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Macale, De Cave, Appetito, "Resushitati"

15 Gennaio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Macale, De Cave, Appetito, "Resushitati"

Resushitati

Macale, De Cave, Appetito

Edizioni Il Foglio, 2013

Cardiopoetica è un collettivo letterario composto da tre persone – Marco De Cave, Fabio Appetito e Mariano Macale – che non si pone solo come unione di tre autori in un unico volume, piuttosto - almeno nelle intenzioni - come una sorta di nuova avanguardia culturale, di manifesto letterario.

Il gruppo nasce a Cori, in provincia di latina, nel 2010, e si prefigge l’obiettivo di rinvivire la poesia, che sonnecchia, a suo dire, dagli anni novanta, calandola nel quotidiano, portandola fra la gente comune, con una serie di reading, di avvenimenti multimediali. “Resushitati” è il loro secondo libro, edito da Il Foglio Letterario.

Il titolo ha tre chiavi di lettura. Se lo si considera parola piana, con l’accento sulla penultima sillaba, gli si conferisce un tono di evento, di cosa fatta. Se, invece, lo si legge con l’accento sulla ù, prende il significato di una esortazione a risorgere, a uscire da una condizione che è “vita apparente”, notte di “morti viventi” alla Romero: “anche se si è impagliati sulla parete di una sala.”

Siamo morti, siamo alienati dal consumismo, dall’esaltazione dell’esteriorità, del corpo e dell’abito, da una comunicazione che diventa solo esternazione sui social network, monologo inascoltato e non dialogo. Bisogna “Ricominciare da capo nuovamente” , come ci esorta a fare la citazione da Lenin, stimolo a una rivoluzione che non è solo politica ma anche interiore. (Il concetto è bene esplicitato nel piccolo brano in prosa di Marco De Cave dal titolo “Giornata pesante”.)

Per farlo, per uscire da una vita che vita non è, per risvegliarsi e risorgere, occorre una scelta netta, limpida, una presa di posizione sociale, un rapportarsi alla collettività, agli altri, cosicché l’individualità possa fondersi in un “noi” e l’anima sia scossa dalla poesia. Se si sceglie di rivivere, non lo si fa come l’eremita disgustato, ma cercando di comprendere questo nostro mondo da dentro per poi ribaltarlo.

Nel titolo si trova inserita anche la parola sushi, qualcosa che si porta via, un take away non solo dell’oggetto ma anche del soggetto. E la poesia arriva per portarti via, per trascinarti, per risvegliarti. Una poesia, però, moderna, fatta di cose di oggi, e, tuttavia, capace comunque di lirismi antichi, di invocazioni, di preghiere, di canti alla luna. Il collettivo dice di rifarsi alla tradizione montaliana, nerudiana e alla Beat Generation, ma non mancano echi crepuscolari e stilemi più classici e meno sperimentali.

Il soggetto, l’introspezione lucida e un poco disperata, “Ma io non sono portato a vivere”, resta, a nostro avviso, sempre al centro delle poesie di questi tre autori che, pur nello studio avanguardistico, pur nell’impegno socioculturale, pur nella creazione di un manifesto comune, altro non cercano se non l’amore, la fusione con l’altro da sé, una comunione autentica e non di superficie, un noi più profondo, dove si ascolta oltre che parlare.

che avessimo una parola almeno

Da dividere in uno quando stiamo insieme”

E ancora :

ho smesso di cercare la risposta che soffia nel vento

Perché adesso il vento sono io

E sono già alle tue spalle.”

Come nella poesia di Macale, “Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi”, che ci piace proprio perché smette i panni della sperimentazione e si lascia andare ad un lirismo pavesiano.

Non sia mai che scenda la sera sui tuoi occhi,

non si cela alle pupille arcane la realtà

rotta, minuta di questo coccio perduto,

ma non è vano il voto dell’assemblea,

se il mondo intero ti ostracizza

troverai come perla rara rifugio in me,

per quanto siano senza regola le mie parole,

fallimentari i miei progetti, dipartite da tempo le chimere, le utopie

verso mondi immaginari.

È rimasto nel porto l’unico sogno

Di tutta una vita: noi.”

Alla fine, ancora una volta, il collettivo, il sociale, s’identifica con il “noi” formato da due anime che non riescono mai a fondersi quanto vorrebbero. Come afferma ancora Macale, “per amore si può risorgere”.

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Tessari: il noir ironico e il cinema avventuroso

14 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Tessari: il noir ironico e il cinema avventuroso

Giuliano Gemma si conferma attore prediletto da Tessari anche nell’insolito film di spionaggio di produzione italo spagnola Kiss Kiss... Bang bang (1966). Bruno Corbucci, Ferdinando di Leo e Duccio Tessari scrivono soggetto e sceneggiatura, condendo la trama avventurosa con un pizzico di ironia. Il cast è quasi identico ai due Ringo: Giuliano Gemma, George Martin, Lorella de Luca, Nieves Navarro, Daniele Vargas. Gemma è un sergente traditore dei servizi segreti che può riabilitarsi e sfuggire alla pena capitale sottraendo una formula importante al nemico. Per amore… per magia (1967) è una sorta di strampalato musicarello avventuroso scritto da Tessari, Ennio De Concini, Alberto Cavallone e il paroliere Franco Migliacci. Il film sembra realizzato per la televisione, ma il cast è da paura. Gianni Morandi, Rosemarie Dexter, Mischa Auer, Daniele Vargas, Gianni Musy Glori, Harold Bradley, Lorella de Luca, Paolo Poli, Tony Renis, Mina, Rossano Brazzi, Sandra Milo. La storia ambienta in tempi moderni La lampada di Aladino, la mette in musica con protagonista Gianni Morandi (Aladino), inserisce una bella figlia del Granduca (Dexter) promessa sposa che va difesa dal cattivo Visconte (Vargas).

Tessari non abbandona la sceneggiatura di pellicole western e avventurose: Dick Smart 2.007 (1967), Un treno per Durango (1967), Dio perdoni la mia pistola (1967), ma ormai la sua strada è la regia, con film di cui è quasi sempre autore.

Meglio vedova (1968) è un mafia-movie di scarso interesse, ma anche una storia d’amore tra un ingegnere inglese e la figlia di un capo-mafia, che porta il primo ad assecondare le regole dell’onorata società. Si tratta di una commedia, in fondo, ma di poche pretese. Regia alimentare di Tessari che dirige Virna Lisi, Peter McEnery, Lando Buzzanca, Jean Servais, Gabriele Ferzetti e Nino Terzo. Ci sono le intenzioni satiriche ma la Sicilia è dipinta in maniera didascalica e il discorso sulla mafia procede per luoghi comuni.

I bastardi (1968) è uno dei film più citati nelle filmografie di Tessari che dirige un cast stellare: Giuliano Gemma, Klaus Kinski, Margaret Lee, Rita Hayworth, Claudine Auger, Serge Marquand, Umberto Raho. Soggetto e sceneggiatura di Duccio Tessari, Mario Di Nardo ed Ennio De Concini, per un film girato negli Stati Uniti con alcune vecchie glorie americane. Una storia che racconta la spietata vendetta di Giuliano Gemma che dopo una rapina viene tradito dalla sua ragazza (Lee) e dal fratellastro (Kinski) e si ritrova con i tendini della mano destra distrutti. Rita Hayworth è la madre alcolizzata dei due protagonisti. Kinski è perfetto nella parte del fuorilegge cattivo che vuole la donna del fratello e il bottino della rapina. Gemma ucciderà Kinski, ma sarà fatto fuori dalla madre che nonostante tutto amava il figlio peggiore. La critica alta distrugge il film come “un modesto lavoro nella media delle pellicole girate da autori italiani in America e interpretati da vecchie star ormai alla frutta” (Mereghetti), ma tra i critici di bocca buona c’è chi si accontenta e lo ritiene un lavoro che anticipa Tarantino (Marco Giusti) .

Vivi o preferibilmente morti (1969) vede ancora interprete Giuliano Gemma, vero e proprio attore feticcio di Tessari, per un ritorno al western - questa volta farsesco - di produzione italo spagnola che non delude le attese. Tra gli interpreti ricordiamo il pugile Nino Benvenuti, la giovanissima Sidney Rome, Cris Huerta e George Rigaud. Ennio Flaiano è l’autore di questo western insolito che scorre veloce e divertente come una commedia. Tessari è bravo alla regia e con grande mestiere riesce a dare brio alle scene di azione. Gemma e Benvenuti sono i folli protagonisti, due cugini senza un soldo in tasca, che devono incassare un’eredità, cercano di commettere qualche reato ma non ci riescono e finiscono per aiutare la legge. I due cugini sono costretti a una convivenza difficile per sei mesi, come clausola prevista per incassare l’eredità del nonno. La pellicola non piace per niente a Paolo Mereghetti e a Marco Giusti che la demoliscono senza pietà, sia per un soggetto risibile che per la presenza di Nino Benvenuti, a parere di Giusti “capace di rovinare qualsiasi film”. Certo è che Benvenuti non lavorò più…

Quella piccola differenza (1970) è scritto e diretto da Tessari che cambia del tutto genere per dedicarsi a una commedia trash sul cambio di sesso. Al tempo era una cosa scandalosa e infatti il protagonista (Pino Caruso) rimane sconvolto quando apprende che il suo medico si sta per operare, anche perché lui se la spassa tra moglie e amanti. Interpreti di questa commedia prodotta tra Italia e Francia: Juliette Mayniel, Pino Caruso, Victoria Zinny, Carlo Hintermann, Elisabetta De Galleani (Ely Galleani, in uno dei suoi primi ruoli). Secondo Paolo Mereghetti è “un film volgare e approssimativo”, ricco di “battute e situazioni risapute”. Marco Giusti non apprezza Tessari e pure lui ci va giù pesante: “Tessari e Caruso costruiscono il film sulla nevrosi dell’uomo e tutto diventa di una noia mortale”. Non è un capolavoro, ma preso come commedia senza pretese si guarda ancora con piacere.

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Il Respiro del Fiume capitolo primo

13 Gennaio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia

Il Respiro del Fiume capitolo primo

Benars. Settembre 1981.

Alle quattro del mattino, la luce è già sufficiente a Benares per attraversare la città e raggiungere uno dei cento ghat[1] sul Gange.

Avvolta in un sari scolorito, una figurina sottile, con i capelli annodati, una lunga treccia saltellante e i piedi nudi, sguscia fuori casa e corre per i vicoli della città vecchia. Non presta attenzione agli escrementi di vacca e al sudiciume che insozza le strade, com’è sua abitudine in giorni più sereni. Passa come il vento in mezzo ai bimbi seminudi, ai lebbrosi, ai mendicati storpi, ai vecchi seduti sul marciapiede che giocano a centrare la sputacchiera.

Non bada neppure al lugubre tempietto del dio scimmia Hanuman, macchiato di polvere rossa come sangue. Supera le oscure botteghine di oggetti sacri, nel cuore del chowk, la fitta rete di vicoli alle spalle dei ghat immersa nell’odore pungente dell’incenso alla rosa e delle collane votive di gelsomini. Ansimando, s’accoda alla fila di pellegrini che scende verso il Manikarnika Ghat. Sull’ultimo gradino, appena sopra il livello delle acque, sosta per riprendere fiato.

Si guarda intorno.

Maestoso, surya[2] sta sorgendo, ed illumina ad est uno spazio immenso, desertico. Sulla riva dove si trova lei, invece, si stendono sette chilometri di scalinate, bastioni, templi e palazzi di maharaja. Lungo i sacri scalini, la folla più misera del mondo compie le abluzioni rituali, prega, beve l’acqua infetta. Dalle pire funebri, il fumo continua a levarsi, acido, denso.

Nell’ora più santa del giorno, anche la ragazzina entra nel fiume e s’immerge fino alla vita. Spruzza l’acqua sul palmo delle mani, rivolta verso il sole, poi accende un lumicino di olio di canfora, lo depone sopra una foglia e lo affida al Gange. Tutto intorno, sant’uomini con le vesti color zafferano lasciano scivolare nel fiume le loro offerte che simboleggiano la luce che disperde l’ignoranza. Un’isola di fiammelle è catturata dalla corrente e fluttua verso l’Oceano Indiano. “Ganga mai ki jai! Sia lode alla Madre Ganga!”.

Anche la bambina prega: “Madre Ganga accogli la mia offerta.”

Quando tutte le preghiere che conosce sono esaurite, è ormai giorno fatto, il sole brucia e la gente cerca riparo sotto gli ombrelloni di paglia. I sannyasi[3] restano immobili, in estasi, in comunicazione col sole.

In mezzo al fiume scivolano barconi carichi di turisti che scattano fotografie dei santoni in preghiera, della gente che si lava e delle cataste di legna coi morti che bruciano all’aperto.

La bambina torna sui propri passi, scosta una tenda scolorita ed entra in casa. Provenendo dal ghat luminoso ed affollato, la stanza le appare ancora più tetra e buia. Oltre una fila di stracci appesi ad asciugare, Urda, la vicina che aiuta sua madre, l’apostrofa con la bocca piena di betel, “ah, sei qui, non dovevi andartene proprio ora.” E’ una donna magra, di età indefinibile, con i capelli arruffati, priva di un incisivo. Glielo ha staccato suo marito con un pugno, prima di farle il dispetto di renderla vedova. Dal foro, proprio in mezzo alle labbra, cola giù il sugo rosso del paan[4].

La ragazzina si avvicina timorosa al letto dove sua madre, Auda, giace in una pozza di sudore sul lenzuolo sporco. Il volto olivastro è irriconoscibile, gli occhi, prima grandi, scuri ed umidi, appaiono come le orbite vuote di un teschio. Il respiro è un rantolo aspro che sa di vomito.

“Urdabhai?”

“Mmm...”

“Perché mia madre fa cosi?”

“Tua madre sta solo cercando di respirare.”

“Urdabhai?”

“Mmm...”

“Mia madre sta morendo?”

La vicina si limita a sospirare. Sputa sul pavimento un getto di saliva rossa.

“Urdabhai?”

“Mmm...”

“Mia madre guarirà?”

“Ti pare che possa guarire? E’ meglio se stai con lei, ora.”

La bambina si accoccola vicino al charpoi. Con una piccola mano incerta, tocca appena la spalla della madre. “Amma[5]...

La malata apre le palpebre che sembrano diventate di carta, cerca di muovere la testa in direzione della voce ma può soltanto fissare il soffitto. “Han...?[6]

“Mi senti, amma?”

“Urmilla...”

Amma...

“Urmilla, dove sei?”

“Qui, sono qui, amma. Non mi vedi?”

“No, non ti vedo… Non c’è luce, è notte.”

“No, amma, non è notte, é mattina! Sono le cinque e sono stata a pregare.”

“Hai fatto bene. Io non posso andarci, sono stanca. E poi, con questo buio. E’ così buio, oggi.”

Amma! Non è vero! Non è buio! Non è...”

“Sai, Urmilla, ho visto il tuo baba. E’ venuto a trovarmi...” Un colpo di tosse la interrompe. Urda si accosta e le bagna la fronte con una pezza. “Eh, povera anima, sta delirando.”

Un altro accesso di tosse convulsa lascia la malata senza respiro. All’improvviso s’irrigidisce, digrigna i denti, strabuzza gli occhi e afferra il sari della figlia. “Urmilla!”

Amma, per favore!”

Ansimante, spossata, il petto magro che si solleva in lunghi sospiri faticosi, Auda tace, lottando per respirare, poi parla di nuovo e questa volta le sue parole suonano meno frenetiche, più lucide. “Urmilla, la vita non è stata bella per me, ma tu sei una brava figlia.” Tace ancora, pare assopirsi.

Forse non muore. Oh, Shiva! Oh, Signore del mondo! Fa’ che non muoia! Fa’ che la mia mamma non muoia!

Passano alcuni minuti silenziosi, il respiro della malata si fa ogni istante più aspro. Attorno al charpoi ronzano le mosche, insistenti. Urda si muove nella stanza, strascicando i piedi. Sposta un oggetto, apre un mobile, lo richiude, sputa sul pavimento. Dalla strada provengono i suoni di tutte le mattine: vocio di bambini, richiami di madri esasperate, pianti di neonati, grida di venditori di caldo channa, di arrotini, di portatori di tè.

Mezz’ora dopo, le labbra di Auda si muovono ancora: “Sei così bello, Ahmed...”

La bambina si china sulla madre, terrorizzata dal suo corpo rigido, dal fiato rancido, dal rantolo che è ormai diventato il suo respiro. “Amma!

La bocca di Auda si schiude, il naso si fa affilato, sibilante: “Ahmed...”

Amma! Amma!”

“Sì, janum, sì, Ahmed, anima mia...”

La barella, intrecciata con sette pezzi di canna di bambù, è pronta. La bambina ha passato la notte a costruirla, vegliando il cadavere di sua madre. Con l’aiuto di Urda, ha lavato e rasato il corpo freddo di Auda, le ha segnato la fronte con polvere di sandalo, le ha unto i capelli con l’olio, le ha intrecciato indosso collane di fiori e strofinato denti e labbra con ramoscelli profumati. Infine, l’ha vestita col suo sari più bello, quello che Auda usava solo per Diwhali[7].

Manca poco all’alba, ormai. Urda russa in un angolo con in braccio il più piccolo dei suoi nipoti, un bimbo magro, rapato a zero, vestito appena di una cintura e di un mazzo di cavigliere. Con occhi sgranati, lucidi di kajal, il piccolo fruga la stanza in penombra.

Anche la testa della bambina ciondola sul petto. Le sue mani, però, stringono ancora un piede della madre. Per ore l’ha massaggiato. Ne conosce tutte le pieghe, tutte le asperità, dal piccolo indurimento sotto l’alluce, al rinforzo calloso del calcagno, dovuto all’abitudine di camminare scalza.

La testa della bambina cade in avanti ed ella si riscuote, sobbalzando. Riprende a massaggiare i piedi del cadavere, affannosamente, come se fossero ancora sensibili.

Urda apre prima un occhio, poi l’altro, quindi sbadiglia. “Smettila, adesso, bambina. Fra un’ora sarà bruciata, a che le servono i tuoi massaggi?”

“Tutte le figlie massaggiano i piedi delle madri.”

“Sì, ma delle madri vive.”

Il nipotino tende una mano verso la donna morta sul letto. “Auda!” chiama.

“Auda dorme, lasciala in pace”, lo rimprovera la nonna. Il piccolo alza il capo, fa bolle di saliva con le labbra increspate. Di tanto in tanto getta occhiate perplesse al corpo immobile. La vecchia si agita, impaziente. “Su, Urmilla, è quasi ora. Dobbiamo metterla sulla barella.”

“Aspetta, Urda. Solo un altro poco.”

“Guarda che ho da fare! Non posso stare qua tutto il giorno! I miei nipoti hanno fame.”

“Solo cinque minuti, Urda.”

“Va bene, ma fai presto. Si comincia a sentire l’odore.”

“Non è vero! Non c’è nessun odore, sono solo i fiori!” Urmilla si china a baciare i piedi di sua madre, poi le mani, poi il capo. Intinge l’indice nella polvere rossa e ripassa la tilak[8] sulla fronte, là dove le proprie labbra l’hanno un poco scolorita. Accomoda meglio le collane di gelsomini e sparge ancora margherite sul telo rosso che avvolge il corpo.

“Non hai badato a spese”, commenta Urda, schiacciando meccanicamente un pidocchio sulla testa del nipote.

“Mia madre aveva messo via i soldi per il suo funerale. Erano dentro una scatola.”

“E’ una fortuna che i topi non se li siano mangiati. Però hai fatto bene a prendere le cose migliori per la cremazione di tua madre. Si vive da cani, che almeno si muoia con dignità! Solo che ci vorrebbe un figlio maschio. E se non c’è un figlio maschio dovrebbe farlo un parente e se non c’è un parente...”

“Il parente c’è, Urda.”

“Lascia stare, sai come stanno le cose.”

“No, non lo so e andrò da lui perché voglio parlargli, ma prima devo cremare mia madre.”

“Non è una buon’idea.”

“Questo devo deciderlo io, non tu.”

“Ah, certo! Certo! Dicevo così, tanto per darti un consiglio. Ma tu i consigli non li ascolti mai! Ma ora farai come dico io. Ti porterò alla missione.”

“Non ci voglio andare. Mia madre non approverebbe.”

“Eh, figliola mia, dovrai imparare ad adattarti d’ora in avanti. La vita è quello che è. Tua madre viveva di poesie, di fiori, di preghiere. E cosa ci ha guadagnato? Guardala un po’ ora! Morta stecchita!”

Il nipotino allunga una mano verso Auda, emette bollicine di soddisfazione. “E’ morta, è morta!”

“Ti ho detto che dorme! Ah, bambina mia, le poesie e le preghiere non riempiono la pancia, mendicare riempie la pancia, prostituirsi riempie la pancia, cercare roba lungo la ferrovia riempie la pancia! Ma Auda no. No! Lei non si poteva abbassare. Credimi, era una sognatrice, una con la testa zeppa d’idiozie da casta superiore, di scemenze brahmaniche.”

La bambina strilla: “Lascia stare mia madre!”

“D’accordo, d’accordo, non ti arrabbiare, dicevo solo per aiutarti. In fondo vi volevo bene, a tutte e due. Tu non sei un maschio ma sei ugualmente una brava ragazza. Adesso, però, muoviti, che è tardi.”

Urda allontana di peso la bambina ed a fatica solleva il cadavere. Lo lascia cadere sulla lettiga con un tonfo sordo. Insieme, legano Auda alla barella e cominciano ad ungere di ghee e olio di canfora ogni parte del suo corpo, del sudario e delle canne di bambù.

“Ecco fatto”, dice Urda, “così le fiamme saliranno subito al cielo.”

Trascinano fuori la lettiga. La luce rosa dell’alba ferisce gli occhi della bambina, che per tutta la notte hanno pianto e vegliato nell’oscurità.

Prima di issare la barella, il carrettiere, che è in attesa, vuole vedere i soldi. Urmilla apre la mano e mostra un rotolo di rupie. L’uomo fa un segno d’assenso e prende a bordo il carico.

“Allora, bambina”, comincia Urda, poi s’interrompe. Nella sua voce s’indovina un’ombra di commozione. “Dì, sei sicura di farcela?” domanda infine.

La bambina fa segno di sì, poi si arrampica sul carretto, di fianco alla salma di sua madre avvolta nel drappo rosso. Urda saluta, raccoglie il nipote, poi attraversa il cortile.

Il carrettiere colpisce col bastone il muso del bue, la bestia s’incammina lenta, scuotendo ad ogni passo le corna dipinte ed il collo inghirlandato. La bambina, con una mano sul petto di sua madre, è seduta rigida sul carretto traballante che percorre tutta la Madampura Road, fino all’Harishandra Ghat.

Alla sommità del ghat c’è uno spazio di cemento destinato ai roghi, con paraventi per proteggere le persone dalle folate di calore. La bambina domanda al becchino il prezzo del legno e degli aromi poi estrae dal seno il suo rotolo di rupie, assottigliato dopo il pagamento del carrettiere.

L’uomo vi punta due occhi rapaci. “Femmine!”, ripete sputando a terra un getto di paan che per poco non colpisce la bambina in pieno petto. “Femmine! Dove andremo a finire!” Afferra tutti i soldi ed indica un mucchio di legna di poco valore.

“E’ legnaccia!” s’indigna la bambina.

“Sentila, la signora! Con quei quattro soldi non pretenderai una catasta di legno di sandalo come i ricchi?!”

La bambina s’impunta. “Ti ho dato tutte le rupie che avevo; tutte quelle che mia madre aveva messo da parte per il suo funerale! Mia madre si merita il meglio, era una brahmani, lei!”

“Sì, e io sono Rama!”

Senza dargli retta, la bambina si lancia verso un mucchio di legno pregiato.

Il becchino cerca di fermarla. “Ehi! Che fai?!”

“Voglio un pezzo di sandalo da mettere in bocca a mia madre!”

La bambina sceglie con cura un piccolo pezzo di legno, scosta il sudario dal volto di Auda e forza i denti serrati dal rigor mortis. Introduce il legno nella bocca e la richiude. “Ecco, amma, così.”

Auda sembra una statua di cera. La bambina pensa che è davvero l’ultima volta che vede il volto di sua madre e qualcosa la prende allo stomaco. Le lacrime sono spille brucianti che bucano gli occhi. Si sforza per trattenerle.

Il becchino solleva la salma e scende verso il fiume, subito seguito da una mucca, pronta ad inghiottire i fiori che cadono dal corpo. Auda viene immersa nell’acqua purificatrice, unta di ghee[9] e issata sulla pira.

La bambina compie cinque giri attorno alla catasta, sparge acqua da un recipiente che poi spezza, mentre il becchino aspetta impaziente e la gente intorno guarda sconcertata. Sul cemento del ghat sono scritti i nomi di quelli che vi sono stati cremati. La bambina evita di guardarli perché sono davvero troppi.

Il becchino le porge una torcia. “Dove andremo a finire”, ripete, “dove andremo a finire se ora mandano le bambine ai funerali e le fanno girare intorno alle pire come fossero maschi. Sai almeno cosa devi fare?”

La bambina fa segno di sì.

“E credi di poterlo fare da sola?”

Ancora la bambina conferma, ma trema un po’. Fa del suo meglio per appiccare il fuoco ai quattro angoli della pira. Il legno unto prende subito fuoco, le fiamme lambiscono il sudario, poi lo avvolgono. Il corpo s’accende, crepita, s’inarca, sembra levarsi a sedere. La bambina guarda con gli occhi sbarrati. Si ritira in un angolo, come un animale impaurito, e si accovaccia sul cemento del ghat. Rimane tutto il tempo a guardare mentre sua madre arde.

Le hanno insegnato che non si deve piangere per chi muore, perché la morte fa parte della vita e chi ha vissuto senza colpa rinasce più puro. Eppure ha un groppo duro in gola, e le lacrime ora traboccano. Tira su col naso, sente sapore di sale e di moccio.

Il becchino la guarda, storcendo la bocca, scuotendo la testa, biascicando ingiurie contro chi permette alle femmine di comportarsi da maschi invece di stare in casa e pensare a sposarsi. Perciò quelle lacrime vanno ricacciate indietro proprio come farebbe un maschio. Per non piangere, la bambina si sforza di pensare a com’era sua madre quando stava bene, al suo sorriso mesto, ai suoi occhi gravi, ai suoi piedi nudi che scivolavano indifferenti sul fango della vita. Auda non vorrebbe le sue lacrime. Auda, davanti ad ogni cosa, metteva la dignità.

Però, ora, Auda è là sotto, che si accartoccia e scoppia sulla pira, in quel lezzo d’ossa bruciate e fumo, mescolato all’odore forte ed umido del fiume. E lei non la vedrà più, non le racconterà più cosa hanno detto le altre bambine alla fontana, non udrà più la sua voce roca che dice che non bisogna mai aver paura.

Ha paura, invece, e la paura è un buco nero dentro la pancia, come quando ti fa male qualcosa che hai mangiato. No, di più, molto di più.

Alcune ore dopo, armato di pinze di ferro, un inserviente raccoglie le ossa carbonizzate in un vaso di terracotta. Le fa cenno di avvicinarsi. Lei si costringe ad alzarsi, a muovere le ginocchia intorpidite dall’immobilità. Si accosta tremando alla pira fumante.

L’uomo le mostra qual è il teschio. Lei lo guarda, spaventata, affascinata, senza più un filo di saliva nella bocca. Quella cosa nera, rovente, raggrinzita, è quel che resta della bella faccia di sua madre.

“Ti muovi? Ho altri quattro funerali stamattina.”

Il punteruolo di bambù non è pesante, ma lei deve tenerlo con entrambe le mani, da quanto tremano. Stringe le nocche attorno al legno fino a sbiancarsele, fino a farsi male. Si concentra, prende la mira.

Colpisce.

E’ un colpo debole, la testa carbonizzata si sposta appena, il punteruolo scivola di lato.

La bambina ci riprova, colpisce più forte, tanto da ferirsi le mani. Questa volta la testa annerita sobbalza, ma niente di più.

He, Ram! Vuoi ridurla in polpette?! Vuoi farci il macinato?”

La bambina inghiottisce lacrime di vergogna. “Mi dispiace”, si scusa, “io non...”

“Da’ qua!” L’uomo le strappa di mano il punteruolo. Con due colpi secchi fracassa il cranio di Auda e libera la sua anima.

Più tardi, con il vaso delle ceneri stretto al petto, la bambina scende l’ultimo scalino del ghat, per raggiungere la barca che la porterà al centro del fiume, dove potrà spargerle nell’acqua. I suoi occhi sono asciutti, adesso, e tiene alta la testa.

Stringe con forza il vaso sul cuore.

[1] Scalinata

[2] Sole

[3] Rinunzianti che si pongono al di fuori della società per riunirsi, attraverso l’ascesi, con l’Assoluto.

[4] Pasta di noce di betel avvolta in una foglia, da masticare.

[5] Mamma.

[6] “Sì?”

[7] Festa delle luci.

[8] Segno rosso sulla fronte.

[9] Burro cotto e liquefatto.

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MNEMAGOGHI di PRIMO LEVI (Torino 1919 – ivi 1987)

12 Gennaio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Primo Levi, noto per le opere legate alla drammatica esperienza nel lager (Se questo è un uomo, La tregua, Sommersi e Salvati), fu anche un abile narratore. Chimico prestato alla letteratura (oppure semplicemente chimico e scrittore), nei suoi racconti tratta spesso di vicende legate al mondo del lavoro (pensiamo tra gli altri alla raccolta dal titolo Il sistema periodico). Fu un grande lettore di Lucrezio, Rabelais, Darwin.

Vediamo da vicino il racconto Mnemagoghi, nell’edizione Einaudi.

Il dottor Morandi raggiunge il paese di cui è diventato medico condotto. Deve innanzitutto passare dall’anziano Ignazio Montesanto dal quale rileverà la condotta. Sente un lieve disagio; la gente del posto mostra di sapere già chi è lui. Gli si legge in faccia che è un dottore. Un’identità che sembra avere uno spiacevole aspetto totalizzante.

Levi mostra subito belle qualità narrative; “un silenzioso e rapido guizzare di lucertole” accoglie il nuovo arrivato quando raggiunge l’abitazione dell’ormai ex-collega. Viene abilmente costruito il personaggio stravagante del vecchio medico che “si muoveva con la sicurezza silenziosa e massiccia degli orsi” e indossava una “camicia sgualcita e di dubbia pulizia”. La casa di Montesanto è palesemente trascurata e l’uomo non sembra voler parlare di temi concreti. Inizia quello che diventa presto un soliloquio sulla sua vita personale e professionale, mentre il giovane nota varie cose: in particolare, “un lungo filo di ragno pendeva dal soffitto, reso visibile dalla polvere che vi aderiva”. Inoltre, in un armadio c’erano “poche boccette in cui i liquidi avevano corroso il vetro segnando il livello”.

Il padrone di casa denota un palese disinteresse verso l’attualità; racconta i suoi inizi nelle trincee durante la guerra e poi parla del rapido sopravvenire di una certa apatia che lo ha portato al volontario esilio nella condotta sperduta del paese. Morandi non riesce a farlo parlare di questioni pratiche, come il suo alloggio o la situazione dei pazienti dei quali come nuovo dottore doveva farsi carico. Ci ricorda certi personaggi kafkiani, nascosti nell’ombra, evasivi, quasi diafani, eppure in qualche modo necessari perché depositari di qualcosa di importante. A un certo punto il vecchio sembra assopirsi, ma non è del tutto silenzioso; il soliloquio probabilmente continuava nel suo interno, immagina il suo ospite.

Alla fine emerge la specializzazione dell’anziano medico: i ricordi. Qui si coniugano Proust e la chimica. Montesanto parla con passione di “adrenalinici assorbiti per via nasale”. E’ riuscito, con le sue conoscenze, a ricostruire in forma conservabile un certo numero di sensazioni. Ha racchiuso degli odori in boccette numerate e ciascuno di essi lo riporta a un momento del passato; l’odore della scuola e della sua aula, quello indefinito della pace provata dopo aver raggiunto una meta in montagna, quello di una persona conosciuta e forse amata. Si chiamano “mnemagoghi”, ossia suscitatori di ricordi. Mostra i suoi segreti al suo successore che all’inizio sembra incuriosito.

Levi mette insieme amore per la vita e scienza, proponendo in questo ritratto pittoresco e un po’ inquietante, un culto del ricordo mantenuto razionalmente, accuratamente classificato in specifici recipienti, dal contenuto molto personale. Quelle boccette sono la mia persona, dice infatti Montesanto. Il giovane medico a un certo punto avverte il bisogno incontenibile di andare via e abbandonare quella casa. Ha letteralmente bisogno di respirare odori diversi. Parte bruscamente. La sua è quasi una fuga e quindi un rifiuto per il rigido razionalismo del collega.

Forse solo la memoria involontaria proustiana può, con la sua naturalezza, riportare in modo piacevole il ricordo. Sta al caso, ossia alla vita farci riassaporare ciò che è stato; la madeleine di Proust allaccia presente e passato e permette un dialogo tra ieri e oggi, a differenza dell’impostazione “passatista” del vecchio. La scienza di Montesanto è artificio; sacrifica troppo il presente sull’altare del passato in funzione del quale non si può vivere se non rinunciando all’oggi. Il ricordo nato da una circostanza accidentale, invece, costituisce una piccola vittoria sul tempo e sulla morte. Si tratta di un ricordare fecondo perché crea o meglio ricrea un momento del passato, attraverso, ad esempio, il casuale assaggio di un dolce (come capita nella Recherche), senza boccette numerate o “adrenalinici assorbiti per via nasale”.

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Ivo De Palma recita 5 poesie da Sazia di luce di Adriana Pedicini ed. Il Foglio, musiche di Carlo De Filippo

11 Gennaio 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

Poesie tratte dalla silloge Sazia di luce, il Foglio edizioni 2013

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Polonia: un paese sorprendentemente bello

10 Gennaio 2014 , Scritto da Liliana Comandè Con tag #liliana comandè, #luoghi da conoscere

Polonia: un paese sorprendentemente bello

La regione Malopolska racchiude molti gioielli culturali e naturalistici. Cracovia, invece, è la splendida città del turismo e della cultura.

Eccomi di nuovo in aeroporto. Sono rientrata in Italia da appena una settimana, dopo essere stata negli Stati Uniti e in Canada, ed ora mi trovo nuovamente con la valigia in mano pronta a salire su un aereo della LOT, che mi porterà in un paese europeo che ancora non conosco: la Polonia. E’ tardi, il cielo è scuro ma pieno di stelle. L’Embraer decollerà alle ore 23.45 per arrivare a Cracovia alle 02.00 del giorno dopo. Non riesco a dormire in aereo e il tempo lo trascorro leggendo o scrivendo. Anche questa volta sono emozionata. Mi accade ogni volta che parto per un paese che non ho mai visitato, e la Polonia rientra tra questi.

A qualcuno potrà sembrare strano, ma tutte le volte che affronto un nuovo viaggio mi sento un po’ come quelle bambine che si accingono scartare un regalo desiderato a lungo.

L’aereo è confortevole e ci viene servito anche uno snack. Con la mente sono già a Cracovia, la città definita dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, dove atterreremo e nella quale ritornerò il penultimo giorno, dopo aver effettuato le numerose visite nelle località più interessanti e più vicine alla città.

L’Ente del Turismo Polacco, sa cosa far visitare ai 6 giornalisti invitati ed ha preparato un fitto programma ricco di suggestioni. All’arrivo troviamo un incaricato dell’Ente Turistico che ci porterà in Hotel dove arriveremo alle 02.30. Lungo la strada che ci conduce dall’aeroporto all’albergo, c’è tanta nebbia, ma il nostro autista guida con la stessa sicurezza con la quale noi gireremmo in una giornata di sole.

Non dormiamo, il tempo è troppo poco per riuscire a prendere sonno e…quando gli occhi incominciano a stancarsi e ad incominciare a chiudersi, ecco che ora di alzarsi.

Fuori c’è ancora una nebbia piuttosto fitta che, a malapena, fa intravedere la gente che va al lavoro e le automobili che passano, ma non appena incomincia a diradarsi riesco a vedere che l’hotel è situato vicino ad un fiume. C’è un ponte e alcuni barconi sono attraccati ad un piccolo molo. Sono le 08.30 e già un gruppo di turisti è fuori con la guida che spiega loro qualcosa riguardo dei grossi pannelli che contengono varie fotografie con le immagini della flora e della fauna.

Qualcuno passa in bicicletta sulla pista ciclabile che costeggia il fiume Vistola, che attraversa tutta la Polonia. Nasce dai Carpazi ed è il fiume più lungo della Polonia che sfocia a Danzica.

Sono le 09.00 e alcuni ragazzi giocano a pallone, nonostante ancora non ci sia una grossa visibilità e non faccia propriamente caldo. L’hotel è situato ai piedi del Castello di Wawel, ma non riesco a vederlo per via della nebbia.

Zakopane, “capitale invernale” della Polonia

E’ ora di partire alla volta di Zakopane, capitale invernale e località turistica più importante per il paese con i suoi tre milioni di visitatori l’anno. E’ un posto perfetto per sciare – non per niente anche Papa Giovanni Paolo II°, prima didiventare la guida spirituale dei cattolici, amava scendere dalle piste dei monti Tatra, la più alta catena montuosa del paese, ai cui piedi, ad un’altezza di 800 metri si trova la bella cittadina.

Zakopane ricorda il papa nel Santuario della Madonna di Fatima di Krzeptowki, dove il Giovanni Paolo II° celebrò una messa e dove ora si trova un monumento dedicato alla sua memoria. Zakopane possiede moderni e ottimi impianti sciistici sul Monte Kasprowy, a circa 2.000 metri di altezza, funivie e trampolini ripidi perfetti anche per gare internazionali, come quella di “Nosal”.

Numerosi gli itinerari a disposizione per chi ama scalare le vette o semplicemente passeggiare in questi luoghi incontaminati, dove si possono incontrare camosci, marmotte,aquile, ma, soprattutto, dove in inverno ci si può cimentare in uno degli sport invernali preferiti, lo sci. Zakopane, offre numerosi impianti: seggiovie e sciovie, piste di sci di discesa e di fondo, pendici di slalom ed un percorso di discesa estremo.

Ma la città è un piccolo scrigno pieno di gioielli, tra i quali troviamo la Chiesa-Cappella di Jaszczurowca, risalente al 1904, il vecchio cimitero, dove riposano illustri polacchi, un piccolo ma molto interessante Museo nel quale sono conservati reperti del folklore montanaro, abiti e arredamenti tradizionali e il Convento delle Orsoline, luogo dove per 16 anni il Papa trascorreva le sue vacanze prima di diventare il Santo Padre. Zakopane è famosa anche per l’aria salubre.

Un monumento è dedicato ad un medico, Titus Chalubinsky, considerato il padre della città perché vi portava la gente malata ai polmoni (soprattutto artisti che conducevano una vita bohemienne), li curava guarendoli.

Zakopane ha 30.000 abitanti molti dei quali vivono in bellissime e tipiche case, con i tetti spioventi e i frontoni scolpiti. Sono case in legno dallo stile molto bello e caratteristico denominato proprio “stile di Zakopane”, che fu inventato da Stanislaw Witkiewicz (critico, pittore e scrittore) e unisce elementi di casa tradizionale di montagna con uno stile del periodo di fine ottocento.

La città è piena di alberghi di qualsiasi categoria, comprese pensioni e case private, atte a soddisfare le esigenze e le tasche di ogni turista, inoltre, poiché la natura è stata molto generosa nei suoi confronti, i suoi dintorni sono pieni di boschi e di fiumiciattoli.

A Chocholowska è un must effettuare un viaggio in carrozza nella sua valle dove numerosi escursionisti camminano fra splendidi panorami e piccoli canyon.

Ottima la sua cucina caratterizzata da prodotti a base di latte di pecora.

Sulle zattere lungo il fiume Dunajec

Lasciata Zakopane, con il ricordo di una città vivace, piena di locali e ristornati, ci rechiamo a Sromowcow dove ci attende una bella sorpresa: la discesa in zattera del fiume Dunajec.

Non si tratta di zattere come le intendiamo normalmente, ma sono una sorta di piccole e strette barchette unite tra loro con la corda.

Portano da 6 a 8 persone e gli zatterieri, sempre 2 per ogni imbarcazione, sono vestiti con gli abiti tradizionali variopinti.

E’ piacevole ascoltare le storie e le leggende che raccontano sulla loro terra mentre tutto attorno è silenzio e si avverte un grande senso di pace.

La discesa turistica del Dunajec risale a oltre 150 anni fa e, indubbiamente, è un’esperienza particolare della durata di 2/3 ore, che consente di ammirare i monti Pieniny con le loro rocce a strapiombo sull’acqua e le alte pareti, oltre alle cime aguzze denominate Trzy Korony (le tre corone) che, in realtà, danno l’impressione di una sola, grande corona.

Il fiume si fa strada fra le montagne dalla forma particolare, fra piccole rapide, uccelli acquatici e una ricca vegetazione che orla le sue rive.

Cracovia, una delle più belle città europee

E’ ora di tornare a Cracovia, e ci rimettiamo in auto per tornare là dove abbiamo trascorso la prima notte ma non abbiamo ancora visitato. Il tempo ci è amico: c’è un bellissimo sole e il cielo è completamente terso.

Clima ideale per visitare i tanti monumenti di grande valore storico che questa città possiede e conserva in maniera egregia.

Come in ogni paese che si rispetti, ci sono sempre le leggende a dare spiegazioni a ciò che non conosciamo. Così è per il nome della città che le deriverebbe da un principe di nome Krak, che la liberò da un drago crudele che aveva “l’abitudine” di mangiare le fanciulle del luogo.

Ma leggenda a parte, Cracovia è una città inaspettatamente splendida e unica nella sua bellezza. Ricchissima di monumenti di grande valore storico e artistico, è rimasta come quando venne costruita nel medioevo.

Dal 1039 al 1596 la città è stata la capitale politica e culturale della Polonia, quando i regnanti decisero di trasferirsi a Varsavia soprattutto per motivi amministrativi. La città conserva numerose opere di grande valore grazie al fatto che la corte reale invitava i più noti artisti d’Europa.

Il turista che visita questa città vive un’atmosfera veramente particolare, che sa di un passato lontano, grazie alle sue numerose testimonianze storiche.

Il cuore della città è la Piazza del Mercato, una delle più grandi piazze medievalid’Europa grazie alle sue dimensioni: un quadrato dal lato di 200 metri, ed è la parte più antica di Cracovia perché sorta nel 1257.

La Piazza è divisa in due parti ed è dominata dal Palazzo del Tessuto, all’interno del quale si possono visitare numerosi negozi ed il Museo Nazionale, che accoglie importanti collezioni.

Sempre sulla piazza si possono ammirare l’antica torre del municipio, Wieza Ratuszowa e la chiesa di S. Adalberto.

Sulla piazza ci sono le superbe torri della Basilica dell’Assunzione della Vergine Maria, la più alta misura 83 metri. Dalla Torre più alta, ogni ora, c’è un trombettiere che suona e si sposta su quattro lati.

E’ un uomo in carne ed ossa a suonare ed è una tradizione che risale al tempo in cui le truppe turche si stavano avvicinando alle mura della città. Il trombettiere riuscì a suonare l’allarme e poi fu ucciso dal nemico con una freccia.

In memoria dell’episodio, che consenti alla popolazione di prepararsi all’attacco, ancora oggi tutti i turisti possono ascoltare e vedere, stando a faccia in su, il trombettiere che suona.

Nella Chiesa della Vergine Maria, una delle più belle chiese della Polonia e più ricche nell’architettura interna. L’altare maggiore è splendido ed unico con 12 bassorilievi sulla vita della Madonna.

E’ l’altare gotico più grande d’Europa, dai colori policromi, eseguito da un incisore di Norimberga, Wit Stwosz, con legno di tiglio dorato. In alcune ore della giornata apre anche ai turisti.

Una suora, con un sottofondo di musica sacra da far venire i brividi ecommuovere anche chi non ha la fede, prende un bastone e apre la grande pala fatta a libretto.

Una volta aperta completamente, si possono ammirare tutte le pitture che rappresentano la storia del Nuovo Testamento, evidenziando fatti della vita di Gesù e della Madonna. Ma la chiesa è ricca anche di molte vetrate originali, tutte dipinte con 120 storie dell’umanità.

Infine, la parte che riguarda il coro (del 1600) ha scene di vita della Vergine, mentre il Ciborio è opera del nostro artista Giovanni da Padova.

Al centro della Piazza si trovano anche le Sukiennice o Mercato dei Panni, edificio gotico risalente al XIV° secolo, sorto come centro commerciale locale, oggi ha l’attico con sculture di Santi Gucci e, al primo piano una Galleria dipittura.

I portici sono occupati da negozi che vendono artigianato locale.

Sempre sulla Piazza, c’è un interessante Museo sotterraneo aperto da appena un anno e che è costruito all’interno in maniera moderna. Vi si trovano monete antiche, carri, basamenti

originali e antichi, ricostruzioni della vita dell’epoca con filmati, ricostruzioni delle botteghe di orafi, fabbri, chiavi, oro, scarpe, serrature, maglie di corazze, statue in terracotta, bilance e sistemi di misura, oltre a resti di mura e vecchie strade.

Una delle strade adiacenti alla piazza è via Florianska, in fondo alla quale si trova l’unica testimonianza delle mura medioevali della città, la porta (Brama) di S. Florianska e il bastione difensivo Barbacane, del quattrocento, il più grande e meglio conservato esempio di fortezza gotica d’Europa.

Lungo la Florianska da non mancare la visita al Muzeum Matejki ricreato nella casa natale del famoso pittore Jan Michalikowa e il pittoresco caffè Jama Michalikowam, luogo di incontro di artisti, nel quale facilmente può capitare di assistere a degli ottimi spettacoli di cabaret.

Un’altra strada veramente stupenda ed antica è la Kanonicza, dove è situato il museo “Art Nouveau” e il teatro Cricot 2.

Da non perdere assolutamente gli edifici del Palazzo Reale, il Wawel, chesovrastano la parte meridionale della città antica, mentre alla cattedrale del Wawel, gioiello dell’arte gotica, nel tempo, sono state aggiunte numerose cappelle, la più famosa delle quali è quella di Sigismund, con la sua magnifica cupola dorata.

Il Castello Wawel, di epoca rinascimentale, si trova su un’altura lungo la Vistola. In origine era la residenza di re e poi di vescovi.

Le stanze reali sono arricchite da una collezione di splendidi arazzi fiamminghi, anche di grandi dimensioni, stufe in maiolica, pavimenti in marmo nero di Cracovia (oggi non esiste più) e legno di larice.

Quadri, anche del Vasari, affreschi, mobili, rendono molto prezioso questo tesoro delle memorie nazionali. In alcuni ambienti è tutto molto italiano-rinascimentale in quanto la Principessa Bona Sforza sposò il re Sigismondo il Vecchio.

Dall’Italia la Principessa portò al castello numerosi artisti, che hanno lasciato sculture pregevoli e opere architettoniche di grande valore.

Attaccata al Castello si trova la Cattedrale di Wawel dei S.S. Venceslao e Stanislao ed è il santuario del patrono della Polonia, S. Stanislao vescovo.

Qui vi si svolgevano le più importanti cerimonie religiose e le incoronazioni dei re mentre nelle cripte sono sepolti quasi tutti i re polacchi. La Cattedrale è in stile gotico con tre navate laterali e risale al 1320.

All’interno è custodito il Tesoro, anche se è andato depauperandosi a causa delle asportazioni subite nel corso dei secoli.

Molto belli il feretro d’argento di S. Stanislao e la cappella di Sigismondo.

Cracovia è definita anche “la città dei giovani” perché vi è una delle più antiche e prestigiose Università d’Europa: la Jagellonica, che si divide in Collegium Maius, costruzione gotica del trecento, e Collegium Novum, in stile neogotico.

E’ stata fondata nel 1364 e sono numerose le facoltà che richiamano giovani da ogni parte della Polonia. All’interno, nel Collegium Maius, è ospitato un Museo che ha la particolarità di mostrare anche 35 mappamondi antichi.

Tra i quali uno del 1508 circa, sul quale venne segnata per la prima volta al mondo anche l’America.

Cracovia stupisce anche per la bellezza dei suoi palazzi, in stile gotico, rinascimentale e barocco, che risalgono anche al 1200.

Le facciate sono tutte completamente restaurate, le strade pulitissime e un grande parco circonda tutto il centro. C’è una grande vivacità sia diurna che notturna grazie ai numerosi locali, ristoranti, bar.

E non sono solo i giovani a godere la città, ma intere famiglie e coppie non più giovani. Cracovia ha un’eleganza che si riscontra anche nell’abbigliamento dei suoi cittadini.

E’ una città sorprendentemente viva e piena di fascino. Se ci si reca nella Piazza del Mercato quando è ora di cena, risuonano ovunque note musicali che vanno dal Jazz a quella moderna. Nei ristoranti all’aperto c’è sempre musica dal vivo. Cracovia è ancora una città colta, e si vede!

La fabbrica di Schindler

Chi non ha visto il commovente film “La fabbrica di Schindler”? Ecco, la fabbrica è a Cracovia ed è diventata un Museo della memoria.

Prima dell’invasione nazista c’era già la fabbrica ed ora è un Museo che racconta la storia di Cracovia nel periodo dell’occupazione dal 1939 al 1945.

La mostra, che come è facile intuire, procura molte emozioni, mostra la storia dei suoi cittadini polacchi ed ebrei, le vicende che hanno segnato la storia della fabbrica di Oscar Schindler e i prigionieri salvati dal campo di concentramento di Plaszow.

La Mostra permanente “Cracovia – periodo dell’occupazione nazista 1939-1945” è stata inaugurata nel 2010 nell’edificio amministrativo della vecchia fabbrica tedesca di vasellame, ancora visibile in grande quantità nei locali esterni dell’edificio.

All’interno sono ancora conservati alcuni macchinari, timbratrice einstallazioni nell’ufficio di Schindler.

Entrando in quest’ultimo l’emozione che si prova è molto forte.

Una mappa di gesso dell’Europa con i nomi delle città scritte in tedesco è ancora situata su una parete, i mobili, la sua scrivania con gli oggetti di uso quotidiano, la lampada da tavolo, le sue foto sono lì e puoi toccare tutto.

In quella stanza puoi avvertire un gran senso di tristezza, dolore, compassione, ammirazione e gratitudine e, all’improvviso, le immagini del film riaffiorano prepotenti e un grande disagio e senso di impotenza pervadono la tua mente e il tuo cuore.

Quanta malvagità, quanta disumanità, quanta umiliazione ha dovuto

Shindler

sopportare quella povera gente.

Di quanti Schindler, che è riuscito a salvare oltre mille ebrei polacchi, avrebbe avuto bisogno la società di quell’epoca?

La Mostra segue un percorso che fra scenografie, luci e suoni, da l’impressione di trovarsi nel terribile periodo e di essere spettatori della vita dell’epoca.

Sentiamo i rumori, viaggiamo in tram, guardiamo dentro le case, un caffè, un salone da barbiere.

Un vasto materiale di memorie e di fotografie è mostrato in molte presentazioni multimediali.

Si può osservare la città prima del periodo bellico fino ad arrivare alla fine dell’occupazione, attraversando tutto il periodo orribile della guerra, dello sterminio di 60 mila ebrei a Cracovia, della fabbrica di Schindler e la fine di quegli orrori.

Una Mostra ben fatta e utile a non far dimenticare ciò di cui è capace l’uomo, nel bene e nel male.

Wieliczka, la spettacolare miniera di sale

Una delle meraviglie della Polonia è senz’altro la miniera di salgemma di Wieliczka. Da sola vale un viaggio nel paese.

Situata a circa 60 chilometri da Cracovia, è stata dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità (la Polonia ha molte località inserite dall’Unesco nella lista dei Monumenti Mondiali culturali da preservare).

E’ la più antica miniera di sale d’Europa conosciuta 3500 anni prima di Cristo.

Attiva dall’anno 1000, oggi è una delle maggiori attrattive turistiche del paese.

La visita inizia con il percorso chiamato “Pozzo di Daniłowicz” attraverso gallerie lunghe circa tre chilometri che conducono a 20 sale.

In realtà, le gallerie sono lunghe circa 300 Km, distribuite su nove livelli ma, chiaramente, per i turisti il percorso è stato limitato alla visita delle opere più belle e importanti costruite all’interno della miniera.

Le sale sono interamente scolpite in grandi blocchi di salgemma e la più bella ed emozionante è senza dubbio la Cappella di Santa Kinga, una vera e propria chiesa. La sala è molto ampia, misura 54 x 17 ed ha un’altezza di 10 metri.

E’ stupefacente osservare l’altare, la grande croce con il Cristo, varie sculture, bassorilievi fatti di sale riproducenti scene bibliche e i lampadari, vere e proprie opere d’arte che possono essere confusi con quelli di cristallo.

C’è anche una grande statua di Papa Giovanni Paolo II°.

Si avverte un’atmosfera molto mistica in questa chiesa, che ancora oggi è usata per celebrare la messa della domenica e della vigilia di Natale, oltre ai matrimoni.

Ha un’acustica perfetta per la musica sacra e si percepisce appena ci si avvicina alla parte alta della cappella. A seconda della provenienza dei gruppi di turisti, infatti, viene fatto ascoltare il loro inno nazionale.

Agli italiani viene fatto ascoltare il “Va pensiero” di Giuseppe Verdi.

E’ veramente una grandiosa opera umana, unica e meravigliosa!

C’è anche la “Sala Nicolò Copernico”, dove è possibile vedere il monumento dedicato al grande astronomo.

E ancora, la “Cappella di Sant’Antonio” dedicata a tutti coloro i quali cercano qualcosa; la Cappella Barocca, scavata dentro un blocco di sale di colore verde e tutta ornata da statuette di Santi.

C’è poi la “Sala Sielec” dove si può vedere come veniva trasportato il sale.

Ci sono figure di minatori e anche di cavalli che aiutavano gli uomini a trasportare il salgemma.

La “Sala Janowice” riproduce scene della scoperta del sale.

Un minatore passa a Santa Cunegonda il primo blocco di sale, con un anello di aggancio all’interno.

La leggenda narra che Santa Cunegonda è diventata patrona dei minatori nelle miniere di sale.

Un altro posto molto bello è la cosiddetta “Sala Bruciata”,nella quale è rappresentato il procedimento di eliminazione del metano che si accumula in miniera. Usando alcune fiaccole dislocate su lunghi pali, i minatori incendiavano il pericoloso gas.

In una sala vi è un modello di lavoratori del sale del periodo Neolitico e un villaggio di antichi coltivatori, inoltre, nella “Sala Kazimierz Wielki” c’è il busto del re Casimiro il Grande.

All’interno della sala Erazm Baraci, c’è un lago di sale molto suggestivo da vedere perché il salgemma che ricopre le pareti intorno allo specchio d’acqua è di vari colori.

All’interno della miniera è stato ricavato anche un ristorante, un bar e piccoli negozi di souvenir oltre ad una sala per spettacoli ed eventi vari.

Il percorso dura circa 2 ore e l’emozione è proprio tanta per aver visto ciò che è riuscito a fare l’uomo, in questo caso i minatori, nel loro tempo libero. Le statue risalgono agli anni ’60.

All’interno della miniera non si avverte umidità e per questa ragione, al terzo piano, è stato costruito un sanatorio dove vengono ricoverate le persone affette da malattie reumatiche e allergiche.

La visita alla miniera, così com’è oggi, è veramente d’obbligo per chi si reca a Cracovia. E’ veramente una delle opere più straordinarie dell’essere umano.

Ancora Cracovia…le ultime visite

Anche Cracovia, con i suoi inestimabili monumenti e le sue meraviglie medioevali, non a caso viene definita “un grande museo”, il più importante dei quali è quello Nazionale che raccoglie opere dal valore inestimabile, come la “Dama con l’Ermellino” di Leonardo da Vinci o il “Paesaggio con il Buon Samaritano” di Rembrandt, insieme a tante altre opere di autori polacchi.

Da menzionare ancora il museo Storico della Città dove si trova il Gallo d’argento di epoca rinascimentale, quello Archeologico, Etnografico, di Storia Naturale, quello Storico della Farmacia, della Pittura, dell’Aviazione e dello Spazio.

Numerose sono le gallerie private che raccolgono le opere degli artisti contemporanei, che vanno dalla pittura ai famosi gioielli in argento.

D’estate interessante da vedere è la Biennale internazionale delle Bambole Regionali, mentre a settembre si svolge la Fiera dell’Arte Popolare di tutte le regioni polacche.

Durante tutto l’anno, inoltre, sono molte le manifestazioni musicali, dove si possono ascoltare orchestre e solisti di fama mondiale.

La particolarità, che aggiunge a tutto questo un’atmosfera che sa di altri tempi, è dovuta al fatto che questi concerti vengono tenuti all’interno delle più belle chiese, nei palazzi e nei saloni delle antiche case borghesi.

Fra l’inverno e la primavera sono diversi gli appuntamenti a cui non si può mancare, come le Giornate della Musica d’Organo, nelle numerose e bellissime chiese di Cracovia, o d’estate il Festival “Musica nella vecchia Cracovia” e per chi vuole ascoltare tutto l’anno del buon jazz, può recarsi nel centro culturale degli studenti “Pod Jaszczurami”, nella Piazza del Mercato Maggiore.

Cracovia, città culturale e turistica per eccellenza, dove non basta un week end per assaporarne l’atmosfera e visitare le numerose bellezze che possiede, chiese incluse.

Sempre ospitale e cordiale, Cracovia, come tutta la Polonia, è rimasta legata allesue tradizioni, amante della cultura e dell’arte, ma con un occhio alla modernità.

E non potrebbe essere diversamente dal momento che nella sua Università ci sono ben 200 mila studenti che hanno fatto denominare Cracovia “la città dei giovani”.

E i giovani sono anche il futuro di questo paese che, a differenza del nostro e di tanti altri, non sta subendo la stessa crisi economica mondiale. La Polonia ama il …ritorno al passato, ma guarda anche al futuro.

Liliana Comandè

Polonia: un paese sorprendentemente bello
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Dimmi come leggi e ti dirò chi sei

10 Gennaio 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #cultura, #saggi

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).
L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

«Ebbene, allora il mondo è l'ostrica mia, ch'io con l'acciaro spalancherò.»

“Le allegre comari di Windsor” di William Shakespeare – Atto II ,Scena II

Con questa battuta che la dice lunga, uno dei personaggi della commedia shakespeariana risponde a Falstaff che, entrando in scena, gli si è appena rivolto affermando: «Io non ti presto un soldo» - e queste parole, forse, la dicono davvero ancora più lunga!

Il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio.

Così - come riporta il brevissimo articolo nell’inserto “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” di domenica 14 dicembre - “da un passaggio shakespeariano” hanno preso ispirazione per il nome i fondatori della società statunitense Oyster, (ostrica in inglese, appunto) costituita nell’ottobre del 2012 e inaugurata poco meno di un anno dopo, nel settembre del 2013.

La società Oyster (servizio di streaming per libri in formato digitale) offre una piattaforma online a pagamento, Oysterbooks, con più di cinquecentomila ebook e disponibile su Android 4+, iOS 7+, Nook HD e Kindle Fire, così come su qualsiasi browser di computer o laptop.

Letta così, nessuna novità. O meglio, la novità c’è e (forse) non si vede.

Oyster è in grado di verificare quando il lettore inizia la lettura dell’ebook, quando la terminerà e se, soprattutto, arriverà alla parola “Fine” dell’opera.

Perché questo è il punto. Oyster corrisponderà quanto pattuito alle case editrici e agli autori solo a condizione che il libro sia stato letto per almeno un quinto.

Il conto è presto fatto: su centocinquanta pagine di libro, l’abbonato a Oysterbooks dovrà almeno sfogliarne (sfogliarne - non significa necessariamente leggerle) trenta. Se ne sfoglierà solo ventinove, il libro sarà giudicato non andare incontro ai gusti del lettore (e quindi del pubblico più allargato) e nulla sarà dovuto alla casa editrice che ne ha curato la pubblicazione, né tantomeno all’autore.

Lettori a cottimo per le strategie di mercato (e i ritorni economici) dell’editoria del futuro.

Analogamente, mi verrebbe da dire, se mangio solo un pezzo di pizza (meno di un quinto, dunque pari a un triangolo di settantadue gradi) e il resto lo lascio nel piatto, significa che la pizza non mi piace. Così potrei anche alzarmi e uscire, evitando di pagare il conto in pizzeria. Non credo che il gestore del locale che frequento abitualmente si troverebbe d’accordo con questa impostazione d’affari.

Potrei aver mangiato solo un triangolo di settantadue gradi di pizza (peraltro buonissima) perché due ore prima mi ero fatta prendere dalla gola e avevo fatto merenda con un fettone di pane spalmato di crema al cioccolato. Ma la pizza, anche se consumata solo in parte, l’ho trovata assolutamente di mio gusto.

Non sembra ragionare così la regola aurea del mercato introdotta da Oyster.

Il lettore “sfoglia”, dunque il libro “è”. Se il libro non si sfoglia, o si sfoglia poco, il libro “non è”. In tutti i sensi e senza andare oltre le ragioni di quel non sfogliare (o, al contrario, leggere fino in fondo). Senza chiedere «Perché?».

Per assurdo, magari il libro piace, ma la signorina che ne ha acquistato la versione ebook, mentre era in fila per spedire una raccomandata in posta, ha notato nella fila accanto a lei un bel giovanotto, si sono messi a parlare e la signorina ha realizzato che quello non era un semplice giovanotto come tanti in fila in un ufficio postale, bensì il principe azzurro. Colpo di fulmine e i due se ne vanno via, indifferenti a raccomandate e cartoline, verso una nuova vita. L’ebook (“Guerra e Pace” di Tolstoj) della signorina è stato spento a pagina 275, poco meno di un quinto (dell’edizione italiana più recente di 1.424 pagine)e dunque, Oyster farà due più due: la casa editrice non sarà pagata, non parliamo dell’autore e il libro, forse, vale poco, magari inutile proporlo ad altri.

Non sarà così semplicistico, naturalmente. E non ci si baserà solo sullo “sfogliare” della signorina in fila per la raccomandata, ma…

E’ sufficiente giudicare un libro dal numero di pagine lette? Che ne pensa il lettore dello stile, della trama, dei personaggi? Il lettore cosa pensa che abbia voluto comunicare l’autore, mettendo nero su bianco quella storia e non un’altra? Quanta fatica è stata spesa dall’autore per mettere insieme quella storia, bella o brutta che sia? E perché il lettore non è andato oltre nella lettura e ha abbandonato il libro?

Tutti siamo stati scolari. E a tutti sono stati imposti tomi di classici della letteratura. Ammettiamolo, per alcuni libri, data la nostra allora giovanissima età, non ci saremmo nemmeno sognati di andare oltre pagina 10 dell’introduzione ragionata. Solo a distanza di molti anni, magari riprendendo gli stessi libri in età più matura, ci siamo resi conto dei capolavori che erano. Applicando il metro di Oyster al nostro agire di allora, avremmo dovuto liquidare il libro come “illeggibile”?

E le case editrici che faranno? Non vorranno più avere a che fare con gli autori dei libri sfogliati sotto la soglia minima, senza preoccuparsi del talento che questi forse hanno, che magari deve essere supportato, accompagnato e affinato? Autori per i quali varrebbe la pena “battersi”, nonostante lo scarso (iniziale) ritorno?

E se anche il mondo dell’editoria fosse destinato a diventare solo un’immensa fucina? Non più di talenti, ma di “cose che rendono” e chi non “rende”, via, si dedichi ad altro. Una fucina di cottimisti inchiodati alla catena di montaggio della parola alla moda e che incontra il gusto. La parola che piace, la parola che vende. Magari non smuove nulla dentro al lettore, ma vende. Tutto come in un perfetto meccanismo di interruttori a relè: “Aperto – Chiuso”, “Vende – Non vende”.

«E’ l’editoria, bellezza, l’editoria, e tu non ci puoi far niente, niente!», mi risponderebbe forse qualcuno, parafrasando una celebre frase di film.

Può darsi. Ammetto però di non essere all’altezza di comprendere questo nuovo modo di monitorare, mappare e seguire il lettore in base ai ritorni economici, facendo leva solo su statistiche digitali, che escludono la percezione, il confronto, la curiosità che spesso non si accontenta di una sola risposta. Implicitamente, è come negare che il lettore possa disporre di sentimenti, senso critico e di gusto per il bello (o per il brutto).

Un’ultima informazione: Oyster ha dichiarato che tramite un algoritmo possono individuare le preferenze del lettore e proporgli una selezione di titoli che vanno incontro ai suoi gusti in tutto e per tutto.

Non è una novità vederci proporre iniziative o prodotti in base ai siti che abbiamo visitato su Internet o in base al nostro profilo che abbiamo inserito in rete.

Per la lettura, beh, per la lettura… Mi verrebbe da dire che così facendo, mi verranno proposti libri che mi piacciono, certo, farò meno fatica rispetto a doverli cercare da sola, ma tutto quanto a me è sconosciuto (e dunque non so ancora se mi potrà piacere o meno), chi me lo proporrà? I sistemi come Oyster potranno rendermi la vita più facile, ma mi faranno navigare solo nello spazio limitato delle mie Colonne d’Ercole trite e ritrite.

E oltre le Colonne d’Ercole il Nuovo Mondo, forse forse, bello o brutto che sia, non riuscirò ad esplorarlo. Un vero peccato.

Non me ne voglia Oyster, ma, come scriveva Shakespeare, il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio. L’importante però, una volta spalancata l’ostrica, è trovarci la perla. Vera e rara, ben inteso, non di coltivazione.

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

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Tessari e lo spaghetti western

9 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #cinema, #gordiano lupi

Tessari e lo spaghetti western

Altre sceneggiature peplum e storiche di Tessari :Maciste contro il vampiro (1961), Ercole alla conquista di Atlantide (1961), Le meraviglie di Aladino (1961),Maciste alla corte del Gran Kahn (1961), Ercole al centro della Terra (1961), Marco Polo (1961), Romolo e Remo(1961).

La seconda regia di Duccio Tessari è un remake de Il fornaretto di Venezia (1939) di John Bard (Dulio Coletti), che nel 1963 esce con identico titolo, replicando la storia cinquecentesca del figlio di un fornaio veneziano capro espiatorio per un delitto maturato nell’ambito della nobiltà. Duccio Tessari è regista e sceneggiatore insieme a Marcello Fondato, ma la base del racconto è il dramma di Francesco Dall’Ongaro, riconvertita - secondo Goffredo Fofi - a “metafora sul conservatorismo illuminato e la rivoluzione proletaria”. Un lavoro interessante, a metà strada tra il giallo e l’apologo politico, che non si limita a raccontare una vicenda ma cerca di lanciare un messaggio basato su una lettura morale dell’opera e su una precisa ricostruzione storica. Interpreti: Gastone Moschin, Stefania Sandrelli, Michèle Morgan, Enrico Maria Salerno,. Sylva Koscina, Jacques Perrin.

Tessari resta a Venezia per la sceneggiatura de Il ponte dei sospiri (1963), quindi gira La sfinge sorride prima di morire (1964), noto anche come Stop Londra, un film minore che esula dai generi sino a questo momento sperimentati per dirigersi verso lo spionistico - avventuroso. Il film è ambientato in Egitto (da Demofilo Fidani) e alla base della vicenda ci sono alcuni lingotti d’oro rubati da una banca del Cairo concupiti da diverse persone. Il cast tecnico è ottimo. Tessari scrive il soggetto e lo sceneggia insieme a Guido Zurli, Aristide Massaccesi è l’operatore alla macchina, Camillo Teti si occupa della produzione. Interpreti: Tony Russel, Maria Perschy, Manuela Kent, Ivan Desny, Tullio Altamure, Franco Ressel, Gigi Ballista.

Molto importante la sceneggiatura di Per un pugno di dollari (1964), scritta insieme a Fernando di Leo e al regista Sergio Leone, che porta Tessari a contatto con il cinema western, genere che lo consacrerà al successo popolare. Il quarto film di Tessari da regista è Una voglia da morire(1965), certo non annoverabili tra le sue cose memorabili, anche se tra gli interpreti troviamo Annie Girardot, coadiuvata da Alberto Lionello, Raf Vallone e Michel Lemoine. Una pellicola drammatica che racconta le vicissitudini di due ricche borghesi milanesi in vacanza ad Arenzano che per dimostrare il loro potere di seduzione si improvvisano prostitute per una notte. Finirà male. Una viene uccisa e l’altra torna a Milano terrorizzata. I borghesi non possono permettersi lo scandalo, per questo i mariti nascondono i fatti e mettono a tacere i pettegolezzi.

Il cinema western è il prossimo passo di Tessari che scrive la sceneggiatura di Sette pistole per i Mac Gregor (1965) e subito dopo scrive il soggetto e dirige i suoi due successi indimenticabili: Una pistola per Ringo (1965) e Il ritorno di Ringo (1966). Nel primo film Giuliano Gemma si fa chiamare Montgomery Wood, mentre gli altri protagonisti sono Fernando Sancho, Hally Hammond, Nieves Navarro e Antonio Casas. Ringo (detto Faccia d’Angelo) è un fuorilegge solitario che recita la parte del buono perché aiuta uno sceriffo a sconfiggere una banda di pericolosi banditi. Due miliardi d’incasso e fama meritata per Giuliano Gemma, mentre esplode la western mania e Tessari si unisce ai migliori autori del filone mettendo in scena una storia classica, non molto originale, ma girata senza sbavature. Effetti speciali notevoli, sequenze rapide, velocità di esecuzione, ritmo, ironia, sono le armi vincenti del cinema di Tessari. Il ritorno di Ringo è un ottimo sequel ispirato all’Odissea, scritto da Tessari e Fernando di Leo, interpretato ancora da Gemma (Wood) e da Sancho, ma pure da Lorella De Luca (si fa chiamare Hally Hammond), Nieves Navarro e Atonio Casas. Ringo torna a casa dopo aver combattuto nella guerra di Secessione, scopre che il suo villaggio è nelle mani dei banditi e si rende conto che la moglie (De Luca) sta per cedere alle loro lusinghe. Proprio come Ulisse viene creduto morto, si presenta vestito da vagabondo e uccide i suoi nemici uno dopo l’altro. Molta ironia nel testo ma anche citazioni precise del poema omerico, a dimostrazione che la grande letteratura si presta a ogni trasposizione. Musiche di Ennio Morricone.

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Grazie di esistere, Benigni

9 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione

Roberto Benigni è un nostro vanto, una gloria artistica nazionale, un attore così unico che se Woody Allen viene a Roma per girare un (modesto) film pensa prima di tutto a lui come possibile interprete italiano. Benigni è un regista - attore che ha vinto un Premio Oscar per un film delicato e tragico come La vita è bella. Nonostante tutto leggo in rete e sulla stampa giudizi sferzanti sulla sua ultima interpretazione: I Dieci Comandamenti. Davide Guadagni, un giornalista de Il Tirreno che firma scadenti elzeviri in prima pagina come se fosse Gramellini, dice che il pubblico ama quel che Benigni è stato, facendo capire che non apprezza il nuovo corso. Altri - che non è il caso di citare - aggiungono che Benigni ha riscosso tanti soldi dalla Rai per fare un lavoro che la Chiesa svolge da anni, in parrocchia, gratuitamente.

A nostro modo di vedere Benigni non ha perso lo smalto dei tempi migliori, perché reggere tre ore di spettacolo (in due puntate), da solo, tenendo incollati al video gli spettatori parlando di Dio, amore, regole da rispettare, leggi eterne, non è per niente facile. Benigni è un grande attore che ha subito una logica evoluzione, come ogni persona, come ogni artista. Non poteva continuare a impersonare il Cioni Mario di Tele Vacca, né la sua controfigura autobiografica di Berlinguer ti voglio bene, e neanche il comico strampalato di Tu mi turbi. Benigni non poteva limitarsi a fare il guastatore televisivo con irruzioni incontrollabili ai danni di Pippo Baudo e Raffaella Carrà. I tempi cambiano, un autore matura e affronta altri temi, cosa che per Benigni accade da anni, almeno da La vita è bella e Pinocchio. Pure Diego Abatantuono non ha fatto il terrunciello per tutta la vita ma ha deciso di cambiare registro e di passare alla commedia impegnata. Benigni non poteva continuare con la gag del critico cinematografico surreale inventata da Arbore per L'altra domenica e con il personaggio dello sceicco beige (ironizzando su Fellini) de Il papocchio. Tutti lavori che non vanno rinnegati, si badi bene, e che hanno reso grande il comico toscano, ma oggi è il momento di celebrarlo come fine esegeta di Divina Commedia, Costituzione e Dieci Comandamenti. Se non ci fermiamo in superficie, ci rendiamo conto che Benigni non è in contraddizione con se stesso, perché la poetica dell'amore contraddistingue la sua opera fin dagli esordi. Certo, quello del Cioni Mario e di Berlinguer ti voglio bene era un amore fisico, carnale, un vero e proprio desiderio corporale. Oggi, il Benigni maturo, attore e regista di successo, cerca soprattutto l'amore spirituale. Un interprete cambia con il tempo, come è accaduto a Totò e persino a Franchi & Ingrassia, che sono passati dalla farsa pura a interpretare opere di Pasolini e Taviani. Un critico attento deve valorizzare l'intero corpus di un autore - interprete, invece di restare ancorato ai ricordi del passato. Benigni non ha perso la verve d'un tempo, anche nei Dieci Comandamenti - di tanto in tanto - ha citato vecchie emozioni giovanili, consapevole che come attore deve guardare avanti per affrontare nuove sfide. A nostro parere, con i Dieci Comandamenti Benigni compie un passo avanti nella sua produzione artistica e tocca le giuste corde per unire in un solo abbraccio laici e credenti. Uno spettacolo che parla di argomenti scomodi, intenso e commovente, che riporta la televisione ai tempi in cui faceva cultura. Grazie di esistere, Benigni.

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Scene da un matrimonio

8 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Scene da un matrimonio

Scene da un matrimonio (1974)
di Ingmar Bergman

Titolo Originale: Scener ur ett äktenskap. Regia, Soggetto, Sceneggiatura: Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist (Eastmancolor). Montaggio: Siv Lundgren. Scenografia: Björn Thulin. Costumi: Inger Pehrsson. Trucco: Cecilia Drott. Suono: Owe Svensson, Arne Carlsson. Produzione: Larse-Owe Carlberg, Ingmar Bergman (non accreditato) per Cinematograph AD, Svenski Filmindustri. Distribuzione Italiana;: Italnoleggio Cinematografico. Riprese: 24 luglio – 3 ottobre 1972 (Fårö, Stoccolma). Prima proiezione: 21 settembre 1974 (New York). Durata: 282’ (versione televisiva); 170’ (versione cinematografica). Origine: Svezia, 1974.

Interpreti: Liv Ullmann (Marianne), Erland Josephson (Johann), Bibi Andersson (Katarina), Jan Malmsjö (Peter), Gunnel Lindblom (Eva), Barbro Hiort af Ornäs (la signora Jacobi), Anita Wall (Palm, la giornalista), Bertil Norström (Arne, collega di Johan), Wenche Foss (madre di Marianne), Rasanna Mariano (Eva a dodici anni), Lena Bergman (sua sorella), Ingmar Bergman (voce fuori campo del fotografo).

Scene da un matrimonio è un film straordinario, prima di tutto perché non è cinema, ma teatro, - infatti l’idea iniziale di Bergman era quella di scrivere una pièce sulla crisi del matrimonio - ma un teatro così grande da risultare piacevole per quasi tre ore di spettacolo. Abbiamo visto la versione per il cinema, ritagliata da Bergman sulla lunghissima produzione televisiva (circa 5 ore) che fornisce un’idea di massima sulle intenzioni del regista, che giungono a compimento solo sul piccolo schermo, ottimo visti i tempi dilatati. Bergman parte da un’intervista a una coppia di sposi felici per poi approfondire, grazie a sei scene che rappresentano tempi diversi della relazione, la crisi matrimoniale, la dissoluzione di un sentimento fino all’autodistruzione, per poi risorgere - con uno stupefacente colpo di scena - in una nuova relazione extraconiugale. Ingmar Berman disse a proposito di questo film: “Girarlo è stato una gioia assoluta. Ogni regista che ha l’opportunità di lavorare con attori simili è un uomo fortunato”. Non aveva tutti i torti, perché vista la teatralità dell’azione, è importante un soggetto forte, ben sceneggiato e ricco di dialoghi scritti senza la minima sbavatura, ma servono anche attori straordinari. Liv Ullmann (Marianne) e Erland Josephson (Johann) lo sono: prestano corpo e anima a due caratteri diametralmente opposti che non si riducono mai a stereotipi e a prefigurazioni stanche di un’idea costruita a tavolino. Un simile film, pensato negli anni Settanta, poteva finire per abbandonare la strada dello spettacolo e intraprendere quella ideologica di una critica al matrimonio come istituzione. Bergman - da grande regista e scrittore di cinema - racconta una storia complessa e lascia parlare gli eventi per far trapelare il messaggio tra le righe dei dialoghi e nei meandri delle vicissitudini. Marianne è una donna innamorata, tendente al masochismo, credente, spaventata dal cambiamento, intenzionata a non cedere l’uomo che ha sposato, ma alla fine vinta dalla sua stessa repressione sessuale. Johann è un vanitoso egoista, che pensa prima a se stesso e dopo agli altri, ambizioso, velleitario, farfallone, pronto a mollare tutto per la prima ragazzina che incontra. Per assurdo i due coniugi si ritroveranno dopo il divorzio, da amanti fedifraghi, tradendo la fiducia dei nuovi compagni e risolvendo i loro problemi sessuali a relazione ormai finita. Ingmar Bergman costruisce una storia complessa che racconta tutte le sfaccettature dell’animo umano: affetto, amore, risentimento, odio, sadomasochismo, violenza, sottomissione. Il difficile rapporto uomo - donna è sempre in primo piano, così come viene sviscerata la complessità dell’animo femminile in rapporto alla superficialità del protagonista maschile. Liv Ullmann ha uno sguardo intenso che buca l’obiettivo, i suoi occhi azzurri, un’espressione disperata e assorta, sono il ritratto che resta al termine di circa tre ore di grande cinema. Una piccola storia privata viene presa come esempio universale per affrontare il tema stringente della crisi di coppia. Marito e moglie hanno due bambine, ma lo spettatore se ne rende conto soltanto dai dialoghi dei protagonisti, il regista non le mostra mai, visto che il suo interesse è incentrato sull’analisi caratteriale dei coniugi e ad approfondire la relazione interpersonale. Bibi Andersson (Katarina) e Jan Malmsjö (Peter) sono i soli attori che per un intero quadro contendono la scena ai protagonisti, rappresentano gli amici in crisi coniugale, il primo evento negativo che tocca da vicino Marianne e Johann. Il resto del cast è secondario, molti personaggi di contorno (come i genitori dei coniugi) si conoscono soltanto grazie a lunghe telefonate e commenti indiretti.

Scene da un matrimonio doveva essere un dramma teatrale sulla storia di un uomo che una sera torna a casa dalla moglie, le comunica che ha conosciuto un’altra donna e decide di troncare un rapporto coniugale da tutti considerato esemplare. La storia crebbe tra le mani del regista che decise di trasformarla in un lavoro televisivo di ampio respiro (quattro ore e quarantadue), ma anche di sintetizzarla in un prodotto cinematografico (due ore e trentacinque) che in parte tradisce l’ampia costruzione narrativa. Leggiamo una dichiarazione autentica del regista: “Scrissi Scene da un matrimonio in un’estate, in sei settimane. L’intenzione era quella di realizzare un prodotto più bello per la Tv. Praticamente non avevamo alcun piano finanziario. Dovevamo fare le prove di ciascuna parte in cinque giorni e poi filmare durante i cinque giorni seguenti: avremmo insomma dovuto realizzare un film di circa cinquanta minuti in dieci giorni. Le sei parti dovevano quindi essere pronte entro due mesi. Quando passammo alla carica, si andò più in fretta. Erland Josephson e Liv Ullmann erano contenti dei loro ruoli e li impararono velocemente. All’improvviso ci trovammo per le mani un film in pratica senza spese. E questo andava bene, visto che non avevamo soldi. Sussurri e grida giaceva ancora invenduto. Scene da un matrimonio fu dunque una produzione per la Tv e lo facemmo senza sentire il peso paralizzante di dover fare un film per il cinema; era una cosa piacevole”. (Immagini, Garzanti, Milano, 1992).

Il tema dell’inferno coniugale è uno dei cavalli di battaglia del regista, insieme alla sua crociata antireligiosa e al discorso erotico (altro elemento presente), il malessere all’interno del matrimonio è analizzato nei minimi particolari, così come lo ritroviamo in lavori precedenti (L’ora del lupo, 1967 e L’adultera, 1971), e prende in esame la crisi di una coppia di estrazione alto - borghese. “Johann e Marianne sono figli di norme fisse e seguono l’ideologia del benessere. Essi non hanno mai sentito la loro maniera borghese di vivere come qualcosa di opprimente o di falso. Si sono conformati a un modello che sono pronti a portare avanti”, afferma il regista. Infatti si tratta di due personaggi normali nei quali non è difficile identificarsi, magari parteggiando per l’uno o per l’altro. Un film sulla dissoluzione di un rapporto, dal momento in cui all’interno della coppia scoppia il caos e si va verso la distruzione di un legame messo in piedi con fatica e durato molti anni. La scrittura è poetica e intensa, ma il linguaggio dei corpi e l’espressività dei due attori protagonisti completano un’opera memorabile. “Non c’è niente di peggio di un marito e una moglie che si detestano”, è il motto di Strindberg che aleggia fin dalle prime sequenze e che Bergman fa proprio con una costruzione scenica a base di camera fissa e rapide zumate per inquadrare volti in primo piano ed espressioni intense. La crisi matrimoniale è narrata a piccoli passi, fino alla fine inesorabile, chiedendosi il motivo di un errore, per capire di essere analfabeti sentimentali, perché “non sappiamo niente di noi, sugli altri, sulla nostra anima”. Troppi rimorsi uccidono un amore, la noia, il quotidiano, ma anche le repressioni sessuali, la tenerezza che contrasta con la sensualità. La moglie conclude: “Ho il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno abbia amato me”. L’amore umano è una cosa terrena, di per sé imperfetta, non è possibile scambiarselo se non in maniera umana, imperfetta. I due ex coniugi finiscono per diventare amanti dopo aver ottenuto il divorzio, chiudono la scena abbracciati, consapevoli di aver perduto qualcosa di importante, per inseguire la totale imperfezione dell’esistenza.

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