Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)
Post recenti

Aldo Dalla Vecchia, "Vita da giornalaia"

2 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione

Aldo Dalla Vecchia, "Vita da giornalaia"

Vita da giornalaia

Aldo Dalla Vecchia

Murena editrice, 2015

pp 47

8,00

Ci siamo occupati ampiamente di questo testo, quando era ancora un brogliaccio di un’opera teatrale che stava per andare in scena. Vi rimandiamo perciò alla lettura della precedente e dettagliata recensione. Possiamo solo aggiungere che adesso questo atto unico è diventato un libro vero, con una copertina deliziosa, che richiama, appunto, la Vita da giornalaia, trascorsa dentro un'ipotetica, coloratissima edicola, piena di tutte le testate care all’autore.

Rispetto al copione teatrale, la voce fuori scena si è trasformata in un personaggio che pone domande. Sorge il dubbio che intervistato e intervistatore siano la medesima persona. È se stesso che Aldo Dalla Vecchia interroga, è dentro la sua memoria che fruga alla ricerca di pezzetti di vita dolceamari.

Gli argomenti sono quelli trattati abitualmente dall’autore: la gavetta come giornalista, la carriera in ascesa, che lo ha portato a lavorare come autore di importanti programmi televisivi e collaboratore di note testate, il contatto diretto con i più importanti e glamour personaggi dello spettacolo. Possono sembrare temi non particolarmente rilevanti o impegnati, ma a vivificarli ci sono la dolcezza e il garbo con cui Dalla Vecchia ne parla. La sua passione è profonda, tutto è permeato di nostalgia, dolce ma non zuccherosa, tenera e delicata come il suo animo da eterno ragazzo perbene.

Attraverso i ricordi, ripercorriamo tempi televisivi ormai scomparsi, divenuti quasi epici, incontriamo personaggi forse sopra le righe ma sempre signorili. Ci appaiono più attraenti, più puliti, più affascinanti di quelli di oggi. Oppure, chissà, magari è solo il rimpianto a farci sembrare bello tutto quello che ormai è solo reminiscenza. Come le puntate de La casa nella Prateria, come gli sceneggiati, i quiz del giovedì, il pappagallo di Portobello. Come tutto quello che ci ricorda come eravamo e come non saremo mai più.

Fondamentale il passaggio dalla tv di stato a quella sbarazzina delle reti commerciali. E ciò è tanto più significativo in questo momento in cui tutto sta di nuovo mutando in modo epocale, con l’arrivo dei canali digitali, della tv on demand e interattiva.

La fine degli Anni Settanta segnò, almeno per me che ero bambino e appassionato di televisione, un passaggio epocale e uno choc benefico, con l’arrivo dei programmi a colori e la nascita delle tivù private, una su tutte Telemilano 58, la futura Canale 5, dove ritrovai molti dei miei beniamini.”

Che rimane di quei tempi pionieristici? Il mondo catodico che conoscevamo sta sparendo, i grandi del passato se ne vanno, a uno a uno, ormai solo illustri fantasmi in Techetechetè, più simile ad un triste necrologio che ad un vivace preserale.

Mostra altro

La tua estate con Adelphi

1 Luglio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #cinema

La tua estate con Adelphi

Rodolfo Sonego e Il racconto dei racconti

Se c’è una Casa Editrice che fa andare sul sicuro il lettore questa è Adelphi, vera e propria garanzia di qualità, dalla narrativa alla saggistica, con un catalogo che presenta proposte interessanti e un’accurata selezione di classici. Qualche nome: Norman Lewis, Georges Simenon, Lawrence Osborne, Orson Welles, Guido Ceronetti, Alberto Arbasino, Abilio Estévez (I palazzi distanti è un capolavoro, ispirato a Lezama Lima e a Virgilio Piñera) e gli immancabili - complessi - lavori del direttore editoriale Roberto Calasso.

Adelphi è la dimostrazione vivente che la qualità (editoriale) paga, per questo se c’è una persona al mondo che invidio è proprio Calasso, che trasforma in oro quel che maneggia e sa scegliere il meglio della produzione mondiale. Mi piacerebbe vederlo all’opera con Heberto Padilla, Guillermo Cabrera Infante, Virgilio Piñera e Felix Luis Viera. Il problema è contattarlo, perché il mio rapporto con Calasso non va oltre la relazione che si stringe tra lettore e autore. Un testo che andrebbe letto e studiato per far bene un mestiere che (da dilettante) tento di fare è L’impronta dell’editore (2013), conversazioni su libri e pubblicazioni, sempre targato Adelphi.

I miei consigli Adelphi per l’estate riguardano il cinema italiano che amo così tanto da passare il tempo compilando monografie - mai uscite per editori importanti -, recensioni e piccoli studi su personaggi minori del cinema bis. Adelphi pubblica un libro irrinunciabile di Tatti Sanguineti (peccato non abbia capito subito la grandezza di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, ma ha recitato da tempo un convinto mea culpa) intitolato Il cervello di Alberto Sordi - Rodolfo Sonego e il suo cinema (Pag. 590 - Euro 26). Il testo ha il merito di far parlare Sonego, grande sceneggiatore della commedia all’italiana, inventore del personaggio Sordi così come lo conosciamo, non la macchietta dei penosi birignao radiofonici, ma l’italiano medio pieno di difetti e contraddizioni. Un libro di cinema come non se ne leggono, nel senso che questo si legge con passione e trasporto, non è un mero esercizio di stile per addetti ai lavori, ma è scritto con linguaggio sobrio ed essenziale, come un romanzo d’altri tempi. Sanguineti aveva già pubblicato Il cinema secondo Sonego (Transeuropa, 2000), che per l’occasione amplia e rende definitivo, inserendo vita, opere, dichiarazioni, aneddoti e commenti critici su film importanti come Il vedovo, Il boom, L’avaro, Assolto per non aver commesso il fatto, La donna del fiume, In viaggio con papà, Un eroe dei nostro tempi, senza dimenticare pellicole meno note come Ida e i porci, Il disco volante, Io e Caterina, Marechiaro… Ci sono anche i film non realizzati e i non accreditati, così come non manca un breve manuale di sceneggiatura. Un libro utile che l’appassionato di cinema non deve perdere, per capire quanto l’Italia della commedia debba a un geniaccio come Sonego (1921 - 2000), uno che Sordi considerava imprescindibile. L’attore romano accettava un film a scatola chiusa se l’aveva scritto il collaboratore di una vita, incontrato per caso sul set de Il seduttore (1954). Gustosi anche i capitoletti iniziali dove Sanguineti cita le opinioni di Sonego su attori, produttori e sceneggiatori, realizzando una galleria di ritratti cinematografici.

A proposito di cinema è doveroso riscoprire Il racconto dei racconti di Giambattista Basile (1575 - 1632), ovvero Il trattenimento dei piccoli, tradotto dal napoletano da Ruggero Guarini. Adelphi non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di compiere un’altra grande operazione culturale di taglio popolare. Matteo Garrone ha riportato d’attualità il libro sceneggiando da maestro quattro storie fantastiche, ma il lettore avido di suggestioni fiabesche dal tono fantasy ai limiti dell’horror, non devono mancare di approfondire la materia. La lingua usata per la traduzione non è facilissima, serve un minimo di cultura letteraria per apprezzare l’opera, ma dopo un poco di fatica se ne esce soddisfatti. Molto di più che dopo aver gustato l’opera omnia di Fabio Volo e l’intera serie del Bar Lume. Ve lo garantisco.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

Mostra altro

Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia

30 Giugno 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia

Raramente torno nei luoghi che ho già visitato. Il timore di trovare cambiato ciò che mi è piaciuto, e ha lasciato un ricordo indelebile nella mia mente, mi impedisce di vederli altre volte. Ma l’Iran, così come pochi altri Paesi, ha fugato i miei timori. Non solo mi offre itinerari sempre nuovi e affascinanti, ma qui ho scoperto anche una società che cambia e si evolve positivamente.

Mi ci sono recata in più occasioni ed ogni volta ho scoperto, con entusiasmo e soddisfazione, piccoli ma significativi cambiamenti che avvenivano a distanza di poco tempo. Devo ammettere che la “mia prima volta” in Iran fu un avvenimento eccezionale per la popolazione locale.

Ero con un gruppo di 44 persone, mai così tante insieme nel Paese dopo la riapertura al turismo, e venne persino la televisione locale ad intervistarci.
Ma la cosa che mi rimase più impressa, oltre alle indiscusse bellezze della città e dei siti archeologi, fu la cordialità e il genuino senso di accoglienza della gente. Certo, mi fece un po’ impressione vedere le donne indossare lo spolverino e il foulard o il chador, ma dopo aver parlato con alcune di esse, mi ero resa conto che coloro che indossavano il chador lo facevano per esprimere la propria religiosità.

Il ritorno in Iran, dopo averla visitata quando era governata da 3 Presidenti, mi ha messa nella condizione di osservare se con Kathami, guardato con molta simpatia e con molte speranze dal mondo occidentale, fosse cambiato qualcosa. Dopo il periodo in cui il mondo guardava con poca simpatia il paese, “grazie” all’ex Presidente Mahmud Ahmadinejad, ora, con Hassan Rohani, si avverte concretamente che qualcosa sta muovendosi all’interno del paese.

Innanzi tutto i ragazzi non indossano più quelle camicie un po’ larghe, così come i pantaloni per noi poco eleganti e fuori moda. Oggi portano con grande disinvoltura T-shirt colorate e con disegni sopra i blue jeans. Le ragazze, che indossavano uno spolverino che copriva il loro corpo sino alle caviglie, ora vanno in giro con jeans – anche aderenti – e delle casacche lunghe sino al ginocchio e non tanto larghe da nascondere le loro “forme femminili” (la gioventù irariana è molto bella, soprattutto le ragazze).

Le signore di una certa età, hanno tolto il chador per indossare uno spolverino che le copre sotto il ginocchio.

E’ d’obbligo, comunque – che portino il foulard, ma non più nascondendo tutti i capelli o la frangia. Le donne molto religiose continuano, come prima, ad indossare il chador, ma questa è una loro scelta. Già all’arrivo all’aeroporto di Tehran era visibile un certo “allentamento” e snellimento nei controlli. Durante il tragitto che mi separava dall’aeroporto all’albergo, rimasi con il viso incollato al finestrino dell’automobile pronta a cogliere qualsiasi altra novità, che non si fece attendere.

Rimasi stupita, infatti, nel constatare che alcune ragazze indossavano calze trasparenti e che dai loro foulard spuntavano “impertinenti” frangette brune o bionde. Inoltre, vidi alcune coppie che camminavano mano nella mano.

Sì, indubbiamente qualcosa era cambiato, e queste piccole ma importanti cose mi confortarono molto. Avevo sempre saputo che sotto quell’abbigliamento per noi castigante e troppo austero c’erano donne come me, con gli stessi sentimenti, le medesime passioni, le gelosie, gli amori e le insofferenze alle imposizioni che, in ogni luogo del mondo, regolano la nostra vita.

Queste piccole affermazioni della propria libertà personale mi riempirono ulteriormente di gioia, anche se le avevo già incominciate a notare ai tempi di Khatami.

Questa volta, a differenza delle altre, non ho indossato il mio spolverino nero ed i foulard colorati, ma avevo comprato casacche sopra i pantaloni e neppure tanto larghe. I miei capelli lunghi uscivano dal copricapo e la mia frangetta era a bella vista sulla mia fronte. Non che volessi non rispettare le loro usanze, ma già dalla penultima volta che c’ero stata mi ero resa conto di essere un po’ troppo “castigata” e un po’ simile ad una suora.

Ma ho sempre ritenuto che il rispetto per la popolazione che ci ospita è fondamentale, siamo noi che dobbiamo adeguarci alle loro regole e vestita così mi sentivo più a mio agio perché ero simile alle donne locali. Nessuno mi aveva obbligata a recarmi in Iran, pertanto ho sempre accettato e fatte mie le regole per rispetto nei confronti delle iraniane.

E mi erano sembrate fuori luogo e prive di riguardo alcune turiste italiane, incontrate più di una volta nei vari aeroporti e nel museo di Tehran, che andavano in giro con il collo scoperto e con un fazzoletto per copricapo.

La loro accompagnatrice, piuttosto giovane, aveva dato il cattivo esempio e, di conseguenza, tutte le signore del gruppo si erano adeguate allo “stile” piuttosto disinvolto della tour leader. Più volte ho assistito agli inviti delle donne iraniane, addette ai controlli negli aeroporti, di coprirsi e più volte mi sono vergognata per la loro mancanza di rispetto, immaturità e anche… stupidità.

MASHAD, CITTÀ SANTA

Il mio ritorno in Iran era dettato anche dalla curiosità di vedere città che non avevo ancora visitato. Fra queste la città santa di Mashad, luogo di pellegrinaggio di milioni di musulmani, situata nel nord est del Paese.
Dopo la Mecca e Karbaia, in Iraq, Mashad è il luogo di culto più importante per gli Sciiti perché nel santuario chiamato Astane Ghods–e Razavi vi è sepolto il loro ottavo Imam, l’Imam Reza. Mashad significa letteralmente “luogo del martirio” perché vi fu ucciso nell’817.

Così, quello che precedentemente era un piccolo villaggio di nome Sanabad, dopo la morte dell’imam Reza ha preso il nome attuale ed è divenuta una grande città e luogo di culto.
L’imponente moschea, costituita da un insieme di più edifici, è una costruzione straordinaria che affascina per la ricchezza delle cupole e dei minareti, completamente ricoperti d’oro, e per la bellezza dei suoi color.

È definita, non a torto, una delle meraviglie del mondo islamico e la sua imponenza è pari alla spiritualità che riesce a trasmettere ai fedeli.

Gli interni sono decorati con mosaici di specchi e le porte sono rivestite d’oro e d’argento. All’interno delle costruzioni, che compongono il maestoso mausoleo, si trova un interessante museo nel quale sono esposti antichi Corani e manoscritti d’importanza storica, oltre ad oggetti di notevole pregio. Il museo ospita anche una ricca biblioteca. Fanno parte inoltre di questo insieme la Grande Moschea di Ghoharshad, risalente all’epoca mongola, e il mausoleo di Cheykh Bahai con la Scuola Parizad.
Le donne, anche straniere, per entrare nelle moschee devono indossare obbligatoriamente un chador che alle turiste viene consegnato gratuitamente prima di accedere ai luoghi di preghiera. Ricordo di essere rimasta colpita dal grande silenzio, nonostante il gran numero di persone presenti. Gente proveniente non solo dalle varie regioni dell’Iran, ma anche da altri stati.

Il Mausoleo, infatti, rappresenta per gli islamici ciò che la Basilica Vaticana è per i cattolici. Gente di ogni ceto sociale è unita nella preghiera: gli uomini da una parte e le donne dall’altra. Tra queste spiccano quelle provenienti dalle campagne perché indossano abiti colorati e un po’ più corti ed hanno gli avambracci scoperti. Al di fuori di questo grande e suggestivo insieme di edifici, la città offre altri interessanti luoghi da visitare, quali il Giardino Nazionale e la tomba di Nadir Shah.
A 25 km da Mashad si trova la città di Tus, nella quale è morto e sepolto il grande poeta epico Ferdusi. A lui il popolo iraniano deve la conservazione della lingua persiana. Le invasioni arabe nel loro territorio, infatti, apportarono sia il cambiamento della lingua ufficiale che della religione. I persiani divennero seguaci dell’Islam, però, grazie a Ferdusi, si riappropriarono della loro antica lingua, quella parlata ancora oggi. All’interno del mausoleo un piccolo museo conserva antichi ed interessanti reperti storici.

SHIRAZ, CUORE DELLA STORIA IRANIANA

Non poteva mancare in questo mio ritorno in Iran una nuova visita a Shiraz, definita la città giardino. Le sue origini risalgono all’epoca degli achemenidi (500 a.C.) e deve la sua fama ai più grandi poeti dell’Iran: Sa’di e Hafez ai quali sono stati dedicati due mausolei, mete di visita di iraniani e stranieri.

A Shiraz numerosi monumenti testimoniano una gloria e una cultura millenaria. La città è ricca di splendide moschee, tra le quali mi piace ricordare la Moschea del Venerdì, di Nassir, Chah Tcheragh, o Moschea degli Specchi, una delle più belle e suggestive di Shiraz.
Ancora una volta un mio incontro con alcune donne in preghiera all’interno di questa moschea, come era già avvenuto nel mio primo viaggio, ha riconfermato la volontà universale del cosiddetto “sesso debole” di vivere in pace. A 60 km a nord–est di Shiraz si trova Persepoli, l’antica capitale fondata da Dario il Grande nel 512 a.C.. La città rasa al suolo da Alessandro Magno, conserva i resti dei palazzi dei re achemenidi.

Splendidi bassorilievi, perfettamente conservati, raffiguranti scene di vita militare e di corte, colonne, ampi portali e scalinate, testimoniano un passato glorioso e ricco.
Poco distante da Persepoli c’è Naghsh–e–Rostam, località nella quale sono state scolpite nel pendio di un monte le tombe dei quattro re Achemenidi e il tempio dedicato al dio Zoroastro. Vicino a questo affascinante luogo sorge Pasargad dove è situata la tomba di Ciro il Grande.

ISFAHAN, L’ALTRA METÀ DEL CIELO O DEL MONDO

Chiunque abbia avuto la possibilità di visitarla ne è rimasto affascinato perché è sicuramente una delle più belle città del mondo. È qui che si avverte un senso di spiritualità raramente riscontrabile in altre, ed è qui che si è catapultati in pieno Islam.

Suggestive moschee dalle cupole e minareti rivestiti con piastrelle color turchese, azzurro e bianco, sono il patrimonio più importante della città definita, non a torto, l’altra metà del cielo o del mondo.

Ad Isfahan è tutto ordinato e pulito. Un gran senso di serenità viene trasmesso dai suoi giardini curati, dagli splendidi ed antichi ponti che sovrastano il fiume Zayandeh Roud che la divide in due, e dai ritmi di vita non frenetici dei suoi abitanti.

La città sembra ruotare attorno alla grande piazza Naghsh–e–Jaham, chiamata comunamente piazza Imam, sulla quale si affacciano, oltre a 200 negozi, le più belle moschee di Isfahan, prima fra tutte quella dell’Imam, decorata con finissime piastrelle.

Il Palazzo Ali–Ghapoo, invece, riporta le pitture dei famosi maestri dell’epoca safavide mentre quella di Sheikh Lotfollah ha le pareti interne rivestite con piastrelle di impareggiabile bellezza.

Il più importante monumento storico di Isfahan è la Moschea Jamè o Moschea del Venerdì, la cui architettura risale ai primi secoli islamici ed è eccezionale la varietà dei suoi soffitti.

Il Palazzo Chehel Sotun o Palazzo delle 40 colonne, è situato in un meraviglioso giardino ed è affrescato con mirabili pitture. Oltre alle Moschee, però, nel quartiere abitato dagli armeni ci sono alcune chiese. La più nota è quella di Vank che vanta anche affreschi di pittori italiani.

KERMAN E LA DISTRUTTA BAM, LA CITTÀ–FORTEZZA

Kerman, famosa per i suoi tappeti, è la città che ancora ospita gli antichi iraniani, ossia gli zoroastriani, che possiedono propri templi per il culto della loro religione. Situata in una regione montuosa e desertica, è ricca di monumenti storici che ne testimoniano l’antichità.

Un tempo Kerman era la base di partenza per raggiungere l’antica “città di fango”, ovvero Bam, distrutta da un forte terremoto nel 2003 ed era stata il set che rappresentava la Fortezza Bastiani nel film “Il deserto dei Tartari” .

Attraverso una strada costellata da piccoli villaggi e da una vegetazione tipica delle zone aride, si arrivava nell’antica fortezza, nota per le rovine di una città medievale, ancora molto ben conservate.

La cittadella, costruita con mattoni di fango e paglia, si confondeva con il paesaggio circostante proprio per il suo colore dovuto ai materiali impiegati nella costruzione. Vi si accedeva attraverso una piccola porta d’ingresso ed era impressionante l’estensione di tutto il complesso che, visto dall’alto, mostrava stradine e vicoli che conducevano a resti di palazzi, moschee e caravanserragli. Ma ora sono soltanto rovine e niente più.

TEHRAN, UNA GRANDE METROPOLI

Solitamente Tehran viene visitata molto frettolosamente dai turisti perché è una città frenetica e moderna che, a prima vista, non suscita entusiasmo. Però ci sono tanti luoghi da visitare, primo fra tutti il Museo Archeologico Nazionale, ricco di testimonianze risalenti all’epoca di Dario, poi l’interessante ed unico Museo del Tappeto, nel quale sono esposti rari e preziosissimi tappeti persiani. Inoltre, da non perdere: la residenza estiva dello Scià Reza Pahlavi, la Moschea dell’Imam Khomeini; il Museo del vetro e della ceramica; il Museo e Palazzo Golestan.
Per gustare la visita di tutta la città, si può andare in funivia fino alla vetta di Tochal e da lì ammirare lo splendido panorama offerto dalla vastità della capitale.

Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia
Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia
Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia
Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia
Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia
Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia
Reportage Iran: viaggio nell'antica Persia
Mostra altro

La corale Costanza e Concordia

29 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #musica

La corale Costanza e Concordia

Tutti conoscono la corale Pietro Mascagni, non tutti sanno che porta questo nome dal 1945, anno della morte del compositore labronico, ma si è evoluta dalla precedente Corale Costanza e Concordia.

Quest’ultima, a sua volta, era nata nel 1877 dalla fusione di due corali maschili, la Costanza e la Concordia appunto. Il nuovo complesso era formato da circa quaranta elementi e come emblema adottò l’immagine di due dame che si danno la mano.

Il primo direttore fu Oreste Carlini, morto a Livorno nel 1902, direttore di banda e compositore. La corale Costanza e Concordia contribuì al successo di Cavalleria Rusticana al Goldoni, alla presenza di Mascagni stesso.

La sede iniziale era nel Teatro San Marco, poi distrutto dai bombardamenti.

Mostra altro

Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza

28 Giugno 2015 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza
UNA CITTÀ MULTIETNICA CHE SA OFFRIRE TANTE BELLEZZE STORICHE E ARCHITETTONICHE

Rapiti dall’atmosfera rarefatta e dalla grande intensità luminosa e cromatica di una bella giornata, si ammira il cielo terso e limpido di Marsiglia e finalmente si comprende perché la Provenza, tanto amata dai pittori, soprattutto impressionisti, continui ad essere così impareggiabilmente affascinante. ”Seicento anni prima di Cristo marinai di Focea sbarcarono e fondarono Marsiglia, dalla quale si diramarono in Occidente i raggi della civiltà” è quanto si legge su una placca di bronzo al Porto Vecchio. Marsiglia, infatti, primo insediamento urbano in Francia, con 2600 anni di storia alle spalle, accolse fin dall’antichità una miriade di popoli: Fenici, Greci, Cretesi, Ebrei, Etruschi e Romani.

Ora, le voci del passato portate dal mistral riecheggiano lungo il viale Canebière, attraverso l’intrico dei vecchi vicoli del centro storico, interessante perché è un viale lungo un chilometro circa e ricco di storia. Qui, infatti, nel 1666 fu costruita la prima casa. E le voci rimbombano anche per i quais della Joliette, fino in cima alla collina dove svetta il campanile della Basilica di Notre Dame de la Garde, la “buona madre” che veglia dall’alto.

Costruita nel 1864 in stile neo-bizantino, è ricca di marmi e porfidi provenienti dall’Italia. Marsiglia ha anche una imponente cattedrale, che dal 1906 è stata inserita nella lista dei monumenti storici-nazionali francesi e poi c’è anche la bella Cathédrale Sainte-Marie-Majeure de Marseille detta La Major, costruita in stile misto neo-romano e neo-bizantino, che è stata terminata nel lontano 1890.

Ma c’è ancora da visitare un altro posto molto importante perché vi è la Abbaye de Saint-Victo, costruita nel quinto secolo e anche questa inserita nella lista dei monumenti storici francesi. E’ importante perché è una delle prime costruzioni cattoliche del sud della Francia. Da non perdere anche la visita alla Basilique du Sacré-Cœur che, anche se di recente costruzione (è stata costruita nel ventesimo secolo) rappresenta il mausoleo per i caduti della prima guerra mondiale e per i morti della peste del 1720.

Ma è bello girare per la città e conoscerne i vari aspetti culturali e architettonici. Ci sono quartieri che vale la pena visitare. l”Estaque, un tempo villaggio di pescatori ed ora bellissimo quartiere utilizzato spesso come set cinematografico per i suoi colori. Cezanne lo dipinse e il quadro è ospitato al Museo d’Orsay di Parigi.

C’è un altro quartiere, questa volta popolare, Le Panier, molto pittoresco per le case colorate. Per chi ama visitare i Musei c’è quello costruito nel diciassettesimo secolo, il Musée de la Vieille Charité, dove convivono il museo di arti africane, oceaniche ed amerindie e il museo di archeologia mediterranea. All’interno del Palais Longchamp, datato 1862, si trovano invece il Museo delle Belle Arti, di Storia Naturale e un interessante giardino botanico

E ancora, da non trascurare, il Palais du Pharo che si trova nel quartiere Teste de Moreal, nel porto vecchio e da una sessantina di anni è sede della facoltà di medicina. L’Hôtel de Cabre, invece, costruito nel 1535, è la più antica casa di Marsiglia. Poi c’è la Maison Diamantée, che ospita il Museo della vecchia Marsiglia, costruita nel sedicesimo secolo deve il suo nome alla facciata costruita con pietre a punta.

Quello che oggi è l’Hôtel-Dieu, fino al 2006 è stato il più antico ospedale di Marsiglia e la sua facciata è del diciottesimo secolo.

Chi ama le cose particolari si deve recare alla stazione di Saint-Charles, del 1848, che possiede una bellissima e larga scalinata ornata con lampioni in ferro battuto.

La città possiede molti giardini e uno dei più belli è il Parc Borely. Qui è possibile notare vari stili di costruzione mondiale dei giardini e si possono ammirare quello inglese, francese e cinese. E’ anche molto ricco di statue ed è piacevole passeggiare ammirando la diversa bellezza di ogni sezione.

Marsiglia, con una popolazione di oltre 850.000 abitanti distribuiti nei 111 villaggi che ne compongono il territorio (due volte più grande di quello di Parigi), appare bella e felice, fiera dei panorama mozzafiato che si gode dall’alto dei suoi colli o degli indimenticabili scorci che svelano il blu intenso del mare fra le selvagge asperità del massiccio delle Calanques, luogo privilegiato per passeggiate, scalate, immersioni subacquee e kayak.

La Marsiglia di oggi è una città mediterranea viva e vitale che, ancora spaccata tra la vecchia e la nuova immigrazione, esprime contrasti anche violenti ma, proprio grazie alla sua multietnicità che rappresenta la sua grande ricchezza, cerca di riscattarsi dall’immagine un po’ sordida derivatale dal tradizionale paragone con Algeri o Napoli.

Fortunatamente, da anni, molto si sta facendo per regalare quel prestigio che merita. A Marsiglia, in questi ultimi 20 anni, il settore navale si è considerevolmente sviluppato. Nel ’99, infatti, la città ospitava 156 scali e 148.000 passeggeri rispetto ai 18.000 del 1995, cifre aumentate notevolmente da quando fu inaugurato il nuovo porto croceristico che, accogliendo le più grandi navi del mondo, si è situato tra i più importanti della Francia.

La città si pone anche come destinazione congressuale, grazie alla dotazione di molte strutture, tra le quali, il Palais des Congrès du Pharo ed il Centre des Congrès du Parc Chanot, ideali per eventi di grande portata.

La collaborazione tra il Comitato Regionale per il turismo ed il mondo del calcio, che nel tempo ha già prodotto ottimi risultati in termini di notorietà e commercializzazione turistica, prevede visite guidate allo stadio velodromo.

Non mancano altre opportunità culturali degne di una grande metropoli: oltre ai tanti musei di tipologie differenti. Oltre al teatro dell’Opera (gioiello dell’Art Dèco), ai teatri di prosa con più poltrone per abitante che a Parigi, agli ateliers d’arte, messi a disposizione dei giovani scultori, pittori e musicisti sia marsigliesi che stranieri, valorizzano la grande ricchezza conferita alla città dal mosaico di etnie che la abita.

Esiste un tradizionale antagonismo che oppone i marsigliesi ai vicini abitanti di Aix-en Provence, città considerata dotta e snob rispetto alla più gaudente Marsiglia.

Lo splendore culturale di Aix, come la chiamano semplicemente i suoi abitanti, ha origini remote: La Sainte Victoire, l’aspro monte che domina il paesaggio della città, fu il motivo ispiratore della pittura di Cèzanne, nativo del luglio, che tendeva ad immortalare sulla tela ogni raggio di luce rifranto sulle roccia nelle diverse ore della giornata. La città dalle 100 fontane, famosa fin dall’antichità per i benefici delle sue terme, ospita importanti facoltà universitarie sorte nel xix secolo.

Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza
Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza
Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza
Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza
Spunti di viaggio: Marsiglia, cuore palpitante della splendente Provenza
Mostra altro

Laboratorio di Narrativa: Mari Nerocumi

27 Giugno 2015 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #racconto, #Laboratorio di Narrativa, #ida verrei, #poli patrizia

Laboratorio di Narrativa: Mari Nerocumi

Monologo, dialogo, flusso di coscienza: sofisticate strategie narrative attraverso le quali l’autrice ricostruisce la storia dolente di una donna. Un cerchio che si apre e si chiude sulle stesse parole, su un nome che riporta al passato. Un loop fra ciò che è e ciò che è stato, dove tre donne e un uomo si muovono attraverso dialoghi serrati, riannodando il filo della memoria per ricostruire la trama. Queste quattro persone sono “Le variabili del cerchio” di Mari Nerocumi: Delphine, malata di cancro, Roxane, sua ex compagna, David, fratello dell’una e marito dell’altra, Cécile, madre di Delphine, moribonda in un letto d’ospedale. Un cerchio fatto di omosessualità, di famiglia, soprattutto di affetti intrecciati e intersecati.

L’amica “speciale” di un passato ormai lontano, l’eterno senso di abbandono che accompagna ricordi dolce-amari, una verità mai svelata e poi, l’ultima beffa della vita, la scoperta della malattia. È questo che e convince Delphine, la protagonista, a riprendere la ricerca di una madre mai conosciuta e, nella scoperta del segreto rivelato, ritrovare la vita che proprio la madre morente ancora una volta le regala. Delphine rintraccia Cécile quando sembra essere troppo tardi, quando è in procinto di pederla ma, invece, tardi non è, perché proprio questa donna che per salvarla ha rinunciato a lei, sta per offrirle nuovamente se stessa con una donazione di organi.

Qullo che colpisce Delphine, più che la possibilità di salvezza insperata, è l’idea di essere stata burattino sul palcoscenico, manovrato a sua insaputa da Cécile prima e da David e Roxane poi, essere stata, appunto, “variabile del cerchio”. “È come se non avessi mai vissuto la mia vita, è come se mi fosse stata negata la capacità di scegliere e agire.” Ma anche lei, anche Delphine, mente sulla malattia, e il gioco del non detto si moltiplica come in un labirinto di specchi.

È forse la figura della madre il punto debole del racconto. Una “madre-eroina” disposta a rinunciare alla figlia per preservarla dalla violenza di un padre aggressivo e pericoloso, è in verità, oggi, poco probabile. L’abbandono, il distacco, appare piuttosto come la scelta di una donna debole, incapace di ribellarsi e di costruirsi un’ esistenza autonoma, lontana dal dominio maschile, libera con la propria creatura. L’altro punto è, forse, il non aver saputo ben integrare l’interessante antefatto del collegio - con la ribellione saffica delle due ragazze - al resto della storia.

È un racconto scritto con grande delicatezza di linguaggio, ma anche con forza, con un ritmo serrato che arricchisce tutta la narrazione di pathos. Lo stile è molto pulito e questo, al giorno d’oggi, è già tanto.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Le variabili del cerchio

Mari Nerocumi

Nel buio della stanza d'ospedale le parole della donna risuonano come un’eco interminabile.

D’impulso le chiedo come si chiama.

–Renée, ma il mese prossimo sarò Suor Teresa.

Un tuffo al cuore mi porta su una giostra irrefrenabile mentre la mente cerca di rallentare, ha paura dei vari buchi in cui può incappare, sparsi qua e là.

Uno di questi è proprio il nome della suora cui mi affidasti ancora prima che nascessi. I ricordi mi riportano alla disperazione di due mesi fa, quando ho saputo della malattia e ai tentativi fatti per accettarla. Mi sono illusa di recuperare la mia dignità mantenendo un segreto bugiardo. Un altro buco in cui sono inciampata. Per accettare quello che mi stava succedendo, sono arrivata persino a registrare la mia voce, nel tentativo di acquisire quelle poche sicurezze che ora tu, immobile in questo letto, stai demolendo a una velocità insostenibile.

Ma sei stupida!– mi urla il cuore ora – Quale altro segno dovevi ancora darmi? Seduta, con le braccia conserte, avverto il tumulto dal di dentro. Come ho fatto a non capire?

Sono diventata così cieca da non comprendere che stai morendo per me, per darmi nuovamente la vita.

Affondo la faccia nelle mie lacrime, ma stavolta non hanno a che fare con la disperazione: è il tuo amore che mi assale. Sfinita mi arrendo e scelgo finalmente di credere che tutto questo non sia frutto del caso. Accasciata sul tuo corpo mi addormento mamma, ora che so che non voglio più lasciarti e che tu, non mi lascerai più.

–Ho bisogno di tornare a Le Mans e vorrei che tu venissi con me. È un favore che ti chiedo!

–Le Mans?...Ma come ti salta in mente, tornare lì è da pazzi, dopo tutto quello che abbiamo passato.

Non contare su di me. Io ho deciso di metterci una pietra sopra.

–Io no, Roxane, non posso –

Sento la vita che mi sfugge dalle mani e mi sembra l’unica alternativa alla pazzia.

Ho mentito a me stessa troppo a lungo e ora è arrivato il momento di fare ordine.

–Perché? Non capisco. Sono anni che ci vediamo solo per le feste comandate, raramente affrontiamo discorsi diversi da che tempo fa oggi e dal nulla mi chiedi un favore così grande.

Mi stai nascondendo qualcosa … Cosa ti avrà riportato a quel periodo?

–È vero, è strano che io lo chieda proprio a te.

–Soprattutto dopo quello che è successo. Era questo che stavi per dire?

–Roxane, in ballo c'è la nostra amicizia. Non conta niente che te lo chieda io?

–La nostra amicizia? La nostra storia la chiami… “amicizia”? Ma ti ricordi come sono andate le cose? Come ci siamo lasciate te lo ricordi?

–Non volevo riferirmi a questo.

–Che mi hai lasciato per un uomo, lo ricordi?

Sembra tu stia parlando di un’altra persona e di un’altra vita.

– A quel tempo eravamo molto confuse.

– No, tu eri quella confusa.

– Sì io ero molto confusa. Ero un’adolescente con le idee poco chiare sulla propria sessualità, in un collegio di sole donne ...

–Che faccia tosta … Continui a infierire?

–Ma se David me l'hai presentato proprio tu.

–Non mettere in mezzo mio fratello!

–Ma è possibile che dopo tanti anni ce l’hai ancora con me? Hai la tua vita adesso e pensi ancora a quello che è successo tra noi?

–Alcune delusioni sono difficili da superare e basta!

–Lo vedo.

–E poi… Eravamo confuse, lo so, ma nonostante tutto una parte di me l’ho lasciata in quel collegio e certe volte provo ancora nostalgia.

– Già, è vero, allora ci torni con me? Voglio liberarmi dai rimpianti una volta per tutte.

– Che intendi? C’entra ancora la ricerca di tua madre?

Era questo che mi nascondevi?

– Sì, è così. Ma c'è dell'altro. Il Saint Julien è stato il luogo che ha visto le nostre menti in subbuglio, io con la mia ansia, tu con i tuoi complessi, dare una svolta significativa ai falsi perbenismi e moralismi che imperavano chissà da quando. Siamo state capaci di smontare i castelli di conformismo che ci circondavano, abbiamo seminato perenne agitazione in quel convento.

– Ricordo come sbiancavano le suore quando sentivano odore di guai, la nostra unione sfidava la loro legge naturale e più si sentivano minacciate e più ci divertivamo.

– E ti ricordi il periodo in cui volevano tenerci a distanza? Suor Celine dopo la predica serale ci chiudeva a chiave ognuna nella sua cella di punizione. Rimanevamo l’intera notte sveglie a parlare e il muro che ci divideva diventava invisibile.

– Tutto diventava una sfida! Il Saint Julien è stato il nostro castello incantato.

– In quel periodo solo grazie a te sono riuscita a cambiare ciò che ero, facendo spazio alla parte migliore di me ma mi sono illusa di aver finalmente cancellato tutte le mie angosce.

– Già, e poi …

– Avevamo fatto un patto, ricordi?

Lo sapevo che tiravi fuori il patto.

No.

– Ci siamo impegnate a rimanere sempre legate. E invece cosa abbiamo fatto? Cosa ne è stato delle ragazze del Saint Julien, dove sono state nascoste per tutti questi anni?

– Abbiamo semplicemente smesso di fare la guerra. Eravamo delle ragazzine, Delphine!

– Abbiamo smesso di sognare, Roxane.

I portici del Saint Julien erano la nostra finestra sul mondo. Lo squarcio di cielo che accoglieva quel chiostro era il nostro sguardo rivolto alla libertà. Quelle mura se potessero parlare scriverebbero poemi di solitudini sconfinate.

– Ma tutto questo è successo prima della nostra storia.

Lo sapevo che mi facevi piangere.

– Perché non recuperiamo quello spirito tornando lì? Non ho altra scelta Roxane, sento che solo tu mi puoi stare accanto in questa che potrebbe essere la mia ultima sfida

– Ma cosa dirai a David? E ai ragazzi? Come giustificherai la tua assenza ai tuoi corsisti?

E poi hai già provato tempo fa a cercare tua madre e i risultati non sono stati così incoraggianti. Non vorrei che rimanessi di nuovo male.

– Ora più che mai devo trovarla e la troverò.

Non ho pensato ancora bene cosa dire a David, vorrei raccontargli la verità mezza verità, come sto facendo con te vorrei che sapesse che ritorniamo Le Mans, io e te per fare una gita in nome dei vecchi tempi e per ritrovare… mia madre.

Avevo dimenticato l’effetto che mi fai, sei vento leggero che mi accarezza la faccia e che mi fa respirare aria pulita dopo la pioggia.

Avevo dimenticato quanto senso pratico avesse Roxane.

I suoi bagagli sono già pronti in macchina quando bussa alla porta.

Scende David ad aprirle. Li osservo dalle scale, si abbracciano con una strana aria negli occhi...come se sapessero qualcosa che non so.

Faccio per scendere, ne voglio capire di più, ma Matt ha bisogno di me, prima di partire.

Matt ha la mia stessa sensibilità di quando ero bambina e sono sicura che la mia partenza lo rattrista parecchio.

Ricordo come mi sono sentita quando Suor Teresa se n’è andata. Sono rimasta settimane senza scambiare una parola con nessuno e temo che anche Matt possa provare le stesse sensazioni per poi rinchiudersi in se stesso. Al mio ritorno spero di avere ancora occasioni per farmi perdonare per questa ed altre mille mancanze.

Forte è la spinta che mi impedisce la resa e ora come ora non ho la possibilità di tornare indietro.

Forte è il bisogno di cercare quella parte di me che mi è sempre mancata. Ma forte è anche l’ansia che mi assale...

Chi cerco a Le Mans adesso che è passato così tanto tempo?

Chi troverò? Qualcuno che ha il mio stesso sangue? Una madre affettuosa disposta a starmi vicino? Mi sento stupida ed egoista a pormi queste domande, forse è l'istinto di sopravvivenza di chi è malato mi rispondo. E se non vivesse più a Le Mans?

Di lei so che mi ha negato il suo affetto, la sua presenza, ma ora che sto male non può più continuare a ignorarmi né posso continuare a ignorarla io.

– Pronta?

– Sì eccomi...

– Povero cucciolo, te la riporterò presto quest'impiastro di madre.

– Sì ma è l'unica madre che ho, risponde un po' imbronciato Matt.

L'unica madre che ho è la risposta di un figlio

– Mamma mi porti un profumo francese?

Non mi sorprende la richiesta di Becky che invece è contenta di liberarsi per un po' di me.

– Certo. Hai qualche preferenza?

– Sì voglio Chanel n.5, l’original, mi raccomando.

– Stai attento ai ragazzi.

– E tu starai attenta a te? – mi chiede David con la solita dolcezza.

Gli rispondo di sì con un sorriso, cercando di infondergli sicurezza, ma dal suo sguardo non ne traspare tanta.

Mi chiude lo sportello della macchina e vuole che apra il finestrino prima di andare, per sussurrarmi all'orecchio il suo ti amo.

Gli stringo la mano mentre con l’altra saluto i ragazzi seduti sugli scalini, sono tutto quello che ho, mi dico soffocando le lacrime per la paura di perderli.

Ci dirigiamo verso il porto e mi suona strano ora stare in macchina con Roxane. Guardo fuori dal finestrino e mi sento in imbarazzo, come se avessi il dovere di porgerle delle scuse ma non certo la volontà.

E nemmeno lei a quanto pare ha voglia di parlare, assorta in chissà quali pensieri, guida in silenzio, incurante di tutto ciò che la circonda.

A un certo punto il suo silenzio mi incuriosisce così tanto che mi dimentico del mio imbarazzo e sono io a voler rompere il ghiaccio.

– Tutto ok Roxane? Ci hai ripensato?

– No, al contrario... mi ci voleva un bel viaggio, certo non avrei mai pensato di farlo a Le Mans, ma avevo bisogno anch'io di staccare la spina.

– Era a questo che stavi pensando?

– Sì anche... un po' di cose messe assieme.

– Non mi hai detto come l'ha presa Anne.

– Beh la conosci no? La sua diffidenza è proverbiale e nemmeno questa volta si è smentita, dati i nostri precedenti.

– Dipende da cosa le hai raccontato.

– Dici?

– Sì dico.

– Lei pensa che la storia che abbiamo vissuto abbia ancora importanza per me.

Sono sicura che questo è quello che pensi tu

– E poi ci sono diverse cose che mi frullano in testa e soprattutto una che ancora non ti ho detto: Anne ha espresso il desiderio di avere un figlio e mi ha proposto di adottarne uno.

– Gesto coraggioso, è davvero ammirevole da parte vostra, e tu? Condividi il suo stesso entusiasmo?

– Ecco è proprio questo il nodo della questione, io non so se ho tutto questo coraggio. Diventare madre mi spaventa, sento che è un ruolo che non mi si addice.

– Forse dovresti dirlo ad Anne, dovresti parlarle chiaro.

L'arrivo al porto interrompe il nostro discorso. Il mio sguardo si perde all'orizzonte e mi lascio pervadere dall'odore salmastro del mare. Era da tempo che non ci venivo.

Il traghetto per Le Havre sta per partire per cui decidiamo di non tornare sull'argomento.

Ci affrettiamo a raggiungere la banchina per l'imbarco e mentre ci avviciniamo sento l'aria che mi accarezza la faccia e torno a quindici anni fa quando affrontai il viaggio di sola andata verso Portsmouth.

L'immaginazione mi riporta a quei momenti e mi restituisce una pace interiore che non pensavo di poter più provare. Quell'orizzonte era una nuova vita per me e avevo cercato di abbracciarlo in tutta la sua immensità.

– Una volta arrivate a La Havre, prenderemo un taxi per arrivare alla stazione, mi informa Roxane, interrompendo il percorso dei miei ricordi.

Realizzo solo ora che si è occupata del viaggio nei minimi dettagli, ricordandosi soprattutto che io non amo volare.

– Avremmo impiegato molto meno tempo con un volo aereo, le chiedo guardandola.

Lei sorride a occhi bassi.

– Grazie Roxane, le dico con il viso traboccante di sincerità, mentre riponiamo i bagagli nel vano.

Nel ringraziarla avverto la sensazione che aspettavo da quando ci eravamo messe in macchina. Lei mi guarda stavolta e sono io ora a sorriderle. La mia gratitudine è riuscita a rompere il velo che sembrava annebbiare la vista e impedire di guardarci negli occhi. L'imbarazzo di prima è svanito, ritrovo finalmente la persona cui avevo donato il mio cuore un tempo, una persona affidabile, a cui confidavo i miei pensieri più oscuri, che mi sapeva capire senza fare tante domande, ora so che il forte affetto che ci legava non si è mai spento. Sono contenta di averlo ritrovato, come lo è anche Roxane.

– Pronto? David, ci siamo appena imbarcate sul traghetto. Ho lasciato Delphine in bagno e sono corsa a chiamarti.

– Calmati, andrà tutto bene.

– Spiegami come? Non so se ce la faccio a resistere. Sono anni che le nascondiamo la verità. I sensi di colpa mi stanno divorando e non ho il coraggio di guardarla negli occhi. Non riesco a sopportare più questo peso che porto da quindici anni sulla coscienza.

– Ricordati che se abbiamo scelto di non dirle la verità è perché è stata sua madre a volerlo.

– E credi che questo basti a far tacere la mia coscienza?

– Ascolta Roxane, io non so perché Delphine abbia deciso dopo quindici anni di ritornare a Le Mans e ritrovare sua madre, ma se è quello che desidera noi non possiamo impedirglielo. Cécile mi ha fatto promettere di non dirglielo e cavolo si tratta di mia moglie! Non credere che non mi sia costato nasconderle la verità per tutti questi anni.

– Allora devi dirglielo, David! Io non posso continuare a vivere questa farsa,

mi sono tenuta alla larga apposta, ma nonostante questo lei è me che ha cercato per questo viaggio.

Ma come credi che reagirà quando saprà che la madre ha sacrificato la sua vita, il suo amore per tenerla lontana da un padre drogato e manesco e soprattutto che noi ne eravamo al corrente?

– Non lo so. Non riesco a immaginare quali possano essere le conseguenze.

Delphine è sempre stata così imprevedibile.

– Allora raggiungici. Ho la sensazione che il momento giusto sia arrivato e non si possa più rimandare. Se non vuoi dirglielo tu, glielo dico io.

– Roxane, non essere impulsiva. Va bene, prendo un volo e vi raggiungo alla stazione. Aspettatemi lì.

Delphine, spero solo tu ci possa perdonare.

Mi ricordo di lei come se la vedessi adesso...con le dita nelle grate del giardino del Saint Julien, quasi a volerle strappare...

ti osservava durante la ricreazione, gioiosa al vederti e così triste al lasciarti.

Spero non dubiterai della nostra buona fede, volevamo solo proteggerti e quando decidesti di venire a vivere a Portsmouth ci sembrò il momento meno opportuno per rivelarti una verità che si presentava così scomoda a tutti.

– David? Cosa ci fai qui? È successo qualcosa ai ragazzi?

– No, i ragazzi stanno bene. Li ho accompagnati dai nonni.

– E perché? Tu lo sapevi, Roxane?

– Beh…Sì, mi ha avvisato che avrebbe preso un volo per raggiungerci.

– Delphine devo parlarti…

– Io vi lascio da soli. Vi aspetto al caffè di fronte all'edicola.

– Ma come? Dove vai, Roxane?

– Delphine, vieni, troviamo un posto per sederci.

– Ma si può sapere cos’è tutto questo mistero?

– Nessun mistero, cara. O meglio, voglio che non ci siano più misteri sulla tua vita a Le Mans.

Ora che siamo qui scoprirai la verità, quella che cercavi quando ci siamo conosciuti. Non so come la prenderai e mi sento un codardo per non avertene mai parlato.

– Ma di che stai parlando?

– Quindici anni fa ero giovane e soprattutto innamorato perso di te. Avrei fatto qualsiasi cosa per proteggerti ed è quello che feci. In cuor mio sapevo di negarti un diritto ma l'istinto di proteggerti ebbe il sopravvento.

Delphine, quindici anni fa ho conosciuto tua madre e non te l'ho mai detto. Roxane è stata mia complice nel cercare informazioni su di lei dopo che mi riferì che il tentativo di rubare il tuo fascicolo personale era fallito. Ci servimmo di un investigatore privato che in poco tempo ci fornì le notizie che cercavamo. Scoprimmo che tua madre si chiamava… si chiama Cécile Le Blanc,

originaria di Nantes, e che abita nei pressi di Place de Jacobines. Rue Wibur Wright per la precisione.

– Cosa?

– Calmati Delphine, fammi finire.

Allora aveva quarantotto anni. La sua storia è molto diversa da quella che tu hai immaginato per anni. Quando bussammo alla sua porta ero arrabbiato quanto te, ma quando la vidi apparire all'uscio, senza che avesse ancora aperto bocca, sfumarono tutte le mie più agguerrite intenzioni.

Era una donna minuta e la somiglianza con te era incredibile. Il viso era scavato da una tensione perenne più che dal peso degli anni. Aveva i capelli del tuo stesso colore, raccolti alla nuca, ma ciò che tradiva più di tutto la somiglianza con te era la bellezza disarmante, di chi seduce senza rendersene conto. Forse era la sua perenne aria di tristezza ad aumentare il suo fascino.

Rimanemmo fermi e freddi sulla porta io e Roxane. Non fece cenno di farci entrare.

Capite le nostre intenzioni, uscì lei. Si chiuse la porta alle spalle e ci portò all'altro lato della piazza vicino al fiume Sarthe. Lì seduta su una panchina si sciolse in un pianto e ci rivelò il suo grande segreto. Era come se ci stesse aspettando da tempo. Iniziò a parlare con la sua voce calda e sia io che Roxane ci abbandonammo a quella familiarità estemporanea. Ci raccontò di averti avuta giovane, a ventidue anni. Aveva sposato tuo padre da un paio d'anni, durante i quali aveva già avuto modo di conoscere il suo lato oscuro e di pentirsi dell'errore commesso sposandolo.

Lui si era dimostrato un insoddisfatto che non riusciva a realizzare le proprie ambizioni e che sfogava con la violenza la propria inadeguatezza. Abusava dei farmaci che maneggiava per lavoro e che gli servivano più per stordirsi che per reale dipendenza.

Varie volte era finita in ospedale, e un po' per paura, un po' per mancanza di alternative non aveva mai avuto il coraggio di liberarsi di lui. Si sentiva una vittima ma era giovane e non aveva perso ancora le speranze che le cose potessero cambiare. Lunghi periodi di assenza, dovuti al lavoro, tenevano via tuo padre, dandole una finta tregua e l’illusione di riprendersi la sua vita, fino al successivo ritorno. Io e Roxane la guardavamo increduli senza avere il coraggio di interromperla.

– Continua...

– Ci raccontò che fu proprio durante uno di questi viaggi che si accorse di essere rimasta incinta. Era al secondo mese quando già prese la decisione di affidarti al Saint Julien. Conosceva suor Teresa della quale si fidava e con lei prese accordi.

Alla tua nascita non raccontò niente a nessuno, era tornata a casa dei suoi,

dove tua nonna era morta e tuo nonno era diventato ormai così vecchio da non rendersi più conto del mondo che lo circondava.

Le sembrò un segno del destino, avere la possibilità di vivere un'esperienza solo sua: te. Pensò di fuggire per sempre lontano da lui, ma il peso della fuga continua, l'angoscia di vivere con la paura di essere inseguita e scoperta la fece tornare alla realtà. Il Saint Julien era la scelta più giusta, valeva la pena di starti lontana ma saperti sana e protetta. Mi fece promettere di non dirti la verità. Sarebbe stata lei un giorno a dirtela. Ogni tanto ci scriviamo, io l'aggiorno su di noi, sui ragazzi, e lei è contenta di saperti felice con noi.

Non avercela con Roxane, la decisione di tacerti i fatti è stata mia.

So di essermi comportato da egoista ma ti ho vista felice e non me la sono sentita. Non volevo ostacoli al tuo desiderio di liberarti del passato.

– Cosa ti chiese esattamente?

– Mi chiese di non rivelarti la sua identità, era importante che lo facesse lei al momento giusto.

– Sei stato un vigliacco.

– Delphine cerca di capirmi, ti ho nascosto la verità per tutto questo tempo al solo scopo di evitarti una sofferenza.

– O per egoismo David?

– Non sopportavo l'idea di vederti infelice, finalmente la vita sembrava sorriderti e l'ossessione della ricerca delle tue origini sembrava ormai acqua passata.

– Perché non hai cercato un altro modo per risolverla? Perché vedo un tuo tornaconto in tutto questo?

La tua protezione mirava alla tua tranquillità non alla mia. Il tuo tacere non ha fatto altro che aumentare il mio senso di inadeguatezza. Ho passato la mia vita a cercare di sentirmi bene con me stessa e in mezzo agli altri ignorando che ci fosse qualcuno come mio marito a tirare i fili dall'alto. Prima mia madre, poi Roxane, poi tu, tutti con l’intenzione di proteggermi senza nemmeno avvisarmi quale pericolo potessi correre. È come se non avessi mai vissuto la mia vita, è come se mi fosse stata negata la capacità di scegliere e agire.

– Mi rendo conto solo adesso di aver fatto male i conti, certe cose non si possono rimuovere con un colpo di gesso dalla lavagna, e ora che stai per ritrovare tua madre ti chiedo solo un favore: ricordati di quello che siamo stati e di quello che siamo. Cerca di capirmi ti prego.

– Non so cosa dire David, mi sento ingannata da te e non riesco a perdonare niente adesso, ti prego torna a casa dai ragazzi e lasciami in pace.

– Ok, ti lascio sbollire la rabbia, ma pensa a quello che ti ho detto, ti prego.

– Dove è andato David?

– Gli ho detto di tornare a casa. Non ho bisogno della sua protezione adesso e tanto meno della tua!

– Che cosa stai dicendo?

– Cosa ci fai con quel registratore in mano? Ridammelo e non osare più frugare nella mia borsa.

– Non ho frugato, avevo mille cose in mano tra cui la tua borsa, mi è caduta in terra e...

– Eh cosa?

– Ho ascoltato parte della registrazione Delphine. Quando hai saputo della malattia? Non posso crederci, perché non me l'hai detto subito?

– Cosa avrei dovuto dire? Che posso morire? Tutti possiamo morire da un momento all'altro, e poi dirlo a chi... a te?

– Che intendi con “a te”? E a David e ai ragazzi non ci pensi?

– È proprio perché penso a loro che non l'ho detto!

– Ma hanno il diritto di saperlo.

– Come io avevo il diritto di sapere chi era mia madre?

– Sì, te lo ha detto David?...finalmente!

– Quindici anni di menzogne, come avete potuto?

Siete stati dei vigliacchi, nascondermi la verità sapendo quello che significava per me.

– Abbiamo cercato di proteggerti, era solo questo il nostro scopo credimi. Pensavamo fosse il momento sbagliato, tua madre lo pensava.

– E quando sarebbe stato il momento giusto? Quando lo decidevate voi? E se fossi già morta, non avrei mai potuto sapere che mia madre MI AMAVA così tanto da sacrificare la sua stessa vita per me?

– Non piangere ti prego.

– Lasciami stare...non mi toccare, lasciami da sola!

– No, non posso, mi sento così in colpa e in più adesso che so della tua malattia, vorrei solo scomparire.

– Ecco brava scompari.

– No, non dirmi così, dobbiamo mantenere la calma e riflettere, quando torneremo a Portsmouth, David prenderà contatti con il dottor Milestone, chiederemo il parere di altri medici e stabiliremo il da farsi.

– Basta! Sono stanca del “vostro da farsi”, non l’ho detto a David appunto per questo motivo e non osare farlo tu, altrimenti….altrimenti

– Va bene smettila di piangere, lasciati asciugare le lacrime. Farò come dici tu ma calmati adesso.

– Non c'è molto da fare...morirò e non voglio Roxane, non voglio…

L’afa della città aumenta il mio stato di confusione. Il sole sta calando, dovrebbero essere le quattro ma il mio orologio? L’ho dimenticato e vorrei averne la certezza. Ho la testa frastornata. La confessione di David mi ha messo ko. Sono combattuta. Vorrei comprenderlo ma la rabbia è troppa. Lui che ha sempre predicato la verità come principio indiscusso alla base della nostra vita insieme. Me lo sarei potuto aspettare da chiunque ma non da lui. Eppure lo conosco, lui è uno che se fa una promessa cascasse il mondo la mantiene.

Il taxi preso al volo alla stazione si dirige di corsa a Rue Wibur Wright.

Roxane è accanto a me col viso preoccupato. La guardo mentre il pensiero di mia madre si sostituisce a quello di David.

Non mi aspettavo di poterla conoscere in così breve tempo.

L'immaginazione non indugia a partire. Nei miei sogni è sempre stata una donna di bell'aspetto, dai tratti gentili e remissivi, un non so che di rosso nell’abbigliamento, i capelli raccolti, orecchini di perle e tacco alla francese. Ora ne ha 63 di anni. Chissà se sente il peso dell’età. Chissà come ha fatto a vivere col pensiero di dover sacrificare l’amore di una figlia per saperla in vita.

Rue Pierre Mendès France, siamo quasi arrivate.

Ecco la prossima dovrebbe essere Rue Wibur Wright.

Il taxi si ferma davanti a un palazzo enorme grigio con le finestre bianche, mentre scendo le gambe mi tremano. Roxane mi ha parlato di un appartamento al piano terra, potrebbe essere questo o quello laggiù. Mi fa segno di seguirla, avanziamo verso l’interno dove si apre un ampio giardino con al centro una piccola fontana, la statua di un putto offre acqua dalla bocca, dovrebbe essere quello lì facendomi segno con la mano.

Vedo fiori, tanti fiori sul davanzale della finestra, le cui tende a righe lasciano intravedere poco dall’esterno. La porta di ingresso è quella con gli scalini, ricorda Roxane. Cécile Le Blanc e Philippe Dupont riporta la targhetta affissa sulla porta. Roxane suona il campanello che io non oso toccare. Il cuore mi balza in gola.

Non avverto alcun movimento, né si percepiscono rumori…

Roxane si sporge per suonare di nuovo, ma nessuno viene ad aprire.

Il cigolio di una finestra dall’altro lato del palazzo attira la nostra attenzione, la vecchina che si affaccia ci chiede:

– Chi cercate?

Trattengo il respiro e la voce stenta ad uscire, come quando mi nascosi sotto la scrivania di Suor Celine in cerca dei documenti sulla mia identità.

– Cerchiamo la Signora Le Blanc, sa dov’è?

– Ah Cécile, la mia amica, è in ospedale la povera Cécile al Centre Hospitalier.

– E come mai? Le è successo qualcosa?

– Siete parenti?

– Sì ehm sì, questa donna è una sua parente…

Il respiro non si ferma stavolta.

– Ah ma come…? Ma avvicinatevi vi prego io non vedo bene.

Cécile è sempre stata sola, come me, povera donna.

Il marito l’ha lasciata, un mesetto fa si è trasferito a Parigi quel farabutto. Lei era così contenta di essersene finalmente liberata, non le sembrava vero, diceva di voler partire anche lei per andare lontano da qui, voleva raggiungere una persona, ma non mi ha mai detto chi fosse questa persona. E si stava preparando a lasciare tutto quanto quando è successo quello che non doveva succedere.

Io ero con lei sapete, un improvviso malore…alla testa, non so dire il termine che i medici hanno usato, apo...qualcosa ma quello che so è che da quel momento non si è più svegliata.

Io ho fatto tutto quello che potevo fare, ho raccolto le poche cose che aveva preparato in borsa e ho fatto chiamare l’ambulanza dalla signora Lacroix.

Povera Cécile, la circolazione le ha sempre dato problemi.

È successo tutto così velocemente.

– Quando signora, quando è successo? Le chiedo con la voce affannata.

– Nel primo pomeriggio di ieri, saranno state le tre.

Mi aveva chiamata per dirmi delle piante, quando innaffiarle in sua assenza, ho visto le valigie preparate ma non ha fatto in tempo a dirmi tutto la povera Cécile.

Le infermiere dell’ospedale mi hanno consigliato di parlarle.

La mia voce avrebbe potuto risvegliarla…mi hanno detto, lo credete vero?

Soprattutto se ero una persona a cui voleva bene, ma lo sapevo che l’episodio della spazzatura se l’era legato al dito. Io non volevo farlo, è stata la signora Lacroix a dirmi di attaccarle un cartello per la spazzatura fuori la porta.

– Va bene signora la ringraziamo. Ha detto il Centre Hospitalier?

– Si signorina sì, può darsi che riuscirete a svegliarla voi Cécile, così la riportate a casa.

Roxane mi osserva con sguardo interrogativo …

La ruga in mezzo alla sua fronte tradisce la stanchezza e la tensione.

Ho bisogno di sedermi le dico.

Raggiungiamo l’altra parte della strada, mi siedo su una panchina.

– Perché? Perché le cose non possono mai andare come voglio? Mi sento la testa girare in un vortice.

– Calma Delphine, vado al bar a prenderti qualcosa da bere.

– No per favore, non ti muovere da qui. Non lasciarmi sola, ho paura di sentirmi male.

– Che intendi fare adesso?

– Non lo so, mi ritrovo a conoscere l’unica madre che ho in ospedale, al suo capezzale.

E per dirle cosa? Che sono la figlia che cercava di raggiungere? Che fare? Andare lì e sperare che si svegli come dice la vicina? Povera me, povera stupida, che pensavo di ottenere? Di colmare finalmente il vuoto di una vita spesa a pensare a come sarebbero state le cose se fossi vissuta con lei?

Che strazio Roxane! Che strazio! Mi sento il cuore scoppiare.

Le lacrime mi inondano il viso e i singhiozzi diventano sempre più rumorosi.

Roxane mi stringe la testa con le mani accostandola al suo corpo sudato, un passante mi guarda stranito e rattristato.

Il destino mi ha beffato ancora una volta.

In preda a un torpore generale, non riesco più a decidere e lascio che Roxane lo faccia per me.

Saliamo di nuovo su un taxi diretto al Centre Hospitalier.

– Che io ricordi è un buon ospedale, vedrai che la rimetteranno in sesto, cerca di rincuorarmi Roxane.

Salire le scale non mi è mai pesato così tanto. Guardando il marmo degli scalini, sento risucchiarmi dal basso come se fossero sabbie mobili. Cerco di distrarmi ma la pesantezza del mio corpo me lo impedisce.

Arrivate nel reparto di neurochirurgia, l’infermiera ci indica la stanza.

D’improvviso risento il cuore che comincia a battere così forte da non poterlo controllare, come se prima avessi potuto farlo. La porta è aperta, intravedo un letto. Sono circa due metri distante da te, ora il cuore mi si ferma.

Roxane mi sorregge e sento che mi spinge a camminare verso l’interno della stanza.

Arriviamo all’uscio e ho voglia di fuggire. Faccio per voltarmi ma Roxane mi afferra per un braccio – siamo venute per lei – mi ricorda con sguardo duro.

Sei da sola in questa stanza, hai gli occhi chiusi, le mani stese lungo il corpo, il viso pallido.

Mi siedo accanto al tuo letto, gli ospedali hanno tutti lo stesso odore: alcol misto a polvere.

La vetrata della finestra è ampia e la luce del sole si propaga avvolgendo completamente il tuo corpo.

Il bianco è accecante e si espande fino a me seduta al lato opposto sulla punta della sedia.

Mi alzo. Forse perché il riflesso del sole mi impedisce di vedere chiaramente il tuo viso o forse perché presa da una smania non riesco a crederci ancora… che sei qui davanti a me.

Respiri come se stessi dormendo.

Nemmeno il colorito tradisce il tuo stato di salute.

La vicina ha detto di parlarti e io ti parlo con il cuore in mano e col desiderio che tu davvero possa sentirmi.

Le tue dita sono lunghe e affusolate, le so riconoscere le dita giuste per suonare l’arpa mi dico.

Guardo le mie per vedere se somigliano alle tue. Forse sì, ma le lacrime iniziano a riempire gli occhi e a stento riesco a osservarti come voglio. Mi giro per cercare Roxane ma non vedo più nemmeno lei.

Al collo non hai una collana di perle, ma una piccolissima croce, di diamanti, credo.

Forse riponi speranze in un Dio che non ti ha mai aiutata, non ha mai esaudito il tuo desiderio più grande.

Porti ancora la fede, segno della tua integrità morale e della tua fedeltà a un uomo che ti maltrattava, tradiva e ingannava. Come hai fatto a resistere tutti questi anni?

Non avresti mai potuto abbandonarmi di tua volontà, sapevo che non era un’attenuante che volevo a forza concederti. Quante volte ho pensato che qualcosa o qualcuno ti costringesse a stare lontana da me e che un giorno sarebbe poi scomparso come per magia.

Mi avvicino al letto.

Ora in controluce è la mia ombra a stendersi sul tuo corpo.

Tento di sfiorare il tuo viso, rugoso e vellutato, le tue ciglia lunghe, i tuoi capelli bianchi e le ciocche ancora castano grigio.

Avverto il calore del tuo corpo che riscalda le mie mani fredde e scioglie il mio cuore ormai colmo di preghiera e d’affetto per te.

Mi stringo al tuo petto inalando il tuo profumo sconosciuto.

Il tuo respiro è a tratti irregolare forse per il peso del mio corpo su di te.

Avvicino il mio viso al tuo mentre le lacrime ti bagnano con l’ingenua speranza di poterti svegliare.

Oh se mi potessi stringere, se le tue braccia potessero cingermi la vita, il collo,

se mi potessi baciare la fronte con le tue labbra, se tu potessi abbandonare la tua testa sul mio petto. Mamma, oh mamma non riesco a non pensare al tempo che ci è stato tolto, quanto desiderio di te nell’anima che questo momento sta colmando, quanti abbracci sognati che ora sembrano realtà.

– Delphine, David non è partito, è fuori e vorrebbe entrare.

– No, non ora Roxane, non so che dirgli.

– Hai qualcosa da dirgli Delphine.

– Ha aspettato quindici anni per dirmi di mia madre, ora spero non si dispiaccia se non uso la cortesia di dirgli subito ciò che mi ha spinto a venire qui.

– Ascolta, devo parlarti di una cosa importante.

– Non so di cosa tu voglia parlarmi ma non trovo ragioni più importanti che stare qui accanto a lei adesso.

– Delphine, posso solo immaginare come ti senti. Cécile ha affrontato una vita di sofferenze e il coraggio di questa donna difficilmente l’ho conosciuto in vita mia.

Anzi no…lo vedo solo ora, lo riconosco in te, che per anni hai lottato contro i tuoi stessi sentimenti cercando di trovare una giustificazione valida a quello che ti succedeva senza cedere a commiserazioni sterili e senza cercare colpevoli a tutti i costi.

Ma ora siamo alla resa finale e non possiamo tornare indietro.

I medici ci hanno appena riferito che Cécile non ha speranze, le sue condizioni non sono migliorate da ieri e si aspettano che possa lasciarci da un momento all’altro.

Abbiamo scoperto anche che tra la documentazione medica di Cécile c’è il suo consenso alla donazione degli organi.

So che può sembrarti una mostruosità da parte mia pensare a una cosa del genere,

ma… tua madre può salvarti la vita e per quanto possa avere dell’incredibile questa storia, non sembra affatto un caso che tu sia arrivata qui proprio in questo momento.

– No, non continuare ti prego, non riesco e non voglio pensare a niente in questo momento.

– Tua madre può salvarti la vita una seconda volta e non puoi rifiutarti di considerarlo, non sei qui per caso.

– Non avrei mai potuto pensare che il sostegno che ero venuta a chiederle potesse essere un sacrificio pari alla sua stessa vita.

– Nessuno poteva immaginarlo, ma è opportuno che ora ci pensi. Tra poco farà buio. Vado a prendere qualcosa da mangiare. Porto David con me, nel frattempo aspettami qui.

La luce che entra nella stanza è diventata soffusa, non vedo il tramonto dalla finestra, ma raggi lontani timidamente illuminano le pareti.

Ti guardo ancora incredula e con la testa piena di se. Tante le domande, nessuna ha risposta.

Una voce proveniente dalla porta sospende i miei pensieri, provo a ignorarla evitando di distogliere lo sguardo da te, ma quel tono quasi familiare cattura inevitabilmente la mia attenzione.

– Salve, volevo avvisarla che tra poco l’orario delle visite termina.

Guardo l'ora dell'orologio appeso sopra l’uscio, sono le sette, questa volta non mi manca la certezza, anzi forse preferirei tornare a prima, a quando non ne avevo di certezze su di te.

– A che ora esattamente? – chiedo, con ingenuità e forse speranza di poter avere più tempo.

– Alle sette e mezza viene richiesto ai familiari di lasciare la stanza.

– Solo mezz’ora – bisbiglio quasi senza rendermi conto.

– Mi dispiace, so che la signora Le Blanc sta molto male. Volevo proporle una preghiera prima di andarsene, se per lei va bene.

– Ecco io non saprei o forse non sono in animo di fare preghiere in questo momento.

– Permette che lo faccia io in silenzio?

– Lei è una suora?

– No, sono una novizia volontaria qui al Centre Hospitalier.

– Ah capisco.

– È sua madre?

– Sì, si chiama Cécile e l’ho conosciuta solo oggi.

– Ah... mi scusi non si offenda se mi vede sorridere ma la trovo proprio una bella storia: riuscire a sentire la voce della propria figlia prima di lasciare per sempre questa vita ha del miracoloso.

– Un miracolo sarebbe se si svegliasse.

– Vede, al contrario di quanto si possa pensare i miracoli non hanno nulla di sensazionale.

– Che intende?

– È facile avere fede se otteniamo quello che chiediamo senza problemi, è difficile avere fede quando ci viene chiesto di abbandonarci a circostanze che sembrano inconciliabili con la nostra vita.

– Ho ritrovato mia madre nel momento in cui non potrò vederla mai più, nel momento in cui ho saputo di avere una malattia grave e lei non potrà mai essermi di sostegno. Questa le sembra una circostanza conciliabile con la vita di qualcuno?

– In alcuni momenti della nostra vita non è importante come andranno le cose, se le riteniamo giuste o no. Non sta a noi agire, c’è chi lo fa per noi. Conosce quella pratica di lasciare andare il proprio corpo all’indietro sapendo che c’è qualcuno che ci prenderà?

Basta fare questo e credere che nulla avviene per caso.

Le svelo un segreto di chi è credente: sentirsi amati permette alla nostra anima di fluire dal nostro respiro e arrivare agli altri.

Sua madre ha la possibilità di sentire il suo respiro prima di morire, ed è il regalo più bello che lei potesse farle. Pensi se fosse morta da sola, qui, senza nessuno.

– Vogliono che mi prenda il suo fegato per salvarmi la vita e io non so se posso farlo.

– Ascolti il respiro di sua madre, solo così percepirà la sua anima e il suo amore; sono sicura che tutte le sue domande avranno una sola risposta.

Ora la lascio alla sua preghiera.

– Grazie… non credo di aver sentito il suo nome…

– Renée, ma il mese prossimo sarò Suor Teresa...

Mostra altro

La Cerca

26 Giugno 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #saggi

La Cerca

Esiste un elemento comune a ogni generazione, una trasposizione del rito di passaggio da bambino ad adulto in chiave moderna: il lavoro. È un'esperienza comune a tutti i giovani che, con la conclusione degli studi, escono dall'età dell'apprendistato ed entrano nell'età della produzione. Questo passaggio, per quanto costellato da difficoltà fisiologiche a ogni cambiamento di ruolo sociale, è rimasto fluido fino a qualche decennio fa. Ma negli anni '90 molto è cambiato.

«Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!»

Così declama Tyler Durden in mezzo ai cocci di una vetrina appena distrutta da un'esplosione in Fight Club, film diretto da David Fincher e tratto dall'omonimo romanzo di Chuck Palahniuk. Le arti in generale, e la scrittura in questo caso, sono la valvola di sfogo dei disagi sociali e culturali, non sorprende quindi che la letteratura sia uno dei canali attraverso cui viene fotografato il cambiamento .

La frase sopra citata è straordinaria nella sua forza espressiva, perfetta per riassumere la filosofia anarchica intorno alla quale è costruito l'intero racconto, ma le azioni del protagonista dimostrano il contrario, almeno nella prima parte. Non siamo il nostro lavoro, ma il lavoro è parte dell'identità di ogni individuo e proprio per questo il protagonista si scaglia con veemenza contro la sovrapposizione automatica che avviene tra il lavoro svolto e lo status sociale percepito dal resto del mondo. Più di ogni altra cosa, Tyler sa che l'uomo vive da sempre una tensione a migliorarsi, mentre l'esercito di impiegati, operai, baristi, tassisti, camerieri e così via da lui reclutati sono insoddisfatti del loro lavoro e dell'identità sociale che ne deriva.

Pensate a uno sconosciuto che vi viene presentato da amici. Conoscere la sua occupazione lavorativa condurrà a consolidati stereotipi ai quali fare riferimento, strumenti che permettono di pre-giudicare – in senso letterale, privo di qualsiasi accezione negativa – la persona o di rivalutarla, in peggio o in meglio, nel caso in cui l'informazione giunga dopo le presentazioni.

Fight Club viene pubblicato nel 1996 ma è solo un esempio della narrativa di quegli anni sul tema della dissoluzione dell'identità sociale. Gli anni '90 rappresentano il periodo in cui i primi figli della cosiddetta Generazione X entrano nel mondo del lavoro, «i figli di mezzo della storia, cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi del cinema e rockstar», per citare ancora Palahniuk. Questa generazione doveva essere speciale, ma quando si è trovata a essere normale, rinchiusa in posizioni lavorative alienanti e costrittive, sono subentrate frustrazione e malcontento.

Come ha sostenuto recentemente il sociologo polacco Zygmunt Bauman a Gorizia nel corso del festival èStoria, una delle ragioni che hanno provocato il cambiamento è stata la mancanza di un'eredità paterna come base di una spinta propulsiva. Questa differenza è visibile già con i nomi creati dalla narrativa per generazioni, il passaggio da “baby boom” alla già citata Generazione X e successive. Bauman definisce le generazioni etichettate con una lettera “ignoti matematici che stanno a indicare proprio l'ignoto di un futuro che non risponde più alle potenzialità impiegate dai singoli individui”.

È la tensione verso il futuro a essere problematica, lo è sempre stato. Ogni agitazione, ogni movimento sociale o culturale, in particolare giovanile, ragiona sempre su un'analisi del presente e su una costruzione di un futuro, spesso utopistica nelle aspettative. Niente è più importante del lavoro nel futuro di un giovane. Il lavoro occuperà una parte consistente della sua vita e gli darà una definizione sociale, quindi la sua ricerca diventa anche un tentativo di costruire un'identità soddisfacente per sé stesso. Se questa ricerca dovesse concludersi in modo diverso da quello desiderato si andrà incontro a rabbia e frustrazione, generando una ribellione che, nella sua forma più estrema e violenta, Palahniuk descrive nel suo romanzo. Non è un caso se il protagonista fa spesso riferimento a una figura paterna inaffidabile, dando un involontario supporto alla teoria di Bauman.

Le persone impegnate a picchiarsi negli scantinati dei locali e a progettare attacchi terroristici all'interno delle città erano insoddisfatte, frustrate, ipercompetenti rispetto alle mansioni svolte, ma adulte.

Oggi? Oggi trovare un lavoro non è un rito di passaggio, è una Cerca epica.

La Cerca, per definizione, può essere completata solo da veri eroi e solo dopo il superamento di prove terribili. Il suo scopo è portare un dono al popolo capace di garantire una stabilità e una soddisfazione spirituale e materiale. Prendiamo come esempio uno dei miti che più ha influenzato l'immaginario occidentale, quello del Graal. Il Graal ha avuto un valore simbolico fondamentale: dal Calice dipende il benessere della terra e dalla terra quello del popolo, è il perno tra il piano spirituale e quello materiale, mentre a livello culturale è un simbolo precedente al Cristianesimo e riadattato alla religione in un secondo momento. L'anello di congiunzione perfetto tra una moltitudine di elementi in contrapposizione tra loro.

«Dobbiamo ritrovare ciò che è andato perduto... Il Graal... Solo il Graal può risanare le piante e i fiori … Solo il Graal può redimerci» balbetta un Re Artù morente nel film Excalibur (1981), diretto da John Boorman. Morgana si muove per distruggere la pace e la prosperità stabilitasi nel regno, ma i danni devono essere prima morali: Artù è legato alla terra e finché egli prospera il terreno continuerà a dare i suoi frutti. Morgana riesce, con l'inganno e approfittando di un momento di debolezza del re, a concepire un figlio con il fratellastro, macchiando la sua condizione di prescelto con l'incesto. La salute di Artù peggiora, punito per il suo peccato, e con la sua anche quella della terra che smette di dare frutti. Sarà una visione a mostrare il Sacro Calice, e anche nelle sue condizioni il Re sa che trovarlo è l'unica speranza di redenzione.

Nella versione scritta del mito su cui è basato il film, La morte di Artù di Thomas Malory, il Graal compare in diverse occasioni per compiere il suo miracolo, ma la cerca comincia dopo una visione giunta ai cavalieri riuniti intorno alla Tavola Rotonda e i testimoni della visione si mettono in cerca, noncuranti delle difficoltà. Lancillotto, modello di ogni cavaliere, sembra l'unico in grado di avere successo nell'impresa ma, macchiato dalla sua infedeltà con la regina e dalla superbia, deve superare un periodo di penitenza e purificazione prima di poter arrivare al luogo in cui è conservato il Graal. Il suo pentimento non è comunque sufficiente e non gli sarà permesso toccarlo, solo tre cavalieri saranno degni di partecipare al banchetto, gli unici cavalieri ad aver tenuto fede ai principi della Tavola Rotonda, come predetto da un sogno di Sir Gawaine e interpretato da un eremita. Il sogno mostrava centocinquanta tori «dal manto nero e pieni di orgoglio esclusi tre, due dei quali dal manto interamente bianco e l'altro con una piccola chiazza nera». Secondo l'interpretazione del religioso, «i tori vanno intesi come la compagnia della Tavola Rotonda, il cui manto è nero per i loro peccati e la loro immoralità. Il nero rappresenta la mancanza di azioni buone o virtuose. E i tre tori dal manto bianco salvo uno con una chiazza nera: i due bianchi rappresentano Sir Galahad e Sir Percivale, perché sono puri nella carne e nello spirito, e il terzo rappresenta Sir Bors de Ganis, che ha ceduto alle tentazioni solo una volta ma, in seguito, ha preservato tanto bene la sua castità che le sue colpe sono state perdonate». Poche ore dopo il banchetto a cui parteciperanno i tre prescelti il Graal abbandonerà il mondo mortale per sempre, come preannunciato a Galahad durante il pasto da Gesù Cristo, secondo il quale «[il Graal] non è servito e adorato come merita dagli abitanti di questi luoghi, poiché essi sono stati convertiti al male, per questo li priverò dell'onore che avevo fatto loro». Le difficoltà, i tranelli e le tentazioni a cui hanno dovuto resistere per arrivare al banchetto sono interminabili, gli altri cavalieri, che non godevano della condizioni di prescelti, hanno subito clamorose sconfitte e si sono macchiati di colpe terribili nel corso delle loro avventure.

Gli ostacoli sul percorso che porta al lavoro, e all'età adulta, sono metaforicamente paragonabili a quelli del mito: disposti con machiavellica perversione e circondati da approfittatori e truffatori, sembrano il frutto di una narrazione epica volta a sfoltire le fila degli aspiranti eroi. Le difficoltà della ricerca del lavoro sono dovute all'evoluzione di un sistema economico che ha provocato una frammentazione dell'offerta e una riduzione delle prospettive, a cui si deve aggiungere le intenzioni di diverse figure, sempre esistite, di approfittare della situazione per ragioni poco oneste. Facendo qualche ricerca è facile imbattersi in annunci-truffa, in annunci scritti in un linguaggio da scuola elementare – ma con più errori –, in aziende che si negano dopo mesi di prestazioni non pagate, in avances sessuali durante i colloqui, in startup che chiedono dedizione totale senza poter pagare, in proposte degradanti già prima di arrivare al ruolo di procacciatore di like e gestore di amicizie. È un crescendo epico verso il demenziale e il grottesco, una produzione di tale qualità da rendere fiero Monthy Python. In effetti, se le teorie del complotto avessero un fondamento Monthy Python ne sarebbe la mente. Le prove esistono.

Il Graal, il fuoco, la fontana dell'eterna giovinezza, la pietra filosofale, hanno un valore simbolico, un raggiungimento di una condizione umana superiore, capace di valicare i limiti estremi della natura mortale per raggiungere lo status di perfezione divina. Aspirare a un qualcosa di superiore era valido in un mondo in cui il passaggio tra l'età della dipendenza e quella dell'indipendenza era fluido e naturale, ma anche più povero di possibilità. Da tempo si è arrivati a parlare di “scelta razionale” o “scelta adulta” per dare un significato positivo all'abbandono consapevole dell'identità desiderata in favore di una forzata dall'esterno. Considerata la situazione attuale, quando si comincerà a vedere realizzate le proprie aspettative se si continua a lavorare come procacciatori di like?

Qui dovrebbe intervenire l'eroe, la figura in grado di sfidare gli dèi, come Prometeo, o di esserne scelta, come Galahad ultimo discendente di Giuseppe di Arimatea, ottenere un dono e condividerlo con il popolo. Ma l'attesa dell'eroe è lunga e spesso costellata di impostori o personaggi che mostrano un successo temporaneo per poi vedere tutto fallire. L'eroe non ha la funzione di ripristinare un passato, l'eroe è portatore di cambiamento, è una figura rivoluzionaria, capace di riconfigurare il mondo in una nuova struttura. Il suo compito è più difficile di quanto si possa immaginare, perché si troverà a combattere anche le persone che sta cercando di salvare. O forse anche questo fa parte del suo destino: l'epica della sua vittoria è proporzionale alla grandezza del suo avversario e alla sua influenza nel mondo.

Se questa è la natura dell'eroe, allora la sua attesa è un atteggiamento passivo che non sembra poter coesistere con la società moderna. Per dirlo con le parole di Joseph Campbell, «l'eroe moderno, l'individuo moderno che osa accettare la chiamata e cercare la dimora in cui risiede la sostanza grazie alla quale il nostro destino sarà purificato, non può, anzi, non deve aspettare che sia la comunità ad abbandonare il suo manto di orgoglio, paura, avarizia sistematizzata ed equivoci canonizzati. ‘Vivi ogni giorno’, dice Nietsche, ‘come se fosse il primo, come se fosse l'ultimo’. Non è la società a dover guidare verso la salvezza l'eroe creativo, ma il contrario. Quindi, tutti condividiamo il compito supremo – tutti portiamo la croce del redentore – non nel momento glorioso della vittoria della tribù, ma nei silenzi della nostra personale disperazione». Una chiamata alle armi, un invito a creare il proprio aiuto divino, ad assumere il ruolo rivoluzionario che è proprio dell'eroe e a sommare questa volontà alla volontà di tutti gli altri per riportare il dono alla società. Non esistono eroi. Tutti sono eroi.

Mostra altro

Questa sera alla Feltrinelli di Pisa

25 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Questa sera alla Feltrinelli di Pisa

Questa sera, negli spazi della Libreria Feltrinelli, in Corso Italia, 50 a Pisa, all'interno della manifestazione Giugno Pisano, Marchetti Editore è lieta di presentare il romanzo "L'uomo del sorriso" della scrittrice Patrizia Poli.


Il romanzo è stato segnalato al XXVI Premio Calvino "per la struggente rivisitazione laica della vicenda di Gesù nella prospettiva di Maria di Migdal".

Un libro potente, "bello, fruibile, godibile, divorabile" (dalla prefazione di Sergio Costanzo).

Interverranno:
Elena Marchetti (editrice)
Sergio Costanzo (scrittore)
Patrizia Poli (autrice del romanzo).

Letture a cura dell'attrice Daniela Bertini.

Un evento da non perdere. Vi aspettiamo numerosi!

Mostra altro

Ricordo di Ivo Garrani

24 Giugno 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #personaggi da conoscere, #marcello de santis

Ricordo di Ivo Garrani

Ricordo di Ivo Garrani
di
marcello de santis

A marzo se ne è andato il grande attore Ivo Garrani. Aveva 91 e si è spento nel sonno nella sua abitazione.


Ivo Garrani

La sua morte stranamente è passata quasi in sordina, eppure la sua figura e il suo talento hanno riempito il cinema, il teatro e la televisione italiana per tantissimi anni.
Io lo ricordo con simpatia - era uno dei miei preferiti; lo ammiravo in particolare nei primi sceneggiati tv, quelli che risalgono all'epoca d'oro, agli anni 50/60, dico; tratti dai grandi romanzi.
Ero ragazzo allora, erano i miei dodici/tredici/ quindici anni, ed ero appassionatissimo di quelle che oggi si chiamano fiction, ma che con questo americanismo perdono tutto il loro fascino; parlo di quelle storie recitate talvolta in diretta; e in bianco e nero.
Era un uomo di una bravura pressoché ineguagliabile, sempre puntuale e modesto nella vita, tanto che non ha fatto mai parlare o sparlare di sé. Cominciò a recitare a teatro nel 1943 con la compagnia di un altro grande del teatro Carlo Tamberlani. E da allora ha recitato accanto a tutti i più grandi attori italiani.
Nel tempo ha girato numerosi film, molti di successo di pubblico e di critica (ricordiamo uno per tutti, Il Gattopardo di Luchino Visconti), poco meno di un centinaio.
Era anche uno dei più bravi doppiatori; ha prestato la voce non ad attori di grido di Hollywood, ma pur sempre importanti nel firmamento della cinematografia americana; ricordiamo ad esempio Edmond O' Brien e Rod Steiger, John Payne e John Barrymore. Senza dimenticare che prestò la sua voce anche a due italiani, Rossano Brazzi e Mario Adorf.
Ma il suo successo e la sua fama, come ho già accennato più sopra, la si devono alla sua lunga attività televisiva, che lo ha fatto conoscere al grande pubblico: Umiliati ed offesi (1958), Capitan Fracassa (1958), Delitto e Castigo (1963) e tanti tanti altri. Fino a che nel 2001, ormai quasi settantenne, l'ho ritrovato in uno dei tanti personaggi che sono passati, nel tempo, nella soap opera tutta italiana Un posto al Sole.
Addio, Ivo.

marcello de santis

Mostra altro

Vincenzo Calò, "In un bene impacchettato male"

23 Giugno 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Vincenzo Calò, "In un bene impacchettato male"

In un bene impacchettato male

Vincenzo Calò

deComporre Edizioni, 2014

pp 80

8,00

Rispetto a “C’è da giurare che siamo veri”, in “In un bene impacchettato male”, Vincenzo Calò, classe 1982, opera un tentativo di uscita dal sé, sebbene un autore che ringrazia se stesso nel libro non sia propriamente centrato sull’esterno. Qui, tuttavia, lo sguardo è sul mondo, sulla società moderna, consumistica, arida, meccanizzata, sulla politica corrotta che non dà risposte ai bisogni di un’umanità imprigionata “nel presente bancario”.

La cosa più tremenda e pericolosa è essere normali, quindi non si può neanche poetare in modo comprensibile o lirico. Non ci si può amalgamare alla massa che non si pone domande. Ma nei versi di Calò non ci sono nemmeno simboli surreali, piuttosto un realismo esasperato e disperato, fatto di oggetti della vita quotidiana e vocaboli mutuati dal linguaggio dell’informazione: “con la forza sovrumana degli esodati”, “alla minima curiosità del precario”.

Il privato della prima silloge rimane, ma spalmato sul pubblico. Rimane la “solitudine votata a nessuna spiegazione”, rimane l’amore. “Mi torni in un saluto/di cui non si scusa il ritardo”.

Anche l’impegno civile è considerato da una prospettiva angolare, vissuto in una stanza, attraverso uno schermo.

Come afferma Roberto Baldini nella prefazione, le “sue parole devono scorrere liberamente, se le analizzerete una per una capirete la frase ma non il suo discorso, comprenderete la grammatica ma non il suo pensiero. Vi sembrerà di guadagnare qualcosa, quando invece perderete tutto.”

I versi diventano sempre più lunghi, gli enjambement si susseguono e le poesie, diciamolo, alla fine stancano. Questo profluvio di parole e concetti finisce per nascondere i rari guizzi di poesia autentica sparsi qua e là, come “gli occhi spettri” e “il silenzio tattile”.

Mostra altro