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Matilde Serao: parte terza

23 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #personaggi da conoscere

Matilde Serao: parte terza

Ricordate la commedia di Eduardo De Filippo "Non ti pago", dove il grande Eduardo impersonava il ruolo di Ferdinando Quagliuolo, titolare di un Banco del Lotto avuto in eredità dal padre defunto, mentre il fratello Peppino ricopriva il ruolo del signor Mario Bartolini, il commesso anziano alle sue dipendenze? Il Bartolini gioca quattro assurdi numeri per una quaterna: 1.2.3.4, che però - e qui è il perno della commedia - escono sulla ruota di Napoli.
Ma i numeri che il signor Mario, suo commesso anziano del banco, ha giocato, guarda caso li ha avuti in sogno dal signor Saverio, nonno del titolare Ferdinando; il quale si arroga il diritto alla vincita che ha fatto diventare ricco il suo dipendente. Il fatto tragico è questo: anche don Ferdinando gioca, come Mario, ogni settimana; ma non vince mai. Non azzecca nemmeno un misero ambo, eppure, confessa spesso, gli basterebbe "un piccolo ambo, un terno"; ma niente da fare, nonostante lo consigli Aglietiello, il suo aiutante fatato, con il quale è solito esaminare i sogni che fa e che gli riferisce puntualmente; e ne attende impaziente l'interpretazione ai fini di ricavarne i numeri da giocare.
Ecco un'altra figura principe nelle speranze di chi si accinge a puntare al lotto. Vale la pena spendere due parole per questa importante figura. E' una persona carismatica per i giocatori, in genere povera gente; esso, dietro un piccolo compenso, spesso anche in natura, dà i numeri, ricavandoli talvolta dai sogni che la gente gli racconta, interpretandoli e assicurandone la veridicità. I più pensano che Aglietiello abbia un grande potere: il potere occulto di colloquiare anche con i morti per ricavarne sorte, fortuna. E ripongono in lui immensa fiducia; e' l'unico che potrà creare felicità.
Matilde Serao, andando controcorrente alla credenza popolare - si credeva l'assistito in contatto con i defunti, e con tutto il mondo dell'aldilà, che gli comunicano le verità occulte - descrive questo personaggio, che a Napoli è diventato "leggenda"

- un cancro che rode le famiglie borghesi, un convulsionario pallido che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che non lavora, che parla per enigmi …
... l’assistito arriva nel popolo e vi estende la sua azione mistica, vi raccoglie dei guadagni piccoli, ma insperati, vi fa degli adepti e finisce per camminare nelle vie, circondato sempre da quattro o cinque persone, che lo corteggiano e studiano tutte le sue paro
le...

Al contrario dunque di don Ferdinando, Mario, zitto zitto, quacchio quacchio, come direbbe Totò, ogni tanto tira su un ambo, un terno, poca roba, è vero; ma don Ferdinando non può sopportare tanta fortuna nel suo dipendente (oltretutto innamorato di sua figlia Stella, contraccambiato dalla ragazza e appoggiato da Concetta, la madre: non te la darò mai mia figlia in sposa, non ci pensare nemmeno, 'e capito?)

Ferdinando: Lei con quel pezzente non si sposerà mai!
Concetta: E sì, adesso le troviamo un principe ereditario.
Ferdinando: Stella dovrà fare quello che dico io!
Concetta: Forse è un pessimo partito Mario Bertolini? E’ un giovane buono, sappiamo come la pensa, è cresciuto in casa nostra; assennato, risparmiatore, gran lavoratore. Che cosa vuoi di più?
Ferdinando: Nun o’ pozzo vedè! - esclama – E’ troppo fortunato … nun c’è sabato ca nu' pizzica ll’ambo.. ‘o terno ... E mo se sonna ‘a mamma, mo se sonna ‘o pate, ‘a sora, ‘o frato, ‘e nepute, ‘e cognate, ‘a nunnerella... Comme mette ‘a capa ncopp’ ‘o cuscino s’’e ssonna. Quanno s’addorme, accumencia ‘a Settimana Incom.

(E ora sogna la mamma, ora sogna il papà, la sorella, il fratello, i nipoti, i cognati, i cugini, la nonnina con il nonnino... li ha distrutti tutti quanti… è rimasto vivo solo lui. Appena mette la testa sul cuscino comincia a sognare… quando dorme in-comincia il telegiornale e la settimana Incom illustrata.)
Ferdinando: Con le vincite al mio banco lotto ha disimpegnato i pegni della Zia, poi si è comprato tanti bei vestiti, scarpe, biancheria…
Due anni fa io lascio la mia casa al primo piano, quella che si affacciava sul banco lotto. Io l’ho lasciata perché era morto mio padre e mi faceva impressione, quello vince un terno secco e si affitta la mia casa. Poi vince un altro terno, la compra e la rammode
rna.
....Mario Bertolini: Embè, c’aggia fa…’a fortuna m’assiste. Sarrà chell’anima santa d’a nunnarella mia, sarrà mammà e papà che ‘all’atu munno me vonno pruteggere
...
Concetta: E a te cosa interessa? Vuol dire che è fortunato. Sposando Stella ne guadagna anche lei, perché con le sue entrate possono fare i signori.
Ferdinando: Ma perché, deve vincere per forza? Come se fosse un impiego al Ministero delle Finanze... (durante questa scena Aglietiello si trova fra i due e a secondo dei casi darà ragione a l’uno e all’altro) e se dopo che sposa mia figlia non sognerà più nessuno, la mattina staranno digiuni?
Concetta: Tu stavi dicendo che quello vince sempre.
Ferdinando: (scattando) Centinaia di numeri io mi gioco ogni settimana! Butto carte da mille lire. Trascorro le nottate sopra il tetto per trovare 2 buoni numeri… niente…. ho pigliato il catarro e la raucedine. Niente! Non posso vincere nemmeno mezza lira.
Concetta: Questa è invidia! Perché Bertolini vinci e tu no.
Ferdinando: (cocciuto e dispettoso) Ma mia figlia non gliela do!
Concetta: E gliela do io, a mia figlia!
Ferdinando: Ed io vi uccido tutti e due.
Agliatello: E va bene. Adesso vi arrabbiate e litigate per una cosa da niente?
Margherita: (entra dalla comune) L’estrazione! (consegna a Ferdinando una striscetta di carta con i numeri del lotto). 1.2.3.4.24.
Ferdinando: Dammeli subito. (Margherita esegue ed esce per la comune.)
Ferdinando siede accanto al tavolo.
Aglietello siede anch’egli, e cominciano a consultare i biglietti giocati.
Ferdinando: Vediamo questi numeri. Guarda qua, guarda che numeri strani... 1,2,3,4 e 26. Ma che mi hai fatto fare? (rivolto ad Aglietiello). Mi hai detto che questi numeri erano sicuri.
Agliatiello: Don Ferdinando, questi numeri si devono giocare per tre settimane di seguito.
...

Mario Bertolini: (di dentro con voce rotta dalla commozione) E chi se lo aspettava… guardate, guardate… Io esco pazzo.
Margherita: (di dentro) Che piacere!
Mario Bertolini: (fuori seguito da Margherita) Donna Concetta, a momenti mi prende qualcosa.
Concetta: Cos’è stato?
Stella: (entrando) Che c’è?
Mario Bertolini: Donna Concetta, e che ho vinto 4 milioni (Ferdinando schizza veleno dagli occhi).
Stella: Quattro milioni?
Mario Bertolini: Oh Madonna mia! Oh Madonna mia bella. Io non ci posso pensare! Non c’è dubbio. Questa è la giocata e questi sono i numeri dell’estrazione (li mostra). Don Ferdinando, questa notte ho sognato vostro padre.
Ferdinando: Ora comincia con la mia famiglia.
Stella: Ha sognato il nonno!
Mario Bertolini: Quanto era bello. In maniche di camicia come quando si metteva a leggere il giornale fuori dal banco lotto, con quella camicia rosa.
Ve lo ricordate? E’ entrato nella mia camera da letto insieme a Don Ciccio il tabaccaio, quello che è morto 18 anni fa, e mi ha detto: “Piccirì, giocati, 1,2,3,4, quaterna secca nella ruota di Napoli e mettici sopra tutto quello che hai in tasca.
Ma come? Uno, due, tre e quattro?
Sì giocati quello che hai in tasca sulla quaterna secca.
E io me li sono giocati come ha detto la bu
on’anima.
Ferdinando: Mio padre chiamava me “Piccirì”.
Uno,due,tre e quattro? E tu li hai giocati.
Mario Bertolini: Certo! Vedete! (insegna la giocata a Ferdinando)
Adesso sono milionario. Don Ferdinando, adesso mi fate sposare Stella?
Ferdinando: Di questo ne parliamo dopo. La quaterna è mia, i numeri te li ha dati mio padre e i soldi spettano a me.
Mario Bertolini: Don Ferdinando che siete diventato pazzo?
Concetta: Che sei diventato scemo?
Ferdinando: (furente e deciso) Non ti pago! Non ti pago! "Non ti pago!"
"O bilietto è mio! Manco nu squadrone 'e cavalleria m'o leva dint' a sacca.
T''o viene a piglia' 'ncopp' 'o Tribuna
le".
(esce dalla sinistra lasciando tutti in asso che si guardano intorno come allucinati)
... io ti denunzio.... Io ti mando in galera!
...

Al gioco del Lotto giocano perfino i magistrati, spesso oberati di figli e debiti, e i piccoli commercianti che non sanno come far fronte alle cambiali di cui vivono giornalmente.

Matilde addita questo male come il male del secolo, un male che contagia anche le matrone dell'alta aristocrazia napoletana, che giocano più per passare il tempo che per necessità, giocano - abbiamo appena visto - anche quelli del banco lotto.
E il rito dell'estrazione aggiunge un qualcosa in più al futuro dramma di quella massa di gente che vive di speranza e delusioni continue. Vanno dunque il sabato alle quattro del pomeriggio laddove si estraggono i cinque numeri delle varie ruote, l'uocchie puntate e 'e rrecchie appizzate. L'Impresa (questo è il nome del luogo dove avviene l'estrazione, si trova in una stradina angusta nei pressi di Santa Chiara, in Via Pignatelli. Ma ci sono anche le persone che non possono accorrere, gli ammalati, per esempio, gli operai, le venditrici, e allora aspettano che torni correndo il guaglione inviato là a scrivere i numeri usciti sulla ruota di Napoli. Ed eccolo che torna e comincia a gridare e a ripetere, vicolo per vicolo:
Vintiquatto! Sissantanove! Quarantanoie! Otto! Sissantacinche!
E' adesso che cadono i sogni, che si rompono le illusioni, che si spezzano i pensieri. E già ci si prepara al prossimo sabato. Ma intanto, dice Matilde Serao, la vita di stenti e di amarezze continua oggi come ieri e domani come oggi, i più nel continuare a far niente nell'attesa. E ci si crogiola nella menzogna, nella povertà, nell'invidia per quello che ha azzeccato il misero ambo da pochi soldi.
La scrittrice affonda il dito nella piaga. Ma enumera anche quella falsa forma di letteratura che s'immerge nel lotto. Quella gente ignorante che non sa né leggere né scrivere, conosce a perfezione un solo libro - persone che non hanno avuto neppure il conforto della lettura di una favola da piccoli - il libro della Smorfia, una pubblicazione che gira per le vie e i vicoli della città, o è consultabile presso l'assistito, che spiega e spiega, o presso l'impresa. E' un libro illustrato con varie immagini ognuna delle quali corrisponde ad un numero del lotto, da 1 a 90.

Scrive la Serao:

"Tutti i napoletani che non sanno leggere conoscono La Smorfia a memoria e ne fanno l'applicazione a qualunque sogno o cosa della vita reale.
Ad esempio 'o guaglione - il ragazzo, corrispondeva al numero 15, 'o pazzo al numero 22, Nanninella era il 20; 'o cante
ro (l'orinale) era il 27, il 29 corrispondeva a 'o pate d''e Ccriature - il padre delle creature, il pene. E così via per ogni numero.
Sogni che muoiono il sabato sera, quando i numeri giocati non sono usciti; ma rinascono a nuova vita la domenica mattina, quando inizia la lunga settimana di attesa spasmodica della nuova estrazione del sabato successivo. E nell'attesa in casa si litiga, si gioisce, si spera cose che non si hanno, nascono progetti il martedì e il giovedì, e il venerdì, e muoiono speranze e progetti il sabato sera.
Vintiquatto! Sissantanove! Quarantanoie! Otto! Sissantacinche!
Silenzio universale: tutti impallidiscono.
Ma come tutti i sogni troppo pronunziati, il lotto conduce alla inazione ed all'ozio: come tutte le visioni, esso porta alla falsità e alla menzogna; come tutte le allucinazioni, esso conduce alla crudeltà e alla ferocia; come tutti i rimedi fittizi che nascono dalla miseria, esso produce miseria, degradazione, delitto. Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l'acquav
ite di Napoli.

IL PAESE DI CUCCAGNA

Da grande appassionata della vita minuta (prima a Roma e adesso a Napoli) in questo libro la Serao rientra nella vita quotidiana della povera gente dei quartieri malfamati sporchi e abbandonati della città, come se facesse parte anche lei delle famiglie di quelle persone disastrate, sempre in contrapposizione alla piccola e grande borghesia che di quei problemi non ne avevano, e non volevano neppure sentirmene parlare.
Ella punta il dito verso le mille e mille situazioni scabrose dei poveri, descrivendo una insanabile realtà di questo ceto di persone eternamente alla ricerca di sopravvivenza. E tra gli altri mali di Napoli riecco il lotto, croce e delizia, meglio sarebbe dire "eterna speranza delusa pei poveri", che si barcamenano giornalmente in una vita di stenti, ma attirati dal miraggio di diventare ricchi, azzeccando un semplice ambo; e perché no un terno, o l'irraggiungibile quaterna, e - illusione delle illusioni - magari una cinquina; che li faccia approdare, appunto, al Paese di Cuccagna.
Ma non solo il lotto; la Serao nel libro svaria dal lotto al carnevale, con le sue gioie (superficiali), gioie di pochi giorni per poi tornare alla misera normalità, al miracolo dello scioglimento del sangue di San Gennaro.
La Serao denuncia con violenza il gioco del lotto, causa di tutte le povertà e di tutti i vizi della parte più povera della città, di quella gente che ella dice essere umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che, sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l’indifferenza di coloro che dovrebbero amarla,
l’abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla
Scrisse il critico letterario Piero Pancrazi in occasione della pubblicazione del libro:"Tra cent'anni, quando non si sapesse più nulla di Napoli, questo libro basterebbe a resuscitarla"
Il paese di Cuccagna vide la luce nell'anno 1891, e la scrittrice non fece che rivedere e ampliare il suo precedente racconto, "Terno secco", che faceva parte del libro dal titolo "All'erta sentinella!" pubblicato due anni prima, in cui raccontava la rassegnazione eterna del popolino di Napoli che - ultima spes - destina i suoi pochi denari (qualche soldo, quando ce l'ha) all'ultima speranza di un vita migliore: il gioco del lotto.
Il gioco del lotto arrivò a Napoli solo verso la fine del seicento, per l'esattezza nell'anno 1682. Furono le persone che avevano in mano il governo della città di Napoli che decisero di adottarlo come gioco primario, per incrementare le entrate dell’erario, che allora erano davvero misere, basate come si può immaginare solo sulla vessazione dei poveri e dei ceti medi, lasciando i ricchi esenti da qualsiasi imposizione. E' vero, era agli occhi di tutti un gioco d'azzardo (e la Chiesa se ne accorse subito e lo contrastò in ogni modo, considerando addirittura chi giocava in peccato mortale, perché vedeva lo sfacelo che portava nei bilanci delle povere famiglie). Anche per questa ragione ci fu un periodo in cui venne abolito, ma per poco, ché presto fu reintrodotto dal viceré Carlo Borromeo, agli inizi del 1700.
Matilde Serao punta l'indice sull'illusione di un facile arricchimento, che portasse i poveri a quel Paese di Cuccagna cui non si giungeva mai.

Si gioca anche per un evento improvviso, un avvenimento inatteso che sconvolge la quotidianità di ognuno. Voglio riportarvi qui uno di questi fatti che Pino Imperatore, un giovane scrittore napoletano responsabile della Sezione Scrittura Comica del Premio "Massimo Troisi" di Napoli, riporta nel suo libro, uscito nel gennaio del 2012 per le Edizioni Giunti, dal titolo: Benvenuti in casa Esposito, le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista.
Premessa: Tonino e Patrizia e la loro prole e suoceri, consuoceri eccetera hanno in casa un coniglietto e un iguana, che per un caso fortuito va a finire nello zainetto del figlio Genny che se lo porta a scuola, dalle suore. Qui, al momento di tirare fuori un libro, l'iguana sguscia fuori, salta e va ad azzannare la caviglia di suor Paoletta, che finisce all'ospedale più morta di paura che viva. La superiora suor Celeste fa chiamare la signora Patrizia che sta dal parrucchiere, lei accorre, e finisce che si riporta a casa il figlio con l'iguana in una gabbietta.
E dunque:
...
"Nella Smart mentre Genny le raccontava i particolari della mattinata, Patrizia si calmò e rise più volte.
Mammà, dovevi vedere a suor Paoletta quando è scappata dalla classe. Il demonio! il demonio! alluccava.
Sai che ti dico, Genny? Mo ci andiamo a gioca' i numeri. Può darsi che vinciamo qualcosa di soldi.
Patrizia si fermò in Via Fonseca, davanti al negozio di "Lotto e mangiato". Metà ricevitoria e metà paninoteca.
Tu aspetta qua, disse a Genny.
Entrò nel locale e andò dritta verso il gestore. Buongiorno, don Cosimo, mi voglio giocare un terno secco sulla ruota di Napoli, però mi dovete aiutare.
Ditemi pure, signora Patrizia.
Mi gioco quarantatre, 'a monaca, e settantadue, 'a meraviglia. Poi mi dov
ete dire quanto fa l'iguana.
'A che?
L'iguana. Quella che assomiglia a 'na lacerta, ma è assai cchiù grossa. Se venite fuori, ve la faccio vedere. La tengo in macchina!
Signo', e voi camminate con un'iguana nella macchina?
Sta dentro a 'na gabbietta.
Meno male. Comunque ho capito che belva è, ma mi trovate impreparato. Nessuno m'aveva chiesto mai l'iguana. Aspettate, piglio 'A smorfia e vediamo a che
numero corrisponde.
Don Cosimo inforcò gli occhiali da presbite, prese un librone da sotto il banco, si mise a sfogliarlo e trovò la pagina giusta, ecco qua: iguana.
Studiò il brano sfregandosi il mento, poi declamò: Dunque, signora Patrizia, ascoltatemi bene, il fatto è serio. Teniamo quattro possibilità: l'iguana semplice fa trentotto, l'iguana adulto sessantotto, l'iguana cucciolo trentadue, l'iguana con prole settantaquattro. Quale ci giochiamo?
E je che ne sacc
io? buttò lì Patrizia.
E lo dovete sapere, esclamò don Cosimo. Non possiamo improvvisare. Il lotto mica è 'na pazziella. Il lotto è scienza scientifica. Fatemi capire: quest'iguana com'è? E' neonata o maggiorenne? Se piglia ancora 'o biberon oppure mangia da sola? E' sposata? Ha famiglia? Tiene figli?
Don Co', mi mettete in difficoltà. Dovrei chiedere a mio marito, è lui che l'ha portata a casa.
Volete prima approfondire lo stato civile dell'animale e poi ripassate?
No, non ciò tempo. Facciamo così: mi gioco l'iguana adult
a.
Siete sicura? chiese don Cosimo.
Abbastanza. L'animale è grande, quindi penso che è adulto. Fate venti euro, terno secco.
Bene, allora: quarantatre, settantadue, sessantotto. Niente ambo?
Niente
ambo.
... il sorriso le torno' (a Patrizia) grazie a Tina (l'altra figlia) che rientrando da scuola comunicò di aver preso nove all'interrogazione di storia. Il broncio le riapparve la sera, quando in tv furono annunciate le estrazioni del lotto. Sulla ruota di Napoli uscirono 'a monaca, quarantatre, 'a meraviglia, settantadue, e l'iguana con prole, settantaquattro. Evidentemente Sansone (l'iguana) era papà.
Niente ambo? aveva chiesto Cosimo.
Niente ambo
Ma il romanzo è variegato, non solo il gioco del lotto, del resto trattato già ampiamente nel suo precedente libro, ma è anche un documento su altri pezzi di vita del popolo napoletano: il miracolo di San Gennaro, il Carnevale, i dolcetti tipici di quella gente in occasione di una comunione, eccetera. E la scrittrice dipinge come su una tavolozza in cinemascope i personaggi e i vari ambienti della città, mettendone però in evidenza i mali, le pecche, le crepe, una denuncia non smetterà mai di fare nel corso della sua vita.
Come quella che ella di persona rivolge, ne Il ventre di Napoli, in una appassionata lettera al Ministro De Pretis (Presidente del Consiglio nell'anno 1905):

... lei sa tutto dell'Italia...
... le statistiche della mortalità e quelle dei delitti... quante femmine disgraziate diciamo così, esistano... quanti vagabondi dormano in istrada, la notte ... l'andamento... della disoccupazione...
... vorrei farle una domanda:... queste persone, lei le ha mai incontrate? Sa cosa mangiano, (e più spesso non mangi
ano), cosa pensano, quanto desidererebbero dare ai propri figli un'educazione simile a quella che lei ha dato ai Suoi...
... e quanto renda il lotto. Quest'altra parte, questo ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere
?...
E si firma per esteso: Matilde Serao.

La scrittrice, nel corso della sua carriera giornalistica, oltre ai tradimenti del marito dovette subire critiche talvolta feroci da parte di molti, anche per le sue idee politiche e sociali, che come abbiamo visto non esita a denunciare persino a presidenti del Consiglio e altri uomini politici. Era contraria alla guerra, e si schierò apertamente per quelli che si astenevano dall'intervento dell'Italia; si inimicò in tal modo anche il Capo del Governo Benito Mussolini, che non l'appoggiò per il conseguimento del premio Nobel, che andò infatti a Grazia Deledda.
Ci siamo dilungati sui due romanzi principe della sua carriera di scrittrice, ma la Serao ne scrisse tantissimi altri. Va detto che anche nei libri successivi riprende spesso il tema delle sofferenze dei suoi amati concittadini. Fu autrice anche racconti, brevi e lunghi, molti romantici; scrisse in essi di mondanità, di "buona creanza", ma tutti che risentono in maniera determinante del suo stile, dei suoi articoli e saggi giornalistici, che scavavano a fondo - come questi - nelle cose che osservava e amava sfidare.
.

...quando una operaia napoletana nomina i suoi figli, dice: le creature, e lo dice con tanta dolcezza malinconica, con tanta materna pietà, con un amore così doloroso, che vi par di conoscere tutta, acutamente, la intensità della miseria napoletana...

Era il suo modo di attirare l'attenzione del lettore, a qualsiasi ceto appartenesse. Il suo stile, a detta di molti - e non ultimo suo marito Edoardo Scarfoglio - lasciava molto a desiderare, ma a lei non importava, il suo fine era quello di coinvolgere la gente, di comunicare in maniera semplice, di far partecipare tutti alla sua vita che andava a vivere in mezzo al popolino con le sua poche gioie e le molte disperazioni.

...i calzolai, i muratori, i falegnami sono pagati... una lira, venticinque soldi, al più, trenta soldi al giorno per dodici ore di lavoro, talvolta penosissimo.. .
... i tagliatori di guanti guadagnano novanta centesimi al giorno
...

Il suo scopo era quello di far conoscere le tantissime miserie e le poche, e spesso inutili, speranze a quello stesso popolino che era il fulcro della città, ma anche alla cosiddetta nobiltà o ex-nobiltà, alla superba aristocrazia, agli inarrivabili "signori".

...che dove erano otto persone, ora sono dodici; che lo spazio è diminuito e le persone sono cresciute...

Quel triste 13 novembre dette le dimissioni dal Mattino, per stare lontano da Scarfoglio, trovandosi all'improvviso senza lavoro. Né aveva intenzione di trovare un altro giornale; tuttavia vicino al suo nuovo uomo lo fece. Fondò quindi il quotidiano Il Giorno, che ebbe un buon successo di pubblico e di critica. Ebbe da Giuseppe Natale - che sposò solo alla morte di Edoardo avvenuta nel 1917 - una figlia che chiamò Eleonora per ricordare la sua cara amica Eleonora Duse. Ma poi perse anche il secondo marito, e restò definitivamente sola fino alla fine. Continuò a scrivere libri e a dirigere il giornale, con la passione che sempre la contraddistinse.
Aveva 71 anni quando morì. Si trovava in redazione, china sull'articolo o saggio che stava scrivendo; s'accasciò poggiando la testa sui fogli che aveva davanti; un colpo al cuore la stroncò; improvvisamente, ché niente faceva supporre una fine così tragica.

fine
marcello de santis

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La tragedia di Marcinelle

22 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La tragedia di Marcinelle

L'8 agosto 1956, in Belgio, a Marcinelle, in miniera, avvenne una vera catastrofe che fece 262 vittime di cui 136 italiani.

Il grave incidente si verificò a causa di un incendio divampato nel pozzo uno, che serviva anche per l'impianto di aerazione dell'intera miniera. Non esisteva un pozzo di salvataggio, così, in pochi minuti, tutte le gallerie divennero un’immensa camera a gas. Il calore dell’incendio aveva fatto fondere tutte le funi d'acciaio dei montacarichi e nessuno poteva risalire, la miniera era divenuta una trappola mortale per i lavoratori.

De Gasperi, nel 1946, aveva firmato un accordo con il Ministro belga Van Hacker che prevedeva l'acquisto di carbone a un prezzo di mercato, in cambio dell'impegno italiano di mandare 50 mila uomini per il duro e pericoloso lavoro in miniera. Tra il '46 e il '57, in Belgio arrivarono 140 mila italiani.

Il contratto prevedeva 5 anni di miniera, con l’obbligo tassativo di lavorarne almeno uno. Chi si rifiutava di scendere in miniera, durante il primo anno, veniva arrestato e, in prigione, oltre ai maltrattamenti, gli facevano soffrire anche la fame per indurlo a scegliere di tornare a lavorare. Chi si ammalava a causa del lavoro, non era retribuito e perdeva il diritto all'alloggio. La vita degli uomini nella miniera non valeva granché, solo nel 1948, finalmente, furono superate le maggiori differenze tra gli operai italiani e quelli belgi.

Alla fine della seconda guerra mondiale, le condizioni economiche in Italia erano precarie, il paese, pesantemente bombardato dagli alleati, era semidistrutto, l'industria aveva subito una forte perdita di macchinari, impianti e scorte di materie prime, la fortissima inflazione faceva lievitare a dismisura i prezzi, la disoccupazione e la delinquenza comune erano in crescita. Il manifesto della Federazione delle miniere belghe, che era stato affisso nei comuni italiani, a moltissimi disoccupati apparve come una manna dal cielo. La fame, la necessità, fecero sì che molti disperati accettassero l'invito di De Gasperi a emigrare in Belgio. Erano uomini che avevano ancora dei valori in cui credere: l’amore per l’Italia, per la patria, la fiducia nella vita, e la speranza di potersene costruire una al di fuori della miseria e della distruzione . Erano giovani in cerca di futuro, padri di famiglia con responsabilità verso mogli e figli e furono scambiati a peso con il carbone: in base agli accordi l'Italia riceveva la possibilità di acquistare 200 kg di carbone al giorno per ogni minatore inviato.

Il Belgio aveva promesso trattamento dignitoso e alloggi per il ricovero degli operai:

l’impresa belga si impegna a fare tutto quanto è nelle sue possibilità per procurare all’operaio un alloggio conveniente, provvisto di mobili necessari, al prezzo di fitto praticato nella regione e rispondente almeno alle condizioni previste dal codice di lavoro belga”.

In realtà, le autorità decisero di acquistare vecchi campi di prigionia, costruiti durante e dopo la guerra per alloggiare i prigionieri russi e tedeschi che lavoravano nelle miniere. Campi costituiti da fatiscenti baracche edificate in luoghi insalubri.

Dagli abitanti del luogo e dai minatori belgi gli Italiani venivano trattati come appestati, come prigionieri. Non potevano entrare nei bar, né provare ad affacciarsi nei pochi cinema o luoghi di spettacolo pubblico. Dovevano restare nei campi a loro riservati e venivano chiamati “Machaques”, nomignolo preso in prestito da una razza di scimmie. Nella regione carbonifera del Belgio, dal 1946 al 1963, durante l’accoro “uomo-carbone”, nel bacino di Charleroi morirono in totale 867 minatori italiani per incidenti, abruzzesi e pugliesi pagarono il maggiore tributo di sangue. Altre migliaia persero la vita, negli anni successivi, a causa degli effetti devastanti sulla salute provocati della polvere di carbone. Polvere che avevano respirato sotto le gallerie anche per dieci ore al giorno. La memoria di questi italiani va onorata e non dimenticata, furono usati come merce di scambio dal nuovo governo democratico del nostro paese e sacrificati in cambio del carbone necessario a far ripartire industrie ed economia.

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Matilde Serao: parte seconda

21 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #personaggi da conoscere

Matilde Serao: parte seconda

Anno 1894. Avviene un dramma, tanto inaspettato quanto eclatante, che sconvolge ancora di più la scrittrice: la Bressard, con in braccio la figlioletta avuta da Edoardo, si reca a casa Scarfoglio. E' la fine di un agosto torrido; quando il portone di casa viene aperto dalla donna di servizio, la cantante allunga la figlia tra le mani della cameriera, e, tratta una pistola dalla borsetta, si spara. Altra cronaca dice che la donna lasciasse la bimba a terra su uno scalino insieme ad un biglietto d'addio, biglietto che è conservato nella storia della famiglia dei giornalisti napoletani: « Perdonami se vengo a uccidermi sulla tua porta come un cane fedele. Ti amo sempre ».

Viene soccorsa e ricoverata all'Ospedale degli Incurabili di Napoli, dove muore una settimana dopo. Lecito pensare che Matilde rifiutasse il frutto del peccato del marito, ma non fu così, accettò la figlioletta di Edoardo e Gabrielle, l'accolse con sé e la coccolò come fosse sua figlia; pensate, le dette anche il nome di sua madre, la chiamò, infatti, Paolina. Però è chiaro che il rapporto col marito va via via deteriorandosi, anche perché lo sciupafemmene continua nelle sue scorribande amorose, tra inganni e tradimenti.

Alla fine la Serao abbandona la causa, e lascia il marito; si separano. E lei si risposa, per la cronaca con l’avvocato Giuseppe Natale, che le fu vicino fino alla fine della sua vita; ma questo matrimonio per lei non significa niente, tutto si era concluso con l'amore per Edoardo Scarfoglio. Si dedica ancora di più al suo lavoro di giornalista all'avanguardia, portandolo avanti fino alla sua morte, per oltre mezzo secolo di dure battaglie, non solo letterarie ma anche politiche; tanto che oggi è considerata l'antesignana dei giornalisti moderni.
Ha detto Miriam Mafai:


"... il giornalismo italiano è figlio di Matilde Serao... che a fine ‘800 in una Napoli popolata da circa mezzo milione di abitanti (di cui il 75% analfabeta) riuscì a vendere ben trentamila copie del Mattino, una impresa quasi epica....
... la “Signora del Mattino”, (era) capace “di improvvisare pezzi di colore e di costume, di riempire ‘buchi’ inserendo nelle pagine di quotidiani e periodici aforismi e curiosità, di inventare temi di cronaca e polemica per attirare lettori e abbonamenti, era la migliore testimonianza di un atteggiamento di ‘tipo nuovo’, un esempio illustre per le giornaliste italiane. Ed ella preferì sempre la qualifica di ‘giornalista’ a quella di scrittrice, letterata o poetessa, riconoscendosi pienamente partecipe della ‘febbre, talvolta sottile, talvolta bruciante’, della ‘infermità … dolce e terribile’, del ‘soave e imperioso male dello spirito’ che quel ‘mestiere’ comportava..."

Tuttavia a questa sua attività principale, ella affiancò quella di scrittrice; aveva cominciato a scrivere quando aveva solo venti anni e non aveva mai abbandonato.

Matilde e Napoli

Una curiosità. Più sopra abbiamo detto che, grazie al signor Schilizzi, i due coniugi fondarono un nuovo giornale, Il Corriere di Napoli. Fin dal primo numero venne riproposta la rubrica che tanto successo ebbe a Roma: "Api Mosconi e Vespe" (quella che era nata col nome "Per voi, Signore", firmata da Chiquita, poi dall'altro nomignolo Gibus), qui a firma, stavolta, di Snob (ma sempre della Serao si tratta). A Napoli, al contrario che a Roma, la rubrica fu accolta con entusiasmo, e i salotti della città del golfo facevano a gara per contendersi la scrittrice. La storia l'abbiamo narrata, dopo vari contrasti con l'editore, i coniugi Scarfoglio lasciano il giornale, e fondano il Mattino. Ci furono controversie anche per il nome della rubrica che, nonostante l'abbandono dei due, il giornale di Schilizzi continuò a pubblicare, con lo stesso titolo e la stessa firma; seguirono cause, denunce, etc.
Sapete che s'inventò Scarfoglio in attesa che la giustizia facesse il suo corso? Su Il Mattino dette spazio alla "loro" antica rubrica, ma al posto del titolo: solo puntini "......" con un disegno che raffigurava degli insetti. Geniale!
Nel 1896 si coniò la nuova intestazione: "Mosconi", con il quale il Mattino di oggi ancora presenta la pagina delle cronache mondane della Napoli attuale. Trattava le tradizioni della città, gli usi e i costumi di una volta, molti dei quali difficili a morire e quindi ancora presenti, mettendo in evidenza i (rari) pregi e sottolineando i (molti) difetti.
Ma la scrittrice non disdegna di proporre a quel pubblico, per ora composto di vecchi nobili (pure decaduti) e rappresentanti della borghesia danarosa, anche dei pezzi di letteratura.
Confessò a un amico di famiglia:

"... il mio lavoro al giornale, caro professore (era il professore di filosofia George Herelle) serve per poter vivere, per procurare alla mia famiglia (Matilde dal matrimonio con Scarfoglio ebbe quattro figli) il necessario per vivere; ma io amo la letteratura, che pure non mi dà alcuna entrata. Eppure io amo scrivere, voglio scrivere, perché sento che questa è la mia vita..."

Si può dire che fosse la Serao a mandare avanti il giornale, in considerazione che suo marito era sempre in viaggio, per lavoro, sì, ma anche e (forse) soprattutto per le sue avventure sentimentali con soubrettes e attrici e attricette. Ma - come confessato da lei stessa - amava più di tutto la letteratura; si appassionò a quella francese, che studiò a fondo, lesse libri d'oltralpe, nella lingua d'origine, ciò che le fu utile quando si recò a Parigi (e ci fu più volte), e la sua presenza là la consacrò scrittrice di fama internazionale (coi suoi libri tradotti in francese - Il paese di Cuccagna fu tradotto da Minnie Bourget, moglie del celebre critico letterario Paul ; a Parigi conobbe scrittori e poeti).
Abbiamo detto poco più sopra che la scrittrice proponeva prose (racconti, brevi saggi), e, tra gli altri, pubblicò a puntate - si era nell'anno 1890 - questo suo lungo scritto che poi venne dato alle stampe, l'anno successivo, per le edizioni Treves di Milano, con il titolo appunto de Il paese di Cuccagna. Vi si parla anche del gioco del lotto, croce e delizia dei napoletani, argomento del resto - il lotto - che la scrittrice aveva affrontato anche nel precedente libro Il ventre di Napoli.
Scriveva ne Il Ventre di Napoli:

"... non credete che il male rimanga nelle classi popolari. No, no, esso ascende, assale le classi medie, s'intromette in tutte le borghesie, in tutti i commerci, arriva fino all'aristocrazia....
... dove vi è una rovina finanziaria celata ma imminente... ivi il giuoco del lotto prende possesso, dom
ina...
... Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto..."

E continua imperterrita nella denuncia di questo male incurabile, descrivendo quell'attesa frenetica del sabato, in cui si svolgeva la vita di quella povera gente

... il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni, il popolo napoletano sogna il suo grande sogno, dove sono tutte le cose di cui è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e alto, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla pel bimbo e la biancheria per la moglie e il cappello nuovo per il marito...

I sogni ad occhi aperti che la gente non realizzerà mai, ma spera in quei due tre numeri che ha sognato, o interpretato, o fatto interpretare, su quella cedolina che si tiene stretta al petto, che nasconde in tasca, che legge e rilegge, mira e rimira, e aspetta... aspetta...
Descrive la sua gente con i suoi molti difetti (involontari) e i pochi pregi, prima di illustrare quel gioco che la porta alla rovina,
Nelle sue parole c'è tutto l'amore per il suo popolo.

... È gente umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l'indifferenza di coloro che dovrebbero amarla, l'abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla...
... innamorata del sole, non ha sole; appassionata di colori gai, vive nella tetraggine...
... le tane dove abita questa gente, non sembrano fatte per gli umani, e dei frutti della terra, essa ha i peggiori, quelli che in campagna si danno ai maiali...
... e vi sono vivande che no
n assaggia mai...

Ma questo popolo è dotato di una immensa fantasia che si coniuga con la pazienza che lo porta a sopravvivere sempre di buonumore. E il sogno della vincita è sempre presente nella vita del povero, vive con lui, con sua moglie, coi suoi figli. Un sogno lungo una vita che lo consola ad ogni istante, che si squaglia per conservarsi dentro l'anima.

E' una malattia che si propaga di vascio in vascio, di vico in vico, di quartiere in quartiere; di cuore in cuore, di anima in anima, di persona in persona. E' un virus immenso, contagioso, irrefrenabile...

... dal portinaio ciabattino che sta seduto al suo banchetto innanzi al portoncino, il contagio del lotto si comunica alla povera cucitrice che viene a portargli le scarpe vecchie da risuolare; da costei passa al suo innamorato, un garzone di cantina; costui lo porta all'oste che lo dà a tutti gli avventori, i quali lo seminano nelle case, nelle officine, nelle altre osterie, fino nelle chiese...
La serva del quinto piano, a destra, giuoca, sperando di non far più la serva; ma tutte le serve, di tutti i piani... giuocano, tanto la cameriera del primo che ha le trenta lire al mese, quanto la vajassa del sesto, che ne prende otto, con la dolce speranza di uscir dal servizio, così duro; e si comunicano i loro numeri, fanno combriccola sui pianerottoli, se li dicono dalle finestre, se li telegrafano a segni...
... la moglie dello stagnino affogata dal fetore del piombo, la lavandaia che sta tutto il giorno con le mani nella saponata, la venditrice di castagne che si brucia la faccia e le mani al vapore e al calore del fornello, la venditrice di noci che ha le mani nere sino ai polsi per l'ac
ido gallico...

E in poche righe degne di essere riportate qui, in questo saggio - ma voglio dire: andrebbe riportato qui tutto il libro, per la sua intrinseca bellezza, per la sua importanza nella storia delle città partenopea, per la sua audace atroce denuncia contro tutte le miserie che Napoli si cova nel suo ventre, (come scriveva nel primo libro) la Serao addita indirettamente un altro male che ella ritiene incurabile, se non con una vincita al lotto, del suo disgraziatissimo paese

... dove sono riunite, a vivere di peccato, le disgraziate donne di cui Napoli ha così grande copia, il lotto è una delle più grandi speranze: speranza di redenzione

La scrittrice non si ferma al popolino abituato a una vita di stenti e a volte disumana, perché la malattia del gioco del lotto colpisce anche chi male non sta; parla della piccola e media borghesia ma anche - si direbbe oggi - della gente benestante, senza tralasciare i nobili.
I quali, per accrescere le proprie sostanze - i decaduti per far fronte a collassi finanziari inaspettati o meno - giocano insomma tutti; dalle figlie di famiglia in attesa di sposarsi al piccolo e grande commerciante, dagli impiegati del Comune a quelli delle banche a quelli del Dazio e ai pensionati, giocano specialmente quelli che con la misera somma mensile non riescono a sbarcare il lunario.
E si sparge la voce dei numeri che alcuni sanno che usciranno di sicuro, lo ha detto la cabala, l'ha confermato l'assistito, l'ha comunicato il parente defunto venuto in sogno a dare i numeri. Eh sì, perché i sogni sono il principale stimolo a giocare.


fine seconda parte

marcello de santis

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La prima mortadella non si scorda mai

20 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #ricette, #luoghi da conoscere

La prima mortadella non si scorda mai

Recentemente la rivista statunitense Forbes ha eletto la regione Emilia Romagna come regina della cucina nel mondo. Non c'era bisogno di un parere tanto autorevole per decretare tra i cibi migliori in assoluto il parmigiano reggiano, il prosciutto di Parma e i tortellini, ma io oggi desidero spezzare una lancia verso il salume tipico emiliano che viene considerato il parente povero del prosciutto famoso nel mondo. Parlo della mortadella di Bologna, esclusa dalla lista degli alimenti “in” pur essendo oramai apprezzata anche in America, che ne importa più di 400 tonnellate ogni anno.

Sono ormai lontani i tempi rappresentati nel film di Monicelli “La mortadella”, in cui Sofia Loren, veniva bloccata in aeroporto, perché cercava di portarla clandestinamente a New York, contravvenendo al divieto di importazione, eliminato soltanto nel 2000. Debbo dire che recentemente la mortadella, nostra rosea “eroina”, punteggiata di bianchi lardelli, con le sue paciose rotondità, ha vissuto un momento di vera celebrità e il suo nome è comparso su TV e giornali grazie all'ex primo ministro Romano Prodi cui era stato attribuito il nomignolo di “mortadella”appunto. Soprannome immeritato peraltro, essendo lo stesso originario di Reggio Emilia, per cui più adatto sarebbe stato “stracotto di somarina”, tipico piatto della sua città.

Inspiegabilmente la mortadella risulta essere un salume sottovalutato forse per la sua forma da grosso salame o per il prezzo tutto sommato economico, eppure ha una sua storia di gran rispetto e vanta di essere sempre stata sulle tavole dei potenti come pregiata leccornia.

Le sue origini si perdono nella notte dei tempi, si parla della sua presenza già all'epoca degli antichi Romani da qui deriva, pare, l'etimologia del suo nome, “farcimen murtarum” da mortaio, ovvero dall'attrezzo usato per tritare finemente la carne di maiale e preparare la ben nota polpa. Nel Medioevo era già considerata un cult e soltanto la corporazione dei Salaroli aveva il privilegio di confezionare la vera mortadella e apporvi il marchio originale di “garanzia”, come si direbbe oggi DOC. I luoghi di commercializzazione erano le botteghe dei Lardaroli, prosperanti all'epoca dei Comuni, dove si vendeva tutto il commestibile, dai prodotti della terra agli animali vivi. Negli statuti della corporazione sono indicate la qualità della carne e le modalità di macellazione, ma non viene mai indicata la ricetta della mortadella, tenuta segreta nei secoli e tramandata oralmente soltanto ai membri.

La prima ricetta scritta risale al 1600 ad opera dell'agronomo Vincenzo Tanara che descrive le parti di carne grassa e magra da usare, le spezie, il pepe e quant'altro. È falso credere vi siano mischiate carni diverse, la vera mortadella di Bologna è fatta esclusivamente con carne suina e lardo. Da notare che in quei tempi era esclusivamente ottenuta da maiali autoctoni, più simili ai cinghiali che ai maiali odierni frutto di incroci, e risultava più scura, come si evince da quadri antichi raffiguranti il prezioso salume. Già prezioso perché a quei tempi l'utilizzo delle spezie, e del pepe in particolare, era molto costoso e la mortadella si pagava allora nove volte più del pane, tre volte e mezzo più del prosciutto e via di seguito. Costosa e prelibata dunque la mortadella da comparire solo sulle tavole dei potenti, è documentato, come facesse parte del pranzo di nozze di Lucrezia Borgia con il duca d'Este. Tanto pregiata da essere tutelata e protetta con leggi che tendevano a punire le contraffazioni e le imitazioni, una sorta di anticipazione del marchio odierno di “origine protetta”. Primo salume nella storia dunque a fregiarsi di un “disciplinare di produzione”, quando nel 1661 il legato di Bologna cardinale Farnese ordinò alla Compagnia dei Salaroli di “ fabbricar mortadelle d'isquisita perfettione”.

Poi arrivò l'ottocento, l'insediamento dei primi nuclei industriali, l'utilizzo di macchinari, l'alta produzione, e la mortadella, come molti nobili, decadde e divenne un prodotto popolare.

Si stima che, ai primi del Novecento, gli addetti alla lavorazione in varie imprese fossero già oltre un migliaio, resta famosa a Bologna una delle prime aziende produttrici “Alessandro Forni”, che inventò la mortadella in scatola. Scatole di latta che consentivano una migliore conservazione e l'esportazione in tutto il mondo. Non sarà sfuggito a chi ha letto “Le avventure di Gordon Pym” , il romanzo del 1837 di Edgar Allan Poe, che tale alimento era citato dal protagonista, imbarcatosi da clandestino, che nella stiva della nave si era “abbondantemente servito di mortadella”.

Oggi ne vengono prodotte milioni di tonnellate all'anno, conosciuta e apprezzata a merenda per un rustico panino, se volete gustarne appieno il sapore, venite a Bologna e fatevela affettare con la “coltellina”, le fette restano più spesse e la mortadella si scioglie in bocca, infine ricordate che è ingrediente imprescindibile per il ripieno dei famosi tortellini... ma di questi parleremo un'altra volta.

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Matilde Serao: parte prima

19 Agosto 2015 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Matilde Serao: parte prima


Matilde Serao (Patrasso, 7 marzo 1856 – Napoli, 25 luglio 1927)

Mario Stefanile, grande giornalista, scrittore, critico letterario – ma anche pittore surreale e fotografo – allievo della Nunziatella, Napoli, 1910 -1977, (nel suo libro Labirinto napoletano: studi e saggi letterari su scrittori di ieri e di oggi, Napoli, 1958) descrisse così la scrittrice:

Matilde Serao coincide con il ritratto della città, il ritratto segreto e commosso, trepidante e acceso, vibrante e straziato di una città che esprime la sua grandezza non già attraverso l'opulenza ed il sorriso, ma con la miseria ed il pianto.

Era nata in Grecia, Matilde Serao, nella seconda metà dell'ottocento, e si affermò come la prima donna italiana ad aver fondato un giornale, e ad averlo diretto con efficacia e capacità. Ma oltre che a svolgere il suo lavoro in redazione, ebbe il tempo di guardarsi intorno e sviscerare angoli e vizi e miserie della sua amata città, che le diede modo di scrivere un gran numero di libri.

Nacque in Grecia, perché suo padre Francesco, avvocato di una certa importanza, nell'anno 1848 era riparato colà per sfuggire ai Borbone che stavano imperversando sui patrioti napoletani, si era - ricordiamo - in pieno della rivolta del 15 maggio dei quell'anno turbolento. Là la famiglia fu costretta a vivere in condizioni disagiate, Francesco dovette fare l'insegnante, e nel frattempo scriveva ogni tanto qualche articolo per un giornale locale; poi, fattasi una certa fama, anche per altri. E finì per sposare una donna greca, la signora Paolina, una nobile borghese del luogo - si erano rifugiati a Patrasso - donna molto intelligente, sufficientemente colta, e soprattutto pratica.
Là nacque Matilde, era l'anno 1856.
Pur essendo nata in Grecia, nei modi, nel portamento, nella parlata a voce alta, Matilde ragazza era una napoletana verace. E da napoletana verace più tardi raggiunse la notorietà per avere scritto della sua città, degli abitanti di essa, dei vicoli, delle miserie e povertà, delle poche gioie e dei molti dolori di una terra che non ebbe mai un'età matura.
Qualcuno scrisse di lei:

"Matilde Serao aveva il dono di rappresentare delle persone reali ... tutto il turbinìo di intiere folle rumorose ... di un'intiera città..."

Dopo solo quattro anni dalla nascita di Matilde, la famiglia fece ritorno in Italia, ma non a Napoli, bensì in un paesino in provincia di Caserta. Francesco tornò al suo antico lavoro, quello di giornalista, ciò che permise alla piccola Matilde di frequentare la redazione del giornale del padre, e di vivere tra i fogli e le bozze e i macchinari di stampa. A otto anni stava ancora molto indietro con l'istruzione, non sapeva leggere né scrivere.

Crebbe la bambina, e diventò maestra, prendendo il diploma magistrale appunto; ma per aiutare in famiglia (la mamma s'era ammalata nel frattempo) cercava lavoretti che le permettessero di guadagnare qualcosa, e faceva anche concorsi; ne vinse uno, alle poste e telegrafi, e s'impiegò, ma la passione che si sviluppava in lei, e non poteva essere altrimenti, era quella del giornalismo. Per cui scrivere diventò la sua occupazione principale: articoli, saggi, recensioni, per il Giornale di Napoli; e anche brevi novelle, che venivano pubblicate. Ma non era completamente soddisfatta; lasciò così la sua città per andare a Roma. Qui prestò la sua opera al giornale Capitan Fracassa, sul qual scriveva, come del resto faceva a Napoli con uno pseudonimo; là era Tuffolina, qui divenne Chiquita. Aveva 28 anni, e ormai aveva trovato la sua strada: giornalista e scrittrice, si trovò a frequentare i salotti letterari della capitale, nonostante il suo aspetto che non faceva niente per farla accogliere favorevolmente; infatti era tozza di figura, con una voce potente e affatto femminile, e modi spicci quasi di popolana. Inoltre, quando rideva, la si sentiva a distanza. I salotti letterari dapprima la tennero a distanza, erano indifferenti alla sua presenza ma ben presto si integrò a tal punto che era ricercata. Ciò si deve anche alla rubrica che teneva sul Corriere intitolata Per voi, Signore, articoli a firma di una non meglio identificata Chiquita, rubrica mondana che trattava argomenti i più vari; ma soprattutto dettava consigli sul saper vivere che destarono subito l'interesse delle donne dell'alta borghesia. Finalmente di questa ormai famosa Ciquita, si interessavano anche le altre. Le altre erano delicate signore dell'alta società, belle e aristocratiche, elegantemente vestite e quasi sempre piene di fascino, che all'inizio non la potevano considerare quindi una di loro.
Di lei si spettegolava; e non poco. Però Matilde si trovava a proprio agio in mezzo alla gente bene; pur sapendo i pettegolezzi che quelle damine eleganti (come ebbe a definirle in un suo scritto) facevano sul suo conto. Edoardo Scarfoglio la considerava tanto "pettegola e convenzionale... falsa... vanitosa... brutta...incorreggibile e arruffona... nella vita comune ", quanto "semplice affettuosa bella umile dolce... nell'intimità...".

Più tardi le sue comparse in società, e nei salotti di cui sopra, le servivano per notare e annotare, per poi scrivere sui fogli del Capitan Fracassa, i suoi articoli.
Fu nella redazione del giornale che Matilde Serao incontrò il giornalista scrittore Edoardo Scarfoglio. E guarda caso proprio lui che sul sul primo romanzo Fantasia, edito nel 1883, non ebbe certo parole elogiative. Ecco come si espresse:

"… si può dire che essa sia come una materia inorganica,
come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso,
nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano
di saporire la scipitaggine del
l'insieme...".

E sul linguaggio usato dalla Serao ebbe a dichiarare che era un misto di italiano, dialetto e francese. Nonostante ciò che pensava dei suoi scritti Scarfoglio, quel ragazzo che ella giudicò, e a ragione, subito intelligente, intrecciò con lui una relazione che dettò scandalo nella Roma bene dell'epoca. I due personaggi erano l'uno il contrario dell'altro, distinto, alto, bello lui, affatto bella, non grassa ma di corporatura abbastanza voluminosa, tozza e con un atteggiamento da maschio lei, non parlava senza gesticolare, senza quella grazia propria delle ragazze, e molto rumorosa, come rumorosa era la folla di Napoli; vestita alla bell'e meglio. E aveva una facoltà rara nelle donne del secolo: la parlantina sciolta e pungente; e fu proprio questa qualità che la fece accettare del mondo maschile e maschilista di allora, all'interno dei giornali; con i quali ella collaborò, ricordiamo il Fanfulla della Domenica, La Domenica Letteraria, la Cronaca Bizantina e altri.
Con Edoardo Scarfoglio il colpo di fulmine scoccò nel mese di luglio del 1883, sul mare di Francavilla in Abruzzo. Matilde lo irretisce, pur non essendo bella, ma grande di una fortissima personalità e di una parlantina eccezionale (Scarfoglio ebbe a dire all'amica più cara di Matilde, la Olga Ossani, detta Febea: ... ch'aggi' 'a di', Flebe', Matildella (usando il vezzeggiativo che usava proprio Flebea) me piace troppo!

Il colpo di fulmine e la successiva frequentazione, anche per motivi di lavoro, nelle stesse redazioni, li unirono indissolubilmente, e questo rapporto, che divenne intimo in breve tempo, si concluse con le nozze celebrate a Roma due anni dopo. Avvenimento che fece epoca tanto che

D'Annunzio ne scrisse sul giornale La Tribuna.

Andarono ad abitare a Napol, in un appartamento al Monte di Dio, ma lavorarono nella capitale fino a che non tornarono definitivamente a Napoli. Ebbero quattro figli.

Giornalisti tutt'e due, non disdegnavano di scrivere libri; lei specialmente, iniziò proprio con quello che il futuro marito stroncò al primo apparire. Ma a quello ne seguirono più di sessanta.
Il romanzo che le dette il successo uscì nel 1884: Il ventre di Napoli, che mette a nudo tutto quanto di misero e plebeo circonda la sua città. I temi che tratta, a chi legge il romanzo, appaiono come quelli insoluti ed insolubili di oggi, pare che quasi un secolo e mezzo sia passato invano. 'A monnezza e 'a camorra c'erano allora e imperano ancora oggi, come un castigo che dio ha mandato, un peccato mortale che non deve essere mai assolto. E i rimedi che la scrittrice propina al lettore e all'autorità per risolvere i problemi sono leggeri e quasi ci volesse solo un miracolo di San Gennaro, allora come adesso.

"... Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli?...
... Voi non potrete sicuramente lasciare in piedi le case che sono lesionate dalla umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all’ultimo piano si brucia nell’estate e si gela nell’inve
rno;
dove le scale sono ricettacoli d’immondizie; nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente, vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti;
... il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione
...Voi non potrete lasciare in piedi le case, nelle cui piccole stanze sono agglomerate mai meno di quattro persone, dove vi sono galline e piccioni, gatti sfiancati e cani lebbrosi;
case in cui si cucina in uno stambugio, si mangia nella stanza da letto e si muore nella medesima stanza, dove altri dormono e mangiano, case, i cui sottoscala, pure abitati da gente umana, rassomigliano agli antichi, ora aboliti, carceri criminali della Vicaria, sotto il livello del suolo
... a quella povera gente, per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, essi sono fratelli nostri,
... non basta sventrare Napoli: bisogna quasi
tutta rifarla…"

E Matilde affronta e descrive l'usura, che c'è ancora oggi, il lotto, croce e delizia dei poveretti che vivono di speranza e muoiono ora come allora disperati; l'anima della città (povera) e ... l'anima della città... La scrittrice descrive penetrandola in prima persona l'anima della gente, la tragedia della sua vita quotidiana, la sua miseria perenne, la rassegnazione a un destino che non cerca mai di cambiare ché sa di non poterlo fare. Scarfoglio, recensendo la sua prima opera, parlò del suo modo di scrivere: popolano, sciatto, incerto, dallo stile spezzato e approssimativo.

Matilde Serao ebbe a giustificare il suo modo di scrivere:

"... io uso questo linguaggio mezzo napoletano e mezzo italiano, perché il popolo mi intenda, mi capisca, io non scrivo bene, perché il popolo non scrive bene, anzi non sa scrivere affatto, e sa a malapena leggere, e non posso usare paroloni e circonlocuzioni ardite, anche se lo sapessi fare, non lo farei... solo così infondo nelle mie parole il calore di cui la gente ha bisogno.... per coinvolgere la gente è così che devo fare..."

Tornati a Napoli, i coniugi Scarfoglio diressero il Corriere di Napoli, il giornale che ella stessa aveva fondato. Il Corriere di Roma, che avevano creato quando erano a Roma, non ebbe fortuna, e durò pochissimo tempo, anche per il fatto che i lettori continuarono a privilegiare La tribuna.
I debiti li stavano distruggendo, e i coniugi non sapevano più come andare avanti, il dubbio, se continuare in qualche modo o chiudere, li assillava costantemente. Fino a che, a Napoli, incontrarono il proprietario del Corriere del Mattino, un banchiere toscano che abitava la città del golfo.
Matilde era una ottima giornalista, ma sapeva che questa professione, pur duratura, le avrebbe dato una gloria effimera e temporanea, per cui si diede a scrivere romanzi carichi di tutta la sua esuberanza letteraria.
E i suoi articoli sulla moda, sul costume, sul modo di vivere del suo tempo, li trasportò nei libri che scrisse. Ma ora, con la crisi del giornale romano, forse avrebbe dovuto lasciare. Fu una fortuna l'incontro col signor Schilizzi, di cui abbiamo detto sopra; venuto a sapere delle difficoltà finanziarie in cui versavano, propose loro di venire a Napoli, e lavorare con lui al suo giornale.
Matilde vide una luce aprirsi davanti ai suoi occhi, e accettarono; il banchiere saldò i debiti ingentissimi del Corriere di Roma, , nel 1887, il giornale chiuse definitivamente. Si trasferirono a Napoli, e l proprietario del Corriere del Mattino decise di cambiarne il nome; da quel momento si chiamò, come abbiamo detto più su, Corriere di Napoli, che cominciò la sua vita col gennaio del 1888.
Intanto La Serao scriveva libri, con la sua attenzione costantemente rivolta alla povertà dei suoi conterranei e ai bisogni che mai potevano eliminare dalla loro vita quotidiana. Conobbe vari personaggi dell'epoca: Eleonora Duse (che divenne sua grande amica), D'Annunzio, Sommaruga, il direttore de La cronaca Bìzantina, Edmondo De Amicis, autore del libro Cuore, e quel famosissimo all'epoca Gegé Primoli, che teneva il più importante salotto letterario della Capitale.
Il lavoro dei coniugi Scarfoglio presso il giornale dello Schilizzi durò poco, ché, nel 1991 cedettero le loro quote allo stesso socio/proprietario, e con le 100.000 lire che ne ricavarono fondarono un proprio giornale; nacque Il Mattino, la cui prima copia vide la luce a metà di marzo dell'anno dopo.
Anno 1892, era appena nato il giornale, Matilde Serao non sta bene (dice), ha bisogno di cambiare aria e si reca a curarsi (riposarsi) in Val d'Aosta. Scarfoglio aveva fama di sciupafemmene, come si diceva a Napoli, e la sua vita - nonostante il matrimonio con la Serao, matrimonio senza alcun dubbio d'amore, donna intelligente ma goffa, affatto bella, grossa e tozza, e sgraziata; con lei ebbe una vita sentimentale normale - si svolge tra ballerine e belle donne, e puttane d'alto bordo; conosce una giovane cantante/ballerina venuta in Italia in cerca di lavoro e di avventure, di cui si invaghisce e che mette incinta: Gabrielle Bressard, una bellissima parigina. Del resto era vox populi che Scarfoglio passasse da un'avventura all'altra sia a Roma che a Napoli; passioni focose e ballerine appetitose. Matilde sapeva ma lasciava correre, conscia del suo fisico affatto attraente; ma a questa nuova scappatella, e qualcuno dice che lo fece proprio per questo, se ne andò, come detto, al nord, ufficialmente per riposarsi dalle fatiche del giornale. Altri dicono che Eduardo conobbe Gabrielle quando lei già se ne era andata dopo un furioso litigio. Abitavano a Roma, in quel periodo, e Scarfoglio frequentava teatri e camerini.

Quando la cantante resta incinta, chiede al suo amante di andare a vivere insieme, lasciare sua moglie e fuggire con lei. No, Non può farlo. Rifiuta. Del resto ama sua moglie.


Fine prima parte

marcello de santis

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In giro per l'Italia: Positano

18 Agosto 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Positano

Durante il periodo delle ferie, Flaviano Testa ci invia le sue fotografie, sempre accattivanti, da un posto di villeggiatura e, guardando le immagini, pare di poter davvero ammirare gli splendidi panorami di Positano, un paese del sud Italia situato nella splendida cornice della costiera amalfitana.

Famoso fin dall'antichità per la bellezza dei luoghi e per la mitezza del clima, Positano fu apprezzato già dagli antichi romani per trascorrervi periodi di villeggiatura, dove praticare il loro "otium",come attestano numerosi rinvenimenti anche recent, fra cui quello di una villa con accesso dal mare.

Arroccato su un promontorio, ha tipiche scalinate che lo percorrono e, dall'alto del paese, arrivano fino alle spiagge. Il piccolo centro nacque come villaggio di pescatori poi, verso la seconda metà del Novecento, il luogo così riservato e incantevole è stato preso d'assalto da un turismo di élite e si è gradualmente trasformato nel centro turistico che oggi tutti conosciamo. Gli abitanti hanno, con splendido spirito di iniziativa, saputo affrontare il cambiamento e, conservando la loro innata semplicità, si sono trasformati da pescatori in disegnatori di moda. Gli abiti in stile “Positano”, confezionati con fibre naturali, linee semplici, e tinte vivaci, sono diventati il cult delle signore del jet set che frequentavano la costiera negli anni 50.

Nel tempo sono fiorite attività di fabbri che producono il ferro battuto e di cestai che, sfruttando i rami giovani e flessibili degli alberi di castagno, costruiscono ceste per trasportare merci o che vengono adibite ad originali culle per bambini, insomma l'economia del piccolo centro oggi è rivolta esclusivamente al turismo, con la proficua attività di calzolai che lavorano il cuoio e di bravi ceramisti.

Positano, che ha ammaliato il mondo intero quando i primi viaggiatori scorsero questo piccolo borgo di pescatori, con le case bianche aggrappate alla roccia, nel tempo è divenuto meta di viaggiatori provenienti da ogni parte del mondo.

Numerose sono le leggende riguardo al nome di Positano, alcuni lo fanno risalire addirittura al Dio del mare Poseidone, “Posidan” per i Greci che avrebbero fondato il primo nucleo abitativo. Una leggenda vuole, invece, che il nome derivi da un avvenimento accaduto all'incirca nel XII secolo, quando l'equipaggio di una nave, con a bordo un quadro raffigurante la Madonna, trovandosi in difficoltà proprio di fronte alla costa di Positano, udì una voce proveniente dal dipinto stesso pronunciare le parole ”Posa posa”. Deposto il quadro sulla spiaggia, la nave potè riprendere il suo viaggio e gli abitanti iniziarono la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna dell'Assunta.

Dalla parte alta del paese, in mezzo a coltivazioni a terrazze di alberi di limoni e viti, si possono ammirare panorami mozzafiato che spaziano dalla pianura del Sele, fino a Paestum, per giungere con lo sguardo all'isola di Capri, davvero un piccolo angolo di paradiso di cui parlò lo scrittore francese Astolphe de Custine, scrivendo “in questo paesaggio incomprensibile, solo il mare è orizzontale, e tutto ciò che è terra ferma è quasi perpendicolare”.

In giro per l'Italia: Positano
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Libero Bovio

17 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Libero Bovio

LIBERO BOVIO (Napoli 1883-1942). Per farvi un'idea di chi è stato questo grande poeta e scrittore napoletano del primo novecento voglio partire dalla fine.
Dopo una vita di successo, e di estemporaneità grazie al suo carattere compagnone e allegro, anche se un poco - apparentemente e forse no - misantropo, il poeta è sul letto di morte.
E voglio immaginare che in questo mesto momento della sua vita, nelle case, nelle piazze, nei vicoli della città partenopea la quotidianità della gente - che scorreva come al solito uguale e monotona, e da qualche parte forse anche no - si lavorasse si riposasse si vivesse - insomma - ascoltando qua la canzone Lacreme Napulitane


... e 'nce ne costa lacreme st'america
a nuje napulitane
pe' nuie ca 'nce chiagnimmo
o ci
elo e napule

là, la canzone Reginella

t'aggio voluto bene
tu m'hai voluto bbene a me
mo nun'nce amammo 'cchiu'
ma a vvote distrattame
nte
pienzo a te

e magari la radio italiana dell'epoca, quella che si chiamava ancora EIAR - Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (avrebbe assunto la sigla di oggi RAI Radio Audizioni Italiane solo due anni dopo, nel 1944) trasmetteva per tutto il territorio nazionale la canzone più malinconica, più triste del poeta: quella Chiove che egli scrisse dedicandola alla celebre cantante Elvira Donnarumma.

Tu staje malata e cante,
tu staje murenno e cante...
So' nove juorne, nove,
ca chiove...chi
ove...chiove...

La cantante infatti stava per morire - era l'anno 1923 - e Libero Bovio, don Liberato come lo chiamavano gli amici e colleghi più intimi, volle dedicargli una poesia; perché al poeta sembrò che la signora Elvira esprimesse con gli occhi ancora il desiderio di poter cantare, magari una canzone nuova, e magari una canzone scritta appositamente per lei dal suo più grande amico, don Liberato, appunto.

E se fa fredda ll'aria,
e se fa cupo 'o cielo,
e tu, dint'a stu ggelo,
tu sola, ca
nte e muore...

Chi si'? Tu si' 'a canaria...
Chi si'? Tu si' ll'Amm
ore...

E forse, chissà, con lo sguardo triste e stanco sul viso emaciato, implorava con un sorriso amaro, il poeta vicino 'on Libera' scrivetemi 'na canzona...
Elvira aveva un aspetto imponente, era piuttosto grossa, florida e vivace.
Cominciò a cantare giovanissima a Napoli per poi trasferirsi a Roma dove si esibì a lungo come canzonettista, appunto. Nonostante non avesse particolari attrattive fisiche, divenne una cantante di grande successo. Era il periodo della Belle Epoque e dei cafè-chantant e lei ne divenne presto una regina incontrastata. Ebbe successi enormi, e la stima di grandi autori come Bovio, appunto, e Nicolardi. Lavorò fino a che la sua cattiva salute, che era stata malferma fin dalla giovane età, la costrinse a ritirarsi dalle scene nel 1932.
Morì a Napoli l'anno successivo, all'età di cinquant'anni.
Fu così che nacquero i versi di Chiove, che il poeta sottopose all'attenzione del suo amico Evemero Nardella; che ne fece - musicalmente parlando - il capolavoro di quell'anno; e di tutti i tempi.

Tu, comm'a na Madonna,
cante na ninna-nonna
pe' n'angiulillo 'n croce,
ca vò'
sentì' 'sta voce,

'sta voce sulitaria
ca, dint' 'a notte, canta...
E tu, comm'a na Santa,
tu sola
sola, muore...

Chi sì'? Tu sì' 'a canaria!
.......
Giesù, ma comme chiove!

***

Il poeta aveva una stazza gigantesca, era grosso, camminava poco; sempe c''a sigaretta 'mmocca, come scrisse più tardi Carosone in una sua canzone dal titolo 'o sarracino; la sigaretta tra le labbra, viaggiava sempre in carrozzella; i napoletani lo amavano molto e lo riconoscevano da lontano quando passava per strada; correvano verso di lui e lo applaudivano, lo complimentavano; era una gioia per loro raccontare poi di averlo visto, di averlo avvicinato, e i più fortunati, di avergli stretto la mano.
Era ricercatissimo nei salotti che contavano, nelle "periodiche che si tenevano nelle case dei signori, dove si davano convegno scrittori, poeti, musicisti, parolieri"; era rinomato e per la sua classe estetica non indifferente e per la sua battuta sempre pronta e spontanea.
Ascoltate questa: un giorno sedeva al suo tavolo di lavoro, nella redazione della Casa musicale La canzonetta. Stava leggendo una sua nuova poesia al direttore, quando entrò nella stanza un modesto gerarca fascista, venuto appositamente nella sede delle Edizioni per comunicare al poeta che stava per arrivare a Napoli un alto funzionario del partito, tale Edmondo Rossoni, che desiderava incontrarlo.
Si avvicina alla scrivania, si presenta, battendo i tacchi con sussiego e disciplina, come era uso fare, ma Bovio che non intende distrarsi, alza appena la testa, gli lancia uno sguardo brevissimo e gli dice: pigliatevi una sedia. E torna alla sua poesia.
Quel fascistello borioso anzichenò, piuttosto contrariato da questo comportamento, gli fa: Forse non avete capito chi sono! E si ripresenta: nome, cognome, grado.
E Bovio: ...aaaaaahhh, e allora pigliateve ddoje segge.
E torna a leggere.
La sua fama nel mondo si deve alla canzone napoletana, anche se scrisse pure versi in lingua, che divennero presto canzoni famosissime; ricordiamo tra le più celebri Signorinella e Cara piccina. Amava la sua città, la sua gente, il suo dialetto. Diceva: Vuje nun 'o ssapite, ma puro Giesù parlava in dialetto; e Dante nun scriveva in dialetto? O pateterno alloco pur'isso parla in dialetto! (da: Renato De Falco, Del parlare napoletano.)
Scrisse i versi di "Surdate", che divenne la sua prima canzone di successo, per la musica di quel grande musicista, cui abbiamo già accennato, che fu Evemero Nardella.

«Songo napulitano. Nun voglio fa' 'a guerra, signor tenente...
voglio sulamente can
ta'!».

Il tenente ha sorpreso il soldato mentre canta una malinconica canzone napoletana, e gli dice che non deve fare il tenore, ma deve fare il soldato. E il soldato, con gli occhi lucidi, velati di tristezza, gli risponde così:

«Signor tenente,
mannàteme 'm priggione, nun fa niente!
Pienzo a 'o paese mio ca sta luntano,
e so' napulitano, e si
nun canto i' moro!»

Racconta lo storico Vittorio Paliotti che, quando Libero Bovio doveva salire sulla carrozzella, il cocchiere si doveva spostare con tutto il suo peso dalla parte opposta rispetto a dove stava salendo lui, facendo da contrappeso, per evitare che con la sua mole inconsueta facesse capovolgere la carrozza.
Lo scrittore Giuseppe Marotta lo descrive così: ... largo, denso, ... il mento a due piani, il ventre ondeggiante e inquieto come un pallone alla festa del Carmine in procinto di innalzarsi, le gambe stipate negli imbuti dei calzoni...
La storia della canzone napoletana lo annovera tra i grandissimi di tutti i tempi, accanto a Salvatore di Giacomo, Ernesto Murolo, E.A.Mario.
Si iscrisse all'Università, alla facoltà di medicina, ma non faceva per lui, abbandonò. La madre, la signora Bianca Nicosia ,valente pianista e maestra di pianoforte, quando s'avvide che al figlio piaceva comporre in napoletano, cercava di distrarlo facendogli ascoltare brani di musica classica, ma lui era solito affermare che migliori di Bach e Beethoven erano senz'altro i suoi compagni Gambardella e Di Capua (altri due grandi della canzone napoletana).
Fu il re di Piedigrotta per oltre trent'anni, con poesie musicate dai grandi musicisti di Napoli, tra cui Nardella, Lama, De Curtis.
La madre fece di più, per distrarlo da questa sua "mania" lo fece assumere presso un giornale locale, ma a lui di stare là dentro non piaceva; lo lasciò dunque per andare al Museo archeologico Nazionale; qui aveva modo di scrivere; e molto anche, ma soprattutto scrivere quello che più gli piaceva, lontano dagli sguardi fulminanti sua madre: poesia in dialetto.
Questa sua passione lo portò a dirigere la casa editrice La canzonetta per cinque anni (1917-1923), per poi passare ad un'altra casa editrice.
Nel 1915 scrisse Tu ca nun chiagne che Ernesto De Curtis rivestì di una musica immortale, e Reginella (musicata da di Gaetano Lama); il tempo passava e il suo nome brillava sempre di più; e anche la sua stazza saliva e saliva...
I napoletani lo amavano.

Dieci anni dopo nacquero 'O paese d'o sole (musica Vincenzo D'Annibale) e Lacreme napulitane (Francesco Buongiovanni).
Gaetano Lama musicò anche quella stupenda poesia che è Silenzio cantatore; sulla quale ebbe a scrivere alla moglie Maria, Luigi Pirandello: ... Silenzio cantatore vale quanto i miei Sei personaggi in cerca d'autore.
Va ricordato che nel 1934, - aveva appena passato la cinquantina -, fondò insieme ai musicisti suoi amici e collaboratori Gaetano Lama e Ernesto Tagliaferri, cui si unì anche Nicola Valente, la casa editrice La bottega dei quattro.
La sua vita fu costellata di tantissimi aneddoti che si ricordano con simpatia ancora oggi. Ne voglio riportare ancora uno.
Don liberato, come lo chiamavano gli amici, stava a letto con una fastidiosa influenza. E poiché non gli passava, impaziente, insofferente com’era proprio per natura, oltretutto con quella figura massiccia che si ritrovava - figuriamoci poi come doveva esserlo adesso che non si sentiva bene - fa chiamare il dottore.
Viene al suo capezzale un valente medico di Napoli, basso e scartellato (cioè gobbo). Il poeta che ha la testa avvolta in uno scialle di lana, si lamenta,
- dotto’… dotto’, me sento male! Me sa ca chesta vota ‘on liberato se nne va…
Il medico gli batte uno scherzoso colpetto sulla pancia enorme e per sollevarlo da quel pessimismo fuori luogo, gli fa:
- … don libera’, pigliateve ‘e medicine che v’aggio scritto ccà, e int’a quacche juorno, vuj starete comm’a me.
Bovio spalanca gli occhi sulla misera storta figura del medico, e bofonchia:
- dottò, voglio muri’…
Pur essendo di una mole esagerata era molto riservato e dotato di un pudore immenso. Le sue canzoni celebri non si contano. Noi ne vogliamo ricordare ancora altre due, indimenticabili.
Una è Zappatore che il poeta scrisse nel 1928, e che la musica di Ferdinando Albano contribuì a farne un successo internazionale. Successo che si deva anche al grande cantante Mario Merola, il quale ne recitò una sceneggiata che rimarrà alla storia. Ma forse pochi sanno che la prima interpretazione della canzone si deve a Gennaro Pasquariello (nel 1928, appunto); e solo un anno dopo - tanto era accattivante la storia - nacque la sceneggiata che porta lo stesso titolo, portata sulle scene dal grande Salvatore Papaccio due anni dopo, nel 1930.
Dovevano passare 52 anni, prima che Mario Merola ne facesse il suo cavallo di battaglia, nell'anno 1980, portandola in giro prima in Italia e successivamente in America, dove gli emigrati italiani fecero un idolo del cantante.
A una festa di ballo che si svolge in città si presenta un uomo di campagna, con indosso poveri panni di tutti i giorni. Persone allegre, "uommene scicche e femmene pittate": uomini eleganti e signore bene abbigliate.

Chi só'?...
Che ve ne 'mporta!
Aggio araputa 'a porta
e só'
trasuto ccá...

Musica, musicante!
Fatevi mórdo onore...
Stasera, 'mmiez'a st'uommene aligante,
abballa un contadin
o zappatore!

E' venuto a cercare il figlio avvocato, che per la grande città s'è dimenticato del paese e della madre che sta morendo,

... se vi vergognate di noi, signor avvocato, anch'io mi metto scuorno - mi vergogno, di vossignoria...
Sìssignori, scusate, sono un parente dell'avvocato... e voglio dirgli
che

Mamma toja se ne more...
'O ssaje ca mamma toja more e te chiamma?
Meglio si te 'mparave zappatore,
ca 'o zappatore, nun sa sco
rda 'a mamma!

Mamma tua sta morendo, vorrebbe che tu venissi a raccogliere il suo ultimo sospiro...

Chi só'?
Vuje mme guardate?
Só' 'o pate...i' sóngo 'o pate...
e nun mm
e pò cacciá!...

Só' nu fatecatóre
e magno pane e p
ane...
Si zappo 'a terra, chesto te fa onore...
Addenócchiate... e vásame sti
mmane!

(sono un lavoratore/ e mangio pane e pane/ se lavoro la terra, questo ti fa onore/ inginocchiati, e baciami queste mani.)

L'altra canzone che non potevamo non ricordare è la celebre Guapparia. Aveva 31 anni Libero Bovio quando scrisse le parole della canzone; e il musicista Roberto Falvo, che di anni ne aveva dieci più di lui, ne fece un capolavoro. Non c'è concerto nel mondo, leggero o lirico, in cui questa canzone non venga eseguita. Nel tempo venne classificata - se così si può dire - una "canzone di giacca" cioè di malavita; il nome si deve al fatto che parla del "guappo" che si presenta sempre ben vestito, elegante, cravatta alla moda e giacca attillata.
Un uomo è offeso dalla sua donna. Si chiama Margherita, è 'a cchiù bella d''a 'nfrascata.

Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù bella d''
a 'nfrascata!

Ma adesso lui la vuole 'ntusseca', la vuol fare soffrire. E organizza una serenata 'ntussecosa, cattiva, crudele, per mettere in croce chi l'ha messo in croce; per colei che gli ha fatto perdere la dignità di guappo; pe' colpa soia. Era il più guappo del rione Sanità, e adesso...

Ll'aggio purtato 'o capo cuncertino,
p''o sfizio 'e mme fá sèntere 'e cantá...
Mm'aggio bevuto nu bicchiere 'e vino
pecché, stanotte, 'a voglio 'ntussecá...
Scetáteve guagl
iune 'e malavita!...

Ma il complesso, il concertino improvvisato, pur partecipando al dolore del capo, non va a tempo, stona maledettamente e sembra piangere mentre dovrebbe piangere solo lui...

Pecché nun va cchiù a tiempo 'o mandulino?
Pecché 'a chitarra nun se fa sentí?
Ma comme? chiagne tutt''o cuncertino,
addó' ch'avess''a chiagnere sul'i'...
Chiágneno sti guagli
une 'e malavita!...

Libero bovio s'era ammalato nel 1941, quando aveva 57 anni. Stava nella sua casa a Napoli, in Via Duomo; morì là; era il mese di maggio del 1942. Poco prima di spirare scrisse gli ultimi suoi versi, Addio Maria, dedicati alla moglie Maria (Maria Di Furia). Ma volle scrivere anche il suo epitaffio, che desiderava fosse scolpito sulla pietra sulla sua tomba. Parole che dicevano così

qui non riposa libero bovio
perché gli altri morti di notte
litigano tra loro
e gli da
nno fastidio

Ciò che non avvenne: là furono incisi alcuni de versi di Addio Maria... Forse, e forse anche spesso, quando la gente passando si sofferma a leggere il suo nome sulla lapide e i versi dedicati alla moglie Maria, da lontano, fuori del camposanto giungeranno le parole e la musica di qualche sua canzone che si scioglierà dolce nel silenzio del luogo di rispetto. Silenzio che parla parole d'amore per la sua cara Maria.

Marì dint''o silenzio
silenzio cantatore
nun te dico parole d'ammore
ma t''e ddice '
o silenzio pe' me"


marcello de santis

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LA PAURA di FEDERICO DE ROBERTO (1861 – 1927)

16 Agosto 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

LA PAURA di FEDERICO DE ROBERTO (1861 – 1927)

"Nell'orrore della guerra l'orrore della natura; la desolazione della Valgrebbana, le ferree scaglie del Montemolon, le cuti delle due Grise ... uno scenario da Sabba romantico, la porta dell'inferno".

L'inizio della novella, ambientata nel Primo Conflitto Mondiale, rivela in modo magistrale la sensazione di violento disagio dei soldati nelle inospitali zone di guerra. Il dramma della vicenda è accresciuto dalla sostanziale unità di tempo, luogo, azione.

I fatti si svolgono in una postazione italiana mal difesa, ma ritenuta cruciale dai Comandi. Bisogna che una vedetta stazioni regolarmente in un punto poco protetto da dove si possono osservare gli eventuali movimenti degli austriaci. Tutto è tranquillo finché un implacabile tiratore inizia a sparare, uccidendo la sentinella. Secondo gli ordini ricevuti, il tenente Alfani deve far uscire un altro uomo. Il cecchino colpisce ancora efficacemente. Un altro deve allora prendere il posto del caduto. Passano davanti all’ufficiale soldati provenienti da mezza Italia; ciascuno è inquadrato nella sua specificità regionale attraverso la parlata. De Roberto, nato a Napoli e vissuto principalmente in Sicilia, si fece aiutare per il lato linguistico da amici di altre regioni.

Alfani vede cadere altri dei suoi; ma l'ordine è chiaro e viene ribadito dai superiori. La postazione deve essere presidiata a tutti i costi, nonostante sembri tragicamente inutile. La sofferenza e lo strazio raggiungono il loro apice quando un soldato, prima di andare allo scoperto, chiede di parlare col cappellano che però non c’è. Qui c'è un punto molto intenso; il tenente si sente tenuto a fare non solo da superiore, ma anche da confessore e confidente nel momento in cui la morte del subordinato è vicina. Nelle piccole unità, in effetti, il rapporto tra truppa e graduati era molto forte.

Alfani capisce la paura dei suoi uomini; non si tratta di combattere e rischiare come hanno sempre fatto, guadagnandosi encomi e medaglie. La minaccia non è imprecisata; non viene da una pallottola che può colpire o no. Qui si tratta di subire una fine certa, una morte che sta acquattata e pronta subdolamente a ghermire. Questo il soldato non può accettarlo e il coraggio non basta: lo sforzo anche fisico di affrontare il pericolo fatale richiede una capacità sovrumana. De Roberto è davvero profondo nel cogliere gli aspetti psicologici della guerra e delle relazioni gerarchiche. In un contesto militare l'obbedienza è dovuta. Senza di essa il sistema “salta”. Ma si deve obbedire anche a un ordine stupido o insensato? Spesso i superiori non hanno lo sguardo sulla realtà più prossima all’azione e non tollerano obiezioni dal basso da chi vede i limiti di certe direttive. All'ordine deve seguire l'obbedienza senza discutere, se non altro per tutelare l'aspetto formale dell'obbedienza e non creare un pericoloso precedente di rifiuto. E così nella novella la catena delle morti inevitabili prosegue perché pure il cecchino fa il suo dovere. All'autore de I Vicerè, che non prese parte al conflitto, va il merito di aver colto, da scrittore, alcuni nodi importanti della tragedia della Grande Guerra che fu in varie occasioni una tragedia legata al dovere di obbedire.

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Little Tony

15 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Little Tony

Io ricordo Little Tony in maniera un po' diversa da come siamo abituati a vederlo e sentirlo, cioè pieno di vestiti hard con lustrini e frange, alla Elvis.
Era molti anni fa, al Castello Orsini di Palombara Sabina a pochi chilometri da Tivoli, cittadina celebre per la sagra delle cerase, Antonio teneva una lezione sul rock and roll e i modi di presentare questo genere di musica da parte dei cantanti delle varie parti del mondo: e in particolare là dov'era nato il rock, in America, con i pianoforti e i sassofoni, presto sostituiti dalla chitarre elettriche; a noi giunse la canzone più celebre di rock, quella che abbiamo considerato come il primo rock end roll, quel Rock Around the Clock portata al successo da un altro cantante con un ricciolo sfacciato sulla fronte, Bill Haley che cantava con il suo gruppo "I Comets".
Ricordate I primi versi della canzone? Celeberrimi, li imparammo subito anche noi studenti del 56 che l'inglese non lo conoscevamo, o almeno sapevamo solo quello scolastico appreso sui banchi del liceo

One, Two, Three O'clock, Four O'clock rock,
Five, Six, Seven O'clock, Eight O'clock rock.
Nine, Ten, Eleven O'clock,
Twelve O'clock rock,
We're gonna rock around the clock
tonight.

Poi vennero Little Richard e Elvis Presley, e qui in Italia, dove aveva trovato i terreno fertile Little Tony, l'amico Bobby Solo.
Palombara Sabina, dunque, e Little Tony; ma io non sapevo di che si trattava; ero libero quel sabato mattina, e avevo letto da qualche parte che a Palombara "ci sarebbe stato Little Tony" per alcune classi del ginnasio-liceo della cittadina laziale
Andai a vedere, convinto che avrebbe fatto uno dei suoi spettacoli canori per i ragazzi delle scuole di Palombara. Mi sedetti davanti, c'era una fila di posti liberi, forse all'inizio riservati alle autorità, ma ricordo non c'erano i famosi biglietti "riservato", o forse no; non so bene, ma insomma, presi posto soddisfatto; ce l'avevo là a due metri che armeggiava con la sua attrezzatura necessaria alla mattina.

Fece tutto, tranne cantare. Manovrando - con l'aiuto di un assistente, forse un componente del suo gruppo o un amico - dei compact disk su un riproduttore di musica, sistemato in un angolo su un tavolinetto senza pretese, tenne una lezione indimenticabile sulla nascita lo sviluppo e l'attualità della musica rock nel mondo.
Fece ascoltare il modo di interpretarla, quella musica che aveva rivoltato il mondo musicale di quegli anni, da diversi cantanti stranieri, spiegandone i motivi, le sfumature che a un orecchio non abituato sarebbero sfuggite, le inflessioni (non linguistiche, ché quelle erano normali) ma del "porgere le parole" adeguandole alla musica e agli arrangiamenti.
Non lo dimenticherò mai. Alla fine mi avvicinai e mi congratulai.

Con la sua gentilezza (inaspettata? forse sì), e anche se dalle sue espressioni sempre pacate nelle interviste e nelle sue interpretazioni mi ero fatto una visione simile di lui, mi onorò della sua stretta di mano e di qualche ulteriore spiegazione ad alcune mie domande, dopo quelle fatte da alcuni studenti (poche invero); parlammo insomma per un po', si trattenne volentieri, e mentre parlava ed esponeva, mi guardava negli occhi, con quei suoi occhi magnetici, e, lasciatemelo dire, belli davvero. Poi lo salutai mentre insieme al collaboratore riponeva le sue cose.

Ecco, questo per me era Little Tony, un Little Tony sconosciuto alla gente della canzone, inedito per i fans che lo applaudivano ogni sera ai bordi dei palcoscenici nei teatri o nelle piazze, questa era l'anima vera di un grande cantante. Una persona gentile e colta.
Si chiamava Antonio, Antonio Ciacci e ha molto a che fare con la mia città; infatti era nato proprio qui, a Tivoli, nel febbraio del 1941, anche se la famiglia (famiglia di musicisti, il papà suonava la fisarmonica e si dilettava anche a cantare, e uno zio era chitarrista) era di origini Sanmarinesi, e così anche lui mantenne la cittadinanza di quel piccolo paese per sempre.
Aveva cominciato a suonare e cantare coi suoi fratelli allietando il pubblico delle piazze, dei ristoranti dei castelli romani, delle feste paesane, dei piccoli teatri e delle sale da ballo; la gente si accorse di lui e accorreva ovunque si annunciavano le sue partecipazioni.
E se ne accorsero anche quelli che contavano; per caso lo vide - era l'anno 1958 - un impresario straniero, lo portò in Inghilterra, e lì Antonio si dovette adeguare: nacquero Little Tony and his Brothers'.

Canta così inventando una lingua inglese tutta sua, ma poi, visti l'accoglienza e il plauso della gente, comincia a cantare Johnny be Good; e Lucille, che quel cantante pazzo americano Little Richard aveva portato al successo, quel Little Richard che gli aveva dato il nome, Little, come lui, e Tony, ché non poteva a 'sto punto chiamarsi ancora Antonio. E i fratelli, divennero i brothers, inglesi anche loro. Viene chiamato l'Elvis Presley italiano.
Nel 1961 torna in Italia e approda subito a Sanremo dove porta al successo con Celentano la canzone Ventiquattromila baci.
Ma non è questo il luogo di fare la storia delle sue canzoni, né della sua vita, mi preme solo ricordare il grande successo di Cuore matto, che canta a Sanremo nel 1967.
Il suo successo è enorme; dischi che si vendono a milioni di copie: e i vari festival cui prende contribuiscono ad espandere la sua immensa fama.
Lui aveva due anni meno di me; eravamo quasi coetanei.
Lo ricordo ancora quando negli anni 60 noi studenti del "Liceo classico Amedeo di Savoia" organizzammo il tradizionale ballo carnascialesco; a Carnevale allora si usava, c'era il ballo del liceo, il ballo di ragioneria, il ballo dei commercianti, e così via. Lo facemmo in quella che allora era l'Arena Italia, un grande cinema all'aperto, di proprietà del padre del mio amico Pierluigi - poi chiuso tanti anni dopo, e ancora oggi là, fatiscente e inutilizzato - prima con teloni, che in estate, verso sera, si aprivano per far godere gli ultimi spettacoli all'aperto: film e avanspettacolo, lire 25. Bene, quell'anno, era appena tornato dall'Inghilterra, lo invitammo a esibirsi per noi; e lo presentammo noi studenti. Il mio amico Alberto si improvvisò - e fu veramente bravo - presentatore della serata
Ho fatto di proposito i nomi dei miei amici Alberto e Pierluigi, perché, di lì a una ventina d'anni, dopo molto mio errare per il frusinate e il napoletano per lavoro, sede dopo sede e promozione dopo promozione, quando tornai a Tivoli demmo vita al Gruppo Appuntamento con la Poesia che raggiunse la formazione definitiva con l'innesto della bravissima e dolcissima Grazia e del tecnico del suono Gianni.
Dunque, quando parlammo, gli ricordai quel pomeriggio a Palombarala cosa, e sorrise, come a dire ma come posso ricordare, ne ho fatte tante...
Little Tony ci deliziò col suo rock cantato in inglese, un inglese che s'era inventato lui, insieme ai suoi fratelli Alberto ed Enrico, che facevano parte della sua band, Enrico chitarrista, che scrisse anche qualche canzone per lui, e Alberto, bassista.
Ha raccontato infatti più di una volta in interviste mandate dalle tivu, che quello slang - tradotto: frasi fatte da parole o espressioni che non fanno parte del lessico anglosassone né tantomeno di linguaggio dialettale o storpiamento voluto di una lingua parlata - era frutto della sua fantasia:

"Dovevo cantare davanti alle telecamere inglesi e non conoscevo una parola di inglese, e allora un poco ricordando Elvis, un po' inventando suoni simili, mi buttai, e andò. E il pubblico ci accolse con ovazioni ripetute e sincere."
Ma poi tornò in Italia e per poco continuò a cantare in quell'inglese senza senso.

A Tivoli tornava spesso, senza molto clamore, quasi alla chetichella; infatti era un collezionista di macchine d'epoca e non; nel suo parco macchine ce ne sono molte: Ferrari (una di queste era introvabile sul mercato: la Ferrari 330 GT 2+2 del 1964, motore V12, 4 litri di cilindrata) e Lamborghini i suoi gioielli; ma anche Alfa Romeo e delle vere opere d'arte, rarità assolute; ne aveva parecchie; meraviglia delle meraviglia una cadillac color rosa, una Fleetwood, simile a quella posseduta dal suo idolo giovanile, Elvis Presley.
Partecipò per diversi anni alla manifestazioni di queste vetture che si tenevano nella mia città.
Ho ricordato più sopra il grande successo di Cuore matto, che presenta alla sua ennesima apparizione al Festival di Sanremo nel 1967.
Antonio aveva veramente un cuore matto come la sua canzone per eccellenza, quella che ha venduto milioni di copie insieme all'altra, Una spada nel cuore.
Gli dette enormi preoccupazioni quella volta che venne colpito da un infarto; si trovava in Canada al Contessa Hall di Ottawa; cantava con la sua solita grinta gentile per i figli e i nipoti degli italiani emigrati colà. Era il 2006. Qui da noi si seppe della cosa solo qualche tempo dopo, lo confessò lui stesso in una intervista, in cui raccontava la rocambolesca storia della sua fortunata avventura nella canzone internazionale.
Ma non era ancora finita, partecipò ancora al Festival di Sanremo di due anni dopo, con una canzone che non avrà fortuna.
Le ultime volte che andò in televisione, in effetti non apparve molto in forma, sì, lo tesso ciuffo di una volta, un costume da scena leggermente più sobrio, e molte rughe sul viso; ma il sorriso era sempre quello, quello di Little Tony anni 60.


marcello de santis

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Biagio Proietti e Maurizio Giannotti, "Il segno del telecomando"

14 Agosto 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #televisione

Biagio Proietti e Maurizio Giannotti, "Il segno del telecomando"

Biagio Proietti – Maurizio Giannotti

Il segno del telecomando

dallo sceneggiato alla fiction

Rai Eri – Euro 18 – Pag. 235

Biagio Proietti (1940) è uno dei più richiesti e prolifici sceneggiatori di gialli televisivi, scritti insieme alla moglie Diana Crispo, alcuni rimasti nella storia del piccolo schermo: Coralba, Un certo Harry Brent, Come un uragano, Lungo il fiume e sull’acqua, Dov’è Anna?, Ho incontrato un’ombra, L’ultimo aereo per Venezia… Non solo, è anche regista di film televisivi (Storia senza parole), pellicole cinematografiche (Chewingum, Puro cashmire), sceneggiati e documentari. Nessuno meglio di lui poteva affrontare una storia dello sceneggiato - un tempo chiamato originale televisivo - di cui è parte integrante, genere che precede le moderne fiction, che lo scrittore dimostra di non amare. Per questo è opportuno l’aiuto di Maurizio Giannotti, autore televisivo immerso nella realtà contemporanea (La vita in diretta, Uno Mattina, Forum, Non è la Rai…) che si occupa di integrare i ricordi di Proietti curando la parte contemporanea. Va da sé che anche per chi scrive quel che importa è il passato, soprattutto ricordare i tempi in cui la Rai non aveva abdicato al compito educativo di insegnare la lingua italiana (Non è mai troppo tardi del mitico maestro Manzi), le letteratura e la storia. Erano i tempi in cui potevi vedere Delitto e castigo in prima serata, Il dottor Jekyll e Mister Hyde con Albertazzi, Piccole donne, Cime tempestose, Il romanzo di un giovane povero, La cittadella di Cronin interpretato da un grande Alberto Lupo. Erano i tempi in cui a Proietti consegnavano un copione di venti minuti scritto per la televisione inglese e gli dicevano: “Scrivici un originale televisivo!”. Così è nato Un certo Harry Brent con Lupo protagonista in un ruolo che nell’originale britannico non esisteva (Harry Brent non compare mai), inventato per l’occasione dal prolifico sceneggiatore nostrano. Erano i tempi in cui Proietti incontrava Walter Chiari al Festival del Cinema di Venezia, un Walter Chiari triste, solitario, che rimpiangeva i tempi della grande popolarità e non riusciva a spiegarsi il successo dei comici lanciati da Antonio Ricci a Drive In. Erano tempi che non torneranno ma che è giusto storicizzare facendo parlare i protagonisti come hanno fatto Giannotti e Proietti in questo libro prezioso, utile guida per non dimenticare. Il segno del comando di Daniele D’Anza - con Pagliai e Pitagora - è il titolo cult mascherato nella denominazione di un volume nato per celebrare una cinematografia votata ai generi popolari. Artigiani come Anton Giulio Majano, Giorgio Capitani, Edoardo Anton, lo stesso Proietti hanno inventato trame che tenevano incollati al video milioni di telespettatori prima dell’avvento della televisione spazzatura, delle insignificanti tv commerciali, degli squallidi reality show. Prima che tutto diventasse mercato e prima che il mercato fagocitasse l’intelligenza. Ricordare, in certi casi, è un preciso dovere morale.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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