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Il Divo di Paolo Sorrentino

27 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Paolo Sorrentino. Soggetto e Sceneggiatura: Paolo Sorrentino.Fotografia. Luca Bigazzi. Montaggio: Cristiano Travaglioli. Musiche: Theo Teardo. Scenografia: Lino Fiorito. Costumi: Daniela Ciancio. Trucco: Vittorio Sodano. Durata: 110'. Colore. Produzione: Italia/ Francia. Produttori:Francesco Cima, Fabio Conversi, Maurizio Coppolecchia, Nicola Giuliano, Andrea Occhipinti. Case di Produzione: Indigo Film, Lucky Red, parco Film, Babe Film. Distribuzione: Lucky Red. Interpreti: Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Giulio Bosetti, Flavio Bucci, Carlo Buccirosso, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Piera Degli Esposti, Lorenzo Gioielli, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Massimo Popolizio, Aldo Ralli, Cristina Serafini, Giovanni Vettorazzo. Premi: Premio della Giuria, Cannes 2008. Miglior Attore a Toni Servillo, European Film Awards 2008, 7 David di Donatello 2009: attore protagonista (Servillo), attrice non protagonista (Degli Esposti), direttore della fotografia, musicista, truccatore, acconciatore e effetti speciali visivi. 5 Ciack d'Oro, 4 Nastri d'Argento 2009, 7 Premi Bif&st 2009, 2 Loma 2009.

Non amo il cinema di Paolo Sorrentino (Napoli, 1970), neppure i temi che affronta con la sua scrittura mi appassionano più di tanto. Ritengo che sia uno dei registi italiani più sopravvalutati degli ultimi anni, anche se possiede tecnica e gusto per le immagini, oltre a essere un buon direttore di attori. Ero un po' prevenuto affrontando la visione de Il divo, pellicola che ho visto per intero solo nell'onda emotiva della scomparsa di Giulio Andreotti, dopo aver letto molti articoli sulla vita di un uomo politico che ha attraversato cinquant'anni di storia italiana. In definitiva sono rimasto abbastanza soddisfatto dai contenuti di un film eccessivamente esaltato dalla critica e premiato sino all'inverosimile, non tanto per le qualità cinematografiche (inesistenti), quanto per i contenuti documentaristici. Sorrentino ricostruisce la vita di Andreotti trattandolo come se fosse un robot privo di sentimenti, ricorrendo a un'interpretazione grottesca di Toni Servillo, truccato in maniera perfetta. Andreotti si esprime per frasi storiche, prelevate dagli aneddoti che il politico ha pronunciato nel corso degli anni, si presenta come un uomo senza scrupoli, interessato al potere, incapace di amare e di provare sentimenti, tormentato dal ricordo della morte di Aldo Moro. Non ci stupiamo che a suo tempo Andreotti rifiutò di vedere il film a Cannes insieme al regista e che si stizzì non poco dopo averne appreso i contenuti. Nonostante tutto - come suo stile - non querelò nessuno, anche se avrebbe avuto motivi in abbondanza, lasciando piena libertà di espressione al regista. La costruzione del film sposa senza riserve le ipotesi di connivenza mafiosa di Andreotti, oltre a colpevolizzare il politico per una lunga serie di malefatte legate alla prima repubblica, delitto Moro compreso. Punto di forza della pellicola è la somiglianza degli attori ai protagonisti della vicenda storica, a partire da uno straordinario Toni Servillo, giustamente premiato. Bravi anche Flavio Bucci nei panni del gaglioffo Evangelisti, Carlo Buccirosso come Cirino Pomicino e Anna Bonaiuto, moglie di Andreotti. Esagerati i premi, una vera pioggia di riconoscimenti, per un pellicola che ha poco a che vedere con il cinema, ma resta un'interessante docufiction. Il difetto più evidente del lavoro di Sorrentino è la poca obiettività, perché il regista sposa una tesi e la porta alle estreme conseguenze, senza concedere nessuna attenuante al protagonista. Ne viene fuori un Andreotti - Belzebù, protagonista negativo di tutte le nefandezze della prima repubblica, ma soprattutto un personaggio grottesco, irreale, quasi un fumetto satirico di se stesso. Il personaggio di Giulio Andreotti visto da Sorrentino sembra una raffigurazione estrema delle vignette di Forattini, orecchie a punta, posa rigida, curialesca, grandi occhiali, mani che si muovono e corpo fermo sul tronco. Manca la poesia e un po' di partecipazione empatica agli eventi, il risultato è sin troppo freddo per coinvolgere le spettatore. Questo Andreotti è troppo brutto per essere vero, si finisce per provare simpatia per il vero protagonista che viene fatto oggetto di critica feroce da parte del regista. Per quel che riguarda il cinema, non l'abbiamo visto. Forse i critici dal palato fine sono molto più bravi di noi a individuare lo specifico filmico. Viene da dire a viva voce: Ridateci Elio Petri.

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

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Sonetto d'amore

26 Novembre 2013 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia

Sonetto d'amore

Corri sonetto, va', non inciampare!
Vola e raggiungi presto l'amor mio
tu sai perché la penso e non scordare
di dirle tutto come fossi io.

Racconta che non faccio che sognare
il suo ritorno da quel triste addio,
che in ogni volto che confronto e spio
un altro come il suo non so trovare.

Dille, magari, tutto il mio tormento
che mi trascino ancora nella vita
più quello che tu sai nel cuore preme.

Descrivile con calma cosa sento
ma se t'accorgi che per lei è finita,
ritorna qui da me: si piange insieme.

Autore: Luciano Tarabella

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Weekend tra amici di Stefano Simone

25 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Stefano Simone. Scritto da: Francesco Massaccesi. Editing & Colour correction: Stefano Simone. Musiche: Luca Auriemma. Arredamento: Dino D'Andrea. Effetti Cg: Andrea Ricca. Interpreti: Matteo Perillo, Michele Bottalico, Filippo Totaro, Peppe Sfera, Tonino Potito, Nicla Loconsole, Michela Mastroluca, Raffaella Piemontese, Adolfo Renato, Tecla Mione. Origine: Italia. Anno: 2013. Durata: 62'.

Marco, Gianni, Stefano e Fabrizio, amici da sempre, si riuniscono come ogni anno per un torneo calcistico trasmesso in televisione che vede rivali le loro quattro squadre. Ogni personaggio è tormentato da un'angoscia diversa: solitudine, famiglia, divorzio, inferiorità sociale. Il calcio è il detonatore dei problemi insoluti delle loro vite, il catalizzatore di un odio represso, che esplode in un tranquillo weekend di paura, tra le mura di una casa di campagna, dove tutto era predisposto per una cena in compagnia, davanti al televisore, come ai vecchi tempi.

Stefano Simone gira il suo film più maturo, restando nel genere thriller stile Kenneth (2008) e Unfacebook (2011), ma abbandonando i riferimenti fantastici presenti in Cappuccetto Rosso (2009), Una vita nel mistero (2010) e nello stesso Unfacebook. Weekend tra amici è intriso di crudo realismo, un thriller claustrofobico e introspettivo, teatrale, un melodramma che scava nella psicologia dei personaggi e porta alla luce i demoni che albergano nella nostra psiche. Simone va ben oltre gli angusti confini del genere, scrive il suo miglior cinema d'autore, che risente delle influenze di Ingmar Bergman e William Friedkin. Un elogio al soggettista sceneggiatore Francesco Massaccesi (un cognome che promette bene), perché - a parte alcune lungaggini - non abbiamo notato buchi di sceneggiatura. Ottimo il montaggio, serrato quanto basta per creare la tensione di un cinema claustrofobico, girato quasi tutto in una stanza. Il meccanismo è quello dei 12 piccoli indiani di Agata Christie, solo che non stiamo cercando un assassino, ma il demone che prende forma e uccide senza un motivo apparente. La musica di Luca Auriemma - che conosciamo dai tempi di Cappuccetto Rosso, una costante nel cinema di Simone - è perfetta per caratterizzare tensione e momenti culminanti. Brani sintetici e sonorità meridionali, a tratti pare di sentire uno scacciapensieri, sono il leitmotiv di una colonna sonora ideale per rendere il clima angosciante della pellicola. Effetti speciali credibili, realizzati in economia, ma realistici: le parti efferate sono prive di sbavature, se tralasciamo il primo morto nella doccia che - per un istante - si vede respirare. Mi soffermo sulla recitazione, da sempre nota dolente del cinema di Simone, perché questa volta gli attori sono tutti bravi e ben calati nella parte, recitano con tono drammatico notevole, forse troppo impostato e teatrale, ma recitano, e catturano l'attenzione dello spettatore. Matteo Perillo (il dentista) ha una marcia in più, un vero professionista, interpreta in maniera convincente il dramma interiore della solitudine. Nicla Loconsole è una bella presenza sexy, persino misteriosa, che compare per un breve flash, ma purtroppo è poco utilizzata dal regista. La regia è attenta, la macchina da presa alterna primi piani, particolari, panoramiche, esterni paesaggistici che descrivono il colore locale, fotografa il crescendo di follia ricorrendo a una colorazione intensa con un tono rosso dominante.

Weekend tra amici parte con il tono della storia di formazione, un racconto alla Salvatores, stile Italia Germania 4 a 3 (1990) di Andrea Barzini e Compagni di scuola (1988) di Carlo Verdone, seguendo una tematica minimalista e costruendo una nostalgia del tempo passato che sfocia nel dramma. I quattro amici si riuniscono per passare un fine settimana insieme, per godere la visione del loro sport preferito, ma non riescono a lasciare da parte loro stessi, i problemi, le angosce che tormentano un difficile quotidiano. La vita scorre, la giovinezza è ormai perduta, i sogni sono infranti, resta il dramma di una generazione sconfitta. Simone e Massaccesi realizzano una dura critica al mondo del calcio ricorrendo a dialoghi serrati, molto tecnici, che i non ferrati nella materia faticheranno a comprendere. La critica alla violenza va di pari passo con il perbenismo di chi si disinteressa - ed è peggiore degli ultras - perché tanto ha l'abbonamento in tribuna d'onore. Lo stadio visto come sfogo sociale alle frustrazioni non è un'idea nuova, ma Simone inserisce citazioni colte (Blake, Cechov…) e intuizioni d'autore interessanti, oltre a mettere il dito sulla piaga: il gioco del calcio scatena gli istinti peggiori dell'uomo. Un crescendo di delirio e un tono sempre più cupo apre le porte a sequenze di puro metacinema quando uno degli amici afferma che con il cinema alto non si fanno incassi, svela i meccanismi della suspense e del sottotesto. Solitudine, rancori, famiglia vista come gabbia dalla quale è impossibile uscire, incomprensibile follia, tutto conduce alla più incredibile delle tragedie, una vera e propria ecatombe da melodramma spagnolo. Stefano Simone si dimostra ancora una volta un regista promettente, capace di mettere in scena un testo difficile e colto, intriso di riferimenti classici e letterari.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Ora so tutto

24 Novembre 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto

2°CLASSIFICATO AL CONCORSO "GIALLO MIELE" 2010

“Mi sveglio con questo terribile dolore alla testa. Soffro troppo ogni volta, se solo potessi fermarle, sento il loro ronzio da lontano, insistente, assordante, che si avvicina. Ora arriveranno di nuovo. Ecco la prima, poi un’altra, un’altra e un’altra ancora. Migliaia di api volteggiano su di me, mi girano attorno seguendo un antico copione, si uniscono in un solo grande scuro ammasso di ali frementi e riesco quasi a sentire il vento che spostano . Si compattano, si muovono, si dispongono a schiera e l’unico corpo che vanno a formare cambia colore: nero, giallo, ancora nero, ancora giallo. La testa mi scoppia, so che non potrò sopportarlo a lungo. Dolcemente il ronzio si ferma, il dolore si placa e un immenso piacere mi pervade quando la vedo: eccola è lei. Una donna stupenda con le ali trasparenti e gli occhi sporgenti. La vita stretta e il seno gonfio, la gonna gialla e nera ondeggia quando cammina e si muove verso di me. Io l’amo, la seguo. Usciamo insieme, le tengo la mano morbida, cosparsa di una invisibile peluria nera che la rende un velluto. “Mia Regina!” la chiamo. Vorrei baciarla, ma non si concede subito, prima abbiamo da fare.”

Francesco Modena era un uomo sulla settantina, una vita passata ad accumulare denaro, a contarlo la sera fino a tardi. Il lume sulla scrivania e la lampadina a basso consumo. Il suo libricino nero dormiva con lui. Ogni mattina lo apriva e controllava chi doveva andare a trovare. Bussava, entrava con molta educazione, chiedendo permesso. Si muoveva piano tenendo la testa bassa e le mani giunte dinanzi al petto, sfregandole l’un l’altra, mentre parlava e chiedeva di saldare il debito al suo interlocutore. Non sapeva perché appena lo vedevano le persone perdessero il sorriso, gli rispondevano sgarbatamente pur dovendogli grosse somme che aumentavano di giorno in giorno. Non capiva, non ci era mai riuscito, perché invece di gratitudine gli mostrassero fastidio, schifo a volte. Lui non faceva altro che assecondare le loro richieste, essere il più accomodante possibile. Venivano da lui con casi disperati di debiti da pagare entro pochi giorni per non dover cedere la casa alle banche, concedeva prestiti generosi e senza garanzie precise. Si faceva firmare alcune cambiali in bianco, tanto per un formale riconoscimento del suo credito, e non dava scadenze per il saldo. Semplicemente passava ogni settimana a riscuotere un piccolo interesse che gli consentiva di vivere, di tirare avanti, in attesa che loro risparmiassero a sufficienza per restituirgli il capitale. Quando lo vedevano, invece di essere contenti, di ringraziarlo per averli aiutati nel momento del bisogno, gli mostravano disprezzo, gli buttavano sul tavolo la cifra pattuita, gli dicevano parolacce e maledetto strozzino era una delle meno offensive.

Quella sera era particolarmente stanco, la giornata era stata lunga. Le persone da visitare aumentavano ogni giorno e lui si stava facendo vecchio, aveva solo un caro e fidato amico ad aiutarlo, a cui un giorno avrebbe lasciato i suoi averi. La moglie era ridotta quasi a un vegetale, sulla sedia a rotelle, non parlava, un filo di saliva le scendeva lungo il mento e si limitava a fissarlo con disapprovazione ogni volta che l’andava a trovare alla casa di riposo. Anche lei senza un briciolo di gratitudine per i soldi che doveva spendere a farla curare. E sua figlia, la sua unica figlia era la sua più grande vergogna. Si alzò dal suo tavolino, chiuse il cassetto dove teneva le cambiali, mise la chiave nel borsellino di velluto, che gli pendeva dalla cintura dei pantaloni, e se lo infilò in tasca. Fu allora che sentì sbattere la porta, forse era stata una corrente d’aria con la finestra che aveva spalancato poco prima. Si disse che era strano, troppo caldo, troppa afa per far muovere i battenti di legno del suo pesante portone. Andò verso l’ingresso e nella penombra del corridoio vide muoversi una figura furtiva. Si era nascosta dietro una tenda e la luce che proveniva dai lampioni della strada, riflettendo all’interno, creava strane ombre. Gli era parso addirittura che quella sagoma avesse le ali. Pensando che il gioco di luci potesse aver ingigantito le forme di una falena, scostò velocemente la tenda e l’ultima cosa che vide fu la mannaia che gli spaccava la fronte.

“Oggi sei di nuovo qui, il dolore che precede la tua comparsa è stato più forte del solito, mi hai trovato raggomitolato sul pavimento, bagnato di urina. Non sono riuscito a trattenerla mentre mi tenevo la testa nell’intento di fermare quella terribile pressione che avverto quando arrivi. Dove mi conduci ora? Tu sola lo sai e io per te farò ogni cosa, io per te solleverò ancora una volta la pesante scure, e per sentire il tepore del tuo corpo ancora una volta ucciderò, mia Regina!”

Carla Modena era bella, i capelli tinti di un vivo rosso tiziano per coprire qualche filo bianco spuntato all’improvviso, gli occhi verdi e grandi, screziati da sottili venature azzurrognole. Guardandosi nello specchio vedeva riflessa l’immagine di una donna non più giovane, piacente, ben fatta, ma ormai matura. La gambe nervose e scattanti dei suoi vent’anni si stavano tornendo, riempiendo e quando si metteva dritta sulle punte, come aveva imparato a fare fin da piccola, ai lati comparivano delle antipatiche fossette, la pelle si faceva a buccia d’arancia e sui fianchi si erano gonfiati dei piccoli cuscinetti di grasso che non riusciva a smaltire. Le sue gambe un tempo avevano fatto girare la testa a molti uomini. Uomini che le avevano promesso una brillante carriera nel cinema, che le avevano sfiorato ogni sua più intima parte e, mentre si immaginava a calcare le scene, si era lasciata toccare, deflorare, possedere. Le promesse non venivano mantenute e col tempo ogni provino che faceva, ogni colloquio a cui andava finiva sempre nello stesso modo. Lo sapeva, ma aveva continuato a illudersi e non si era mai arresa, non riuscendo ad ammettere, nemmeno con se stessa, di aver abbandonato l’unico uomo che avesse amato davvero per fare carriera e poi essere caduta così in basso. Dopo aver lasciato la sua città, per inseguire un sogno, aveva vissuto per anni di piccole parti in film pornografici, dove veniva aperta, ispezionata, posseduta durante le riprese e dopo, ancora, dal regista che l’accompagnava, promettendole ruoli più importanti per il film successivo o, come se non bastasse, dal produttore che la invitava a casa dove diceva di aver organizzato una festa in suo onore, scoprendo poi che la sua villa altro non era che una squallida garçonnière. C’erano stati giorni in cui si era sentita sporca, non credeva più alle vane promesse degli uomini, ma ormai era come impigliata nella ruota di un ingranaggio e continuava a girare. Così di anno in anno, di illusione in illusione si era vista sfuggire tra le dita la sua gioventù senza aver raggiunto la fama sperata. Qualche mese prima aveva fatto ritorno a casa. Suo padre era morto, ucciso in modo violento, e lei aveva colto al volo l’occasione per raccontare a tutti che si era ritirata, stanca delle luci della ribalta, rifiutando parti di rilievo in film importanti, per stare vicino alla sua vecchia madre. In realtà la madre da tempo, affetta da Alzheimer e rinchiusa in una casa di cura, non la riconosceva nemmeno e suo padre in dissidio con lei da tutta la vita aveva intestato ogni proprietà e ogni avere ad un socio in affari, lasciandola senza un soldo. Così per mantenersi la sera prendeva l’automobile, andava all’altro capo della città ove nessuno l’aveva mai vista e si metteva in vendita. Passeggiando sul marciapiede con vertiginose minigonne e tacchi a spillo, conservava l’andatura elegante da diva del cinema, e gli uomini impazzivano ancora per lei. Due, tre, quattro clienti ogni sera. Aveva raggiunto il successo, era ricercata e ben pagata come una vera star. Poche sere prima, mentre si accendeva una sigaretta a un angolo di strada, illuminata da un lampione si vide avvicinare da lui, dall’uomo che aveva amato, ferito e mai dimenticato. Riconoscendola, l’aveva guardata dapprima sorpreso, poi con disprezzo le aveva offerto dei soldi, tanti soldi. Non era riuscita a sopportare che lui la vedesse così e lo aveva rifiutato, cacciato in malo modo, insultato e persino deriso. Lui se ne era andato piangendo, esattamente come tanti anni prima quando lo aveva lasciato solo e sconsolato sul marciapiede della stazione. E lei da quel giorno, e ogni giorno un po’ di più, si concedeva qualche goccio di rum per dimenticare l’amarezza della sua vita: l’unico uomo che avesse amato era il solo a non averla mai avuta.

Era sera, si stava preparando per uscire e riviveva come al solito la vergogna di quell'amaro ricordo, diventato un incubo ricorrente nei suoi pensieri. Aveva indossato le calze a rete e la guepière che la stringeva un po’ in vita facendola sembrare ancora sottile come un tempo. Inutile infilare le mutandine, sapeva bene come si eccitavano gli uomini quando, sollevando la gonna, intravedevano direttamente i riccioli neri del pube. Le piaceva curare i particolari, le scarpe in tinta con la camicia, e il trucco vistoso ma mai pesante. Prima di uscire si diresse in cucina per dare un ultimo sorso di rum, attaccandosi direttamente alla bottiglia. Faceva caldo, la porta finestra che dava sul giardino era aperta, si affacciò un attimo appoggiandosi allo stipite, cercando di rimandare ancora per un po’, almeno col pensiero, il momento in cui un’altra mano estranea avrebbe violato le sue carni. Sporse leggermente la testa fuori, sforzandosi di mettere a fuoco qualcosa che le pareva si muovesse tra gli alberi, mentre gli occhi si abituavano al buio, le sembrò di intravedere una strana figura venirle incontro. Era un’ape, enorme con le ali e le antenne. Stupita, incredula non ebbe il tempo di urlare, di fuggire che una pesante mannaia le si abbatté sulla testa, spegnendole sulle labbra, lucide di rossetto, un ultimo grido di orrore.

“Quando arrivi e mi porti con te io vivo i momenti più belli di tutta la mia vita. Ogni volta che ti sfioro brividi intensi mi percorrono la schiena, il sangue scorre veloce nelle vene e mi pizzica sulle spalle, sul collo, fin dietro le orecchie provocandomi calore, un’infinita eccitazione e poi esplodo in un piacere che mi dilania. Quando lasciamo a terra, colpite a morte, le persone che hai deciso di uccidere, mi sussurri parole dolcissime che sento risuonare come un’eco mentre ti allontani e, resto di nuovo solo, scosso dai sussulti di un orgasmo lungo e sfiancante. Il tempo che ti trattieni con me è sempre di meno, troppo breve. Troppo lancinanti invece i dolori che mi squarciano le tempie mentre ti aspetto. Recentemente mi succede qualcosa di strano, quando esco la notte con te, il mattino dopo sono pervaso da una spiacevole sensazione di disagio. È come se avessi fatto un sogno, un bruttissimo sogno, ma non riuscissi a ricordarlo. Oggi mi sono svegliato all’improvviso, mentre ancora ti stavo parlando mia Regina, ero a terra con addosso un ridicolo costume da ape, intriso di sperma e di sangue.”

Giorgio Cavina era un uomo robusto di aspetto giovanile, ma ormai sulla quarantina. Era rimasto orfano di padre in tenera età e terminata la scuola dell’obbligo, si era dedicato completamente all’apicoltura aiutando la madre a portare avanti l’azienda di famiglia. Aveva vissuto sempre all’ombra di questa donna energica e dispotica ed era cresciuto timido, accondiscendente, senza volontà e senza formarsi mai un carattere ben definito. L’unica volta che si era mostrato forte al punto da contrastare la volontà della madre era stato quando, ancora giovane, si era innamorato di una ragazza che lei riteneva poco seria, troppo libertina e non adatta a lui. Era stato irremovibile e l’avrebbe sposata, se la ragazza stessa non lo avesse lasciato per fuggire con un altro uomo. Incurante della sua delusione, la madre non aveva perso occasione per ribadire che lei aveva avuto ragione e che doveva prendersela solo con se stesso per non aver ascoltato i consigli della sola donna che gli volesse veramente bene. Allora Giorgio si era completamente sottomesso, non aveva più cercato di trovare una ragazza con cui dividere la sua vita e si era chiuso in se stesso, dedicandosi solo alle api, l’unico grande amore che sentiva ricambiato. Quando anche la madre se ne era andata per sempre era rimasto completamente solo con i suoi alveari. Costruiva da sé le arnie, in maniera pignola e perfetta, con la tettoia a doppio spiovente per preservare le abitanti dagli agenti atmosferici, il soffitto mobile, la camera di covata con dodici telaini per la deposizione del miele e il fondo mobile per l’approdo. Osservando attentamente il comportamento delle api aveva imparato che ogni colonia, di tipo matriarcale, era retta da una rigida gerarchia, al vertice della quale si trovava l’ape regina e che l’organizzazione dell’alveare dipendeva dall’incessante lavoro delle api operaie. All’inizio dell’estate e dell’autunno procedeva alla smelatura, il processo attraverso il quale si toglieva il miele dai telai e quel lavoro lo appassionava al punto da costituire tutta la sua vita. Era conosciuto e stimato come un bravo e onesto lavoratore, vendeva il suo miele al mercato, la cera alle industrie di cosmetici, ma non riusciva a guadagnare abbastanza per mantenere la proprietà della sua casa libera da ipoteche e debiti. Lui non se ne creava grosse preoccupazioni, tirava avanti alla meno peggio affascinato e preso soltanto dalla vita dei suoi alveari.

Col passare degli anni aveva sviluppato un’atipica allergia alla puntura d’ape e le ferite si presentavano sempre più infette e gonfie, tardavano a guarire e si vedeva costretto a ricorrere alle cure del medico. Recentemente era così forte la reazione al veleno, quando gli entrava in circolo, che sentiva un fortissimo, acuto dolore alla testa e gli capitava di svenire. Restava a lungo privo di sensi e quando si risvegliava non ricordava nulla di ciò che gli era successo. Fortunatamente gli accadeva di rado che un’ape lo pungesse e il più delle volte, dopo aver perso coscienza, si era risvegliato nel suo letto con un po’ di febbre, così prendeva gli antistaminici e tutto tornava a posto.

Quella mattina però si era ritrovato sul pavimento con addosso il costume da ape che la madre gli aveva cucito in occasione di una grandiosa festa di carnevale organizzata quando lui aveva circa diciotto anni. Glielo aveva fatto indossare contro la sua volontà e si era sentito ridicolo, per fortuna il viso era completamente coperto da una maschera che riproduceva il muso appuntito di un’ape e nessuno aveva potuto vederlo rosso di vergogna. Quello stupido costume era stato riposto nel fondo di un baule e non riusciva a spiegarsi come fosse successo che se l’era trovato addosso. Ricordava di essere stato punto nel pomeriggio mentre aggiustava un’arnia, di essersi sentito male, e di aver provato il solito forte dolore alla testa e poi più nulla. Ora guardava quel costume, se lo rigirava fra le mani cercando di cavarne un ricordo, un barlume che gli facesse tornare la memoria. Era sporco di sangue. Allora, si era a lungo ispezionato cercando una ferita sul suo corpo, ma era giunto alla conclusione che il sangue non poteva essere suo. Si sedette, accarezzò il velluto nero dei lunghi guanti che facevano parte del costume e un violento brivido di piacere gli percorse tutta la schiena. Un lampo squarciò il buio dei suoi ricordi e vide una figura femminile che aveva addosso il suo costume e se stesso che mentre l’accarezzava, provava un infinito languore. Poi di nuovo il nulla. Continuava a non capire e frugando, vagando nella nebbia della sua mente sconvolta, cominciò a rivedere altre scene che non sapeva se appartenere al sogno o alla realtà: un uomo che cadeva colpito da una pesante mannaia. Era Francesco lo strozzino che da tempo gli prosciugava ogni guadagno, poi lei, la sua Carla che moriva allo stesso modo. Era l’ape che reggeva l’arma e che colpiva con violenza le vittime e lui era uno spettatore. Poi all’improvviso l’immagine che rivedeva passare davanti ai suoi occhi cambiava di prospettiva e allora era lui stesso a compiere quelle orribili azioni. Si sentiva sconvolto, ma piano piano i ricordi riaffioravano sempre più nitidi e così riuscì a ricostruire tutto quello che era successo. Incredulo dovette ammettere di essere lui l’autore degli omicidi.

“Sono io dunque che ho commesso quegli orribile scempi e il sangue che ho addosso è quello di Carla.” Una lacrima scese a bagnargli la guancia. Ora rivedeva ogni cosa, ogni minimo particolare, improvvisamente si era palesato anche il più nascosto ricordo. Erano passati diversi anni da quando, per la prima volta, aveva avuto quella smisurata reazione al veleno. Era andato da sua madre e le aveva spaccato la testa. La trovarono riversa nel prato davanti casa e lui, a letto febbricitante, non era stato nemmeno sospettato.

Giorgio ora piangeva costernato, con le mani a coprirsi il volto e gridava la sua disperazione: “Ora lo so, ora so tutto! “ Come fosse potuta succedere una cosa così terribile sarebbe rimasto per lui un mistero, ma si fece coraggio, si alzò dalla sedia, andò a lavarsi e a cambiarsi. Non sarebbe stato facile affrontare il giudizio della gente, ma non gli restava altro da fare. “Vado a costituirmi, racconterò ogni cosa, dovranno tener conto del mio pentimento e saranno clementi!”. Pagare il suo debito con la giustizia era l’unica cosa che avrebbe potuto alleviargli un po’ il peso che gli gravava sulla coscienza. Era un uomo onesto e soprattutto non era un assassino.

Uscì, si incamminò verso le sue arnie, non c’era nessuna fretta, dopotutto non lo stavano aspettando. Salutare una per una le casette costruite con tanta cura, gli faceva male al cuore, chi si sarebbe preso cura di loro dopo che lo avrebbero rinchiuso in un carcere? Parlava con le api, come con delle sorelle, delle figlie, delle amanti. Pensò a quanto aveva appreso negli anni dalla loro perfetta organizzazione per condurre la sua vita di tutti i giorni: operosità e rispetto per l’ape regina, osservanza delle regole e delle mansioni affidate. Aveva lavorato sodo per tutta la vita, aveva ubbidito ciecamente al volere di sua madre e nonostante fosse buono e sincero una donna gli aveva spezzato il cuore, lo aveva prima illuso, poi abbandonato, rifiutato e, anche se ormai era la donna di tutti, solo a lui continuava a dire di no. Lo strozzino gli teneva il fiato sul collo , appena lo vedeva tornare dal mercato con due soldi in tasca, andava da lui e pretendeva interessi di un debito che, in quel modo, non avrebbe mai potuto saldare. La vita era stata ingiusta e crudele, pensava. Un’ape gli ronzò vicino all’orecchio e quel dolce suono a lui così caro e familiare gli scatenò una carica di adrenalina. Lui era stato intelligente, nessuno aveva scoperto ciò che aveva fatto e da quanto dicevano i giornali, in merito all’omicidio del vecchio, erano ancora molto lontani anche solo dall’immaginare il suo coinvolgimento. Indossando i guanti di velluto, non aveva lasciato impronte e la maschera gli aveva coperto il volto. Conosceva le vittime, la loro casa e non aveva avuto problemi a entrare senza farsi scorgere, a colpirli prima che avessero il tempo di reagire e nessuno aveva visto o sentito nulla. “Dunque non é stato poi così difficile pareggiare i conti con la vita!”

Una voce che non conosceva continuava dentro di lui, sussurrando insistente, a cercare di convincerlo a non andarsene e a non lasciare le sue api “ Vuoi finire i tuoi giorni in galera a causa di quella gente? Non meritano affatto il tuo sacrificio, credi a me!” Premeva sulle orecchie per non sentirla, ma quella voce si faceva sempre più forte, più suadente, più convincente. Ebbe un moto di orgoglio, alzò la testa:”Sono stato bravo e nessuno mi darà più fastidio.”

Anzi c’era ancora una persona con cui aveva un conto da regolare: il suo vicino. Non era mai riuscito a coglierlo sul fatto, ma sapeva che gli veniva a rubare il miele, anche gli attrezzi a volte e poi lo irrideva quando lo salutava da lontano.

Questo non sarebbe più successo, non era più il ragazzo timido e impaurito di cui ci si poteva approfittare. Finalmente aveva preso coscienza di essere un uomo forte, coraggioso, intelligente e nessuno avrebbe ancora abusato della sua bontà.

Si avvicinò a un’arnia, sapeva bene come provocare la reazione delle api, infilò un braccio all’interno e non dovette attendere più di qualche secondo prima di venire punto due volte.

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"Sophia" di Stefano Simone

23 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Regia: Stefano Simone. Fotografia: Antonio Universi. Montaggio: Stefano Simone. Interpreti: Barbara Vescovi, Teresa La Scala, Dario Bernasconi, Fabrizio Boo. Scritto da: Teresa La Scala. Musiche: Luca Auriemma. Origine: Svizzera. Durata: 19'

Sophia (2012) - episodio del film collettivo Amores, che probabilmente non sarà realizzato - è l'ultimo lavoro di Stefano Simone, che gira un corto di 19', dal taglio fantastico, ben fotografato nel suggestivo paesaggio montano della Svizzera Italiana. La storia parte da un vecchio libro di leggende del Canton Ticino, riecheggia Lovecraft con la tesi del volume maledetto, ma anche certi film di Lucio Fulci e Dario Argento. Una ragazzina si lascia con il fidanzato, prende in prestito dalla biblioteca un volume di leggende e - poco a poco - si rende conto che ogni storia letta provoca un'incredibile scomparsa o un omicidio efferato. I passi del libro maledetto recitati in sottofondo introducono una storia tenebrosa che segue le tracce d'una leggenda, sia quella del tosatore, dei folletti che popolano il fiume o di un killer imprendibile che uccide e nasconde i corpi in un sacco. Ottimo il soggetto, meno brillante la sceneggiatura, troppo impostata e didascalica, vittima anche di un montaggio lento e a tratti confuso. Il tono è suggestivo, le riprese esterne sono molto buone, sembrano citare Cappuccetto rosso (2009), un vecchio medio metraggio del regista, ma anche il notevole Unfacebook (2011). La musica sintetica accompagna un crescendo di tensione, spesso stemperato e poco efficace, come non dovrebbe accadere in un thriller fantastico. Interessante l'uso della soggettiva, con la macchina da presa che segue il protagonista dell'evento macabro per sfumare al momento opportuno. Il regista sceglie di non mostrare i delitti ma lascia intuire, accompagnando lo spettatore fino al momento terminale, per poi staccare sulla lama, sul corpo che cade, sul killer che uccide. L'amante del cinema horror più efferato resterà deluso dal taglio non esplicito che il regista ha voluto dare alla sua ultima opera, anche perché Simone aveva abituato il pubblico a particolari gore e splatter molto cruenti. Teniamo conto che Sophia è un corto nato all'interno di un progetto scolastico che doveva coinvolgere altri autori, quindi è condivisibile non aver insistito sul macabro. La recitazione merita un capitolo a parte. Premesso che nessuno vuol gettare la croce addosso a tanti ragazzi volenterosi che hanno dato il massimo, riteniamo che il regista debba rendersi conto che per fare un buon film servono buoni attori. Impossibile uscire da questa lapalissiana realtà. Sophia è mal recitato, zeppo di dialoghi impostati, di sequenze lentissime che vedono personaggi uno di fronte all'altro intenti a dire battute delle quali sono i primi a non essere convinti. Peccato, perché l'idea del corto è valida, la storia interessante, la fotografia suggestiva, la musica intensa e il montaggio sufficiente. Il regista mostra di saperci fare con la gestione delle immagini, soprattutto nelle riprese in esterno, mentre è meno abile nella direzione degli attori (un difetto che lo accomuna a Dario Argento!). Attendiamo Simone alla prova di un nuovo lungometraggio, consideriamo Sophia una pausa di riflessione, un lavoro di passaggio, che presenta elementi positivi da sviluppare in pellicole di più ampio respiro.

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Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"

22 Novembre 2013 , Scritto da Ida Verrei e Patrizia Poli Con tag #poesia, #recensioni, #poli patrizia, #ida verrei, #adriana pedicini, #Laboratorio di Narrativa, #gordiano lupi

Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"

Sazia di Luce

Adriana Pedicini

Edizioni Il Foglio

pp 79

10,00

“Ogni volta non so se io viva o se sia un’altra che ricorda il passato

Adriana Pedicini è una poetessa di talento che ha portato avanti per molti anni la sua attività di docente di lettere classiche, e ora, dopo il pensionamento, nella piena maturità, presenta in pubblico la sua attività di scrittrice e il suo amore per la poesia.

Il libro, edito da Il Foglio, elegante, arricchito dai disegni di Anna Perrone, è una silloge di cinquantasette liriche che, come chiarisce la stessa autrice, si muovono circolarmente tra quei due poli antitetici che corrispondono al dolore che annienta e alla rinascita nella Fede.

Una raccolta di liriche che ripercorre sentieri dolorosi, esperienze che tracciano solchi profondi e si fanno poesia: versi che trovano, nell’espressività delle immagini e nella suggestione evocativa, la forza per ricreare atmosfere e stati d’animo.

Sazia di Luce, recita il titolo, e la sovrabbondanza di luce nasce dall’anima della poetessa, …e mi adagerò petalo impalpabile/ all’ombra del cipresso ad attendere/dietro la falcata nuvola nera/ l’indice di luce ad indicarmi la via…”, pur nella disperazione, nell’angoscia del rapido fluire delle cose, nello sconforto della malattia come metafora di uno stato di disfacimento dell’intera vita: “… Oggi è la storia/ cruenta di sempre”

In tutta la raccolta ricorre il registro elegiaco del ricordo, ma anche del senso amaro e duro della realtà, del mondo penoso dell’infermità fisica: … Ancora per poco vive/ libera la mia ansia e/ su muro bianco/di sole settembrino/si stempera/mentre sulle orme della sera/già plana l’angoscia. È lo sguardo attonito di fronte al mistero della morte, è il timore dell’inconoscibile, è il rimpianto per i chiarori di albe profumate di tiglio, per il profumo di mosto/e aria ebbra di vino. E allora nascono le interrogazioni, le domande perenni che dilaniano l’animo: che sarà di questo brandello di vita? Ricucirò i lembi di vecchia placenta?

Ma a questa dimensione crepuscolare si oppone la volontà di vivere e di agire, l’amore per la vita espresso nella quotidianità, negli affetti, nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.

“Il faut tenter de vivre”, recita Paul Valery, e Adriana, anche attraverso la fede, ritrova il senso della rinascita; la sofferenza si muta in luce che “sazia”, una gemma di vita e di speranza… profumo del Natale.

E allora, dopo la rivelazione del senso amaro della realtà, del mondo angoscioso della malattia, i versi rivisitano un mondo rassicurante, ritrovano la magia dei sentimenti, dei valori più autentici, la natura, le stagioni, la luce e i paesaggi, i suoni, gli odori, i colori: “Pigolio/il bisbiglio d’amore/ dei miei piccoli/ mi ha resa rondine/ che torna al suo nido/ con rinnovata scorta/ d’amore

… È tempo di cantare/ più dolci melodie

Il mutamento del paesaggio e delle atmosfere trova uno spiraglio di evasione e di sogno, pause contemplative, luoghi evocati e rivissuti attraverso l’emozione, ma anche con l’esercizio delicato dei sensi: “… a sera nel tremolio/ delle membra sotto turchina luce./ Ascolto solo/ la mia piccola città/ che pettegola, mormora…” È una provincia quasi appartata, ancora silenziosa, dove ha ancora un senso scorgere negli occhi un timido sorriso, legata alla dimensione della levità, come conquista di una serenità recuperata: è “Vita”.

La silloge si chiude con la domanda estrema/ che fu anche la prima./ Chi siamo? Adriana Pedicini trova la sua risposta nella Poesia e nella Fede. La vita non offre mai niente senza controparte, ma talvolta restituisce ciò che toglie.

Adriana Pedicini è imbevuta di studi classici. Lo stile di questa silloge lo dimostra, al punto da farne la sua peculiarità. I suoi sono versi dal sapore antico, con parole scelte e desuete. Ma non è il classicismo la sua vena migliore. Queste poesie sono state scritte in un momento difficilissimo della sua vita, ed ella, in lotta quotidiana con la malattia che devasta e toglie, le ha usate come sfogo ad un dolore che inchioda, come argine alla paura che mozza il respiro e “tinge di nero la prossima alba”. E i momenti più alti, più sublimi, non sono quelli in cui dà ordine al sentimento costringendolo nella forma classica, bensì quelli dove lo stile composto, trattenuto, lascia trapelare squarci di verità nuda, di parole scabre, quasi caproniane.

“Vita

Non conosco

la folla dei mercati

dei bar e delle piazze

delle strade lunghe

che nascono in periferia

silenziose e si svegliano

alle porte dei cantieri.

Non so

le brevi strade

colorate al mattino

di voci giovanili,

bisbiglianti amore

nei tardi crepuscoli,

silenti di parole

a sera nel tremolio

delle membra sotto turchina luce.

Ascolto solo

la mia piccola città

che pettegola, mormora,

trepida, soffre,

amo la vita della mia città antica

dove ha ancora un senso

scorgere negli occhi un timido sorriso.

Miracolo vivente

Mi hai appellata così,

vedendo la mia testa rasa,

sì, miracolo è vedermi

“senza” e non “con”,

vedere,

mentre a pezzi cade il corpo,

un’anima bambina

slanciarsi come sempre

ad afferrare lo spicchio di sole

che sbianca la parete

spalancare avidi gli occhi

sull’alba che fuga

i fantasmi della notte.

Il cuore piange e ride, giammai tedioso,

riposa sulla coltre grigia

della insensata calma.

Ogni giorno un guadagno,

ogni giorno un sassolino

bianco di luce segna i passi

dell’amore da fare insieme

finché…

finché l’ultima ora

scioglierà la promessa

di pur breve cammino.

Allora sarò ovunque

Ma sempre a voi vicina

Piccolo lume di fiamma viva a scaldarvi il cuore.

Qui non c’è artificio, non c’è manierismo, c’è solo un grumo di dolore che esplode, che dilania, un lago fondo di paura, il terrore della nera signora in agguato, pronta a strapparci ai figli, al sole, all’amore del compagno di una vita - uomo taciturno, forse austero, che ora frana nel dolore di lei. La malattia assale, la cura è ancor peggiore del male, si teme che non ci sia più tempo per gli affetti, e il panico tracima: “sarò cuore di cerbiatta spaurito, allo strepito dei rami di mirto”, diventando anche rabbia. “Non vorrei che la mano del destino/assetata arpia/mi trascinasse via/mentre spuma di rabbia/m’illividisce il volto. L’autrice si abbarbica all’amore dei figli che mai vorrebbe lasciare: “Saranno miei rami le braccia dei figli”, si ribella a un destino che nessuno di noi accetta.

Il rifugio nella fede è, sì, consolazione ma raramente abbandono, la ferita è troppo aspra, la lacerazione troppo insopportabile. Qualunque cosa è meglio che morire, qualunque cosa è vita, anche i ricordi della guerra, di un tempo amaro in cui, almeno, si aveva la possibilità di lottare e la speranza di sopravvivere.

Ma le radici sono forti, lo spirito è come roccia tenace che sa sempre risorgere, aggrapparsi, se non proprio alla speranza, almeno agli sprazzi di vita, alla natura, al profumo del Natale, (sia pur in “uggioso avvento”), della primavera, della natura. Così si ritagliano “lampi di serene giornate” mentre la fiducia rinasce, così si ha anche un pensiero cristiano per i poveri, gli abbandonati, i derelitti.

L’autrice si mostra in tutta la sua fragilità, con i suoi timidi rossori, il suo cuore di cerbiatta spaurita di fronte al fucile puntato, i suoi pudori che nascondono passioni sotterranee. L’impatto emotivo è immediato - nonostante il filtro della tecnica - dirompente, commovente. Le poesie migliori sono quelle dove non si cercano belle immagini ma ci si mette a nudo, crocifissi dal dolore, e le parola vita, vivente, sono ripetute ad esorcizzare il buio, a gridare il proprio incrollabile desiderio di rimanere ancora su questa terra.

Ida Verrei e Patrizia Poli

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I libri del Pisa Book Festival Tra Cuba e l’horror passando per l’Ucraina

21 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni

I libri del Pisa Book Festival  Tra Cuba e l’horror passando per l’Ucraina

Finisce il Pisa Book Festival e me ne torno a casa con una valigia piena di libri, senza contare le vendite soddisfacenti e il piccolo successo della mia casa editrice (Il Foglio letterario - www.ilfoglioletterario.it). Le fiere sono l’occasione per rivedere vecchi amici, scrittori con i quali abbiamo iniziato un percorso, per poi magari lasciarsi, editori che condividono progetti simili ma persino diametralmente opposti. Roberto Massari è uno di questi, da sempre si occupa di Cuba, il suo ultimo prodotto è Gino Doné - L’italiano del Granma (euro 10 - pag. 160), scritto da Katia Sassoni, un testo importante, dedicato al solo italiano che ha partecipato alla Rivoluzione Cubana, un evento imprescindibile della storia del Ventesimo Secolo, comunque la si voglia giudicare. Gino Doné è una scoperta di Gianfranco Ginestri - detto Gin - un giornalista appassionato di cose cubane con il quale non sempre mi sono trovato in sintonia, ma non in questo caso, visto che ha compiuto un’opera più che meritoria. A proposito di Cuba, Greco&Greco, pubblica nella bella collana diretta da Domenico Vecchioni una poco convincente biografia di Fidel Castro, intitolata L’abbraccio letale (euro 14 - pag. 330). Il libro piacerà a un pubblico di estrema destra, a coloro che fanno confluire nel personaggio Castro tutto il male possibile, perché Carlos Carralero - esule cubano con il dente comprensibilmente avvelenato - dipinge il caudillo centramericano come una sorta di Pol Pot. Le esagerazioni non portano vantaggi alla causa condivisibile della democratizzazione cubana, oltre al fatto che la traduzione di Maria Francesca Monti è così incerta da rendere il libro poco leggibile. Massimiliano Di Pasquale, invece, è uno studioso appassionato di paesi dell’Est Europa che pubblica Ucraina - Terra di confine (euro 15 - pag. 250) con Il Sirente Edizioni. Interessante, ma solo per specialisti e per chi già conosce bene la materia. Patricia Mazy, una belga - elbana con ambizioni editoriali, scrive una bella favola con protagonista un cane: Mirabelle, cane marinaio (Lantana, euro 13,50 - pag. 130), che appassionerà gli amanti del nostro amico più fidato. Termino con una mia vecchia passione: l’horror. Stefano Fantelli, un giovane scrittore che può vantare diverse pubblicazioni - e in questo caso anche una prefazione scritta da Danilo Arona -, pubblica Strane ferite (Cut-up, euro 15 - pag. 200) e scrive la sceneggiatura di una serie a fumetti molto splatter (anzi, cannibale!) intitolata The Cannibal family (Euro 3 il numero zero, edito dalla teramana Inkiostro). Mi dicono che Fantelli è tra gli autori anche della rediviva rivista Splatter, ideata molti anni fa da Paolo Di Orazio, in uscita antologica per Rizzoli -Lizard, ma anche in tutte le fumetterie con episodi inediti. Solo per appassionati di cose estreme, non per stomaci delicati e per palati sopraffini, Fantelli scrive horror duro, non letteratura da fiction televisiva, e non ha paura di chiamare le cose con il loro nome, anche se ormai lo sappiamo che vendere romanzi horror agli italiani è come fare il piazzista di gelati al polo.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

I libri del Pisa Book Festival  Tra Cuba e l’horror passando per l’Ucraina
I libri del Pisa Book Festival  Tra Cuba e l’horror passando per l’Ucraina
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Domenico Vecchioni, "Chi ha assassinato Rasputin?"

20 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #interviste

Domenico Vecchioni è un ex diplomatico di carriera che da tempo si dedica alla divulgazione storica, confezionando agili saggi su personaggi popolari come Evita Peron, Raúl Castro, Pol Pot, Raoul Wallenberg, sullo spionaggio e sulla Seconda Guerra Mondiale.

Chi ha assassinato Rasputin? è un libro scritto con il solito stile colloquiale, con pretese di serietà scientifica, ma con taglio divulgativo, perché risulti accessibile a un vasto pubblico. Abbiamo avvicinato l'autore che ci ha concesso un'intervista ricca di particolari nel corso della quale spiega la genesi del libro.

Perché un libro su Rasputin?

Sono stato affascinato dalle più recenti interpretazioni storiche sul suo assassinio e sul ruolo politico da lui svolto. Rasputin, cioè, sarebbe stato eliminato nel contesto di un complotto ordito dai servizi segreti britannici, ossessionati dalla prospettiva di una pace separata della Russia con gli Imperi Centrali (siamo nel dicembre 1916). Rasputin, in effetti, era un pacifista convinto e aveva sempre cercato di impedire il coinvolgimento dello Zar Nicola II nelle guerre balcaniche. Gli inglesi temevano che il "diavolo santo", in sintonia con la zarina Alessandra (di origini tedesche), alla fine avrebbe convinto lo Zar a sganciarsi dagli Alleati. Un abile 007 dell'MI6, Oswlad Rayner, sarebbe l'autore del "professionale" colpo di grazia sparato sullo Staretz, già ferito da giovani aristocratici russi. Viene d'altra parte rivalutato il suo ruolo "politico": pacifista appunto, contrario alle discriminazioni razziali, preoccupato della sorte dei più poveri, critico degli eccessi della Chiesa ufficiale, fautore della collaborazione tra le classi ecc… Insomma finora molti studiosi si sono fatti forse abbagliare più dal mito che dal personaggio, in una sorta di sfasatura storica. Rasputin non è stato la causa della caduta della Russia imperiale, ne è stato solo l'effetto.

In una simile biografia, fin dove arriva la realtà storica e dove comincia la leggenda?

Difficile, in effetti, stabilire una linea netta di separazione in un personaggio entrato da vivo nel mito e morto in maniera conforme al mito…Certo è che alla sua leggenda nera (corruttore di corpi e di anime, detentore di poteri occulti, possessore delle "forze del male"), si dovrebbero aggiungere le sue lungimiranti visioni politiche, ancorché espresse con la rozzezza dovuta alla sua limitata cultura storica e politica. Se lo zar avesse seguito i suoi consigli (sopratutto quello di non entrare nella Grande Guerra), forse la caduta della monarchia e del paese sarebbe stata rallentata e molti lutti sarebbero stati risparmiati alla popolazione. Rasputin probabilmente non era un "veggente", era solo un "visionario politico". Aveva, cioè, capito prima degli altri che il mondo imperiale russo stava irrimediabilmente decadendo, gestito da un regime che non sapeva più valutare gli eventi ed era incapace di correggere i propri errori.

Ci sono personaggi contemporanei che possono in qualche modo assomigliare a Rasputin?

Rasputin verosimilmente è un personaggio unico, irripetibile, legato ad un determinato ambiente politico e sociale. Certo si può considerare che appartenga alla categoria delle éminences grises , dei consiglieri occulti (o comunque senza incarichi specifici e ufficiali) del potente di turno. Ma non credo esistano personaggi animati da una personalità così straordinariamente contraddittoria. Rasputin era convinto che non ci può essere estasi, avvicinamento a Dio senza un sincero pentimento. E non ci può essere pentimento senza peccato… Quindi più si pecca, più intenso è il pentimento che ne segue e più facilmente ci si avvicina a Dio…Con una simile filosofia di vita ci si predispone alle peggiori aberrazioni per poi salire più in alto nell'estasi divina…

Ci parli dei suoi progetti per il futuro.

Continuare nella mia attività di divulgatore e saggista attraverso la pubblicazione di articoli su riviste di Storia (in particolare BBC History/Italia) e la pubblicazione di biografie di personaggi insoliti. Sto attualmente studiando le vicende di Felix Kersten, il "medico del diavolo", il fisioterapista di Himmler! Approfittando dei momenti di quasi "felicità" del Capo delle SS dopo i suoi interventi (era la sola persona al mondo capace di liberare Himmler dagli atroci dolori di stomaco che gli impedivano di vivere normalmente), Kersten riesce ad ottenere la liberazione di prigionieri ebrei e non ebrei. Massaggiando Himmler, gli si accredita di aver salvato 60.000 persone!

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Un'estate sola

19 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Teneva un’uggia in petto, s’era messo a guardare le punte dei cipressi che imbiancavano, i coppi di terracotta ai lati del cancello, con i limoni intirizziti dal freddo che si riempivano di neve, gli olivi contorti e depressi come il suo umore. Aveva camminato su e giù appoggiato alle grucce, ponderando l’assenza di lei, cercando conforto nei suoi oggetti sparsi per casa, nell’ordinata fila di volumi della sua libreria. Aveva passato il dito sulla copertina dell’agenda di cuoio in cui lei scriveva le sue poesie, fino allo scorso ottobre, seduta sotto un olivo. Si era chiesto perché non avesse preso con sé le sue medicine, tutte le pillole che assumeva ogni giorno, a ore stabilite, con meticolosa pazienza.
A mezzogiorno era arrivata la telefonata.
Quante volte gli aveva detto, prendendogli la mano nocchiuta nella sua coperta di vene azzurrine, “quando sarà, Roberto, non lo vivremo insieme”. Ma lui la interrompeva, cingeva con un braccio le sue spalle curve, sentendo il tepore del corpo sotto la lana del golfino. “Shsss, non parlare di queste cose. Siamo insieme adesso, è questo che conta.”
Era accaduto tutto in fretta, all’inizio dell’estate. Sedevano nel viale dei cipressi, sulla panca di pietra, era un giugno fresco e lei si riparava dal vento con una sciarpa leggera. “Perché no, Roberto?”, gli aveva chiesto, sistemandogli sul naso, con gesto materno, le lenti che erano scivolate giù.
Lui aveva scosso la testa: “Mia figlia non lo accetterà, minaccia di non farmi più vedere Matteo.”
Lei aveva stretto le palpebre per difendersi dalla luce del lungo pomeriggio, poi aveva sorriso ed una rete di zampe di gallina si era formata vicino agli occhi. “Patrizia capirà. Dalle tempo, Roberto. E tuo nipote ti vuole molto bene.”
Lui quasi non ascoltava, osservava il morbido cedimento nel volto ovale, le mani da pianista macchiate di lentiggini senili, i capelli grigi ancora morbidi. Gli era parsa bellissima ed era arrossito. “Alla nostra età”, aveva protestato debolmente, “e nelle mie condizioni, poi. Sono un invalido.” Aveva afferrato la gruccia e l’aveva agitata in direzione di Marta, come per difendersi dal sentimento che lo travolgeva.
Ma lei aveva allontanato la gruccia, gli aveva stretto gli omeri con entrambe le mani. “E le mie condizioni, allora? Sai quanto mi resta da vivere, ma voglio fare questa cosa con te”. All’improvviso si era illuminata, gli occhi scuri maliziosi come quelli d’una ragazzina che sta progettando una marachella: “Facciamolo, Roberto!”, aveva esclamato, “vieni a vivere qui, prima che sia tardi.”
Lui aveva fatto una carezza al nipote Matteo: “Nonno, ti verrà a trovare tutti i giorni”, aveva promesso.
“Scordatelo!” Patrizia si era intromessa, acida, aveva trascinato via il bambino imbronciato. “Che vergogna, la mamma si rivolta nella tomba. Sei un povero vecchio patetico, se lasci questa casa, non ci torni più.”
Si era trasferito da Marta due giorni dopo, lasciando Patrizia e suo marito a litigare da soli.
Era stata una buona estate, un’estate di passeggiate nel parco, appeso al braccio di Marta, a parlare di poesia, a progettare visite agli Uffizi ed a leggere i programmi dei concerti che animavano le sere fiorentine.
Discorrevano del passato perché il futuro non c’era.
Lui non parlava volentieri di sua moglie, ma ne ricordava la voce stridula che, negli ultimi tempi, inveiva persino contro le sue gambe impedite. “Mia moglie non amava i concerti”, si limitava a dire, poi cambiava argomento. Marta gli stringeva appena il braccio, faceva in modo che il corpo di lui si appoggiasse ancor più alla sua spalla. Cominciava a raccontare di sua madre, scesa da quelle stesse colline per venire a servizio in città, del fratello emigrato in America, di un amore di gioventù che le regalava ogni giorno una rosa gialla. “La vecchiaia mi ha colto di sorpresa”, diceva, “non so come ho passato tutti questi anni. Dentro mi sento quella di allora, la ragazza con la rosa gialla, ma non lo sono.” Ed ecco la sua risata giovanile, i capelli un po’ spettinati dalla brezza della sera.
Della malattia non parlavano mai, neanche quando i dolori le logoravano le ossa. Certe notti, però, Roberto si accorgeva che era sveglia, che fissava il soffitto. Allora, dolcemente, le prendeva una mano e la stringeva fra le sue, senza parlare.
Era arrivato l’autunno, un novembre spazzato dal vento che aveva portato via tutte le foglie e riempito di spifferi il casale. I dolori di Marta si erano intensificati, aveva dovuto raddoppiare la dose delle medicine e passare il tempo davanti al camino, con un libro in grembo.
Poi c’era stata l’improvvisa partenza, senza una spiegazione, senza una parola. Si erano abbracciati, il taxi che aspettava fuori dal cancello della villa. “Riguardati, Roberto”, aveva detto lei, “io devo andare, ma il mio cuore resta con te, in questa casa.”
Quel momento, adesso Roberto comprendeva, lei non lo voleva condividere con nessuno, nemmeno con lui.
Cercò il numero e telefonò negli Stati Uniti al fratello di lei. L’uomo gli disse che sarebbe arrivato per il funerale e si sarebbe fermato il tempo necessario per vendere la villa. Si fecero le condoglianze, Roberto ringraziò e riattaccò. Chiamò il fioraio e ordinò un mazzo di rose gialle.
Poi fece il numero della Casa di Riposo. “Sono Roberto Farnesi, avete una stanza per me?”

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Giovani alla ribalta: Marco Amore

18 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

Giovani alla ribalta: Marco Amore

Il Foglio Letterario - rivista e casa editrice non profit che dirigo dal 1999 - nasce per scoprire e valorizzare giovani di talento. Penso che l'abbiamo fatto e che lo stiamo ancora facendo, senza trascurare i meno giovani che abbiano qualcosa da dire e sappiano esprimere in forma letteraria le loro idee. Ricordo Lorenza Ghinelli, passata a Newton & Compton con Il divoratore (e adesso La colpa), ma pure Claudio Volpe, candidato allo Strega con Il vuoto intorno e adesso autore di punta presso Anordest Edizioni. Non ci fermiamo (il noi non è berlusconiano, vuol dire che questo lavoro non lo faccio da solo!), molti giovani pubblicano con Il Foglio Letterario e attendono una valorizzazione critica e commerciale. La troveranno? Non lo sappiamo, ma non è così importante. In fin dei conti quel che conta è trovare una ribalta per esprimersi, pur piccola che sia. Oggi approfitto di questo spazio per presentare un giovanissimo autore che merita attenzione per l'impegno, la costanza e l'umiltà con cui lavora alle sue creazioni. Si tratta di Marco Amore, nato a Benevento il 9 maggio 1991, ex studente del Liceo Classico Statale Pietro Giannone. La sua prima esperienza in campo letterario risale all'età di diciotto anni, un romanzo di cui non vuol parlare, ha vinto alcuni concorsi, ma si sa che lasciano il tempo che trovano, servono solo per mettersi alla prova. Scrive racconti e poesie che presentano chiari riferimenti classici, dimostrano voracità da lettore e omaggiano maestri immortali come Shakespeare, Bronte, Hoffmann, Poe… Il suo stile è classicista, zeppo di in elementi descrittivi, intriso di un linguaggio ricercato, a tratti desueto, sovrabbondante, gotico e barocco. Non è mai banale, però. Questo mi fa dire che - se troverà la trama giusta e una storia degna di essere raccontata, forse un romanzo di formazione - potrà darci delle grandi sorprese. Ho letto molte cose incompiute di Marco, cercando - nei limiti del possibile - di consigliare la strada giusta per le sue creazioni, a mio parere quella (poco commerciale) della poesia e della prosa lirica. Sono convinto che troverà la sua strada. Per il momento presento il suo racconto migliore, la creatura più compiuta tra i tanti lavori che mi ha inviato negli ultimi mesi, accettando critiche - cosa non comune - a volte sin troppo dure. (Gordiano Lupi)

ll Foglio Letterario

Marco Amore

Zeitgeist

Replica a un amico

Una stanza. Ecco quel che ci occorre per il nostro racconto. Basta una stanza. Non eccessivamente ammobiliata, dal momento che troppi fronzoli fanno perdere il filo del discorso, né luminosa oltre il necessario, giacché la troppa luce intralcia il pensiero. Una stanza di media ampiezza, con qualche quadro qui e lì a combattere la monotonia della carta da parati (magari scene silvestri frapposte a plumbei litorali nordeuropei), un grosso guardaroba color ebano, tre, quattro mensole leggermente inclinate e stipate di libri sul cui frontespizio è facile leggere nomi stranieri come Émile Durkheim, E.T.A. Hoffmann, John Milton ecc ecc. associati a nomi un po' meno oscuri come, che so, Alessandro Manzoni; un letto sfatto e ancora caldo del tepore di un corpo, certo non lontano; due comodini completi di abat-jour, uno scrittoio chiazzato d'inchiostro, un canterano sbocconcellato dai tarli, una vecchia seggiola cricchiante di vimini e, non poteva essere altrimenti, un grazioso tappeto bukhara rosso chermes. Ma forse ho esagerato: devo eliminare qualcosa, o l'insieme risulterebbe indigesto a un eventuale lettore. Ebbene, le mura sono spoglie a eccezione di un solo dipinto. Niente paesaggi stile Emily Brontë - altro nome curioso stampato sulla copertina di uno dei tanti libri -; niente brughiere velate di nebbia, terre torbose, spiagge deserte. Niente alberi ingemmati dalla galaverna, crepuscoli melanconici, burrasche o tempeste di sorta. Si tratta di un lavoretto da poco: una serigrafia di fine anni Novanta che mostra un grottesco omino deforme. La notte stellata fa capolino dalle imposte dischiuse. Contaminati da bruscoli d'argento, i fulgori plenilunari tramutano la sagoma anzidetta in una turpe chimera. Il brusio continuo di un climatizzatore sembra l'unico trambusto a sciupare un religioso silenzio ma, se si presta maggiore attenzione, è probabile distinguere un rumore quanto mai fiacco, eppure udibile, dalla foga della macchina. Un uomo, del tutto immerso in chissà quali pensieri, sta fumando poggiato contro il davanzale della finestra. Il rumore cui mi riferisco è il sistematico soffiare della sua bocca torva. Ha sopracciglia folte e spessi favoriti. Il viso, lambito da Selene, non deluderebbe le aspettative delle più esigenti fanciulle. Tiene i gomiti puntellati al marmo, le mani aperte. Con una sottrae e riaccosta un sigaro alle seriche labbra; con l'altra culla un mento glabro e pronunciato . Veste assecondando i dettami dell'epoca romantica: il torace riempie una camicia dal colletto alto, morbido e ripiegato in maniera asimmetrica; coi polsini lunghi e stretti da cui penzolano evanescenti fascette di lino. Sotto indossa pantaloni alla ussara, del tutto spiegazzati, che assieme alla capigliatura crespa gli conferiscono un'aria alquanto negligé. Anche se non si nota, calza eminenti stivali scuri. Spruzzi di fango rappreso violano il nero delle tomaie e i puntali, di per sé già frusti, sono ricoperti da una patina fulva. Il resto della sua "toilette" giace sullo schienale della sedia.

Indumenti umidi. Una marsina, una redingote blu. Un cencio che non saprei definire. Avviluppati alla maniglia di ottone dell'ingresso - quasi dimenticavo! - figurano una coppia di guanti in cuoio glacé. I bordini cotonati sgocciolano acqua piovana sul pavimento (plic, plic, clop) e sul telaio dell'anta laccata avorio. Gradualmente, l'acqua supera i margini della piastrella e scorre a rivoli nelle fughe; dove viene osteggiata dalla porosità della malta, quindi assorbita, prima di raggiungere la testiera del letto. Mentre ciò accade, e la puzza di tabacco bruciato impregna l'ambiente e affumica i libri sulle mensole, la rigida fisionomia dell'uomo si addolcisce fino a cambiare. I suoi occhi divengono felini e sporgenti; il grigio delle iridi - un grigio che richiama le proprietà del piombo - si accende di un bagliore glauco; il naso adunco si raddrizza a imitazione di un modello ellenistico; la bocca si rimpicciolisce; la prominente linea della mascella si assottiglia; gli zigomi ben marcati affondano nella carne rosea di gote in boccio; collo, braccia e gambe perdono ogni traccia di rozza virilità… e così via. Segue il dileguarsi di camicia, pantaloni e stivali. Vediamo comparire al loro posto, contro la pelle lucida e diafana, un corpetto in taffettà, una gonna merlettata, un tablier di crêpe de chine broccato d'oro e due minuscole scarpette con fibbie in madreperla e fodera trapunta di fiori. Adesso il sigaro è una cassetta VHS: The Opening of Misty Beethoven. La redingote una cappa, la marsina uno scialle. Il cencio si sfalda in foglie di salice, i guanti si adattano ad accogliere dita affusolate.

Subito prende consistenza, dinanzi al nostro malcelato stupore, uno spettro da fiaba. Questa donna, perché di una donna si parla, possiede la grazia intrinseca del cherubino. Cammina per la stanza con flemma eterea. Sul capo, intrecciata alla chioma fluente, ha una corona di ranuncoli e orchidee. Le code della nappa di raso che le stringe in vita saltellano a destra e a manca ad ogni passo.

"O woe is me," mormora con voce rotta l'apparizione, "t'have seen what I have seen, see what I see! "

Poi si accascia a terra, inerte. È morta. La videocassetta ruzzola contro il muro, esplode in una confusione di schegge. Fuori dalla finestra, il fuoco fatuo dell'aurora profila le cime dei monti. Un gallo canta il De profundis. Il cocchio del sole avanza, pavesato di gramaglie; la notte batte in ritirata.

Tra l'armadio e il comò c'è uno spazio vuoto, un fosco anfratto. La luce del giorno non lo rischiarerà prima delle sei. Nascosta dalle tenebre, una sfinge indugia acquattata in quel punto. Di tanto in tanto frusta con la coda il gres porcellanato delle piastrelle. Morta la donna, risolve di uscire allo scoperto. Con le zampe leonine ne calpesta impassibile la salma. Un indovinello le tesse ragnatele nel cuore, su per la laringe; le si aggrappa all'ugola e la lingua palpita irrefrenabile.

"Chi ha dormito nel letto?" sbotta dunque la creatura. E un eco disumano riporta indietro la domanda.

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