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Giovanni Fattori

28 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

Giovanni Fattori

"Il disegno del Fattori”, dice l’Argan, “non è il disegno accademico, generico ed evasivo; è, com’era nella cultura figurativa toscana del Quattrocento, un disegno che penetra, definisce, incide.”

Giovanni Fattori (1825 – 1908) è nato a Livorno ma si è poi trasferito a Firenze, entrando in contatto con il gruppo dei pittori che si riuniva al caffè Michelangelo, in via Larga (ora via Cavour).
Parte come romantico ma la sua maturità artistica e il suo momento più prolifico si concentrano dopo i quarant’anni quando, insieme a Telemaco Signorini e a Silvestro Lega, diventa uno dei principali artisti macchiaioli. Il fenomeno è precursore dell’impressionismo e si lega al quadro ideologico risorgimentale, del quale il pittore fa parte come fattorino del Partito d’Azione e del cui assedio di Livorno conserverà memoria indelebile.
Secondo la teoria macchiaiola, il pittore deve rendere il vero come lo percepisce il suo occhio, con chiazze colorate di luce e di ombra, senza pregiudizi culturali. Fattori, infatti, si considera “uomo senza lettere”, capace di cogliere il presente, il momento in atto. E, tuttavia, l’identificazione dell’artista col soggetto non si raggiunge mai, si ha sempre una testimonianza, un commento, una valutazione etica. Uno dei suoi temi preferiti è la vita militare, colta nella quotidianità, l’altro grande soggetto è il paesaggio rurale della Maremma, con butteri, erbaiole, acquaiole, buoi e cavalli.
Nella sua vita, Fattori è spesso in difficoltà economiche, torna a Livorno per assistere la moglie malata la quale, poi, muore di tubercolosi. Il pittore, allora, si dà a viaggiare, visitando l’Europa, gli Stati Uniti e il Sudamerica. Dalle nostre parti, soggiorna anche a Fauglia e a Castiglioncello, ospite di amici.
Verso la fine della sua carriera artistica si dedica all’acquaforte, tecnica consistente nell’incisione di una lastra di metallo tramite acido.
Muore a Firenze nel 1908.

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Eliécer Ávila lancia Somos+, nuovo movimento politico

27 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera



Il giovane Eliécer, da poco entrato nelle fila della dissidenza, ha
lanciato un nuovo progetto politico.

27 marzo 2013

Eliécer Ávila Cicilia, il giovane noto a chi si occupa di cose cubane
per aver messo in difficoltà Ricardo Alarcón nel 2007, oggi si è
presentato come "un umile servitore" per lanciare il
progetto "Somos +", volto a "costruire uno Stato
moderno, con un governo che imposti una politica diversa nei confronti
dei cittadini (...) per unire le famiglie che stanno soffrendo
lontananza e separazione".

Ávila ha affermato: "La maggioranza dei cubani non condivide
l'operato del governo. Visto che siamo la maggioranza, vogliamo
poter esprimere le nostre opinioni. E in ogni caso sarebbe lecito
farlo, anche se fossimo soltanto una minoranza".

Eliécer Ávila Cicilia ha descritto la nuova organizzazione in un
documento video lanciato in rete dalla Polonia (dove si trova adesso):
"Somos mas non sarà un partito politico, ma un movimento. Alla
base ci saranno democrazia e rispetto dei diritti umani. Vogliamo
riunire tutti i cubani che vivono all'interno e all'esterno
dell'Isola. Vogliamo creare uno Stato moderno, prospero,
tollerante e democratico. Vogliamo conoscere a fondo la realtà vissuta
da ogni cubano per cercare di trasformarla. Il mio obiettivo personale
è quello di rientrare a Cuba come uomo politico e di poterne uscire
quando lo riterrò opportuno, indossando la solita veste".

Eliécer Ávila Cicilia si presenta come il vero uomo politico per la
nuova Cuba, così come Yoani Sanchez è l'intellettuale, la
giornalista, la scrittrice del cambiamento, lui è il teorico di una
politica nuova.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Il marchese del grillo (1981) di Mario Monicelli

27 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #cinema

Il marchese del grillo (1981) di Mario Monicelli

Regia: Mario Monicelli. Presentato da Renzo Rossellini per Gaumont D.A.C.. Fotografia: Sergio D'Offizi (Colore Telecolor). Sceneggiatura: Lorenzo Baraldi. Costumi: Gianna Gissi. Produttore Esecutivo: Marco Tamburella. Direttori di Produzione: Francesco Casati, Marc Maurette, Giuseppe Auriemma. Collaboratrice ai costumi: Bruna Parmesan. Arredamento: Massimo Tavazzi. Aiuto Regista: Amanzio Todini. Musiche: Nicola Piovani (dirette dall'autore). Montaggio. Ruggero Mastroianni. Soggetto: Bernardino Zapponi. Rielaborato da: Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Mario Monicelli, Tullio Pinelli. Sceneggiatura: Benvenuti, De Bernardi, Monicelli, Pinelli, Sordi. Produzione: Italia/Francia. Produttori: Luciano De Feo per Opera Film Produzione srl (Roma) e Gaumont S.A. (Parigi). Interpreti: Alberto Sordi, Carolyne Berg, Riccardo Billi, Flavio Bucci, Camillo Milli, Cochi Ponzoni, Marc Porel, Pietro Tordi, Leopoldo Trieste, Paolo Stoppa, Giorgio Gobbi, Isabelle Linnartz, Tommaso Bianco, Marina Confalone, Alfredo Cohen, Elena Daskowa, Salvatore Iacono, Elena Fiore, Isabella Bernardi, Andrea Bevilacqua, Angela Campanella, Giuseppe Furelli, Ettore Geri, Jacques Herlin, Elisa Mainardi, Bruno Rosa, Sandro Signorini, Compagnia del Teatro di Alibert diretta da Angelo Savelli, REnzo Rinaldi (Bacco), Ivan De Paola (Hermes).

Mario Monicelli si dice lusingato e stupito che questo film interessi così tanto il pubblico americano, perché in fondo racconta le vicissitudini di un personaggio della Roma papalina ai tempi di Pio VII, non è dato sapere quanto reale. Certo, la casata Del Grillo è storica, visto che a Roma esiste ancora il Palazzo del Grillo e c'è la Salita del Grillo (dove viveva il regista). Monicelli cura prima di morire una versione de luxe in dvd, sottotitolata in inglese, riservata al pubblico nordamericano, ricca di extra e di contenuti inediti. Il film vede protagonista uno straordinario Alberto Sordi che rappresenta tutti i vizi e i difetti della nobiltà romana: pigrizia, arroganza, infingardia, codardia, superstizione, bigottismo, corruzione e ricerca del quieto vivere. Onofrio, il marchese Del Grillo, inganna la noia di giornate monotone nella Roma del Papa Re (1800), durante l'avanzata napoleonica, facendo scherzi feroci ai poveri, ai borghesi e ai suoi pari. Lancia frutta ai questuanti insieme a durissime pigne, ripaga con soldi roventi chi pretende i danni, fa allontanare la sorella da Roma perché ha un alito pestilenziale, ironizza sulla madre bigotta, incita la cugina a gettarsi sugli uomini, mura la bottega di un negoziante, non paga un falegname, corrompe i giudici del processo per debiti, prima lo fa condannare e poi lo rimborsa. Il film è un contenitore di scherzi sulla falsariga di un Amici miei (1975) in costume, debitore delle atmosfere ideate da Luigi Magni (Nell'anno del Signore, 1969 e In nome del papa Re, (1977), anticipando di un anno la nuova stagione di Amici miei (Atto II, 1982). Una commedia all'italiana in costume che a tratti vira sul sexy quando il marchese se la spassa con la giovanissima amante romana o quando esibisce in un plastico nudo la sua conquista francese. Ottimo Flavio Bucci nei panni del folle brigante Don Bastiano, prete che si è dato alla macchia e fa il predone, ma muore da eroe incitando il popolo a inginocchiarsi. Frase indimenticabile: "Mi dispiace. Ma io so' io e voi non siete un cazzo!", che rappresenta bene il personaggio del Sordi - Marchese, strafottente e arrogante, ma in fondo buono e generoso. Bravo Paolo Stoppa come Papa Pio VII che fa le corna invece di benedire quando il Marchese esclama: "Morto un Papa se ne fa un altro!". Sordi è straordinario anche nei panni di Gasperino il carbonaio, sosia del Marchese, che utilizza per uno scherzo feroce ai familiari. L'attore romano passa dal ruolo di nobile colto e annoiato a quello di popolano rozzo e ubriacone con grande disinvoltura. Lo scherzo giunge ai massimi termini quando Gasperino sta per essere ghigliottinato al posto del marchese, ma per fortuna il Papa concede la grazia. Bravo Gobbi come servitore, diligente Riccardo Billi come falegname. Il marchese Del Grillo è uno spaccato di vita della Roma del 1800, credibile e realistico, dipinto con i colori della commedia all'italiana da un Monicelli in gran forma, per descrivere con graffiante ironia ascesa e disfatta di Napoleone, ma anche gli ultimi anni del Papa Re. Ottime le musiche di Nicola Piovani. Suggestiva la fotografia di Sergio D'Offizi.

Gordiano Lupi

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Shelley a Livorno

27 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

Il poeta inglese Percy Bysshe Shelley (1792 – 1822), complice l’eredità del nonno e per ovviare alla salute malferma dovuta alla tisi che lo minava, scelse di trascorrere molta parte della sua vita in Italia, luoghi di elezione furono Napoli, Pisa (dove lo raggiunse Byron) e Livorno. A Livorno soggiornò tre volte, nel 1918, nel 19 e nel 22, anno della sua tragica morte in mare. Fu ospite di amici inglesi ma alloggiò anche a Villa Valsovano, dove compose la tragedia “The Cenci”, pubblicata nel 1819 - cui attinse anche il Guerrazzi – e le famose odi “To a Skylark” e “To Freedom”. Da giugno a settembre del 1819 Shelley e Mary Wollstonecraft si stabilirono a villa Valsovano. Mary era molto abbattuta, avendo visto morire due dei suoi tre figli in un anno. Solo nel maggio precedente erano venuti a Livorno con tutti e tre i bambini e due domestiche ma ora la casa era molto più triste. Shelley cercò rifugio nel lavoro e quell’estate, sul tetto della villa, compose “The Cenci”, tragedia dal gusto gotico, basata sulla storia di una famiglia realmente vissuta nel cinquecento. Ne furono stampate nella nostra città 250 copie, poi spedite a Londra. L’estate dopo erano nuovamente a Livorno e Shelley compose la famosa ode “All’allodola” della quale riportiamo alcuni versi centrali particolarmente belli e già, in pieno romanticismo prima maniera, precursori di quello che sarà il nostro decadente Gelsomino Notturno e di alcune liriche wildiane cariche di sensualità estetizzante.

“Like a rose embowered In its own green leaves, By warm winds deflowered, Till the scent it gives Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves: Sound of vernal showers On the twinkling grass, Rain-awakened flowers - All that ever was Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass.”

Villa Valsovano si trova in via Venuti 23 e una lapide del 1962 ricorda il soggiorno di Shelley: “In questa casa già villa Valsovano dimorò da metà giugno a fine settembre 1819 nel suo più lungo dei soggiorni livornesi Percy Bysshe Shelley tornato a ritemprare le forze e lo spirito nella pace della nostra amena campagna a lui ispiratrice di stupendi carmi. Scrisse allora tra l’altro la tragedia “I Cenci”e nell’estate seguente alloggiando poco lungi la poetica epistola a Mary Gisborne e la celebre ode “a un’allodola.” Fu nel golfo di La Spezia, davanti a Lerici, che, tornando in barca proprio da una gita a Livorno, l’8 luglio 1822, Shelley naufragò in una tempesta. Il suo cadavere fu ritrovato dieci giorni dopo su una spiaggia nei pressi di Viareggio.

The English poet Percy Bysshe Shelley (1792 - 1822), thanks to his grandfather's legacy and as a result of the consumption that undermined him, chose to spend a large part of his life in Italy, the places of election were Naples, Pisa ( where Byron joined him) and Livorno.

He stayed in Livorno three times, in 1918, 19 and 22, the year of his tragic death at sea.

He was a guest of English friends but also stayed in Villa Valsovano, where he composed the tragedy The Cenci, published in 1819 – on which also Guerrazzi drew - and the famous odes "To a Skylark" and "To Freedom".

From June to September 1819 Shelley and Mary Wollstonecraft settled in villa Valsovano. Mary was very downcast, having seen two of her three children die in a year. Only in the previous May they had come to Livorno with all three children and two servants, but now the house was much sadder. Shelley sought refuge in work and that summer, on the roof of the villa, he composed "The Cenci", a tragedy with a Gothic taste, based on the story of a family that really lived in the sixteenth century. 250 copies were printed in that city, then sent to London.

The following summer they were back in Livorno and Shelley composed the famous ode "Allodola" of which we report some particularly beautiful central lines and already, in full romanticism first way, precursors of what will be our decadent Gelsomino notturno and some lyrics in the spirit of Wilde,  full of aestheticising sensuality.

 

"Like a rose embowered

In its own green leaves,

By warm winds deflowered,

Till the scent it gives

Makes faint with too much sweet these heavy-wingéd thieves:

Sound of vernal showers

On the twinkling grass,

Rain-awakened flowers -

All that ever was

Joyous and clear and fresh - thy music doth surpass. "

 

Villa Valsovano is located in via Venuti 23 and a plaque from 1962 recalls Shelley's stay:

In this Villa Valsovano lived from mid-June to the end of September 1819 in his longest stay in Livorno Percy Bysshe Shelley returned to restore his strength and spirit in the peace of our pleasant countryside inspiring him with wonderful poems. Among other things, he wrote the tragedy "I Cenci" and in the following summer, staying a short distance,  the poetic epistle to Mary Gisborne and the famous ode "to a lark."

It was in the Gulf of La Spezia, in front of Lerici, that, returning by boat from a trip to Livorno, on July 8, 1822, Shelley was wrecked in a storm. His body was found ten days later on a beach near Viareggio.

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Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."

26 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."

Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."

Yoani Sánchez si trova a L'Aia per un Festival del Cinema dedicato ai diritti umani. La blogger ha assistito alla proiezione del film FORBIDDEN VOICES (Voci proibite) girato dalla svizzera Barbara Miller, dedicato a tre donne che lottano per i diritti umani: Farnaz Seif (Iran), Zeng Yingjan (Cina) e la stessa Yoani. Durante un colloquio con la stampa, la blogger cubana ha detto: "Temo che non potrò più uscire da Cuba, al rientro dal mio tour internazionale. Le autorità mi hanno concesso il permesso di recarmi all'estero per non dover pagare il prezzo politico del divieto, ma al rientro sarò io a subire la repressione. Il Governo credeva che lasciandomi uscire sarei rimasta all'estero. Non hanno fatto i conti con questo prodotto del sistema cubano, che voleva costruire l'uomo nuovo e invece ha creato le Yoani. La morte di Hugo Chávez porterà molti problemi a Cuba e a tutto il Latinoamerica, visto che sancisce la fine del sussidio economico e apre una stagione meno populista". Ha partecipato alla conferenza anche la regista Barbara Miller: "Ho scelto queste tre donne per le storie personali che raccontano nei blog, dove senza slogan e senza propaganda denunciano situazioni di mancanza di libertà". Le altre due protagoniste del documentario vivono persecuzioni ancora più violente di Yoani. L'iraniana Farnaz Seifi, esiliata in Germania, ha detto che non tornerà in Iran, perchè significherebbe finire direttamente in galera. la blogger cinese, Zeng Yingjan, vive a Hong Kong con una figlia di 4 anni ed è separata dal marito, che si trova agli arresti domiciliari a Pechino.
Yoani Sánchez, che ha da poco lasciato Washington e New York per partecipare al festival del cinema olandese, si recherà subito dopo in Florida, Argentina, Spagna e Italia.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

VIGNETTE

1. (autore Omar Santana)

Maduro: - Il problema è che io non posso dare neppure la colpa all'embargo.

Raul: - Ho un'idea! Posada Carriles...

2. (autore Garrincha)

Internet - La stampa scritta...

Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."
Yoani Sánchez: "Non mi faranno più uscire da Cuba..."
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Adriana Pedicini: Intervista ad Adriana Pedicini da RAE

26 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #interviste

Adriana Pedicini:   Intervista ad Adriana Pedicini da RAE

Intervista ad Adriana Pedicini

http://it.1000mikes.com/show/radio_autori_emergenti

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Riccardo Marchi

26 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Riccardo Marchi (1897 – 1992) è davvero un personaggio dimenticato nel panorama letterario italiano, cercando in rete si trova pochissimo su di lui, addirittura, digitando il suo nome sui principali motori di ricerca, ci siamo imbattuti, fra i primi risultati, nella nostra stessa citazione sulla pagina Facebook di Livorno Magazine. Eppure, Riccardo Marchi è stato paragonato dalla critica a Tozzi, a Verga e a Capuana, per il realismo della descrizione e per il suo essere studioso del folclore e delle tradizioni livornesi. Telegrafista nella prima guerra mondiale, gestì con successo la fabbrica di sapone del padre, portando avanti, contemporaneamente, l’attività di giornalista, di scrittore e di attivista politico. Nel 1921 partecipò al convegno socialista che vide la nascita del partito comunista. Oltre ai versi e a numerosi romanzi, molti dei quali di stampo rievocativo e genericamente autobiografico, ottenne anche un discreto successo via etere come autore di radiodrammi e radio fiabe. Divenne membro, insieme a Corrado Alvaro, di una autorevole commissione dell’E.I.A.R. Nel secondo dopoguerra si dedicò alla cronaca e critica cinematografica per “IL Telegrafo” e “Il Tirreno”. Sul finire degli anni sessanta si ritirò a vita privata a Livorno, dedicandosi esclusivamente alla scrittura. Morì nel 1992. I suoi romanzi più conosciuti sono: “Circo Equestre”, “Lo sperduto di Lugh” ma, soprattutto, “Via Eugenia, 1900”, dove rievoca la vita della sua famiglia, la fabbrica del sapone, la figura di Zio Tide, galantuomo d’altri tempi.

Un galantuomo! Vallo a cercare al giorno d’oggi. Zio Tide lo fu? Sicuramente lo fu. Il discorso mi riporta necessariamente alla memoria di lui, di zio Tide, abbreviativo di Aristide, fratello di mia madre, esempio di galantomismo non gratuito o di poco costo, pagato anzi a caro prezzo. Com’era nel fisico? Aitante con un volto bruno come scavato sulla scorza di un vecchio albero. Di apparenza burbero; in realtà bonario, rivelato nell’intimo da un non frequente sorriso che, schiarendolo, gli animava assieme allo sguardo, i cespugli arruffati degli scopettoni e i baffi da quarantottino. “ (pag.7)

Marchi aveva “il tratto dell’incisore”, come si afferma nella prefazione a cura dell’editrice Nuova Fortezza, e sapeva rendere le strade di Livorno con animata vivacità:

E la strada della fanciullezza com’era? Pressappoco come oggi, più decorosa, più Eugenia, da un Eugenio magistrato civico. Allora, nonostante la saponeria e la fonderia limitrofa al termine di quel tratto di strada, nonostante qualche stallatico e due o tre botteghe di artigiani ed una modesta canova, nei sedici edifici che la compongono, fra i quali due palazzine padronali, via Eugenia ospitava con signorile dignità impiegati, artigiani e Liberi Imprenditori come noi. Ora è trasandata, decaduta, coi muri scrostati e fioriti di erbacce, butterati dalle guerre; ma ai tempi di zio Tide, come garriva! Di panni al sole, di voci attestanti una vitalità calda; perfino di ricchezza. La ravvivava dall’alba al tramonto, il cantare degli ambulanti: le erbaiole, l’arsellaio, il pesciaiolo, il pollaiolo, l’ombrellaio, l’arrotino, il ramaio di Prato, un cenciaio e così via dicendo. Polifonia alla quale, per solleticare il buon cuore, si univano le tiritere degli organetti. A questi Tide faceva l’elemosina di un soldo purché se ne andassero altrove a infastidire con “La vergine degli angeli” o “La donna è mobile”. Tornassero, magari, col repertorio nuovo e lo strumento accordato.” (pag. 19)

“Via Eugenia 1900” è una finestra sul nostro passato, sulla Livorno appena uscita dal Risorgimento. Ci viene in mente l’angolo nascosto del cimitero dei Lupi con le tombe garibaldine crepate, inselvatichite, ed è spontaneo associarle – e confrontarle – con certe descrizioni del Marchi:

Ah, tempi gagliardi, bellissimi e feroci! Li ricordo ancora per i cortei, riti del popolo che se ne nutriva, come il pane. I funerali dei garibaldini cui partecipavo tenuto per mano dallo zio. Grande sfoggio di bandiere e camicie rosse; folla di severi uomini in nero, come lo zio: tutti quanti con una rappa di acacia all’occhiello.” (pag 41)

Riccardo Marchi (1897 - 1992) is truly a forgotten character in the Italian literary scene, in internet you find very little about him. Yet Riccardo Marchi has been compared by critics to Tozzi, Verga and Capuana, for the realism of the description and for his being a student of the folklore and traditions of Livorno.

Telegraphist in the First World War, he successfully managed his father's soap factory, simultaneously pursuing the activity of journalist, writer and political activist. In 1921 he participated in the socialist conference which saw the birth of the communist party.

In addition to the verses and numerous novels, many of which are reminiscent and generally autobiographical, he also achieved a good success over the air as an author of radio plays and radio fairy tales. Together with Corrado Alvaro, he became a member of an authoritative commission of E.I.A.R. After the Second World War he devoted himself to news and film criticism for "IL Telegrafo" and "Il Tirreno".

At the end of the sixties he retired to private life in Livorno, dedicating himself exclusively to writing. He died in 1992.

His best known novels are: "Equestrian Circus", "Lo sperduto di Lugh" but, above all, "Via Eugenia, 1900", where he recalls the life of his family, the soap factory, the figure of Uncle Tide, gentleman of other times.

 

A gentleman! Go look for him  nowadays. Was it Uncle Tide? He0 certainly was.

The speech necessarily brings me back to the memory of him, of Uncle Tide, short for Aristide, my mother's brother, an gentleman that is not free or cheap, even paid dearly.

What was he like in the physical? Handsome, with a brown face as if carved on the bark of an old tree. Seemingly grumpy; in reality good-natured, revealed by an infrequent smile that, lightening him, animated him along with his eyes, also the ruffled bushes of the whiskers and the mustache in the style of the 48. "

 

Marchi had "the stroke of the engraver", as stated in the preface by the publisher Nuova Fortezza, and he knew how to render the streets of Livorno with animated liveliness:

 

"And what was the path of childhood like?

Just like today, more dignified, more Eugenia, by a civic magistrate Eugene. Then, despite the soap factory and the foundry at the end of that stretch of road, despite some manure and two or three artisan shops and a modest canova, in the sixteen buildings that compose it, including two main buildings, via Eugenia housed with noble dignity employees, craftsmen and free entrepreneurs like us.

Now it is unkempt, decayed, with the walls peeling and full of weeds, pockmarked by wars; but in the time of Uncle Tide, how it fluttered! Of clothes in the sun, of voices attesting to a warm vitality; even of wealth.

The singing of the street vendors livened it up from dawn to dusk: the herbaria, the clams seller, the fishmonger, the chicken seller, the umbrella maker, the knife grinder, the coppersmith of Prato, a cenciaio and so on. Polyphony to which, to tickle the good heart, the rigmaroles of the accordions joined. To these Tide gave alms ofr a penny as long as they went elsewhere to annoy people with "The virgin of the angels" or "La donna è mobilee". Maybe they would come back with the new repertoire and the tuned instrument. "

Via Eugenia 1900 is a window on our past, on Livorno just out of the Risorgimento. We are reminded of the hidden corner of the Lupi cemetery  with the cracked, wild-faced Garibaldi tombs, and it is spontaneous to associate them - and compare them - with certain Marchi’s descriptions.

"Ah, vigorous times, beautiful and fierce! I still remember them for the parades, rites of the people who fed on them, like bread. The funeral of the Garibaldi soldiers in which I attended held by the hand of my uncle. Great display of flags and red shirts; crowd of severe men in black, like uncle: all of them with a patch of acacia in their buttonhole. "

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Yoani Sanchez alle Nazioni Unite

25 Marzo 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #politica estera

Un video molto interessante. Yoani accusa l'ambasciatore cubano di aver fatto in modo che non potesse rilasciare interviste nella sala delle Nazioni Unite, ma nonostante l'azione di contrasto del regime, è riuscita a parlare alla stampa internazionale. L'attenzione mondiale su Cuba si fa sempre più forte, grazie al tour di Yoani. La blogger ha detto: "La Comunità Internazionale deve riconoscere il governo cubano per quel che è: una dittatura. A Cuba chi non è d'accordo con le idee governative viene considerato, nel migliore dei casi, un vendipatria. Vengo da una terra dove manca ogni tipo di libertà, da un paese dove il governo detiene il monopolio informativo, dove la stampa è considerata uno strumento di potere per manipolare l'opinione pubblica. Vengo da un paese che viola quotidianamente i diritti umani, che non concede neppure un minuto alla radio o in televisione ai movimenti non in sintonia con l'ideologia al potere, che non permette diffusione di idee alternative a mezzo stampa. Sogno che un giorno tutti comprendano che Cuba non è il partito unico al potere, ma una nazione fatta di cittadini con idee diverse e proprie aspirazioni. Vengo da un paese dove il governo fa di tutto per eliminare le voci critiche, dove un uomo al potere decide quale sia la strada migliore da intraprendere. Non ho niente a che vedere con la violenza, di nessun tipo, né con le bombe lanciate da terroristi, né con chi detiene il potere senza rispetto per i propri cittadini, ma esercitandolo in maniera dittatoriale. Chiedo un'inchiesta internazionale sulla morte di Oswaldo Payà. Dobbiamo sapere che cos'è accaduto quel 22 luglio. Se il governo cubano non ha niente da nascondere dovrebbe fare in modo che si facesse luce su un evento che presenta molti lati oscuri. Invito il Venezuela a non seguire il modello cubano, visto che lo stesso Fidel Castro, in una recente intervista ha detto che il modello cubano non va più bene neanche per Cuba".

Yoani è partita per l'Europa, ma sarà di nuovo a Miami nei primi giorni di aprile.

Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

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Byron a Livorno

25 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

Nel 1822 per lo spazio di sei settimane dimorò a Montenero Lord Giorgio Byron, il più celebre fra i poeti della moderna Inghilterra. Egli abitò la villa Dupouy ora De Paoli, e secondo quello che si dice, la camera in cantonata tra il fronte principale e il lato occidentale della villa medesima. In fondo a questa camera è una piccola alcova dove trovavasi il letto occupato dal Byron. (…) Insieme al Byron era venuto a Montenero il conte Ruggero Gamba con suo figlio Pietro e la figlia Teresa maritata al conte Guiccioli, con seguito di domestici delle parti di Romagna, sui quali tutti, perché appartenenti alla società segreta dei Carbonari, teneva una gran vigilanza la polizia toscana, per la quale era ospite poco gradito anche Lord Byron di cui si conoscevano non solo le idee ardentemente liberali, ma altresì la vita disordinata e scorretta e l'indole intollerante di ogni freno e di ogni sottomissione” Pietro Vigo.

George Gordon Byron (1788 – 1824) da Pisa, dove risiedeva sui Lungarni, venne a Montenero nel 1822. Lo storico Pietro Vigo, nella sua guida di Montenero, ne dà ampio resoconto. Al prezzo di cento francesconi il mese, Byron prese in affitto villa Dupouy, dal banchiere Francesco Dupouy, con stalle, rimesse, giardini, cisterne e pozzi d’acqua pulita. A Montenero Byron scrisse parte del suo “Child Harold” e l’iscrizione per la tomba della figlia allegra. Un gruppo di americani ancorati al porto di Livorno lo invitò a bordo e gli tributò onori da grande celebrità. Pietro Vigo riporta una contesa scoppiata il 28 giugno, verso le 17, fra le persone al servizio di Byron e quelle al servizio della contessa Guiccioli. Furono coinvolti anche i Gamba, s’impugnarono coltelli e pistole, Pietro Gamba rimase contuso. Questa rissa diede occasione alla polizia toscana di sfrattare gli invisi conti Gamba, col pretesto di clamori e intemperanze che disturbavano il quieto villaggio di Montenero. A tal proposito, Byron scrisse al governatore la seguente lettera, che Vigo dichiara di aver trovato solo nella traduzione italiana.

“I miei amici conte Gamba e famiglia hanno ricevuto l'ordine di lasciar la Toscana in termine di quattro giorni, come pure il mio corriere, svizzero di nascita. Non farò alcuna osservazione sopra quest'ordine, almeno per ora. Io lascerò in lor compagnia questo territorio, non essendo luogo di dimora adatto per me quel paese che ricusa un rifugio agli sventurati ed un asilo ai miei amici. Ma siccome io ho qui un capitale considerabile in mobilia ed altri articoli che richiedono qualche tempo per disporre l'allontanamento, sono a pregarla di una dilazione di qualche giorno in favore dei miei amici, come pure del mio corriere, il quale mi accompagnerà se ciò vien permesso, ed io suppongo che un giorno o due di più sarà cosa di piccolissima conseguenza. Siccome io accompagnerò i miei amici qualunque volta essi partano, chiedo il permesso di pregarla d'onorarmi d'una sua risposta.” Ma il poeta inglese non ottenne ciò che chiedeva. Come non la ebbe vinta nella disputa dell’acqua. Byron era molto difficile in fatto d’acqua, la digeriva solo se purissima e cristallina, ma la siccità portò all’esaurimento dei pozzi. Byron, allora, si rifiutò di pagare la pigione e fece causa a Dupouy, nel tribunale di Livorno. Perse e dovette pagare le rate arretrate, gli interessi e le spese giudiziarie. Mentre ancora era a Montenero, ricevette una lettera in versi da Goethe, che si fece tradurre da Enrico Mayer, giovane scrittore di padre tedesco. Rispose che sarebbe partito presto alla volta della Grecia, dove si combatteva per l’indipendenza. Partì, infatti, dal porto di Livorno sull’Ercole e raggiunse Missolungi, dove morì nel 24, ma non in battaglia, bensì di meningite. Nel 1900 gli fu intitolata una via di Montenero.

Riferimenti

Pietro Vigo, “Montenero”, 1902 dal sito www.infolio.it

In 1822 for six weeks Lord George Byron lived in Montenero, the most famous of the poets of modern England. He lived in the Dupouy villa now De Paoli, and according to what is said, in the room in the corner between the main front and the western side of the villa itself. At the bottom of this room is a small alcove where the bed occupied by Byron was located. (...) Together with Byron Count Ruggero Gamba had come to Montenero with his son Pietro and his daughter Teresa, married to Count Guiccioli, with a retinue of servants from parts of Romagna. On them, because belonging to the secret society of the Carbonari, the Tuscan police was very vigilant. Lord Byron was also an unwelcome guest, of whom not only the ardently liberal ideas were known, but also the disordered and incorrect life and intolerant nature of every restraint and submission "Pietro Vigo.

 

George Gordon Byron (1788 - 1824) from Pisa, where he resided on the Lungarni, came to Montenero in 1822. The historian Pietro Vigo, in his guide to Montenero, gives ample account of it.

For the price of one hundred Francesconi a month, Byron rented Dupouy villa, from the banker Francesco Dupouy, with stables, wherehouses, gardens, cisterns and wells for clean water.

In Montenero Byron wrote part of his Child Harold and the inscription for the grave of his daughter Allegra.

A group of Americans anchored at the port of Livorno invited him on board and honoured him.

Pietro Vigo reports a dispute that broke out on June 28, around 5 pm, between the people in the service of Byron and those in the service of the Countess Guiccioli. The Gamba were also involved, knives and pistols were grasped, Pietro Gamba was bruised. This brawl gave the Tuscan police an opportunity to evict the hidden Gamba counts, on the pretext of clamour and intemperance that disturbed the quiet village of Montenero. In this regard, Byron wrote the following letter to the governor, which Vigo claims to have found only in the Italian translation.

 

My friends Count Gamba and family received orders to leave Tuscany in four days, as well as my courier, Swiss born. I won't make any observations on this order, at least for now. I will leave this territory in their company, not being a suitable dwelling place for me that country which refuses refuge to the unfortunate and asylum to my friends. But since I have here a considerable capital in furniture and other items that require some time to arrange the removal, I am praying you for a delay of a few days in favor of my friends, as well as of my courier, who will accompany me if this it is allowed, and I suppose that a day or two more will be of very little consequence.

Since I will accompany my friends whenever they leave, I ask for permission to ask you to honour me with an answer. "

But the English poet did not get what he asked for. And he did not have his way in the water dispute.

Byron was very difficult in terms of water, he only digested it if it was very pure and crystalline, but the drought led to the exhaustion of the wells. Byron then refused to pay the rent and sued Dupouy in the Livorno court. He lost and had to pay the overdue instalments, interest and court costs.

While still in Montenero, he received a letter in verse from Goethe, who was translated by Enrico Mayer, a young writer of German father. He replied that he would soon leave for Greece, where he fought for independence. In fact, he left the port of Livorno on the Hercules and reached Missolungi, where he died in 24, not in battle, but with meningitis.

In 1900 a street in Montenero was named after him.

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Francesco Domenico Guerrazzi

24 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Avere in casa un libro di Francesco Domenico Guerrazzi (1804- 1873) voleva dire essere arrestati. Eppure, i suoi romanzi, animati da tensione patriottica risorgimentale e da spirito pessimistico, conobbero un enorme successo di popolo. Il Guerrazzi venne alla luce nel 1804, nella vecchia Livorno, mentre in città dilagava l’epidemia di febbre gialla, la sua nascita non fu ben accolta dai genitori e questo lo immalinconì per tutta la vita, contribuendo a forgiare il suo carattere triste, solitario, vendicativo, attaccabrighe. Studiò presso i Barnabiti ma non amò la scuola, considerandola tetra, litigò col padre e fuggì da casa. Fu coinvolto in risse con gli ebrei ed espulso dall’università Per tutta la sua esistenza, fece avanti e indietro dal carcere, sempre per motivi politici, subì processi, condanne e il confino. Fervente mazziniano affiliato alla Giovane Italia e ardente repubblicano, ebbe gran parte nei moti del 48, diventando persino dittatore per quindici giorni, durante la rivoluzione toscana. Fu incarcerato nel Forte della Stella insieme a Carlo Bini, con cui aveva fondato l’Indicatore Livornese, poi soppresso dal regime. Teorico della rivoluzione, ma anche piuttosto realista in politica, vide sempre disattese le sue aspirazioni, sviluppando una crescente amarezza e disillusione. Solo l’educazione dei nipoti lo distolse, in parte, dal suo impegno. Oltre che alla politica attiva, si dedicò anche alla scrittura, intesa sempre come veicolo d’idee risorgimentali e civili. Conobbe Byron e la sua poetica, soprattutto quella degli inizi, ne fu influenzata. I suoi testi più famosi sono “L’Assedio di Firenze”, “La Beatrice Cenci” e “La Battaglia di Benevento”, si può dire che con lui nacque il romanzo storico risorgimentale. “Nella sua fantasia esuberante e violenta”, spiega il Cappuccio, “nel suo gusto del truce, del macabro, dell’orrendo, nei modi stessi dell’espressione convulsa ed enfatica, si rispecchiano, più forse che in nessuno degli altri scrittori italiani dell’Ottocento, certi aspetti estremi del romanticismo europeo, da Byron a Victor Hugo”. Ciò non toglie che i suoi romanzi andavano a ruba nonostante il prezzo elevatissimo. Passavano di mano in mano, e piacevano per gli ideali ma anche per il sensazionalismo, a onta di quella che il Sapegno definisce “turgida oratoria tribunizia”. Anche Carducci fu un ammiratore del Guerrazzi, che difese la tradizione linguistica italiana, fu di orientamento classicista e non disdegnò nemmeno tratti umoristici. Il successo si attenuò nella seconda metà dell’ottocento, con l’affermarsi del positivismo. Guerrazzi visse gli ultimi anni alla “Cinquantina”, una fattoria presso Cecina, dove si prese cura dei nipoti fino alla sua morte, avvenuta nel 1873.

Having a book by Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873) at home meant being arrested. Yet his novels, animated by patriotic Risorgimento tension and pessimistic spirit, experienced an enormous success among the people.

Guerrazzi was born in 1804, in old Livorno, while in the city the epidemic of yellow fever was spreading, his birth was not well received by his parents and this helped to forge his sad, lonely, vindictive, brawler character. He studied with the Barnabites but did not love school, considering it bleak, he quarrelled with his father and fled from home. He was involved in fights with Jews and expelled from university

Throughout his existence, he went back and forth from prison, again for political reasons, underwent trials, convictions and confinement. Fervent Mazzinian, affiliated with Giovane Italia, and ardent republican, he had a large part in the uprisings of 48, even becoming dictator for fifteen days, during the Tuscan revolution. He was imprisoned in the Forte della Stella together with Carlo Bini, with whom he founded the Indicatore Livornese, then suppressed by the regime. Theorist of the revolution, but also rather realistic in politics, he always saw his aspirations disregarded, developing a growing bitterness and disillusionment. Only the education of his grandchildren distracted him, in part, from his commitment.

In addition to active politics, he also dedicated himself to writing, always seen as a vehicle for Risorgimento and civil ideas. He met Byron and his poetics, especially that of the beginning, and was influenced by it.

His most famous texts are The Siege of Florence,  Beatrice Cenc" and The Battle of Benevento, it can be said that the historical Risorgimento novel was born with him.

"In his exuberant and violent fantasy", explains Cappuccio, "in his taste for the grim, the macabre, the horrendous, in the same ways as the convulsive and emphatic expression, more perhaps than in any of the other Italian writers of the 'Nineteenth century, are reflected certain extreme aspects of European romanticism, from Byron to Victor Hugo ".

But his novels really sold despite the very high price. They passed from hand to hand. People enjoyed them for their ideals but also for sensationalism, despite what Sapegno calls "turgid tribunal oratory". Carducci was also an admirer of Guerrazzi, who defended the Italian linguistic tradition, was of classicist orientation and did not even disdain humorous traits. Success faded in the second half of the nineteenth century, with the emergence of positivism.

Guerrazzi lived his last years at the "Cinquantina", a farm near Cecina, where he took care of his grandchildren until his death in 1873.

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