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STORIA DI UN BANDITO di Giacinto Reale

11 Agosto 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

STORIA DI UN BANDITO  di Giacinto Reale

Andrea Schiavon

“Il buon ladro: Gino Amleto Meneghetti l’italiano più ricercato del Brasile”

Add editore, Torino 2014

Un autore non molto noto, un editore sconosciuto ai più, una storia della quale nessuno ha parlato prima: gli ingredienti per attrarre la mia attenzione su uno scaffale di Feltrinelli ci sono tutti.

E, in più, come quasi sempre avviene, un qualcosa di personale: la curiosità per i “marginali” di ogni tipo, soprattutto se accompagnati dalla fama di cattivi (“che poi così cattivi non sono mai….” come cantava la Bertè), e l’amore per un Paese, dove sono stato giusto per un mesetto di lavoro e vacanza insieme, ma che ha lasciato una traccia indelebile in me.

Brasile, sì, avete letto bene, perchè questa è la storia di un fuorilegge italiano della prima metà del secolo scorso che se ne va oltre Oceano per trovare la sua strada, e… basta il titolo per capire come va a finire: “Il buon ladro, Gino Amleto Meneghetti, l’italiano più ricercato del Brasile”.

Una storia che sa di vecchio, anzi di antico, a cominciare dal nome del protagonista, che all’anagrafe di Vicopisano, dove nasce il 1° luglio del 1888, risulta così: “Amleto Giotto Foresto Labindo Menichetti”, anche se per tutti sarà, da subito, semplicemente “Gino”, il figlio del barcaiolo Angiolo e della casalinga Laudonia (e anche qui, come nomi, siamo messi bene).

Forse non sarà vero che dimostra da subito un bel caratterino sputando in faccia al prete il sale del battesimo, ma certo è che già a 13 anni Gino fa la conoscenza col carcere, per un classico reato “da fame”: il furto di due galline da mangiare a cena.

Comincia così un tormentato percorso fatto di arresti, fughe dal carcere e provvisorie libertà, in Italia e in Francia, finché il nostro, allettato dalla invitante propaganda del Governo brasiliano che ha bisogno di lavoratori, al punto di pagare loro il biglietto per la traversata in nave, decide di varcare l’Oceano, “in cerca di fortuna e per rifarsi una vita”, come si dice.

Sbarca nel porto di Santos il 25 giugno del 1913, ha 25 anni, è forte, intelligente, e possiede già una buona esperienza di vita, che gli consente di muoversi con una certa disinvoltura in ambienti diversi, dopo il tirocinio fatto tra i Casinò e la varia umanità della Costa Azzurra.

Come tanti di quegli emigrati, Gino ha dei parenti a cui rivolgersi: i primi tempi lo ospitano degli zii, che gestiscono una pensione frequentata soprattutto da toscani, ma dura poco. Presto si trasferisce in albergo e organizza un piccolo traffico d’armi che smercia clandestinamente a chi avverte il bisogno di sentirsi più sicuro con una Colt in tasca.

Naturalmente, va a finire male, con conseguente arresto, evasione e fuga. Non da solo, però, stavolta: con lui c’è Concetta, che lavora nell’albergo dove è andato a stare e deve portar via senza il consenso dei genitori, i quali diffidano di quel tipo senza lavoro, che vive alla giornata.

Con una bella dose di ironia, Gino definirà la sua fuga con quella che poi sarà la donna di tutta la sua vita, fino alla morte, nel 1938, mentre lui è in carcere, “il più bel furto della mia vita”; ne nasceranno due figli, ai quali darà il nome di Spartaco e Luis Lenin, ed è pure inutile spiegare perché.

Quel che segue, da questo punto alla notte del 5 giugno del 1926, è una sequenza di furti quasi giornaliera, arricchiti talora da quel “tocco di artista” che fa di Meneghetti una figura leggendaria in tutto il Brasile, come quando, deluso dallo scarso valore dei gioielli trovati in casa della baronessa De Arary, lascia sullo scrittoio un biglietto indirizzato alla nobildonna consigliandole di trovare un miglior gioielliere per i suoi acquisti.

Sarà proprio questo gusto innato per la sfida e la beffa a perderlo, quando decide, contro i consigli di tutti, di provare un furto a casa di Edoardo Matarazzo, uno degli uomini più ricchi e potenti del Paese.

Tutto riesce alla perfezione: 16 chili di oro a diciotto carati, 4 collezioni di brillanti, 400 orologi (per lo più d’oro), 1 chilo di perle, 2 bauli pieni di statuette di avorio, spille, pietre preziose passano di mano nel giro di poche ore, mentre il padrone di casa è fuori, ad un ricevimento improvvidamente pubblicizzato su tutti i giornali.

È un colpo troppo grosso, e troppo nota è la vittima; questa volta la polizia si gioca la reputazione, e non può sbagliare: si scatena una gigantesca caccia all’uomo, finchè la più classica delle “soffiate” porta gli investigatori alla casa di Meneghetti ed alla scoperta del tesoro.

Gino capisce che, se lo arrestano, non ha scampo, e, grazie alla sua prodigiosa e plurirodata agilità, salta da una finestrella e si dà alla fuga, mentre Concetta finisce in carcere per sospetta complicità.

Fuga che dura poco, però: meno di due mesi dopo, circondato da centinaia di agenti mentre corre sui tetti, in un estremo tentativo di mettersi in salvo, è costretto ad arrendersi.

Lo aspetta il supercarcere di Carandiru (che avrà triste fama nel 1992, per la strage che farà seguito ad un tentativo di rivolta) e una cella di massima sicurezza, che mette al sicuro le Autorità dalla beffa di un’ennesima fuga e lo ospiterà per 18 anni, prima di essere ammesso ad un regime di detenzione “normale”.

La giustizia brasiliana è con lui spietata: gli vengono addebitati 5 furti diversi (e sono sicuramente molto meno di quelli effettivamente compiuti), ma senza il legame della continuazione, per cui la pena complessiva è di 43 anni, 2 mesi e 10 giorni: un’eternità per un uomo che ai giudici risulta avere 48 anni (in effetti, sono 38, ma, al momento dell’ingresso in Brasile c’è stato un errore - che durerà fino alla morte - nella trascrizione dei dati anagrafici).

Solo grazie alla mobilitazione dell’opinione pubblica che, in fondo, ha simpatia per questo furfante il quale non ha mai ucciso nessuno e difende il suo diritto a vivere in una società che gli nega l’essenziale, uscirà a metà gennaio del 1947, per trovarsi in un mondo che non è più il suo, e nel quale fatica a ritrovarsi.

Lo aiuta qualche giornalista che costruisce il “personaggio” Meneghetti e solletica la sua vanità: si fa fotografare in mutande per dimostrare che è un settantenne ancora atletico, rilascia interviste con spiccioli della sua filosofia di vita, ma non sfugge al suo “destino”: all’alba del 3 marzo del 1954 viene riarrestato.

Il suo avvocato riesce a far derubricare il reato da “furto” a “tentato furto”, e così l’originaria pena di oltre 9 anni viene abbassata a 4, con la scarcerazione il 15 ottobre del 1959. Sono stati anni duri in carcere: violenze sbirresche e oltraggi della piccola e giovane delinquenza che non lo riconosce e lo costringe a puntigliose rivendicazioni: “Qui in carcere solo l’avvocato e il direttore possono darmi del tu. Ladruncoli di strada come voi devono darmi del lei e chiamarmi signor Meneghetti”.

Sono atteggiamenti come questo, che presto sono noti anche al di fuori del carcere, ad aumentare la sua popolarità tra la gente: alle elezioni del 1958 300.000 scontenti voteranno per lui –che non è nemmeno candidato- in segno di protesta contro la corruzione dilagante.

Ogni uomo, però, ha sulle spalle la sporta del suo destino: viene riarrestato nel 1961, nel 1964, nel 1965, nel 1968 e, per l’ultima volta, nel 1970, mentre si aggira furtivo, di notte, per le strade, con un martello e uno scalpello in borsa.

La condanna questa volta è mite: un paio di settimane di cella ed è di nuovo fuori. Sui documenti brasiliani, per l’ errore di cui ho detto, ha 92 anni, dieci di più degli 82 effettivi…troppi, comunque per tentare di imitare Arsenio Lupin.

Muore di lì a 6 anni, nel 1976. Sul muro della casa presso la quale fu arrestato per l’ultima volta, è oggi possibile leggere una targa:

In questa casa, la notte del 13 giugno 1970 fu catturato, per l’ultima volta, il grande ladro Amleto Gino Meneghetti, a 92 anni di età. Erano le dieci di sera, e aveva con sé una lanterna, uno scalpello, un martello e un piede di porco. Cominciò a forzare la porta, quando intervennero le forze dell’ordine.

Eminente ladro, Meneghetti divenne famoso come il Gatto dei Tetti, L’Uomo Ragno, L’Uomo dalle Molle ai Piedi, o, semplicemente come il Re dei Ladri. Diciamo che rubava solo ai ricchi, senza mai usare la violenza.

Morì qualche anno dopo, povero e sofferente, a 98 anni.”

Una storia avvincente e un bel libro, insomma…c’è poi una pagina di un’attualità sconcertante, ancora in queste settimane nelle quali la tv ci abitua a strazianti sbarchi di migranti mediterranei: è il racconto che il Console Edoardo Compans de Brichenteu, fa, nel 1893, dell’emigrazione italiana in Brasile:

Famiglie decimate … bimbi che piangono i genitori morti di recente, genitori che piangono i loro bimbi perduti per sempre: mariti che lamentano la perdita delle mogli, mogli che lamentano la perdita dei mariti. Abbiamo assistito noi allo sbarco di un pover uomo padre di cinque figli tutti in tenera età, che scendeva faticosamente la scala mobile del piroscafo, spingendo avanti i figli piangenti con in braccio il cadavere della moglie, morta da poche ore; e, deposto il cadavere, risalire piangendo la scala, per ridiscendere subito, recando in braccio un’altra sua creaturina morta!

E pensare che questi infelici credono che, una volta giunti in colonia, saranno finiti i loro patimenti, quando appunto là cominciano le difficoltà maggiori e la lotta per la vita! Solo domandiamo se il Brasile chiama gli emigranti per popolare la terra o il cimitero?

È proprio vero, e per niente cinico: niente di nuovo sotto il sole…..

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