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L'angolo della poesia: Antonietta Viscusi

14 Maggio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #L'angolo della poesia

IL PASSO

E' che è sempre più senza tempo la percezione che ho di te.

Non te lo saprei spiegare.

Non te lo potrei dire.

Non te lo lascerei domandare.

Perchè passa.............

E all'odore di ciò che era,

ciò che sono non si abitua, non si capacita.

Come cammini ora?

A volte me lo domando.

Ho chiaro ancora il rumore del passo,

ma non il suo tempo, non il suo ritmo.

Perciò ti perdo.

E ti ritrovo indietro,

o ancora avanti,

ma senza sosta, così che il fiato si spezza,

ed io devo fermarmi, per forza, a riposare.

Io, tu, questo angolo di mondo.........

e ciò che di diverso riusciamo a vedere.

(Antonietta Viscusi)

Solitamente sono i sogni a diventare realtà, o almeno questo è l’augurio, talvolta invece accade il contrario: la realtà si trasforma e subisce una palingenesi accogliendo le sfumature incerte del sogno, i colori di certe albe che diventano d’improvviso plumbee. Si cerca, si tenta di ritrovare qualcosa di antico, ma non rimane che il senso impalpabile, il ricordo vivo eppure sfumato, come un antico sapore proustiano che all’improvviso ritorna alla mente e se ne gusta in bocca l’aroma, ma vanamente, perché quel che non è più non è concretezza. (Adriana Pedicini)

COME ELLA

Come ella io,

come lui tu,

nulla più.

Frescura tu,

fosti,

fuoco io.

Rimbomba di lontano

quell’assenza che non so meditare.

Fracassa le ossa,

quella distanza che non ho più mezzi per colmare.

Vorrei aquiloni,

vorrei rossi fuoco di tramonti,

vorrei rugiada al posto delle lacrime.

Ma tutto in solitudine.

Perché qualunque cosa di questo che ti ho raccontato,

non si deve e non si deve spiegare.

Vietato è ricolmare l’anima mia.

Adesso, solo, è consentito

Il delirio dell’incompiuto..

(Antonietta Viscusi)

Ancora una volta il franare delle illusioni, lo spegnersi dei sogni e la presa di coscienza della livida realtà. Eppure è possibile vagheggiare bellezza e sentimenti positivi, ma forse per una estrema difesa, porse come riparo da nuove delusioni, forse perché l’animo ferito ha diritto al grido esacerbato come fiera colpita al fianco, tutto avvenga in solitudine. Nessuno, neppure lui, deve poter affondare la mano nella ferita. (Adriana Pedicini)

MARE IMMOTO

E' come mare immoto
la nostalgia che ho di te,
rigorosa, tenace, ferma.
E' come ombra che si allunga
sul dispiegarsi dei giorni miei.
Dicono,
che è male questo immoto permanere di te.
Ma io resisto,
resisto e coltivo la tua assenza.
Nulla mi insegna di più.
Nel silenzio finalmente comprendo.
Nel non detto finalmente mi riposo.
Non tornare ti prego.
Non pensare mai di potermi reincontrare.
O questo incanto finirebbe.
Ho bisogno della tua assenza
come non ho mai avuto bisogno di te.

(Antonietta Viscusi)

Il dolore e la sofferenza conseguenti a una delusione sono aspri da sopportare. L’anima stilla sangue: solo nel silenzio totale può accadere che tutto si trasformi e si idealizzi, anche la sofferenza. Un muto parlare, dove il colloquio e più che altro con se stessi, piuttosto che con l’interlocutore assente, di cui, forse volutamente, si trattengono nell’anima i segni positivi. Allora perfino l’assenza diventa una compagnia nostalgica più complice di una presenza che dia solo turbamento. (Adriana Pedicini)

COME QUANDO MI EMOZIONO

E' come quando mi emoziono,

che l'anima, soltanto l'anima riluce.

E tremo,

di dilatata ebbrezza,

di smodata voracità.

E' come quando mi emoziono,

che gli occhi, soltanto gli occhi parlano.

E mordo,

di labbra che schiudono,

di mani che serrano.

E' come quando mi emoziono,

che la pelle, e non soltanto la pelle,

racconta di me!

(Antonietta Viscusi)

Inno del cuore, alla vita che dispiega in emozione, attraverso le emozioni, che , non più trattenute, volano libere a raccontare l’animo, la passione, la gioia e il tormento di un cuore. (Adriana Pedicini)

BRUMA

Come fai a dimenticarti di me,

come fai a non arrossire più al solo pensiero delle mani mie,

e della bocca mia, e della lingua mia.

Come fai a non respirare ovunque, amore mio,

quell'odore di bruma che da sola sprigiono

quando penso a te.

Come osi liberarti dell'abbraccio mio,

dello sguardo incantato degli occhi miei,

che bruciano, che infiammano, che su di te rivendicano diritto arcano d'anima e sangue.

Come fai, or ora, dopo avermi posseduta,

a pensare di voler andare, di voler respirare senza di me.

Nulla più ti è concesso, lo sai bene, amor mio.

Quando carne si fonde a carne, quando odore riconosce odore,

quando sguardo ritrova sguardo,

quando senso e seme e bruma un tutt'uno sono,

nulla più ci è concesso : nè paura nè dolore.

Incantati solo possiamo stare in questo idillio.

(Antonietta Viscusi)

Tutto può l’amore: anche fermare il mondo, anche sopravvivere al disfacimento, anche rendere eterno un attimo. Tremenda illusione? Eppure è un’illusione che basta a se stessa, in quell’unicum che allontana gli orizzonti e fonde in un’alchimia irrepetibile due esseri viventi fino a farne un corpo solo e un’anima sola. Di più non è dato avere, anzi non sarebbe dato, perché l’idillio è destinato talvolta a infrangersi: Ancora una volta la realtà che diventa sogno, sogno che rischia di infrangersi sotto il peso delle domande che con ritmo incalzante scivolano tra i versi di questa delicata eppure sofferta poesia che nell’ultimo verso ripone la sola possibilità di vivere l’amore: “Incantati solo possiamo stare in questo idillio” (Adriana Pedicini)

SILENTE

E’ come acqua che scorre,

questa tristezza di te!

E’ lenta nel cuore,

silente come notte d’inverno,

amata al pari tuo.

Se solo essa mi resta,

voglio che mi stia daccanto,

ombra cara dei sogni miei e tuoi.

(Antonietta Viscusi)

Dolore e nostalgia, nostalgia della persona amata, ritorno alla sua immagine, e rievocazione nell’assenza con toni pacati, amorevoli, ombra di un sogno!

(Adriana Pedicini)

NOTIZIE BIOGRAFICHE di Antonietta Viscusi

NATA A TORRECUSO(BN) IL 26 APRILE 1968

RESIDENTE A FRASSO TELESINO (BN)

STUDI LICEALI CLASSICI

LAUREA IN ECONOMIA DEI TRASPORTI CON MASTER IN “CONTROLLO DI GESTIONE”

ABILITATA ALLA PROFESSIONE DI DOTTORE COMMERCIALISTA

CONSULENTE IN “CONTROLLO DI GESTIONE E FINANZA AGEVOLATA” CON STUDIO A NAPOLI E COPROPRIETARIA DI UNA PICCOLA SOCIETA’ DI STAMPAGGIO TERMOPLASTICO IN BASILICATA

NONOSTANTE GLI STUDI UNIVERSITARI E LA PROFESSIONE VADANO IN TUTT’ALTRA DIREZIONE CONTINUO AD ADORARE I CLASSICI LATINI E GRECI, LA LETTERATURA, LA POESIA, L’ARTE.

PER DILETTO TRADUCO ANCORA DAL LATINO E DAL GRECO.

ALTRE PASSIONI IL CINEMA, VIAGGIARE, L’ENIGMISTICA, I CANI E IN MODO PARTICOLARE IL MIO CHE ADORO E CHE SI CHIAMA LEDA.

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Incontro con il prof Felice Casucci

13 Maggio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #interviste

incontro col prof. Felice Casucci dell'Università del Sannio, 10 aprile 2013

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Stimoli

12 Maggio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni

Stimoli

Stimoli

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Ida Verrei: Un principe tra i rifiuti

11 Maggio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto

Ida Verrei: Un principe tra i rifiuti

È altero, superbo, elegante. Evoca grandi distese marine; onde increspate punteggiate di un bianco  indolente, adagiato, cullato; cieli limpidi solcati da ali spiegate come vele; lidi immacolati della Costa Azzurra o imponenti scogli della Riviera Ligure; bianche scie di pescherecci o di aliscafi per isole-sirene.

 

 È libertà, sogno, leggerezza.

 

Richiama il verso del poeta:

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
… (V.C.)

 

E ora è qui, quasi un miraggio, una strana creatura nella luce accecante di un pomeriggio d’inizio estate.

La bianca livrea sfuma nel grigio, e poi nel nero della coda; le zampe sottili di un giallo intenso, come il lungo becco che termina con un piccolo triangolo rosso. È immobile, fermo sul bordo del contenitore per rifiuti posto al lato della piazza.

C’è silenzio tutto intorno; le panchine sotto le acacie, occupate da qualche anziano che sonnecchia; i tavolini del bar, semivuoti. La saracinesca del Supermercato è abbassata.

Un breve strido, tre o quattro colombi si staccano dai rami, sbattono le ali, atterrano ai piedi del bidone, si fermano col capino alzato. Lui si volta lento, abbassa la testa, guarda dentro la pattumiera, vi immerge il lungo becco.

Oddio… ora insozzerà la sua bianca livrea… no… rialza il capo: nel becco un pezzo di pane; guarda giù, lo lascia cadere sui basoli sporchi. Poi ne raccoglie un altro, e un altro ancora; i suoi movimenti diventano convulsi. I piccioni si avventano famelici sui resti, piluccano in fretta. Per terra, accanto al bidone, c’è di tutto: pezzi di pane, di frutta, pasta e chissà che altro.

Lui ora è di nuovo immobile, guarda giù. Un altro strido, e dai tetti, dagli alberi, arrivano altri colombi. Dieci, venti, trenta. Non riesco a contarli,  una marea scura in movimento.

Lui apre le ali e spicca un breve volo. Si poggia su un cartellone pubblicitario, al lato opposto della piazza. Guarda verso la macchia grigia che ondeggia.

Poi, con grazia, lieve, si libra verso l’alto, le ali spiegate, tutt’uno col corpo agile e sottile. Va, si perde tra il biancore e l’azzurro, verso il mare.

 


 

 

 

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La cultura dell’educazione in una società complessa di B.O.Severini presentato da Adriana Pedicini

10 Maggio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #educazione, #biagio osvaldo severini

La cultura dell’educazione in una società complessa
JEROME BRUNER

Epoca rivoluzionaria. Disagio degli attori educativi. Antinomie e complessità. Cultura rivoluzionaria. Dialogo e istruzione estensibili a tutti. Metodologia della ricerca e mente proattiva. I giovani e i problemi cruciali. Identità narrativa e alterità. Mente interpretativa. Comunicazione ed educazione. Colpa degli insegnanti e degli intellettuali la rovina della scuola e della cultura?

Ci troviamo a vivere un momento di radicale trasformazione delle istituzioni educative che sono o preposte esplicitamente ai processi formativi, o ne sono implicate indirettamente.

Società, famiglia, scuola, gruppo dei pari e mass media sono attraversate da cambiamenti veloci e diversi che le trasformano e le fanno cadere , a volte, in conflitto di competenze e di interessi.

Un’attenzione peculiare viene rivolto alla scuola e all'educazione, ma non si mancherà di accennare ad altre aree tematiche rilevanti nel campo della sociologia dell'educazione.

La scelta cade sulla scuola, perché in essa confluiscono e interagiscono, formalmente o informalmente, le diverse componenti della vita comunitaria.

E anche perché, come sottolinea Vincenzo Cesareo ( "Elementi di sociologia dell'educazione", Carocci editore, Roma, 2004), il sistema formativo è sempre e comunque radicato in una realtà sociale definita, per cui, se quest'ultima è coinvolta in processi di modificazione profonda, è impossibile che esso vi rimanga estraneo a lungo, nonostante eventuali resistenze.

Il disorientamento delle istituzioni educative genera un clima di crisi e di sfiducia, in cui si trovano a disagio sia i genitori, sia gli educatori in genere, sia gli alunni di ogni ordine e grado.

Per cercare di dare un contributo al chiarimento della questione, si può partire dalle riflessioni dello studioso nordamericano Jerome Bruner, esposte nell'interessante lavoro "La cultura dell'educazione".

A questo fine rivolgo al professore - in una intervista immaginaria - alcune domande su specifiche problematiche educative e non solo.

Egregio professore, mi permetta di ricordare che Hegel amava sostenere che, quando bisogna iniziare un discorso, è importante cominciare dal “cominciamento”. Perciò, soffermerò la sua attenzione su una questione preliminare di carattere, diciamo così, terminologico.

Il processo formativo deve essere inteso etimologicamente come attività di “educare”, ossia guidare, o come “educere”, ossia “tirar fuori”?

Il modello da tenere presente deve essere quello di Pitagora, che pretendeva dai suoi allievi l’obbedienza assoluta, secondo il principio dell’ “Ipse dixit”; o viceversa quello di Socrate, secondo il metodo della “maieutica”, dell’aiutare l’allievo a “partorire” la verità, ad arrivare alla conoscenza, impegnando le proprie forze?

Da questa prima problematica scaturiscono, di conseguenza, altri interrogativi.

Nel processo educativo deve, dunque, assumere importanza: il magistrocentrismo (il maestro è il centro), o il puerocentrismo ( il bambino è il centro); l’insegnamento ( “in-signare”, per cui il docente porta dentro la mente del bambino i segni della conoscenza), o l’apprendimento ( “ad-prehendo”, per cui l’allievo con la sua mente si muove per afferrare gli elementi della conoscenza); l’eteroeducazione (per cui si riceve la conoscenza dall’esterno), o l’autoeducazione, per cui ci si educa da soli); la socializzazione ( per cui è l’adulto che sottopone il bambino al processo di acquisizione di comportamenti sociali), o lo sviluppo sociale ( per cui il bambino possiede in sé le spinte a vivere con gli altri)?

Porre l’accento sull’insegnante o sull’alunno comporta una serie di cambiamenti di prospettiva nel processo educativo, negli obiettivi educativi, nell’orientamento scolastico.

Ma comporta anche una visione diversa della concezione della società: la centralità spetta allo Stato o al cittadino, all’autorità o alla libertà, al dogmatismo o al problematicismo?

In sintesi: credere, obbedire e combattere per uno Stato etico assolutistico? O criticare, decidere, dialogare in uno Stato di diritto democratico?

Non sono problemi di poco conto, com’è facile capire.

Certo. Per trovare una soluzione, dobbiamo riflettere sul fatto che in epoche rivoluzionarie la società è sempre dominata dalle contraddizioni. E la nostra è un’epoca rivoluzionaria. Perciò, essa è dominata dalle contraddizioni, dalle antinomie…

…Scusi, nella mia mente subito affiorano i ricordi legati alle famose antinomie della ragione di cui parla Kant, nelle quali l’antitesi sostiene il contrario della tesi; come esempio,cito l’antinomia del mondo: il mondo ha un’origine nel tempo ed è limitato nello spazio (tesi); il mondo non ha origine nel tempo, né nello spazio (antitesi). Secondo la logica formale le antinomie sono un paradosso, perché due proposizioni riferite allo stesso oggetto nello stesso momento non possono essere vere entrambe: il principio del terzo escluso non lo ammette: A o è B o è non-B ( “tertium non datur”).

Anche l’educazione è travagliata dalle contraddizioni.

Infatti, lei elenca tre antinomie del campo pedagogico. Con il suo permesso, le sintetizzo.

La prima riguarda l’individuo e la società. Tesi: l’educazione deve mirare a realizzare le potenzialità dell’individuo; antitesi: l’educazione deve mirare a riprodurre, consevare la cultura della società attuale.

La seconda si riferisce allo sviluppo intrapsichico o allo sviluppo interpersonale. Tesi: l’apprendimento è intrapsichico, allora è centrale l’alunno con le sue doti naturali e bisogna coltivare la mente dei migliori; antitesi: lo sviluppo mentale è interpersonale, allora è importante che l’insegnante fornisca a tutti gli alunni gli attrezzi simbolici con cui sviluppare le doti naturali.

La terza è relativa alla conoscenza locale o alla storia universale. Tesi: la conoscenza locale è valida di per sé e non ha bisogno di una teoria universale per essere convalidata (questa tesi appare nei movimenti estremistici localistici); antitesi: esiste una storia universale che si manifesta nei fatti locali in tempi, luoghi e circostanze precise e ci sono personaggi che si autoproclamano portatori di valori universali.

Come si risolvono queste antinomie?

La soluzione delle antinomie non può essere trovata nel campo della logica formale, ma solo in quello della pragmatica.

Voglio dire che nel campo dell'educazione, per valutare quello che vogliamo insegnare o vogliamo far apprendere, e per sapere in che direzione ci vogliamo muovere, dobbiamo tenere in debito conto queste antinomie. Quindi, capire che la giusta misura non sta nella scelta della tesi o dell'antitesi, ma nel considerare i vari aspetti presenti in una società complessa come la nostra.

Come concepire, allora, il processo e gli obietti educativi?

L'educazione deve essere concepita come un processo anch'esso complesso, intrinsecamente antinomico e interdipendente, in cui confluiscono sviluppo e formazione, auto ed eteroeducazione.

Anche gli obiettivi educativi diventano, di conseguenza, complessi: bisogna tendere a realizzare le potenzialità individuali, ma salvaguardando la società; riconoscere le differenze dei talenti naturali, ma fornendo a tutti gli strumenti della cultura; rispettare le identità locali, ma difendendo anche la coesione come popolo, per evitare sia la torre di Babele dei localismi, sia l'omologazione della globalizzazione.

Quale deve essere, allora, la caratteristica generale della scuola?

Una risposta di carattere generale mi porta ad affermare che la scuola deve essere una comunità propositiva, collaborativa, solidaristica, promotrice di una cultura rivoluzionaria, soprattutto in una situazione di deprivazione.

Per capire meglio, vuole scendere nell’analisi della sua affermazione?

Bene. Alcuni esperimenti psicologici su animali e su bambini hanno dimostrato che essi, se allevati in situazioni di deprivazione sensoriale affettiva e culturale, rivelavano deficienze, quando venivano sottoposti a test relativi a normali compiti di apprendimento e di soluzione di problemi.

Questi esperimenti ci fanno capire, in sintesi, che gli esseri umani, in particolare, presentano le caratteristiche di essere non solo "reattivi", ma anche "proattivi".

Gli uomini, in sostanza, non solo necessitano delle stimolazioni, ma le cercano, soprattutto vogliono interagire con gli altri, vogliono essere aiutati a sviluppare le loro capacità.

La scuola, allora, deve intraprendere un'azione positiva nel senso di spingere gli alunni a vivere in una comunità scolastica propositiva, per permettere loro di costruire le proprie competenze e di sviluppare un effettivo senso di appartenenza ad una comunità collaborativa.

La comunità scolastica deve, quindi, strutturarsi come un ambiente, in cui si elabora un progetto legato agli interessi degli alunni e che essi stessi contribuiscono ad organizzare con le loro idee.

Solo così operando, si può sperare di contrastare l'alienazione, l'impotenza e la mancanza di scopi della società più ampia.

La scuola deve diventare, in concreto, un luogo dove sperimentare: come usare la mente; come trattare con gli altri; come trattare con l'autorità; come formarsi l'autostima; come mettere in pratica i principi etici, che la società esterna non sempre applica.

Lei afferma che la scuola deve diventare promotrice di una cultura rivoluzionaria. Quando una cultura diventa rivoluzionaria?

La cultura diventa rivoluzionaria, semplicemente quando è coerente con i principi dichiarati nelle "Carte dei diritti dell'uomo" e quando diventa dialogica, narrativa, interpretativa.

Narrazione significa, infatti, vedere le cose da un altro punto di vista, significa rompere gli schematismi tradizionali totalizzanti, considerati, dopo millenni, di origine divina o naturale e, perciò, immodificabili.

La scuola deve applicare, inoltre, nella pratica quotidiana i diritti dell'uomo e permettere all'alunno di farlo, sperimentando le proprie capacità e i propri limiti.

Se la scuola non realizza questa pratica educativa, spingerà l'alunno a cimentarsi nel campo della "crimininalità spicciola" o nei comportamenti anomali (bullismo, antisocialità, ribellismo, ed altro).

Si sa che le società nazionali e la società mondiale stanno attraversando un periodo di trasformazioni e di crisi profonde, che investono stili abitativi, modelli di famiglia, consapevolezza etnica, opportunità socioeconomiche.

Si sa anche che i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi, con in mezzo la classe demografica media che sta scendendo al di sotto della soglia della povertà.

Allora, cambia anche la percezione della scuola?

Senza dubbio. La classe sociale dei ricchi manderà i propri figli nelle scuole dove si formano i dirigenti. La classe media considererà la scuola e la cultura come il migliore investimento. Gli ultimi della scala socioeconomica non avranno più fiducia nella scuola, perché non la considereranno più come una via d’uscita dalla povertà e l’abbandoneranno.

In questa situazione di tensioni e di conflitti, in una società in trasformazione la scuola deve assumere, quindi, funzioni nuove?

Le scuole dovrebbero diventare luoghi dove venga praticata la reciprocità culturale, dove gli alunni siano messi in grado di acquisire la consapevolezza di quello che fanno, di come lo fanno, del perché lo fanno.

La scuola, quindi, non dovrebbe semplicemente rinnovare le abilità tradizionali - quelle che rendono un paese competitivo sui mercati mondiali - , facendole acquisire per imitazione, ma dovrebbe rinnovare soprattutto l'apprendimento, nel senso di farlo diventare più partecipativo, più proattivo, più collaborativo, più costruttivo di significati.

L'istruzione, in sostanza, dovrebbe uscire dai limiti angusti della prospettiva utilitaristica e strumentale, tipica di una società acquisitiva ed efficientistica, e diventare disinteressata, bene in sé e diritto estendibile a tutti.

Questo nuovo modo di concepire "l'apprendimento come collaborazione nel produrre senso", dovrebbe significare non imporre ai più deboli la versione dei più forti; quindi, dovrebbe portare al riconoscimento delle minoranze e alla sconfitta della visione unilaterale della soluzione dei problemi, alla eliminazione dell'egemonia e dell'unanimismo, con la conseguente creazione di un mondo più solidaristico e più democratico.

Per sperare di realizzare queste finalità, si dovrebbe cambiare anche il rapporto tra docenti e alunni?

Certamente. In classe, ad esempio, si dovrebbe privilegiare il "dialogo", perché esso rappresenta la forma di conversazione che, aprendo alla problematicità, favorisce la possibilità di arricchimento e di perfezionamento dei contenuti.

In questa prospettiva andrebbe cambiata anche la concezione della cultura!

La cultura, infatti, dovrebbe essere intesa come l'acquisizione di tecniche e procedure per gestire e capire il mondo e, in questo senso, vanno apprese le nuove tecnologie (CD-rom, ipertesti, strutture ramificate, ed altre) che ci permettono di controllare e dominare i mezzi di comunicazione di massa e di non esserne schiavi.

La tecnologia è essenziale per la cultura, ma non ne rappresenta certo il punto centrale. Il punto centrale della cultura è la metodologia di ricerca e di uso della "mente proattiva".

Cosa fare per interessare i giovani alla istruzione e alla cultura?

Per operare un cambiamento della nostra cultura e della nostra scuola, bisognerebbe scegliere prima di tutto i problemi cruciali, quelli che gli alunni vivono ogni giorno e a cui sono sensibili, come, ad esempio, il degrado ambientale, le violenze a scuola, la droga, il fumo, gli omicidi nella società locale, lo sfaldamento della famiglia.

I giovani, infatti, vivono dentro queste stesse contraddizioni e cercano con il gruppo dei pari di realizzare un'esperienza vitale accanto all'esperienza familiare, di mediare il rapporto con gli adulti, di riempire il vuoto creato dalla distanza psicologica con gli interlocutori adulti, genitori e docenti in particolare.

Spesso i comportamenti devianti nascono proprio dalla necessità di "rendersi visibili" alla società degli adulti, come sottolinea Palmonari (citato in "Elementi di sociologia dell'educazione", a cura di Elena Besozzi).

La scuola con funzioni nuove deve significare che essa dovrebbe raccordarsi, appunto, con le esigenze dei giovani, con il desiderio di acquistare una identità e sviluppare una personalità autonoma.

Una identità che, come dice il filosofo Paul Ricoeur, deve essere concepita come "identità narrativa, dinamica" che fa pensare ad una continua dialettica di accordo e disaccordo tra azione e agente, tra sé e l'altro, mantenendo sempre presente il legame con la responsabilità.

Alla luce di questa teoria narrativa e processuale dell'identità, e quindi dal riconoscimento dell'alterità e della differenza e al contempo della responsabilità del soggetto, è possibile procedere ad una ricostruzione del legame sociale e all'attenuazione dei problemi della devianza.

Quando si è sottolineato l'importanza del "dialogo" nella scuola, si voleva proprio chiarire il principio fondamentale di una scuola con funzioni nuove, in cui possano convivere autonomia e reciprocità, in una continua approssimazione verso l'altro, in cui si impara a leggere il modo in cui l'altro legge il mondo; dove le diversità non vanno ridotte al silenzio; dove c'è una continua dialettica tra libertà individuale e legame sociale verso le istituzioni.

Per quale ragione insiste sulla forma dialogica?

La forma dialogica si rende necessaria, anche perché adeguata alla nuova visione della mente umana.

Oggi, gli psicopedagogisti fanno notare che la mente solitaria probabilmente è stata la proiezione della nostra ideologia occidentale.

La mente non è più una semplice "tabula rasa", né una rete di relazioni logiche, ma è una mente orientata ai problemi, interpretativa, diretta verso gli scopi, alla ricerca di rapporti con altre menti attive, con gli altri e con i loro punti di vista.

La mente, poi, costruisce i discorsi, servendosi delle idee acquisite, concatenandole tra loro secondo regole grammaticali e sintattiche, per giungere ad una conclusione e alla comunicazione strutturata.

A proposito di comunicazione, che rapporto esiste tra essa e l’educazione?

Voglio sottolineare che ogni educazione è sempre comunicazione; pertanto, non ci può essere contrapposizione tra educazione e comunicazione. Come il pensiero è sempre pensiero di qualcosa, anche la comunicazione è sempre processo dialettico e interattivo e, quindi, avviene all'interno di legami mediati, "inter-mediati", nel senso che c'è sempre un termine intermedio di confronto all'interno dei flussi comunicativi.

Come si struttura la personalità di un ragazzo?

Quando abbiamo accennato alla concezione dell'identità narrativa, abbiamo voluto evidenziare che la personalità di ciascun alunno si struttura proprio nella conversazione con se stesso e con gli altri, nello sperimentare l'altro come differenza, nel prestare attenzione all'altro che genera in noi tensione, ciò che giustifica l'impegno e la fatica di crescere.

Questa finalità della scuola comunicativa si può realizzare, se, come abbiamo detto, i problemi cruciali e le procedure per riflettere su di essi entrano a far parte della scuola e del lavoro che si svolge in classe.

Se, invece, lasciamo fuori dell'aula, per convenienza o per delicatezza, gli argomenti scottanti, la scuola comincia a presentare un aspetto così estraneo e così lontano dal mondo, che molti ragazzi potrebbero non sentirsi più a loro agio e a non trovare più posto al suo interno per se stessi e per i loro amici.

I ragazzi potrebbero chiedersi: che cosa ci faccio in una istituzione che lascia fuori della porta i problemi della vita reale, della strada, della paura di vivere in quartieri degradati?

E sono soprattutto i ragazzi delle classi più povere a non amare la scuola, perché la sentono troppo astratta e separata dalla vita reale, come già detto.

Sono d’accordo con le sue affermazioni e ne traggo la conclusione che in tal modo si può dare una spiegazione – ma non è la sola – dell’ origine del fenomeno della dispersione scolastica.

Prima di terminare, vorrei conoscere il suo pensiero sull’accusa che viene rivola agli insegnanti americani di essere i colpevoli del disastro dell’educazione nazionale.

Non sono stati gli insegnanti e le scuole a creare le condizioni che hanno reso così difficile la situazione educativa americana. Non hanno creato loro una classe sociale inferiore. E non avrebbero mai potuto compromettere la missione di ricerca e di sviluppo di un'industria competitiva quale l'americana come hanno fatto gli avventurieri che negli anni Ottanta hanno dato la scalata alle imprese investendo in azioni-spazzatura. Né hanno creato, come hanno fatto gli speculatori di borsa e gli speculatori immobiliari, un mondo di senzatetto da una parte e di consumisti dall'altra, che oggi affliggono la nostra economia e minano la nostra determinazione. Non sono loro i responsabili del problema della droga, che adesso Washington propone ironicamente di risolvere affidandone il compito di prevenzione alle scuole, invece di bloccare l'afflusso di stupefacenti nel nostro paese o di distruggere i cartelli nostrani della droga.

Come ben riflettono e descrivono anche la nostra situazione italiana queste osservazioni critiche!

Per migliorare il sistema educativo e renderlo idoneo a guidare il futuro, diventa necessario, allora, avere idee chiare su dove vogliamo andare e su quale tipo di umanità vogliamo essere.

Per Bruner l'obiettivo non deve essere quello di formare una società-azienda competitiva sui mercati mondiali, ma di formare una nazione "nella quale e per la quale valga la pena di vivere".

Certo, non bisogna negare l'importanza di avere lavoratori con una solida preparazione scientifica e matematica, in grado di competere ora con i Giapponesi, i Cinesi e gli Indiani.

Non dimentichiamo, però, che i "cambiamenti rivoluzionari", quelli che aprono nuovi orizzonti culturali, sono stati portati avanti non da avventurieri, da speculatori di borsa o immobiliari, da spacciatori di droga, bensì da poeti, commediografi, musicisti, filosofi.

E’ per questo - Bruner conclude - che "che in un regime di tirannia i primi ad andare in prigione sono i romanzieri , i poeti, i filosofi, i pensatori. E' per questo che io li voglio in una classe democratica: perché ci aiutino a vedere ancora, in modo nuovo".

E come dargli torto?

( Intervista realizzata sulla base dell’opera di J. Bruner: “La cultura dell’educazione”, Feltrinelli, Milano, 2000)

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Nata Libera

9 Maggio 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Fabio Marcaccini

Fotografia Fabio Marcaccini

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Paolo Mantioni, "Le età della vita"

8 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

Paolo Mantioni, "Le età della vita"

Le età della vita

Paolo Mantioni

Bebert edizioni, 2013

pp152

13.00

Mi pare che tu non riesca a credere veramente in nulla di quello che fai, non ti consumi fino in fondo, continui a mantenere un controllo che ti serve per restare fuori. Ma così rischi di rimanere fuori dalla letteratura, dal lavoro e pure dalla vita.” (pag 86)

Ci sono persone che si guardano dall’esterno e non sono mai convinte o immerse in ciò che stanno facendo, restano sempre un passo al di fuori. Invece, per vivere, per fare carriera, per inserirsi bene nel sistema, bisogna essere agguerriti, disciplinati, disposti a compromessi, a non avere dubbi. Il protagonista di “Le età della vita”, alter ego giovanile dell’autore, è una di queste persone.

L’io narrante è un universitario, matricola di Lettere che, per mantenersi agli studi, lavora di notte ai mercati generali di Roma, come grossista di pesce. Apparentemente felice, ama lo studio, che lo fa volare in cieli intellettuali dai quali si sente irrimediabilmente attratto, ma ha anche un buon rapporto col suo lavoro, in grado di mantenerlo con i piedi per terra, di offrirgli il necessario distacco per vedere le cose con obiettività e non perdersi in un iperuranio di astrazioni filologiche. Ha pure una fidanzata che gli dà tutta se stessa, che gli vuole bene, che lo sprona studiare, a costruirsi una posizione come si deve.

Il suo lavoro lo mette a contatto con un’umanità variopinta, pittoresca, popolare, di cui si sente parte e dalla quale, nello stesso tempo, prende le distanze da persona colta.

Di tanto in tanto, come d’abitudine, interrompeva brevemente la lettura per assaporarne più pacatamente il gusto, per prolungarne e trattenerne il godimento, quasi a confrontarla con quanto di brutto e incomprensibile gli ruotava intorno.” (pag 53)

Ma anche lui appartiene a quel mondo, anche lui parla quel dialetto plebeo, anche lui è uno di loro, senza, tuttavia, esserlo fino in fondo.

Questo era il mondo popolare dal quale veniva e che amava frequentare ora che i libri lo aiutavano a distaccarsene, ora che poteva vederlo anche con gli occhi degli autori più amati e che poteva scomporlo con gli schemi analitici degli studiosi più in voga.” (pag 72)

Riesce ad analizzarne i meccanismi linguistici e le dinamiche umane, barcamenandosi fra i due mondi, tenendosi in equilibrio fin quando gli è possibile. Ma viene un momento in cui qualcosa si spezza e l’alienazione cresce, il senso di estraneità deflagra.

Qualcosa stava cambiando. Tra il “cacatore “ di Pieretto e il “sublime” di Patrizi da Cherso la forbice si andava facendo troppo ampia. Rischiava di perdersi in una terra prosciugata, abbandonata dall’uno e dall’altro. Il senso di non appartenenza lo stava ghermendo.”

Pure nelle vite che sembrano scorrere con più facilità, che paiono scivolare su ottimi binari, qualcosa stride, frena, blocca lo scorrimento: si chiama paura e può farti deragliare.

Sono due le paure che aleggiano nel romanzo, una è quella inconfessata che non accada nulla, che tutto vada come deve andare, che la fidanzata si trasformi in moglie, il lavoro precario diventi occupazione stabile, gli studi portino alla laurea e al posto fisso; l’altra, invece, che capiti l’imponderabile, lo scarto, lo scherzo cattivo del destino pronto a cambiare tutto, a distruggere, rivoluzionare, scompaginare.

Entrambe queste angosce sono identificate dal personaggio di Carmine Avagliano, uomo al limite, borderline fra un’esistenza quasi normale e una da barbone. Carmine rappresenta un incontro casuale per il protagonista ma di quelli che ti folgorano. Carmine, un tempo, era un laureato pieno di speranze e in procinto di sposarsi. Poi Elsa, la sua fidanzata svizzera, è morta in un incidente, e Carmine è andato lentamente alla deriva, ha smesso di studiare, di lavorare, mantenendo però il suo alloggio, seppur spoglio di ogni suppellettile, mantenendo una parvenza di regolarità fatta di dormite, di passeggiate, di una finestra dalla quale ancora guardare fuori.

Carmine è ciò che il protagonista potrebbe diventare se si lasciasse sommergere dal nulla, ma è anche, sottilmente, simbolo positivo di ribellione al sistema, a una vita conosciuta e prevedibile.

Il protagonista decide di mettere ordine nelle carte di Carmine. Non sa perché senta l’esigenza di farlo, visto che, sistemare la vita dell’altro significa scardinare la propria, non andare al lavoro, perdere le lezioni dell’università, litigare con la fidanzata. Più che i fogli di Carmine si accumulano in pile ordinate, più che la vita del protagonista va all’aria.

Voglio capire, voglio dargli un senso.”

”Il mondo non ha senso”

“Il mondo, no. Ma ogni sua singola componente, sì.” (pag 56)

Il bisogno di archiviare, di catalogare, è lo stesso che porta l’autore a descrivere con faticosa minuzia tutte le operazione del mercato, come se analizzando ciò che lo circonda, egli possa esercitare una qualche forma di controllo sulla propria vita - forse non proprio quella desiderata - e su se stesso, sui propri impulsi, su quel misto di alto e basso, di istinto e cultura, che lo caratterizza senza fondersi mai completamente, e che si riflette anche nella lingua, incisiva, curata nei minimi particolari, ma intersecata dal dialetto romanesco. “Un romano laureato in letteratura potrà mai spiccicarsi di dosso il romanesco?”

Raffinato e proletario, letterato e volgare, si alternano e s’incrociano come trama e ordito per tutto il romanzo.

Ma vaffanculo!

Il gesto apotropaico susseguente (fregarsi i testicoli, insomma) era assolutamente inevitabile. La superstizione accompagnata energicamente alla porta, tolleranti ma decisi, da Montesquieu, Leopardi e Lévi – Strauss, rifaceva capoccella dalla finestra, e chi le faceva da sgabello intrecciando le dita delle mani all’altezza dell’inguine? Un divertito e malizioso “Richetto er pesciarolo”, detto Lo Scaltro” (pag 70)

Sembrerebbe, a prima vista, la stessa operazione linguistica pasoliniana, solo che qui la mimesi è totale e non c’è lirismo nella lingua di Mantioni, solo un’operazione lucidamente razionale. Tuttavia, nonostante questo intellettualismo, nonostante la meticolosità con cui sono descritte certe scene, il romanzo non è faticoso, scorre, crea attesa e curiosità nel lettore.

C’è poi, anche se non del tutto sviluppato, il filone psicanalitico, che si ritrova nei racconti infantili a conclusione del romanzo. È come se l’autore accennasse a qualcosa di cui, tuttavia, non arrischia parlare. Se ci si potesse inoltrare nei meandri della psicanalisi, ci dice, le scoperte sarebbero tante e tali che un racconto solo non basterebbe, lo scavo interiore potrebbe davvero far uscire la vita dagli schemi autoimposti, trasformandola in scheggia impazzita, in lettera senza collocazione che può volare al primo colpo di vento.

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"Scrittura-mania" recensisce "Noemàtia" dell'autrice Adriana Pedicini

7 Maggio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni

Adriana  

Avvicinarsi ad una raccolta di poesie, soprattutto se a carattere intimistico, come "Noematia", equivale a vedersi consegnare le chiavi dell'anima di chi scrive, ad entrare in contatto con i suoi segreti più reconditi,
le sue emozioni più private, a frugare, se pur autorizzati, nei suoi ricordi, nelle sue speranze, dialogando intimamente con i suoi sogni, facendo propria, anche solo per il tempo di una lettura, la sua personale  visione del mondo.
E' con un atto di estrema fiducia, quindi, che Adriana Pedicini si mette a nudo in questa silloge che si compone di cinquantaquattro liriche e si chiude con quattro haiku, preziosi come gioielli di un diadema nella loro sognante bellezza: ciascuno dedicato ad una stagione, nella sua unicità.
A lettura ultimata, risulta veramente' difficile chiudere questa raccolta senza avvertire ancora il desiderio di rileggere versi come, solo per fare qualche esempio, quelli di " Ti amo": "Ti amo per il sogno celeste/ di incontrarti negli eterni sentieri" o ancora di "Lasciami qui": "C'è bisogno di silenzio/ per ascoltare la musica/fuori e dentro l'anima", al contempo, semplici e vibranti di emozioni.
Così come è difficile separarsi dallo stile elegante e curato di una raccolta disseminata di citazioni  letterarie, riferimenti mitologici, storici, filosofici, espressioni latine che tradiscono, piacevolmente, la formazione umanistica di Adriana, ex docente di lettere classiche e raffinata amante del bello.
Ma se è vero che questa silloge, impreziosita dai sapienti disegni di Anna Perrone, indaga fra le pieghe dell'anima di Adriana, il suo dolore, la sua angoscia, i suoi dubbi, così come la fede, l'amore filiale, coniugale e  materno, la  gioia e lo stupore dinnanzi all'incanto della natura e la sua sete di conoscenza parlano un linguaggio universale, sposandosi perfettamente con gli ideali di fratellanza e comunione delle quali la poetessa sannita si fa delicata e convinta assertrice. 

Ricorrente è, infine, in queste liriche, la dimensione del ricordo che veste di commozione e di sogno frammenti di vita indimenticabili e indimenticati grazie a una memoria che, non contenendo tutto, "si ferma al particolare e lo fa eterno".

"Scrittura-mania" recensisce "Noemàtia" dell'autrice Adriana Pedicini
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Un assaggio de "Il Respiro del Fiume"

6 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Un assaggio de "Il Respiro del Fiume"

Benares Settembre 1981.

Alle quattro del mattino, la luce è già sufficiente a Benares per attraversare la città e raggiungere uno dei cento ghat sul Gange.
Avvolta in un sari scolorito, una figurina sottile, con i capelli annodati, una lunga treccia saltellante e i piedi nudi, sguscia fuori casa e corre per i vicoli della città vecchia. Non presta attenzione agli escrementi di vacca e al sudiciume che insozza le strade, com’è sua abitudine in giorni più sereni. Passa come il vento in mezzo ai bimbi seminudi, ai lebbrosi, ai mendicati storpi, ai vecchi seduti sul marciapiede che giocano a centrare la sputacchiera.
Non bada neppure al lugubre tempietto del dio scimmia Hanuman, macchiato di polvere rossa come sangue. Supera le oscure botteghine di oggetti sacri, nel cuore del chowk, la fitta rete di vicoli alle spalle dei ghat immersa nell’odore pungente dell’incenso alla rosa e delle collane votive di gelsomini. Ansimando, s’accoda alla fila di pellegrini che scende verso il Manikarnika Ghat. Sull’ultimo gradino, appena sopra il livello delle acque, sosta per riprendere fiato.
Si guarda intorno.
Maestoso, surya[ sta sorgendo, ed illumina ad est uno spazio immenso, desertico. Sulla riva dove si trova lei, invece, si stendono sette chilometri di scalinate, bastioni, templi e palazzi di maharaja. Lungo i sacri scalini, la folla più misera del mondo compie le abluzioni rituali, prega, beve l’acqua infetta. Dalle pire funebri, il fumo continua a levarsi, acido, denso.
Nell’ora più santa del giorno, anche la ragazzina entra nel fiume e s’immerge fino alla vita. Spruzza l’acqua sul palmo delle mani, rivolta verso il sole, poi accende un lumicino di olio di canfora, lo depone sopra una foglia e lo affida al Gange. Tutto intorno, sant’uomini con le vesti color zafferano lasciano scivolare nel fiume le loro offerte che simboleggiano la luce che disperde l’ignoranza. Un’isola di fiammelle è catturata dalla corrente e fluttua verso l’Oceano Indiano. “Ganga mai ki jai! Sia lode alla Madre Ganga!”.
Anche la bambina prega: “Madre Ganga accogli la mia offerta.”
Quando tutte le preghiere che conosce sono esaurite, è ormai giorno fatto, il sole brucia e la gente cerca riparo sotto gli ombrelloni di paglia. I sannyasi restano immobili, in estasi, in comunicazione col sole.
In mezzo al fiume scivolano barconi carichi di turisti che scattano fotografie dei santoni in preghiera, della gente che si lava e delle cataste di legna coi morti che bruciano all’aperto.
La bambina torna sui propri passi, scosta una tenda scolorita ed entra in casa. Provenendo dal ghat luminoso ed affollato, la stanza le appare ancora più tetra e buia. Oltre una fila di stracci appesi ad asciugare, Urda, la vicina che aiuta sua madre, l’apostrofa con la bocca piena di betel, “ah, sei qui, non dovevi andartene proprio ora.” È una donna magra, di età indefinibile, con i capelli arruffati, priva di un incisivo. Glielo ha staccato suo marito con un pugno, prima di farle il dispetto di renderla vedova. Dal foro, proprio in mezzo alle labbra, cola giù il sugo rosso del paan.
La ragazzina si avvicina timorosa al letto dove sua madre, Auda, giace in una pozza di sudore sul lenzuolo sporco. Il volto olivastro è irriconoscibile, gli occhi, prima grandi, scuri ed umidi, appaiono come le orbite vuote di un teschio. Il respiro è un rantolo aspro che sa di vomito.
“Urdabhai?”
“Mmm…”
“Perché mia madre fa cosi?”
“Tua madre sta solo cercando di respirare.”
“Urdabhai?”
“Mmm…”
“Mia madre sta morendo?”
La vicina si limita a sospirare. Sputa sul pavimento un getto di saliva rossa.
“Urdabhai?”
“Mmm…”
“Mia madre guarirà?”
“Ti pare che possa guarire? È meglio se stai con lei, ora.”
La bambina si accoccola vicino al charpoi. Con una piccola mano incerta, tocca appena la spalla della madre. “Amma[5]…”
La malata apre le palpebre che sembrano diventate di carta, cerca di muovere la testa in direzione della voce ma può soltanto fissare il soffitto. “Han…?”[6]
“Mi senti, amma?”
“Urmilla…”
“Amma…”
“Urmilla, dove sei?”
“Qui, sono qui, amma. Non mi vedi?”
“No, non ti vedo… Non c’è luce, è notte.”
“No, amma, non è notte, é mattina! Sono le cinque e sono stata a pregare.”
“Hai fatto bene. Io non posso andarci, sono stanca. E poi, con questo buio. È così buio, oggi.”
“Amma! Non è vero! Non è buio! Non è…”
“Sai, Urmilla, ho visto il tuo baba. È venuto a trovarmi…” Un colpo di tosse la interrompe. Urda si accosta e le bagna la fronte con una pezza. “Eh, povera anima, sta delirando.”
Un altro accesso di tosse convulsa lascia la malata senza respiro. All’improvviso s’irrigidisce, digrigna i denti, strabuzza gli occhi e afferra il sari della figlia. “Urmilla!”
“Amma, per favore!”
Ansimante, spossata, il petto magro che si solleva in lunghi sospiri faticosi, Auda tace, lottando per respirare, poi parla di nuovo e questa volta le sue parole suonano meno frenetiche, più lucide. “Urmilla, la vita non è stata bella per me, ma tu sei una brava figlia.” Tace ancora, pare assopirsi.
Forse non muore. Oh, Shiva! Oh, Signore del mondo! Fa’ che non muoia! Fa’ che la mia mamma non muoia!
Passano alcuni minuti silenziosi, il respiro della malata si fa ogni istante più aspro. Attorno al charpoi ronzano le mosche, insistenti. Urda si muove nella stanza, strascicando i piedi. Sposta un oggetto, apre un mobile, lo richiude, sputa sul pavimento. Dalla strada provengono i suoni di tutte le mattine: vocio di bambini, richiami di madri esasperate, pianti di neonati, grida di venditori di caldo channa, di arrotini, di portatori di tè.
Mezz’ora dopo, le labbra di Auda si muovono ancora: “Sei così bello, Ahmed…”
La bambina si china sulla madre, terrorizzata dal suo corpo rigido, dal fiato rancido, dal rantolo che è ormai diventato il suo respiro. “Amma!”
La bocca di Auda si schiude, il naso si fa affilato, sibilante: “Ahmed…”
“Amma! Amma!”
“Sì, janum, sì, Ahmed, anima mia…”



La barella, intrecciata con sette pezzi di canna di bambù, è pronta. La bambina ha passato la notte a costruirla, vegliando il cadavere di sua madre. Con l’aiuto di Urda, ha lavato e rasato il corpo freddo di Auda, le ha segnato la fronte con polvere di sandalo, le ha unto i capelli con l’olio, le ha intrecciato indosso collane di fiori e strofinato denti e labbra con ramoscelli profumati. Infine, l’ha vestita col suo sari più bello, quello che Auda usava solo per Diwhali[7].
Manca poco all’alba, ormai. Urda russa in un angolo con in braccio il più piccolo dei suoi nipoti, un bimbo magro, rapato a zero, vestito appena di una cintura e di un mazzo di cavigliere. Con occhi sgranati, lucidi di kajal, il piccolo fruga la stanza in penombra.
Anche la testa della bambina ciondola sul petto. Le sue mani, però, stringono ancora un piede della madre. Per ore l’ha massaggiato. Ne conosce tutte le pieghe, tutte le asperità, dal piccolo indurimento sotto l’alluce, al rinforzo calloso del calcagno, dovuto all’abitudine di camminare scalza.
La testa della bambina cade in avanti ed ella si riscuote, sobbalzando. Riprende a massaggiare i piedi del cadavere, affannosamente, come se fossero ancora sensibili.
Urda apre prima un occhio, poi l’altro, quindi sbadiglia. “Smettila, adesso, bambina. Fra un’ora sarà bruciata, a che le servono i tuoi massaggi?”
“Tutte le figlie massaggiano i piedi delle madri.”
“Sì, ma delle madri vive.”
Il nipotino tende una mano verso la donna morta sul letto. “Auda!” chiama.
“Auda dorme, lasciala in pace”, lo rimprovera la nonna. Il piccolo alza il capo, fa bolle di saliva con le labbra increspate. Di tanto in tanto getta occhiate perplesse al corpo immobile. La vecchia si agita, impaziente. “Su, Urmilla, è quasi ora. Dobbiamo metterla sulla barella.”
“Aspetta, Urda. Solo un altro poco.”
“Guarda che ho da fare! Non posso stare qua tutto il giorno! I miei nipoti hanno fame.”
“Solo cinque minuti, Urda.”
“Va bene, ma fai presto. Si comincia a sentire l’odore.”
“Non è vero! Non c’è nessun odore, sono solo i fiori!” Urmilla si china a baciare i piedi di sua madre, poi le mani, poi il capo. Intinge l’indice nella polvere rossa e ripassa la tilak[8] sulla fronte, là dove le proprie labbra l’hanno un poco scolorita. Accomoda meglio le collane di gelsomini e sparge ancora margherite sul telo rosso che avvolge il corpo.
“Non hai badato a spese”, commenta Urda, schiacciando meccanicamente un pidocchio sulla testa del nipote.
“Mia madre aveva messo via i soldi per il suo funerale. Erano dentro una scatola.”
“È una fortuna che i topi non se li siano mangiati. Però hai fatto bene a prendere le cose migliori per la cremazione di tua madre. Si vive da cani, che almeno si muoia con dignità! Solo che ci vorrebbe un figlio maschio. E se non c’è un figlio maschio dovrebbe farlo un parente e se non c’è un parente…”
“Il parente c’è, Urda.”
“Lascia stare, sai come stanno le cose.”
“No, non lo so e andrò da lui perché voglio parlargli, ma prima devo cremare mia madre.”
“Non è una buon’idea.”
“Questo devo deciderlo io, non tu.”
“Ah, certo! Certo! Dicevo così, tanto per darti un consiglio. Ma tu i consigli non li ascolti mai! Ma ora farai come dico io. Ti porterò alla missione.”
“Non ci voglio andare. Mia madre non approverebbe.”
“Eh, figliola mia, dovrai imparare ad adattarti d’ora in avanti. La vita è quello che è. Tua madre viveva di poesie, di fiori, di preghiere. E cosa ci ha guadagnato? Guardala un po’ ora! Morta stecchita!”
Il nipotino allunga una mano verso Auda, emette bollicine di soddisfazione. “È morta, è morta!”
“Ti ho detto che dorme! Ah, bambina mia, le poesie e le preghiere non riempiono la pancia, mendicare riempie la pancia, prostituirsi riempie la pancia, cercare roba lungo la ferrovia riempie la pancia! Ma Auda no. No! Lei non si poteva abbassare. Credimi, era una sognatrice, una con la testa zeppa d’idiozie da casta superiore, di scemenze brahmaniche.”
La bambina strilla: “Lascia stare mia madre!”
“D’accordo, d’accordo, non ti arrabbiare, dicevo solo per aiutarti. In fondo vi volevo bene, a tutte e due. Tu non sei un maschio ma sei ugualmente una brava ragazza. Adesso, però, muoviti, che è tardi.”
Urda allontana di peso la bambina ed a fatica solleva il cadavere. Lo lascia cadere sulla lettiga con un tonfo sordo. Insieme, legano Auda alla barella e cominciano ad ungere di ghee e olio di canfora ogni parte del suo corpo, del sudario e delle canne di bambù.
“Ecco fatto”, dice Urda, “così le fiamme saliranno subito al cielo.”
Trascinano fuori la lettiga. La luce rosa dell’alba ferisce gli occhi della bambina, che per tutta la notte hanno pianto e vegliato nell’oscurità.
Prima di issare la barella, il carrettiere, che è in attesa, vuole vedere i soldi. Urmilla apre la mano e mostra un rotolo di rupie. L’uomo fa un segno d’assenso e prende a bordo il carico.
“Allora, bambina”, comincia Urda, poi s’interrompe. Nella sua voce s’indovina un’ombra di commozione. “Dì, sei sicura di farcela?” domanda infine.
La bambina fa segno di sì, poi si arrampica sul carretto, di fianco alla salma di sua madre avvolta nel drappo rosso. Urda saluta, raccoglie il nipote, poi attraversa il cortile.
Il carrettiere colpisce col bastone il muso del bue, la bestia s’incammina lenta, scuotendo ad ogni passo le corna dipinte ed il collo inghirlandato. La bambina, con una mano sul petto di sua madre, è seduta rigida sul carretto traballante che percorre tutta la Madampura Road, fino all’Harishandra Ghat.
Alla sommità del ghat c’è uno spazio di cemento destinato ai roghi, con paraventi per proteggere le persone dalle folate di calore. La bambina domanda al becchino il prezzo del legno e degli aromi poi estrae dal seno il suo rotolo di rupie, assottigliato dopo il pagamento del carrettiere.
L’uomo vi punta due occhi rapaci. “Femmine!”, ripete sputando a terra un getto di paan che per poco non colpisce la bambina in pieno petto. “Femmine! Dove andremo a finire!” Afferra tutti i soldi ed indica un mucchio di legna di poco valore.
“È legnaccia!” s’indigna la bambina.
“Sentila, la signora! Con quei quattro soldi non pretenderai una catasta di legno di sandalo come i ricchi?!”
La bambina s’impunta. “Ti ho dato tutte le rupie che avevo; tutte quelle che mia madre aveva messo da parte per il suo funerale! Mia madre si merita il meglio, era una brahmani, lei!”
“Sì, e io sono Rama!”
Senza dargli retta, la bambina si lancia verso un mucchio di legno pregiato.
Il becchino cerca di fermarla. “Ehi! Che fai?!”
“Voglio un pezzo di sandalo da mettere in bocca a mia madre!”
La bambina sceglie con cura un piccolo pezzo di legno, scosta il sudario dal volto di Auda e forza i denti serrati dal rigor mortis. Introduce il legno nella bocca e la richiude. “Ecco, amma, così.”
Auda sembra una statua di cera. La bambina pensa che è davvero l’ultima volta che vede il volto di sua madre e qualcosa la prende allo stomaco. Le lacrime sono spille brucianti che bucano gli occhi. Si sforza per trattenerle.
Il becchino solleva la salma e scende verso il fiume, subito seguito da una mucca, pronta ad inghiottire i fiori che cadono dal corpo. Auda viene immersa nell’acqua purificatrice, unta di ghee[9] e issata sulla pira.
La bambina compie cinque giri attorno alla catasta, sparge acqua da un recipiente che poi spezza, mentre il becchino aspetta impaziente e la gente intorno guarda sconcertata. Sul cemento del ghat sono scritti i nomi di quelli che vi sono stati cremati. La bambina evita di guardarli perché sono davvero troppi.
Il becchino le porge una torcia. “Dove andremo a finire”, ripete, “dove andremo a finire se ora mandano le bambine ai funerali e le fanno girare intorno alle pire come fossero maschi. Sai almeno cosa devi fare?”
La bambina fa segno di sì.
“E credi di poterlo fare da sola?”
Ancora la bambina conferma, ma trema un po’. Fa del suo meglio per appiccare il fuoco ai quattro angoli della pira. Il legno unto prende subito fuoco, le fiamme lambiscono il sudario, poi lo avvolgono. Il corpo s’accende, crepita, s’inarca, sembra levarsi a sedere. La bambina guarda con gli occhi sbarrati. Si ritira in un angolo, come un animale impaurito, e si accovaccia sul cemento del ghat. Rimane tutto il tempo a guardare mentre sua madre arde.
Le hanno insegnato che non si deve piangere per chi muore, perché la morte fa parte della vita e chi ha vissuto senza colpa rinasce più puro. Eppure ha un groppo duro in gola, e le lacrime ora traboccano. Tira su col naso, sente sapore di sale e di moccio.
Il becchino la guarda, storcendo la bocca, scuotendo la testa, biascicando ingiurie contro chi permette alle femmine di comportarsi da maschi invece di stare in casa e pensare a sposarsi. Perciò quelle lacrime vanno ricacciate indietro proprio come farebbe un maschio. Per non piangere, la bambina si sforza di pensare a com’era sua madre quando stava bene, al suo sorriso mesto, ai suoi occhi gravi, ai suoi piedi nudi che scivolavano indifferenti sul fango della vita. Auda non vorrebbe le sue lacrime. Auda, davanti ad ogni cosa, metteva la dignità.
Però, ora, Auda è là sotto, che si accartoccia e scoppia sulla pira, in quel lezzo d’ossa bruciate e fumo, mescolato all’odore forte ed umido del fiume. E lei non la vedrà più, non le racconterà più cosa hanno detto le altre bambine alla fontana, non udrà più la sua voce roca che dice che non bisogna mai aver paura.
Ha paura, invece, e la paura è un buco nero dentro la pancia, come quando ti fa male qualcosa che hai mangiato. No, di più, molto di più.
Alcune ore dopo, armato di pinze di ferro, un inserviente raccoglie le ossa carbonizzate in un vaso di terracotta. Le fa cenno di avvicinarsi. Lei si costringe ad alzarsi, a muovere le ginocchia intorpidite dall’immobilità. Si accosta tremando alla pira fumante.
L’uomo le mostra qual è il teschio. Lei lo guarda, spaventata, affascinata, senza più un filo di saliva nella bocca. Quella cosa nera, rovente, raggrinzita, è quel che resta della bella faccia di sua madre.
“Ti muovi? Ho altri quattro funerali stamattina.”
Il punteruolo di bambù non è pesante, ma lei deve tenerlo con entrambe le mani, da quanto tremano. Stringe le nocche attorno al legno fino a sbiancarsele, fino a farsi male. Si concentra, prende la mira.
Colpisce.
È un colpo debole, la testa carbonizzata si sposta appena, il punteruolo scivola di lato.
La bambina ci riprova, colpisce più forte, tanto da ferirsi le mani. Questa volta la testa annerita sobbalza, ma niente di più.
“He, Ram! Vuoi ridurla in polpette?! Vuoi farci il macinato?”
La bambina inghiottisce lacrime di vergogna. “Mi dispiace”, si scusa, “io non…”
“Da’ qua!” L’uomo le strappa di mano il punteruolo. Con due colpi secchi fracassa il cranio di Auda e libera la sua anima.
Più tardi, con il vaso delle ceneri stretto al petto, la bambina scende l’ultimo scalino del ghat, per raggiungere la barca che la porterà al centro del fiume, dove potrà spargerle nell’acqua. I suoi occhi sono asciutti, adesso, e tiene alta la testa.
Stringe con forza il vaso sul cuore

-wKI�&ttP" P e-width: 0px; background-color: rgb(255, 255, 255);">Il nipotino allunga una mano verso Auda, emette bollicine di soddisfazione. “E’ morta, è morta!”
“Ti ho detto che dorme! Ah, bambina mia, le poesie e le preghiere non riempiono la pancia, mendicare riempie la pancia, prostituirsi riempie la pancia, cercare roba lungo la ferrovia riempie la pancia! Ma Auda no. No! Lei non si poteva abbassare. Credimi, era una sognatrice, una con la testa zeppa d’idiozie da casta superiore, di scemenze brahmaniche.”
La bambina strilla: “Lascia stare mia madre!”
“D’accordo, d’accordo, non ti arrabbiare, dicevo solo per aiutarti. In fondo vi volevo bene, a tutte e due. Tu non sei un maschio ma sei ugualmente una brava ragazza. Adesso, però, muoviti, che è tardi.”
Urda allontana di peso la bambina ed a fatica solleva il cadavere. Lo lascia cadere sulla lettiga con un tonfo sordo. Insieme, legano Auda alla barella e cominciano ad ungere di ghee e olio di canfora ogni parte del suo corpo, del sudario e delle canne di bambù.
“Ecco fatto”, dice Urda, “così le fiamme saliranno subito al cielo.”
Trascinano fuori la lettiga. La luce rosa dell’alba ferisce gli occhi della bambina, che per tutta la notte hanno pianto e vegliato nell’oscurità.
Prima di issare la barella, il carrettiere, che è in attesa, vuole vedere i soldi. Urmilla apre la mano e mostra un rotolo di rupie. L’uomo fa un segno d’assenso e prende a bordo il carico.
“Allora, bambina”, comincia Urda, poi s’interrompe. Nella sua voce s’indovina un’ombra di commozione. “Dì, sei sicura di farcela?” domanda infine.
La bambina fa segno di sì, poi si arrampica sul carretto, di fianco alla salma di sua madre avvolta nel drappo rosso. Urda saluta, raccoglie il nipote, poi attraversa il cortile.
Il carrettiere colpisce col bastone il muso del bue, la bestia s’incammina lenta, scuotendo ad ogni passo le corna dipinte ed il collo inghirlandato. La bambina, con una mano sul petto di sua madre, è seduta rigida sul carretto traballante che percorre tutta la Madampura Road, fino all’Harishandra Ghat.
Alla sommità del ghat c’è uno spazio di cemento destinato ai roghi, con paraventi per proteggere le persone dalle folate di calore. La bambina domanda al becchino il prezzo del legno e degli aromi poi estrae dal seno il suo rotolo di rupie, assottigliato dopo il pagamento del carrettiere.
L’uomo vi punta due occhi rapaci. “Femmine!”, ripete sputando a terra un getto di paan che per poco non colpisce la bambina in pieno petto. “Femmine! Dove andremo a finire!” Afferra tutti i soldi ed indica un mucchio di legna di poco valore.
“E’ legnaccia!” s’indigna la bambina.
“Sentila, la signora! Con quei quattro soldi non pretenderai una catasta di legno di sandalo come i ricchi?!”
La bambina s’impunta. “Ti ho dato tutte le rupie che avevo; tutte quelle che mia madre aveva messo da parte per il suo funerale! Mia madre si merita il meglio, era una brahmani, lei!”
“Sì, e io sono Rama!”
Senza dargli retta, la bambina si lancia verso un mucchio di legno pregiato.
Il becchino cerca di fermarla. “Ehi! Che fai?!”
“Voglio un pezzo di sandalo da mettere in bocca a mia madre!”
La bambina sceglie con cura un piccolo pezzo di legno, scosta il sudario dal volto di Auda e forza i denti serrati dal rigor mortis. Introduce il legno nella bocca e la richiude. “Ecco, amma, così.”
Auda sembra una statua di cera. La bambina pensa che è davvero l’ultima volta che vede il volto di sua madre e qualcosa la prende allo stomaco. Le lacrime sono spille brucianti che bucano gli occhi. Si sforza per trattenerle.
Il becchino solleva la salma e scende verso il fiume, subito seguito da una mucca, pronta ad inghiottire i fiori che cadono dal corpo. Auda viene immersa nell’acqua purificatrice, unta di ghee[9] e issata sulla pira.
La bambina compie cinque giri attorno alla catasta, sparge acqua da un recipiente che poi spezza, mentre il becchino aspetta impaziente e la gente intorno guarda sconcertata. Sul cemento del ghat sono scritti i nomi di quelli che vi sono stati cremati. La bambina evita di guardarli perché sono davvero troppi.
Il becchino le porge una torcia. “Dove andremo a finire”, ripete, “dove andremo a finire se ora mandano le bambine ai funerali e le fanno girare intorno alle pire come fossero maschi. Sai almeno cosa devi fare?”
La bambina fa segno di sì.
“E credi di poterlo fare da sola?”
Ancora la bambina conferma, ma trema un po’. Fa del suo meglio per appiccare il fuoco ai quattro angoli della pira. Il legno unto prende subito fuoco, le fiamme lambiscono il sudario, poi lo avvolgono. Il corpo s’accende, crepita, s’inarca, sembra levarsi a sedere. La bambina guarda con gli occhi sbarrati. Si ritira in un angolo, come un animale impaurito, e si accovaccia sul cemento del ghat. Rimane tutto il tempo a guardare mentre sua madre arde.
Le hanno insegnato che non si deve piangere per chi muore, perché la morte fa parte della vita e chi ha vissuto senza colpa rinasce più puro. Eppure ha un groppo duro in gola, e le lacrime ora traboccano. Tira su col naso, sente sapore di sale e di moccio.
Il becchino la guarda, storcendo la bocca, scuotendo la testa, biascicando ingiurie contro chi permette alle femmine di comportarsi da maschi invece di stare in casa e pensare a sposarsi. Perciò quelle lacrime vanno ricacciate indietro proprio come farebbe un maschio. Per non piangere, la bambina si sforza di pensare a com’era sua madre quando stava bene, al suo sorriso mesto, ai suoi occhi gravi, ai suoi piedi nudi che scivolavano indifferenti sul fango della vita. Auda non vorrebbe le sue lacrime. Auda, davanti ad ogni cosa, metteva la dignità.
Però, ora, Auda è là sotto, che si accartoccia e scoppia sulla pira, in quel lezzo d’ossa bruciate e fumo, mescolato all’odore forte ed umido del fiume. E lei non la vedrà più, non le racconterà più cosa hanno detto le altre bambine alla fontana, non udrà più la sua voce roca che dice che non bisogna mai aver paura.
Ha paura, invece, e la paura è un buco nero dentro la pancia, come quando ti fa male qualcosa che hai mangiato. No, di più, molto di più.
Alcune ore dopo, armato di pinze di ferro, un inserviente raccoglie le ossa carbonizzate in un vaso di terracotta. Le fa cenno di avvicinarsi. Lei si costringe ad alzarsi, a muovere le ginocchia intorpidite dall’immobilità. Si accosta tremando alla pira fumante.
L’uomo le mostra qual è il teschio. Lei lo guarda, spaventata, affascinata, senza più un filo di saliva nella bocca. Quella cosa nera, rovente, raggrinzita, è quel che resta della bella faccia di sua madre.
“Ti muovi? Ho altri quattro funerali stamattina.”
Il punteruolo di bambù non è pesante, ma lei deve tenerlo con entrambe le mani, da quanto tremano. Stringe le nocche attorno al legno fino a sbiancarsele, fino a farsi male. Si concentra, prende la mira.
Colpisce.
E’ un colpo debole, la testa carbonizzata si sposta appena, il punteruolo scivola di lato.
La bambina ci riprova, colpisce più forte, tanto da ferirsi le mani. Questa volta la testa annerita sobbalza, ma niente di più.
“He, Ram! Vuoi ridurla in polpette?! Vuoi farci il macinato?”
La bambina inghiottisce lacrime di vergogna. “Mi dispiace”, si scusa, “io non…”
“Da’ qua!” L’uomo le strappa di mano il punteruolo. Con due colpi secchi fracassa il cranio di Auda e libera la sua anima.
Più tardi, con il vaso delle ceneri stretto al petto, la bambina scende l’ultimo scalino del ghat, per raggiungere la barca che la porterà al centro del fiume, dove potrà spargerle nell’acqua. I suoi occhi sono asciutti, adesso, e tiene alta la testa.
Stringe con forza il vaso sul cuore.

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Intervista da radioalma-bruxelles

5 Maggio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #interviste

http://radioalma.eu/brussellando/?p=1201

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