Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)
Post recenti

Riflessi

26 Maggio 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia Patrizia Puccinelli

Fotografia Patrizia Puccinelli

Mostra altro

Il piroscafo Andrea Sgarallino

25 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #storia

Il piroscafo Andrea Sgarallino

L’Andrea Sgarallino era una nave passeggeri varata dal Cantiere Luigi Orlando di Livorno. Fin dal 1930, fece la spola fra Piombino e Portoferraio. Deve il suo nome al garibaldino livornese Andrea Sgarallino, eroe dei moti del 48.
Nel 43, durante la seconda guerra mondiale, fu requisito dalla Regia Marina, armato, dotato di livrea mimetica, e adibito a servizi militari.
Con l’armistizio dell’8 settembre 1943, venne di nuovo destinato a prestazioni civili, soprattutto con il compito di riportare a casa i militari smobilitati e favorire gli approvvigionamenti dell’isola. I tedeschi, che occuparono l’Elba il 18 settembre, però, gli fecero battere bandiera nazista.
Il 22 settembre, a una settimana di distanza dal rovinoso bombardamento che distrusse gli stabilimenti dell’Ilva, lo scalo e parte del centro storico di Portoferraio, l’Andrea Sgarallino fu colpito a morte.
Sono le 9,30, il piroscafo è ormai in vista della costa, in località Nisportino. Un sommergibile della marina britannica incrocia poco distante. Il capitano Herrik vede la bandiera nemica e la livrea militare e non ha dubbi: ordina l’immediato affondamento. Un paio di siluri colpiscono la nave e la spezzano in due tronconi.
Il piroscafo è avvolto dalle fiamme e da un fumo denso. Gli abitanti dell’Elba assistono impotenti, impietriti: a bordo ci sono i loro familiari, i soldati che stanno tornando a casa e che non riabbracceranno mai più. Il vento porta le urla dei disperati. Nessuno ha il coraggio di avvicinarsi perché si teme che il sommergibile sia ancora nelle vicinanze, pronto a colpire di nuovo. Poi le fiamme si spengono, la nave scompare sott’acqua. A decine i corpi vengono distesi sul molo e gli abitanti attoniti li rivoltano, per identificarli. Le donne portano lenzuola per coprire i cadaveri.
Il numero delle vittime non fu mai accertato con precisione ma si aggirò intorno alle trecento unità, sopravvissero solo quattro persone, quasi ogni famiglia elbana pianse un morto a bordo dello Sgarallino.
Il relitto oggi giace a 66 metri di profondità, al largo della costa. Nel 2003 è stato raggiunto da un gruppo di sub che ha deposto una targa commemorativa in ricordo delle vittime.
Esiste anche un canto popolare, di dubbia attribuzione: Il siluramento dell’Andrea Sgarallino che, nel ritornello, ricorda molto La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini.

“Eran tutt’a bordo, eran ben stipati
Eran più di trecento e non son più torn
ati”

Mostra altro

Occhi della sera

24 Maggio 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia di Patrizia Puccinelli

Fotografia di Patrizia Puccinelli

Mostra altro

Palazzeschi e i Pancaldi

23 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

Palazzeschi e i Pancaldi

Aldo Palazzeschi (1885 – 1974) ha dedicato ai nostri bagni Pancaldi un pezzo memorabile, pubblicato in Stampe dell'Ottocento, F.lli Treves, Milano, 1936
È davvero una stampa la sua, descritta con gli occhi stupiti di un bambino che, il primo d’Agosto, in una giornata torrida, sudato fradicio, viaggiando in carrozza e in vagone ferroviario insieme ai genitori e alla donna di servizio, giunge alla “porta a mare” di Livorno, dove vede per la prima volta la distesa azzurra, spumeggiante, le creste bianche delle onde.
Durante il viaggio sua madre ha chiacchierato tutto il tempo con una dama vistosa, la quale ha descritto nei minimi particolari la vita che si svolgerà sullo stabilimento mondano e lussuoso, luogo “di tutte le delizie e le primizie”, spettegolando sulle signore che lo frequentano, sul numero dei vestiti, delle scarpe e dei cappelli di questa e quella.
Non è difficile immaginare l’aria calda e salmastra, il sole rovente dal quale le signore si proteggevano con l’ombrellino, le tende gonfie di vento dello stabilimento balneare, le marchese, le contesse, le attrici, le cantanti ingioiellate che, passeggiando, sfoggiavano ogni giorno una toelette nuova - in primis una principessa che arrivava addirittura con ventotto bauli, cento vestiti e duecento paia di scarpe. All’alba si facevano duelli segreti e, dopo, se ne parlava con un brivido d’emozione.
Oltre e sopra tutto, indifferente, il mare.

“Il mare era calmissimo, profondamente azzurro, e pareva adagiato vittoriosamente dopo una gara col cielo a chi lo fosse di più; nel cielo non era che il sole e riempiva tutto col suo calore, e nel mare un gruppettino di vele bianche in fondo, cinque o sei, e certe spumettine candide verso la riva, fiocchetti di cotone, che apparivano e sparivano come dalle fessure di una veste.”

Mostra altro

Arrocco

22 Maggio 2013 , Scritto da Impronte d'Arte Con tag #Impronte d'Arte, #fabio marcaccini, #fotografia

Fotografia di Fabio Marcaccini

Fotografia di Fabio Marcaccini

Mostra altro

Yorick

21 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #luoghi da conoscere, #personaggi da conoscere

Quando talor frattanto, forse, sebben così; giammai piuttosto alquanto come perché bensì;

Ecco repente altronde, quasi eziandio perciò, anzi, altresì laonde purtroppo invan però!

Ma se per fin mediante, quantunque attesoché, ahi! sempre, nonostante, conciossiacosaché!

Nel ritratto di Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 – 1895), in arte Yorick figlio di Yorick, (con un doppio omaggio prima a Shakespeare e poi a Sterne), ci appare come un uomo massiccio, infagottato in un cappottone, con i baffi folti. Nato a Livorno, fu un enfant prodige, dalla memoria strepitosa, che a tre anni sapeva leggere e a nemmeno sedici si era già iscritto all’università grazie ad una dispensa granducale. Vicino alle idee liberali di Ricasoli, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e fu poi segretario particolare di Garibaldi, rimanendo ferito a Milazzo. Scrittore ironico di nonsense, le sue rime più famose furono “Parole per musica” del 1881, che mettevano in ridicolo le melensaggini dei libretti d’opera. Giornalista di razza, fondatore de Il Fanfulla, ogni giorno su la Nazione pubblicava un articolo, abbastanza ponderoso, denominato “Cronache dai Bagni”, dove raccontava, a chi non poteva godere dei piaceri della Livorno balneare, la vita che si svolgeva negli stabilimenti sul nostro litorale. I suoi pezzi avevano grande riscontro e successo di pubblico e furono anche tradotti in inglese dal Morning Post. Yorick descriveva una città che d’estate cambiava fisionomia e si riempiva di una folla chiassosa. Ormai non c’erano più le stanzette dei bagni Baretti, ora i Pancaldi, i Palmieri, Lo Scoglio della Regina e gli altri stabilimenti avevano ampi spazi aperti, dove i frequentatori passeggiavano e s’immergevano nelle acque limpide senza più privacy. I lettori si divertivano con i pettegolezzi, con le disavventure dei malcapitati fiorentini che “si facevano spennare nei ristoranti”, con gli inglesi che sguazzavano e si tuffavano, con i francesi che muovevano le braccia all’impazzata senza avanzare di un passo nell’acqua. Immaginavano le grazie delle donne, che si bagnavano indossando tuniche ampie e mutandoni alla caviglia, mostrando comunque sempre più pelle che non con gli abituali corsetti e crinoline, accendendo la fantasia maschile o rivelando qualche difettuccio di troppo. Le mamme ostentavano le figlie auspicando di maritarle e i giovanotti in bolletta speravano in una dote. La talassoterapia era ambita come cura, mentre il sole era bandito ed evitato a ogni costo. “I nostri ospiti riveriti vengono qui per bagnarsi”, dice Yorick, “per ballare, per passeggiare e per discorrere … tutte occupazioni da sfaccendati”.

****

 

Quando talor frattanto, forse, sebben così; giammai piuttosto alquanto come perché bensì;

Ecco repente altronde, quasi eziandio perciò, anzi, altresì laonde purtroppo invan però!

Ma se per fin mediante, quantunque attesoché, ahi! sempre, nonostante, conciossiacosaché!

In the portrait of Corcos, Pietro Francesco Leopoldo Coccoluto Ferrigni (1836 - 1895), aka Yorick son of Yorick, (with a double tribute first to Shakespeare and then to Sterne), appears to us as a massive man, bundled up in a coat, with bushy mustache.

Born in Livorno, he was an enfant prodige, with an amazing memory, who at three years of age knew how to read and had enrolled in university at sixteen thanks to a Grand Ducal dispensation. Close to Ricasoli's liberal ideas, he participated in the Second War of Independence and was then particular secretary to Garibaldi, being injured in Milazzo.

An ironic nonsense writer, his most famous rhymes were "Words for music" of 1881, which ridiculed the melancholy of opera librettos.

Pure journalist, founder of Il Fanfulla, every day on the Nation he published an article, quite ponderous, called "Cronache dai Bagni", where he told, to those who could not enjoy the pleasures of seaside in Livorno, the life that took place in the bathhouses on the coast. His pieces had great success and  were also translated into English by the Morning Post.

Yorick described a city that changed its physiognomy in the summer and filled with a rowdy crowd. By now the rooms in the Baretti bathrooms were no more, now the Pancaldi, Palmieri, Lo Scoglio della Regina and other bathhouses had large open spaces, where visitors strolled and immersed themselves in the clear waters without more privacy.

Readers amused themselves with gossip, with the misadventures of the unfortunate Florentines who "lost their money in restaurants", with the British splashing and diving, with the French moving their arms wildly without taking a step forward into the water. They imagined the graces of the women, who got wet wearing large tunics and knickers at the ankle, however showing more and more skin than with the usual corsets and crinolines, turning on the male fantasy or revealing some flaws. The mothers flaunted their daughters hoping to marry them and the poor young men hoped for a dowry. Thalassotherapy was sought after as a cure, while the sun was banned and avoided at all costs.

"Our revered guests come here to bathe," says Yorick, "to dance, to walk and to talk ... all idle occupations."

Mostra altro

Ida Verrei: Le Primavere di Vesna - Incipit

20 Maggio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei

Ida Verrei: Le Primavere di Vesna - Incipit

Le Primavere di Vesna

di Ida Verrei

Incipit

“Non mi giudicare. Non devi e non puoi farlo, tu non sai.

Non mi giudicare e io ti racconterò.

Ti dirò delle mie fughe, degli abbandoni, delle attese, delle paure,

dei miei perché.

Credi al destino? Io non so se fu sogno o presagio, non so quali

segni io colsi e quali si velarono troppo in fretta.

Non mi giudicare, figlia mia, lascia che io viva le mie colpe senza

rimorsi, lascia che sia solo il rimpianto a cercarmi la notte,

lascia che quel sale liquido si asciughi senza bruciare. E i nostri

occhi di donna si incontreranno in mille risposte”.

La stazione di Genova-Brignole tremolava alla luce morente di un

giorno al tramonto. Il vento primaverile sferzava una figura sottile,

in attesa.

Un gatto le si strusciò alle gambe. La donna sobbalzò, guardò giù,

sorrise, si chinò ad accarezzarlo: «E tu? Da dove arrivi? Cosa fai

qui?» Il gatto emise un miagolìo prolungato, poi scappò via. Lei lo

seguì con lo sguardo.

Il volto liscio, levigato, non portava tracce di ferite e dolori antichi.

Solo gli occhi, opachi, appannati, raccontavano le rughe del cuore.

Ai suoi piedi, un borsone da viaggio.

La voce gracchiante dell’altoparlante annunciò il ritardo dell’espresso

proveniente da Torino e diretto a Napoli.

Sospirò.

Si guardò attorno, raccolse il bagaglio e raggiunse con passo lento

il piccolo bar con tavolini e sedie in ferro smaltato rosso.

Sedette, ordinò un caffè che sorseggiò piano, accese una sigaretta.

Volse il capo in giro. Lo sguardo assente, attraverso una nuvola di

fumo, sfiorò gli altri tavoli: una giovane madre dondolava piano un

bimbo piccolo, mentre altri due, aggrappati alla sua gonna, assonnati,

succhiavano il pollice; un uomo anziano parlava da solo, inseguiva

fantasmi, beveva birra e di tanto in tanto schioccava le labbra, assaporando

il liquido biondo che ingoiava a grossi sorsi gorgoglianti,

Uno sbaffo di schiuma si scioglieva sulle guancia rugosa e gocciolava

sul collo avvizzito; due giovani innamorati si stringevano le mani

guardandosi negli occhi.

Le ombre del crepuscolo velavano sguardi colmi di lacrime.

Il gatto, ricomparso, balzò sulla grande fioriera in pietra carica di

oleandri bianchi. La guardò socchiudendo gli occhi.

Erano le 19,30, mezz’ora di ritardo. Poi, l’annuncio che attendeva.

Sorrise, finalmente, un sospiro di sollievo.

Afferrò il borsone, corse incontro, lungo il marciapiede, alle vetture

che, sbuffando, stavano entrando in stazione. Attese che il treno fosse

fermo, poi con un balzo agile salì sul primo vagone e si tuffò all’interno,

facendosi spazio tra i corpi, passando da una vettura all’altra

in cerca di un posto a sedere.

Un uomo le cedette il suo, accanto al finestrino. Ringraziò con un

sorriso stanco.

Il treno ripartì, scivolava sulle rotaie. Guardò attraverso i vetri

Impolverati: la città con le sue case colorate di rosa si allontanava,

avvolta dall’oscurità della sera profumata di mare.

La donna si appoggiò allo schienale del sedile, sistemò la gonna

sulle ginocchia, le palpebre si abbassarono, i lineamenti si distesero, si

abbandonò al torpore che pian piano l’avvolgeva. Tutto era già stato.

Tra i ricordi, tra le memorie di una vita, per tutti, c’è un motivo

ricorrente che ne segna e scandisce le stagioni più significative.

Un’immagine, un rumore, un profumo, una vaga sensazione di déjà

vu. La percezione di un mutamento che sta per segnare la tua esistenza,

o di un ineluttabile ritorno al passato.

Per Liana era il rumore del treno. Un treno che transita, un treno che

parte, un treno che arriva o che squarcia il silenzio con il suo urlo

metallico e canta col frastuono ritmico dello sferragliare. Il treno, sempre

presente: odori, suoni, rumori, impressi nell’anima e nella mente.

Mostra altro

Lamartine a Livorno

19 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #saggi, #ida verrei, #personaggi da conoscere

Lamartine a Livorno

Perché balzate sulla spiaggia spumeggiante,
Onde in cui nessun vento ha scavato solchi?
Perché agitate la vostra schiuma fumante
In leggeri turbinii?
Perché dondolate le vostre fronti che l’alba asciuga,
Foreste, che stormite prima dell’ora del risveglio?
Perché dai vostri rami spargete come pioggia
Quelle lacrime silenziose di cui vi bagnarono la notte?
Perché rialzate, oh fiori, i vostri calici pieni,
come fronte chinata che l’amore risolleva?
Perché nell’ombra umida esalare questi primi
Profumi
che il giorno respira?”

Alphonse de Lamartine (1790 – 1869), scrittore, storico e politico francese autore tra l’altro de Le meditazioni poetiche, aveva dei cugini a Livorno e venne a visitarli. Ancora una volta è Pietro Vigo a riportarci le sue parole.


“Abitavo presso Livorno nella villa Palmieri sulla strada di Montenero; a sinistra vedevo le cime selvose dei Monti di Limone, a dritta il mare, di faccia Montenero. Sulla sommità di questo capo, addossato allo scoglio ed a verdi querce s'innalza una chiesa come un tempio greco in vista del mare, ed è un pellegrinaggio pei naufraghi scampati dalle procelle pei voti innalzati alla stella del mare. Mi piaceva tanto questo luogo che vi ascendevo sovente. Sulla strada è la villa, un tempo splendida, allora deserta dove Lord Byron si trattenne una o due estati qualche tempo prima della mia dimora in Livorno.
Ero solito fermarmi col cavallo dinanzi alla porta del suo giardino, come per cercarvi l'assente figura del gran poeta che in certo modo consacrò quella solitudine. Poco più oltre lasciavo la strada guidando i cavalli verso la locanda di Montenero per inoltrarmi solo nei boschi d'onde scorgesi il mare. Là passavo intere giornate in compagnia dei miei pensieri, con un libro in mano, nel cui margine, andava scrivendo le poesie ispiratemi dal cielo e dal mare. I cespugli a piè delle verdeggianti querce di Montenero conservarono per qualche tempo le pagine strappate dai libri e dagli album, dove mi provai a notare alcuni canti, spesse volte interrotti dal sonno, dal capriccio, e dal tramonto del dì, e che lasciava in brani sull'erba o sulla sabbia in ludibrio del ven
to ».


Vigo afferma che tre dei componimenti delle “Armonie poetiche e religiose” siano stati scritti nei nostri boschi. Pare che una folata di tramontana abbia fatto volare gli appunti de L’Inno al mattino, al punto che il poeta li aveva ormai dati per persi. La mattina dopo, però, una bambina scalza, figlia di un arsellaio, glieli riconsegnò inzuppati d’acqua di mare. Sembra che il padre li abbia ripescati e fatti leggere a dei frati Cappuccini che gli consigliarono di riportarli all’autore francese. Come ricompensa, Lamartine offrì all’uomo tanti scudi quante erano le pagine e comprò alla bimba un vestito nuovo.


Riferimenti
Pietro Vigo, Montenero www.infolio.it

Si ringrazia Ida Verrei per la traduzione

Mostra altro

Sezione Primavera: Giulia

18 Maggio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #sezione primavera, #poesia

Sezione Primavera: Giulia

Giulia racconta il primo incontro con la sua cagnolina; amore a prima vista, amore per sempre.

Pochi tratti, e il minuscolo animale è dipinto: occhi, pelo e “orecchie socievoli”, un’immagine tenera e divertente. Con quelle orecchie la cagnolina chiama, attira, comunica. E Giulia risponde, con tutto il trasporto del cuore.

Il cane perfetto

di Giulia Pacella (11 anni)

Cinque Gennaio:

a passi lenti ma sicuri per la strada.

Via Bernini, dritta;

All’incrocio, svolto a sinistra e poi sempre avanti.

Lì, pappagalli, gatti e tartarughe,

Negli occhi la paura ma anche la gioia,

Gioia dell’inizio, qualcosa di nuovo e indimenticabile.

In un angolo, una cagna con tre cuccioli appena usciti dal grembo:

Uno con orecchie alte e profumate,

Un altro con un sol occhio.

E lì, piccola piccola, dolce dolce,

Lei, il cane perfetto.

Occhi grandi e luminosi, pelo corto e splendente,

Orecchie basse ma socievoli, sguardo confuso.

In mezzo al freddo, protetta da me e da una coperta fino a casa.

A casa… il nome:

Elly , nome del mio cuore…lei!!!

G.P.

Mostra altro

Davide Steccanella, "Gli anni della lotta armata", recensione di Marco de Franchi

17 Maggio 2013 , Scritto da Marco de Franchi Con tag #marco de franchi, #recensioni

Davide Steccanella, "Gli anni della lotta armata", recensione di Marco de Franchi

Gli Anni della Lotta Armata

Davide Steccanella

Edizioni Bietti

pp 490

17,00

In una recente intervista al Messaggero, Antonio Marini, già pubblico ministero nei processi Moro-ter e Moro-quater e adesso Avvocato Generale della corte d’appello di Roma, mette in guardia su un possibile ritorno degli anni di piombo. Non è il solito allarmismo dei media. Il magistrato, esperto di terrorismo, analizza il male sociale che in questo momento attraversa il Paese e lo paragona al clima degli anni settanta e a quel crogiuolo di idee “cattive” che, mutatis mutandis, produssero la lotta armata. Il recente episodio della gambizzazione del manager dell’Ansaldo Adinolfi, a Genova, secondo Marini, non è molto diverso da quello che accadde agli albori dei primi attentati marcati BR.

Quasi nello stesso momento veniamo a sapere che esiste un nastro su cui sarebbe incisa la voce di uno dei brigatisti che uccise il senatore Roberto Ruffilli, nel 1988, in quello che fu definito l’ultimo delitto delle Brigate Rosse prima della così detta “ritirata strategica” (e prima, naturalmente, che dal 1999 al 2003 altre tre vittime si aggiungessero al lungo elenco: D’Antona, Biagi e Petri). Si tratta di una registrazione contenuta in una vecchia audiocassetta che conterrebbe i risultati di una riunione strategica brigatista durante la quale si discuteva appunto dell’azione Ruffilli (immagino con quel triste linguaggio burocratico-brigatese che così bene Leonardo Sciascia immortalò in due righe due). Su quei nastri si stanno approfondendo accertamenti tecnici adeguati alle conoscenze attuali, come a dire che la Giustizia macina lenta, ma macina.

Non sembra mai troppo tardi, dunque, per la pubblicazione di un libro come quello che Davide Steccanella – avvocato penalista con la vocazione dello storico – ci consegna. Si tratta effettivamente, come recita il sottotitolo, di una “cronologia” (…di una rivoluzione mancata, per l’esattezza) e di una cronologia storica mantiene le qualità: la precisione e il rigore della documentazione nonché una certa obiettività. Suddivisa per anni, dal 1969 ai giorni nostri, come un vero e proprio diario, offre l’opportunità di leggere il libro come un’opera unica e omogenea, ma consente anche la documentazione del singolo fatto, dell’episodio a sé, o di un periodo particolare, diventando, il libro stesso, strumento di consultazione. Un’operazione, quindi, già di per sé interessante e utilissima per chi si occupa di questi argomenti o per chi vi si accosta per la prima volta in maniera organica.

Steccanella però non è solo un osservatore asettico, ma appunto uno studioso dichiaratamente non “professionista” del fenomeno del terrorismo, è come tale è animato da sincero e contagioso entusiasmo. Di più, l’autore, come un incuriosito e instancabile entomologo della storia cerca e offre commenti preziosi, suggerisce collegamenti, scandaglia ipotesi.

La sua opera alla fine non consiste solo in un elenco cronologico e puntuale degli avvenimenti - attenzione, di tutti gli avvenimenti, anche quelli minori e meno conosciuti o facilmente dimenticati – che hanno costellato quarant’anni di storia. Ma è anzi un compendio preciso ed esaustivo dei fatti che in qualche modo viene “macchiato” da considerazioni, interventi, interpretazioni appassionate e spesso drammatiche. Il contesto, dunque, è quello che rende così vitale questo libro, tanto da farlo diventare una sorta di romanzo della storia insanguinata del fenomeno del terrorismo di sinistra. Un contesto, peraltro, fatto non solo di citazioni storiche e meta-storiche, ma anche di rimandi di costume, di citazioni di film o canzoni uscite in un dato periodo, di annotazioni anche modaiole, ma mai fini a se stesse. È come se Steccanella, in ogni paragrafo del suo libro, voglia farci sentire quanto quella “storia” sia ancora viva, voglia ricordarci come quegli anni siano stati anche i nostri anni, o dei nostri fratelli più grandi, o dei nostri genitori, voglia rammentarci, semmai ce ne fossimo dimenticati, come il Paese che descrive sia sempre lo stesso, quello in cui viviamo tuttora. E nulla è meno bidimensionale e fittizio di un quadro che non tralascia tutti i segnali che compongono la vita di tutti i giorni, passando dalla cronaca rosa a quella nera, dalla politica all’economia, dallo spettacolo al dramma, dalla vita alla morte. E così ad ogni incipt di capitolo, prima ancora di introdurre all’elenco nefando e nefasto degli orrori della lotta armata, ecco brevi citazioni di ciò che quel dato anno ci riservava. Così, per esempio, nella prima pagina del capitolo dedicato al 1978 – anno spartiacque della guerra tra terrorismo e Stato – l’autore ci ricorda che i Queen pubblicarono l’album “Jazz”, che al cinema Woody Allen vinse l’Oscar per il film “Io & Annie”, che l’Argentina vinse i mondiali, la Juventus lo scudetto e i Matia Bazar Sanremo con “E dirsi ciao”. E poi, subito, dopo, eccolo il lucido diario di quei dodici mesi fatali, con il sequestro e la morte di Moro e tutto ciò che ne conseguì e ne consegue ancora.

Il calendario di Steccanella, inoltre, arriva proprio a ridosso dei giorni nostri, a dimostrazione dello sforzo di documentazione dell’autore, precisamente al primo marzo 2013, appena due mesi fa, con la morte in un conflitto a fuoco, durante una rapina “comune” a Roma, di Giorgio Frau, ex Lotta Continua e Brigatista rosso delle UCC.

Infine un’appendice forse un po’ slegata dal contesto e dall’impostazione del libro, ma che è comunque molto interessante: si tratta di un’intervista a Luca Colombo, uno dei fondatori insieme a Corrado Alunni delle FCC, formazione terroristica minore ma non meno agguerrita delle “matrigne” BR. L’intervista, che conserva i toni della memoria e consente una visione dall’interno dell’animo brigatista di allora, è stata fatta da un ex allievo di Colombo, e, da quello che si dice, è stata sollecitata e curata dall’intermediazione dello stesso Steccanella.

Mostra altro