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Un assaggio de "Il Respiro del Fiume"

6 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Un assaggio de "Il Respiro del Fiume"

Benares Settembre 1981.

Alle quattro del mattino, la luce è già sufficiente a Benares per attraversare la città e raggiungere uno dei cento ghat sul Gange.
Avvolta in un sari scolorito, una figurina sottile, con i capelli annodati, una lunga treccia saltellante e i piedi nudi, sguscia fuori casa e corre per i vicoli della città vecchia. Non presta attenzione agli escrementi di vacca e al sudiciume che insozza le strade, com’è sua abitudine in giorni più sereni. Passa come il vento in mezzo ai bimbi seminudi, ai lebbrosi, ai mendicati storpi, ai vecchi seduti sul marciapiede che giocano a centrare la sputacchiera.
Non bada neppure al lugubre tempietto del dio scimmia Hanuman, macchiato di polvere rossa come sangue. Supera le oscure botteghine di oggetti sacri, nel cuore del chowk, la fitta rete di vicoli alle spalle dei ghat immersa nell’odore pungente dell’incenso alla rosa e delle collane votive di gelsomini. Ansimando, s’accoda alla fila di pellegrini che scende verso il Manikarnika Ghat. Sull’ultimo gradino, appena sopra il livello delle acque, sosta per riprendere fiato.
Si guarda intorno.
Maestoso, surya[ sta sorgendo, ed illumina ad est uno spazio immenso, desertico. Sulla riva dove si trova lei, invece, si stendono sette chilometri di scalinate, bastioni, templi e palazzi di maharaja. Lungo i sacri scalini, la folla più misera del mondo compie le abluzioni rituali, prega, beve l’acqua infetta. Dalle pire funebri, il fumo continua a levarsi, acido, denso.
Nell’ora più santa del giorno, anche la ragazzina entra nel fiume e s’immerge fino alla vita. Spruzza l’acqua sul palmo delle mani, rivolta verso il sole, poi accende un lumicino di olio di canfora, lo depone sopra una foglia e lo affida al Gange. Tutto intorno, sant’uomini con le vesti color zafferano lasciano scivolare nel fiume le loro offerte che simboleggiano la luce che disperde l’ignoranza. Un’isola di fiammelle è catturata dalla corrente e fluttua verso l’Oceano Indiano. “Ganga mai ki jai! Sia lode alla Madre Ganga!”.
Anche la bambina prega: “Madre Ganga accogli la mia offerta.”
Quando tutte le preghiere che conosce sono esaurite, è ormai giorno fatto, il sole brucia e la gente cerca riparo sotto gli ombrelloni di paglia. I sannyasi restano immobili, in estasi, in comunicazione col sole.
In mezzo al fiume scivolano barconi carichi di turisti che scattano fotografie dei santoni in preghiera, della gente che si lava e delle cataste di legna coi morti che bruciano all’aperto.
La bambina torna sui propri passi, scosta una tenda scolorita ed entra in casa. Provenendo dal ghat luminoso ed affollato, la stanza le appare ancora più tetra e buia. Oltre una fila di stracci appesi ad asciugare, Urda, la vicina che aiuta sua madre, l’apostrofa con la bocca piena di betel, “ah, sei qui, non dovevi andartene proprio ora.” È una donna magra, di età indefinibile, con i capelli arruffati, priva di un incisivo. Glielo ha staccato suo marito con un pugno, prima di farle il dispetto di renderla vedova. Dal foro, proprio in mezzo alle labbra, cola giù il sugo rosso del paan.
La ragazzina si avvicina timorosa al letto dove sua madre, Auda, giace in una pozza di sudore sul lenzuolo sporco. Il volto olivastro è irriconoscibile, gli occhi, prima grandi, scuri ed umidi, appaiono come le orbite vuote di un teschio. Il respiro è un rantolo aspro che sa di vomito.
“Urdabhai?”
“Mmm…”
“Perché mia madre fa cosi?”
“Tua madre sta solo cercando di respirare.”
“Urdabhai?”
“Mmm…”
“Mia madre sta morendo?”
La vicina si limita a sospirare. Sputa sul pavimento un getto di saliva rossa.
“Urdabhai?”
“Mmm…”
“Mia madre guarirà?”
“Ti pare che possa guarire? È meglio se stai con lei, ora.”
La bambina si accoccola vicino al charpoi. Con una piccola mano incerta, tocca appena la spalla della madre. “Amma[5]…”
La malata apre le palpebre che sembrano diventate di carta, cerca di muovere la testa in direzione della voce ma può soltanto fissare il soffitto. “Han…?”[6]
“Mi senti, amma?”
“Urmilla…”
“Amma…”
“Urmilla, dove sei?”
“Qui, sono qui, amma. Non mi vedi?”
“No, non ti vedo… Non c’è luce, è notte.”
“No, amma, non è notte, é mattina! Sono le cinque e sono stata a pregare.”
“Hai fatto bene. Io non posso andarci, sono stanca. E poi, con questo buio. È così buio, oggi.”
“Amma! Non è vero! Non è buio! Non è…”
“Sai, Urmilla, ho visto il tuo baba. È venuto a trovarmi…” Un colpo di tosse la interrompe. Urda si accosta e le bagna la fronte con una pezza. “Eh, povera anima, sta delirando.”
Un altro accesso di tosse convulsa lascia la malata senza respiro. All’improvviso s’irrigidisce, digrigna i denti, strabuzza gli occhi e afferra il sari della figlia. “Urmilla!”
“Amma, per favore!”
Ansimante, spossata, il petto magro che si solleva in lunghi sospiri faticosi, Auda tace, lottando per respirare, poi parla di nuovo e questa volta le sue parole suonano meno frenetiche, più lucide. “Urmilla, la vita non è stata bella per me, ma tu sei una brava figlia.” Tace ancora, pare assopirsi.
Forse non muore. Oh, Shiva! Oh, Signore del mondo! Fa’ che non muoia! Fa’ che la mia mamma non muoia!
Passano alcuni minuti silenziosi, il respiro della malata si fa ogni istante più aspro. Attorno al charpoi ronzano le mosche, insistenti. Urda si muove nella stanza, strascicando i piedi. Sposta un oggetto, apre un mobile, lo richiude, sputa sul pavimento. Dalla strada provengono i suoni di tutte le mattine: vocio di bambini, richiami di madri esasperate, pianti di neonati, grida di venditori di caldo channa, di arrotini, di portatori di tè.
Mezz’ora dopo, le labbra di Auda si muovono ancora: “Sei così bello, Ahmed…”
La bambina si china sulla madre, terrorizzata dal suo corpo rigido, dal fiato rancido, dal rantolo che è ormai diventato il suo respiro. “Amma!”
La bocca di Auda si schiude, il naso si fa affilato, sibilante: “Ahmed…”
“Amma! Amma!”
“Sì, janum, sì, Ahmed, anima mia…”



La barella, intrecciata con sette pezzi di canna di bambù, è pronta. La bambina ha passato la notte a costruirla, vegliando il cadavere di sua madre. Con l’aiuto di Urda, ha lavato e rasato il corpo freddo di Auda, le ha segnato la fronte con polvere di sandalo, le ha unto i capelli con l’olio, le ha intrecciato indosso collane di fiori e strofinato denti e labbra con ramoscelli profumati. Infine, l’ha vestita col suo sari più bello, quello che Auda usava solo per Diwhali[7].
Manca poco all’alba, ormai. Urda russa in un angolo con in braccio il più piccolo dei suoi nipoti, un bimbo magro, rapato a zero, vestito appena di una cintura e di un mazzo di cavigliere. Con occhi sgranati, lucidi di kajal, il piccolo fruga la stanza in penombra.
Anche la testa della bambina ciondola sul petto. Le sue mani, però, stringono ancora un piede della madre. Per ore l’ha massaggiato. Ne conosce tutte le pieghe, tutte le asperità, dal piccolo indurimento sotto l’alluce, al rinforzo calloso del calcagno, dovuto all’abitudine di camminare scalza.
La testa della bambina cade in avanti ed ella si riscuote, sobbalzando. Riprende a massaggiare i piedi del cadavere, affannosamente, come se fossero ancora sensibili.
Urda apre prima un occhio, poi l’altro, quindi sbadiglia. “Smettila, adesso, bambina. Fra un’ora sarà bruciata, a che le servono i tuoi massaggi?”
“Tutte le figlie massaggiano i piedi delle madri.”
“Sì, ma delle madri vive.”
Il nipotino tende una mano verso la donna morta sul letto. “Auda!” chiama.
“Auda dorme, lasciala in pace”, lo rimprovera la nonna. Il piccolo alza il capo, fa bolle di saliva con le labbra increspate. Di tanto in tanto getta occhiate perplesse al corpo immobile. La vecchia si agita, impaziente. “Su, Urmilla, è quasi ora. Dobbiamo metterla sulla barella.”
“Aspetta, Urda. Solo un altro poco.”
“Guarda che ho da fare! Non posso stare qua tutto il giorno! I miei nipoti hanno fame.”
“Solo cinque minuti, Urda.”
“Va bene, ma fai presto. Si comincia a sentire l’odore.”
“Non è vero! Non c’è nessun odore, sono solo i fiori!” Urmilla si china a baciare i piedi di sua madre, poi le mani, poi il capo. Intinge l’indice nella polvere rossa e ripassa la tilak[8] sulla fronte, là dove le proprie labbra l’hanno un poco scolorita. Accomoda meglio le collane di gelsomini e sparge ancora margherite sul telo rosso che avvolge il corpo.
“Non hai badato a spese”, commenta Urda, schiacciando meccanicamente un pidocchio sulla testa del nipote.
“Mia madre aveva messo via i soldi per il suo funerale. Erano dentro una scatola.”
“È una fortuna che i topi non se li siano mangiati. Però hai fatto bene a prendere le cose migliori per la cremazione di tua madre. Si vive da cani, che almeno si muoia con dignità! Solo che ci vorrebbe un figlio maschio. E se non c’è un figlio maschio dovrebbe farlo un parente e se non c’è un parente…”
“Il parente c’è, Urda.”
“Lascia stare, sai come stanno le cose.”
“No, non lo so e andrò da lui perché voglio parlargli, ma prima devo cremare mia madre.”
“Non è una buon’idea.”
“Questo devo deciderlo io, non tu.”
“Ah, certo! Certo! Dicevo così, tanto per darti un consiglio. Ma tu i consigli non li ascolti mai! Ma ora farai come dico io. Ti porterò alla missione.”
“Non ci voglio andare. Mia madre non approverebbe.”
“Eh, figliola mia, dovrai imparare ad adattarti d’ora in avanti. La vita è quello che è. Tua madre viveva di poesie, di fiori, di preghiere. E cosa ci ha guadagnato? Guardala un po’ ora! Morta stecchita!”
Il nipotino allunga una mano verso Auda, emette bollicine di soddisfazione. “È morta, è morta!”
“Ti ho detto che dorme! Ah, bambina mia, le poesie e le preghiere non riempiono la pancia, mendicare riempie la pancia, prostituirsi riempie la pancia, cercare roba lungo la ferrovia riempie la pancia! Ma Auda no. No! Lei non si poteva abbassare. Credimi, era una sognatrice, una con la testa zeppa d’idiozie da casta superiore, di scemenze brahmaniche.”
La bambina strilla: “Lascia stare mia madre!”
“D’accordo, d’accordo, non ti arrabbiare, dicevo solo per aiutarti. In fondo vi volevo bene, a tutte e due. Tu non sei un maschio ma sei ugualmente una brava ragazza. Adesso, però, muoviti, che è tardi.”
Urda allontana di peso la bambina ed a fatica solleva il cadavere. Lo lascia cadere sulla lettiga con un tonfo sordo. Insieme, legano Auda alla barella e cominciano ad ungere di ghee e olio di canfora ogni parte del suo corpo, del sudario e delle canne di bambù.
“Ecco fatto”, dice Urda, “così le fiamme saliranno subito al cielo.”
Trascinano fuori la lettiga. La luce rosa dell’alba ferisce gli occhi della bambina, che per tutta la notte hanno pianto e vegliato nell’oscurità.
Prima di issare la barella, il carrettiere, che è in attesa, vuole vedere i soldi. Urmilla apre la mano e mostra un rotolo di rupie. L’uomo fa un segno d’assenso e prende a bordo il carico.
“Allora, bambina”, comincia Urda, poi s’interrompe. Nella sua voce s’indovina un’ombra di commozione. “Dì, sei sicura di farcela?” domanda infine.
La bambina fa segno di sì, poi si arrampica sul carretto, di fianco alla salma di sua madre avvolta nel drappo rosso. Urda saluta, raccoglie il nipote, poi attraversa il cortile.
Il carrettiere colpisce col bastone il muso del bue, la bestia s’incammina lenta, scuotendo ad ogni passo le corna dipinte ed il collo inghirlandato. La bambina, con una mano sul petto di sua madre, è seduta rigida sul carretto traballante che percorre tutta la Madampura Road, fino all’Harishandra Ghat.
Alla sommità del ghat c’è uno spazio di cemento destinato ai roghi, con paraventi per proteggere le persone dalle folate di calore. La bambina domanda al becchino il prezzo del legno e degli aromi poi estrae dal seno il suo rotolo di rupie, assottigliato dopo il pagamento del carrettiere.
L’uomo vi punta due occhi rapaci. “Femmine!”, ripete sputando a terra un getto di paan che per poco non colpisce la bambina in pieno petto. “Femmine! Dove andremo a finire!” Afferra tutti i soldi ed indica un mucchio di legna di poco valore.
“È legnaccia!” s’indigna la bambina.
“Sentila, la signora! Con quei quattro soldi non pretenderai una catasta di legno di sandalo come i ricchi?!”
La bambina s’impunta. “Ti ho dato tutte le rupie che avevo; tutte quelle che mia madre aveva messo da parte per il suo funerale! Mia madre si merita il meglio, era una brahmani, lei!”
“Sì, e io sono Rama!”
Senza dargli retta, la bambina si lancia verso un mucchio di legno pregiato.
Il becchino cerca di fermarla. “Ehi! Che fai?!”
“Voglio un pezzo di sandalo da mettere in bocca a mia madre!”
La bambina sceglie con cura un piccolo pezzo di legno, scosta il sudario dal volto di Auda e forza i denti serrati dal rigor mortis. Introduce il legno nella bocca e la richiude. “Ecco, amma, così.”
Auda sembra una statua di cera. La bambina pensa che è davvero l’ultima volta che vede il volto di sua madre e qualcosa la prende allo stomaco. Le lacrime sono spille brucianti che bucano gli occhi. Si sforza per trattenerle.
Il becchino solleva la salma e scende verso il fiume, subito seguito da una mucca, pronta ad inghiottire i fiori che cadono dal corpo. Auda viene immersa nell’acqua purificatrice, unta di ghee[9] e issata sulla pira.
La bambina compie cinque giri attorno alla catasta, sparge acqua da un recipiente che poi spezza, mentre il becchino aspetta impaziente e la gente intorno guarda sconcertata. Sul cemento del ghat sono scritti i nomi di quelli che vi sono stati cremati. La bambina evita di guardarli perché sono davvero troppi.
Il becchino le porge una torcia. “Dove andremo a finire”, ripete, “dove andremo a finire se ora mandano le bambine ai funerali e le fanno girare intorno alle pire come fossero maschi. Sai almeno cosa devi fare?”
La bambina fa segno di sì.
“E credi di poterlo fare da sola?”
Ancora la bambina conferma, ma trema un po’. Fa del suo meglio per appiccare il fuoco ai quattro angoli della pira. Il legno unto prende subito fuoco, le fiamme lambiscono il sudario, poi lo avvolgono. Il corpo s’accende, crepita, s’inarca, sembra levarsi a sedere. La bambina guarda con gli occhi sbarrati. Si ritira in un angolo, come un animale impaurito, e si accovaccia sul cemento del ghat. Rimane tutto il tempo a guardare mentre sua madre arde.
Le hanno insegnato che non si deve piangere per chi muore, perché la morte fa parte della vita e chi ha vissuto senza colpa rinasce più puro. Eppure ha un groppo duro in gola, e le lacrime ora traboccano. Tira su col naso, sente sapore di sale e di moccio.
Il becchino la guarda, storcendo la bocca, scuotendo la testa, biascicando ingiurie contro chi permette alle femmine di comportarsi da maschi invece di stare in casa e pensare a sposarsi. Perciò quelle lacrime vanno ricacciate indietro proprio come farebbe un maschio. Per non piangere, la bambina si sforza di pensare a com’era sua madre quando stava bene, al suo sorriso mesto, ai suoi occhi gravi, ai suoi piedi nudi che scivolavano indifferenti sul fango della vita. Auda non vorrebbe le sue lacrime. Auda, davanti ad ogni cosa, metteva la dignità.
Però, ora, Auda è là sotto, che si accartoccia e scoppia sulla pira, in quel lezzo d’ossa bruciate e fumo, mescolato all’odore forte ed umido del fiume. E lei non la vedrà più, non le racconterà più cosa hanno detto le altre bambine alla fontana, non udrà più la sua voce roca che dice che non bisogna mai aver paura.
Ha paura, invece, e la paura è un buco nero dentro la pancia, come quando ti fa male qualcosa che hai mangiato. No, di più, molto di più.
Alcune ore dopo, armato di pinze di ferro, un inserviente raccoglie le ossa carbonizzate in un vaso di terracotta. Le fa cenno di avvicinarsi. Lei si costringe ad alzarsi, a muovere le ginocchia intorpidite dall’immobilità. Si accosta tremando alla pira fumante.
L’uomo le mostra qual è il teschio. Lei lo guarda, spaventata, affascinata, senza più un filo di saliva nella bocca. Quella cosa nera, rovente, raggrinzita, è quel che resta della bella faccia di sua madre.
“Ti muovi? Ho altri quattro funerali stamattina.”
Il punteruolo di bambù non è pesante, ma lei deve tenerlo con entrambe le mani, da quanto tremano. Stringe le nocche attorno al legno fino a sbiancarsele, fino a farsi male. Si concentra, prende la mira.
Colpisce.
È un colpo debole, la testa carbonizzata si sposta appena, il punteruolo scivola di lato.
La bambina ci riprova, colpisce più forte, tanto da ferirsi le mani. Questa volta la testa annerita sobbalza, ma niente di più.
“He, Ram! Vuoi ridurla in polpette?! Vuoi farci il macinato?”
La bambina inghiottisce lacrime di vergogna. “Mi dispiace”, si scusa, “io non…”
“Da’ qua!” L’uomo le strappa di mano il punteruolo. Con due colpi secchi fracassa il cranio di Auda e libera la sua anima.
Più tardi, con il vaso delle ceneri stretto al petto, la bambina scende l’ultimo scalino del ghat, per raggiungere la barca che la porterà al centro del fiume, dove potrà spargerle nell’acqua. I suoi occhi sono asciutti, adesso, e tiene alta la testa.
Stringe con forza il vaso sul cuore

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“Ti ho detto che dorme! Ah, bambina mia, le poesie e le preghiere non riempiono la pancia, mendicare riempie la pancia, prostituirsi riempie la pancia, cercare roba lungo la ferrovia riempie la pancia! Ma Auda no. No! Lei non si poteva abbassare. Credimi, era una sognatrice, una con la testa zeppa d’idiozie da casta superiore, di scemenze brahmaniche.”
La bambina strilla: “Lascia stare mia madre!”
“D’accordo, d’accordo, non ti arrabbiare, dicevo solo per aiutarti. In fondo vi volevo bene, a tutte e due. Tu non sei un maschio ma sei ugualmente una brava ragazza. Adesso, però, muoviti, che è tardi.”
Urda allontana di peso la bambina ed a fatica solleva il cadavere. Lo lascia cadere sulla lettiga con un tonfo sordo. Insieme, legano Auda alla barella e cominciano ad ungere di ghee e olio di canfora ogni parte del suo corpo, del sudario e delle canne di bambù.
“Ecco fatto”, dice Urda, “così le fiamme saliranno subito al cielo.”
Trascinano fuori la lettiga. La luce rosa dell’alba ferisce gli occhi della bambina, che per tutta la notte hanno pianto e vegliato nell’oscurità.
Prima di issare la barella, il carrettiere, che è in attesa, vuole vedere i soldi. Urmilla apre la mano e mostra un rotolo di rupie. L’uomo fa un segno d’assenso e prende a bordo il carico.
“Allora, bambina”, comincia Urda, poi s’interrompe. Nella sua voce s’indovina un’ombra di commozione. “Dì, sei sicura di farcela?” domanda infine.
La bambina fa segno di sì, poi si arrampica sul carretto, di fianco alla salma di sua madre avvolta nel drappo rosso. Urda saluta, raccoglie il nipote, poi attraversa il cortile.
Il carrettiere colpisce col bastone il muso del bue, la bestia s’incammina lenta, scuotendo ad ogni passo le corna dipinte ed il collo inghirlandato. La bambina, con una mano sul petto di sua madre, è seduta rigida sul carretto traballante che percorre tutta la Madampura Road, fino all’Harishandra Ghat.
Alla sommità del ghat c’è uno spazio di cemento destinato ai roghi, con paraventi per proteggere le persone dalle folate di calore. La bambina domanda al becchino il prezzo del legno e degli aromi poi estrae dal seno il suo rotolo di rupie, assottigliato dopo il pagamento del carrettiere.
L’uomo vi punta due occhi rapaci. “Femmine!”, ripete sputando a terra un getto di paan che per poco non colpisce la bambina in pieno petto. “Femmine! Dove andremo a finire!” Afferra tutti i soldi ed indica un mucchio di legna di poco valore.
“E’ legnaccia!” s’indigna la bambina.
“Sentila, la signora! Con quei quattro soldi non pretenderai una catasta di legno di sandalo come i ricchi?!”
La bambina s’impunta. “Ti ho dato tutte le rupie che avevo; tutte quelle che mia madre aveva messo da parte per il suo funerale! Mia madre si merita il meglio, era una brahmani, lei!”
“Sì, e io sono Rama!”
Senza dargli retta, la bambina si lancia verso un mucchio di legno pregiato.
Il becchino cerca di fermarla. “Ehi! Che fai?!”
“Voglio un pezzo di sandalo da mettere in bocca a mia madre!”
La bambina sceglie con cura un piccolo pezzo di legno, scosta il sudario dal volto di Auda e forza i denti serrati dal rigor mortis. Introduce il legno nella bocca e la richiude. “Ecco, amma, così.”
Auda sembra una statua di cera. La bambina pensa che è davvero l’ultima volta che vede il volto di sua madre e qualcosa la prende allo stomaco. Le lacrime sono spille brucianti che bucano gli occhi. Si sforza per trattenerle.
Il becchino solleva la salma e scende verso il fiume, subito seguito da una mucca, pronta ad inghiottire i fiori che cadono dal corpo. Auda viene immersa nell’acqua purificatrice, unta di ghee[9] e issata sulla pira.
La bambina compie cinque giri attorno alla catasta, sparge acqua da un recipiente che poi spezza, mentre il becchino aspetta impaziente e la gente intorno guarda sconcertata. Sul cemento del ghat sono scritti i nomi di quelli che vi sono stati cremati. La bambina evita di guardarli perché sono davvero troppi.
Il becchino le porge una torcia. “Dove andremo a finire”, ripete, “dove andremo a finire se ora mandano le bambine ai funerali e le fanno girare intorno alle pire come fossero maschi. Sai almeno cosa devi fare?”
La bambina fa segno di sì.
“E credi di poterlo fare da sola?”
Ancora la bambina conferma, ma trema un po’. Fa del suo meglio per appiccare il fuoco ai quattro angoli della pira. Il legno unto prende subito fuoco, le fiamme lambiscono il sudario, poi lo avvolgono. Il corpo s’accende, crepita, s’inarca, sembra levarsi a sedere. La bambina guarda con gli occhi sbarrati. Si ritira in un angolo, come un animale impaurito, e si accovaccia sul cemento del ghat. Rimane tutto il tempo a guardare mentre sua madre arde.
Le hanno insegnato che non si deve piangere per chi muore, perché la morte fa parte della vita e chi ha vissuto senza colpa rinasce più puro. Eppure ha un groppo duro in gola, e le lacrime ora traboccano. Tira su col naso, sente sapore di sale e di moccio.
Il becchino la guarda, storcendo la bocca, scuotendo la testa, biascicando ingiurie contro chi permette alle femmine di comportarsi da maschi invece di stare in casa e pensare a sposarsi. Perciò quelle lacrime vanno ricacciate indietro proprio come farebbe un maschio. Per non piangere, la bambina si sforza di pensare a com’era sua madre quando stava bene, al suo sorriso mesto, ai suoi occhi gravi, ai suoi piedi nudi che scivolavano indifferenti sul fango della vita. Auda non vorrebbe le sue lacrime. Auda, davanti ad ogni cosa, metteva la dignità.
Però, ora, Auda è là sotto, che si accartoccia e scoppia sulla pira, in quel lezzo d’ossa bruciate e fumo, mescolato all’odore forte ed umido del fiume. E lei non la vedrà più, non le racconterà più cosa hanno detto le altre bambine alla fontana, non udrà più la sua voce roca che dice che non bisogna mai aver paura.
Ha paura, invece, e la paura è un buco nero dentro la pancia, come quando ti fa male qualcosa che hai mangiato. No, di più, molto di più.
Alcune ore dopo, armato di pinze di ferro, un inserviente raccoglie le ossa carbonizzate in un vaso di terracotta. Le fa cenno di avvicinarsi. Lei si costringe ad alzarsi, a muovere le ginocchia intorpidite dall’immobilità. Si accosta tremando alla pira fumante.
L’uomo le mostra qual è il teschio. Lei lo guarda, spaventata, affascinata, senza più un filo di saliva nella bocca. Quella cosa nera, rovente, raggrinzita, è quel che resta della bella faccia di sua madre.
“Ti muovi? Ho altri quattro funerali stamattina.”
Il punteruolo di bambù non è pesante, ma lei deve tenerlo con entrambe le mani, da quanto tremano. Stringe le nocche attorno al legno fino a sbiancarsele, fino a farsi male. Si concentra, prende la mira.
Colpisce.
E’ un colpo debole, la testa carbonizzata si sposta appena, il punteruolo scivola di lato.
La bambina ci riprova, colpisce più forte, tanto da ferirsi le mani. Questa volta la testa annerita sobbalza, ma niente di più.
“He, Ram! Vuoi ridurla in polpette?! Vuoi farci il macinato?”
La bambina inghiottisce lacrime di vergogna. “Mi dispiace”, si scusa, “io non…”
“Da’ qua!” L’uomo le strappa di mano il punteruolo. Con due colpi secchi fracassa il cranio di Auda e libera la sua anima.
Più tardi, con il vaso delle ceneri stretto al petto, la bambina scende l’ultimo scalino del ghat, per raggiungere la barca che la porterà al centro del fiume, dove potrà spargerle nell’acqua. I suoi occhi sono asciutti, adesso, e tiene alta la testa.
Stringe con forza il vaso sul cuore.

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Intervista da radioalma-bruxelles

5 Maggio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #interviste

http://radioalma.eu/brussellando/?p=1201

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Il nuovo libro di Maria Vittoria Masserotti presentato a Pisa

4 Maggio 2013 , Scritto da Redazione Con tag #maria vittoria masserotti, #redazione

Il nuovo libro di Maria Vittoria Masserotti presentato a Pisa

Questa sera, alle ore 19

Maria Vittoria Masserotti presenta il suo nuovo libro al Cinema Caffè Lanteri di Pisa

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Concorso fotografico

3 Maggio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #Impronte d'Arte, #fotografia, #redazione

Concorso fotografico

Impronte diArte e Livorno Magazine indicono

CONCORSO FOTOGRAFICO ON LINE

"RACCONTANDO LIVORNO"

LivornoMagazine.it indice in collaborazione con Impronte d'Arte il Primo Concorso Fotografico 2013 "Raccontando Livorno"

ll concorso avrà una cadenza mensile a partire dal mese di giugno 2013 ed è riservato ai lettori della rivista on line www.livornomagazine.it. Gli interessati potranno inviare le fotografie di Livorno e dintorni a redazione.LImagazine@tiscali.it.

REGOLAMENTO

Le migliori cinque fotografie verranno pubblicate ogni mese sulla home del nostro sito e vi resteranno per la durata di trenta giorni, per essere poi posizionate nell'archivio galleria fotografica della rivista, sempre visibili, sostituite dalle new-entry.

TEMI

Livorno e la livornesità dovranno essere sempre presenti nel tema indicato ogni mese.

Le fotografie non in linea con il tema saranno dichiarate fuori gara.

- Mese di maggio, pubblicazione 1 giugno: tema LA LIVORNESITA'

dovranno pervenire in redazione entro il 25 maggio 2013

- Mese di giugno, pubblicazione 1 luglio: tema IL MARE

dovranno pervenire in redazione entro il 25 giugno 2013

- Mese di luglio, pubblicazione 1 agosto: tema L' ESTATE e IL CALDO

dovranno pervenire in redazione entro il 25 luglio 2013

- Mese di agosto, pubblicazione 1 settembre: tema LIBERO

dovranno pervenire in redazione entro il 25 agosto 2013

- Mese di settembre, pubblicazione 1 ottobre: tema BIANCO E NERO

dovranno pervenire in redazione entro il 25 settembre 2013

- Mese di ottobre, pubblicazione 1 novembre: tema AUTUNNO LABRONICO

dovranno pervenire in redazione entro il 25 ottobre 2013

- Mese di novembre, pubblicazione 1 dicembre: tema LIBERO

dovranno pervenire in redazione entro il 25 novembre 2013

- Mese di dicembre, pubblicazione 7 gennaio 2014: tema LE FESTIVITA'

dovranno pervenire in redazione entro il 2 gennaio 2014

SVOLGIMENTO: Le fotografie dovranno pervenire solo a mezzo e-mail a redazione.LImagazine@tiscali.it complete di

- nome e cognome (anno di nascita)

- località di residenza

- dichiarazione di autenticità del materiale fotografico e proprietà

- autorizzazione al trattamento dei dati personali

(Per i minori di anni 18, autorizzazione dei genitori)

La partecipazione al Concorso è gratuita.

IMMAGINI: Ogni autore potrà partecipare con un massimo di 3 scatti. Le fotografie potranno essere edite o inedite in risoluzione minima 1024x768

PREMI: le migliori 5 fotografie verranno pubblicate sulla rivista on line LivornoMagazine.it e resteranno visibili nella home per giorni 30, sostituite il mese successivo con i nuovi accrediti.

GIURIA: La giuria, il cui giudizio è insindacabile, è composta da:

Patrizia Puccinelli (fotografa); Francesca Nesti (fotoamatrice), Patrizia Poli (scrittrice); Gordiano Lupi (editore); Fabio Marcaccini (grafico).

NOTIZIE SUI RISULTATI: Gli autori selezionati saranno avvisati a mezzo notifica e. mail. I risultati saranno pubblicati, appena disponibili, sul sito www.LivornoMagazine.it

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La Redazione di Livorno Magazine

Concorso fotografico
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Io ed Evelyn

2 Maggio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni, #poli patrizia, #racconto

Io ed Evelyn

Racconto di Patrizia Poli

Illustrazioni di Margareta Nemo

Non parlo mai con la gente che mi guarda così, questo pomeriggio ho attaccato discorso solo perché le cose stanno per cambiare. – Ok- ho detto - io ed Evelyn siamo siamesi, unite per il bacino. Vede? Qui - ho indicato - dove voialtri avete l’ombelico.

Ha strabuzzato gli occhi, stritolato il manico dell’ombrello, raspato con il tacco il ghiaino come un gatto che ha appena fatto la pipì nella sua cassetta. Si è seduto sulla nostra panchina per caso, non ci ha viste subito e adesso non sa più dove guardare. Prova ad andarsene ma lo agguanto per la manica dell’impermeabile. - Ehi, signore! Ieri era il nostro compleanno, quindici anni! - lo informo.

Evelyn sta dormendo sulla mia maglietta di Will Coyote. Si è addormentata appena siamo arrivate al parco. È stanca, deve essere l’emozione. Dall’incerata che ci ripara, di lei sbucano solo un po' di capelli e un orecchino con un ciondolo di corallo.

- È stata una festa proprio da sballo!- continuo solo per il gusto di vederlo arrossire - Papà mi ha detto: Rosemary, domani ti compro un motorino tutto per te, di che colore lo vuoi? Blu faccio io, compramelo blu. Evelyn l’ha chiesto rosso.

- Ah, bene, auguri.

- Perché, vede, signore, domani ci separano. Guardi, qui, dove dorme mia sorella, ci tagliano a metà. - Mi sollevo sul gomito e alzo l’incerata per fargli vedere il punto esatto. Ho imparato a muovermi senza svegliare Evelyn. Ci siamo sempre addormentate così, faccia a faccia, respirandoci in bocca. A volte lei scalcia, butta giù il lenzuolo, ci scopre. Mica lo so, io, cosa vuol dire alzarsi e andare a bere in cucina lasciando Evelyn nel letto. Se mi scappa la pipì, la trattengo, per non svegliarla. Ma da domani ruberò il gelato senza che lei faccia la spia e andrò per prima alla finestra quando passa Richie Lawrence, che ci piace a tutte e due. Guiderò anche il motorino, da sola. Sai che palle.

Evelyn si muove, soffia coi polmoni, slaccia le gambe dalle mie. Tiro su l’incerata per coprirla, visto che s’è alzato il vento e spazza le foglie. Intanto penso al bisturi che ci fruga fra le budella e decide per noi: questo è di Evelyn e questo e di Rosemary.

- Bene - ripete lui - allora, auguri.

- Mica è giusto! Sceglieranno a caso. Che ne dice lei?

È a disagio; guarda la mantella con le due teste e poi si guarda le scarpe. – No - dice - no, non credo, perché dovrebbero?

- Sì, invece.

Qualcosa di mio, penso, rimarrà laggiù, prigioniero e lontano. Sa, lui, sa, mio padre, sanno, forse, gli altri, che quando passa Richie Lawrence la pancia di Evelyn fa glu glu? Io sì. Io lo so, io lo avverto, ogni volta. O è la mia pancia? Ed è così l’amore?

Sento il mento di Evelyn inumidirmi il collo, l’odore tiepido delle sue ascelle, il solletico delle ciocche castane, identiche alle mie, scosse dal vento.

Gli mostro una foto sul giornale. - Signore, guardi! Guardi che roba!

Ci siamo noi alla nostra festa da sballo, con due cappelli da fata turchina in testa e due fette di torta rosa.

NUOVO MIRACOLO DELLA SCIENZA DA VENERDI’ DIVISE LE GEMELLE DELLA 22°

Macché miracolo, il miracolo c’è già.

Loro non lo sanno che è uno sballo per me stare così con Evelyn! Noi siamo una e tutti gli altri invece sono due, tre, quattro, mille, centomila! Divisi, soli al mondo, uno schifo. Solo l’idea mi terrorizza. Credevo che sarebbe durato per sempre, noi due attaccate così! Invece, che fregatura! Mi toccherà pure morire da sola, un giorno, ed avrò una paura cane.

Evelyn apre gli occhi e sbadiglia, io guardo l’orologio. - È tardi - dico -notte, signore! Andiamo, Evelyn.

Lui si alza. - Buonanotte.

Prende l’ombrello e fugge via, da solo.

Noi due indietreggiamo abbracciate, scorrendo su quattro zampe, verso casa, verso i nostri genitori che aspettano due figlie, non una.

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Grodiano Lupi, "Alla ricerca della Piombino perduta"

2 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #gordiano lupi

Grodiano Lupi, "Alla ricerca della Piombino perduta"

Alla ricerca della Piombino perduta

Gordiano Lupi

Edizioni Il Foglio2012

pp 190 15,00

Solo un lettore nato negli anni sessanta può accogliere questo libro di Gordiano Lupi, “Alla ricerca della Piombino perduta”, con una commozione che ti prende allo stomaco e ti annoda la gola. L’autore dedica la prima parte al ricordo, alla recherche, al ritorno sui propri passi. Siamo catapultati all’indietro, nei primi anni sessanta, in una Piombino appena uscita dalle miserie della guerra e appena sfiorata da un boom di cui gli abitanti nemmeno si accorgono. Una Piombino che sembra balzar fuori da un film di Virzì, divisa a metà fra figli di papà e figli di metalmeccanici e ferrovieri, fra gelaterie e bagni dove si va solo la domenica e piccoli bar di tutti i giorni su spiagge olezzanti di frittura stantia. L’amore per queste memorie è assoluto, viscerale, incondizionato. Lupi accetta tutto del passato, il bello e il mostruoso, il mare lucente ma anche le spiagge inquinate, le sterpaglie dei campi di calcio improvvisati, i muri fatiscenti, gli odori penetranti, l’acciaieria, oggi gigantesco relitto d’archeologia industriale, sempre incombente, sempre presente nei pensieri e nelle parole degli abitanti. “Erano tempi romantici”, ci ripete. Ed è in questo romanticismo che si stempera il neorealismo, trasformandosi da ideologia in sentimento. Tutto era bello, tutto aveva più grandezza, più spessore, più sapore, tutto è imbellito, enfatizzato dal ricordo. Persino la decadenza, il degrado, la fatiscenza erano languidi e malinconici. Prepotente, in ogni capitolo e in ogni pagina, la sensazione del fallimento della propria esistenza, l’idea che il meglio sia ormai alle spalle. I sogni non si sono realizzati, il cammino si è interrotto, le aspirazioni non si sono concretizzate.

Non poteva capire che volevo la barca di mio padre, cacciare squali nell’oceano infinito, farmi travolgere come un vecchio pescatore cubano in una battaglia senza fine sotto il sole a picco e con il corpo sporco di salmastro. Non lo poteva capire.” (pag 71)

Ciò che cercavamo in realtà c’era già, era in quelle strade, in quelle spiagge, in quei bar, in quegli anfratti spinosi dove ci si appartava con una ragazzina, in quei campi polverosi dove si tiravano calci a un pallone, in quei cinema di terza visione dove si sgranocchiavano seme e non pop corn, dove cresceva, a suon di peplum e film di Totò, l’amore per un’arte che avrebbe segnato tutta la vita. Quello che si è cercato senza trovare, l’angolo di paradiso, esisteva già e ora è perduto per sempre.

I ragazzi che escono da scuola, la terrazza sopraelevata verso le isole, un autobus in attesa, mio fratello con lo zainetto ricolmo di libri che percorre la salita verso ragioneria, e per un istante penso che il nostro angolo di paradiso era proprio questo e non lo sapevamo.” (pag 65)

Ciò che inseguivamo se n’è andato e non tornerà, abbiamo perso l’occasione di essere felici. Volti e voci – del padre, degli amici - non ci sono più, ci hanno lasciato soli, il tempo non è più “senza fine”. Con quanta insistenza si ripete che il passato non torna. Quante volte si ripercorrono le stesse immagini, gli stessi ricordi, come se ripetere accreditasse le memorie, le avvalorasse.

Adesso non importa più niente a nessuno. Un mondo scivolato via tra le feritoie della vita, come sabbia tra le dita, come tempo che non ritorna.” (pag 35)

Ogni capitolo è una cartolina illustrata dalla nostalgia, spiazzante, lacerante, dolorosa, piena di rimpianto per ciò che non è stato e non sarà mai più. Se dobbiamo abbandonarci anche noi a echi, a reminiscenze, a libere associazioni letterarie, ci viene in mente la Forte dei Marmi di Antonella Boralevi, in “Prima che il vento”, oppure, chissà perché, anche “Bonjour tristesse”, di Françoise Sagan, forse per la malinconia che permea ogni parola del libro.

La seconda parte è dedicata alla ricostruzione della vita dello scrittore Aldo Zelli, approdato a Piombino dopo un’esistenza avventurosa fra Libia e prigionia di guerra in varie parti del mondo. La casa editrice il Foglio Letterario si sta occupando di quest’autore e della ristampa di alcune sue opere d’interesse scolastico. Qui Lupi ne assume l’identità, lo fa parlare in prima persona, gli fa rievocare il passato - persino l’amicizia con Guelfo Civinini - attraverso le trame della sua narrativa fantasiosa e disimpegnata. Anche in questo caso la nostalgia è canone, norma pervasiva, irrinunciabile. Aldo celebra la propria gioventù in Libia, fra deserti, dune mosse dal vento, dromedari e camaleonti “che danzano”, con l’improvviso irrompere della realtà a spezzare il sogno dell’infanzia, a far maturare di colpo.

La vita è ingiusta. Lo comprendo per la prima volta e ho soltanto otto anni. Non ci sono regole. Non ci sono principi. Non ci sono sogni da rispettare. C’è un maledetto destino che si compie.” (pag 110)

Ed anche qui, come nella parte piombinese, chi parla s’interroga in continuazione sulla natura e il significato dell’essere scrittore, sul processo creativo, sulla fantasia, sul modo in cui nascono, prendono corpo e si sviluppano, le storie nella mente degli autori. In quel “Scrivo una storia come, da ragazzo, avrei voluto che un adulto mi narrasse” c’è tutta una poetica del fantastico, una pura capacità affabulatoria che si è persa nella narrativa odierna, soprattutto italiana. L’opera è scritta in una lingua elegante, lirica, che non si vergogna a commuovere, a inondare di emozioni, a puntare direttamente al cuore, senza indulgere in urticanti paratassi, in simbolismi inutili, in modernismi stridenti troppo spesso di maniera. Un libro per il quale la parola “bellissimo” si spoglia del logorio dell’abuso e torna a risplendere.

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L'angolo della poesia: Morgana Nardone

30 Aprile 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #L'angolo della poesia

VEGA CHIAMA ALTAIR
(I pomeriggi dopo il temporale)


Profumo di cola e limone
venti violenti, corse leggere.
Fontane secche
davanti a portoni verdi e screpolati.
Giri di sguardi e parole
avevo bisogno di noi e di parole azzurre,
di noi e di te come vorrei.
Le fughe etiliche…
Se avessi ascoltato la mia stella…
Le scale, anche se mobili, non portano al cielo.

 

In questa lirica, sottile si percepisce il contrasto tra il desiderio/bisogno di certezza, di luce a dare sollievo a un‘anima in pena. Ci vorrebbe così poco ad essere stelle luminose dello stesso firmamento affettivo, come Vega e Altair in una notte d’estate, ma invece tutto appare arido e arso. Allora il desiderio si estenua, il bisogno illanguidisce nei fumi dell’artificiale conforto. Non è la stessa cosa perché si possa toccare il cielo della felicità.

 

MAUDIT


E’ come rimorchiare quando esci in tuta.
Che occhi spersi e
grandi
era nera non aveva la falce e mi sfiorò le labbra.
Ognuno avrebbe fatto le facce di prima alla ricerca della felicità
e cantato la canzone dei puffi per rimanere lucidi e non solo…
E tu che ancora mi cerco,
te lo avevo detto che mi sarebbe bastato un sospiro,
un colpo.
Un colpo di fortuna
girando su me stessa e continuando
a cercare e non credere ,
cercare e non credere
cercare cercare cercare.
Non cercare e non voler più credere…
Non basta un bacio!
Continuare ad abbassare la testa
come un cavallo che ha imparato a contare.
Il nefasto sogno del nefasto nostro incontro
quando con le tue
riprovevoli mani riprovevoli
accarezzasti incauto i miei capelli…
Maledetta me e le scale del centro!


In questa lirica è il racconto di un sogno deluso, di attese vane a seguito di un incontro che si presagiva quello di senso, che senso non ha. Recisa la speranza condivisa nei progetti, non rimane che percorrere strade senza senso e senza sensi direzionali. L’unica possibilità di riscatto è maledire del passato quel momento cruciale.

 

NON TU, NON ORA


Vorrei tanto insegnare a mio figlio a fare l’albero di Natale.
Vorrei essere un viaggiatore distratto.
E i miei occhi hanno visto troppo .
Zampe di gallina,
petrolio.
Argani disfatti
dall’umiliante benessere…
Calpestare ginestre,
pensare a te
come ai tempi della peste
come ai tempi
tutto è tuo
tutto è fermo
e se ti sfugge
qualcuno ti dirà che hai imparato a vivere.
E poi ci vorrebbe più tempo
e poi ci vorrebbe più vita
e tu non vieni a cercarmi
e il fegato piange
e del mare non hai più paura
e ti guardi
e ti aspetti
però poi decidi
e tutto quello che ti resta
non è tutto.
Un giorno nel tramonto
ci sarai anche tu
è il tumore dei pensieri
il perché in decomposizione
la rivoltante voglia di chiusura
e la tua bicicletta rossa!
Hai sbagliato a guardare il cielo quel giorno…

Ancora il bisogno lacerante di normalità, di appagante normalità in un contesto esistenziale caratterizzato da troppe ansie, contraddizioni, fughe in avanti e chiusure tremende. Eppure si avverte il piacere della semplicità di vita, della bellezza sentita fisicamente nel contatto naturalistico (Calpestare ginestre) e un desiderio spasmodico di vita (E poi ci vorrebbe più tempo
e poi ci vorrebbe più vita). Ma qualcosa o qualcuno ancora una volta non consente questa possibilità.
Nella chiusa ancora la contraddizione tra “voglia di chiusura” e il rosso della bicicletta, simbolo do passione, di vita!

In tutte le poesie si evidenzia uno stile personalissimo, a tratti ermetico, che si dipana in discorsi a volte apparentemente diretti e altre volte in improvvise involuzioni che rimandano allusivamente a metafore da interpretare.

Adriana Pedicini

 

Rosaria Morgana Nardone dice: 

 

Sono nata a Benevento il 15 giugno 1985. Ho frequentato il Liceo classico e attualmente (spero ancora per poco) studio Lettere all'Università di Salerno. Ho vissuto sette anni a Perugia dove, oltre a studiare ogni tanto, ho avuto delle esperienze nel campo del volontariato (quello vero e indipendente), ho conosciuto tanta gente dalla quale ho appreso molto,sono scesa in strada, ho vissuto con loro e ho ascoltato le loro storie e le ho fatte mie. Questa esperienza è stata una delle mie fonti di ispirazione. Quando ho deciso di tornare per motivi economici dai miei genitori ho scoperto di essere incinta. Da questo momento ho cominciato a sentirmi sempre più vicina alla mia infanzia a riscoprirla, il pensiero su come avrei cresciuto mio figlio mi ha riportata alla mente ricordi bellissimi... Di vita facile, semplice, di un mondo incantato che ancora adesso mi aiuta a sopravvivere. Così devo anche ai miei genitori, a mio figlio, alla mia famiglia, migliaia di colpi di penna. Il mio piccolo paese però (che adoro anche perché credo che la sensibilità e la ricerca delle piccole cose nasce maggiormente a chi è cresciuto in un posto come questo, nel borgo lento, nella natura, nell'alzare spesso gli occhi al cielo, nell'osservare le formiche) è cominciato a starmi stretto, così ho deciso di trasferirmi a Tunisi per un anno e poi a Parigi per nove mesi. Adoro viaggiare e ogni viaggio mi riempie di qualcosa. Se avessi potuto scegliere il Paese dove vivere avrei scelto la Grecia... Ogni anno da quando sono nata sento il bisogno di passare almeno una settimana lì...Tutte queste esperienze, la mia vita, le mie emozioni, le sensazioni che provo in modo spontaneo, dirompente, non posso fare a meno di non scriverle...  Da quando ho imparato a scrivere lo faccio... Sono le mie foto, il mio resoconto, i miei diari. 

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"Bianca come la Neve" recensione di Paolo Mantioni

29 Aprile 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

"Bianca come la Neve" recensione di Paolo Mantioni

Io sono sempre molto attento ai dati formali, al modo in cui il testo si costituisce e allo stile in cui è reso, perciò prendo le mosse da quella che mi è sembrata una novità di rilievo di “Bianca come la Neve” rispetto ai due romanzi precedenti. Nel racconto la voce narrante protagonista della vicenda ha una preminenza assoluta rispetto agli altri personaggi, che, però, hanno anche loro diritto ad esprimersi in prima persona, per altro introdotti da una formula - “parla Radu” “parla padre Bernardu”, ecc. - che fa pensare a un che di solenne, analogo alle inserzioni del coro nelle tragedie greche. È come se al centro della narrazione ci fosse la voce narrante della protagonista e intorno, a raggiera, quella dei personaggi secondari, come a costituire un “centro” o un dentro” rispetto a un “fuori”. Il procedimento mi pare molto originale (uno dei rimproveri che facevo all’autrice era proprio la mancanza di originalità, ma tra la tecnica narrativa de “Il Respiro del Fiume” e quella de “Il Volo del Serpedrago” c’è stata una evoluzione e una personalizzazione che smentiscono le sue stesse parole, “voglio essere una semplice narratrice” - per altro non si è mai “una semplice narratrice”). Un procedimento già abbozzato con il diario di Orfeo in “Signora dei Filtri” e in parte ripreso anche nell’ultimo racconto e che risponde a una tematica molto presente nella scrittura della Poli e di rilievo personale ma anche, diciamo così, filosofico-religioso. C’è, nella sua scrittura, una forte, addirittura violenta, dialettica tra “dentro” e “fuori”, tra le pulsioni profonde, represse o scatenate e il giudizio esterno, le conseguenze della repressione o dello scatenamento. Per questo discorso, aggiungo un altro dato formale di rilievo e che riguarda in particolare “Bianca come la Neve”: il testo è puntellato da “prolessi”, ovvero più volte si fa riferimento alla soluzione dell’intrigo, a quando la situazione della protagonista e degli altri personaggi non sarà più la stessa, alla fine della storia, insomma. Ecco, anche questo dato più essere interpretato in quell’ottica: il bisogno di guardarsi da “fuori”, dal “dopo”, dall’”esterno” (e la presenza come personaggio dello Specchio non è da sottovalutare). Cos’è il “fuori”, il “dopo”, l’”esterno” se non un bisogno di trascendenza, di pacificazione in un altrove? Cos’è la scrittura rispetto all’esperienza esistenziale? L’avevo già notato e scritto per “Signora dei Filtri”: l’apparente medietà dello stile talvolta si lacera, mostra fenditure, lacerazioni, come se la coperta della scrittura si rilevasse a volte insufficiente a coprire tutto l’oscuro, il represso, l’inconsapevole che è stato violentemente lasciato ai margini o nascosto. Negli ultimi racconti quel represso è lasciato trapelare più liberamente generando quella dialettica forte di cui dicevo prima (e devo aggiungere che questa mi sembra la strada letteraria, se non personale, sulla quale si potrebbe insistere con profitto).

- La narrativa della Poli ha alcune caratteristiche che, pur nelle diverse combinazioni o realizzazioni, tornano costantemente. La sottrazione al “qui e adesso”, ad esempio. Lo spostamento può essere solo spaziale (“Il Respiro del Fiume”) o spazio-temporale, si guarda e si racconta dell’altrove dall’altrove della scrittura, della narrazione. Ma mentre nel primo romanzo tra i due altrove, la vicenda narrata e la scrittura, vi era un rapporto pacificato, scarsamente conflittuale, l’evoluzione dei racconti successivi mostra sempre più chiaramente il conflitto, che diventa anche investimento personale, partecipazione emotiva alla vicenda. E questo investimento personale, questa specie di lotta tra la “semplice narratrice” e i contenuti psichici, che la scrittura lascia emergere, favoriscono quell’immedesimazione, quel rapporto empatico tra personaggi e lettore che può essere trasmesso solo se, a sua volta, la scrittrice si è trovata a viverli e a volerli esprimere. Quella della Poli è una narrazione di passioni forti, di molte morti e di molte nascite, di pulsioni irresistibili che travolgono e sconvolgono, una narrazione che chiama a testimoni gli elementi primordiali - l’acqua, il sole, l’aria, la terra - è, ripeto, una narrazione violentemente dialettica che vorrebbe trovare pace in un Dio “forte e buono” , un Dio giusto, pietoso e, soprattutto, accogliente; appunto un Dio, non un uomo (o una donna). La scrittura mostra un anelito alla religiosità, alla trascendenza, è una scrittura a-storica (con quanto di buono e di meno buono, questo comporta).

- “Mi levai di scatto (…) io ho già avuto la mia parte” (pag. 14). Rileggiamo questo breve brano: da un lato l’immoralità della vampirizzazione del padre santo evitata solo per l’intervento provvidenziale di Nero, dall’altro la moralità del cibo offerto ai poveri; ma, mentre l’atto immorale s’avvale di un lessico che si direbbe d’amore - “annusai” ,”sangue tiepido”, “dolcemente”, - quello morale, tutt’al contrario, è all’insegna dello sprezzo, della rinuncia forzata - “scaraventai”, “io ho già avuto la mia parte”. Le parole, la tessitura lessicale entrano in conflitto con l’atto.

- Un’altra caratteristica costante è la compresenza di sublime (sì, Patrizia Poli è una delle poche scrittrici a non fuggire dal sublime) e disgustoso (qui invece è in buona compagnia). Il sublime nasce dall’immersione senza remore nel sentimento panico della natura (già il prologo e l’epilogo di “Signora dei Filtri” ne avevano dato prova - ancora: quel prologo e quell’epilogo non sono anche l’altrove pacificato “fuori” dalla narrazione?) dal saper rappresentare quella sensibilità creaturale, innocente e primigenia, che accomuna tutto il creato, organico e inorganico. Il disgustoso è invece rappresentato dal movimento, dal continuo rinnovarsi dell’universo. A questo riguardo mi è rimasta molto impressa una scena de “Il Respiro del Fiume”: a Padre Franz, turbato dalla scoperta del sentimento per Urmilla, cadono di mano i flaconi delle pillole, subito “anneriti dalle formiche”.

- Un’idea molto caratteristica degli ultimi due racconti è che, attraverso un contatto materiale - bere il sangue della vittima o quando il Serpedrago morente “sposta una zampa e gliela pone in grembo” - si instaura una comunicazione immateriale, che trasmette, senza opacità alcuna, i pensieri e il passato. Idea che per altro mi ha ricordato il film di Spielberg Intelligenza artificiale dove i computer, ormai unici abitanti della terra, leggono il passato dei loro simili con il semplice gesto di toccarli. Da un lato io do in generale poca importanza ai topoi narrativi, nel senso che la ripresa di motivi narrativi già sviluppati da altri autori non è di per sé un difetto, perché ciò che conta di più è l’utilizzo del topos, la sua rifunzionalizzazione più o meno coerente con la propria opera; dall’altro io credo che i geni, quelli capaci di inventare dal nulla, siano talmente pochi che nessuno possa aspirare all’assoluta originalità.

- Le pagine finali di Bianca come la neve mostrano un’inedita tensione espressiva rispetto alle opere precedenti, hanno un afflato lirico notevole, però, se fossi un editor, probabilmente consiglierei un’attenuata presenza del soggetto, ad esempio l’uso del “noi” o addirittura dell’impersonale “si” per qualcuna delle frasi.

- In tutt’e quattro le narrazioni si segue l’evolversi di un personaggio femminile dall’infanzia alla maturazione fisica, sessuale e psicologica. E in tutt’e quattro una delle scene più forti e decisive è la perdita della verginità. Si tratta di un momento della vita delle protagoniste in cui le pulsioni interne trovano nel corpo maturo un alleato per abbattere i divieti fisici e morali che ostacolano il libero soddisfacimento del desiderio. Ognuna deve superare un impedimento che, prima e durante l’atto, assume l’aspetto di un freno che non fa che aumentare l’intensità e la ineluttabilità del desiderio e che fa dell’atto anche la rappresentazione di una lotta (qui sarebbe da ricordare il modello freudiano dell’atto sessuale che il “bambino che guarda” interpreta come lotta, ma io sono poco convinto delle modellizzazioni freudiane), poi lo stesso impedimento, ormai dissolto, ritorna sotto forma di conseguenze drammatiche, tragiche o addirittura catastrofiche causate dall’atto stesso. L’aver travolto il divieto morale della separazione religiosa (Urmilla) o dell’amor di patria (Medea) o, quello più sacro e inviolabile, dell’incesto (Bianca) è una liberazione per la quale si pagano tributi personali e collettivi terribili, ma l’atto e le sue conseguenze sono in un certo qual modo inevitabili, fatali. Una situazione più sfumata e anche più coinvolgente è invece quella di Ahnu: lei non sa di poter essere colpevole, l’uomo cui si abbandona non ha un volto, una precisa identità e l’unica sua debolezza è quella d’aver ceduto alla vista e all’immaginazione di “un trono d’oro”, eppure proprio l’innocente Ahnu, cedendo, scatena conseguenze catastrofiche su tutta la comunità, che, però, sono al contempo, anche l’origine del riscatto collettivo, della solidarietà, della vittoria del Bene sul Male, dell’acqua sul fuoco. Il divieto morale è un tappo alle pulsioni interne, un tappo che è necessario, nonché inevitabile e fatale, far saltare per acquisire consapevolezza e conoscenza di sé. Si tratta di attraversare il dolore per ritrovarsi dall’altra parte della storia, nell’altrove di un Dio che accoglie senza imporre divieti morali in conflitto con le naturali e creaturali pulsioni interne.

- “Una semplice narratrice”? La descrizione della battaglia finale ne “Il Volo del Serpedrago” infiamma i nessi logico-cronologici della narrazione, fa dello sguardo, del vedere il centro della rappresentazione: “Ahnu vede la picca vibrare (…) spalancate”. In quelle pagine, a partire dalla vittoria del Dio del deserto, la “semplice narratrice” è travolta dal ritmo forsennato, dal caos reale e simbolico nel quale è immersa, perde lo sguardo limpido e ordinato, si abbandona al turbine degli elementi offrendo al lettore una visione degli eventi più immediata, più coinvolgente, più personale e condivisibile.

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MADRE di Adriana Pedicini

28 Aprile 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

Adriana Pedicini

Madre

Il momento tanto terribile del distacco non fu vissuto con vera partecipazione. Sembra assurdo ma è così.

Un rifiuto della morte come morbo pestilenziale, una specie di miasma che voleva per forza asfissiarmi e il timore di una visione macabra e ripugnante cozzavano contro il disperato bisogno di sentirla ancora viva.

Una madre non può essere per il figlio un essere contaminato contaminante, uno spettro, e suscitare immagini spettrali.

Pur nella rozzezza delle forme, negli ironici scherzi che la natura opera nei corpi umani, una madre, per il figlio, è sempre un angelo. L’importante è averla, una madre.

La morte quindi è sua nemica. E la morte mi tenne lontana dalla stanza in cui giaceva ormai la sua salma, composta dalla pietà dei parenti e circondata da candelabri lunghi e snelli da una parte, dall’altra da fasci di fiori anch’essi agonizzanti nell’aria afosa e buia dell’ambiente, appena appena rischiarato da un filo di luce che riusciva a penetrare attraverso lo spiraglio delle imposte socchiuse.

Fin dalle prime ore del pomeriggio in cui cessò di vivere e per l’intera notte seguente mi tenni lontana da quella stanza.

Ugualmente con uno strattone mi liberai dall’abbraccio affettuoso dei parenti, sigillando nel mio silenzio tutto il doloroso stupore di quell’evento.

Poi d’improvviso il culmine drammatico di quel distacco.

Non avrei rivisto più mia madre per anni interi, per un numero infinito di anni, per l’eternità! Eternità! Parola che annullava la speranza, eliminava ogni possibilità: non sarebbero bastati gli sforzi di una vita intera a ricongiungermi a lei.

Eternità come infinità, come nullità!

Sperare d’incontrarmi con lei voleva dire scoprire e possedere la vastità dello Spazio, varcare e comprendere le barriere del Tempo, penetrare nel mistero della Vita-Morte e sovvertirne i principi.

E il cuore vacillava sotto il peso del senso di impotenza che mi possedeva, la mente si disperava.

Corsi allora a racimolare brevi attimi di convivenza, a sottrarre al tempo un ultimo tacito colloquio, a stabilire un estremo patto di amore eterno.

E la ri-vidi, la ri-conobbi, la ri-scoprii bella, sorridente, serena, come non mi sarei mai aspettata si potesse essere nella immobilità della morte.

Gli ultimi giorni di sofferenza le avevano scalfito le gote, le labbra si erano contorte come in un piccolo cerchio che a mala pena lasciava passare un piccolo soffio vitale. Gli occhi soltanto parlavano, tumidi di lacrime, mentre lentamente si volgevano ora qua ora là verso l’uno o l’altro dei figli.

Non avendo capito l’estremità dell’ora, sedevo su di uno sgabello, accanto a lei, mano nella mano, illudendomi di rinvigorire col mio calore quel tepore freddo che mi sembrava di cogliere al contatto.

Ad un tratto avvertii una specie di scarica elettrica, un ritmo di leggere vibrazioni che dalla sua mano passavano alla mia. Ne rimasi turbata e ricacciai indietro il timore che si trattasse per lei del passaggio fatale, per me dell’estremo messaggio.

Ora invece, di nuovo seduta accanto a lei, di nuovo mano nella mano, la contemplavo, con la punta delle dita le carezzavo la fronte, la baciavo, appena sfiorandole le gote ora di nuovo distese.

Cercavo di assorbire nella mente e nell’anima quanto più possibile della sua immagine, quasi che io stessa potessi farmi custodia di una sua forma incorporea. Perché fosse, però, più corrispondente al vero, il giorno dopo tracciai sul mio diario segreto, di lei, il volto dell’ultimo istante, il sorriso disteso con cui aveva salutato la vita.

Scorrendo inesorabilmente il tempo cercava di cancellare quell’immagine dalla mia mente; questa reagiva ripercorrendo, quasi fisicamente, i sentieri della nostra vita in comune cercando di fissare un’espressione, uno sguardo, una parola.

Tutto dunque si risolveva in una lotta impari tra l’inevitabile fluire dei giorni e la memoria che tentava di rendere quanto più vigorose e nette le immagini.

Ne derivava un dolore quasi fisico, ricorrente, soffocante; di notte mi sorprendevo a piangere dormendo e il risveglio mi sgomentava per la certezza che un destino crudele aveva cancellato in un attimo un mondo di affetti, un’esistenza tenera di cui avevo tanto bisogno ancora, e per la quale dovevo rappresentare certamente ancora uno degli scopi della vita.

Il ricordo non era accompagnato dal sapore dolce della nostalgia, dalla pacata amarezza del rimpianto. Era trafitto dalle spine di un dolore grondante ancora lacrime tristi.

Ma un filo di luce doveva alla fine rischiarare le tenebre dell’animo prostrato.

I miei bambini mi chiesero un giorno perché mai i miei occhi mi si riempissero di lacrime ogni qualvolta guardavo l’immagine di lei sul comodino.

Cominciai, allora, a parlare loro in modo tenero e affettuoso di quella cara figura che essi non avevano conosciuto, ma di cui pur avvertivano la presenza nel mondo affettivo che li circondava.

Eliminai però, per non angosciarli, dalle parole ogni velo di tristezza, ogni rimpianto struggente, ogni senso di vuoto sgomento.

Mi accorsi, allora, che come acqua sorgiva zampilla con vigore dalla roccia, così il ricordo, trasparente e concreto a un tempo, limpidamente fluiva dalla mia mente e dolcemente si concretizzava nelle parole. Mai mi ero accorta della straordinaria possibilità che avevo di renderla viva. Avevo riscoperto a livello di pensiero la sua nuova identità e la possibilità per lei di sopravvivere, per me di crederla viva. Ricreata da questa convinzione, la realtà riemergeva, seppure in altra dimensione.

Non più ricercai assurde immagini di un volto che ormai aveva i suoi lineamenti stemperati nell’infinità dello spirito, non rimpiansi più il tepore di un corpo che aveva acquisito le proporzioni infinite dell’anima.

Per quella sconvolgente e drammatica, misteriosa e divina equazione Vita-Morte e Morte-Vita, riscoprii Lei-Madre in me madre, parti infinitesimali di un disegno, che seppure ci aveva viste protagoniste di un particolare momento drammatico, aveva però un respiro e un significato universale.

Mi piacque tuttavia ancora una volta immaginarla col volto di sempre mentre, in fondo al viale luminoso dell’Eternità, mi ammoniva che continuassi anche per lei a vivere, tra pianti e sorrisi, l’antico ruolo di Madre.

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Sensualità

27 Aprile 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Fabio Marcaccini

Fotografia Fabio Marcaccini

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