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Post con #diego popoli tag

L'edicola del tempo

20 Febbraio 2017 , Scritto da Diego Popoli Con tag #diego popoli, #racconto

 

 

 

Aprile 1978. Un sole gentile riscalda il porfido del grande viale pedonale che, insieme a mia madre, mi accompagna a casa. Sulle spalle il peso della cartella e di una pesante giornata di scuola conclusa con il compito in classe a sorpresa di geografia. Per tirare su il morale ci vorrebbe una bella bustina di trasferelli. Cosa sono i trasferelli? Sarebbe meglio dire cosa erano. Si trattava di un cartoncino ruvido sul quale era disegnato uno sfondo, uno scenario per intenderci. Fantascientifico, storico, western ecc... Insieme ti venivano date delle veline con dei personaggi, tu non dovevi fare altro che ricalcarle vigorosamente con una matita e poi… Strap! E magicamente il tuo astronauta, il tuo robot, il tuo centurione, rimanevano lì, fissati per sempre su quei venti centimetri quadrati di fantasia. I miei preferiti erano quelli con i dinosauri. Giorgio, il signore dell’edicola, me ne teneva sempre da parte una confezione, perché sapeva che alla fine, in un modo o nell’altro, l’avrei avuta vinta. Come quel giorno. Al solito, pochi soldi nella borsetta, ma tanta voglia di farmi contento. I trasferelli certo, ma anche la scusa per aprire una parentesi nelle fatiche scolastiche ed entrare in un mondo magico, prima di mettersi di nuovo alle prese con i compiti di matematica. L’edicola, un niente di spazio, tra il panettiere e la farmacia, uno sgabuzzino delle meraviglie, dove stretto stretto tra le riviste di motori e i quotidiani sportivi, tra l’ultima avventura di gatto Silvestro e lo sguardo diabolico di Diabolik, sognavo il mio futuro. Fino quando il Signor Giorgio, una montagna di carne senza fine, con due baffoni che facevano provincia, da altezze siderali faceva piovere la sua manona con una bustina color avana e una scritta blu, che ora non ricordo.

Aprile 2015. Attraverso il parcheggio con sulle spalle ancora il peso e la tensione di una dura giornata lavorativa. Un bambino con in mano un tablet credo, o un’altra diavoleria tecnologica a me sconosciuta, si lamenta per entrare. Non si parla di trasferelli certo, ma i capricci in fondo sono gli stessi. Certe cose cambiano è vero, altre fortunatamente no. Anche oggi l’edicola è il mio luogo di decompressione, un rifugio da stress e tensioni, il mio personalissimo paese dei balocchi, nel quale entrare e, per un quarto d’ora, lasciare fuori il resto del mondo con i suoi casini, i suoi problemi. Dentro mi aspetta William, il proprietario, che per modestia non lo dice, ma credo di recente abbia vinto il premio per la faccia più simpatica d’Europa. Davanti alla porta a vetri prendo un bel sospiro, chiudo gli occhi, entro e… Nel saloon il fumo naviga a mezz’aria, insieme alla puzza di whisky e tabacco. Musica sgangherata da un pianoforte sgangherato, mentre entreneuse della prima ora intrattengono pistoleri dell’ultima ora. E mentre cerco di capire cosa diavolo… Sento scricchiolare il parquet alle mie spalle, sotto il peso di passi di cuoio adornati da speroni. Poi…click. Anni di serate passate sul divano con mio padre e i magnifici sette rendono quel suono inconfondibile e agghiacciante: quello è il rumore del cane di una colt sei colpi a canna lunga. Istintivamente mi giro e me lo trovo di fronte. Da sotto il cappello, mi scruta incuriosito, quasi divertito, prima di puntarmi la canna dritto al cuore. Sorride beffardo, si sfila il mezzo sigaro dalla bocca e: ‹‹Adios amigo››.

Din, din, din, il campanello del forno suona, il dolce è pronto. Una spolverata di zucchero a velo e via, in tavola. La nonna esagera, me ne taglia un super fettone che levati. Che profumo, ma lo sento solo io? E magicamente ritorna quell’età magica nella quale bastava uno spicchio di torta paradiso per ritrovarsi in paradiso. E mentre i denti affondano nella pasta dolce leggermente aromatizzata all’anice…

Din, din, din il cicalino della nave ci avverte che ormai siamo arrivati. L’inglese seduto accanto a noi sul ponte, in una tenuta colonial-improponibile, si alza e punta il dito dritto davanti a sé. Ormai si vede, terra! Per un istante uno spruzzo prepotente mi copre la visuale. Ma quando la schiuma si deposita di nuovo tra le onde, la vedo: quella spiaggia la riconoscerei fra mille. Creta, il mio luogo dell’anima, il posto più bello del mondo dove sdraiarmi al sole con la Barbara, Arianna, Teseo e il Minotauro. E mentre già sogno giorni di dolce riposo e serate al ritmo del Sirtaki…

Din, din, din. La suoneria dello smartphone mi sorprende in macchina, alle prese con gli ultimi rigurgiti del traffico della sera. Meglio rispondere: ‹‹Sei in ritardo. Sei passato in edicola vero?›› Potrei resistere a un interrogatorio dell’ispettore Derrick come a uno dei più moderni CSI, ma non credo di avere chance con la Barbara. Meglio confessare subito il proprio reato: ‹‹Dai muoviti che ti aspetto!›› Mi sfilo l’auricolare e lo appoggio di fianco a me, sopra al DVD appena comprato, quello del western preferito di mio padre, in versione restaurata e integrale, super mega regalo di compleanno. Fra l’altro era in offerta, non mi è costato nemmeno tanto, giusto un pugno di dollari. Più sotto un mensile di cucina con la ricetta di quella torta che mia mamma cercava da una vita e che non ero riuscito a trovare nemmeno su internet. E insieme, la mia rivista preferita di viaggi con uno speciale interamente dedicato alla Grecia, la mia amata Grecia, scusa perfetta per passare una serata con Lei, a programmare insieme le prossime vacanze.

Torno a casa un po’ in ritardo è vero, ma pieno di sorprese per le persone che mi vogliono bene e soprattutto senza tutta quella tensione con cui ero uscito dal lavoro. Con in tasca un briciolo di serenità e che ci crediate o no… una bustina di trasferelli.

 

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Diego Popoli, "Fotografie"

26 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #racconto, #diego popoli

Fotografie

Diego Popoli

Edizioni Leucotea, 2015

pp 95

11,90

"Eravamo in quella fase dell'adolescenza, nella quale ti sembra di aver già vissuto tutto quello che puoi vivere, anche se in realtà, non sei altro che un debuttante, su questo grande palcoscenico che ci hanno dedicato." (pag 38)

Ventuno racconti che sembrano far parte di un unico corpus - quasi opera “di formazione” - molto brevi e molto semplici, dove succede poco ma si riflette tanto, anche in modo filosofico, sulla vita, sull’esperienza, sulla crescita, sull’amicizia. Fulminei episodi più pensati che agiti, flash back.

Amori, delusioni, avventure estive, viaggi ferragostani in stile Il sorpasso, domeniche sonnolente dove a farla da padrone è la noia - una noia che, forse, rimpiangiamo come non luogo nel quale tutto poteva ancora avvenire - fughe notturne nella provincia emiliana che ricordano le canzoni di Lucio Dalla. Quante Anna e quanti Marco hanno calpestato quei palcoscenici che non ci sono più e che sono già intrisi di maledetta nostalgia? Quanti amici, quanti compagni di scuola, quante figure conosciute, o anche solo intraviste, ci siamo lasciati alle spalle, mentre ognuna di loro, passando come una meteora, donava qualcosa: una riflessione, un insegnamento, un esempio?

Più che l’argomento, più che lo stile, colpisce, appunto, la pregnanza dei raccontini - veri e propri scatti fotografici a penna - se rapportata alla loro trama e al loro volume: quel poco o niente che vi accade lascia però un’orma, un’unghiata sul cuore, genera una riflessione, regala un insegnamento.

La narrazione procede per sbalzi, fra presente, passato e passato ancora più passato, fra ricordi e pensieri, fra un qui ed ora molto ordinario, come la fila alla posta, e l’iperuranio dove le memorie diventano perfette idee platoniche.

Si parte dalla metà degli anni ottanta, quando tutto sembrava ancora facile e possibile,

La strada che ci portava via, lunga e sconosciuta, la immaginavamo senza buche e piena solo di cose belle. Non sarebbe stata così. E il viaggio non lo avremmo fatto tutti insieme, come previsto.” (pag 79)

per arrivare lentamente fin quasi ai giorni nostri o, almeno, a quei primi anni duemila dove gli accadimenti mondiali hanno minato la fiducia e sconvolto la realtà come la conoscevamo.

Fotografie, di Diego Popoli, è il secondo libro che leggo delle edizioni Leucotea e trovo che questa casa editrice si caratterizzi per l’ottima e compiuta qualità della scrittura. Le sbavature sono veramente poche e facilmente risolvibili.

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