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Animavì: Festival Internazionale del Cinema d’animazione poetico

13 Maggio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #vignette e illustrazioni

 

 

Animavì

Festival Internazionale del Cinema d’animazione poetico
seconda edizione

 

Diretto dal regista Simone Massi, il primo festival al mondo dedicato specificatamente all’animazione poetica e d’autore.
Tra gli ospiti il regista svizzero Georges Schwizgebel, conduce le serate Luca Raffaelli. Sedici opere in concorso da tutto il mondo


Si tiene nel centro storico di Pergola (Pesaro - Urbino) nel giardino di Casa Godio,dal 13 al 16 luglio 2017 la seconda edizione di ANIMAVÌ - Festival Internazionale del Cinema d’animazione poetico, con la direzione artistica del più importante regista italiano di cinema d’animazione, Simone Massi, che da anni realizza il trailer e la locandina della Mostra del Cinema di Venezia. Ospite d'eccezione il Maestro svizzero Georges Schwizgebel, regista di fama internazionale premiato nei festival di tutto il mondo, da Cannes ad Annecy, autore di oltre venti cortometraggi d’animazione (tra cui La Course à l’abîme; The Man with No Shadow; Romance; Jeu; Erlkönig), in cui applica una tecnica originale, artigianale, che consiste nel dipingere a mano ogni fotogramma, realizzando una pittura animata, di fatto opere d’arte dinamiche. A condurre le serate, che vedranno la partecipazione di ospiti musicali e personaggi del mondo della cultura italiana e internazionale, Luca Raffaelli, giornalista, saggista, sceneggiatore e uno dei massimi esperti di fumetti e animazione in Italia. Il programma completo al link www.animavi.org

A contendersi il Bronzo Dorato, prezioso trofeo artistico, ispirato all'omonimo gruppo equestre di epoca romana e simbolo della cittadina marchigiana, saranno 16 opere di animazione provenienti da tutto il mondo, dall'Australia alla Svizzera passando per l'italiano 'Confino', di Nico Bonomo, ma anche lavori da Spagna, Francia, Russia, Cina, Corea del Sud, Polonia, Lettonia, Portogallo e Danimarca. La Croazia sarà rappresentata quindi da '1000' di Danijel Zezelj.

Animavì vuole soprattutto rappresentare a livello internazionale il “cinema d’animazione artistico e di poesia”, quel genere di animazione indipendente e d’autore che si propone di raccontare per suggestione, prendendo le distanze in maniera netta dall’animazione mainstream. Vogliamo cercare di portare a Pergola - sottolinea il direttore artistico Simone Massi - dei 'giganti' in un piccolo paese e in un piccolo festival. Un tentativo che facciamo in maniera scanzonata e allo stesso tempo con la consapevolezza che qualcosa di importante ce l’abbiamo anche noi: le colline, i piccoli borghi, la nostra Storia”. Animavì primo festival al mondo dedicato specificatamente all’animazione poetica e d’autore, vanta il supporto di numerose figure di spicco della cultura e dell’arte, insieme a contadini, minatori, partigiani: Pierino Amedano, Franco Armino, Andrea Bajani, Luca Bergia, Valentina Carnelutti, Max Casacci, Dilo Ceccarelli, Ascanio Celestini, Erri De Luca, Nino De Vita, Goffredo Fofi, Daniele Gaglianone, Gang, Valeria Golino, Nastassja Kinski, Emir Kusturica, La Macina, Neri Marcoré, Mau Mau, Laura Morante, Marco Paolini, Lyudmila Petrushevskaya, Umberto Piersanti, Alba Rohrwacher, Francesco Scarabicchi, Silvio Soldini, Oreste Tagnani, Paolo e Vittorio Taviani, Miklós Vámos, Daniele Vicari, Emily Jane White, Massimo Zamboni.

 

Animavì è un evento realizzato grazie all'organizzazione di Mattia Priori, Leone Fadelli, Silvia Carbone e dall'associazione culturale Ars Animae, con il contributo e patrocinio di Regione Marche, Ministero deI Beni Culturali e delle attività culturali e del turismo, Marche Film Commission, Marche Cinema Multimedia, Comune di Pergola, Provincia di Pesaro e Urbino, SNGCI - Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani e Accademia del Cinema Italiano Premio David di Donatello. Il festival ha ricevuto dal Presidente della Repubblica la Medaglia al Merito per il valore culturale dell'iniziativa.


Per maggiori informazioni:

www.animavi.org
info@animavi.org
https://www.facebook.com/animavifestival

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Superterrestre

12 Maggio 2017 , Scritto da Pee Gee Daniel Con tag #pee gee daniel, #racconto, #fantascienza

 

 

 

Questo è per te, Madre Terra. Il mio ultimo saluto.

Il saluto gonfio d'amore d'un figlio che è costretto ad abbandonarti per sempre.

Più la distanza si accresce e più sento le mie forze venire meno. Quel nutrimento che traevo da te mi viene rapidamente a mancare. Presto sarò niente più di un misero corpo esanime con un buffo mantello rosso appeso al collo, costretto a galleggiare in eterno tra le tenebre abissali dell'universo, senza poter neppure godere del conforto di una decomposizione che consumi e annichilisca.

Sto uscendo dalla tua orbita ormai, con la mia possente schiena ho sfondato le invisibili barriere celesti di mesosfera e atmosfera esterna che ti avvolgono e nell'infrangerle ho provocato un orribile frastuono ultrasonico, che però solo le mie orecchie hanno potuto percepire, mentre tutto intorno al mio corpo, ricoperto solamente della consueta tuta blu attillata quanto una seconda pelle, si accendeva un'aureola composta da un intenso fuoco azzurrino.

Manca poco. Mi sento già in debito d'ossigeno. Tra non molto l'immortale morirà. Perché tutta la mia forza sovrumana, i miei superpoteri, la mia invulnerabilità cessano all'infuori del pianeta Terra.

Scagliato verso la notte siderale che avvolge l'intero cosmo dal colpo finale sferratomi in pieno petto dall'ultimo dei miei acerrimi nemici, Doomsday.

Più risolutivo di un'intera montagna di kryptonite: spedirmi lontano dall'unico luogo dell'universo che mi rendesse pressoché invincibile. E ora che non sono più a contatto con te, Madre mia, mi viene a mancare il nutrimento principale per ogni mia fibra: i raggi del sole filtrati attraverso le coltri di ossigeno e di azoto che ti circondano. Quelle radiazioni che tu, Madre, immagazzini nel tuo ventre, per far germogliare i fiori e inverdire le piante, maturare i frutti, riscaldare le acque. Quella stessa energia che alimentava la mia potenza.

Ora che la forza inerziale continua a farmi arretrare nello spazio illimitato ancora e ancora e ancora, fino a ritrovarmi lontano migliaia di miglia da te, posso abbracciarti tutta con un solo sguardo e spegnermi con la tua smisurata bellezza a bruciarmi nel fondo delle pupille.

Mi riempiono gli occhi i baluginanti riverberi verdeacqua, turchese, cobalto delle immense distese equoree che per la gran parte ti rivestono. È la tua parte uterina quella, lì dove la vita è stata coltivata e si è sviluppata, sinché qualche pesce temerario un bel giorno non si decise ad appoggiare una pinna contro la placida rena allo scopo di cercare fortuna per le terre emerse.

La vita ricca e rigogliosa che ti esplode sopra e dentro, fino a confondersi con te in un tutt'uno. Questa vita che hai condiviso con me, tuo figlio adottivo, proprio come fai con la moltitudine di tuoi figli naturali, da quando ricaddi incapsulato contro la tua crosta, esattamente come essa ti piovve addosso miliardi di anni fa - un misterioso dono dal cielo - nascosta nel cuore di un meteorite in minuscole forme monocellulari che in te trovarono l'ambiente più accogliente per brulicare e prosperare sin da subito.

Fuggivo da un mondo freddo e adamantino per giungere in questo giardino incantato, dove spiccare i sugosi frutti che spontaneamente si offrono dagli sporgenti rami degli alberi e dove tuffarsi tra le fresche acque d'un torrente.

Quanto rincresce doverti dire addio proprio ora che arriva la primavera, quando Proserpina – racconta il mito – torna a soggiornare presso la casa materna, e una luce morbida invade e intiepidisce ogni tuo angolo, suscitando nuovi boccioli come il volo allegro delle rondini che ritornano al nido.

Mi mancherai, Madre dalle sorgenti inesauribili, dai flutti pescosi, dai deserti riarsi dal sole, dalle distese di ghiaccio, dalle vette elevatissime e dalle voragini profonde, popolata di predatori e prede, di vittime e carnefici, di vermi che in fondo alla catena alimentare banchettano delle carcasse di chi ci stava in cima, spazzata dal vento, dilavata dalle piogge, sconquassata dai terremoti, baciata da improvvisi rasserenamenti che consentono la ripartenza di tutto. Io ti venero!

Con l'amore di un figlio adottivo, che in quanto tale serba nel suo cuore ancora maggior gratitudine di quella riservatati da un terrestre, che tende a dare per scontata la generosità con la quale chiunque accudisci, basta solo che ti venga a domandare soccorso e sostentamento.

Adesso che io sparisco nel nulla e non potrò più farlo, non scordare di proteggere, tra tutte le altre, anche quelle tue creature così simili a me nelle fattezze, ma tanto più deboli per forza fisica e per il rispetto che ti recano.

Ti sfruttano ogni giorno più che possono, ti imbrattano, ti impoveriscono e bistrattano come tanti mocciosi troppo viziati, ma tu non ci badare. Sono solo dei poveri piccoli balordi. Sono una schiatta di infelici e sprovveduti.

Spendi la tua inesauribile prodigalità – te ne prego - anche per quei miseri che si credono tuoi padroni, ma altro non sono che la tua prole più reietta. Io ora non posso più vegliare su di loro. Io ora sono solo più materia alla deriva.

 

 

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Fiore di fulmine: la storia della Roggeri che odora di morte, di leggenda e di Sardegna

11 Maggio 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

 

 

Siamo a Monte Narba, piccolo villaggio minerario, e corre l’anno 1899.

Luigia e Antonio hanno quattro figli, tre maschi e una femmina. I maschi sono molto diversi tra loro. C’è chi, più passionale ed estroverso, si lascia andare a manifestazioni d’affetto più marcate; chi, più grande e assennato, guarda le cose con razionalità e maturità; e ancora chi, introverso e ombroso, sta agli angoli, schivo e avvicinabile quanto un cane rabbioso. E poi c’è Nora, ultima della covata. Coccolata ma abituata a una vita fatta di dure rinunce, capisce il sapore della morte fin dalla tragedia che vede come protagonista – unico attore di uno spettacolo nel quale il sipario si chiude per sempre – il povero padre. Antonio è morto dentro la miniera, per colpa di un crollo, e Luigia non si dà pace, condannando a quello che è un lutto perpetuo i suoi figli. Ma Nora non perde quello che è il suo carattere. Arguta e brillante, coraggiosa e tenace, non cede a quelle che sono le spicce spiegazioni di una mamma devastata dal dolore; la sua marmorea convinzione che il padre sia nell’infinita distesa del cielo con gli angeli non si scalfisce nemmeno con le bieche parole di Luigia la quale, con un cinismo gelido e insensibile, le sbatte in faccia quella che è la sua realtà: il padre è morto inghiottito dalla terra della miniera. Avventata ma anche sognatrice, la bambina esplora e tocca con mano, complice un’irruenta curiosità, tutto ciò che risveglia la sua attenzione.

"Eppure la piccola Nora, se solo avesse potuto, non avrebbe esitato a calarsi in uno dei pozzi della miniera per scoprire quali tesori dovevano certamente celarsi sottoterra, o a salire in cima al picco più alto per vedere con i suoi occhi i confini del mondo."

Durante l’arrivo di una tempesta, Nora, incauta e impetuosa come solo lei sa essere, esce, portandosi dietro il maiale di casa e i suoi maialini.

Si trova non troppo vicino ma nemmeno troppo lontano da casa, quando la tragedia si consuma. Un fulmine colpisce quel corpo gioioso, lo alza con violenza inaudita e lo ridona alla fredda terra esanime. È gelida, Nora, e nel suo viso livido il pallore è un cupo presagio di morte. È il fratello a trovare quel corpicino inanimato, lo porta in braccio fino a casa ma le sue lacrime – e quelle della mamma Luigia, rotta in due da pianto e dolore al cuore – non la svegliano. Viene messa in una bara di legno, la piccola Nora, ed è pronta per il rituale del cenere alla cenere e polvere alla polvere. Ma poi qualcosa accade, qualcosa strappa quel germoglio dalla tristezza dell’aldilà per riadagiarla con dolcezza tra i vivi. Non è la stessa: è pallida e sempre un po’ fredda, più del normale, benché sia viva. Ha un’infiorescenza che si staglia nel suo corpo, un fiore di fulmine che le ricopre il lato sinistro del corpo, quello del cuore, dal collo alla caviglia. Il suo cuore batte, nelle sue vene scorre sangue. È comunque cambiata per sempre e alla sua famiglia tutto questo cambiamento appare chiaro come il sole in una sera che sa di tenebra.

 

«Sai che cosa penso?» continuò Teresa con occhi stretti.

«Cosa, Teresa?» domandò Luigia con un filo di voce.

«E se tua figlia fosse una di quelle che vedono i morti? Com’è che le chiamano?» Rimestò nei propri ricordi per alcuni istanti, poi schioccò le dita trionfante. «Ecco! Mia nonna le chiamava così: bidemortos», scandì con tutti i denti in bella mostra."

 

Nora è capace di vedere le persone che non ci sono più, le vede nitide come fossero composte di ossa e carne e sangue. Le vede ferme davanti al suo letto, prima di addormentarsi, una cupa riunione di anime il cui corpo giace decomposto sotto la nuda terra.

Cosa può esserne di lei in un villaggio dove un dono del genere mette paura anche a chi è dotato dello spirito più ardimentoso? La sua nuova dimora a quel punto diventa la Casa delle Figlie della Carità, un orfanotrofio per orfanelle sito a Cagliari.

La cosa che ama più di qualunque altra è il ricamo. Quando può perdersi tra stoffe e punti e disegni, il suo cuore trova pace, finalmente. Placa i pensieri, quella sua passione che fa sembrare le sue mani fatate, e quieta quella che è una profonda nostalgia di casa, di amore, di tenerezza. Nessuno la abbraccia, lì dentro, e lei vorrebbe poter stare anche solo per un secondo con la madre e i fratelli. Piano piano, la speranza muore.

 

"La punta delle dita tracciò sul tessuto un progetto segreto di linee e di forme, la pupilla seguì un sentiero fatto d’oro che alla viscontessa non era dato di percepire."

 

Il suo dono è ancora vivo, una benedizione e una maledizione insieme.

 

"I piedi di Nora però non si mossero, rimasero inchiodati come sull’orlo di un precipizio. L’improvvisa certezza che sua madre fosse morta la riempì di infelicità uccidendo ogni desiderio di correre dietro allo spettro tanto amato. La bambina avrebbe voluto piangere, ma gli occhi rimasero asciutti e i singhiozzi non giunsero a portarle sollievo. Fu così che, per la prima volta in vita sua, Nora Musa ebbe paura di affrontare l’oscurità.2

 

Un giorno, però, una ricca signora, donna Trinez, la nota e la vuole a casa sua. Così inizia quella che è la sua nuova vita.

 

"Dietro le spalle di Annica, che era mezza testa più alta di lei e copriva buona parte della visuale, Nora scorse donna Trinez incastonata come una perla nel piccolo salottino dorato che completava la camera privata della nobildonna e di suo marito. Era vestita con gonna e corpino in seta color avorio ornato di gale, una sorta di nuvola immacolata piena di grazia e compostezza."

 

Nell’abitazione dei ricchi signori, Nora si sente per la prima volta apprezzata. Ma non sa che donna Trinez l’ha notata per qualcosa di cui lei non parla mai.

In un crescendo di intensità e di suggestione, la Roggeri si insinua in ogni anfratto della nostra mente. Tesse una tela impareggiabile per precisione e bellezza, una tela che è preziosa e tetra allo stesso tempo. Un cupo mistero, un segreto che odora di perdita e di pianto, una scoperta che ghiaccia il sangue. La capacità degli umani di mentire, di ingannare, di fare del male. Volontariamente e senza scrupolo. Ma non si ferma certo solo a questo, Fiore di fulmine: è una storia di forza e coraggio, di morte e di vita. Di amore e di odio. Penetreremo nella mente della piccola Nora con le sue paure folli e le sue certezze granitiche, ma anche in quella dei personaggi secondari, tutti dipinti con maestria.

La Sardegna è presente, si sente. Si può annusare e toccare.

Un capolavoro.

 

SULL’AUTRICE

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari, dove si è laureata in relazioni internazionali. Ama definirsi una sarda nuragica, innamorata della sua isola così aspra e coriacea ma anche fiera e indomita. questo è il suo secondo romanzo, dopo il successo de Il cuore selvatico del ginepro.

 

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STORIA DI UN UOMO INUTILE di Maksim Gor’kij (1868 – 1936)

10 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

Maksim Gor'kij nelle gerarchie letterarie occupa un posto senz'altro alle spalle dei vari Cechov e Tolstoj, suoi contemporanei. Eppure questo libro poco noto, letto nell'edizione UTET, mi fa dire che lo scrittore meriterebbe maggiore attenzione.

Gli aspetti salienti sono letterari ma anche storici e politici e lasciano per certi aspetti sbalordito chi legge.

Il protagonista è Evsej, un ragazzo cresciuto in campagna tra molti stenti, nella Russia zarista scossa dai tremiti rivoluzionari. Orfano, capisce ben presto che l'unica via di salvezza per lui, debole e solo, è sottomettersi ai più forti. Davanti al cugino prepotente o agli adulti arroganti, pensa solo a piegarsi per evitare guai peggiori. In fondo, come gli spiega una conoscente dei bassifondi di Mosca, la vita è un posto dove qualcuno ti impartisce ordini, ti dice cosa fare e dove andare. Tutto qui.

In città trova una specie di grande Suburra; costretto a lavorare come informatore della polizia, vede vizio e violenza dovunque. Il regime lotta contro i sovversivi e lo fa con poliziotti non certo irreprensibili, ma dediti al bere e al gioco. In questo clima fatto di doppiezza e cinismo, l'informatore ha la sensazione che sia tutto sbagliato. È ancora giovanissimo e nessuno gli ha dato una formazione; ha una generica intuizione del bene e del male. Non si dovrebbe vivere per fare del male, pensa, mentre compie pedinamenti o si finge amico di persone che dovrà far arrestare. Da bambino, nel suo villaggio, durante un incendio la gente dimenticò i reciproci dissapori e gioiosamente partecipò allo spegnimento del fuoco. Ci vuole un pericolo per avvicinare le persone? È possibile un mondo diverso come raccontano i rivoluzionari che lui fa incarcerare?

Il ragazzo però non ha avuto nessun adulto che lo abbia indirizzato e fatto maturare; non gli resta che fare il suo lavoro, piegarsi come sempre per evitare conseguenze peggiori, pur con un travaglio interiore in crescita.

C'è però un lato storico-politico ancora più interessante. L'opera proietta la sua ombra sul futuro per parecchi aspetti. Tra i colleghi del giovane, quasi tutti malconci, fanatici, viziosi, quello che impressiona è uno dei capi, un uomo di modesta estrazione, figlio di contadini. Ha un odio sociale per i nobili, i ricchi, gli istruiti; è spregiudicato e spietato. Soffia sul fuoco delle tensioni sociali, favorisce con i suoi agenti i disordini per dimostrare al popolo che la libertà è omicidio e anarchia. Opera quindi sul piano di una sorta di destabilizzazione stabilizzante; il caos alla fine favorirà il ritorno al poco amato ma rassicurante ordine e questa è una tattica usata anche in tempi per noi abbastanza recenti.

Inoltre ha un'utopia delirante, espressa con parole feroci: "Le città andrebbero distrutte. E tutto il superfluo, tutto ciò che impedisce di vivere con semplicità, come vivono le capre e i galli, tutto questo vada pure al diavolo!".

La sua chimera ruralista sarà parte del progetto del sanguinario dittatore Pol Pot.

Lo stesso poliziotto prevede la fine del regime zarista ma afferma che il popolo continuerà a patire la fame: "Il nuovo sistema di governo li distruggerà: le persone tranquille creperanno di fame e i ribelli marciranno in prigione".

Pensando a quanto accadrà nell'Unione Sovietica, le sue parole appaiono profetiche.

Tutto questo, incredibilmente, venne scritto in un romanzo pubblicato nel 1908.

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Umberto Bieco espleta funzioni fisiologiche su “La solitudine dei numeri primi”

9 Maggio 2017 , Scritto da Umberto Bieco Con tag #umberto bieco, #recensioni, #le prese per il deretano di umberto bieco

 

 

La lettura, come il tempo di amare, dilata il tempo di vivere, e a quanto pare anche il tempo di defecare. Alle vittime della defecazione è infatti dedicato il primo capitolo di questo capolavoro scatologico, che, vincitore del Premio Strega, ha stregato centinaia di migliaia di lettori - mentre altri se lo sono preso come un'influenza intestinale, a Natale, impacchettato sotto l'albero: non c'è niente di più letale dei libri che ti vogliono regalare.

 

Il libro narra di Mattia, Alice, e della terrificante sofferenza dell'essere incongruenti con il mondo circostante – benché da due prospettive diverse, quella di chi – autistico genio matematico autolesionista - non vuole farne parte e quella di chi – sciancata e anoressica – non riesce ad integrarvisi: data questa affinità riusciranno almeno ad incontrarsi tra di loro?

Come anticipato, il romanzo inizia subito col più sublime tripudio intimistico: una fatale scarica fecale, per quanto peculiare, questa è in ultima analisi la causa dell'azzoppamento della protagonista femminile. Caspita, che deiezione violenta!

L'artefice di queste pagine, del resto, si compiace di crogiolarsi nei più svariati umori umani e sporcizie miscellanee, costellando il suo capolavoro con imbarazzanti water traboccanti, a coronamento della cena romantica più fallimentare di sempre [capitolo 29], con vomitate poltigliose [capitolo 15], nonché con l'ingerimento di luridume rivoltante [capitolo 5] – tanto che vien da sospettare sia questa la materia di cui son fatti i sogni dell'autore, e quindi del libro stesso.

Lo stile secco complessivamente sembra indeciso tra momenti, nel loro piccolo, spettacolarmente drammatici e una narrazione psicoesistenziale sobria e contrita, densa del grigiore della banalità quotidiana – e così troviamo sequenze eccessive da film o telefilm americano, se non proprio alla Stephen King: il rapporto di Alice con le sue coetanee adolescenti – tipiche aguzzine televisive bidimensionali senza un perché - si cristallizza nella deliziosa circostanza accennata, quella del capitolo 5 – una violenza psicologica che si espleta in modo fisicamente disgustoso, e che potrebbe uscire, per l'appunto, da Carrie di King – ma che in questo contesto risulta effettisticamente becero. Così come l'esagerazione sensazionalistica di Mattia, che al compagno di scuola che cerca di confessargli la propria omosessualità con un baratto di segreti, rivela il suo in questo modo:

 

Strinse il coltello con tutte e cinque le dita. Poi se lo piantò nell'incavo tra indice e medio e lo trascinò giù fino al polso”.

 

In altre parole, sembrano generose porcate con cui intrallazzare facilmente il lettore impressionabile – per quanto, certamente, veicolino bene il concetto che per i due protagonisti gli anni formativi siano stati Puro Orrore – un po' come la lettura di questa gemma letteraria per il sottoscritto.

Intanto, laureatosi, Mattia confessa ad Alice il proprio colpevole trauma originario – e ciò li porta finalmente vicini, ma non a sufficienza: il culo colloso del giovane matematico rimarrà appiccicato alla sua comoda inerzia anaffettiva, lui partirà per un'università straniera, e lei si accontenterà di un surrogato, per la verità un gradevole e appetibile partito, di cui però non è davvero e innamorata e che però non la conosce davvero, né la conoscerà davvero durante la vita matrimoniale – la quale quindi si spezzerà dopo qualche anno.

A questo punto lei spedirà un messaggio a Mattia.

Avrei trovato maggiormente appassionante uno sviluppo della tematica sollevata a pagina 129:

 

“Non so” rispose Mattia alle zucchine.

 

Più conversazioni con le zucchine, e, possibilmente, anche con altri ortaggi.

Perchè questo spunto è stato lasciato intentato?

In definitiva, che dire di questo angoscioso e poltiglioso Capolavoro Assoluto della Recente Narrativa Italiana?

Che il giudizio coincide con l'inizio: una evacuazione indesiderata.

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LA STRADA di Cormac McCarthy

7 Maggio 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #fantascienza

 

 

Lo scrittore Cormac McCarthy ci offre un intenso e direi attuale romanzo.

All'indomani di una distruzione immane (forse nucleare), il mondo è ridotto a pura desolazione; i sopravvissuti si aggirano impauriti e affamati, pronti a uccidersi e anche a mangiarsi.

Padre e figlio, protagonisti del libro, si muovono a piedi verso Sud, verso l'oceano; cercano cibo, un clima più decente, una via di fuga dai tanti pericoli. Intorno ci sono le macerie di città vuote, supermercati saccheggiati, auto piene di cadaveri. Un'aria fredda e piena di cenere opprime i pochi vivi.

Il senso di angoscia è accentuato dall'assenza di nomi; le città e le persone sembrano non averli più. Ora c'è solo un grande nulla, un vuoto di senso, un indistinto squallore in cui nemmeno i due protagonisti hanno un nome. Per il poeta Rilke l'uomo è superiore a ogni specie perché ha la parola e può nominare le cose dando sostanza e stabilità al mondo. Ora tutto invece è precario, l'uomo innanzitutto. Viaggiano tra mille peripezie, a piedi come viandanti di epoche lontane, in una modernità di cui restano solo le ormai inutili strutture materiali che cingono un degrado totale, come enormi carcasse di metallo e cemento.

È un libro denso di immagini cupe e di sogni atroci; non esistono autorità, si è all'homo homini lupus; le peggiori visioni degli antichi profeti trovano conferma nell'Apocalisse che i sopravvissuti subiscono. Eppure vanno avanti, spingendo un​ carrello di supermercato con qualche coperta e un po' di cibo; se troveranno altri "buoni" come loro forse ci sarà ancora un futuro. Per ora si è al capezzale dell'umanità. Noi siamo i buoni, noi portiamo il fuoco, ripete il ragazzino cercando l'assenso del padre, in una involontaria allusione al mito di Prometeo che portò civiltà e tecnica tra gli uomini. Sono loro due la riserva etica di un mondo senza luce, precipitato in una specie di età della pietra dove chi ha un accendino o una pistola può sopravvivere più di altri. Ma servono anche speranza e solidarietà tra gli uomini, per andare oltre un individualismo infecondo. La vicenda scorre su binari tristi, ma forse resta qualche residua possibilità di salvezza dato che c'è ancora un bambino che si fa raccontare le favole dal genitore e crede che si possa uscire dalla desolazione. La distruzione dei luoghi potrebbe non aver annientato i cuori di tutti. Cercando altre persone perbene, come vorrebbe fare il bambino e recuperando il senso della comunità, qualcosa potrà risorgere. Resta il pensiero che l'individualismo selvaggio del mondo descritto nel libro abbia qualche legame con l'individualismo diffuso nei tempi moderni, nei quali il consumismo costante è la colonna sonora del vivere. Non a caso gli affamati e sofferenti protagonisti del libro spingono un carrello di supermercato, residuo rumoroso dell'epoca dello spendere incontrollato. Peraltro il romanzo​ è incentrato principalmente sul rapporto padre-figlio e sul bisogno di sopravvivere, lasciando sullo sfondo l'approfondimento delle cause della catastrofe in cui sono precipitati.

La parte finale del romanzo lascia comunque trasparire qualche lieve segno di luce, anche se l'aria fredda e sporca efficacemente descritta in tante pagine non induce all'ottimismo.

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Fiorenza dentro da la cerchia antica

6 Maggio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #poesia

 

 

 

Le prime città italiane a divenire libere e ricche furono le città marinare. Ma anche i borghi dell’interno ambivano a maggiore indipendenza e libertà di scambio e di commercio, contrastati, però, in questo, dalla prepotenza dei feudatari. Allora i borghesi si riunirono, si giurarono reciprocamente fedeltà e chiamarono il loro raggruppamento (coniuratio) Comune. Lottarono contro i feudatari, rivolgendosi persino all’Imperatore per ottenere il diritto di governarsi da soli, in cambio di una tassa da pagare.

I contadini lasciavano i campi e si aggregavano alle città che divennero sempre più grandi e ottennero l'indipendenza, trasformandosi in vere e proprie città stato. All'interno delle mura vennero a convivere uomini di estrazione sociale molto diversa: contadini inurbati in seguito all'eccedenza di manodopera nei campi, feudatari minori che cercavano di sottrarsi ai vincoli verso i grandi feudatari trasferendosi in città, oltre che notai, giudici, medici, piccoli artigiani e mercanti. Questi costituivano la borghesia.

In Italia meridionale l'ascesa dei Comuni fu ostacolata dal centralismo normanno mentre essi raggiunsero un eccezionale sviluppo a Nord, espandendosi dalle città alle campagne. Ciò spiega il mantenimento al sud di grandi latifondi e baronie, retaggio del periodo feudale.

Il potere del comune si estese anche alle campagne circostanti, spesso di proprietà di alcuni valvassori che erano fra i notabili del Comune. Nacque così il concetto di contado.

Durante l'età comunale germogliarono anche le corporazioni di arti e mestieri, cioè mercanti e artigiani riuniti secondo il mestiere che praticavano.

In linea generale, il Comune si basò su principi opposti a quelli del feudalesimo. Mentre il mondo feudale fu agricolo e militare, fondato su una rigida gerarchia, il mondo comunale, che raccoglieva l'eredità della città-stato antica, fu cittadino e mercantile, prevedendo la partecipazione al governo di una buona parte dei cittadini. Di riflesso, l'arma tipica del feudalesimo fu la cavalleria, i Comuni, invece, misero in campo eserciti cittadini.

I Comuni si svilupparono anche in Francia, in Germania e in Inghilterra ma il fenomeno fu essenzialmente italiano.

Eppure già a quei tempi c’era chi si lamentava per l’espansione delle città, per il degrado e per i mutamenti nel costume.

Così Dante fa parlare l’avo Cacciaguida nel Canto XV del Paradiso

 

Fiorenza dentro da la cerchia antica,

ond'ella toglie ancora e terza e nona,

si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona,

non gonne contigiate, non cintura

che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura

la figlia al padre, ché 'l tempo e la dote

non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vòte;

non v'era giunto ancor Sardanapalo

a mostrar ciò che 'n camera si puote.

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Donne di marmo per uomini di latta (2016) di Roger A. Fratter

5 Maggio 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

 

 

 

Regia: Roger A. Fratter. Soggetto e Sceneggiatura: Roger A. Fratter. Fotografia: Lorenzo Rogan. Operatori: Lorenzo Rogan, Stefano Ravanelli. Fotografo di Scena: Marco Paciolla. Scenografia: Celso Albavilla. Trucco: Lahila Laveaux. Montaggio: Roger A. Fratter. Direttore di Produzione: Alban Herizei. Musiche Originali: Massimo Numa, Luciano D’Addetta. Distribuzione Home Video: Foglio Cinema. Durata: 89’. Genere: Drammatico, Erotico, Psicologico. Titolo Internazionale: Marble Women for tin men. Interpreti: Liana Volpi (Roberta), Valentina Di Simone (Simona), Magda Lys (Francesca), Gloria Gordini (Clara), Roger A. Fratter (Giorgio), Anna Palco (Diana), Mery Rubes (proprietaria del night), Beata Walewska (Cinzia), Debby Love (Lucia), Gisy Bergamo (cliente edicola), Giusepe Cardella (Trussani), Massimiliano Aresi (Alessandro), William Carrera (Carlo), Giuliano Melis (scultore), Mark Provera, Max Bezzati, Maurizio Quarta, Fulvio Piavani, Beatrice Chieu, La Dany.

 

Roger A. Fratter continua a indagare l’universo femminile, dopo Rapporto di un regista su alcune giovani attrici e Tutte le donne di un uomo da nulla, mettendo in primo piano l’erotismo e il contrasto di personalità tra uomo e donna, con la seconda inesorabilmente vincente grazie alle armi della seduzione e del sesso. Donne di marmo per uomini di latta si propone di dimostrare che l’uomo è una cosa insignificante mentre la donna conduce sempre il gioco, è l’elemento determinante del rapporto, tratta l’uomo come meglio crede, non è mai succube ma dominatrice.

In breve la trama. Roberta dirige la rivista Sculturopoli, fondata insieme a Giorgio e all’imprenditore Trussani, è una donna frustrata che tratta male i suoi collaboratori e pretende una servile dipendenza. Vive una sorta d’amore malato con Giorgio, pur essendo la donna di Trussani, odia la collaboratrice Simona - giovane amante di Giorgio - e fa di tutto per licenziarla. A sua volta Giorgio soffre per una situazione familiare difficile, separato dalla moglie, con una figlia adottiva (Francesca) che odia la madre e tormenta il padre, tra sogni incestuosi e sfide provocanti. Non anticipiamo altro a livello di trama per non rivelare colpi di scena e situazioni che portano a un precipitare degli eventi, ma soffermiamoci sulle valenze psicologiche della pellicola. Fratter analizza con maggior profondità del solito il rapporto padre - figlia, portandolo su un terreno pericoloso, spingendo la macchina da presa a perlustrare tentativi di rapporti erotici semi incestuosi. Non solo. La donna è sempre in primo piano, che sia donna - padrona o (più raramente) donna- remissiva, persino donna - angelo vendicatore in un violento finale. L’uomo non ne esce bene, dimostra di non capire l’universo femminile, di restare in superficie, perché i ragionamenti profondi, introspettivi, si registrano soltanto nelle sequenze che vedono una donna davanti alla macchina da presa. Attrici bellissime, come sempre nei film di Fratter, bene le tre interpreti, con una perfida Liana Volpi calata nel ruolo della protagonista, mentre Magda Lys è una figlia perfetta, bambola bionda con gli occhi azzurri e i pensieri profondi, per finire con Valentina Di Simone, spogliarellista torbida e sensuale. Liana Volpi è straordinaria in una sequenza altamente drammatica dove subisce una violenza carnale ed è bravissima nei panni di una manager vogliosa e insaziabile, gelosa e cinica, donna in carriera sensuale e sprezzante che manovra i sottoposti come burattini. Roger A. Fratter fa di tutto, in puro stile Joe D’Amato, dalla regia al montaggio, passando per soggetto e sceneggiatura, interpretando persino il ruolo maschile principale. Ottime le musiche di Numa e D’Addetta, impostate su sonorità rap e momenti melodici, buona la coloratissima fotografia digitale di Rogan, montaggio compassato come richiede il tipo di pellicola. Voce fuori campo onnipresente, ma non fastidiosa visto che rappresenta i pensieri delle donne protagoniste, soprattutto della figlia che vive desideri onirici e passioni perverse, trascurata da un padre che vorrebbe tutto per sé. Buona l’ambientazione tra il Lago di Garda e Bergamo con l’idea originale di un incipit psichedelico in sottofondo verde acqua tra piccole gocce che rigano un vetro. Film teatrale e profondo con molti nudi integrali femminili, esibiti con malizia e torbida provocazione, in giochi di seduzione erotica molti intensi. Analisi cinica e impietosa di un rapporto uomo - donna impostato su basi non paritarie, spesso finalizzato al solo rapporto sessuale. La donna è una dama di ferro, simbolo della rivista Sculturopoli ma soprattutto metafora delle idee che pervadono la sceneggiatura. L’uomo è un oggetto inutile, un pezzo di latta, privo di personalità, soggiogato dal seducente potere femminile. Donne di marmo per uomini di latta è un ulteriore tassello nella ricerca narrativa di Fratter, un regista che è passato dal cinema di genere, dagli horror cupi e spettrali degli esordi, a una filmografia di stampo introspettivo e psicologico. Consigliato per un pubblico adulto. Lo trovate in libreria, distribuito da Foglio Cinema, circuito Libroco. Ma anche su IBS e Amazon. Da vedere.

Donne di marmo per uomini di latta (2016) di Roger A. Fratter
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Mirko Tondi, "Istruzioni di fuga per principianti"

4 Maggio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #mirko tondi

 

 

Istruzioni di fuga per principianti

Mirko Tondi

 

Caffèorchidea, 2017

pp 122

12,00

 

Per come si pone, per le citazioni colte, per il modo in cui dialoga col lettore, ci sembra che questo romanzo ambisca a essere un po’ più di quello che è. Istruzioni di fuga per principianti contiene molti cliché cinematografici. La fuga on the road, la valigetta rubata, il viaggio con la nonna (che ci fa venire in mente quello di Mimmo in Bianco, rosso e Verdone.)

Il viaggio è molto limitato nello spazio e nel tempo, dura un giorno ed una notte soltanto, si snoda per la Maremma grossetana, dall’Amiata alla costa, e si conclude a Follonica, fra inseguimenti e fuggifuggi, arabi, pistole e mazzette di soldi. La fuga rappresenta un allontanamento provvisorio da quello che è il tema del capitolo quinto, perno del romanzo, in cui ricorre il leitmotiv del “sono stanco”. La stanchezza del protagonista è la stessa di tutti noi, siamo stanchi delle cattive abitudini, di una società alienante, delle persone - i nostri stessi parenti e amici - che non ci danno mai quello che vorremmo ma anzi acuiscono la nostra solitudine, siamo stanchi di ciò che non possiamo cambiare e siamo costretti ad accettare, siamo stanchi, insomma, delle cose come stanno. Da lì il gesto impensabile fino al giorno prima, lo scarto, l’occasione che fa l’uomo ladro, la ribellione, il furto della valigetta che innesca un mini percorso liberatorio.

Il protagonista Giacomo è un giovane montatore di mobili, orfano di mamma, legato a una ragazza che sembra più un’amica che una vera e propria fidanzata. Lei è intellettualoide, lui invece razionale e vede nella vita solo una serie di numeri e teoremi prevedibili, fino a che la stanchezza lo sopraffà e decide di compiere un furto, pur di portare la nonna, che lo ha cresciuto come una madre e che sta per morire, a vedere per la prima volta la montagna e il mare. La nonna novantenne è un personaggio immobile e taciturno, e nel suo silenzio e nella sua imperscrutabile espressione c’è tutto il non detto del protagonista, la sua vita, i suoi ricordi, i suoi sensi di colpa e d’inadeguatezza. Prima di morire, la donna spreme una lacrima che simboleggia l’abisso del sentimento, il tumulto dell’anima che nessun numero e nessuna società consumistica potrà mai distruggere, comprare, alienare.

Il finale ha un che di rocambolesco e ricorda certi ultimi atti di commedie degli equivoci o di film dove tutti rincorrono tutti – e qui siamo fra Kerouac e Ciccio e Franco - ma c’è anche un tocco di “questione sociale” con il riferimento al tema attuale dell’immigrazione e di chi ci specula sopra.

La musica, come spesso accade, fa da colonna sonora a questo libro/film. Ed è alle canzoni che è demandato il compito di sottolineare ed esplicitare i sentimenti del protagonista, un po’ quello che accadeva nei romanzi ottocenteschi con la descrizione del paesaggio.

 

Poi mi ero soffermato un attimo su Road to nowhere dei Talking Heads, perché la strada in effetti non aveva portato da nessuna parte se non dentro di me” (pag 119)

 

E pure i numeri, che rappresentano la razionalità con cui Giacomo ha dovuto fare i conti – perdonate il gioco di parole – tutta la vita, soccombono alla fine davanti alle emozioni e agli affetti, “alla polvere di nonna che pizzica le narici”, l’unica cosa per la quale valga la pena vivere.

Il mini viaggio all’interno di se stesso porterà infine il protagonista a riconoscere come valori proprio quelle cose e quelle persone di cui si sentiva stanco, dal padre alla fidanzata per finire col suo stesso lavoro, perché ciò che conta è solo dentro di noi e solo nostra è la capacità di guardare alla realtà con gli occhi dell’amore.

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LUCCA ART FAIR

1 Maggio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #arte


 

 

 

Lucca, Polo Fiere | Dal 5 all’8 maggio 2017

 

LUCCA ART FAIR

 

Conto alla rovescia per Lucca Art Fair

Ecco le gallerie partecipanti e le anticipazioni sul programma

 

Conto alla rovescia per Lucca Art Fair, la fiera d’arte contemporanea in programma al Polo Fiere di Lucca dal 5 all’8 maggio.

Molte le novità di questa seconda edizione che sempre più si configura come piattaforma d’aggiornamento essenziale per gli addetti ai lavori e vivace contenitore di eventi collaterali, incontri, laboratori, talks, premi, percorsi curatoriali e visite guidate per il grande pubblico.

«Quest’anno – spiega Paolo Batoni, direttore di Lucca Art Fair – abbiamo puntato su una maggiore progettualità. Lucca Art Fair 2017 si configura come un grande cantiere culturale in Toscana. Non solo una fiera ma anche un festival, un’esperienza, uno spazio vivo e dinamico per mettere in scena l’inaspettato dell’arte contemporanea».
 
SEZIONI. Saranno quattro le sezioni espositive che animeranno il Polo Fiere. Una Main Section - caratterizzata da gallerie storicizzate che proporranno uno stimolante connubio tra arte moderna, post bellica e contemporanea - sarà affiancata da altre zone che vedranno la collaborazione di Lorenzo Bruni nelle vesti di curatore. In particolare saranno presenti: una Temporary Art Zone costituita da gallerie d’arte contemporanea impegnate nella ricerca di linguaggi più innovativi e sperimentali, un’inedita sezione Letture Critiche, con gallerie che metteranno per la prima volta in dialogo alcuni dei loro artisti attraverso un progetto curatoriale studiato per l’occasione e una nuova area Overcoming Projects, dedicata a spazi no profit i cui progetti indagano i concetti di tempo e temporalità in dialogo con lo spazio pubblico.

VISITE GUIDATE | INCONTRI CON COLLEZIONISTI Occasione di scambio e avvicinamento al mondo del collezionismo saranno le visite guidate agli stand condotte dalla storica dell’arte Francesca Baboni. Appuntamento esclusivo sarà poi quello con Carte Blanche, il format ideato da Lorenzo Bruni che renderà protagonisti per un giorno Sergio Bertola e Francesco Taurisano, collezionisti del contemporaneo che si metteranno a disposizione del pubblico per rispondere a domande o curiosità e per guidare i visitatori attraverso un percorso libero basato sulla loro sensibilità.
 
EVENTI COLLATERALI. Oltre al nuovissimo Premio Lucca Art Fair rivolto agli artisti under 35 presentati dalle gallerie in fiera, attesissimo è l’appuntamento di sabato con l’Art N ight: un’apertura prolungata fino alle ore 23 che prevede un ricco programma di performance presentate dagli spazi no profit dell’Overcoming Project: beBOCSE Il TopoRAVE - East Village Artist Residency There is No Place Like Home.
Non mancheranno laboratori creativi gratuiti per bambini dedicati alla pop art, realizzati in collaborazione con la Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti a cura di Federica Chezzi, Angela Partenza e Claudia Tognaccini.
Confermata inoltre la formula dei talks che proseguiranno l’indagine sul sistema dell’arte iniziata nella prima edizione della fiera. Sabato si parlerà di istituzione museale e pratica della didattica come mediazione culturale o promozione dei servizi in una tavola rotonda coordinata dalla storica dell'arte Giulia Gueci mentre domenica si svolgerà la tavola rotonda coordinata dalla curatrice e critica d’arte Alessandra Poggianti sul tema della sostenibilità degli spazi indipendenti.
Ad anticipare la fiera, dal 2 al 7 maggio, sarà inoltre Lucca IN/OFF, un contenitore di eventi culturali nel centro storico lucchese che avrà come punto d’incontro il Loggiato di Palazzo Pretorio in Piazza San Michele.

Tutte le attività (visite guidate, laboratori e incontri con collezionisti) necessitano di prenotazione a info@luccaartfair.it

Il programma è consultabile con dettagli e aggiornamenti su luccaartfair.it

 
Lista gallerie e realtà del contemporaneo presenti a Lucca Art Fair 2017:
 
Main Section:
A29 Project Room  Milano | Caserta, Allegrini Arte, Brescia, Antigallery, Mestre (VE),Armanda Gori Arte, Pietrasanta, Prato, Arteelite, Savona, Arte Giò Art, Lucca, Art Gallery La Luna, Borgo San Dalmazzo (CO), BFC, Genova, Bonioni Arte, Reggio Emilia,Casa D’arte San Lorenzo, San Miniato (PI), Chifari Art Gallery, Torino, Claudio Poleschi Arte Contemporanea, Lucca, E3, Brescia, Engema, Nocera (SA), Fantasio e Joe, Lucca, Galerie Andrea Madesta, Regensburg (Germa nia), Galleria Bianconi, Milano, Galleria Colonna Arte Moderna e Contemporanea, Appiano Gentile (CO),Galleria Esse&erre, Roma, Galleria Lara e Rino  Costa, Alessandria, Gian Marco Casini Gallery, Livorno, Galleria Zena, Genova, Gattafame Art Gallery, Bernareggio (MB), Hipponion Arte Gallery, Piscopio (VV), Maloni Arte Contemporanea, San Benedetto del Toronto (AP), Morotti Arte Contemporanea, Varese, Prometeogallery by Ida Pisani, Lucca, Milano, Galleria Nozzoli, Empoli (FI), Tricromia, Roma,Vannucchi Arte Prato, Vecchiato Arte, Pietrasanta, Padova, Link Art, Miami (USA).
 
Temporary  Art  Zone:
ADD-art, Spoleto, Gallery Prototip, Be lgrado, MLB Gallery, Ferrara, Passaggi Arte Contemporanea, Pisa, Traffic Gallery, Bergamo, The Gahan Project, Gussola (CR).
 
Letture Critiche di Lorenzo Bruni:
Galleria Cardelli e Fontana, Sarzana (SP), Enrico Astuni, Bologna, Villa Contemporanea, Monza (MB), Frittelli Arte Contemporanea, Firenze.
 
Overcoming Projects:
BeBOCS, Catania, E Il Topo, Milano, RAVE - East Village Artist Residency, Udine,There Is No Place Like Home, Roma, Fondazione Baruchello, Roma, Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, Lucca, Base Progetti per L’Arte, Firenze.

 

Editoria:

EXIBARTEMMEBI ARTE E LIBRI, Milano, FONDAZIONE BARUCHELLO, Roma,FONDAZIONE CENTRO STUDI SULL’ARTE LICIA E CARLO LUDOVICO RAGGHIANTI, Lucca, PARALLELO 42, Pescara


 

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