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"Fuoco e fumo" di Stefano Simone

6 Gennaio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

Titolo: Fuoco e fumo. Origine: Italia. Anno: 2017. Durata: 86’. Genere: Noir. Produzione: Indiemovie con la collaborazione dell’ I.T.E. Toniolo di Manfredonia. Regia: Stefano Simone. Interpreti: Gianmarco Carbone, Désirée Manzella, Michele Renzullo, Antonio Rignanese, Marco Trotta, Luca Nobile, Melissa Salvemini, Enzo Misuriello, Luca Ferrandino, Giorgia Croce, Luca Ciuffreda, Matteo Perillo, Filippo Totaro, Siponta De Leo, Ciro Salvemini, Pellegrino Iannelli. Soggetto e Sceneggiatura: Matteo Simone. Consulenza alla sceneggiatura: Simone Giusti e Gordiano Lupi. Musiche: Luca Auriemma. Effetti speciali: Mariangela Spagnuolo. Fonico: Daniel Leporace. Aiuto regista: Marco Caputo.

Stefano Simone si confronta con il bullismo giovanile, tema impegnativo e di grande attualità, ma a rischio retorica per un film e difficile da ingabbiare nelle maglie di una storia che risente del suo limite di produzione scolastica. Il titolo del film è estrapolato da un aforisma di Disraeli: il coraggio è fuoco e il bullismo è fumo, senza dimenticare che è il fuoco che ci riscalda e non il suo fumo (T. Merton). L’ambientazione è pugliese, a Manfredonia, tra scuola, centro storico, lungomare e periferia degradata, ripresa con stile pasoliniano. Gli interpreti sono quasi tutti dilettanti, in gran parte studenti dell’Istituto Tecnico Toniolo, ma se la cavano bene, vista la giovane età e l’assoluta mancanza di esperienza. Alcuni ruoli adulti spiccano per una maggiore professionalità, soprattutto Filippo Totaro, nella fiction docente di matematica, che ricordiamo brillante coprotagonista de Gli scacchi della vita. La sceneggiatura racconta un anno scolastico difficile, inaugurato da un discorso del preside e da una successivo preambolo del professore (entrambi troppo lunghi e didascalici nell’economia del film), per poi entrare nel vivo della storia. In breve la trama, senza raccontare troppi dettagli per non rovinare il piacere della visione. Un gruppo di bulli tormenta un ragazzino omosessuale e una coppia etero, tra loro molto amici, fino al prevedibile evento drammatico che fa scoppiare il caso giudiziario in ambiente scolastico. Il protagonista della storia trova il coraggio di ribellarsi ai bulli in una sequenza che anticipa un ottimo finale, non certo rassicurante ma realistico, con nuovi bulli all’orizzonte e altri pericoli dai quali difendersi. La lotta è ancora lunga…

Stefano Simone stigmatizza la violenza e il bullismo all’interno della società contemporanea, impostando un condivisibile discorso sociale, che comprende l’accettazione della diversità e la lotta per affermare valori basilari per un corretto vivere civile. Certo, sarebbe stata una scelta migliore far scaturire le considerazioni dagli eventi, dai fatti, dalle azioni. Il film, invece, opta per un racconto piano e lineare, a base di dialoghi tra ragazzi, spesso non realistici, lontani mille miglia dal vero gergo giovanile. La sceneggiatura è prevedibile, ma alcuni colpi di scena riescono a ravvivarla, così come le parti di pura azione rappresentano i momenti migliori del film: inseguimenti, pestaggi e scorribande notturne dei bulli che sfasciano negozi, tormentano prostitute e rubano in chiesa. Ottima la fotografia notturna, dal verde al giallo ocra che tanto ricorda il noir di Sollima, per passare al tono di fondo luminoso e gelido che immortala un cielo plumbeo e un mare poco rassicurante. Bene le riprese in soggettiva, convulse e dinamiche, realizzate con la macchina a mano, rese ancora più potenti da un montaggio rapido e sincopato. Il regista avrebbe dovuto puntare di più sulle parti di pura azione, per le quali pare molto dotato, sulle sequenze da noir metropolitano, riducendo al minimo i dialoghi tra adolescenti e gli interventi narrativi degli adulti, che stonano nel contesto giovanile. Musica sintetica in perfetta sintonia con le sequenze più dure e riuscite, che riesce a drammatizzare bene gli eventi narrati, rendendoli più intensi e angosciosi. Interessante l’uso del flashback e dei ricordi onirici, soprattutto per costruire il personaggio del ragazzino omosessuale e per giustificare il suicidio dopo una terribile sequenza di pestaggio resa con crudo realismo. Simone cita il cinema western con la sfida finale tra il protagonista e i bulli, sotto il sole di una periferia degradata, realizzando un mix ben strutturato che ricorda analoghe rese dei conti che abbiamo apprezzato nel cinema nero di Fernando di Leo.

Fuoco e fumo è cinema realistico, a metà strada tra il noir metropolitano e il romanzo di formazione. Difficile paragonarlo ai lavori precedenti di Stefano Simone, perché rispetto a Gli scacchi della vita - puro cinema fantastico - siamo su un piano narrativo del tutto diverso. Si apprezza lo stile del regista, nota positiva che delinea una certa continuità narrativa e una crescita da un punto di vista tecnico, ma si nota pure la mancanza di una solida sceneggiatura che avrebbe dato più forza alla pellicola. Un lavoro apprezzabile, interessante a livello sociale, un passo in avanti per il regista che si confronta con una complessa direzione degli attori e riesce a far recitare in maniera sufficiente un gruppo di giovani interpreti privi di esperienza. Restiamo in attesa di vedere Stefano Simone all’opera con un vero noir metropolitano, scritto senza fronzoli e dialoghi, cucito su misura per mettere in evidenza le sue doti narrative.

"Fuoco e fumo" di Stefano Simone
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L'ologramma

5 Gennaio 2017 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella

Immagino una dimensione dove Winston Smith chiama Susan Calvin. Dove i precogs si mettono in comunicazione con John Constantine, Ipazia è papessa, la Stanza 101 è dentro un mirrorselfie e l’istruttore Hartman è in fuga da un T1000 con le sembianze di Travis Bickle. Shakespeare fa il magistrato e due Houyhnhnms vengono intervistati. L’ologramma di Hieronymus Bosch fa un ritratto a Ziggy Stardust, Giordano Bruno pilota un MagLev. Tutto normale.

Immagino pace, libertà e narrazioni visive nude come la pietra.
Ma il mio ologramma è tra i canyon della mia identità. Immagino libertà in un mondo prigioniero, schiavo, dove il Money supera il Love, suddito di un bis pensiero, dove anche le anime nere parlano di anima. È il mio ologramma a consigliare una solitudine che porta ad esplorare nuovi mondi. Ma dovremmo trovare in quei luoghi la felicità.
Il mio ologramma è un’identità senza tempo. Il mio ologramma è ontologicamente infinito.
L’ologramma supera i luoghi e diventa memoria soltanto nell’amore e nella felicità.
L’ologramma è la coscienza che attraversa i secoli e trascende il DNA. E quando hai coscienza che non puoi più commettere gli stessi errori, anche il mare ti parla.
Questo ologramma non ha materia, è immanente, non ha limiti materiali, si trova nelle mediateche dell’inconscio.
L’ologramma è un insieme di bit atemporali. L’ologramma è un glifo, un input.
L’ologramma è un libro, un cuore, un temporale, un pianeta. L’ologramma è perché esiste negli occhi di un sognatore, come universi che cambiano. Esiste come una stella che scoppia, come la corsa di un fiume. Perché? Gli universi cambiano e l’essere umano ha un valore inversamente proporzionale alla quantità di qualità positive che si auto-attribuisce.
Battezzeremo androidi, sposiamo aliene. Stiamo bene se vediamo i nostri simili soffrire per qualcosa, qualsiasi cosa.
Siamo frames impazziti. L’ologramma è zero settembre.

È la storia di una prostituta che diventa regina, è la storia del mondo.
In questo ologramma c’è magma della vita, sabbia, c’è flusso creativo, c’è bellezza.
Ma non sono soltanto un ologramma. Sono l’oceano delle coste americane, i canyon di terra rossa, il maremoto, lo spioncino di una porta, una cassaforte, una gonna a fiori, l’orchestra invisibile.
L’ologramma è bianco ed è nero e si trova su strade che devono nascere, su terre inaccessibili.
L’ologramma è una narrazione senza peso ma con massa infinita, è un lampo fluorescente tra la nebbia e il sole rosso della notte.
L’ologramma è un algoritmo senziente, un’anima mundi che non muore e non invecchia. È un manicomio travestito da parrocchia.
È il calcolatore HAL9000 di Odissea 2001.
Zero settembre è un progetto, l’eruzione di un vulcano, un labirinto che porta alla bellezza, un falò, una nuvola, un campo minato, una festa a sorpresa, assolo di chitarra elettrica, il viaggio di Ulisse, Moonlight Sonata di Beethoven.
Un’anima che non si usura, uno scheletro di cristallo, un logogramma cognitivo.

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Confini e muraglie

2 Gennaio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

 

Al di là dei confini dell’impero vivevano molti popoli che i Romani chiamavano barbari, cioè stranieri. Alcuni, come i Galli ed i Britanni, erano già stati conquistati da tempo ed erano entrati a far parte dell’impero. Altri non conoscevano le leggi di Roma, si facevano giustizia da soli in lunghe catene di delitti dette faide. Molti erano nomadi.

L’impero romano d’occidente, sempre più debole e povero, permise alle popolazioni barbare più civilizzate di stabilirsi entro i propri confini. In cambio di terre, gli stranieri diventavano soldati di Roma.

Contemporaneamente, in Cina fioriva un impero simile a quello romano, anche questo minacciato da popoli barbari, i Mongoli, piccoli cavalieri coraggiosi e feroci. Gli imperatori cinesi, per difendersi dai Mongoli, avevano fatto costruire una muraglia lunga duemila chilometri, a partire dal 215 a.C. circa. Ampliata in seguito sotto la dinastia Ming, la muraglia fu eretta per volere dell'imperatore Qin Shi Huang - lo stesso a cui si deve il cosiddetto Esercito di terracotta di Xi'an -, costò forse un milione di vite, ma non impedì l’ingresso dei Mongoli in Cina. Molte tribù mongole ve si stabilirono, ma altre furono ricacciate indietro, verso l’ovest e l’Europa.

I barbari dell’Europa si trovarono così a temere i barbari dell’Asia e cercarono rifugio nell’impero romano. Vi entrarono come invasori e non più come alleati.

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Laboratorio di poesia: Anonimo

1 Gennaio 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #Laboratorio di poesia

 

 

Domina la poesia Rapture (di Anonimo) inizialmente un’istintiva speranza di bene, nella convinzione che anche dal nulla possa nascere il tutto e dal buio possa tornare a splendere la luce, come avviene nell’infinito avvicendarsi dei giorni e delle notti. Ma troppe volte l’istinto è regolato dalla ragione che ode solo le voci della condanna, incapace di dare ascolto a chi vorrebbe condurci per mano sulla via del perdono. Non rimane che la doppia frustrazione dell’ostinazione nella condizione di offesi e del senso di inutilità quando tale ostinazione si ammorbidisce e subentra la consapevolezza triste che la felicità era a portata di mano, se solo, deposti i risentimenti, si fosse stati capaci di pronunciare almeno il nome della persona amata, primo passo per una nuova e più profonda intesa.

Sicuramente la poesia palpita delle contraddizioni di sentimenti che lacerano l’animo, spingendolo a comportamenti assurdi o finanche drammatici. Peccato che dal punto di vista stilistico dia il senso fastidioso della commistione tra andamento prosastico e tentativo di rime. In ogni caso la forma va sottoposta a un severo labor limae, va snellita e puntualizzata, togliendo il superfluo e rendendo conciso il pensiero perché assuma - anche mediante l’uso delle figure retoriche - una veste più consona alla Poesia.

 

Adriana Pedicini

 

 

Rapture

Mentre il cielo tossiva cristallo
in un mattino di gelido Inverno
ho sognato il più fortunato dei doni,
il più diletto perdono.
Dopo l'ennesima notte, per quanto lunga,
le braccia del sole si distendono
anche sull'estrema, innominabile pena,
sul buio del fato, sui corpi deformi
delle anime scomposte.

In un trionfo di lacrime, dal più soave sorriso
avvenne il risveglio: 
se solo anche allora avessi guardato 
più da vicino
avrei scorto la camera oscura del mondo 
dove dal Nulla nasce il Tutto,
l'impeccabile geometria del tuo cuore, 
l'ultima porta.
Ora so dove finisce l'arcobaleno. 

Invece, in preda ad un disperato disgusto
mi dileguai, accartocciandomi nel silenzio
mi coprii gli occhi con le mani contorte
e sibilai vuote condanne,
come fanno le creature dell'Oscuro 
sotto gli occhi 
di chi illumina la loro spregevole miseria
dinnanzi a chi ode i mormorii delle loro funebri vanità.

Strisciando se ne va l'offeso 
senza conoscere la strada,
oppresso dal peso di uno spettro del passato
che suggerisce facili risposte. 
Eppure se siamo qui non è perché quest'anima
deve cambiare?

In questo momento, nemmeno per tutto l'amore del mondo
accetterei di ripetere certe vili assurdità.

In qualche modo
hai conquistato il mio cuore. 
Non credevo che la salvezza
fosse pronunciare un nome.

 

Cristina Teresa Valerio

 

Inviate le vostre poesia a adriana.pedicini@virgilio.it

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Nero fuori e dentro

27 Dicembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

Vesti la giubba e la faccia infarina”. Eh, sì, a volte i vestiti sono davvero giubbe da pagliaccio che bisogna indossare per poi infarinarsi la faccia con un sorriso mentre dentro non c’è un solo pensiero pensabile.

Natale è passato e scivoliamo verso il giorno più triste dell’anno: San Silvestro, in cui ci si rende conto di essere soli al mondo e che nessun volto e nessuna voce riuscrebbero comunque a colmare il vuoto e scacciare la malinconia.

Sopra a tutto questo malumore che cosa possiamo indossare per apparire, almeno da fuori, quello che non siamo e non saremo mai dentro?

 

 

Il giaccone grigio, sportivo, col cappuccio.

La maglia profilata di pizzo.

Il lupetto argento col collo morbido.

La maglia pelosa bianca, anche questa, come il lupetto, molto più lunga dietro che davanti.

La maglia di pizzo stile ottocento in tinta con lo stato d'animo.

Le sneakers  rialzate da terra, con i brillantini.

Le scarpe viola per fare sport che siamo troppo pigri e depressi per praticare.

Nero fuori e dentro
Nero fuori e dentro
Nero fuori e dentro
Nero fuori e dentro
Nero fuori e dentro
Nero fuori e dentro
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Tre libri per Natale

26 Dicembre 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #racconto

 

 

Non sono libri di grandi editori i miei consigli natalizi. D’altra parte i nostri stampatori di nani, elfi e ballerine non ne hanno bisogno. Berlusconi continua a presentare i libri di Vespa; Fazio e Gramellini quelli di Saviano; di tanto in tanto esce un Loretta Goggi, un Lorella Cuccarini… le pagine dei quotidiani e dei settimanali sono piene di simili notizie. Come si fa a parlare d’altro? Magari ci sono anche gli ultimi di Volo, Moccia…

E io, invece, sono qui a parlarvi di un libro di Giovane Holden, buon editore viareggino che completa la trilogia di Marco Miele, con protagonista Franco Danzi, detto il Nero, commissario di polizia sopra le righe che conduce le sue indagini dalle parti del Golfo di Baratti, in una Ginepre di fantasia che ricorda Piombino. Il Matto con gli Stivali, è il terzo libro di Miele, dopo Un pesce d’aprire e L’umore del caffè, ancora un titolo bislacco, divertente, che pare non entrarci per niente con la storia narrata, ma qualche collegamento c’è sempre, basta fare attenzione. La cosa migliore dei romanzi di Miele è il linguaggio, tipicamente vernacolare, maremmano, con espressioni prese dalla vita quotidiana e con personaggi che provengono dai ricordi di adolescenza dell’autore, confusi tra loro a comporre un interessante affresco felliniano.

Albalibri è il mio secondo editore sconosciuto che pubblica l’albanese Çlirim Muça - autore, operatore culturale, editore e poeta - al suo secondo romanzo dopo L’apatia di Satana, di cui abbiamo già parlato. Questa volta il personaggio principale è un topo amante della musica, vero e proprio alter ego del protagonista, nemmeno a farlo apposta un immigrato albanese. Il topo che amava Mozart è umorismo allo stato puro, amore per il grottesco come sarebbe piaciuto ad Achille Campanile, ma anche a un cineasta come Cesare Zavattini. L’autore non dimentica le sue origini di poeta - vi consigliamo le sue numerose raccolte edite da Albalibri - introducendo i capitoli con haiku e citazioni liriche. Termino con un libro che mi è particolarmente caro, perché in qualche modo contribuisco a scegliere gli autori, visto che faccio parte della giuria del concorso. Sto parlando di Tutto inizia da 0, racconti fantastici selezionati tra i partecipanti al Trofeo Rill. Pubblica Rill nella collana Mondi Incantati, ormai un’istituzione della narrativa fantastica. Il titolo della raccolta lo fornisce il racconto vincitore, scritto da Maurizio Ferrero, ma possiamo leggere ottime storie degli italiani Davide Jacod, Luigi Rinaldi, Francesca Cappelli e Francesco Nucera, insieme a racconti internazionali di Ron Schroer, Chus Alvarez, David Clede, Rue Karney e Michael Hardaker. Vincitori del Trofeo Rill italiano si alternano a vincitori di importanti premi internazionali per la letteratura fantastica. Non mi pare poco.
Non mi resta che augurare buone feste in mezzo ai libri.

 

Gordiano Lupi

 

www.infol.it/lupi

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Il pranzo di Anna

24 Dicembre 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

Era di nuovo Natale, fra pochi giorni i ragazzi sarebbero tornati a casa, come ogni anno. L'atmosfera per le strade del paese era la stessa di sempre, luci colorate, festoni, vetrine illuminate. Nell'aria il profumo di cannella e spezie, di legno di montagna e di dolci fatti in casa, di vin brulè, di abeti decorati a festa con luci intermittenti che brillavano negli occhi meravigliati dei bambini fermi a guardare e tutto intorno la melodia dei canti natalizi e le soavi note delle zampogne.

Anna si stava affrettando a comprare le ultime cose per preparare il pranzo di Natale, dove li avrebbe avuti tutti insieme, come piaceva a lei, seduti intorno al tavolo grande nel salone, i piatti di porcellana bianca, i bicchieri di cristallo, il camino acceso, le candele, i pacchi sotto l'albero illuminato e il presepe da completare, anche se Gesù era nato a mezzanotte. Erano i suoi figli, con i compagni e i nipoti a tornare ogni anno, per festeggiare. Le piaceva rispettare la tradizione di famiglia, conosceva i desideri di ognuno e cosa avrebbero voluto trovare sul tavolo imbandito. Vincenzo, il suo primogenito, amava i tortellini in brodo, che Natale era sennò? Sua figlia Francesca, invece, bastian contrario dalla nascita, le avrebbe chiesto “mamma ma non hai fatto le lasagne?” poi a Lella, la moglie di Vincenzo, piaceva tanto il pollo in gelatina e a Giorgio, il marito di Francesca, il coniglio arrosto con le castagne . Il suo primo adorato nipote Enrico sapeva che avrebbe trovato la torta di riso e poi c'era Valeria, la sua nipote più piccola, che non le chiedeva mai nulla. Lei non amava queste feste, i ritrovi “forzati” dove, alla fine, c'era sempre qualcosa da ridire e troppo da mangiare. Lei faceva finta di ingerire tutto, si metteva nel piatto una piccola porzione di ogni cosa e, dopo averlo assaggiato per fare i complimenti alla nonna, con discrezione accantonava, schiacciava, tagliuzzava il cibo giocando con le posate e, più spesso, allungava qualcosa sotto il tavolo al cagnolino che si accucciava ai suoi piedi in fiduciosa attesa. Era una ragazza sensibile la sua Valeria e Anna faceva sempre finta di non vedere per non darle un dispiacere.

Oramai si stava ritirando verso casa, le gambe le facevano male, non riusciva più a finire i preparativi di corsa come un tempo e le servivano giorni per sistemare ogni cosa, ma era contenta. Da quando era morto il suo Mario i figli, i nipoti, rappresentavano tutto quello che le era rimasto e una giornata con loro valeva ogni sacrificio. Finito il pranzo non le facevano toccare più nulla, lei stava seduta coi nipoti a godersi storie di cuori infranti o di compiti in classe mancati, Lella e Francesca spicciavano la cucina, lavavano i piatti e pulivano tutto, poi sistemavano gli avanzi, che si dividevano rigorosamente in parti uguali, e tornavano in sala per aprire i regali. Era il momento che preferiva in assoluto: l'entusiasmo dei ragazzi, l'eccitazione per le sorprese, la premura e l'affetto si potevano toccare e riscaldavano la stanza. Tutto era rimasto uguale, come amava fare suo marito, che ogni anno ripeteva la scena del pacchetto mancante. Dopo che ognuno aveva aperto il proprio regalo, lui si fingeva dispiaciuto perché nessuno sapeva dove fosse il regalo di Anna e si scusava spergiurando di essersene dimenticato e, mentre chiedeva un bacio di perdono, lei chiudeva gli occhi e lui le metteva in mano un pacchettino, forse il più piccolo, ma sicuramente il più prezioso. Ogni anno un gioiello, di poco valore, ma pur sempre un “regalone” per le loro finanze: una spilletta, un sottile collier, un paio di orecchini, un anellino. Sempre di ottima finitura e di buon gusto. Lei si schermiva e, guardando i figli, diceva “Questi saranno presto vostri”. Poi, invece, all'improvviso una sera se ne era andato lui. Lo aveva trovato addormentato sulla poltrona, col libro aperto tra le mani, pensava che dormisse e invece il suo Mario l'aveva lasciata per sempre senza nemmeno salutarla. Era rimasta sola in quella casa troppo grande e così da allora ogni Natale toccava a Vincenzo la scena del pacchettino mancante e lei era contenta. I suoi figli l'amavano allo stesso modo in cui lei li amava. Si guardò attorno, tutto era pronto, fra poco avrebbe sentito la macchina arrivare, la prima era sempre sua figlia.

Francesca sbatté la portiera della macchina e scese carica di pacchi e pacchetti, aprì la porta ed entrò dentro casa bofonchiando, aveva preso questo vizio da quando suo marito l'aveva lasciata: “Sempre così, tutta 'sta fatica per mangiare un giorno. L'anno prossimo andiamo al ristorante”. Iniziò a sistemare le candele, a posare le stelle di Natale nei sottovasi, accese il caminetto e tirò fuori la tovaglia rossa, “cara mamma questa tovaglia è vecchia, dovremmo regalartene una nuova” disse sospirando malinconica e iniziò ad apparecchiare il tavolo. Il salone era caldo e illuminato quando arrivarono Vincenzo e Lella. Francesca non poté fare a meno di notare quanto anche loro, come la tovaglia, fossero invecchiati, ma forse per rispetto a sua madre, che le avrebbe dato un'occhiataccia, si trattenne dal farlo notare. Di lì a poco giunsero Enrico con la moglie e il piccolo Cristian, e, per ultima, Valeria, sorridente e silenziosa come sempre. Andarono tutti insieme in cucina e trovarono il frigo pieno di provviste, non mancava nulla, nemmeno lo spumante per il brindisi. I tortellini erano pronti e c'era già il brodo nella pentola, solo da scaldare, il coniglio nel forno che si doveva accendere, la torta di riso già tagliata a rombi e spolverata di zucchero a velo era nel piatto di portata. Si guardarono dubbiosi, chi di loro si era preoccupato di fare questa sorpresa agli altri, per non far sentire la mancanza di Anna che era mancata meno di un mese prima? I due fratelli si scrutarono senza parlare, ognuno di loro pensò fosse stato l'altro e si abbracciarono con le lacrime agli occhi. Enrico parlava col piccolo e gli raccontava di come era buona la torta della nonna. Fu un pranzo coi fiocchi come sempre, tutto buonissimo, proprio come quando lo faceva lei, gli stessi indimenticabili sapori e l'armonia familiare non era stata mai così calda e serena. Anche i pacchetti erano stati aperti, a ognuno il suo e ne era rimasto uno piccolino che non era destinato a nessuno.

Anna, in piedi accanto al camino, li guardava contenta, era stato faticoso più di tutte le altre volte far trovare loro tutto pronto quest'anno, pensava che non ce l'avrebbe mai fatta, meno male che le mani svelte di Valeria, che da lei tutto aveva imparato, erano riuscite a preparare la sorpresa per i suoi figli. Che angelo quella nipote dolce e riservata che, felice del risultato ottenuto, stava in disparte e la cercava con lo sguardo con la stessa malcelata discrezione di quando dava da mangiare al cagnolino sotto al tavolo. (Franca Poli)

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#lartetisomiglia

20 Dicembre 2016 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #cultura, #lorenzo campanella

Con questo spot il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia, punta alla promozione dei Musei Italiani.
L'iniziativa/campagna sui social porta l'hashtag #lartetisomiglia.

In Italia abbiamo più di 4.500 istituti a carattere museale e simili. Questo dato imporrebbe un generale ripensamento delle politiche occupazionali.
In compenso c'è il monologo di Crozza del 2013 a darci una panoramica di cosa è la Cultura per il Popolo Italiano.


Dal mio punto di vista, la Cultura non è dentro un libro, un museo, un partito, una biblioteca, ma nel cambiamento di un sistema di pensiero. Knowledge porta knowledge. Perché se i media cambiano noi dovremmo cambiare.
Ma new media e old media devono coesistere e questo sarà il nucleo di un prossimo intervento.

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Il mondo bizantino

12 Dicembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #arte

 

L’impero romano era troppo grande per essere salvaguardato tutto. Per portare la capitale in un luogo più sicuro e più facile da difendere, l’imperatore Costantino decise di costruire una nuova città, al confine fra l’Europa e l’Asia, nel punto dove si congiungono il Mediterraneo e il Mar Nero. In suo onore la città fu chiamata Costantinopoli. Fu costruita sul luogo dove sorgeva un’altra piccola città chiamata Bisanzio, per questo Costantinopoli venne comunemente chiamata Bisanzio e i suoi abitanti Bizantini. Costantinopoli era facile da difendere perché protetta dal mare e dalle montagne.

A poco a poco, queste due parti dell’impero si staccarono completamente. Ognuna aveva un suo imperatore. L’Imperatore d’Oriente regnava a Costantinopoli, quello d’Occidente preferiva, alla poco difendibile Roma, la piccola Ravenna, che era stata fino ad allora una città affacciata sul mare e con un porto militare, circondata da paludi che la proteggevano dalle invasioni. Gli imperatori che vi abitarono la resero splendida di palazzi e chiese che ricordano lo stile di Costantinopoli, detto, appunto, bizantino.

L'arte bizantina si è sviluppata nell'arco di un millennio, tra il IV ed il XV secolo. Le caratteristiche più evidenti sono la religiosità, l’appiattimento e stilizzazione delle figure, volte a rendere un'astrazione soprannaturale. I corpi sono assolutamente bidimensionali e stereotipati, solo nei volti si nota uno sforzo verso il realismo, nonostante l'idealizzato ruolo spirituale sottolineato dalle aureole, dalla profusione d'oro nello sfondo, dalle maestose e ieratiche figure di santi e Cristi pantocratori. Non esiste prospettiva spaziale, tanto che i vari personaggi sono su un unico piano. Lo scopo principale è quello di descrivere le aspirazioni dell'uomo verso il divino.

Il mosaico ricoprì un'importanza fondamentale all'interno dell'arte bizantina, poiché l'utilizzo di tessere vitree policrome risultò essere uno strumento ideale per soddisfare le esigenze espressive. Uno degli elementi preminenti del mosaico bizantino fu la lirica della luce, attraverso la quale gli artisti proiettarono le loro immagini in una dimensione astratta, ancorandosi ad una realtà trascendente. Un capitolo di fondamentale importanza nell'ambito della pittura bizantina è costituito dalle icone.

Roma, intanto, era stata abbandonata dagli imperatori e dai ricchi signori, interi quartieri erano deserti. I monumenti cittadini subivano un inesorabile e irrimediabile degrado, tanto da alimentare già all’epoca il mito nostalgico dell'antichità classica.

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Ceppo come lo ricordo io

9 Dicembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #postaunpresepe, #unasettimanamagica

Mi viene da pensare a cos’era il Natale negli anni sessanta. Non quello di tutti, il mio.

Vivevo in una famiglia nucleare: padre, madre, io. Mio fratello non era ancora stato progettato. Una città di provincia della Toscana, un appartamento in un quartiere popolare, arredato in modo funzionale e moderno, ché noi eravamo una famiglia al passo coi tempi. Mia madre lavorava, guidava la Bianchina e faceva la spesa alla Smec, il primo supermercato che abbia messo piede in centro. Vivevamo il boom economico con speranza, fieri del progresso che avrebbe portato solo civiltà, orgogliosi del frigorifero, del tostapane, del frullatore, dell’acqua gassata con le presine dell’Idrolitina, del vino in bottiglia sulla tavola.

A quei tempi l’albero non si faceva a novembre, non si faceva l’otto dicembre, non si faceva neanche il quindici, si faceva il ventidue o ventitré dicembre. E sapete perché? Perché allora il tempo era ancora il tempo. Un mese era un mese, lungo, infinito. Tutto si concentrava nella settimana di Natale, la settimana più magica dell’anno.

Non c’erano le sciroccate e le zanzare, andavamo a scuola col berretto di lana e le ginocchia intirizzite. L’albero era vero, perdeva gli aghi per terra, profumava di bosco la casa. E l’odore del pino si mescolava al cherosene della stufa che, dal corridoio, doveva riscaldare tutto l’appartamento. Le palle erano di vetro, ne compravamo una ogni anno, nuova e preziosa, le luci non erano led cinesi ma pupazzi di neve, casine, fantastici trenini che s’illuminavano da dentro.

Ho dei flash, di me e mamma che addobbiamo l’albero in salotto, è giovedì sera, la televisione è accesa su Rischiatutto. Mamma ha portato delle scatole piene di fili argentati e, per la prima volta, abbiamo decorato insieme tutta la casa, attaccandoli alle porte, agli specchi. Appesa al lampadario c’è una composizione di nastri e palle che ha fatto lei, con le sue mani, come le ha insegnato una collega di ufficio.

Al piano di sotto abitavano mia nonna (vedova) e la mia prozia (zitella). Loro andavano a messa e preparavano il presepe, in un angolo della sala. Un cimelio di famiglia, lo aveva costruito il bisnonno Fortunato nell’ottocento, ricavandolo da un caldano, mettendo da parte stagnola, sughero, pezzi di legno. Era bellissimo, aveva tutto: il pozzo, la fontana, la mangiatoia, la lanterna, persino la chiesa con le campane che suonavano la nascita del bambino che poi l’avrebbe fondata. Ricordo l’odore di muschio secco, la folla dei pastori stretti uno di fianco all’altro, dipinti a mano, qualcuno un po’ sbreccato, scolorito. Ricordo le stelle di latta, il filo argentato con le lucine. Capitava che la zia ricomprasse un filo nuovo, a volte, cambiasse lo scotch, ma la roba era quella, conservata in una scatola da scarpe terrosa; roba povera, a pensarci, ma io la trovavo fantastica.

E quando nonna m’insegnava a cantare Tu scendi dalle stelle, mi sembrava di essere lì anch’io, mentre Gesù nasceva nella grotta “al freddo e al gelo”, il bue e l’asinello lo riscaldavano col loro fiato e la cometa splendeva in cielo. Credevo a tutto, era tutto vero, il Bambino Divino, Babbo Natale che attraversava la notte per lasciare i regali sotto l’albero.

A scuola si festeggiavano solo gli ultimi giorni, proprio a ridosso delle vacanze, allestendo piccoli presepi e alberelli addobbati con qualcosa portato da casa. Ricordo un anno che la maestra regalò a tutti una palla dorata e luccicante da appendere all’albero, la aprivi e dentro c’era un piccolo pensiero per ognuno di noi, a me toccò un anellino rosa. E scrivevamo letterine di Natale, non tanto per chiedere regali, quanto per domandare perdono ai nostri genitori delle marachelle, per promettere di essere più buoni, per dire “babbo, mamma, vi voglio bene” quelle parole che il pudore dell’epoca non ci permetteva di esprimere in giorni meno speciali di quelli.

La via principale della città era rallegrata dalla “luminara” ma io, anche oggi che sono vecchia, trovo più affascinanti gli addobbi dei negozi di quartiere, quelli poveri - le lucine che si rincorrono sulla porta della tabaccheria, le palle colorate poggiate sui ripiani polverosi della mesticheria - li preferisco ai grandi apparati dei centri commerciali. Amo il Natale della gente normale: il foglio di carta roccia, il rotolo di cielo stellato, il pungitopo e la borraccina raccolti in campagna.

Da noi, in Toscana, la vigilia non si festeggiava, era un giorno qualsiasi, i negozi chiudevano tardi la sera, non come ora che alle quattordici è già tutto morto e la gente va a prepararsi per il cenone, quasi fosse l’ultimo dell’anno. Era un giorno di attesa, di trepidazione, di festa vissuta dentro. Si mangiava normale, poco per non appesantirci in vista del venticinque, si apparecchiava in cucina come sempre. In tv non mancava mai qualcosa di bello, un cartone incantato, un film fiabesco; andavo a letto col cuore in gola, con un po’ di paura, chiedendomi che sarebbe accaduto se, per caso, avessi scorto Babbo Natale, se la cosa potesse essere pericolosa. “Perché”, mi spiegavano i miei genitori, “quelli che vedi in giro, non sono veri Babbo Natale, sono solo travestimenti per far festa, Lui, l’originale, è misterioso e lontano, non lo si può vedere e passa solo se siamo stati buoni.” Il regalo, insomma, te lo dovevi meritare, non lo trovavi scontato all’Ipercoop. L’uomo barbuto vestito di rosso non faceva “ohohoh” all’americana, non viveva al polo nord con una renna di nome Blizzard, ma era, piuttosto, un’entità un po’ inquietante.

La mattina di Natale, anzi di “Ceppo”, si faceva colazione col caffellatte e, ancora in pigiama, si aprivano i regali. C’era tanta roba da farmi sgranare gli occhi. Bambole, “ciottolini”, libri, matite. C’era un cesto rosso con un biglietto scritto di pugno da Babbo Natale in persona: “Perché tu sia più ordinata”, c’era un mangiadischi che, bastava schiacciarlo col dito, e potevi sentire le fiabe sonore, c’era il quarantacinque giri di Un cuore matto - ero follemente innamorata di Little Tony - e anche la Pappa col pomodoro con Rita Pavone nei panni di Gianburrasca.

A pranzo venivano su anche nonna e zia, mangiavamo i tortellini in brodo, il cappone lesso con le radici di Genova, il panettone di Milano che costava un mucchio di soldi - non come ora che ne trovi tre al prezzo di due - il panforte, i ricciarelli, i cavallucci, il torrone. Ma anche frutta secca, datteri della Tunisia con la ballerina in bilico sulle punte, zibibbo, fichi secchi aperti a panino e farciti di noci e noccioline.

Di pomeriggio nonna e zia tornavano giù, a casa loro, a riposarsi, mentre noi guardavamo i programmi televisivi, film, cartoni animati, commedie di teatro e, intanto, io giocavo con tutto quel ben di Dio che Babbo Natale mi aveva portato; si vede che, nonostante i dubbi, i timori e i sensi colpa, alla fine ero stata davvero buona. E, naturalmente, divoravo i libri. A santo Stefano, quando era invitata l’altra nonna, quella paterna, li avevo già finiti.

Non c’è nulla di speciale in questi miei ricordi, nessun messaggio, niente che caratterizzi una generazione. Posso solo dire che i bambini si nutrono di pensiero magico e chi glielo sottrae compie un crimine, li priva della fantasia, del desiderio, delle cose che noi adulti rimpiangeremo tutta la vita e non avremo mai più, per quanti sforzi facciamo.

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