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Yeshua' bar Yosef

14 Novembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

Yeshua' bar Yosef

Per molti anni Roma restò in pace, tanta gente lavorava e pagava le tasse in cambio di stabilità e modernità. Sorgevano città con grandi palazzi, le strade solcavano tutto l’Impero, le navi raggiungevano i porti più lontani. Fino a quando l'Urbe si era ingrandita, ogni paese conquistato aveva portato nuove ricchezze che erano servite per pagare i soldati, per costruire le strade, per mantenere l’ordine e la sicurezza. Poi l’Impero smise di ingrandirsi, divenne difficile tenere insieme e difendere un luogo così ampio. Tutti pagavano le tasse ma i poveri non ne erano contenti. C’erano poi anche gli schiavi, considerati spesso, anche se non sempre, alle stregua di strumenti.

Gesù nacque nella terra degli Ebrei, predicò rivolgendosi ai poveri, agli schiavi, ai senza speranza. Yeshua’ bar Yosef era un ebreo osservante, che predicava la purezza dei costumi, il ritorno all’ebraismo più genuino, l’imminente venuta del regno di Dio, la lettura approfondita della Torah. Tutti temi, questi, fortemente giudei. Non si capisce Gesù se non lo si guarda da un punto di vista ebreo e non cristiano. Il cristianesimo è nato molto dopo la sua morte, con Paolo di Tarso, con l’importanza data alla Resurrezione del Dio incarnato, più che alla vita e alla predicazione dell’uomo; ma i cristiani degli inizi non erano cristiani, bensì ebrei, e lo sono rimasti per tutto il primo secolo. Più ci avviciniamo alla figura del Cristo che conosciamo, quello che emerge dalle interpretazioni della chiesa cattolica, più ci allontaniamo da ciò che veramente era Gesù.

Non sarebbe passato molto tempo, Maria ne era certa, che le persone avrebbero dimenticato del tutto Yeshua’ di Nazareth e ricordato solo la sua vittoria sulla morte, creando attorno a lui, profeta del quinto Regno, chissà quale idolatria, quale religione.” (L’uomo del sorriso pag 270)

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Un contest di Terpress

9 Novembre 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto, #concorsi

Un contest di Terpress

Erano gli anni '80, io nascevo e il metal era agli albori. Dominavano il glam, la disco music e la tamarraggine era una pratica diffusa come l'eroina che si spacciava nei palazzi Aler delle periferie, sperimentando l'inedia come pratica repressiva per le masse ribelli.

In questo bellissimo scenario che tratteggia al meglio il contesto di cui oggi cogliamo i godibilissimi frutti, Pier Vittorio Tondelli, scrittore e giornalista, dava vita al progetto Under 25, in cui gli scarti di quella gioventù che successivamente sarà cannibale, ma che per lui era gioventù e basta, svisceravano i loro tempi con brevi narrazioni in cui il linguaggio aspro dell'oralità triviale si mischiava a quello tipico dello slang giovanilistico.

Replicare un'esperienza simile sarebbe impossibile, tuttavia facciamo tesoro della lezione di Pier Vittorio Tondelli. Nella sua operazione di scouting erano la curiosità e l'amore per la cultura a smuovere la sua ricerca, non certo il profitto che da sempre la narrativa non garantisce neanche al più temerario degli editori. Non parliamo poi dei racconti, che stanno al mercato librario come un concerto degli Anal Cunt in Piazza San Pietro durante la messa del Giubileo.

Eppure Raymond Carver con le sue short stories ha venduto tante copie quante quelle che in genere vendono gli autori meno noti quando sono postumi. E difatto Carver in Italia ha cominciato a vendere da morto.

Se tuttavia all'altisonante short story sostituissimo il corrispettivo grezzo raccontino, in quanti storcerebbero il naso? Ammaniti nella prefazione de Il momento è delicato ci fa capire con tagliente ironia quanto sia deprezzato questo genere, ma è l'unico che può farlo sapendo che comunque la sua raccolta di racconti venderà abbastanza da far dormire sonni tranquilli al suo editore (che poi dorma sonni tranquilli lo stesso è già un altro discorso).

Allora noi cercheremo di dar dignità ai raccontini, andando a scavare nel sottobosco culturale ciò che ancora può esser detto con brevi, fulminanti narrazioni. Grazie al supporto di TerPress, che ci concede questo spazio per dar vita a un nuovo momento di ricerca editoriale, dichiariamo che:

Il racconto breve ha pari dignità di qualsiasi altro genere letterario. Non è perchè è corto che allora funziona peggio. Altrimenti sembra di far discorsi su misure del cazzo, anche fuor di metafora.

Diamo vita dunque a un contest quindicinale in cui, dato un tema, chiunque vorrà potrà inviare un racconto breve (max.2 cartelle). I 3 migliori testi verranno pubblicati in apposita sezione su http://terpress.blogspot.it/, che vanta una storia ormai quasi decennale e un apporto di lettori che si aggira intorno alle 10.000 visite al mese. Cerchiamo testi che possano offrire nobiltà a un (sotto)genere vituperato come nemmeno la gramigna in un campo di pomodori. Contraccambiamo con una vetrina espositva che ha pochi pari nel vasto panorama del web.

*

Il primo tema che viene proposto è "L'incomunicabilità". Viviamo in un'epoca in cui la nostra esistenza è passata al setaccio dai social network. Quanto però questo si traduce in un'effettiva capacità di comunicare? E quanto invece la tecnologia ha modificato i nostri abituali rapporti personali, anche quando crediamo di esserceli lasciati alle spalle? Cosa si nasconde dietro a un fenomeno come il cyberbullismo? E cosa accade a chi invece rifiuta di partecipare all'asocialità dei vari gruppi di Facebook o di WhattsApp?

Questi potrebbero essere solo alcuni degli spunti da indagare nelle prossime due settimane. Come si traduce l'incomunicabilità in un raccontino?

Inviate i vostri racconti su deathofnoise@yahoo.it

I 3 autori migliori verranno contattati direttamente dal curatore.

http://deathofnoise.wixsite.com/vincenzotrama

Vincenzo Trama

TerPress è vincitrice nel dicembre 2010 del eContent Award per il migliore contenuto in formato digitale italiano. Il premio, organizzato e promosso dalla Fondazione Politecnico di Milano & MEDICI Framework, è stato patrocinato dalle maggiori istituzioni italiane e ispirato e connesso col WSA - WORLD SUMMIT AWARD.

TESTATA GIORNALISTICA REGISTRATA
iscritta al registro della stampa il 13/01/2012 ruolo sezionale n. 00073
"terpress urbana comunicazione"
direttore responsabile Vincenzo Iacovino
periodico a diffusione mensile - rete internetwww.terpress.com
editore Gordiano Lupi - edizioni il foglio


ASSOCIAZIONE DI PROMOZIONE SOCIALE "LA LINEA"
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949920 - ATTIVITA' DI ORGANIZZAZIONI AI FINI CULTURALI E RICREATIVI
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Iscrizione registro albo associazioni culturali Comune di Bari il 15/06/2012

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Roberto Marchesini, "Il cane secondo me"

2 Novembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #animali

Roberto Marchesini, "Il cane secondo me"

Il cane secondo me

Roberto Marchesini

Edizioni Sonda, 2016

pp 180

14,00

“Vorrei parlare della fiducia dei cani, delle mille ispirazioni che suscitano con la loro apparente muta presenza. I cani ci sono sempre! Che cosa strana sapere che c’è qualcuno che non pone riserve, che non devi convincere, che non vorrà essere ricambiato, che non ritiene un obbligo o una gentilezza l’accettare il tuo invito!” (pag24)

Capita che i libri più belli, quelli che ti cambiano un poco la prospettiva sul mondo e ti lasciano dentro un arricchimento che non se ne andrà più, non siano libri di narrativa. È il caso di Il cane secondo me di Roberto Marchesini. Non è un manuale di addestramento cani, non è un testo di filosofia, né di etologia o filogenesi. È un misto di tutte queste cose condite, però, dalla bravura di una penna poeticissima, capace di evocare sentimenti, emozioni e uno struggimento fatto di ricordi, di tempo che passa.

Vento di memorie, accadimenti privati e cani che entrano nella vita dell’autore (etologo, filosofo postumanista, fondatore della zooantropologia e della scuola cinofila Siua), fanno un tratto di strada al suo fianco e se ne vanno, come sono destinati ad andarsene di là dal ponte arcobaleno tutti gli animali che dividono con noi l’esistenza. Ogni cane un pezzo di vita, ogni cane un suo tempo, diverso dal nostro frenetico e incostante, un tempo dilatato da un vivere troppo breve: una manciata d’anni per noi, una esistenza intera per lui. E i cani di Marchesini, Pimpa, Isotta, Toby, Filippo, Bianca, Belle, Maya, Spino, non sono narrati in modo diacronico e lineare ma “recuperati” attraverso ricordi che ondeggiano, si fondono, aprono parentesi e digressioni. Avanti e indietro nel tempo che sembra essere la costante di questo testo, un tempo ricercato, ritrovato, rivissuto con nostalgia, dolore, amore. Perché di questo si tratta, di là da tutti gli insegnamenti cinofili e le riflessioni filosofiche, di una grande storia d’amore costellata di sconfitte, di errori, di rinunce, di apprendimenti, di momenti estatici.

Maya che, come tutti i cani, non vede la morte ma la solitudine. Finché si sta insieme le stelle restano fisse nel cielo, ci si può addormentare sognando di continuare la lotta.” (pag 29)

La scuola di Siua vuole insegnare a rapportarci nel modo giusto a quella prossimità distante che è il mistero dei cani, diversi da noi eppure legati alla nostra specie, portatori di caratteristiche di razza ma anche di spiccate individualità.

“Siamo sempre a rischio di cadere o nella proiezione egocentrica, tutta involuta nella simpatia, banale nei suoi antropomorfismi come incognita dei predicati di diversità, oppure nella totale disgiunzione, che allontana l’animale – non umano tanto da renderlo oggetto o fenomeno, senza alcuna comunanza. (pag 7)

Alla base c’è l’ipotesi di una domesticazione inversa del lupo nei confronti dell’uomo, da qui la nascita del cane, che è, appunto, frutto di una collaborazione a sua volta capace di modificare l’uomo stesso. E sarà proprio questo bisogno di collaborazione attiva, di lavoro e di gioco, il punto di partenza di un corretto rapporto cane padrone, dove il cane viene rispettato nella sua singolarità e specificità, senza antropomorfizzazioni dannose, senza volerne nascondere o smorzare l’animalità.

Educare un cane non significa trasformarlo in un cittadino modello bensì tirar fuori la sua natura, incanalandola, aiutarlo a “farsi”, a splendere attraverso regole condivise ma anche libertà e spazi di autonomia. “L’educazione non è mai un azzerare i talenti”, dice Marchesini.

Il cane ci modifica, ci rende più presenti a noi stessi e all’attimo che stiamo vivendo, più consapevoli del nostro corpo, dei movimenti, della propriocezione. Il cane ci fa riscoprire la nostra animalità negata.

In fondo i cani hanno questa fantastica capacità di riportarti con i piedi sulla terra e di mettere tra parentesi tutte quelle sovrastrutture e artificiosità con cui normalmente ci roviniamo l’esistenza. Se solo accordiamo loro l’estro di mostrarci un mondo differente. (pag147)

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Piccoli mondi

28 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

Piccoli mondi

ABEditore presenta i volumi della collana Piccoli Mondi, presto disponibile in tutte le librerie d’Italia, ma già ordinabile online sul sito ufficiale!

Una raccolta che rivisita i classici meno diffusi di Dumas, Poe, Stevenson, Twain, ecc…, con un tocco di originalità in più. Un modo per appassionarsi alla letteratura di un tempo, resa ancora più attuale dalla selezione dei racconti più sagaci e interessanti.

La genialità è nascosta nelle copertine, che spiccano per precisione e cura dei particolari. Ma al loro interno abbiamo storie sempre attuali che continuano a stuzzicare la nostra curiosità!

A chiudere il cofanetto dei Piccoli Mondi una raccolta delle favole più note, che è un viaggio alla scoperta di ciò che non abbiamo mai letto da bambini.

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Laboratorio di narrativa: Luca Lapi

27 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #Laboratorio di Narrativa, #luca lapi

Ritorna Luca Lapi nel nostro Laboratorio di Narrativa con un racconto che racconto non è, piuttosto una riflessione piena di poesia e verità. Il protagonista ha dolori nascosti e necessità tangibili ma riesce, con la sua profonda sensibilità, con gli occhi dell'anima, a comprendere la sofferenza degli altri, proprio quello che vorrebbe gli altri facessero con lui.

È difficile mantenersi costantemente vigili ai bisogni del prossimo, uscire dal proprio egoismo, dalla fretta, dalla voglia di stare bene e accantonare. I nostri occhi sono accecati da un’acqua che è, insieme, un lavarsi le mani con un banale gesto di cortesia formale e lacrima di angoscia personale. E, quando, per un attimo ci affacciamo sul mondo altrui, è solo per diventare guardoni, cioè preda di curiosità morbosa e non di autentica partecipazione, è solo per criticare senza mai fare un esame di coscienza.

Patrizia Poli

Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle. Ha gli occhi dell'anima per intravederle. Tutti li hanno, ma non tutti sanno di averli. Alcuni sanno di averli, ma sono troppo stanchi per tenerli aperti continuativamente. Li tengono aperti un giorno sì ed uno no. Li tengono aperti uno sì ed uno no. Chico li tiene aperti ogni giorno, entrambi. Non si preoccupa dei bambini e dell'acqua che possono sparargli, accecandolo per un momento: tornerà a vedere, poi! Si preoccupa, piuttosto, degli adulti, dei loro occhi pieni di acqua, che si versano negli occhi con le loro mani, dopo essersele lavate, dell'acqua in cui i loro occhi affogano perché non hanno imparato a nuotare, perché altri adulti non hanno insegnato loro a nuotare, quando erano piccoli. Gli adulti indossano occhiali per difendersi dall'acqua dei bambini, ma sono con gradazione sbagliata: non li mettono in grado di vedere e, soprattutto, d'intravedere. Guardano, ma diventano guardoni, mai guardiani delle loro azioni! Osservano, ma non imparano che a fare osservazioni sugli altri: mai su se stessi! Indossano occhiali, ma gli occhi mettono le ali e volano via, lontani, continuando a renderli ciechi. C'è chi sostiene di vedere, ma dev'essere sostenuto, in realtà, perché gli venga impedito, fraternamente, d'inciampare e cadere. Chico ha occhi per vedere necessità e sofferenze di fratelli e sorelle, lo sa e prega affinché tutti sappiano di averli e farne buon uso. Luca Lapi

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L'estatina dei Morti

25 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

L'estatina dei Morti

Fine ottobre, si avvicinano i Morti, con le visite al cimitero, gli storni neri a nugoli nel cielo dei Lupi, i crisantemi e tutte le nuove tradizioni di zucche, streghe e fantasmi. Ricordo quando mio padre comprava i fruttini di marzapane a mia madre. Tanti anni fa, loro erano ancora fidanzati, i fruttini costituivano l’equivalente dell’odierno San Valentino. Ricordo anche che in questi giorni non si festeggiava, non ci si vestiva da streghe ma si commemoravano i defunti, si andava al cimitero a trovare i nonni che non c’erano più, ci si collegava alle radici della famiglia.

Io ho due cimiteri da visitare”, scrivevo il 28 ottobre del 1969, “uno è i Lupi e un altro è la Misericordia. Alla Misericordia ho un nonno e uno zio. Ai Lupi invece ho tanti cari. Innanzi tutto il mio fratellino, la mia bisnonna, uno zio e due nonni. Il mio fratellino è nato morto cioè si è strozzato con un cordone di carne che serviva a nutrirlo ancora in ventre. La mia bisnonna non la ho neppure conosciuta perché quando è morta, la mia mamma non era neppure fidanzata. Il mio zio è morto di un brutto male inguaribile, e pensare che non era mai stato colpito da un po’ di male. Quegli altri due nonni non li ho conosciuti. A Roma per ricordare i caduti in guerra c’è il milite Ignoto cioè hanno preso un soldato morto senza saperne il nome e l’hanno sotterrato, così tutte le mamme che hanno perso il figlio in guerra credono di averlo lì.

Eh, già… Il due novembre alla televisione non c’era mai niente di allegro, il lutto era lutto, durava un anno intero, durante il quale non si ascoltava la radio, non si guardava la tivù, non si andava a teatro né al cinema. Avevi il tempo di elaborare il dolore, di capire la perdita, di sentire la mancanza. Ora la morte è un tabù, va rimossa e, se tanto tanto ti azzardi a essere triste troppo a lungo, t’imbottiscono di antidepressivi.

Ormai è tutto diverso, fa caldo, dobbiamo arrenderci al fatto che l’autunno arriva ma poi va via di nuovo, che l’estatina dei Morti diventa una perenne indian summer dalle punte quasi soffocanti, dove ti ritrovi sudata, stanca e pinzata dagli insetti. Per questo, forse, i bei maglioni di lana, le sciarpe e gli impermeabili che s’indossavano da bambini nei primi mesi di scuola risultano importabili e si va verso un appiattimento nel vestiario senza più stagioni. La lana, diciamolo, sta scomparendo dagli scaffali e dai nostri guardaroba, molto meglio coprirsi a strati.

Ed ecco, infatti, due camicette che un tempo avrei riservato alle sere d’estate, una nera e una a fiori, ecco due spolverini leggeri, uno grigio profilato e l’altro blu elettrico, a sostituire trench e paletot, ecco la maglia in lurex viola, (sebbene, dopo una certa età, sia meglio non esagerare con i lustrini), ecco la maglietta grigio azzurra con la scritta davanti, leggera e adatta a qualsiasi tempo, ecco le scarpe sportive disegnate.

Per finire, a sorpresa, i sandali bianchi, essenziali, indispensabili. Della serie “me li ritrovo l’anno prossimo”, se ci arrivo.

L'estatina dei MortiL'estatina dei Morti
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#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

22 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #cultura

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando
Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?

È possibile portare l’Orlando furioso sui social, tradurne le ottave in tweet? A cinquecento anni dalla prima pubblicazione del poema, hanno raccolto la sfida i profili Twitter della Società Dante Alighieri @la_dante e di MuseoFerrara @museoFe. È partito riscuotendo da subito una partecipazione convinta il progetto#furioso16tw, che invita alla lettura del capolavoro di Ariosto esaltandone gli aspetti di grande umanità. Il progetto, con la supervisione scientifica di Alberto Casadei, ordinario di Letteratura Italiana all’Università di Pisa nonché membro del Consiglio scientifico della Dante, si svilupperà sino al prossimo 18 novembre. Stanno al gioco anche i profili del Comune di Ferrara @ComuneDiFerrara, del Comitato nazionale per le celebrazioni ariostesche @2016furioso e di Palazzo dei Diamanti @PalazzoDiamanti, dove prosegue la mostra “Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”. Non a caso, il progetto scanzonato si domanda cosa vedesse invece il poeta quando li teneva ben aperti.

Per 40 giorni, escluse le domeniche, saranno pubblicati tweet scherzosi e in rima per invitare i lettori a interagire con il testo del Furioso andando “a caccia di mostri”, o cercando tra i versi le occasioni per leggere ancora il poema da un punto di vista attuale. #furioso16tw si concentra infatti sugli elementi umani dell’opera, quelli che non perdono mai di attualità e che permettono ancora oggi ai lettori di riconoscersi in un poema ambientato ai tempi di Carlo Magno e pubblicato per la prima volta il 22 aprile 1516. Twitter, grazie alla sua immediatezza non invasiva, si presta persino al coinvolgimento di personalità culturali, chiamando in causa eventi del territorio che sovrappongono il passato al presente. Gli scambi di vedute nascono da veri e propri “botta e risposta” che raccolgono le affermazioni di chi approfondisce la poetica di Ariosto senza scostarsi troppo dal quotidiano, così Stefano Benni, Roberto Pazzi, Luigi Dal Cin, Guido Conti, Vittorio Sgarbi e Nuccio Ordine, almeno per il momento.

Temi come la follia amorosa, il movimento caotico per seguire gli oggetti del desiderio, il confronto tra il vero e l’apparenza contribuiscono a disegnare una vera e propria parabola umana all’interno del poema. Diversamente dal mondo dantesco, tutto verticale e orientato verso il Cielo, quello del Furioso è orizzontale: il lettore deve immergersi e guardarsi attorno, cogliendo le contraddizioni proprie di ogni uomo dietro le sembianze di una perfetta armonia. Un esempio di 140 caratteri, non uno di più: «Il grande Orlando, paladino fiero, / si ritrova più matto di un cavallo. / E il senno? Sulla luna! Sarà vero?».

#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?
#furioso16tw: la parabola umana dell’Orlando Cosa vedeva Ariosto quando teneva gli occhi aperti?
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Antonio e Cleopatra

20 Ottobre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere

Antonio e Cleopatra

I will tell you.

The barge she sat in, like a burnished throne,

Burned on the water. The poop was beaten gold,

Purple the sails, and so perfumèd that

The winds were lovesick with them. The oars were silver,

Which to the tune of flutes kept stroke, and made

The water which they beat to follow faster,

As amorous of their strokes. For her own person,

It beggared all description: she did lie

In her pavilion—cloth-of-gold, of tissue—

O’erpicturing that Venus where we see

The fancy outwork nature. On each side her

Stood pretty dimpled boys, like smiling Cupids,

With divers-colored fans, whose wind did seem

To glow the delicate cheeks which they did cool,

And what they undid did. (Antony and Cleopatra II, ii)

Cleopatra Tea Filopatore (69 a.c. 30 a.c.), è stata una regina egizia del periodo tolemaico. Fu l'ultima del regno tolemaico d'Egitto e l'ultima dell'età ellenistica che, con la sua morte, avrà definitivamente fine. Parlava greco come tutti i tolomei ma decise di imparare anche l’egizio e di identificare se stessa con la dea Iside.

Era la maggiore dei figli di Tolomeo XII, per evitare problemi legati al fatto che fosse donna, il padre decise di nominarla co-erede insieme al figlio maggiore, Tolomeo XIII, i due ragazzi ricevettero l'appellativo di "nuovi dei" e "fratelli amanti" ma il fratello ben presto scatenò una guerra contro la sorella per appropriarsi definitivamente e interamante del regno.

Durante un soggiorno a Roma insieme al padre, pare che Cleopatra, quattordicenne, vedesse per la prima volta Marco Antonio che di anni, allora, ne aveva ventotto ed era un giovane nobile romano, a quel tempo al servizio di Gabinio come comandante di cavalleria.

Quando lo sconfitto generale romano Pompeo arrivò in Egitto, cercando rifugio dal rivale Giulio Cesare, fu ucciso. Cesare s’infuriò comunque e convocò alla reggia Tolomeo e Cleopatra. Cleopatra temeva di cader vittima di un agguato del fratello tornando al palazzo, così ricorse a uno stratagemma. Si fece avvolgere da un suo fedele amico in un grande tappeto. L’amico si presentò a palazzo con il lungo involto sulle spalle e, dicendo di dover consegnare un dono a Cesare, arrivò fino agli appartamenti di quest'ultimo. Qui srotolò il tappeto e fu così che gli comparve davanti Cleopatra. Naso egizio, occhi grandi, pelle scura, bocca sensuale, la regina aveva ventuno anni, indossava gli abiti più sontuosi e succinti, i gioielli più pregiati e gli chiese protezione dal fratello. Le fonti narrano che i due divennero amanti quella notte stessa ma per Cleopatra fu un legame più politico che sentimentale. Il vero amore sarebbe arrivato con Marco Antonio. Dalla relazione tra Cesare e Cleopatra, nacque un figlio, Tolomeo Cesare detto Cesarione.

Morto Cesare, scoppiò una guerra civile fra i suoi amici e i suoi nemici. Nel 42 a.c. Marco Antonio, (83 – 30 a.c.), adesso uno dei triumviri che governavano Roma in seguito al vuoto di potere, chiese a Cleopatra di incontrarlo a Tarso per verificarne la lealtà. S’innamorarono perdutamente, Antonio la seguì ad Alessandria, dove rimase fino all'anno successivo. Dalla loro unione nacquero i due gemelli Cleopatra Selene e Alessandro Helios.

La guerra civile fu vinta dagli amici di Cesare e un suo nipote, che si chiamava Ottaviano, divenne capo di Roma e di tutto il suo impero. Egli fu chiamato Augusto, cioè il più onorato e rispettato di tutti. Il rapporto tra Antonio e Ottaviano, che erano cognati, fu avverso sin da subito, la loro inimicizia fu immediata e continua.

«Che cosa ti ha cambiato? Il fatto che mi accoppio con una regina? È mia moglie. Non sono forse nove anni che iniziò? E tu ti accoppi solo con Drusilla? E così starai bene se quando leggerai questa lettera, non ti sarai accoppiato con Tertullia, o Terentilla, o Rufilla, o Salvia Titisenia o tutte. Giova forse dove e con chi ti accoppi? » (Svetonio, Augustus, 69.)

Antonio sposò Cleopatra, anche se era legato a Ottavia, sorella di Ottaviano. Poco dopo nacque un altro figlio, Tolomeo Filadelfo. Ottavia fu rimandata a Roma.

La politica di Cleopatra e Antonio, tesa a dominare tutto l'Oriente, favorì la reazione di Ottaviano, che accusò la regina di minare il predominio di Roma e convinse i Romani a dichiarare guerra all'Egitto.

Antonio e Cleopatra furono sconfitti ad Anzio, nel 31 a.c. Nel 30 a.c., dopo il suicidio di Antonio per non essere torturato e fatto prigioniero da Ottaviano, Cleopatra si rinchiuse nel mausoleo dei Tolomeo e si uccise facendosi mordere da un aspide.

Yare, yare, good Iras, quick. Methinks I hear

Antony call. I see him rouse himself

To praise my noble act. I hear him mock

The luck of Caesar, which the gods give men

To excuse their after wrath.—Husband, I come!

Now to that name my courage prove my title!

I am fire and air, my other elements

I give to baser life.—So, have you done?

Come then and take the last warmth of my lips.

Farewell, kind Charmian. Iras, long farewell.

Have I the aspic in my lips? Dost fall?

If thou and nature can so gently part,

The stroke of death is as a lover’s pinch,

Which hurts, and is desired. Dost thou lie still?

If thus thou vanishest, thou tell’st the world

It is not worth leave-takin. (Antony and Cleopatra V,ii)

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Adriana Pedicini, I luoghi della memoria

17 Ottobre 2016 , Scritto da Lidia Santoro Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Adriana Pedicini, I luoghi della memoria

I luoghi della memoria di Adriana Pedicini rappresenta un viaggio, piccoli racconti, brevi tappe alla scoperta di se stessi, fino ad un finale che potrebbe sembrare tragico, se non fosse accolto come una battaglia da vincere insieme. Partendo dagli anni giovanili, in cui le memorie giocano un ruolo fondamentale, con personaggi cari e familiari, passa alle figure di fantasia, con un ritmo sereno e pieno di freschezza, a volte velato dai racconti degli infelici, sempre con pietà e tenerezza, mai indifferenza e distacco.

Adriana si pone spesso come spettatrice di tante vite, di personaggi ben caratterizzati. Non ci sono soli i buoni o i cattivi, ma una lunga fila di soggetti umani ci accompagna dall’inizio alla fine: Teresina, Nives, Mariantonia, eroi anche senza nome che lasciano amori e patria per aiutare gli altri popoli ad essere liberi... Si percepisce nelle loro storie la fragilità illusoria di una felicità, che ormai si protende oltre il presente forse in una vita non più terrena. Ines ed Eliana sono attori della tragedia greca, segnate dal destino. Soprattutto di Eliana conosciamo i sogni, le reazioni intime, i progetti di vita e di amore. Ma la tragedia incombe e non le rimane che la scelta del convento, come la capinera di Verga, piccolo uccello simbolo della debolezza della protagonista, indifesa di fronte alle ingiustizie del mondo.

Madre: un dolore mai consumato, una memoria sempre più lontana, voler dimenticare per stare meglio, paura di dimenticare per non stare meglio. Il fluire inesorabile delle immagini, dei ricordi cari, delle parole come sabbia tra le dita, il tentativo di fissare immagini, parole.

I bambini, con le loro domande, finalmente, hanno ridato la pace del ricordo sereno, la straordinaria possibilità di crederla ancora viva.

E poi la notizia della malattia, comunicata con parole fredde ed inesorabili, il racconto dell’incredulità prima, dipinta sui volti raggelati, la disperazione poi. Cosa accade quando siamo costretti a non credere più alle realtà, a mettere in discussioni le certezze della vita, quando il dolore costringe a desiderare i semplici e anche noiosi gesti della vita quotidiana? Sembra di essere la spettatrice di un film, Adriana, le immagini in movimento di una vita passata scorrono veloci davanti agli occhi e disperatamente cerca di fermarle.

Lei è il personaggio principale della tragedia che si rappresenta, le persone amate, non protagoniste nel racconto, sono attori secondari in fondo alla scena, in controluce, pronti ad intervenire quando la parte li richiede. E sono proprio i personaggi secondari che capovolgono la trama del racconto divenendo principali. Essi colgono il ritmo giusto, sanno accompagnare il personaggio, sostenerlo, riscrivere il copione, dando vita a una nuova storia.

Forse il messaggio del libro è di non dare niente per scontato, apprezzare il potere dell’amore come stratega insostituibile di ogni conflitto o avversità. O forse in questo intreccio tra quotidianità e storie ricche di umanità, ognuno può trovare qualcosa di se stessi, ognuno troverà il proprio messaggio E questo è il merito dell’autrice.

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Il mio amico Tonino Valerii di Ernesto Gastaldi

15 Ottobre 2016 , Scritto da Ernesto Gastaldi Con tag #cinema

Il mio amico Tonino Valerii di Ernesto Gastaldi

Il mio amico Tonino Valerii

di Ernesto Gastaldi

Tonino Valerii, il più caro amico che ho avuto nel mondo del cinema. L’ho conosciuto nell’ottobre del 1955 al Centro Sperimentale di Cinematografia, eravamo entrambi stati ammessi al primo corso di regia e sceneggiatura. Era pallido, magro, con occhi celesti, appassionato ai grandi autori cinematografici da Dreyer a Lubitsch e agli allora contemporanei Bergman, Visconti, Rossellini, DeSica e ai crescenti Fellini e Antonioni con il loro carico d’arte e di psicoanalisi, ma destinato invece a diventare uno dei più grandi registi del western italiano.

Dal 1955 al 1957 io e Tonino e gli altri nostri compagni vivemmo due anni pieni di eccitazione e di speranze sotto la guida di un grande come Alessandro Blasetti e di un bravo autore come Giorgio Prosperi, ma anche con una borsa di studio e un pasto gratuito in mensa.

Finita la scuola, gettati per strada, dovemmo cercare ognuno la nostra via. Per me furono anni di fame, per Tonino no, il padre gli pagava una pensione pasti inclusi e così la domenica mi invitava per un vero pasto completo, con la padrona di casa, la sora Giggia, che mi si metteva dietro la sedia a mani giunte, esclamando incredula “ma quanto magni fijo bello”: mangiavo per tutta la settimana a venire.

Poi io e Tonino cominciammo a ingranare: qualche soggetto venduto, le prime sceneggiature per filmetti commerciali modesti, lavori condivisi, sceneggiature scritte in una notte in un continuo zampillare di battute esilaranti e canzoncine di accompagno mentre le nostri giovani mogli (eh sì, c’eravamo sposati entrambi) ci portavano dozzine di caffè.

Poi io diressi il mio primo film, Libido, e lui seguì col suo primo western, Per il gusto di uccidere. Ormai la nostra strada era professionalmente segnata: io avrei scritto dozzine di thriller e lui diretto capolavori western.

Io affittai un attico in via Nemorense 39 da Ettore Scola e Tonino venne ad abitare al 31, io comprai un bicamere al Circeo in un villino e lui comprò l’appartamento accanto.

Un'amicizia che diventò simbiosi di due famiglie e che, come frutti eccellenti, partorì I giorni dell'Ira, Una ragione per vivere e una per morire, Il prezzo del potere e Il mio nome è Nessuno.

Tonino era un abruzzese buongustaio e io un piemontese amante del buon vino, entrambi montanari, però lui era anche un grande cuoco e spesso nelle estati circeiane scendeva nel giardino con un pacco di spaghetti sotto il braccio per farci dei sughi clamorosi.

In età già avanzata, costretto a una dieta per il diabete, mi raccontava di sognare spesso di alzarsi dal letto coniugale per infilarsi in una garçonnière... per cucinarsi un colossale piatto di spaghetti all'amatriciana!

Gli regalai una targa Er mejo cuoco der monno è il reggista Valer seconno. Valer Secondo perché teneva molto alle due i del suo cognome VALERII.

Tonino non amava che andassi sul set mentre girava, forse una forma di timidezza perché lo chiamavano maestro, del resto in quel periodo d'oro per il nostro cinema commerciale io non avevo molto tempo per andare sui set dei film che scrivevo al ritmo di mezza dozzina all'anno.

Nella vita il caso gioca una parte importante e anche nelle carriere dei registi si diverte a fare la sua parte: I giorni dell'Ira nacque come un piccolo film, coproduzione con la Germania, produzione degli indimenticabili fratelli Sansone: era la storia di un ragazzino che si metteva a servizio di uno spietato pistolero e alla fine uccideva il suo maestro obbedendo alle regole che gli aveva insegnato.
Si partiva da un soggettino scritto da un amico biellese, Renzo Genta, e la sceneggiatura scritta a quattro mani con Tonino divenne una storia appassionante che interessò l'allora grande divo Giuliano Gemma che ragazzino non era più, ma si adattò a ritornarlo e lo spietato pistolero ci arrivò da Sergio Leone con il volto meraviglioso di Lee Van Cleef.

Con questo cast non era più un filmetto ma un filmone però il regista rimase il quasi esordiente Tonino. E fu subito gloria di incassi e di vendite in ogni Paese del mondo. Il destino western di Tonino era segnato e quando Sergio Leone per Il mio Nome è Nessuno licenziò il regista Michele Lupo per una incomprensione sulla sceneggiatura, io feci a Sergio il nome di Tonino che gli aveva fatto da aiuto nel film Per qualche dollaro in più. “Cotto e mangiato” come usava dire all'epoca e il grande Tonino si trovò a dirigere Henry Fonda nelle pianure americane. Un impegno tremendo, sapendo che a Roma Sergio Leone guardava i giornalieri, ossia le scene che Tonino stava girando negli States. Henry Fonda si rese conto del carico che gravava sulle spalle di Tonino che aveva qualche problema a dirgli di ripetere una scena non riuscita bene, lo prese in disparte e gli disse che doveva trattarlo come l'ultima delle comparse e liberarsi dal timore reverenziale, sia nei suoi confronti che in quelli di Sergio. Grande Henry!
Io seguivo l'andamento delle riprese dal mare, mi ero comprato un barca a vela e ricevevo spesso radiotelefonate da Sergio su dettagli del copione via via che Tonino girava le scene.

Il film stava crescendo e si capiva che era un capolavoro nel suo genere. Riuscì tanto bene che in una conversazione telefonica di Leone con Spielberg questi gli disse che il suo più bel film era... Il mio nome è nessuno! Da quel momento Sergio cominciò a lasciare intendere che effettivamente ci aveva messo lo zampino: questo fece soffrire moltissimo l'amico Tonino che aveva permesso a Sergio di girare un paio di scene in Spagna perché il film era in ritardo, si trattava di due scenette minori e neppure delle meglio riuscite.
Ormai Tonino Valerii non aveva messo solo Beauregard nei libri di Storia ma anche il proprio nome in quelli del cinema mondiale.

Scherzando, spesso ci dicevamo che non esistono storie a lieto fine perché se si continuano si scoprirà che il Principe Azzurro muore di cancro alla prostata e la Bella Principessa di Alzheimer quindi il trucco sta nello smettere di raccontare al momento giusto. Purtroppo nella vita non si può fermare il tempo e tutto arriva alla fine.

Così il 13 0ttobre 2016 è morto il mio più grande amico nel mondo del cinema, il grande regista TONINO VALERII. Lui era nato a maggio del 1934, io a settembre. I funerali si terranno il giorno 15 nella cappella della Sacra Famiglia in largo Respighi Ottorino 6, zona Camilluccia (evitate l’omonimia con Ciampino...).
Abbiamo condiviso un lungo tratto di vita, dai venti agli 80 anni e abbiamo lavorato insieme a molti film, ma per quel che più conta è stata la salda calda amicizia. Quando finiva di girare un film e cercava il prossimo ero solito a incitarlo ridendo: Corri,Tonino, corri!, ora mi è corso avanti, presto conto di raggiungerlo.

Ernesto Gastaldi



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