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Diario di Guerra - Dalla Libia all’Isonzo 1913 - 1919 di FELICE FOSSATI

28 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

Diario di Guerra - Dalla Libia all’Isonzo 1913 - 1919 di FELICE FOSSATI

Felice Fossati (1893 – 1964), nato da famiglia italiana a Romans, in Francia, studiò a Nancy e poi a Milano dopo il rientro nel nostro Paese con i genitori. Volontario in Libia, poi mandato sull’ Isonzo allo scoppio della Grande Guerra, nel 1919 torna finalmente a Milano, dopo un anno di prigionia in Austria.

Il diario (edito da Nordpress), piuttosto breve, inizia ripercorrendo l’addestramento del giovane militare. Dapprima viene mandato a Perugia, poi a Napoli; ha modo di apprezzare la maestosità delle città d’arte, ma anche di rimanere colpito dalle aree di degrado. Il testo contiene un riferimento al terribile terremoto di Messina di alcuni anni prima, in cui ci furono ben ottantamila morti. La scrittura è semplice, ordinata, precisa; impegnato in Libia contro i ribelli, si porta nello zaino Thérèse Raquin di Zola che si accinge a leggere per la quinta volta. I ritmi della vita militare nella colonia sono piuttosto lenti; le giornate sono animate dal Ghibli e dalle marce verso le postazioni interne da difendere dagli attacchi nemici. Ma gli scontri con la guerriglia sono poca cosa rispetto al fronte dell’Isonzo in cui Fossati viene mandato nel 1916. A Grado i soldati consumano del “buon pesce fritto”; ma nello stesso giorno, a San Canziano, vedono i segni della guerra, in particolare la chiesa scoperchiata in cui si sono rifugiati i pochi abitanti impauriti. Assalti alla baionetta, il fuoco delle mitragliatrici, bombardieri che dal cielo non danno tregua ai fanti sono il pane quotidiano. Sia da parte italiana che austriaca, gli attacchi sono condotti con la stessa folle temerarietà; le trincee si prendono e si perdono in pochi giorni. Nella zona di Doberdò, teatro di aspri scontri, furono presenti durante la guerra anche Mussolini e D’Annunzio. Lo scoramento davanti ai morti e ai feriti fa comunque apprezzare al giovane l’attitudine alla lotta del soldato italiano: “ … il soldato italiano nel corpo a corpo … è il migliore combattente, forse, perché più emotivo e facilmente eccitabile”. Emerge, larvata, la polemica verso gli imboscati che si trattengono nelle retrovie, lontano dalle trincee.

Nei pressi di San Giovanni di Duino, durante uno sfortunato assalto, nota: “ … molti nostri feriti giacevano vicino a feriti nemici, assistiti da due infermieri austriaci. Una parentesi di umanità nell’infuriare della guerra”. Ancora l’autore parla di azioni volte a prendere Trieste, ma in realtà la guerra resta statica e si continua a morire per conquistare pochi metri. Poi viene il disastro di Caporetto; Felice e il suo reparto ripiegano precipitosamente a Pozzuolo del Friuli dove offrono una dura resistenza al nemico, dopo che un’automobile con alcuni ufficiali è partita precipitosamente. Qui assiste al suicidio di due commilitoni: “ … il comandante la cavalleria e il nostro maggiore … quasi simultaneamente si puntarono la pistola alla tempia”. Fossati e i superstiti, rimasti senza munizioni, si devono arrendere. In Austria la prigionia si accompagna alla fame e alla noia, finché i prigionieri non ottengono il permesso di lavorare in una fattoria, dove Felice si lega a una donna ungherese. La notizia della fine della guerra arriva improvvisa. Si rientra finalmente in Italia e qui vengono inattese amarezze. I vinti di Caporetto sono oggetto di disprezzo e ciò ferisce chi ha fatto il proprio dovere. A Trieste e Pola alcuni civili insultano gli ex-prigionieri. In particolare i soldati devono subire un’umiliante inchiesta: “Evito di parlarne perché questa sorta di processo è il più vergognoso della nostra vita di combattenti”. In seguito a uno screzio con un ufficiale, Fossati viene trasferito in Sardegna.

Finalmente, alcuni mesi dopo, ottiene il congedo e l’11 settembre 1919 (la guerra è finita da quasi un anno) torna nella sua Milano, con ben poca nostalgia per la vita militare.

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Introduzione di Ida Verrei a "Quand'ero scemo"

27 Marzo 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #poli patrizia

 

 

 

“… Succede alle storie di andare a infilarsi nel sistema nervoso di chi le legge scuotendo i terminali. Così, mentre gli occhi scorrono una pagina, scorre in sovraimpressione la vita…” (Erri de Luca)

 

Ed è la vita che Patrizia Poli rappresenta in questa raccolta di dieci racconti, quella che spesso ci sfiora soltanto o che ci investe in tutta la sua inesorabilità.

Con una scrittura asciutta, essenziale ma anche irrequieta e visionaria, capace sempre di superare i confini del normale e del banale, regala emozioni forti in poche pagine, spesso in poche righe, riuscendo a disegnare figure pregnanti di umanità.

È una folla variegata di personaggi che popola le pagine del libro. Ombre, riflessi di una dimensione amara, eppure reale: uomini tristi o disperati; ragazze nel fiore degli anni già disilluse; mogli insoddisfatte e amareggiate, vittime o feroci carnefici; anziane donne dalla bellezza sfiorita, aggrappate ai  ricordi; vecchie bambine con la mente che si aggira tra i fantasmi; disabili alla ricerca di una collocazione in un mondo di “diversi”.

Ognuno di essi rappresenta l’Uomo, nella sua solitudine cosmica, nella perenne aspirazione al riscatto. P.P. spazia da un realismo vagamente romantico, al surreale, metafore delle angosce esistenziali e della dimensione onirica, dove l’assurdo diviene possibile, verosimile.

Come ne “L’inchiesta”, bellissimo affresco di una società contadina, dove viene introdotta, tra lo sconcerto generale,  una nuova gabella, la  “tassa sulla felicità”. E l’uomo è contento, aspetta con ansia l’inchiesta, “non sta più nella pelle al pensiero che presto, a giorni addirittura, qualcuno, per la prima volta in tutta la sua vita, gli avrebbe chiesto se era felice: Peer, sei felice? Sei felice Peer? Nessuno ti fa una domanda così bella, diretta…

Oppure  ne “La scelta”, storia di una monaca in crisi di vocazione, che si identifica con Licia, la vestale; vede e sente “cose che non avrebbe dovuto vedere né  sentire… le vibrazioni della roccia, i segreti dolorosi racchiusi nello scrigno del tempo… La voce della superiora: “ il dubbio non ti è concesso…Sii felice, Licia, sii felice più che puoi, perché non hai scelta… Alla rinuncia ci si abitua…”

O ancora, in “Quand’ero scemo”, monologo di un ragazzo Down, che subisce  un intervento al cranio, e si ritrova “normale” in un mondo di diversi che non riconosce:

 

“Sinceramente, non trovavo di gran conforto che adesso, come fece notare padre Lattanzio, “il mio volto risplendesse dell’eccelsa luce dell’intelletto”. Nei giorni che seguirono, scoprii che Dio non esiste e nemmeno Babbo Natale, scoprii che mio fratello mi odiava e mia sorella aveva paura di me. Scoprii che i vicini avevano smesso d’avere pietà, e volentieri mi avrebbero dato in pasto al cane…”

 

Ma in questa varietà di temi e di condizioni umane, l’autrice non indulge mai nel patetico, non lancia messaggi, non rivela intenzioni didascaliche o finalità sociologiche. Piuttosto ci fa riflettere sul concetto di “normalità”, ribaltandolo attraverso un’ottica particolare, una visione distorta, angolare.

Racconta semplicemente le diverse realtà (o fantasie), così come potrebbero narrarle gli stessi protagonisti. E lo fa con una sorta di levità, con distacco ironico, talvolta con umorismo sottile,  che strappa anche il sorriso.

Non è semplice riuscire a dare al racconto breve compiutezza e ottenere la suggestione dell’intreccio narrativo. Patrizia Poli raggiunge questi risultati e lascia nella  mente del lettore immagini indelebili.

 

                                                                                              Ida Verrei

 

 
 
 
 
 
 
 
 
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In giro per l'Italia: Frosolone

26 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Frosolone

Flaviano Testa, nel raccogliere l’invito fatto per raccontare delle nostre città e delle tradizioni che arricchiscono i paesi italiani, mi ha inviato delle fotografie da lui scattate personalmente per accompagnarci in una visita guidata per le vie di Frosolone, nel Molise. Frosolone è un piccolo centro, dal fascino singolare, che si stende mollemente ai piedi di una montagna suggestiva nella verde provincia di Isernia. E’ un antico borgo di memorie storiche e antichissime tradizioni, che offre al visitatore e al turista del nostro tempo la sensazione di rivivere, insieme ai luoghi e alla gente del paese, suggestioni non molto diverse da quelle che dovevano provare gli antichi fondatori del paesino. Flaviano, che ama la sua terra e conosce i segreti della fotografia, ha saputo cogliere gli angoli nascosti dei vicoli e, con occhio attento, è andato oltre le mura dei palazzi antichi, offrendoci così l’espressione laboriosa degli artigiani dei coltelli all’opera per le strade. E’, infatti, la forgiatura delle lame un’usanza antica che ancora viene praticata a Frosolone da maestri artigiani. (Franca Poli)

fotografie di FLAVIANO TESTA

In giro per l'Italia: Frosolone
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MEMORIE DI UN PAZZO di L. TOLSTOJ (1828 – 1910)

25 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

MEMORIE DI UN PAZZO di L. TOLSTOJ (1828 – 1910)

Il racconto che abbiamo letto nell’edizione Garzanti risale al 1884. I temi espressi sono nettamente legati alla vita personale dello scrittore e ai suoi tormenti etico-religiosi.

Il protagonista della vicenda narrata ammette subito la sua pazzia, nonostante il responso dei medici sia diverso. Lo considerano “predisposto all’emotività”, ma “sano di mente”. La medicina del suo tempo lo giudica guaribile.

L’uomo parte da lontano per parlarci dei suoi disturbi. Ci narra due episodi della sua infanzia che lo hanno turbato. Nel primo la governante accusa con forza la balia di essersi appropriata di una zuccheriera. Basta questa scena per far sprofondare il bambino nell’agitazione; “ … tutto mi sembra doloroso … incomprensibile … e io nascondo la testa sotto la coperta”.

Un altro ricordo è quello del racconto della Passione di Cristo, fatto dalla zia. Il ragazzino non capisce il motivo di tanto accanirsi su un uomo buono: “Per quale motivo lo battevano? Lui aveva perdonato, ma quelli lo battevano. Faceva male? Zia, gli faceva male?”. Non c’è una risposta e il bambino singhiozza e sbatte la testa contro il muro.

Da adulto le cose sembrano migliorare. Il protagonista si sposa. Ha una famiglia, delle proprietà, un certo prestigio sociale e una carica pubblica. Si occupa razionalmente di aumentare le sue ricchezze; punta ad acquisire altre terre, non senza malizia e astuzia. Viaggiando però ritrova le sensazioni di tormento dell’infanzia. Dapprima, una notte, si sveglia spaventato e si chiede: “Per quale motivo sono in viaggio? Dove vado?”. Improvvisamente tutto quello che aveva in programma di fare si rivela insensato. I bisogni autentici sembrano essere altri.

Si arriva allora alla terribile notte di Arzamas, cittadina in cui l’uomo si ferma col suo servo, agognando riposo e serenità. Sono cose piccole ad angosciarlo subito: un rumore di passi, la macchia sulla guancia di un lavorante, la forma quadrata della stanzetta in cui si ritira. Il viaggiatore non dorme e si domanda: “Da cosa, dove scappo?”. Due domande profonde nel medesimo quesito. La paura che lo assale è quella della morte: “Tutto il mio essere sentiva la necessità, il diritto alla vita e nel contempo la morte che sopraggiungeva”.

Poco oltre aggiunge: “Non c’è niente nella vita, c’è invece la morte, ma non ci deve essere”. Cerca di pensare agli affari, agli acquisti, alla moglie, ma senza ricavarne conforto. Il vuoto della vita sembra portarlo a subire un profondo senso di orrore. A questo punto inizia a pregare, cosa che non faceva da una ventina d’anni e questo gli da un piccolo sollievo.

Quell’angoscia è sempre in agguato e per sfuggirle l’uomo si getta nel fare e nel correre: “Dovevo vivere senza fermarmi”. Conduce la sua esistenza come sempre, ma ora prega e va in chiesa. Riprende coraggio e ricomincia a viaggiare, diretto a Mosca. E’ di buon’umore quando si ferma a dormire in una locanda. Ancora una volta sono piccole cose a scatenare il dramma: un vecchio che tossisce in una stanza vicina, la fiamma della candela che illumina tra le altre cose un tavolo scrostato, la ristrettezza dell’ambiente. La notte è peggiore di quella di Arzamas; il viaggiatore prega e chiede ripetutamente a Dio le ragioni del suo turbamento.

Nella sua vita appare l’apatia: non si occupa più degli affari e la sua salute peggiora. L’unica manifestazione di vitalità è la caccia, ma durante una battuta si perde e prova un’angoscia cento volte più grande di quelle di Arzamas e di Mosca. Quando torna a casa, capisce che non avrebbe dovuto mettersi sullo stesso piano di Dio, interrogandolo riguardo ai suoi tormenti. Comincia a leggere la Bibbia, i Vangeli, le vite dei Santi. Sta cambiando anche nella sua interiorità, ma il percorso non è ancora completo.

Il protagonista sta per comprare un fondo a un prezzo fin troppo vantaggioso. Ma dopo aver parlato con una povera vecchia, capisce che il suo successo non può avvenire a spese degli altri. Anche i contadini devono vivere e meritano rispetto. La moglie non apprezza questa conversione che lui stesso definisce come l’inizio della sua pazzia. Poi si arriva alla svolta che coincide con la follia totale. L’uomo sta assistendo alla messa; improvvisamente gli portano la comunione. Gli viene quindi offerto il Corpo di Cristo, non è lui a chiederlo ed esso è come un dono inatteso (“improvvisamente mi portarono la comunione”). Troviamo quindi delle frasi piuttosto oscure, originate anche dalla presenza di alcuni mendicanti fuori dalla chiesa: “E improvvisamente mi divenne chiaro che tutto questo non doveva essere. Non solo non deve essere e non c’è, ma se non c’è, allora non c’è né morte né paura, e non c’è più in me il precedente sgretolamento, e ormai non ho più paura di niente”. Ora il tormentato cessa di essere tale; dona dei soldi ai poveri e torna a casa a piedi parlando con le altre persone.

Il percorso di crescita è stato molto lento e segnato da alcuni passaggi; la riscoperta della preghiera, il riavvicinamento alla chiesa e ai sacramenti, cose importanti ma non essenziali. Il cambiare luogo, il muoversi, lo spostarsi non giovano, come ci ricorda la saggezza di Orazio: caelum, non animun mutant qui trans mare currunt. La svolta c’è, invece, quando il protagonista rinuncia a un acquisto che avrebbe causato sofferenza ad altri. Questa è la vera follia; rinunciare al proprio interesse in favore di persone sconosciute e non in grado di ricambiare. La moglie non è d’accordo e ciò fa pensare ai contrasti che Tolstoj ebbe con la consorte nell’ambito delle sue scelte.

Il percorso si completa nel finale del racconto. La presenza dei poveri deve essere percepita come un’iniquità da eliminare; non bastano la preghiera e l’osservanza dei precetti. Ci vuole infatti azione concreta; il decidere di intervenire è in prospettiva una vittoria sulla povertà (così ci spieghiamo quel “non solo non deve essere e non c’è”). Quindi il ricco lascia i suoi rubli ai mendicanti e torna a casa a piedi, non in carrozza, “parlando col popolo”; è un segno di apertura, di voglia di parità. D’altronde Tolstoj nell’organizzare scuole per i figli dei contadini, si chiedeva cosa avesse lui da dare ai suoi servi, ma anche cosa avesse da imparare da loro. Per un certo periodo si accostò ai mestieri manuali, lavorando in età già matura presso un calzolaio.

L’autore sembra con questa storia dal sapore molto autobiografico, indicare un percorso agli uomini, dalla compiaciuta cura di sé alla scoperta degli altri attraverso il Vangelo e l’azione concreta (da non confondere con la mera elemosina o la paternalistica filantropia).

Un percorso di crescita e redenzione, nella consapevolezza di dover molto patire e fare prima di diventare veramente se stessi. Questa consapevolezza, fatta di preghiera, concretezza, impegno verso gli altri, coincide con una forma di follia. Solo un pazzo, d’altronde, rinuncerebbe a un vantaggio personale per non arrecare danno a un altro.

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In giro per l'Italia: Bari vecchia

24 Marzo 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #giacinto reale

In giro per l'Italia: Bari vecchia

Giacinto Reale è un amico, un uomo colto e sensibile. La sua cultura si evince dai suoi articoli, la sua sensibilità la dimostra avendo raccolto il mio appello per parlare della sua città. Dalle sue parole traspare amore peri vicoli, per i muri, per le usanze, le tradizioni e la cucina di un luogo che ha lasciato oramai da tanti anni, ma che porta ancora nel cuore. Nel suo accompagnarci a spasso per Bari Vecchia, ha saputo cogliere odori e colori come solo il cuore “innamorato” di chi vi è nato e cresciuto avrebbe saputo fare. E’ un piacere avvicinarsi a luoghi sconosciuti quando tanta familiarità ci viene trasmessa dal nostro accompagnatore. Aspettiamo dunque il prossimo tour che l’amico Giacinto ci ha già promesso.(Franca Poli)

BARI VECCHIA

Fino a qualche (un bel po’, in verità) anno fa, avventurarsi per il dedalo di viuzze di “Bari vecchia” poteva essere un’avventura, per il rischio di perdersi tra stradine che giravano in tondo, e per la possibilità di essere oggetto delle attenzioni di qualche malandrino interessato alla borsa della vostra compagna o a un orologio da polso molto “appetitoso”. Ora la situazione è migliorata: sono bastati una bella imbiancatura generale alle mura, una discreta opera di dissuasione su qualche irriducibile malavitoso, un po’ di incentivi a bar, ristoranti, pub e locali che volessero lì iniziare l’attività. Il quartiere è così rinato a nuovo splendore (e i prezzi dei pochi appartamenti disponibili sono saliti di conseguenza) e “locali” e turisti si avventurano tra strade strette e tortuose per impedire al vento di mare di flagellare i passanti, case addossate le une alle altre per tenere al caldo la gente, archi che riparano dalle intemperie e ospitano edicole votive oggetto di culti secolari. Passeggiando, si è accompagnati dal chiacchierio delle donne che, davanti alla porta di casa, pelano patate, lavano pentole, preparano orecchiette che poi stenderanno al sole ad asciugare… Sedie e panchetti non mancano, e, se è estate e vi prende il coccolone, nessuno vi rifiuterà una sosta e un bicchiere d’acqua. Acqua che arriva fresca e buonissima dal “basso”, caratteristica casa a pianoterra, difesa da una porta che si sbarra solo a sera, quando “rientra” pure l’immaginetta di San Nicola (o anche il laicissimo ferro di cavallo) che vi è appesa e alla quale è affidata la protezione contro invidia e malocchio. A difendere l’intimità familiare, quando è necessario (nelle ore dedicate al riposino post prandium, per esempio) basta una porticina a vetri opachi o coperta da una tendina, sicuro riparo anche contro il maltempo, talora sovrastata da un balconcino con balaustre panciute, quasi barocche. Le inferriate di tali balconcini sono prudenzialmente spesso coperte da panni e da cartoni, che danno loro un’immagine vagamente spagnoleggiante, ma hanno lo scopo di impedire che qualche sguardo malizioso possa dalla strada indovinare le nascoste virtù delle bellezze meridionali che vi si affacciano. Dicevo delle immaginette “antimalocchio”… Ricordo di aver letto che, su una porta di via della Quercia, la stessa funzione è affidata ad una grezza testa di pietra coronata da un turbante che la fa sembrare, appunto, una ”cape du turchie” (“testa di turco”). L’immaginario popolare allude ad un turco malandrino che, chissà come e chissà perché, qui ebbe la testa mozzata dai fedeli cristiani, forse perché intenzionato a violare la sacra intimità domestica. Si è fatta quasi ora di pranzo, ed entro in uno di quei caratteristici locali di cui vi dicevo: orecchiette con le rape, braciola di cavallo e un buon vino locale mi accompagneranno ad un riposino indispensabile…prossimamente, però penso di tornarci, c’è ancora tanto da vedere e …da scrivere. (Giacinto Reale)

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Sacha Naspini, "Il gran diavolo"

23 Marzo 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #interviste

Sacha Naspini, "Il gran diavolo"

Sacha Naspini

IL GRAN DIAVOLO
Giovanni dalle Bande Nere, l’ultimo capitano di ventu
ra

Rizzoli (collana Rizzoli Max)

I Signori della Guerra - Pag. 368 – € 12,90

Sacha Naspini spicca il volo verso la grande editoria confermando tutte le mie previsioni. Ogni tanto sono buon profeta, anche se non ho mai frequentato scuole di scrittura. Non mi è mai passato per la mente neppure l’idea di aprirne una, chiaro. Non penso di avere niente da insegnare. Luigi Bernardi - un uomo che ci manca molto - è stato il suo mentore (Naspini - che non è ingrato - gli dedica il libro), portandolo dal Foglio Letterario a Perdisa, consigliandolo a Elliot e infine proponendolo a Rizzoli.

Il suo nuovo lavoro è un romanzo storico e ci stupisce per la novità tematica, ma non più di tanto, perché Naspini ha un chiaro talento da sceneggiatore e ha sempre mostrato capacità di scrittura sugli argomenti più disparati. L’ingrato (Il Foglio) era una novella classica maremmana, I sassi (Il Foglio) un noir internazionale, I Cariolanti (Elliot) un lavoro vicino ad atmosfere horror, Le nostre assenze (Elliot) un doloroso romanzo di formazione, Cento per cento (PerdisaPop) un libro intervista sulla vita di un pugile, Noir Desire (PerdisaPop) un saggio narrativo sul famoso gruppo rock… Questo per dire che Sacha Naspini non è uno scrittore occasionale, non ha bisogno della molla che faccia scatenare il meccanismo narrativo, ma è capace di imbastire romanzi caratterizzati per scrittura asciutta e dura, operando come un vero e proprio contaminatore dei generi. Naspini fa letteratura usando i generi, cosa non facile, descrive caratteri ed emozioni, angosce umane e dubbi atroci, raccontando storie.

Vediamo Il Gran Diavolo, partendo dalla sinossi Rizzoli.

“I colpi d’artiglieria sovrastano il fracasso del metallo delle armature e le grida dei soldati all’attacco. Della guerra e della morte, però, non ha paura Giovanni: lui è un Medici, nelle sue vene scorre sangue nobile, ma combattivo e fiero, e ogni giorno affronta il nemico alla testa delle più feroci truppe mercenarie d’Italia, le Bande Nere. Il campo di battaglia è grigio, freddo, immerso nella nebbia, eppure i suoi uomini lo seguirebbero anche all’inferno. Tra questi marcia Niccolò, un giovane soprannominato il Serparo per l’inquietante abitudine di tenere tre o quattro serpenti avvolti intorno al braccio. Custode di una sapienza antica, si affida loro per conoscere il futuro. Perciò gli altri soldati lo tengono a distanza, ma presto conquisterà la fiducia del Capitano, riuscendo a penetrarne lo sguardo severo. E dove Giovanni lo avesse posato, là Niccolò si sarebbe fatto trovare, al suo fianco, in mezzo alla mischia. Sempre”. In questo romanzo storico, Sacha Naspini, con una lingua affilata che si misura con il dolore, il male, la morte, racconta di un’amicizia e di quello scorcio di Cinquecento che fu uno tra i momenti più tumultuosi della Storia d’Italia, quando ogni cosa stava cambiando, e tutti tradivano tutti. E lo fa attraverso un personaggio che incarna perfettamente il suo tempo, quel Gran Diavolo disposto a tutto per dominare la sorte e gli uomini. E continuare a combattere. Un esempio di stile: “Niccolò Durante aveva appena visto entrare suo padre nella chiesa. Adesso guardava la gente in adorazione e pensava al giorno in cui sarebbe toccato a lui immergersi in quella folla come un condottiero. Dalla cappella i canti arrivavano forti. Poi ecco che la calca si mosse davvero, spostando le persone come un’ondata. La statua di san Domenico apparve sulla soglia, sorretta a spalla da quattro uomini. E ricoperta da un immane nodo di serpenti luccicanti”.

Abbiamo avvicinato Sacha Naspini per due brevi domande.

Perché un romanzo storico?

È una mia passione, e da qualche parte doveva prima o poi trovare sfogo. Il “richiamo storico”, se così si può dire, permea quasi tutta la mia produzione - penso a I Cariolanti, Le nostre assenze, I sassi, L’ingrato… Raccontare la storia di Giovanni delle Bande Nere è stata comunque un’altra cosa. Ci spostiamo nel 1500, senza ganci con il presente. Una prova, soprattutto a livello di voce. Insomma, dovevo trovare la mia intonazione, sul narrato. E poi i dialoghi. Far parlare personaggi di cinque secoli fa rendendoli credibili e senza che risultino affettati, non è così semplice. Spero di esserci riuscito. Come spero che il romanzo di ambientazione storica resti nelle mie produzioni future – sembrerà strano, ma contribuisce a rendere più esatto il percorso che sento, come autore, sotto vari punti di vista.

Come ti senti dopo il grande salto con Rizzoli?

Sono curioso. È sicuramente un’occasione importante per raggiungere una nuova fascia di lettori. Per il momento, stiamo organizzando la promozione. Mi preparo a viaggiare un po’. E cerco di trovare il tempo per chiudere i romanzi nuovi.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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PARTONO I BASTIMENTI PARTE SECONDA

22 Marzo 2014 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #cultura, #marcello de santis

PARTONO I BASTIMENTI PARTE SECONDA

Qualcuno aveva l'opportunità di appuntare su pezzi di carta con un mozzicone di matita le impressioni e le paure che si sentivano e si subivano sul piroscafo, uno scriveva alla famiglia con tutti gli errori dovuti alla sua ignoranza:
... appena partì la nave cominciano a darci manciare... da grandi signori, pasta bianca come la schiuma che in Italia si trivava a cinquecento lire il chilo, carne di tutte le qualità, burro che all'Italia non si conosceva, caffè, zucchero, frutta e marmellata, insoma tutte cose che manciavano le signori, che all'Italia non si potevano manciare perché per manciare quei pasti doveva pagare a peso d'oro...

Nei momenti più brutti a gruppi si tenevano stretti, specie se il mare era arrabbiato, e si facevano coraggio cantando la canzone mamma mia dammi cento lire/ che in america voglio andar... era il costo del viaggio? non ha importanza, è la canzone in sé che conta. Una canzone riadattata da una ballata di tutt'altro argomento risalente all'anno1850 per gli emigranti del nord dell'Italia della seconda metà dell'ottocento; questi andavano nelle Americhe del sud. Adesso invece a partire per l'America (del Nord) sono i contadini meridionali, napoletani in particolare, siamo, come detto, nei primi decenni del '900, e la canzone opera di un autore di cui non si conosce il nome è diventata di tutti, sussurrata nelle lunghe giornate e nottate sui bastimenti.

Mamma mia, dammi cento lire
che in America voglio andar

Cento lire io te le do
ma in America no no no

Pena giunti in a
lto mare
bastimento si ribaltò



Questo era il succo della triste ballata dell'emigrante che è costretto ad andare per sopravvivere, ma anche col miraggio, nato chissà come, che laggiù si sarebbe diventati ricchi.

Mentre qui nel paese natio, ci sono altri poveracci ad aspettare la lettera dall'America, che poteva contenere denaro necessario - anche qui per sopravvivere; perché emigrare significava il più delle volte anche questo:separazione dalla moglie, dal padre anziano, dalla madre vecchia, dall'innamorato/a, dai figli; ma anche dalla terra dal paese dove si è nati, dagli odori di casa, dai sapori delle minestre a pranzo riscaldate la sera.

Voglio riportare qui delle note che mi ha comunicato il mio amico Salvatore Marchionne, un medico chirurgo napoletano ora in pensione, che vive a Napoli. Dopo aver letto la prima parte del mio saggio ha scritto sotto il saggio questo commento:

... la storia, quella vera ci ricorda che il popolo napoletano nel 1861 ebbe due sole possibilità: o diventare brigante, o emigrante. Nel 1860 era suddito di un regno ricco di opifici di fabbriche metal meccaniche di cultura e d'arte, poi però a causa di un vile re piemontese e del mercenario Garibaldi e della massoneria inglese, diventò l'anno successivo povero e senza beni che erano stati razziati dal vincitore. Molti furono trucidati e sciolti nella calce viva, centinaia di paesi rasi al suolo... e fu cosi che iniziò l'emigrazione verso l'America. Se non ci fosse stata l'unità d'Italia, sarebbe stato il Regno delle due Sicilie ad accogliere emigranti... Le canzoni avevano per argomento questo triste fenomeno che assumeva anno dopo anno proporzioni bibliche, ne nascevano una dopo l'altra, come vedremo appresso.

Poi dopo il viaggio faticoso pericoloso e pauroso, finalmente, l'America. New York e la Statua della Libertà che già si vedeva all'orizzonte... datemi i vostri poveri; eccoci, dicevano in cuore, siamo arrivati. Ma una volta giunti laggiù non sempre si trovava l'oro dei sogni; come dice un'altra canzone popolare, anche questa canticchiata sulle navi,

... trenta giorni di nave a vapore/ fino in America noi siamo arrivati/ fino in America noi siamo arrivati/ abbiam trovato né paglia né fieno/ abbiam dormito sul nudo e terreno/ come le bestie abbiam riposà... ma anche l'orgoglio di aver contribuito a qualcosa di positivo di cui andare fieri: ... e l'America l'è lunga e l'è larga/ l'è circondata da monti e da piani/ e con l'industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città/ e con l'industria dei nostri italiani/ abbiam formato paesi e città.


Melania Mazzucco, Roma, 6 ottobre 1966, autrice del libro Vita che descrive le vicende del nonno emigrato in America nel 1903, ma anche le misere disastrose condizioni degli italiani che sbarcavano a New York e che erano oggetto - almeno per quei primi anni del secolo - dello sfruttamento sistematico delle maestranze locali. Per chi volesse approfondire notizie sul fenomeno, ma anche godersi la lettura di uno splendido libro d'amore,consiglio il libro Vita di Melania Mazzucco, che è uno dei più belli che ho letto, semplice nella scrittura,appassionante nell'argomento, doloroso nelle situazioni descritte.
Si può trovare a soli 10,90 euro nelle edizioni Rizzoli,
BUR biblioteca universale Rizzoli, 2010

Voglio riportare il pezzo in cui Melania Mazzucco descrive le visite mediche cui si viene sottoposti non appena si arriva, e la tassa da pagare per sbarcare, e la vergogna di denudarsi davanti a quegli sguardi talvolta e spesso irrisori...

... la prima cosa che gli tocca fare in America è calarsi le brache.... gli tocca mostrare i gioiellini penzolanti e l'inguine... lui nudo, in piedi, desolato e offeso... (e) quelli che soffocano risolini imbarazzati, tossicchiano, e aspettano...
... le brache di suo padre, gigantesche, antiquate e logore, tanto brutte che non se le metterebbe neanche un prete...
... il problema è che i dieci dollari necessari a sbarcare sua madre gli li ha cuciti proprio nelle mutande, perché non glieli rubassero di notte nel dormitori
o del piroscafo...

E' una delle fasi dell'avventura del ragazzo Diamante, che non si trova più i soldi, glieli hanno rubati, e allora con un segno sulla schiena lo spingono in un angolo tra quelli che con la prossima nave saranno rimpatriati; gli rimarrà negli occhi solo l'immagine di quei fabbricati - che vede dalla finestra aperta - che sfiorano il cielo; e quel mare; e quel sogno che svanisce appena nato. Ma poi il giovane riesce a passare, e allora non gli importa più della vergogna, del dolore, della paura di tornare dai suoi. E' finalmente in America.
Andiamo avanti.

... si trova in una stanza dalle pareti cieche, uno sgabuzzino ingombro di oggetti come il deposito di un rigattiere...
... mentre dilaga in lui una fame prepotente realizza di non essere a casa sua...
... neanche il puzzo che gli mozza il respiro... puzzo di scarpe vino e piscio stantio... lo investe una fetola puzzolentissima...

Diamante è partito dall'Italia per ritrovare una bambina che aveva viaggiato sullo stessa nave ma ora l'aveva perduta di vista, la bambina di nome Vita con la quale nel corso del romanzo il ragazzo intreccerà una tenera storia d'amore; ma lui adesso è qui in una
... casa tutta nera, fatiscente, decrepita, che sembra dover cadere da un momento all'altro... questa è l'America... canottiere lenzuola e pedalini umidi penzolanti da precari fili di ferro che tagliano il locale in due e gli schiaffeggiano il viso.

Ve lo racconterei tutto il libro, ma non mi è concesso in questa sede, mi resta solo consigliarvi la lettura; ché andrà a integrare in maniera massiccia questo molto breve saggio,
E' ora di tornare all'argomento del titolo, per chiudere il mio scritto.

partono 'e bastimenti
pe' terra assai luntane...
cantano a buodo
so' n
apulitane...

http://www.youtube.com/watch?v=mRtpc0qDg2g

Ma prima vorrei ricordare che E.A.Mario, molto colpito dal fenomeno dell'emigrazione, ne scrisse altre di canzoni sull'argomento, forse non poi famose come Santa Lucia luntana, ma importanti quanto quella; ad esempio la Mandulinta 'e ll'emigrante che dice tra l'altro: Quanta miglia ha fatto 'o bastimento!/ Sóngo giá tante ca nisciune 'e cconta./ Ma n'arpeggio doce porta 'o viento,/ na canzone, mentre 'a luna sponta. è la città dei mandolini che canta per loro, è Napoli che da buona mamma invia le sue canzoni col suo strumento principe; Si' tu ca t'avvicine/ a nuje, triste e luntane,/ quanno 'e ccanzone/ce parlano 'e te!

Faranno i soldi questi poveri emigranti? diventeranno ricchi? E famosi?
Se pensiamo che troviamo laggiù lontani dagli affetti più cari e dalla terra che per un meridionale è più preziosa della mamma- la nostalgia è tantissima e talvolta fa morire - più di un milione di nostri paesani; e non sempre e non tutti trovano l'oro che speravano, anzi per molti si parlava, nelle lettere che scrivevano, o nelle righe storte e piene di errori dei diari improvvisati, di "scannatoio".

Ma la storia ci dice che sì moltissimi dei nostri conterranei hanno dato lustro a quella terra assai luntana, in contrapposizione a quelli, e non sono stati pochi, che vennero rispediti al mittente per malattie e/o per altri motivi; molti dicevo, sono diventati sindaci di città, poliziotti in gamba, imprenditori importanti, cantanti famosi. Intanto in attesa di ciò lavoravano duramente per guadagnare soldi per tirare avanti la barca; ma anche soldi da mandare, in parte, ai parenti in Italia.
Scrivevano lettere piene di una nostalgia tutta napulitana; nostalgia che strappa le lacrime e stringe il cuore.
Ecco qualche una lettera scritta da New York piena di errori ma anche di tanta nostalgia.

“Caro Padre e Madre vi scrivo queste due righe per farvi sapere che io sto bene come pure la moglie e figli come spero che sara (senza accento) di voi due vi fascio (faccio) sapere che vi avevo scritto per natale ma poi mi sono cambiato (ha cambiato idea?, ha cambiato paese?). Sono tornato a stare a Novio’chi. Vi facio (con una c - faccio) sapere che qua in america va molto male perché non ci sta lavori io pure lavoro tre giorni la setimana (con una t - settimana) ce (c'è) da fare andare avanti perche e tutto cara (c'è da fare molòto per andare avanti ché qui è tutto caro). Vi faccio sapere che il 14 magio fano (con una n - fanno) la comugnione (comunione) anche due figli Ugo e Dante quando mi scrivete mi farete sapere come stano quelle de sunde america (forse parenti femmine emigrate in Sudamerica) e come gliva (e come se la passano - gli va) ma sento dala (con una l - dalla) gente che va male anche la (la senza accento -là). Tanti saluti a tutti i parenti e a quelli che domandano di me, tanti saluti la famiglia di mia moglie”

Nascono, come ho detto più sopra - altre canzoni che descrivono tutto questo.
I figli di Napoli partono, e il poeta assiste alle scene piene di lacrime e dolore sulle banchine del porto.

Molte sono le canzoni che accompagnarono quella povera gente che si imbarcava in cerca di fortuna, o quanto meno di un lavoro, che potesse permettere una vita migliore di quella che avevano nel loro paese. Sono talmente tante che richiederebbero una trattazione tutta e solo per esse, in un saggi a parte. Ma non possiamo non ricordare un'artista nata in un povero affollatissimo quartiere di Napoli, la Duchesca alla fine dell'ottocento (1996), una ragazza semplice che si chiamava Griselda Andreatini; ma a noi nota col nome d'arte Gilda Mignonnette. Si recò in Argentina una prima volta nel 1911 e poi di lì a quattro anni (1915) una seconda volta fino a che si trasferì definitivamente a New York nel 1924 (di là veniva in Italia per esibirsi di tanto in tanto)...



Gli emigrati d'America la ribattezzarono la regina degli emigranti, per la vicinanza della cantante ad essi, e per le molte canzoni che trattavano 'argomento dell'emigrazione; laggiù divenne in poco tempo la cantante napoletana più famosa degli Stati Uniti d'America. Cantava "E l'emigrante piange", "'A cartulina 'e Napule", "Mandulinata e l'emigrante", "Connola senza mamma", "Santa Lucia luntana".
Voglio qui riportare alcuni versi di una di esse "Connola senza mamma" scritta nel 1930 da Giuseppe Esposito e musicata da Gennaro Ciaravolo, musicista autodidatta, il cui primo, grande successo, fu, nel 1922, Mandulinata a Sorrento composta con la collaborazione di E.A.Mario.

Comm' 'e vapure scostano,
lassanno 'sta banchina,
turmiente e pene portano
luntano 'a Margellina'.
Nterr'â banchina chiagnono
'e mmamme'e ll'emigrante,
pe' chesto, 'nterr'a 'America,
só' triste tutte quante.

Meglio nu juorno ccá, Napulitano,
ca tutt' 'a vita p
rincepe luntano.
ll'America ch' 'e cchiamma,
luntana sta,
cònnola senza mamma,
ca nun po' d
à
felicità.

Traduciamo per che non è troppo addentro al dialetto napoletano: l'America che chiama questi figli di Napoli, sta lontana; ed è una culla senza mamma, che non potrà mai dare alcuna felicità.
Appena le navi partono, / lasciando questa banchina,/ tormenti e pene portano / lontano da Mergellina./ Sulla banchina piangono /le mamme degli emigranti, / per questo, in terra di America, / sono tristi tutti quanti.
Meglio un giorno qui, Napoletano,/ che tutta la vita principe lontano. / L'America che li chiama, / lontano sta, / Culla senza mamma, / che non può dare /felicità.
E più avanti il poeta prega, invoca quest'America lontana, dicendole, ti prego, America, culla senza mamma,. se Napoli li chiamo questi suoi figli, falli tornare... falli tornare... (connola senza mamma, falli turna', falli turna')

Eccola la canzone per la voce di Massimo Ranieri

http://www.youtube.com/watch?v=ZL4B7LJ3-e0

Nel 1927 Giuseppe De Luca scrive dei versi bellissimi musicati da Francesco Bongiovanni; e nasce la canzone 'A cartulina ìe napule: un emigrato riceve una cartolina di Napoli e piangendoci sopra lacrime amare non può non paragonarla all'America dei sogni di lui stesso e di tanti suoi compagni di avventura.



Vediamone alcuni versi:

Mm'è arrivata, stammatina,/ na cartulina:/ E' na veduta 'e Napule/ che mm'ha mannato mámmema... Se vede tutto Vommero,/ se vede Margellina,/ nu poco 'e cielo 'e Napule.../ 'ncopp'a 'sta cartulina!
E se vede pure 'o mare/ cu Marechiaro:/ Mme parla cchiù 'e na lettera/ 'sta cartulina 'e Napule!
Che gioja, stu Pusilleco,/ 'sta villa quant'è fina.../ Comm'è bello 'o Vesuvio.../ che bella cartulina!
E soffro mille spáseme,/'ncore tengo na spina/ quanno cunfronto 'Ameri
ca/ cu chesta cartulina!...

(m'è arriavata stamattina una cartolina, è una veduta di Napoli che mi ha mandato mamma, si vede il Vomero, Margellina... e un poco di cielo di Napoli... Si vede anche il mare con Marechiaro, mi dice più cose essa che una lettera... Che gioia vedere Posillippo, che bella villa... che bello il Vesuvio... che bella cartolina. E io soffro, ho in cuore una spina quando confronto questa america con la cartolina...)

Ma è' ancora Libero Bovio a commuoverci con i suoi versi che sempre il musicista Francesco Bongiovanni vestirà di una musica immortale.
Sta per arrivare Natale e stare lontani, specialmente in questi momenti è ancora più triste e chi scrive alla mamma a Napoli vorrebbe tanto sentire uno zampognaro. Prega la mamma di mettere a tavola anche il suo piatto, quando apparecchierà per il cenone, e facite, quann'è 'a sera d''a Vigilia, / comme si 'mmiez'a vuje stesse pur'io... come se con voi ci stessi anch'io.
Racconta e chiede tante cose, alla madre, che questa leggendo bagnerà con le sue lacrime: ché sì ha fatto i soldi, ma che non contano niente rispetto al paese che è stato costretto a lasciare, è vero, mo tengo quacche dollaro, e mme pare ca nun só' stato maje tanto pezzente...
Mia cara Madre, a vuje ve sonno comm'a na "Maria"./ cu 'e spade 'mpietto, 'nnanz'ô figlio 'nc
roce!

E infine i versi dell'invocazione finale - che è un pianto dell'anima tutto napoletano - e che io credo siano tra i più belli della poesia napoletana, degni di quel grande poeta che risponde al nome di Libero Bovio:

Io no, nun torno...mme ne resto fore
e resto a faticá pe' tuttuquante.
I', ch'aggio perzo patria, casa e onore,
i' só' carne 'e maciello: Só' emigrante!

E nce ne costa lacreme st'America
a nuje Napulitane!...
Pe' nuje ca ce chiagnimmo 'o cielo '
e Napule,
comm'è amaro stu ppane!

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Il cinema cubano diventa politico

21 Marzo 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Il cinema cubano diventa politico

Conducta di Ernesto Daranas affronta problemi reali con passione e coraggio

Non accetto più articoli impostati su luoghi comuni, della serie: "A Cuba non sta cambiando niente", "Tutto va avanti come prima". Forse non sta cambiando il cubano medio (ma l'italiano medio non è migliore), interessato al benessere materiale e incurante di fronte alla richiesta di diritti umani, ma il mondo culturale cubano è in fermento e approfitta di inediti spazi di libertà. Prendiamo il cinema. Da la sala Chaplin dell'Avana - la più importante, non una sala di terza visione, né un cinema provinciale - ha proiettato Conducta, ultimo lavoro del regista cubano Ernesto Daranas. Il film è stato in programmazione anche nel centrale e conosciuto cinema Yara (il vecchio Radiocentro che Cabrera infante cita ne La ninfa incostante). Daranas l'abbiamo apprezzato nella pellicola d'esordio - purtroppo inedita in Italia, ma visibile in rete per chi mastica un po' di spagnolo - con il notevole Los dioses rotos. Ne parleremo in seguito, magari con un scheda particolareggiata per regista e film, ché lo meritano. Si tratta di un lavoro intenso e realista che racconta il mondo della prostituzione e lo sfruttamento dei prosseneti come modo per sopravvivere nella Cuba attuale. Mica male come trasgressione. Adesso Daranas compie un ulteriore passo avanti e alza il livello della critica sociale. Conducta affronta i problema dei giovani che crescono in una società che garantisce un sistema scolastico gratuito ma al tempo stesso inefficiente. Il film racconta la storia di un "ragazzo problematico" e di una vecchia maestra - interpretata da Alina Rodríguez - che crede nella sua professione e la difende come una missione. Sono molti i momenti interessanti e squisitamente politici della pellicola. A un certo punto la maestra afferma: "Chi dirige il paese è da troppo tempo al potere". Nessuno ha censurato il passaggio. Reporter indipendenti sostengono che il pubblico in sala applaude non appena termina la battuta. Non è importante stabilire se sia vero, forse si tratta solo di leggende metropolitane, visto il coraggio dimostrato dalla maggior parte dei cubani residenti sull'Isola, dal nostro punto di vista è importante soprattutto la libera circolazione di un film piuttosto critico con il regime. Daranas inserisce persino la figura di un prigioniero politico, ed è la prima volta in un film cubano prodotto da ICAIC (ente pubblico che indirizza e promuove la cultura), quando la maestra dice che il padre di uno dei suoi ragazzi è "in carcere per problemi politici". Il padre del ragazzo compare in un momento successivo del film, ma non è mai demonizzato come controrivoluzionario. Darans affronta il tema dell'apartheid legalizzato all'Avana, dove i cubani nati a Oriente sono relegati nei quartieri più poveri e marginali della capitale. Il regista analizza con dovizia di particolari la dura realtà della sopravvivenza nelle zone povere dell'Avana, ma anche l'incapacità di chi governa di trovare soluzioni efficaci ai problemi esistenziali. Gli interpreti del film - a parte la maestra - sono ragazzi presi dalla strada, privi di esperienza cinematografica, che interpretano loro stessi, all'interno della realtà sociale che vivono. Un esperimento neorealista, per non dire pasoliniano. Tra gli attori professionisti ricordiamo: Alina Rodríguez, Yuliet Cruz, Silvia Águila e Aramis Delgado. Scrivono alcuni blogger e corrispondenti indipendenti che la fila del pubblico in attesa di vedere il film è stata interminabile. Daranas ha riscosso grande successo, ma soprattutto nessuno si è sognato di censurare la pellicola, come accadeva in Italia negli anni Settanta quando uscivano lavori giudicati troppo estremi. La novità importante, a mio modesto avviso, non è tanto l'interesse della popolazione avanera nei confronti di un cinema politico e di protesta, quanto la inedita permissività di un governo che pare assumere contorni sempre meno dittatoriali.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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>...E forse..."> Siamo noi (solo)

20 Marzo 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Siamo noi (solo)

foto di Paola Fazzi

"A volte mi sveglio la mattina e mi alzo...mi vesto, preparo lo zaino, allaccio gli scarponi, carico il computer o aggiusto le foto trappole...e mi domando: <<...ma dove vado? Che faccio? E' vero o sto ancora dormendo?...>>...E forse sto ancora dormendo ma va bene così...." (M.L.)

Siamo noi (solo)

Siamo noi (solo)

che ci buttiamo nel giorno

dietro un’idea

un’immagine

un sogno da perfezionare

un maldischiena,

da terra inumidita,

oramai,

da calmare…

Siamo dolci pazzi,

cantanti,

per le strade festanti

sotto ponti addobbati,

pieni di amici

e di genti…

Siamo gatti a orologeria

cani con i capelli

lupi fulminei

cui non hanno mostrato

l’uscita per “la notte”…

Siamo piccoli figli

danzanti

ritmici

battenti,

sul ventre butterato

della Madre

morente.

Siamo noi (solo)

che ci gettiamo nell’oblio

ancora correndo

ancora inseguendo

ancora, le gambe,

mulinando…

Siamo pazzi e siamo soli,

e ci teniamo la mano,

per non perderci nel sogno…

Siamo saggi bambini da osteria.

Siamo noi (solo)

puntini all’orizzonte,

lampare dalla riva,

fuoco galleggiante…

…ci puoi seguire

a nuoto

di corsa

al tuo passo…

o solo scrutarci da lontano,

se vuoi,

viandante…

ML

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Dona Sol

19 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Black hair like raven’s wing, the tentacles of jellyfish sweep the boards of Santa Esmeralda's salted bridge, electric, living like a torpedo flash. Your hand, Pedro, touches them, then drops down to the bloodless elbow. I drop the colander, peas roll on the deck, the gulls bend down to catch them.
The heart melts of happiness, intertwining my fingers with yours. - It’s Dona Sol I want - you say - Dona Sol is the one I like, not the daughter of Diego Fuentes.
I no longer feel the gulls and I suspect. I look down; I see the floor of my house. No boards, no rolling green and hard peas. I get out of bed.
In the mirror there’s the usual cluster of rickety brown meat, the daily agony of wrinkles, hair not a dream but a fluff that gets dirty with scales of sweat.
I thrust my yellow nails in the folds of the face, and cry with my bleary eyes, because I am sixty-four, Pedro, and you twenty-three.
Your mother brought you up the shore from the pier to the house, kicking you in the bottom, the black belly swollen from hunger, the lumpy navel, legs livid. I left you in the barn with three cakes and curries, and you stayed there until two years ago, when I saw you wash through, naked as when your mother gave birth to you, with the smooth belly and, among the legs, the flaccid but promising, stick. It was happy. It was merriest than your dark eyes, you had the look of a dog and you followed your sister Ursula, born from your mother’s marriage with Diego Fuentes, and raised early in this sun, alone, barefoot and wrapped, that even his father looks at her, when she bends to take water without panties under her skirt.
I have seen you both in the stable, between straw and dark. Pale, her loins, your buttocks black, the tidal wave that engulfed the incestuous samba ungainly, the musky smell of chaos on breasts, bones and meat of young people. I was there, perched on the door jamb.
I have remembered the homely hugs, in the dim light of siesta, when the captain, coming up the river with the Santa Esmeralda, stopped on Sunday. We smoked on the brass bed - the fan froze the moist on our backs, the smell of DDT, the dead flies in the glass on the bedside table - then we pulled the neck of a chicken for dinner.
Even the oldest of my chickens has her cock.
This morning I would lift my stiff legs and straddle over you, give you the pleasure your sister gives you. My eyes, faded by the sun, washed by the river, see you how they would have seen you twenty years ago, and the heart desires, the body gets wet.
I put the red dress with which I waited for the captain, and I tarnish the mirror with my rancid breath, so I cannot see any more, but, as in dreams, image me with slender hips, the feet of a soft bird, gentle hands of lye.
Here, I open the parasol. The moth lace crumbles like dust between my fingers, the slats are moldy, but I keep it up high, standing on my head as then, for you Pedro.
I close my eyes and, like tonight, there’s the moon, the boards creak salted on the soles of my bare feet.
Now you cannot tell me no, Pedro.

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