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Roberta Pilar Jarussi, “Il cuore in disparte”

25 Aprile 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #recensioni

Roberta Pilar Jarussi, “Il cuore in disparte”

Il cuore in disparte

Roberta Pilar Jarussi

Musicaos, 2013

pp 50

1,99 €

"Il cuore in disparte" di Roberta Pilar Jarussi è una lettura rapida e incisiva, che racconta l'incontro, o forse il mancato incontro, di due personalità affini. L'autrice descrive in maniera impietosa e graffiante i personaggi e gli ambienti che fanno da cornice alla vicenda e ne rivela con pochi tratti lo squallore e l'umanità, tracciando un racconto dal ritmo incalzante, che si sviluppa in un’alternanza ossessiva fra passato e presente.

Ossessivi, nel senso tecnico del termine, sono anche i due protagonisti, entrambi scrittori di nicchia ed entrambi legati a manie, abitudini e rituali quotidiani, descritti minuziosamente e con ironia dall'autrice. Anna e Filippo sembrano appartenere a una realtà altra, asettica e metodica, di chi vorrebbe “rassettare la città, innaffiare le aiuole spaccate, togliere la polvere dalle macchine, i vetri dai giardini e i cessi rotti dai cassonetti”. Si conoscono a un festival letterario in una sperduta località meridionale e danno vita a un fitto scambio di mail, che li terrà per anni in un rapporto intenso e indefinito. Le loro comunicazioni si limitano a scambi di manoscritti e conversazioni intime ma impersonali, in cui non trovano spazio né la vita privata, né i sentimenti dei protagonisti. Si tratta di una non-storia che è destinata a rimanere in sospeso, fatta di frasi aperte e lettere senza incipit e senza saluti. Allo stesso modo rimane sospesa e non trova espressione la tensione erotica che nasce fra i due durante il loro secondo incontro. “Certe relazioni durano in eterno se tieni le mani a posto” scrive l'autrice.

Il racconto di questa serata incompleta ritorna costantemente, alternandosi a quello del presente dei personaggi e gettando la sua ombra sul loro terzo, e si presume ultimo, incontro. Dopo nove anni di scambi di mail Anna e Filippo si concedono diciannove ore da passare insieme in una stanza d'albergo. A questo punto il ritmo ciclico delle descrizioni si interrompe bruscamente, lasciando il posto un incontro di corpi intenso e risolutivo. Ma come dice il titolo, il cuore rimane in disparte, e il lettore intuisce che ciò a cui sta assistendo non è l'evoluzione di una storia ma la sua fine.

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Yoani Sanchez - In attesa della primavera, il nuovo libro di Gordiano Lupi

24 Aprile 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #redazione

Yoani Sanchez - In attesa della primavera, il nuovo libro di Gordiano Lupi

Il nuovo libro di Gordiano Lupi esce il 24 aprile.

Yoani Sanchez - In attesa della primavera - Anordest Edizioni - Euro 12,90

Viene Yoani in Italia a presentarlo!

Domenica 28 a Perugia - ore 19 Festival del Giornalismo

Lunedì 29 a Torino - ore 21 - Circolo dei Lettori con Mario Calabresi e Piero Fassino

Martedì 30 a Monza - ore 17 - Teatro Manzoni

La presentazione di Mario Calabresi

Due persone sono state decisive per convincermi definitivamente dell'importanza del lavoro che Yoani Sánchez porta avanti da anni: Barack Obama e il mio barbiere.

Nel 2009 Yoani inviò alla Casa Bianca sette domande sul futuro di Cuba, indirizzate al presidente Obama. Una persona qualunque poteva attendersi come replica, al massimo, due righe cortesi di ringraziamento redatte da qualcuno dello staff presidenziale. Passarono invece poche settimane e a casa di Yoani arrivò una risposta scritta di Obama, che si dilungava nel dettagliare la linea della sua Amministrazione nei confronti del regime castrista. "Il suo blog - scrisse tra l'altro il presidente alla Sánchez - offre al mondo una finestra unica per scoprire la realtà della vità quotidiana a Cuba". Il settimanale "Time" aveva già inserito poco tempo prima Yoani nella lista delle 100 persone più influenti del pianeta. Ma la mossa di Obama significava qualcosa di più, perché faceva della blogger cubana un interlocutore diretto per il governo degli Stati Uniti, un modo per l'America di raggiungere direttamente il popolo cubano. Nel nostro piccolo, noi de La Stampa da questo punto di vista avevamo preceduto il presidente americano di diversi mesi, riconoscendo l'eccezionale opportunità di capire Cuba che ci offrivano i racconti di Yoani. Il governo de L'Avana nella primavera 2009 le vietò di partecipare al Salone del Libro di Torino: l'espatrio per Yoani era solo un sogno e sarebbero passati altri quattro anni di battaglie prima che le fosse concesso di avere il passaporto e lasciare l'isola. Visto che il regime all'epoca non la lasciava andare in giro per il mondo e ostacolava in ogni modo il suo lavoro sul web, decidemmo di darle ospitalità sul nostro giornale e su LaStampa.it, diventato la casa italiana del blog "Generaciòn Y" di Yoani.

Da allora, è diventata una di "famiglia" per noi della Stampa, una testimone eccezionale che ci ha aiutato a scoprire la complessa evoluzione delle vicende cubane. Attraverso Yoani, però, sono stati soprattutto i lettori italiani a vivere l'altalena di frustrazioni e piccole e grandi conquiste che caratterizzano la vita quotidiana sotto uno degli ultimi regimi comunisti al mondo. Yoani ha storie da raccontare che colpiscono chiunque, dal presidente degli Stati Uniti alla gente comune. A farmelo capire è stato il mio barbiere. Un giorno sono entrato nel suo negozio, mi sono seduto per attendere il mio turno e sul tavolino in bella evidenza, dove di solito dominano le riviste di gossip, ho visto il libro "Cuba Libre" di Yoani. "Cosa ci fa qui?", ho chiesto al barbiere. "L'ho comprato perché ero incuriosito dall'autrice - mi ha risposto - e ho scoperto che ci racconta come si vive davvero a Cuba, senza censure. Lo tengo a disposizione dei clienti nella speranza che lo sfoglino, così il tempo che passano nell'attesa serve a qualcosa. Gli ho regalato una finestra su Cuba...". Il mio barbiere a Torino la pensava esattamente come Barack Obama a Washington. E allora buon viaggio con Yoani.

(Mario Calabresi)

"Per scoprire un autoritario cubano ditegli che l'arcobaleno è composto da sette colori, lui negherà e sosterrà che è solo rosso e verde oliva. Per scoprire un autoritario basta che gli proponiate di dialogare, fuggirà spaventato, sorpreso, e si nasconderà. Per scoprire un autoritario dovete solo notare la sua inclinazione all'insulto, la sua paura del dibattito e quella mano alzata pronta a colpire" (Yoani Sánchez).

Yoani Sánchez, laureata in filologia nel 2000, alla Università dell'Avana. Nell'aprile del 2007, crea il blog Generación Y (che le ha dato rinomanza internazionale) dove pubblica regolarmente storie di vita cubana, caratterizzate da un tono critico nei confronti del governo. È una delle più influenti voci sulla realtà cubana. Il suo blog è stato bloccato dal 2008 al 2011 agli utenti cubani ed è spesso perseguitata dalle autorità. In Italia, i suoi post sono pubblicati dal quotidiano La Stampa tradotti da Gordiano Lupi. È stata candidata al premio Nobel per la Pace 2012.

Gordiano Lupi, collabora con La Stampa per cui cura il blog di Yoani Sanchez - Generación Y www.lastampa.it/generaciony. Ha tradotto le opere di Alejandro Torreguitart Ruiz, di Guillermo Cabrera Infante, di Felix Luis Viera e di Virgilio Piñera. Ha tradotto Cuba libre di Yoani Sánchez. Ha scritto molti saggi e monografie sul cinema italiano degli anni Settanta. Sito internet: www.infol.it/lupi

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Imbarazzo a caso

23 Aprile 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

Imbarazzo a caso

una piccola iniezione di gioia di vivere...

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Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"

22 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Ilaria Vitali, "La casa ai confini del tempo"

La casa ai confini del tempo

Ilaria Vitali

0111 Edizioni, 2012
pp. 153
14,50


Tutti coloro che si sono accostati a “La casa ai confini del tempo” di Ilaria Vitali, hanno parlato di romanzo di formazione, di fine dell’infanzia e, soprattutto, di mimesi perfetta del linguaggio infantile, così come si ritrova, ad esempio, nei libri di Niccolò Ammaniti o della scrittrice partenopea Ida Verrei. A nostro avviso, invece, si tratta di un’operazione molto più letteraria. Lo stile del testo, nella sua semplicità artefatta, è assolutamente, squisitamente, ricercato, non c’è realismo né aderenza al parlato o pensato infantile, bensì un surrealismo ricco di simboli, di allegorie: una forma studiata nei minimi particolari, che non lascia niente al caso, poetica e per nulla puerile.

L’undicenne Zoe passa un’estate nella casa dei nonni, in riva al grande fiume, nella pianura padana calda, languente e assolata. Intorno la vita scorre, è il 1992, tangentopoli spazza via la prima repubblica, ma Zoe e la sua famiglia sono sospesi in una bolla. I personaggi principali sono Zoe stessa, la madre, i nonni, l’amico vicino di casa, il di lui padre. Alcune comparse entrano ed escono di scena come attori su un palco: la cugina Iris, i carabinieri, gli zingari. Non c’è niente di realistico, niente di “normale” in ciò che accade, tutto ha un significato nascosto.
C’è un’altra figura che giganteggia nella sua assenza, e si ridimensiona - addirittura si schiaccia - nella sua ritrovata presenza: il padre di Zoe, il perno della storia, colui che, con la sua condotta, ha messo in moto la catastrofe, ha provocato il rimosso, quella che la madre di Zoe ora chiama “la traversata”.
“Da un po’ di tempo succede che le cose mi parlano”, esordisce Zoe. Sì, le cose parlano a chi sa ascoltare, le cose hanno aspetti nascosti, surreali, come in quadro di Magritte o di De Chirico. La casa è “una casa treno” capace di spostarsi su una linea ideale che dovrebbe portare avanti, nel futuro, ed invece torna sulle orme di un passato cancellato, rimosso. La caffettiera sanguina, le scale si rompono, i muri si crepano, i tulipani si suicidano. Anche Zoe stessa guarda la realtà da una prospettiva irreale, facendo la verticale contro il muro a testa in giù, o rimanendo immobile e muta come l’erba.

Comunque, il fatto delle cose che mi parlano succede da qualche mese. Da quando ho compiuto undici anni, per la precisione. Di notte, per esempio, sento strani rumori. Lo so che sono loro. È legno che scricchiola, muro che crepa. Il tavolo vuole tornare albero e il cemento sabbia di mare.” (pag 6)

La ragazzina cresce, scopre il mondo dei grandi, razionalizza e ironizza ma lo fa in un modo che, pericolosamente, sfiora la possibilità della follia. Manca poco a che le cose parlanti si trasformino in pericolose voci nella testa, che l’immobilità del fingersi erba diventi mutismo irreversibile.
A salvarla, però, c’è Mujo, “un’oasi di luce nel buio”, lo zingaro, il reietto, l’anima nella quale Zoe si riconosce e che la tiene avvinta alla realtà.

“Io e Mujo siamo quasi sui binari, i nostri passi bucano il buio, sicuri. Ormai nessuno può fermarci. Questo è il kairos, il momento giusto.”(pag 151)

Kairos, dunque, e non un amoretto infantile qualunque, non i primi battiti del cuore.
“Questa notte soffia il vento in un posto dove il vento non soffia mai e ogni cosa è concessa.” (pag 151)

Eppure, questa narrazione tutta simboli e segni, questo “mandala profano disegnato dal caos”, come lo definisce l’autrice stessa, è anche terribilmente avvincente, ti trascina da un breve capitolo all’altro, nell’attesa dell’epifania, della rivelazione che rende quell’estate così diversa dalle altre e fa sì che le cose parlino a Zoe. È l’evento che dovrà accadere, l’enigma da svelare, l’imponderabile che si concretizza nella sineddoche di un braccialetto, di una linea sul muro a delimitare una crescita bloccata metà.
Ed è anche questo linguaggio così pieno di significati, spigliato e divertente, ironico e godibile, a riprova di un talento narrativo pieno di promesse ma già maturo e affilato, di quelli che, di solito, non ti aspetti in un esordiente.

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Piccolo Mondo Antico

21 Aprile 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Fabio Marcaccini

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"le primavere di Vesna" recensione di Paolo Basurto

19 Aprile 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

"le primavere di Vesna" recensione di Paolo Basurto

"Le Primavere di Vesna"

di Ida Verrei

Fabio Crice Editore

pp.189

Euro 15,00

Recensione di

Paolo Basurto

Tutto sembra una storia vera, in questo bel romanzo di Ida Verrei. La storia di una donna. La parabola della sua vita. Un lungo flash back. Una partenza e un ritorno. Un viaggio nella memoria. Un viaggio nel viaggio vero che la porterà al matrimonio della sua prima figlia.”

"Tra i ricordi, tra le memorie di una vita, per tutti, c’è un motivo ricorrente che ne segna e scandisce le stagioni più significative. Un’immagine un rumore, un profumo, una vaga sensazione di déjà vu. La percezione di un mutamento che sta per segnare la tua esistenza, o di un ineluttabile ritorno al passato.

Per Liana era il rumore del treno. Un treno che transita, un treno che parte, un treno che arriva o che squarcia il silenzio con il suo urlo metallico e canta con il frastuono ritmico del suo sferragliare. Il treno, sempre presente: odori, suoni, rumori, impressi nell’anima e nella mente.”

Ma la storia di Liana è solo in apparenza una storia di donna. Una storia quasi normale di amore, separazione, speranza e delusione. Liana è anche Vesna. Le sue primavere sono la sottile e diffusa simbologia che intride, con pudore al limite della timidezza, il tessuto dell’intera narrazione.

“Le Vesnas sono figure fantastiche legate alla giovinezza e alla primavera. Sono donne belle e sapienti, che vivono in splendidi palazzi in cima alle montagne. Un incantesimo permette loro di uscire e raggiungere la valle solo in un certo periodo dell’anno. Il loro arrivo porta la primavera.”

Dunque è la mitologia di sentimenti elementari che si intrecciano e diventano complessi. La magia delle emozioni che risolve le contraddizioni della curiosità della vita in un ottimismo innocente che sa di meritare la felicità. E’ questa la trama vera del racconto. Il riscatto della voglia di vivere. L’energia semplice e intensa della voglia di libertà e di amore. Il recupero delle occasioni perdute. Il desiderio di non avere rimpianti, il piacere puro di voler bene, di voler il bene dell’altro. La tentazione di castigare la cattiveria e la crudeltà. Lo stupore per l’insensibilità e l’egoismo. La paura delle maledizioni del destino, che ha il viso grinzoso di una strega ma che nonostante la fame che la spinge all’elemosina, non ha il coraggio di mentire nella divinazione del dolore fino alla terza generazione.

I personaggi della storia, non sono mai marginali. Buoni e cattivi allo stesso tempo, sono coinvolti nello scenario sconvolto della guerra e del dopo, alla ricerca delle loro primavere. L’egoismo non manca. Un egoismo umanissimo e quotidiano. Descritto con reticenza, come se lo si volesse scusare; con rammarico. Un marito che inganna se stesso, innanzitutto, per non ammettere la verità del tradimento,del disonore della fuga, della sofferenza che infligge, rompendo la sua famiglia e riducendola in più pezzi doloranti, è pur sempre un uomo che ama, che ha amato, che sa amare, che cerca la sua primavera con le lacrime agli occhi. Qualcuno da compatire, non da condannare. Dopo la protagonista è forse il personaggio più presente anche quando il suo ruolo è implicito. Gli effetti delle sue azioni affiorano in tutta la narrazione. Ma non c’è un genio del male né un colpevole. C’è un uomo che ha paura, che si libera da tutto ciò che gli impedisce di nuotare verso una nuova spiaggia dopo il naufragio che la guerra ha fatto dei suoi ideali giovanili. Anche a lui viene riconosciuto, auspicato, il diritto di ricominciare.

Vesna è il simbolo di questo diritto. Un diritto di tutti. Il suo viaggio nell’incarnazione di Liana, è anche il viaggio di una liberazione silenziosa e lunga, dai condizionamenti culturali, dagli affetti possessivi, dalle oscurità dei ricatti. Il mondo dell’adolescenza si nutre di bellezze naturali, di semplicità familiare. Si esprime in veneto-sloveno e alimenta la fantasia con la sua mitologia. Vesna viene da questo mondo. Suo malgrado, attraverserà l’italia per seguire un destino segnato dalla

profezia di una zingara. Da allora una figura di suocera, subito temuta, dominerà il difficile acclimatarsi al mondo meridionale, delle convenzioni e dei formalismi. Ma anche questo personaggio ha la sua umanità accattivante e sarà l’unico a capire Liana e a cercare di salvarla con prudenti quanto inutili consigli. La luce di Vesna, insomma, si proietta su tutti, ispessendo i chiaroscuri ed evitando la sommarietà dei tratti senza sfumature.

Come nel suo precedente romanzo, Un, due, tre, stella!, Ida Verrei, dipana il racconto con agile continuità. Le descrizioni abbondano, ma la poesia che le ispira le rende leggere e autonome. La narrazione si gode senza sforzi fino a quando la trama avvolge il lettore e lo costringe a scoprire i numerosi messaggi dei simboli che percorrono le parole e le illuminano di novità come gocce di luce.

Il sospetto di una forte ispirazione autobiografica è dovunque presente, ma si trasfigura e si riscatta in una immaginazione creativa che legittima a sperare molte cose buone da un’autrice che ha trovato nello scrivere la sua Vesna.

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La Natura è Arte

19 Aprile 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Fabio Marcaccini

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Intervista a Marco De Franchi

18 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #marco de franchi, #interviste

Intervista a Marco De Franchi

Marco de Franchi è nato a Roma ma vive a Livorno, molti lo conoscono per i suoi libri più recenti, i noir, come La Carne e il Sangue, dove racconta una vicenda che si riconduce alle indagini sulle nuove BR, ma gli appassionati di letteratura fantastica, i vecchi frequentatori della casa editrice Solfanelli e del premio Tolkien, gli abbonati di Dimensione Cosmica, lo ricordano soprattutto - al pari dell’altro scrittore di livornese, Gianluigi Zuddas - per la sua produzione fantastica.
Marco ha accettato di parlarci di
sé.

“Allora, cerco di mettere un po’ d’ordine, rappresentando, preliminarmente, che mi trovo sempre un po’ in imbarazzo a parlare di me e della mia vita. Uno dei motivi per cui scrivo storie è proprio per evitare di stare al centro dell’attenzione. Insomma spero che i miei personaggi parlino abbastanza per evitare che debba farlo io.
Nasco nel 1962 a Roma e come tutti i veri “scrittori” nell’animo desidero da subito solo scrivere, scrivere, scrivere… e pubblicare. Scrivere senza avere dei lettori è un’assurdità. Chi scrive VUOLE pubblicare. Non è questione di notorietà o altro. È l’esigenza di narrare e sapere che ci sono persone che ascoltano la tua narrazione. A dieci anni sognavo i miei libri dietro le vetrine delle librerie. Non ho avuto il successo sperato, ma va bene così.
M’innamoro della lettura di genere e in particolare della fantascienza, che eredito da mio padre (professore di Liceo, amante dei classici, ma avido lettore di Urania), e della narrativa gialla (che eredito da mia madre, donna dalla cultura più umile ma grandissima, onnivora lettrice).
I miei riferimenti sono, all’inizio, Simak, Dick, Heinlein, Bradbury. Poi scopro l’horror e la narrativa fantastica in senso lato. E allora amo e divoro Lovecraft, Machen, Poe, e poi Herbert, King, Straub, Blish, Barker, e tanti altri. Però non disdegno la narrativa italiana e i grandi noir.”


E così cominci…

“Sì, inizio a tentare di scrivere qualcosa di “professionale”. Il mio “esordio” è nel 1983 quando scopro il Premio di Narrativa Fantastica “Tolkien”, che Solfanelli edita con la cura di due nomi del calibro di Gianfranco de Turris e Giuseppe Lippi. Invio il racconto “La Porta Magica”, che non entra in finale, ma stuzzica l’interesse di de Turris. La Porta Magica è, infatti, un mix di horror ed esoterismo, con un aggancio alla realtà (m’ispiro, infatti, alla Porta Magica che sorge al centro di Piazza Vittorio a Roma, un bell’esempio di enigma esoterico-alchemico) e un interesse per i personaggi “borderline”. Il protagonista è un omosessuale e scrivere di questo nel 1983 non era proprio scontato (almeno per me). Comunque de Turris mi telefona (immaginate il mio stupore e la mia felicità) e m’invita a collaborare con altri racconti, sempre sulla stessa scia: uno sfondo storico, reale e soprattutto italiano e uno sviluppo magico/esoterico. La Porta Magica esce poi in Francia (non è mai stato pubblicato in Italia!) per una rivista specializzata molto nota allora, Antares, curata da Jean Pierre Moumon. Nel 1984 arrivo terzo al Premio Tolkien con il racconto “La Città Scarlatta” (in cui ci sono horror, magia sessuale, l’abisso e la redenzione) e nel 1985 sempre terzo con il romanzo breve “Gli Occhi nel Bosco”. Sono molto affezionato a questo romanzo (poco più di cento pagine, un taglio che in Italia non va molto, non è, infatti, racconto e neanche romanzo) perché esce nell’antologia “Immaginaria” di Solfanelli insieme a un romanzo di Grazia Lipos (una scrittrice triestina molto legata al Fantasy tradizionale) e al vincitore di quell’edizione “Viaggio per Lisa” di Luigi de Pascalis. Considero de Pascalis uno dei migliori scrittori italiani di narrativa fantastica. Già allora era un mito e per me fu un onore pazzesco uscire in un libro insieme a lui. Con Luigi poi, negli anni, siamo diventati amici e adesso collaboriamo stabilmente. Per me è un faro, una guida, un grande aiuto. Ha curato l’uscita del mio ultimo romanzo ed è semplicemente un uomo e uno scrittore fantastico (a settanta anni suonati si muove, scrive, inventa, progetta come un ventenne).
Comunque, da quel momento, inizio a scrivere e a pubblicare racconti qui e lì, con alterne fortune.”


Le strade che intraprendi, sappiamo, sono molte, fra le quali il mondo dei fumetti.

“Poiché mi interessa la narrativa a tutto campo, quindi anche quella cinematografica e fumettistica, mi cimento in entrambe le direzioni. Nel cinema non vado oltre qualche soggetto e un trattamento che avrebbe dovuto diventare una sceneggiatura e poi un film, ma che poi non ha trovato produttori. Nel fumetto invece la svolta è venuta con le testate popolari Lanciostory e Skorpio con cui per più di quattro anni ho collaborato stabilmente. Ho scritto qualche centinaio di sceneggiature per fumetti e ne sono fiero. Quello del fumetto è un campo molto stimolante. Mi hanno “disegnato” autori di razza e anche di questo sono contento. In quegli anni vivevo di sceneggiature per fumetti (e ho scritto anche qualche fotoromanzo per le dedizioni Lancio, lo ammetto. Non era un granché ma pagavano bene. Scrivere fotoromanzi, inoltre, insegna molto dal punto di vista delle tecniche narrative).”

È a questo punto che comincia la tua carriera di “sbirro”. Da un’intervista rilasciata a thriller Magazine sappiamo che non ami definirti un poliziotto scrittore, bensì il contrario, cioè una persona che, prima di tutto, scrive.

“Sì, poi sono entrato in polizia. Studiavo Legge, dovevo ancora fare il militare ma soprattutto mi affascinava il mestiere dell’investigatore. È il lato noir che albergava in me. Poiché inoltre non avevo il coraggio di provare la strada della sola scrittura (che raramente dà da mangiare) ho tentato questa strada professionale e devo dire che non me ne sono pentito. Il mio lavoro è sempre stato la polizia giudiziaria ed è un mestiere che ancora oggi, a venticinque anni di distanza, mi sorprende e mi affascina.
Il lavoro in polizia – e il fatto che fui trasferito in Toscana, allora a Massa Carrara - rallentò però e di molto la mia attività “di scrittore”. Per circa dieci anni non ho scritto (né naturalmente pubblicato) una sola riga. Non è che non lo potessi fare (ci sono decine di esempi di poliziotti-scrittori), è che ero troppo concentrato su questo lato del mestiere. E poi hai ragione, non sono mai stato uno sbirro-scrittore. Se mai sono uno scrittore che fa di mestiere il poliziotto.
Nel 1999 torno a Roma e come dire, mi “risveglio” ed inizio di nuovo a scrivere e a collaborare con de Turris e quello che amo chiamare il “gruppo romano” (forse qualcuno lo conosci: a parte de Pascalis, Nicola Verde, Roberto Genovesi, Errico Passaro, Gabriele Marconi, ma anche Giulio Leoni, Massimo Pietroselli, Alda Teodorani, Massimo Mongai, e altri). Anche se all’inizio è stato davvero difficile oliare i vecchi arrugginiti ingranaggi. Era come se la mia vena “fantastica” si fosse esaurita e in qualche modo il tempo mi avesse superato. Io insomma ero rimasto ai miei primi tentativi che per quanto fortunati erano ancora embrioni delle cose che volevo scrivere. Insomma mi sembrava di aver perso il famoso treno.”

Poi c’è stata l’esperienza forte del gruppo Biagi, quella che, forse, umanamente hai vissuto con maggiore partecipazione, quella che ha stimolato la tua vena di scrittore e dalla quale è scaturito il romanzo La carne e il sangue, ispirato alla figura di Cinzia Banelli.


“Nel 2003 entro a fare parte del “Gruppo Biagi”, il gruppo investigativo che raccolse forze un po’ da tutta Italia per individuare gli assassini di Marco Biagi e, prima, di Massimo D’Antona. Ero sempre stato affascinato dal fenomeno del terrorismo, ma fino ad allora mi ero occupato “professionalmente” di narcotraffico e di antimafia. Investigare un fenomeno così complesso e pieno di contraddizioni come il crimine politico mi ha stimolato molto. Al di là dei risultati (alla fine gli assassini di Biagi, D’Antona e del collega Petri, le cosiddette nuove Brigate Rosse, furono presi) e dell’arricchimento professionale che ho avuto da questa avventura (spesa tra Roma, Bologna, Firenze e Pisa), dal punto di vista “letterario” mi si è aperto un mondo. Per la prima volta ho iniziato a “usare” il mio mestiere di sbirro per alimentare il mestiere di scrittore. Così nel 2008 è uscito “La Carne e il Sangue”, per Barbera, e una serie di racconti ispirati agli anni di piombo o semplicemente “noir” (di quel periodo è l’intervista a Thriller Magazine). Il noir è ancora una dimensione letteraria che amo, ma ultimamente ho rallentato questo tipo di narrativa (miei racconti noir o semplicemente thriller sono usciti su antologie per Meridiano Zero, Flaccovio, Laurum, Robin, ecc.). Mi pare ci sia un sovraffollamento nel genere e in fondo la cosa importante è scrivere una storia a cui si tiene, il genere conta meno. Il noir ti permette di indagare i lati più oscuri dell’animo umano e soprattutto di trattare il mistero nella vita quotidiana.

Viene per tutti, però, il momento del ritorno a casa, alle origini.

“È vero. Sono tornato da poco alla narrativa fantastica, e ne sono felice. Non solo perché ho ritrovato la dimensione che preferisco ma perché qualcuno mi definì tanto tempo fa “una promessa del fantastico italiano” e ho sempre pensato di aver deluso questa aspettativa. Chissà se a cinquant’anni posso ancora provarci?
Comunque dal 2010 ho ripreso a collaborare con de Turris (in quell’anno è uscita per il Giallo Mondadori l’antologia da lui coordinata “Il Filo del Rasoio”) e i miei racconti hanno ripreso a circolare. A maggio come hai visto uscirà per La Lepre Editore il romanzo “Il Giorno Rubato”, una sorta di thriller paranormale a cui tengo molto. È un editore piccolo ma molto serio e ha un bellissimo catalogo, a mio parere. Da questo romanzo spero di ripartire, riannodare qualche filo e, se ho fortuna, portare a termine altri progetti.
Nel fantastico mi sento più a mio agio. Penso che sia uno strumento con cui si può aprire molte porte. È anche una luce al cui filtro si può leggere l’intera realtà. Ed io sono ancora fedele alla massima di Roger Callois che definiva la letteratura fantastica (cito a memoria e sicuramente senza precisione) “l’irruzione improvvisa e inaspettata dell’irrazionale nel razionale”.

E ora, visto che siamo su Livorno Magazine, che cosa puoi dirci del tuo soggiorno in questa città dove , troppo spesso, nessuno è profeta?

“Dal 2005 vivo a Livorno. Sono “tornato” (come dite pazzescamente voi livornesi quando vi riferite al trasferimento in una nuova casa) perché mia moglie, Debora, è di Livorno e qui ha il suo lavoro, e perché due figli piccoli reclamano la presenza del padre. All’inizio questa città non mi piaceva proprio. Non mi ci riconoscevo e Roma mi mancava (mi manca ancora!). Devo dire però che adesso comincio ad apprezzare alcuni aspetti della vostra città. E certe strade, certi scorci cominciano a entusiasmarmi. I livornesi non è che li capisca molto, ma ne apprezzo la genuinità e il senso dell’esagerazione. La vostra rivista on line mi ha aiutato molto nello scoprire alcuni aspetti nascosti di Livorno. Così come venire a sapere che ci sono altri scrittori che vivono qui e che fanno i conti tutti i giorni con editori, agenti, rifiuti, contatti, speranze, ecc. Grazie anche per questo.”

Grazie a te, Marco, di cuore.

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Edmondo De Amicis, "Cuore"

17 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #recensioni, #poli patrizia, #saggi

Cuore

Edmondo De Amicis

Garzanti , 1968

 

 

“Oggi primo giorno di scuola. Passarono come un sogno quei tre mesi di vacanza in campagna! Mia madre mi condusse questa mattina alla sezione Baretti a farmi iscrivere per la terza elementare: io pensavo alla campagna, e andavo di malavoglia. Tutte le strade brulicavano di ragazzi; le due botteghe di libraio erano affollate di padri e di madri che compravano zaini, cartelle e quaderni, e davanti alla scuola s’accalcava tanta gente, che il bidello e la guardia civica faticavano a tener sgombra la porta.”

 

No, non siamo in Diagon Alley. No, non ci sono Harry, Ron e Hermione che, frettolosamente, fanno gli ultimi acquisti di bacchette e scope magiche prima di prendere il treno per Hogwarts.

Eppure la sensazione è la stessa: il formicolante inizio di un nuovo anno scolastico che sarà pieno di novità, di promesse, ma anche di difficoltà. Enrico Bottini non è Harry Potter e Torino non è Londra ma anche lui, per crescere, dovrà scontrarsi con una realtà non sempre piacevole, non sempre corrispondente a quelli che sono i sogni di un bambino. E il successo di questo romanzo, almeno in Italia, fu paragonabile a quello della saga inglese.

Libro Cuore, dunque, non solo Cuore, “il libro” per antonomasia, capace di rimanere nell’immaginario collettivo come emblema della didattica morale.

Pubblicato nel 1886 dalla casa editrice milanese Treves, "Cuore" di Edmondo De Amicis (1846 - 1908) racconta, sotto forma di diario, l’anno scolastico di una terza elementare torinese, con il protagonista Enrico Bottini, i compagni di scuola di quest’ultimo, più altri caratteri di contorno. Chi non ricorda il buon Garrone e il perfido Franti, il muratorino muso di lepre, il gobbino Nelli, il superbo Nobis, il maestro Perboni - solitario e dabbene - la maestrina dalla penna rossa? Alcune figure sono diventate tipiche, come Derossi, sinonimo ormai di primo della classe.

Quella classe diventa la finestra da cui si guarda l’Italia dell’ultimo ottocento”, afferma il Cappuccio. Oltre agli alunni, ai bidelli e agli insegnanti, si affacciano nella storia le famiglie, con le loro diverse appartenenze sociali, con i loro mestieri, le loro miserie e nobiltà. Vi è rappresentata Torino, con le strade, le piazze, il circo, i soldati che sfilano, ma vi è raccontata anche l’Italia postunitaria o, almeno, vi è l’intento d’inventarla attraverso un’operazione di amalgama, di fusione.

L’aula è una zona franca interclassista, nella quale convivono piccolo e alto borghesi, operai e sottoproletari. Il maestro Perboni, i genitori, cercano di stabilire e inculcare un codice comune di valori da condividere, basati sul trittico Dio, Patria, Famiglia. Un faticoso tentativo di accordo in un’Italia appena fatta che, purtroppo, resterà disuguale e disunita ancora troppo a lungo.

 

Ricordatevi bene di quello che vi dico. Perché questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a casa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lottò per cinquant’anni, e trentamila italiani morirono. Voi dovete rispettarvi, amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno, perché non è nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai più gli occhi da terra quando passa una bandiera tricolore.”

 

L’intento educativo è debordante in ognuno degli episodi ma, soprattutto, nei famosissimi racconti mensili a carattere risorgimentale, patriottico, edificante. Arcinoti La piccola vedetta lombarda, Dagli Appennini alle Ande, Il piccolo scrivano fiorentino, etc, letti e riletti dai bambini di ogni epoca, ancora capaci di strappare una lacrima a nonni e nipoti. E, tuttavia, questi stessi racconti dall’intento moralistico e didattico gettano un occhio alla questione sociale, occupandosi della vita militare, della condizione degli insegnanti elementari, dell’emigrazione.

La critica ascrive De Amicis al manzonismo minore, lo considera un autore mediocre per la prosa piana e discorsiva, l’intento troppo scoperto di elevazione morale, il “corto respiro” della narrazione. Se ne sono fatte decine di parodie, Umberto Eco ha addirittura ribaltato la prospettiva nel suo “elogio di Franti”, dove il cattivo è eletto a unico baluardo sovversivo contro una società mediocre che svilupperà il fascismo. Eppure il librone, almeno per quelli delle passate generazioni, restava una pietra miliare, da tenere sulle ginocchia e leggere insieme a mamme e nonne, commuovendosi per certi eroismi che sfociavano sempre nell’estremo sacrificio di sé, in quel clima funebre che doveva essere comune in un’epoca nella quale la mortalità infantile era alta e le infezioni abbassavano la speranza di vita dei cittadini. Un clima che era, tuttavia, anche di grande fiducia nel futuro, nel progresso, nel miglioramento al quale sembrava inevitabile andare incontro, grazie soprattutto alla diffusione della cultura e dell’alfabetizzazione.

 

“Immagina questo vastissimo formicolio di ragazzi di cento popoli, questo movimento immenso di cui fai parte, e pensa: - Se questo movimento cessasse, l’umanità ricadrebbe nella barbarie; questo movimento è il progresso, la speranza, la gloria del mondo. - Coraggio dunque, piccolo soldato dell’immenso esercito. I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe è la tua squadra, il campo di battaglia è la terra intera, è la vittoria è la civiltà umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio.”

 

C’è da chiedersi, in questi giorni bui, dove siano finiti certi ideali.

 

 

Today first day of school. Those three months of vacation in the countryside passed like a dream! My mother took me to the Baretti section this morning to get me enrolled for the third grade: I thought about the countryside, and I was reluctant. All the streets were teeming with boys; the two bookseller shops were crowded with fathers and mothers who bought backpacks, folders and notebooks, and in front of the school there were so many people, that the janitor and the civic guard struggled to keep the door clear. "

 

No, we are not in Diagon Alley. No, there are no Harry, Ron and Hermione who hastily make the last purchases of magic wands and brooms before taking the train to Hogwarts.

Yet the feeling is the same: the tingling start of a new school year that will be full of news, promises, but also of difficulties. Enrico Bottini is not Harry Potter and Turin is not London but he too, in order to grow, will have to face a reality that is not always pleasant, not always corresponding to what a child's dreams are.

And the success of this novel, at least in Italy, was comparable to that of the English saga.

Libro cuore, therefore, not only Cuore, "the book" par excellence, capable of remaining in the collective imagination as an emblem of moral teaching.

Published in 1886 by the Milanese publishing house Treves, "Cuore" by Edmondo De Amicis (1846 - 1908) tells, in the form of a diary, the school year of a third elementary school in Turin, with the protagonist Enrico Bottini, his classmates, plus other minor characters. Who does not remember the good Garrone and the perfidious Franti, the Muratorino with the hare face, Nelli the hunchback, the superb Nobis, the master Perboni - solitary and worthy - the teacher with the red feather. Some figures have become typical, such as Derossi, now synonym of top of the class.

 

"That class becomes the window from which we look at Italy in the late nineteenth century," says Cappuccio. In addition to the pupils, the janitors and the teachers, families, with their different social affiliations, with their trades, their miseries and nobility, appear in history. Turin is represented, with the streets, squares, the circus, the soldiers parading, but post-unification Italy is also shown or, at least, there is the intention of inventing it through an amalgamation, a merger .

 

The classroom is an interclass free trade zone, in which small and high bourgeois, workers and subproletarians coexist. Maestro Perboni, the parents, try to establish and inculcate a common code of values ​​to share, based on the trinity God, Homeland, Family. A tiring attempt to reach an agreement in a newly made Italy which, unfortunately, will remain unequal and disunited for too long.

 

Remember well what I tell you. In order for this to happen, that a Calabrian boy was like in his home in Turin, and that a Turin boy was like at home in Reggio Calabria, our country fought for fifty years, and thirty thousand Italians died. You must respect yourselves, love each other among yourselves; but who of you offended this companion, because he was not born in our province, would make himself unworthy of ever raising his eyes from the ground when a tricolor flag passes. "

 

The educational intent is overflowing in each of the episodes but, above all, in the famous monthly stories of a Risorgimental, patriotic and edifying nature. Well known The little Lombard lookout, From the Apennines to the Andes, The little Florentine scribe, etc, read and reread by children of all ages, still capable of bringing tears to the eys of grandparents and grandchildren. And, however, these same stories with a moralistic and didactic intent offer a glimpse of the social question, dealing with military life, the condition of elementary teachers, emigration.

The criticism ascribes De Amicis to the minor Manzonism, considers him a mediocre author for his flat and discursive prose, the too open intention of moral elevation, the "short breath" of the narrative. Dozens of parodies have been made, Umberto Eco has even reversed the perspective in his "praise of Franti", where the villain is elected as the only subversive bulwark against a mediocre society that will develop fascism. Yet the book, at least for those of past generations, remained a milestone, to be kept on the knees and read together with mothers and grandmothers, moved by certain heroisms that always resulted in the extreme self-sacrifice, in that funeral atmosphere that had to be common at a time when infant mortality was high and infections lowered citizens' life expectancy. A climate that was, however, also of great confidence in the future, in progress, in the improvement which seemed inevitable, thanks above all to the spread of culture and literacy.

"Imagine this vast swarming of boys of a hundred peoples, this immense movement of which you are a part, and think: - If this movement ceased, humanity would fall into barbarism; this movement is the progress, the hope, the glory of the world. - Courage then, little soldier of the immense army. Your books are your weapons, your class is your team, the battlefield is the whole earth, and victory is human civilization. Don't be a cowardly soldier, my Enrico. "

There is a question, in these dark days, where certain ideals have gone.

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Pascoli a Livorno

16 Aprile 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell'erto muro e delle porte

ch'hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Ed ora invidi i mandorli che indora

l'alba negli orti?

Od i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticati, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d'anacoreti?”

 

Giunge improvvisa, nel 1887, a Giovanni Pascoli (1855 – 1912) la notizia che il ministero lo ha trasferito da Massa a Livorno, dove ha ottenuto un incarico presso il liceo Niccolini Guerrazzi. Sgomento, si confida col Carducci che lo esorta comunque ad andare verso il cambiamento. Sappiamo tutto del trasferimento grazie agli scritti della sorella Maria, “Lungo la vita di Giovanni Pascoli”.

Dopo l’uccisione del padre e gli altri tragici lutti familiari, Giovannino ha preso con sé Ida e Maria, le due sorelle, e con loro si trasferisce nella nostra città. Il 31 ottobre parte in treno, le sorelle lo raggiungono su un barroccio carico di mobili, con la gabbia dell’uccellino Ciribì. La gattina di famiglia sfugge dal canestro e non si fa trovare. Sarà un bravo vicino a riconsegnarla la settimana successiva.

Dal luminoso alloggio campestre di Massa si ritrovano catapultati al quarto piano di uno squallido appartamento in via Micali. Giovanni comincia a insegnare al liceo, dà anche molte lezioni private ma i soldi non bastano mai, fra cambiali da pagare, mobili da acquistare e libri indispensabili per l’insegnamento e gli studi.

La famiglia vive in grandi ristrettezze, Giovanni non si integra subito sul luogo di lavoro e si sente poco stimato dai colleghi. Continua ad aspirare, come tutti gli insegnati livornesi, a un posto in Accademia, ma intanto accetta anche un incarico in un collegio di Ardenza. Ha solo una mezz’ora d’intervallo nella quale corre a casa per mangiare un boccone ma finisce, come ci racconta Maria, per addentare pane e salame in carrozza. Prende anche in casa uno studente che prepara senza successo per gli esami.

Il tempo libero è poco, con due sorelle a carico c’è da pensare solo a sbarcare il lunario. Nonostante ciò, è qui che prende corpo parte della raccolta Myricae, poi pubblicata dall’editore Raffaello Giusti, è qui che si delinea al poetica pascoliana, antiretorica, aderente alle cose.

Ed è in questo periodo che Giovanni s’innamora di Lia, una giovane cantante figlia di un musicista che abita davanti al liceo. In una poesia ce la descrive con le vesti troppo corte per l’età.

 

Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!

 

Vicissitudini familiari, la possibilità poi evitata che la sorella Ida sposi un giovane non gradito, gli fanno volgere le spalle all’amore per concentrarsi sui doveri di famiglia.

Anche se gravata da pensieri economici, la vita dei fratelli è serena. Frequenta casa il poeta Giovanni Marradi; Pietro Mascagni musica la lirica “Sera d’ottobre”.

 

Lungo la strada vedi sulla siepe

Ridere a mazzi le vermiglie bacche:

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:

fiore di spina!

 

Sono frequenti le incursioni alla fiaschetteria in via Maggi, insieme a Carducci, o le passeggiate fino a piazza Cavour per acquistare dolci che allietano le serate. La casa si riempie di uccellini ma il preferito resta sempre Ciribì.

Quando i problemi economici un poco si acquetano, si trasferiscono tutti in una villetta con giardino, sempre in via Micali. Giovanni vince il Veianus, un concorso olandese di poesia latina, ma è costretto a impegnarsi la medaglia per risolvere il problema di una certa cambiale e le sorelle finiscono per mettersi nelle mani di un usuraio.

Il soggiorno labronico termina nel 1895 con una nomina in altra città. Livorno, che lo aveva accolto con freddezza, gli tributa stima e onori, richiamandolo nel 1911 per fargli tenere un discorso all’Accademia in occasione del cinquantenario dell’unità d’Italia.

Il legame con la città resta e se ne sentono gli influssi in numerose poesie, fra le quali Il conte Ugolino.

 

Ero all'Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell'acqua, onda su onda,

di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»

E l'occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria...”

 

******

 

Penso a Livorno, a un vecchio cimitero

di vecchi morti; ove a dormir con essi

niuno più scende; sempre chiuso; nero

d'alti cipressi.

Tra i loro tronchi che mai niuno vede,

di là dell'erto muro e delle porte

ch'hanno obliato i cardini, si crede

morta la Morte,

anch'essa. Eppure, in un bel dì d'Aprile,

sopra quel nero vidi, roseo, fresco,

vivo, dal muro sporgere un sottile

ramo di pesco.

Figlio d'ignoto nocciolo, d'allora

sei tu cresciuto tra gli ignoti morti?

Ed ora invidi i mandorli che indora

l'alba negli orti?

Od i cipressi, gracile e selvaggio,

dimenticati, col tuo riso allieti,

tu trovatello in un eremitaggio

d'anacoreti?”

Suddenly, in 1887, Giovanni Pascoli (1855 - 1912) got the news that the ministry had transferred him from Massa to Livorno, where he got an assignment at the Niccolini Guerrazzi high school. Dismayed, he confided in Carducci who urged him to go anyway. We know all about the transfer thanks to the writings of his sister Maria, "Along the life of Giovanni Pascoli".

After the killing of his father and the other tragic family bereavements, Giovannino took Ida and Maria, the two sisters, with him and moved with them to the Tuscan city. On October 31, he leaves by train, the sisters join him on a cart loaded of furniture, with the bird cage of Ciribì. The family kitten escapes from the basket and is not found. He will be returned by a good neighbour  the following week.

From the bright country accommodation in Massa they find themselves catapulted to the fourth floor of a squalid apartment in via Micali. Giovanni starts teaching in high school, he also gives many private lessons but the money is never enough, including bills of exchange to be paid, furniture to buy and books essential for teaching and studying.

The family lives in a straitened financial situation, Giovanni does not immediately integrate into the workplace and feels little esteemed by his colleagues. He continues to aspire, like all Livorno teachers, to a place in the Academy, but in the meantime he also accepts an assignment in a boarding school in Ardenza. He has only half an hour's break in which he runs home to have a bite to eat but ends up, as Maria tells us, to bite bread and salami in a carriage. He also takes a student home whom he prepares for exams without success.

There is little free time, with two dependent sisters there is only room for making ends meet. Despite this, it is here that part of the Myricae collection takes shape, then published by the publisher Raffaello Giusti, it is here that  anti-rhetorical, adhering to things Pascoli’s poetry is outlined .

And it is in this period that Giovanni falls in love with Lia, a young singer, daughter of a musician who lives in front of the high school. In a poem he describes her with clothes too short for her age.

 

“Lia giovinetta, ardisci dunque, parla;

di’: « Cara madre, corta è piú la gonna

che non convenga; or pensa ad allungarla.

Fiere pupille seguono moleste

i passi miei di giovinetta donna;

ond’io vorrei piú schermo della veste ».

Troppo io so bene quale a me talora

da te derivi immemore malia,

che gli occhi avvallo, e il volto trascolora;

di che tu avvampi, o giovinetta Lia!”

 

Family vicissitudes, the possibility then avoided that his sister Ida marries an unwelcome young man, make him turn his back on love to focus on family duties.

Even if burdened by economic thoughts, the life of the brother and sisters is peaceful. The poet Giovanni Marradi frequented the house; Pietro Mascagni music the lyric "Evening of October".

 

“Lungo la strada vedi sulla siepe

Ridere a mazzi le vermiglie bacche:

nei campi arati tornano al presepe

tarde le vacche.

Vien per la strada un povero che il lento

Passo tra foglie stridule trascina:

nei campi intuona una fanciulla al vento:

fiore di spina!”

 

Incursions to the tavern in Via Maggi, along with Carducci, or walks to Piazza Cavour to buy sweets that cheer the evenings, are frequent. The house is filled with birds but the favorite is always Ciribì.

When the economic problems subside a little, they all move to a house with a garden, always in via Micali. Giovanni wins the Veianus, a Dutch Latin poetry competition, but is forced to bring the medal to the pawn to solve the problem of a certain bill of exchange and the sisters end up putting themselves in the hands of a usurer.

The Labronic stay ends in 1895 with a nomination in another city. Livorno, who had greeted him coldly, pays him esteem and honuors, calling him back in 1911 to have him give a speech at the Academy on the occasion of the fiftieth anniversary of the unification of Italy.

The link with the city remains and its influences can be felt in numerous poems, including Il Ugolino.

Ero all'Ardenza, sopra la rotonda

dei bagni, e so che lunga ora guardai

un correre, nell'acqua, onda su onda,

di lampi d'oro. E alcuno parlò: «Sai?»

(era il Mare, in un suo grave anelare)

«io vado sempre e non avanzo mai».

E io: «Vecchione,» (ma l'eterno Mare

succhiò lo scoglio e scivolò via, forse

piangendo) «e l'uomo avanza, sì; ti pare?»

E l'occhio, vago qua e là mi corse

alla Meloria...”

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