo spigolo di una porta, finché muore; i corpi – prima forse legati a due cavalli e trascinati per strada - restano tutta la notte sul selciato, a mo' di ammonimento.

Saranno recuperati solo il giorno dopo, quando le forze dell’ordine ristabiliranno la pace in paese; al processo, due anni dopo, ci saranno 136 imputati, e verranno comminati 6 ergastoli.

IL LIBRO: due, come detto, sono le autrici, e affrontano il tema da angolature e in modi diversi: la Castellina procede ad una ricostruzione storico-politica del contesto; lo fa nella sua ottica che, a 70 anni di distanza, è in fondo la stessa di Di Vittorio, il quale, nel comizio tenuto il giorno dopo il massacro, non fece cenno agli omicidi, e de “L’Unità” e “L’Avanti” che parlarono di “due donne morte”, senza particolari.

Lo fa con una punta di cinismo in più, quando dice, asetticamente, senza nessun giudizio, quasi come una normale constatazione: “E’ la fame che si fa violenza e chiede vendetta. La chiede ai Porro perché sono parte della classe che li ha sfiniti, non importa più se a sparare siano state proprio loro o altre come loro. Sono colpevoli per storia. Per classe”.

Migliore, secondo me, la parte affidata alla Agus che, con la narrazione di una immaginaria amica delle quattro sorelle, efficacemente riscostruisce un ambiente e un modo di essere che oggi ha quasi del favolistico: le sorelle Porro sono ricche, molto ricche, eppure “vivevano da povere, non per tirchieria, ma perché i loro pensieri, il loro modo di comportarsi erano naturalmente da povere”; passano le loro giornate dicendo rosari o con “le loro facce chine sul lavoro di uncinetto o ricamo”; hanno in casa “una serva bambina di dodici anni che….le amava di un amore incondizionato ed incommensurabile”; sono nubili (“signorine grandi “ si dice dalle mie parti), con “l’aria da “scusate se siamo al mondo, non vi daremo alcun fastidio” e i piccoli pudori che il loro stato impone: “le mutande e i reggiseni li chiamavano “i primi” e “i secondi”.

Chiunque abbia la mia età, ha fatto in tempo a conoscere qualche zia simile alle sorelle Porro, anche se non ricca come loro; per molto tempo è andato di moda, parlandone, usare l’espressione “ipocrisia piccolo borghese” (se non di peggio) l’ho fatto anch’io nei miei anni giovanili, e forse un fondo di verità c’era.

Però, sarebbe ingeneroso fargliene una colpa, perché, come scrive la Angus, “Le Porro, del resto, non conoscevano il male, ed erano creature semplici”; per questo si spiega che Luisa, prima di morire, abbia detto ai suoi carnefici, con un filo di voce “Siate benedetti”, e le due sorelle superstiti, in tribunale, alla richiesta del Presidente di riconoscere i loro torturatori, abbiano risposto: “Noi non riconosciamo nessuno di questi imputati. Noi abbiamo perdonato”.

E così noi perdoniamo, e non sembri ingiurioso, la loro pignoleria: “quando facevano stirare le lenzuola, raccomandavano di appuntare gli angoli con gli spilli, perché gli orli combaciassero perfettamente” e quell’orribile odore di “violetta di Parma” che accompagnava il loro apparire: sono sciocchezze.

E che nessuno mi citi Gozzano, per favore…..

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