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Post con #marco lucchesi tag

Quello che sono

8 Gennaio 2015 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Quello che sono

Non sono un Grande Poeta…

…“Voglio fare con te

ciò che la primavera fa con i ciliegi”…

non voglio declamarti immagini

non riesco a ricamare vento

a tessere stelle per i tuoi occhi…

…“Farò della mia anima uno scrigno
per la tua anima”…

Non riesco a recitarti

per sembrarti nobile,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Poeta…

…io sono un piccolo muratore

che suda roccia

e respira polvere

Che apre finestre e porte,

scavando dure pareti,

Sono un cercatore di luce!

Un topo nell’anima,

che gratta leggero,

e lascia briciole di conchiglia…

Non sono un Grande Attore…

affabulatore di menti,

prestigiatore del niente.

…“Essere o non essere, questo è il problema”…

Non ti inganno con artifici

fuochi e luci in mezzo agli occhi.

Parole ben copiate

Voci recitate

Suadenti artefatte carezze

Languide ammalianti certezze

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Attore…

…io sono un piccolo matto

che tartaglia

frasi sconnesse

Che borbotta cose grandi

non ascoltato.

Si volta e riparte

andando leggero nel vuoto

Sono un solitario pescatore

su uno scoglio ad amare

per non disturbare.

Non sono un Grande Scienziato…

non dispenso certezze & fredde carezze

non guato le masse

da torri dorate

Non salgo su cattedre,

non mi ergo su piedistalli,

non vivo per farmi più grande.

Non partorisco inutili idee,

con voce stentorea.

Non abortisco inutili scritti,

in polmoni d’acciaio

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Scienziato…

…io sono un piccolo alchimista

mescolo profumi a caso

sotto un cappello a punta.

Agito bacchette e farfuglio formule,

sputacchiando minime verità.

Sono un cercatore di perle,

tesori nascosti,

pietre filosofali…

…trattengo il fiato,

inseguo animali,

nel profondo blu.

Non sono un Grande Pittore

un Sommo Maestro!

Imbianchino di pietre colorate

stilista di Maye Desnude!

Mèntore di se’ stesso,

di pochi invasati

apostoli del nulla…

Non ricopro con carte da parati

la natura perfetta

dai perfetti colori

Non dipingo scene per teatri,

falsario di palcoscenici illuminati,

solo per apparire al mondo

solo per lasciarci un segno…

Non sono un Grande Pittore

…io sono un piccolo minatore

Sporco

Nero

Brutto con occhi azzurri

Non vedo la luce

ma pianto fiori nel buio

cerco cosa c’è in fondo

cerco l’anima da dentro

scavo gallerie

per uscire nel bianco.

Seguo lunghe strade ventose

lunghe strade nevose

Corro sui tornanti

Scatto verso la cima

Bevo dalla riva

e mi lavo immerso

in cristalli di

acque salate.

Quello che sono

a volte è silenzio

altre è roccia

a volte è vento che urla

tuono lontano

altre è sussurro

è diafano raggio che scalda

a volte brucia

a volte bacia…

Il mondo può aspettare

La vita può aspettare…

La ruota può continuare

a girare…

Quello che sono,

lo sai,

è solo per te.

M. (Eccomi!)

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Xmas city madness

24 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #unasettimanamagica, #racconto

Xmas city madness

“Ho visto il Natale dalla mia bicicletta!

Il Natale in città!

Io vedo tutte le feste dalla mia bicicletta in città. Vedo il Ferragosto. Vedo San Francesco e Santa Giulia. Vedo la Pasqua e la Pasquetta, la Liberazione e i Lavoratori. Vedo il mio Compleanno. Le vedo tutte!

Il Natale lo vedo in città perché ci sono le pozzanghere. Le strade sono piene di buche e negli inverni caldi e piovosi, come ci sono in città, le buche, che forse non tappano mai perché sono beni comunali, si riempiono di pioggia. E io devo stare attento con la mia bicicletta, perché se finisco in una di quelle profonde mi posso schizzare o posso cascare in terra e finire sotto una macchina.

Quindi negli inverni caldi e piovosi della città, quando pedalo guardo sempre in terra per vedere a tempo le pozzanghere.

E allora l’altro giorno mi sono accorto del Natale! Nelle pozzanghere a Natale ci sono i riflessi delle lucine e io quelli ho visto!

Guidavo, stavo attento, e improvvisamente ho visto una fila di uccellini su un filo che parevano in fiamme! Ho alzato la testa… e c’era il Natale con le sue lucine!

A Natale a volte gli uccellini si riuniscono in nidi che brillano, o sennò stanno sul bordo di abeti sospesi per aria, o anche tutto intorno a grassi signori col cappello a pon pon!

Nelle pozzanghere poi sono proprio belli, e io mi fermo tanto a guardarli e penso…

…sembrano tante lampare che salpano su un mare nero. Penso e mi ricordo.

Mi ricordo il mare nero al molo del porto da dove il mio babbo è salpato con la lampara per andare a pescare. Tanti anni fa eh! Proprio tanti!

Gli uccellini nelle pozzanghere me la ricordano, quella notte, quando poi ritornai a casa da solo. Senza lui. Perché lui era rimasto a pescare e deve ancora tornare… o è morto o ha la barchetta piena di pesce e non ce la fa a rientrare al molo!

…un clacson… ahiò!

Mi ero incantato a guardare nella pozzanghera! In mezzo di strada! E c’era l’8 nero dietro che doveva passare!

<<Scusa 8 nerooo!>>

L’8 nero in realtà ora si chiama 8N, perché i filobus non hanno più i numeri stampati sul davanti, ma hanno uno schermo dove i numeri scorrono e sono gialli e dove ci sono scritte anche le fermate! Ma così il colore dei numeri non si vede più, perché sono tutti gialli! E invece prima l’8 nero era scritto di nero per distinguerlo dall’8 rosso, che era scritto di rosso. Ma ora c’è scritto 8N e 8R. In giallo.

L’8 nero lo devo far passare alla svelta perché fa un giro… di tutta la città! Ci metterà due ore per ogni giro! C’è gente che non ci vuole proprio salire perché sennò non arriva più dove deve arrivare… li sento alle fermate:

<<Gua’! Ecco l’8!>>

<<Ma è ir nero or rosso?>>

<<De il nero! C’è scritto 8N…>>

<<Vai allora aspetto l’Uno, sinnò ci dovento nonna sull’8 nero!>>

<<Dice c’è uno che c’è montato e ull’hanno più ritrovato!>>

<<De! Tanto settuvvòi fa ‘n giro peta perischerzo!>>

Quindi io l’8 nero lo faccio passare alla svelta e mi scuso, non vorrei che l’autista non arrivasse a casa a cena a tempo…

Riparto sulla mia bicicletta e mi guardo un po’ di Natale in città.

Ecco due operai che lavorano alacremente a sturare una fognatura. Bravi!

Ecco un vigilino che controlla se le macchine hanno messo il bigliettino del parchimetro. …Mmmm…

Ecco una vecchietta che esce dalla pettinatrice con i capelli viola e fonati! Brava!

Ecco un gruppo di giovani che parlano e ridono col bicchiere di vino in mano davanti all’enoteca di Ilio! Bravi!

Poi ecco che arrivo nel centro e c’è la piazza principale grande a rettangolo, col suo palazzone della provincia e le baracchine dei Mercatini di Natale! Giro intorno alla fontana che c’è in mezzo e mi vedo le baracchine!

C’è tanta gente che pare correre da tutte le parti! Dove vanno? Di corsa sempre!

Alcuni hanno le mani piene di sacchetti con dentro i pacchetti dei regali… qualcuno sembra un dog sitter di regali! Con sei o sette sacchetti per mano! Come se avesse dei cagnolini che non tirano, stanno buoni… ma alla fine non lo considerano nemmeno. I sacchetti pieni dei dog sitter dei regali (sei o sette per mano!) sono come dei canetti irriconoscenti per chi li porta in giro. Pronti a cambiare mano o padrone. Sono canetti infedeli!

Schivo la gente dalla mia bicicletta e giro in tondo un paio di volte per vedere cosa c’è nelle baracchine del Mercatino:… prosciutto di cinta senese… taglieri di legno d’ulivo… Ecco! Una baracchina di addobbi! … di gesso e cristallo decorati a mano o col decoupage… poi miele biologico… tessuti e lane per uncinetti… Yeee! Cioccolata calda!… al peperoncino, alla menta, allo zenzero?… Thè e tisane sgonfianti… coccetti profumati a forma di animale… lampadari di vetro… vasi di creta… guanti di lana… kashmir…

Non ci capisco molto…

So solo che ora ho caldo dopo due giri. Mi fermo e respiro forte. Sento l’aroma dolce e aspro degli alberelli che contornano la piazza.

Ma non sento musichine natalizie, non sento odore di dolci e brigidini e non vedo lo zucchero filato e quello che dà il vin brulé e le arrostite.

Però l’aroma degli alberi è buono. Ma quello c’è anche a Pasqua e a Ferragosto…

Fa troppo caldo e non esce neanche il fumo dalla bocca. Per me è meglio, ché devo dormire all’aria!

Ma forse per i bambini che aspettano un anno per il Natale… forse è peggio… Ci vorrebbe la neve! La città più bianca e più bella!

Invece è umida e nei mercatini non ci sono dolci per bambini… Però ci sono i regali dei loro dog sitter, quindi alla fine sarà un bel Natale anche per loro che sono piccoli e lo aspettano da un anno!

Riparto. La gente mulina le gambe per le vie. Sento le frasi al volo perché vanno troppo forte… a casa… ai negozi… a comprare cose… Roba da mangiare anche!

Ecco una cosa bella dei miei Natali! Il pranzo del 25 alla Mensa dei poveri! Domani ci ritroviamo tutti lì, con le signore gentili vestite di bianco come infermiere che ci portano tutte le cose buone del Natale!… i crostini (verde, rosso e coi fegatini)… i tortellini in brodo… il cappone lesso e l’arista con le patate… il panettone e lo schiumante alla fine!

Noi che non abbiamo casa e che qualcuno non sta tanto bene di testa, ci si mette tutti insieme.

Poi c’è il tavolo degli sfrattati… poi quello dei neri che arrivano dalle guerre… poi quello dei ciechi e di quelli in carrozzina che non sono con le loro famiglie… Poi ci sono tanti vecchi sparsi in qua e là…Ma il nostro tavolo è proprio bello! Forse il più bello! E’ una tavolata!

Ci sono io.

C’è Vinicio che ogni tanto sputa in terra come i cinesi!

C’è Giovanna la Matta che s’è lavata nuda nella fontana della Stazione (… è vero… l’ho vista e ho accelerato con la mia bicicletta perché mi vergognavo…) perché poi deve tornare al casino (lo dice lei, ma i casini sono chiusi dalla guerra…).

C’è Cutolo che è uno che va sulla bicicletta come me! Ma lui va piano e non gliene importa se ferma il traffico. E’ sempre un po’ silenzioso e fuma. Pare che non mangi mai. Però beve.

C’è il Noberini che anche lui è già ubriaco all’inizio del pranzo e ci declama l’ultima poesia che ha scritto. Però poi si scorda sempre la fine e allora lo pigliamo in giro. Quel rincotto!

C’è l’Ingegnere con accanto il suo carrello della spesa, con dentro tutte le sue cose. La gente crede che sia un barbone matto e basta… lo vedono che fruga nei cassonetti… ma invece lui è l’Ingegnere e sta facendo una statistica delle cose che la gente butta via. Quando lo incrocio dalla mia bicicletta spesso vedo che scuote la testa…

C’è a metà tavolo la MammaFranca con la pelliccia finta… poveraccia… aveva i soldi e i negozi ma poi è fallita. Il suo figliolo gli ha portato via tutto e è andato in Sudamerica con una fidanzata giovane!

C’è il Filippo Bellissima col megafono e con il borsone dove ci sono le regole e i consigli per i politici!

C’è più in fondo in fondo la Izzeri che discute e urla con chiunque passi da lì!

Poi su uno sgabellone bello alto c’è Mariolino, ché l’hanno buttato fuori dal ricovero e non ha trovato più un circo che gli facesse fare il Nano…

A capo tavola infine c’è la Ciucia con il suo grembiule e i capelli raccolti in una pezzola a quadri…la Ciucia che, anni e anni fa, quando il re venne in città, salì sul palco gli strizzò una guancia e gli disse: <<De! Bada vi che bèr baffino!>>

Che bella tavolata lunga! Si ride e si mangia e siamo tanti e variegati come un gelato… pare quasi che la nostra tavola parta dall’oggi e finisca nel passato.

Parte a colori e finisce in bianco e nero, come i nostri ricordi di tanti Natali e come i televisori che c’erano quando ero piccolo. In bianco e nero e con la manopola dei canali. E tre bottoni da schiacciare ché bastavano!

… riprendo il filo della giornata a pedalare e riparto! C’era un’altra volta l’8 nero dietro! Deve essere sempre lo stesso di prima che continua il giro…

Dalla mia bicicletta ora guardo il lungo mare illuminato dai lampioni. Anche qui il Natale quasi non si vede. Tira lo scirocco e senti proprio l’umido che vola per aria.

Lucine zero. Ci sono solo le luci dei lampioni, che sono belle eh!…ma servono solo per illuminare non per fare festa.

Forse perché sul mare a Natale non c’è nessuno perché non ci sono i negozi.

C’è la farmacia, ma nemmeno a un vecchietto si regalano le pasticche per Natale!

C’è il panaio, ma a quest’ora è chiuso.

Il Prosciuttaio che fa i panini, però tutto l’anno.

Un paio di pizzerie che aspettano i clienti.

Il negozio che vende i baconi, i bibi e i coreani per pescare. E si pesca tutto l’anno.

Il mare forse ha una stagione sola, non c’è bisogno di lucine a Natale. Lo scirocco ormai tira sempre… caldo d’estate… tiepido d’inverno…

Dalla mia bicicletta vado a vedere quella pozzanghera nera infinita da vicino, sulla Terrazza che ci arriva in mezzo. E’ buio e il mare non si distingue neanche un po’ rispetto al cielo. Oggi che è nuvoloso non si vedono nemmeno le stelle. Mare e cielo sono tutti attaccati a Natale, in città.

Passo accanto all’Acquario. Che è chiuso. E buio anche lui.

Non sono furbi questi qui dell’Acquario, se lo tenessero aperto scommetto che la gente verrebbe a frotte sul mare! I bambini vogliono sempre andare all’acquario! Io ci andavo tutte le domeniche e sapevo i pesci a mente! Poi il babbo è andato a cercarli da vicino, i pesci… e allora basta acquario la domenica.

Da quel giorno sono quasi finite tutte le domeniche! E’ per questo che io tutti gli anni cerco il Natale in città. Perché mi sembra anche un po’ domenica. Una domenica lunga!

Ricomincio a pedalare dal cielomare tuttattaccato che non si vede più dalla Terrazza e vado a cento all’ora con la mia bicicletta sul viale vuoto per ritornare nel centro. Ché s’è fatta un’ora e quasi quasi vado a casa!

Casa dolce casa! Home sweet home (un po’ d’inglese me l’hanno fatto fare a scuola…)!

Non è un attico o un appartamento di quelli esagerati, ma per me c’è tutto: il posto per la mia bicicletta accanto al materasso ortopedico; un pannello di eternite che mi ripara ben bene dalle infiltrazioni d’acqua del ponte che mi fa da tetto; tre lamiere ondulate che ho tinto di verde, due come pareti per tapparmi dal vento che viene giù dalle montagne e una che divide il mio spazio in un lato notte più cucinotto e in un lato cesso (rivolto verso il fiume che scorre in fondo alla scarpata).

La mia casa è sotto il ponte Gorizia, che hanno costruito anni e anni fa sul Canal Freddone, il fiume che taglia in due la periferia della città e viene giù dalle altissime montagne che fanno paura anche di notte.

Sono montagne bianche e ripide d’estate e anche ora d’inverno. Non hanno alberi ma solo rocce a picco.

Lì la neve c’è, ma i bambini non ce li portano neanche a Natale.

Lì il freddo c’è, anche con lo scirocco. Perché quell’umido di quaggiù, lì si ghiaccia e brilla alla luna.

E quel ghiaccio diventa aria che corre a volte forte insieme al fiume, nel Canal Freddone… ma io ho le pareti di lamiera e quando mi infilo sotto le coperte sul materasso ortopedico faccio delle belle dormite!

Mi sogno le stelle che non vedo per l’eternite e il ponte che sta sopra… quindi alla fine le vedo tutte le notti! Col sereno e col nuvolo!

Il ponte Gorizia è un bel posto dove vivere, anche se a volte ci sono delle brutte giornate…perché c’è gente che viene fin qui e si butta giù.

Si vede che vuol sentire il gelo che ti arriva avvicinandosi al fiume sempre più veloci…

Si vede che non ce la fa più a correre dietro a regali, bambini, donne, uomini, cani…

Si vede che è stanca di vedersi tutti i giorni allo specchio…

… o magari non hanno una casa piccola e bella come la mia!

Prego Gesubbambino, che nasce fra poco, che in questi giorni vada tutto bene.

Che in questi giorni non venga svegliato da sirene e luci blu e voci.

Che non vengano giù da me i poliziotti per chiedermi cose che non so.

Che non venga, poi dopo, l’assistente sociale che i poliziotti hanno avvertito… per me… per niente.

… come se mi volessi buttare giù io… dovrebbero andare da quelle persone che non ce la fanno più a correre e non hanno una casa piccola e bella come la mia!.

Non da me.

Anche per questo prego Gesubbambino.

<<Oh Massi! Ci sei?>>

E’ Jago, il mio amico che ogni tanto viene a trovarmi e mi porta cose. L’altro giorno scese sotto il ponte Gorizia con un attaccapanni! Bello!

Quest’estate con un cappotto di lana cotta che uso ora d’inverno! Bello bello!

E poi fornellini a gasbutano, tordelli al sugo e panzanelle, giornali della settimana prima, una maglia dell’Inter, mutande pulite, una gallina (mangiata la sera stessa), sigarette, e tutti questi generi di robe che per me sono importanti!

Eccolo che è sceso! Ha anche il cappello rosso col pon pon! E’ festa allora!

<<Buon Natalo Massi. T’ho portato una cosa che tu l’apprezzera’, a lo so: el vin che ho fatto nell’ultima vendemmia con Vecchjo e Stefanin! Si chiama Tarapasso! Abbiam comprato l’uva a Viterbo ma l’anno ch’ivven faremo tutto con l’uva di qua…cuscì rimane tutto fra no’ altri in famighja…>>

Mi passa una bottiglia scura con un tappo di plastica da schiumante.

<<Sta’ atento al tappo ch’ imm’è partito in cucina l’altra notta e ho trovato il maro de vin inz’el terén>>

Mi fa ridere Jago, alto magro e elegante che pare un moschettiere!

<<Oh Massi…stabbravo e salutame il fantin…>>

E se ne va. Jago. Il mio amico.

E’ Natale proprio, ora! Con il Tarapasso la festa può iniziare…

Con Gesubbambino che nasce una volta all’anno…

Con le lucine della città come uccellini sul filo…come lampare nelle pozzanghere…

Con la gente che corre dietro ai regali e non vede… non guarda…

Con i Mercatini che non vendono…

Con il lungo mare spopolato…

Con l’8 nero che deve ancora finire il suo giro…

I monti con la neve che mi fanno arrivare il freddo…

…e io che mi riparo, dormo e sogno le stelle!

E intanto questo aperitivo per aspettare il pranzo che mangerò fra poco…

<<Beevoo. Beevoo. Bevoo bevoo bevooo!

Quando beevo son felice… anche se poi voomitoo!

Beevooo. Beevoo. Bevoo bevoo bevooo!

Quando beevo son felice... anche se poi voomitoo!>>

Buono il Tarapasso… asprino come questa vita, come le rocce, come lo scirocco, come il cielomare tuttattaccato, come i dog sitter dei regali, come il vento nel Canal Freddone, come le anime di chi cade giù, come la lamiera arrugginita sulla mia bicicletta…

Buono il Tarapasso… asprino, iniziato e già finito.

<<Buona notte e buon compleanno Gesubbambino… stabbravo anche te…>>.”

M.

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“Il lupo intorno a noi. Convivere con l’animale più affascinante e incompreso dei nostri boschi”

9 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #natura

“Il lupo intorno a noi. Convivere con l’animale più affascinante e incompreso dei nostri boschi”

Dal nostro inviato Marco Lucchesi

…e questa volta farò il cronista…di me stesso!

Insomma: la scorsa settimana (più o meno) a Livorno si è parlato di lupo

“Oh quella? Ocché a Livorno c’è i lupi?! Sììì ma velli a du’ gambe!”

E invece sì, a Livorno, o meglio sulle colline che contornano la città, da Pian di Rota a Rosignano, ci sono i lupi. Animali mitici, mitizzati e chiacchierati come non mai di questi tempi.

La conferenza è stata opera del WWF locale, coadiuvato dalla Cooperativa Biodiversi (http://www.biodiversi.it/) che nella nostra città è una realtà interessante, unendo la didattica e l’educazione ambientale, alla cultura alimentare, alla conoscenza del nostro territorio dal punto di vista naturalistico e storico.

Lo scopo dell’incontro non era tanto il parlare del “lupo a Livorno” (qui da noi la specie è “seguita” dalla provincia, con gli agenti della polizia provinciale, ma non è stata pianificata una vera e propria indagine condotta con metodologia scientifiche) quanto per portare a conoscenza della cittadinanza di alcune illuminanti esperienze, condotte da professionisti che si occupano di diversi aspetti del “mondo lupo”: la sua ecologia e il suo comportamento, la questione legata all’ibridazione con il cane, i conflitti con le attività umane come la pastorizia e la caccia, i problemi connessi al traffico illegale di esemplari selvatici ed alla loro gestione “normativa” ed infine le azioni che vengono svolte per rimettere in salute individui che, per loro sfortuna, hanno avuto incontri troppo ravvicinati con la nostra specie e stavano per rimetterci le zampe! Molti argomenti per un pomeriggio che si è svolto anche attraverso interventi da parte del pubblico, alla fine di ogni comunicazione, ed ha consentito quindi una buona interazione tra i professionisti presenti e gli interessati, a diverso titolo, della materia trattata.

Hanno parlato:

Mia Canestrini, naturalista e tecnico del Wolf Apennine Centre, ufficio specializzato sul lupo del Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano (tra le regioni Toscana ed Emilia Romagna e le province di Lucca, Massa Carrara, Parma e Reggio Emilia), che ci ha raccontato della sua esperienza pluriennale in questa struttura che fa da “polo di aggregazione” tra molte realtà, pubbliche e private (province, regioni, parchi, associazioni, ecc..) che si occupano per svariate ragioni del lupo e cerca di standardizzare sia le metodiche di studio e gestione della specie, sia l’approccio verso di essa. Il WAC agisce attraverso i finanziamenti dei progetti Life da parte dell’Unione europea, regala cani da “guardiania” (i famosi e temuti pastori maremmani!) agli allevatori per difendere le proprie greggi e gli fornisce persino crocchette biologiche (grazie all’accordo che ha con società produttrici del settore), segue lupi curati da centri specializzati re-immessi in natura tramite la tecnica della telemetria satellitare, sensibilizza l’opinione pubblica portando il lupo “in piazza” con la struttura mobile del PalaLupo, sede di incontri e conferenze, di accordi, di proiezioni riguardanti la specie e di spettacoli a tema per i più piccoli…fa tutto ciò e molto altro…Mia mi perdonerà se non dico tutto!

Duccio Berzi, tecnico forestale e fondatore dell’associazione Canislupus Italia, uno dei massimi esperti di un argomento noto da secoli, ma tornato attuale in questi ultimi anni: la convivenza tra la specie predatrice lupo e le attività pastorali, ovvero l’eterno conflitto tra il lupo e la pecora (…o meglio tra il lupo e chi alleva la pecora!). Duccio ha prima studiato l’ecologia del lupo, cominciando ad usare foto trappole auto prodotte, poi si è specializzato in un ruolo difficile e rischioso, quello di colui che cerca, tramite progettualità e tecniche di prevenzione, di gestire il conflitto (perché di vero e proprio conflitto si tratta) tra un animale che agisce secondo la sua “ecologia trofica”, cioè fa il suo “mestiere” di cacciatore, e un mondo, quello della zootecnia, sempre più relegato ai margini della nostra società, la cui economia già di sussistenza può essere messa a dura prova dall’azione naturale del lupo. Duccio parlando con i pastori, consigliandoli nell’uso dei cani da guardiania, affiancandoli nella predisposizione di recinzioni e ricoveri per le pecore li protegge, protegge la loro attività di sostentamento….ma così facendo protegge anche il lupo, facendo sì che non “si cacci nei guai” con le proprie zampe…

Elisa Berti, responsabile del Centro Recupero Animali Selvatico di Monte Adone (sui colli bolognesi), è invece il “cappuccetto rosso” salva lupi! Infatti a Monte Adone lei e la sua famiglia da una parte gestiscono un’area dove vengono collocati per brevi periodi o per tutta la vita animali esotici, strappati allo scellerato traffico che nel mondo si fa di essi dall’azione del Corpo Forestale dello Stato, ma dall’altra fanno da vero e proprio “ospedale” per animali in difficoltà, con problemi fisici dovuti a incidenti di vario tipo, ma spesso legati a sfortunati incontri con l’uomo. In questo contesto Elisa è riuscita a creare con la passione, il lavoro duro e con il contributo di imprenditori “illuminati”, una delle maggiori strutture per la cura e la riabilitazione di individui di lupo (Progetto “Just Freedom”), formata da recinti all’aria aperta di diverse dimensioni, una piccola clinica per gli interventi quotidiani e stanze di degenza. Da Elisa sono passati lupi sfortunati o già dati per morti, che poi hanno ricominciato ad avere una vita e, re-immessi quando possibile in natura si sono ripresi, con il suo aiuto, una libertà che pareva perduta…

E poi?

E poi ho parlato un po’ anch’io.

Ho parlato del progetto che, con Paola Fazzi…anche lei biologa e sognatrice di professione, stiamo seguendo per il Parco Regionale delle Alpi Apuane, monti meravigliosi e pieni di contrasti, di ombre ipogee e di luce delle vette. Monti che vedono il ritorno del lupo dopo, si calcola, un secolo di assenza!

…mah…che vi devo dire di quel che ho detto…de…non mi sono mica sentito?

Ascoltate voi e poi mi riferirete!

Mi trovate su qualche cresta…fate un fischio e scendo giù!

ML

Nel link sottostante i video della conferenza

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Grobalizzazzione e lo’alismo

16 Ottobre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia, #luoghi da conoscere

Grobalizzazzione e lo’alismo

’Scorta me ber topino...

che te sie’ lì ‘n della tu’ ‘ulla

e, prati’amente e senza offenditi,

ti posso di’ ch’ un capisci ancora ‘n ber segone...

Sa ‘osa ti diranno?! Vesti grossi talentoni, vesti porigrotti della televisione,

vesti lanzi’hennecchi ‘alati e risaliti?! Vesti gèni della stiatta!

Ti diranno ‘om’ e quarmente: “Boia déh! Ocché ‘n si sentirà cche siei toscano?

‘e si ‘apisce bene ‘gni ‘osa ‘he dici...

si ‘apisce vando ridi,

béli,

smoccoli.

Vando letii, vando sie’ ‘untento

vando godi, vando t’ha caato la Befana!

Fra po’o ‘apiranno ver che pènzi!

‘apiranno ‘osa sogni, ver che speri...

‘Ltassentì ber topino...

‘un ti fa buggerà, zia tegame!

‘Un ti fa ‘nfinocchià co’ be’ discolzi!

‘un ti fa mette’ ‘r “Cioè” ‘n bocca

coll’ “Attimino”, ‘r “Pirla” e po’ la “Minchia”!

‘redici ‘nder dimane di Brussellesse

vai a ggiro e dignene che siei ‘taliano e te ne vanti... a vòrte,

siei toscano ‘m po’ poino

e livolnese di mortone!

Anco se sie’ ito‘n mezz’ a’ monti

se ti garba la foresta

se annusi più ‘r muschio mezzo

che ‘r sarmastro...

affacciati a vorte ar tu’ barcone

e bada ver tramonto ‘he un c’ène d’antre parte

cor sole ch’è ‘na rifiolona, rossa ‘ome ‘r nostro ‘ore,

‘r mare ‘he pare ‘na spèra di ‘atrame,

lo sciabordio dell’onde,

bafori e beolini di vecchi risi’atori un po’ rimpi’oniti...

...che digià penzan d’esse’ ‘uropei,

di pote’ pesca’ pratesse ‘nvece de’ ‘rognoli.

Bevano ‘r ponce annacquato ‘he ci rivogano

per facci scorda’ che un ber dì

c’hanno caato cèi ‘n su questo scollio...

E cèo ci vollio schiappà, ber mi’ topino...

E lì la mi’ ‘roce ce la poi piantà,

sta’ siuro...pusitivo...

Grobalizzato forse. Ma lo’armente sotterrato!

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Silenzioso saluto

14 Ottobre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Silenzioso saluto

Goccia su goccia

scivola muta.

Dentro la gemma

mi sento

sentire

…un lieve stupore…

un piccolo tuffo…

che scivola sul cuore,

mi prende

…goccia su goccia

canta in silenzio

un giorno…

grigio immobile

grigio leggero

grigio che sta su tutto

e su tutto sta bene

la pioggia.

Dentro la gemma

si sfuoca

a sparire

…un lieve dispiacere…

un piccolo stupore…

che si tuffa nel cuore,

mi annega

Parlarti quando non c’eri

pensarti se c’eri

regalarti un fiore

baciarti su un angolo

scriverti nel bosco

portarti una poesia

fermarti a pensare,

accompagnarti e

immergermi con te

Guardarti

con tutti gli occhi

che sento dentro

Parlarti

nelle mie lingue

di brezza calda

Accarezzarti i capelli

di paglia umida,

odorosi di mare,

dopo la pioggia.

Dirti che sei stupida

instupidendomi a dirtelo

Arrabbiarmi su uno spigolo

lasciandoti a sorridere

Rincorrerti,

in un campo

minuscolo

di grano giallo,

perderti

Nella pioggia,

grigia,

all’angolo,

invisibile,

fuori fuoco,

fuori tempo,

adesso sorridi.

Sei Bella

e

sei felice.

Oltre la pioggia,

oltre ogni goccia,

ballano

solo lune,

oramai,

nude…

Goccia su goccia

sempre

scivola muta

goccia

su

goccia…

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Smodatamente Aspro&Dolce

16 Settembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Smodatamente Aspro&amp;Dolce

"...in questa locanda si suona Blues... le sue note ti portano a galleggiare sulle nuvole...dove, dall'alto, si riesce a dare una dimensione anche alla Tristezza. Bevete alla mia salute. Tanto. Smodatamente..."

Bevete alla mia salute!

…estinguete quest’ultimo sorso…

Bevete alla mia salute!

di Uomo solo

solitario

quasi perduto…

X stasera

X domani

X l’Ieri

e i giorni che saranno!

Bevete a me!

Alle mie mani sporche

di vene

e fildiferro

Ai miei zoccoli

da muflone

Ai miei occhi di Lupo

che ti bucano

Al mio cuore solo e gonfio di farfalle

spaccato sull’orlo dell’abisso

Bevi x te!

Ragazza…

sarò l’ultimo sogno della notte

che fa sudare e sognare

Bevi x te!

Signora…

sarò la roccia di rughe e pieghe

che vuoi arrampicare

Bevi x te!

Compagna…

sarò il cane Libero pronto a buttarsi nel fuoco

ma che ti sfugge come un lupo

Bevete alla mia salute…

e addio

non “ciao”…

non “arrivederci”…

Bevete alla mia salute…

salite…

e quando sarete in cima

alzate lo sguardo e trovatemi a volare!

Solo

sulla brezza solitaria

Bevete alla mia salute.

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Assolo

14 Settembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #racconto

Assolo

"La Natura è musica e spesso è Rock. Un Rock duro...cattivo, che non da' speranze false e certezze impossibili. E' un Rock onesto... ascoltalo e suona le sue corde il più possibile ragazzo mio..."

Lo zaino è molto pesante, molto pesante anche stavolta; e molto più voluminoso del solito, stranamente squadrato a partire dalla base e culminante con un sottile pezzo di legno liscio, apparentemente troncato all’estremità superiore, troncato con una curvatura elegante, artistica e aggressiva.

Più da vicino si riconoscono sul pezzo di legno sei sottili ombre grigie, corde di metallo via via più fini, da sinistra verso destra, praticamente invisibili da qualche metro di distanza.

Il manico della chitarra svetta fuori dallo zaino, nudo, sovrastando la testa del ragazzo di una decina di centimetri.

La parete si erge davanti al ragazzo e alla chitarra, sopra di essi per circa duecento metri, un triangolo di roccia chiara, annerita qua e là dal recente acquazzone. Spezzoni di corda penzolano da chiodi arrugginiti, residui inutilizzabili di vecchi corsi roccia, di vecchi alpinisti in ritirata; isolate tracce di passaggio in quell’immensità di pietra.

Il ragazzo è immobile alla base della parete, attende; la chitarra è silenziosa, quasi strangolata dai lacci dello zaino; la parete è immobile e silenziosa, neanche una scarica di sassi la solletica, anch’essa sembra attendere qualcosa.

Come se nella vita non avesse fatto altro, il ragazzo si avvicinò alla roccia e cominciò la sua scalata. Lo zaino era, sì, molto pesante, ma dentro non c’erano corde, né chiodi, né martello e moschettoni. Non c’era un berretto o una fascia per il sudore, né una giacca a vento impermeabile. Nello zaino c’erano solo, oltre alla chitarra, un amplificatore da 40 Watt, un cavo flessibile ed una valigetta squadrata, di fabbricazione artigianale, contenente batterie elettrolitiche.

Il ragazzo conosceva bene quella roccia, l’aveva affrontata e vinta già tante volte. Da solo, con gli amici, con suo padre e suo fratello, ed ormai aveva conquistato la sua stima, la parete era sua amica, non meno del manico della chitarra con le sue sei corde. L’unica attrezzatura di cui disponeva erano le sue mani ed i suoi piedi; l’unico consiglio sensato, che ricordava, era di muovere un arto alla volta, mantenendo tre punti d’appoggio fissi. Come a stabilizzare un impossibile piano verticale.

Superò il primo strapiombo, poi il secondo e il terzo; la prima ora, poi la seconda e la terza.

La chitarra sporgeva spavalda dallo zaino, parallela alla parete, come essa svettante e appuntita a trafiggere il cielo. Tra loro, solo, il ragazzo solo, più giovane dei trent’anni che dimostrava, per la barba, i baffi che aveva da tempo, per la spolverata di bianco sulle tempie, per le pieghe intorno agli occhi, spaccature di una parete antica, che aveva già visto tormente di neve e gelo, tramonti accecanti, aurore consolatorie.

Le mani, rotte e sporche, sono ciò che rende simili gli alpinisti e i chitarristi; i polpastrelli sono duri e provocano un rumore strano se tamburellati sul legno, sono insensibili, non provano più né caldo, né freddo, né dolore. Forse per questo riescono a sentire più profondamente, pur nella loro cecità, gli appigli della roccia e la musica che si nasconde dietro corde sottili.

E il cuore; gli alpinisti e i chitarristi hanno anche lo stesso cuore, potente e inclinato di 45°, come quello del camoscio, pronto a pompare sangue all’impazzata, e sensibile di quella sensibilità particolare, che si nasconde e rimane in silenzio.

Ancora un diedro, pochi minuti, prima che il ragazzo giungesse sulla sommità del gigantesco muro su un canalino di erba che portava direttamente alla vetta. Con l’indifferente naturalezza con cui era partito, il ragazzo arrivò in cima: un cumulo di pietre spezzate dalle quali, anche sporgendosi, non riusciva a vedere niente dell’abisso che aveva superato. Alle sue spalle la montagna si presentava come un pendio erboso che, più o meno dolcemente, divallava incontro a boschi scuri di latifoglie.

Il ragazzo prese la chitarra, l’amplificatore, la batteria portatile e, mentre lo zaino vuoto si afflosciava nell’erba, suonò.

Suonò come se dovesse arrampicarsi su un’altra parete, come se dovesse superare un altro ostacolo; un ostacolo dopo un altro da affrontare, una parete dopo l’altra da scalare, un manico di chitarra da percorrere incessantemente avanti e indietro, dai bassi agli alti, cambiando di continuo tonalità.

Ma si sentiva stanco e mentre le dita scorrevano velocemente verso il fondo del manico, il suono echeggiava nell’immobilità dell’aria stridulo e distorto. E triste. Triste come un lamento o un urlo di una bestia ferita, di un dinosauro che da secoli viveva su quella scaglia di roccia.

Le note si rincorrevano accavallandosi e la montagna tutta stava in silenzio, come ad ascoltare quel lamento così estraneo, ma così familiare, quell’urlo carico di angosce, di cose non dette, di discorsi pensati per mesi e poi mai affrontati, di sogni svaniti puntualmente, quell’urlo carico di ricordi di persone amate solo con un silenzio vigliacco e poi sparite senza aver avuto nemmeno il tempo di salutarle.

La montagna ascoltava il lamento del ragazzo e della chitarra, amaro come l’odore dell’ozono nell’aria prima del temporale, amaro come l’acqua nelle cavità dei tronchi dopo il temporale.

E dal cielo plumbeo, carico di nubi, neanche un raggio di sole.

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Quello che aspetta (a metà strada)

10 Agosto 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #racconto

Quello che aspetta (a metà strada)

Fa caldo e il sole illumina la lunghissima spiaggia solitaria. A metà, tra la battigia e le dune dell’entroterra, c’è solo il ragazzo, sdraiato su un asciugamano, pancia a terra schiena rivolta verso il cielo; sta lì, appoggiato sui gomiti, con le gambe incrociate e un po’ sollevate dalla sabbia.

Sta lì e aspetta.

Alle sue spalle un oceano piatto e immobile, silenzioso, segna il confine dell’Infinita Tristezza, infinita perché l’enorme mare scavalca anche il lieve orizzonte continuando con un cielo ugualmente immobile, ugualmente pallido, come in un continuo gioco a farsi il verso.

L’Infinita Tristezza scavalca il ragazzo sdraiato sulla spiaggia addentrandosi verso il mondo, come per avvolgerlo, senza volerlo, nella sua calma paralizzante. Ma il ragazzo guarda dall’altra parte, dove un breve cordone di dune coperte da ciuffi di giunchi precede la foresta rigogliosa dell’Infinita Felicità, distesa a perdita d’occhio di alberi sempreverdi interrotta qua e là da esplosioni colorate, macchie di fiori dei quali, ogni tanto, arriva anche il profumo. Profumi dolci dai nomi esotici che è impossibile ricordare.

Il ragazzo, mento tra le mani e gomiti appoggiati a terra, guarda verso l’Infinita Felicità, con occhi pazienti dal loro fondo, e aspetta.

Ma che cosa?

Aspetta una ragazza riccioluta, una ragazza con lunghi capelli ricci; la aspetta per ragioni sue, forse si sono dati appuntamento lì, oppure l’aspetta perché crede che la vita sia un gioco, la aspetta per avere anche solo un pezzettino dell’Infinita Felicità che si estende davanti a lui: qualche granello di polline sulle spalle di lei, o un fiore tra i suoi capelli, o un filo d’erba in bocca...

Fa caldo, dense gocce di sudore si formano nell’incavo del collo e scorrono lentamente verso il petto quasi in continuazione.

La spiaggia è solitaria, a parte il ragazzo sdraiato...o comunque lo sembra, ma la realtà è diversa!

Da dietro un poggetto sabbioso tre bambine sbucano fuori, evidentemente sono anche loro convinte di essere sole perché, appena notato il ragazzo, si bloccano interdette ed incuriosite. Sono tre bambine bionde, una più grande è probabile che sia la sorella maggiore e richiama seccamente una delle piccole che si accingeva ad avvicinarsi al ragazzo...

...finché la Curiosità prevale sulla Prudenza ed è proprio la bambina più grande a parlare con uno strano accento pieno di consonanti aspre:

Zalve!” le due sorelline, come ombre leggere, le stavano attaccate alle gambe e guardavano il ragazzo con occhietti svelti da donnole.

“Ciao bambine”

Zcusa, no hai mika visto pazare di kua un topolino? L’ha perzo mia zorela Ruth, lei perde zempre tutto!”.

Ruth, la bambina attaccata alla gamba destra, rivolse un breve bianchissimo sorriso al ragazzo, che lo ricambiò, prima di far scomparire il viso contro la coscia della sorella maggiore.

“No, mi spiace, non ho visto nessun topolino. A dirla tutta non ho visto niente! Siete voi le prime a passare da qui!”

E’ molto ke zei arrivato?

“Mha?! Quasi non me lo ricordo! Un po’ di tempo sarà passato...”

Kome mai stai kui tutto da solo?

“Sto aspettando...”

Ke palle! Non ti annoi a non fare niente kosì? Ki azpetti?

“Aspetto una ragazza riccioluta.”

E’ la tua fidanzata?

“No bimba, è solo una ragazza riccioluta!”

Ma è bella almeno?

“Oh sì! Certo che è bella!”

Vabbè...allora buon azpetto...se vedi un topolino magari rikiamaci. Cia’!

“Ciao bimbine! Buona Fortuna!”

Le tre sorelline si allontanarono; Ruth, ancora con la faccia premuta contro la coscia della maggiore, fece risuonare una voce squillante:

Kohopriti la skiena karino! Se ti zkotti...ohi ohi! Zo’ dolori!

“Grazie del consiglio...se lo rammento lo farò certamente!”

Il ragazzo rispose agitando la mano mentre le tre piccole figure diventavano sempre più irriconoscibili per la lontananza e la calura.

Poi tornò ad appoggiarsi sui gomiti, lo sguardo dritto di fronte a sé...

Omaaar! Omaaaaaaaaaaaaa.....

Che la spiaggia non fosse proprio solitaria il ragazzo lo capì subito dopo, ascoltando queste strilla, non esattamente umane, per un bel po’...prima che apparisse la loro proprietaria...

..una grassona in due pezzi, tutta rubiconda e accaldata, con un ridicolo cappellino a cuffietta ed una borsa da mare di esime dimensioni. L’ira, o comunque le rumorose attenzioni della donnona, erano rivolte ad un bimbetto secco secco...che forse era...incredibilmente suo figlio!

Questo la precedeva, con corsettine isteriche e repentine frenate, sulla battigia; ogni tanto fermandosi a guardare qualcosa sulla sabbia, animaletti o quant’altro, che, manco a dirlo, finivano puntualmente schiacciati dal simpatico pargolo.

Omaaar! Omaaaaaaaaaaaaa....smettila di stiacciare i paguri! Occosa t’hanno fatto? Povere beschie! Smettila Omar! T’ho detto di finilla! Malidetta la tu’ razzaccia ‘nfame! Tò!.

Il ragazzo fu per forza attirato da quella scena comica:

“Buongiorno signora” disse più per gentilezza che non per farsi notare.

Aihò! Chi è?! Ohi-ohia giovane! Mi scusi! Ull’avevo mi’a vista! Manca po’o mi fa venì ‘n coccolone!”

“In tal caso mi scusi lei signora!”

No no...guardi...è per via di ver bimbo...natodancane! Mi fa ammattì!

Omaaar! Omaaaaaaaaaa....! Vieni vi c’è un sinniore sempati’o! Vieni vi delinguente! ‘R tegame di tu ma’ e ‘r becco di tu pa’ poròmo!

Omar, il natodancane, la guardò con aria ebete per qualche secondo...poi tornò, come se nulla fosse, alla sua occupazione principale. Schiacciare i paguri!

Poi ti rovino...vai!

Dé...ma vardi va! Mi deve di’ un po’ poino lei ‘ome si fa?! Mi fa scorda’ di tutto ver bimbo!....

...Ah...’nfatti...meno male ho trovato lei...no perché ci siemo perzi...si doveva anda’ ar bannio...aspetti...’r Bannio Solleone....Mare e Sole?!Bho! Lei che è der posto ‘un saprebbe mi’a...

“No, mi dispiace, ma non sono della zona, sono qui ad aspettare...e basta!”

Boia dé! Di grazia! O cchi aspetta....’R Papa?!

“Aspetto una ragazza riccioluta.”

Vai...borda! La sua signorina?

“No signora...è solo una ragazza riccioluta.”

Ssì ssì...è bellina m’immagino...

“Oh sì! Certo che è bella!”

Ovvia beato lei! Che le devo di’! Arrivederla e saluti alla bimba!

Omaaar! Omaaaaaaaaaaa....!

‘nna ‘ane! Stramalidetto tu sii ‘n eterno...tu stiantasse...ora ti vergo...

La cicciona si allontanò imprecando contro l’innocente che si era già avviato di corsa sulla lunga spiaggia. Sempre più sudata e accaldata anche la corpulenta forma si perse, dopo un po’...

Il Tempo a volte è un elastico, o una gomma da masticare usata, lo allunghi a tuo piacere e quasi non si rompe, spesso si deforma e non torna più come prima (non torna MAI come prima), però non si rompe!

Così...o all’incirca così...o per niente così...pensava il ragazzo sdraiato sulla pancia sopra un asciugamano; su una lunghissima spiaggia a metà strada tra l’Infinita Tristezza e l’Infinita Felicità.

E stava appoggiato sui gomiti; e aspettava.

Da lontano il verso di un invisibile beccapesci rompeva il silenzio, per il resto l’Infinita Felicità era sempre rigogliosa, l’Infinita Tristezza sempre tenue; il ragazzo sempre a metà, con occhi pazienti dal loro fondo.

Ecco qualcun altro! Il ragazzo lo notò quando era ancora lontano: un uomo, un omino calvo con un ampio torace peloso che trascinava dietro di sé un bastone, tipo un manico di scopa, lasciando un solco ondulante nella sabbia...e un cane, l’uomo era affiancato da un cane, uno di quelli piccoli che abbaiano sempre per nulla.

L’omino e il cane si avvicinarono al ragazzo sdraiato con passo spedito, lungo una linea retta che solo loro vedevano. Quando ormai il ragazzo credeva che i due lo superassero senza degnarlo di un cenno, l’omino si bloccò:

Felice di vederLa giovine!

“Buongiorno a lei buon uomo!”

L’omino e il cane si misero davanti a lui (tra lui e l’Infinita Felicità) come se fossero sull’attenti. L’omino teneva il manico di scopa come un’alabarda da guardia svizzera. Cominciò a parlare:

Splendida giornata nèvvero? Sì, veramente ottima! Un bel sole sfavillante per forgiare le membra! Un bel caldo soffocante per ricordarCi che niente nella vita si ottiene senza sudare e combattere! Una bella sabbia rovente per indurirCi la pianta dei piedi...

Il cane guardava l’omino con la testa inclinata da una parte ed un’espressione tra lo stupito, per le frasi futili che il padrone andava ancora ripetendo, e l’interessato...ma con un interesse sicuramente di convenienza...

Il ragazzo ascoltava e non ascoltava quello sproloquio, ogni tanto intercalava con qualche “...eh sì...ha proprio ragione...perbacco!...ma certo!...”, quasi quasi rimpiangeva l’incontro con quel logorroico ed autoritario vecchietto.

Bravi bravi giovini! Coltivate fisico e mente per il mondo di domani!...comunque anche quello di ieri e di ieri l’altro non era male...è l’oggi che fa schifo!

A proposito, Lei, così solitario, cosa ci fa su questa spiaggia?

“Sto aspettando...”

Ahi ahi! Aspettare non è una bella tattica! Bisogna andare sempre all’attacco! Aggredire il nemico!

Comunque, se mi permette, chi aspetta?

“Aspetto una ragazza riccioluta.”

Bravo! Bisogna essere sempre galanti con le donne e arrivare co-stan-te-men-te in an-ti-ci-po!

Ma, mi scusi ancora, è la Sua ragazza questa Signorina?

“No signore, è solo una ragazza riccioluta.”

Bhè, speriamo che non tardi tanto, questa ragazzina ricciolina! In quegli anni, quando ero giovine, la puntualità era un do-ve-re! Mica un “opscionals”!

Bene! Ma ora La lascio alla compagnia della...bella...si può dire? Sarà di sicuro bella!

“Oh sì! Certo che è bella!”

Bravi! Braaaviiii!

Il cane guardò il ragazzo ed abbaiò, come volevasi dimostrare, per niente.

ArrivederLa giovine!

E se ne andò. Con il cane.

In un batter d’occhio la spiaggia era di nuovo splendidamente solitaria, solo un leggero solco ondulante si perdeva in lontananza. Confine aleatorio.

E ancora il Tempo si allunga e si deforma e sfugge di mano. E gioca per conto proprio come un bambino attaccato a un aquilone...

All’improvviso un’ombra calò sul ragazzo sdraiato e lo fece trasalire. Era lì, in attesa, contemplando alberi e fiori a perdita d’occhio, aspettandone un pezzettino anche per sé (solo un pezzettino...per piacere...), quando un nero in tuta da ginnastica con un borsone di tela gli si parò davanti:

Buongrn capo! Compra qualcosa! Tuto bèlo non è caro! Te lo dice Abdul!

“Ciao Abdul. Sono certo che sei fornitissimo e onestissimo...ma non mi ci vuole nulla! Praticamente non ho niente, ma questo forse mi basta...”

No capo. Tu no hai capito. Il vecchio Abdul è un mercante speciale...

Tirò giù il borsone davanti a lui e, prima che potesse fermarlo con un cenno, lo aprì facendo uscire un oggetto abbastanza strano...se non si è preparati o abituati...

Una pallina di pelo irsuto dalla quale sporgevano due ridicole gambette rachitiche ed un nasone roseo e rivolto verso il basso.

Abdul si passò la palletta pelosa sul palmo della mano ed essa, non senza qualche difficoltà, gli si arrampicò lungo il braccio andando a sedersi sulla spalla; come un pappagallo parlante...ma zitto!

Abdul è mercante di Sogni capo. Merce rara al giorno d’oggi! Abdul ti fa prezzo bòno! Se no ti va questo...io stiaccio!

E dette uno schiaffo al Sogno, che non aveva avuto neanche il tempo di spostarsi e scoppiò nel nulla con un urlettino stridulo...

Abdul ha milliaia e milliaia di sogni da venderti capo. Con un piccolo sforzo tu stare mellio!

Il mercante di Sogni sussurrò quest’ultima frase sotto voce, come rivolgendosi ad un’amante. O meglio, come ci si rivolge all’amante durante il Sogno...

Ma il ragazzo conosceva benissimo la merce di Abdul; quante volte aveva nutrito, coltivato, fatto crescere e poi schiacciato senza rimpianti Sogni simili a quelli che ora gli venivano mostrati! Era diventato un esperto in quel campo!

Ed ora che i Sogni erani venduti, scambiati, barattati. Ed ora che solo la tristezza era gratis...lui era rimasto praticamente senza niente...né gli uni né l’altra. Abbondava solo di attesa.

Il ragazzo abbassò gli occhi sulla sabbia. Quegli occhi così pazienti dal loro fondo...

Ho capito capo, non dire niente”, parlò ancora Abdul il mercante, “Tu no hai bisogno dei miei Sognetti economici, tu ne hai già uno grande come il mare!

“Non ti sbagliare Abdul...”, cominciò a replicare il ragazzo, ma fu interrotto.

Non mi sbaglio capo, questi occhi vecchi vedono lontano...dove tu sei cieco! Non mi resta che andarmene ed augurarti solo tanta Buona Fortuna.

Detto ciò, così come era arrivato il nero se ne andò, sparì. Ed ancora il ragazzo non aveva sollevato lo sguardo dalla sabbia...

Ma, allora, se si può (si deve) ancora sognare... ci sono dei confini? Dov’è la Felicità? Quando arriva? Dov’è la Tristezza? Quand’è che se ne va? Perché non si può scendere dall’auto in corsa? Perché i nostri pezzi di vetro conficcati nei piedi non fanno più neanche male?

E’ passato un po’ di tempo e il ragazzo è ancora sdraiato sul suo asciugamano, sulla spiaggia solitaria, con il mento tra le mani ed i gomiti appoggiati a terra. Davanti a lui l’Infinita Felicità, dietro a lui l’Infinita Tristezza, lui sta in mezzo (nella comoda Terra di Nessuno). Adesso i suoi occhi sono chiusi sul volto rilassato, sembra che stia pensando con serenità a tutto ciò che è stato e non è stato mai.

Ma eccola! Eccola che sta arrivando, sta fermando la sua bicicletta a ridosso di una duna, non ne è ancora scesa che già ha iniziato a parlare con la sua voce nell’aria cristallina:

Ciao! Allora?! Scusami per il ritardo! Devo aver fatto proprio veramente tardi abbestia!...ma ho avuto da fare un sacco di cose: ho lavorato, ho studiato, sono andata in bici (come vedi), ho preso la laurea, ho lavorato dell’altro, ho dato da mangiare al cane, al gatto, al cardellino; ho raccolto pinoli in pineta, sono andata a mangiare una pizza, poi sono andata a ballare e a giocare a biliardo, mi sono sposata, ho divorziato, mi sono risposata, nel frattempo ho anche fatto un bambino e uno l’ho adottato, poi mi hanno licenziata e mi hanno assunta da un’altra parte, e, sai, ho trovato pure una vagonata di planarie! Mi sono comprata la macchina nuova, ho fatto un incidente, ma non mi sono fatta nulla; ho sotterrato cane e gatto, ho ri-divorziato e mi sono detta “il matrimonio non fa per nessuno...avevo ragione quando ero giovane...”...Ma scusami, sto parlando solo io! Oh te?! Qui tutto solo soletto? Cosa hai fatto di bello?

La ragazza riccioluta, che non era più una ragazza, aveva sempre dei lunghi bei capelli, dei lunghi e candidi riccioli che le ricadevano sulle spalle.

Il ragazzo sdraiato aveva pure lui dei lunghi candidi riccioli che ricadevano sulle spalle, sui gomiti appoggiati a terra, sulle mani con cui reggeva il mento colonizzato da una spinosa e folta barba bianca. I suoi occhi erano chiusi e non potevano vedere la ragazza riccioluta, ma non l’avrebbero comunque potuta guardare, così come da tempo non vedevano più l’Infinita Felicità che, rigogliosa, si estendeva ancora a perdita d’occhio.

Lui non l’aveva sentita arrivare, non l’avrebbe sentita andar via.

La ragazza riccioluta si mise a sedere accanto al ragazzo, sull’asciugamano, ora in silenzio insieme a lui; i loro capelli si mescolarono almeno stavolta, come ondeggianti e sottilissimi fili di seta di una stessa maglia.

La ragazza riccioluta guardava il vecchio ragazzo con un’espressione seria sul viso, accarezzandogli piano i capelli di seta; poi si fissò le mani e le vide pallide, con un intreccio di vene bluastre e di macchioline, ma, attraverso il bordo irregolare e tormentato delle unghie, vide anche le mani sottili e leggere di una ragazza che era stata, che si era dimenticata di essere stata e di essere. Una ragazza con folti capelli, con folti riccioli illuminati dalla luce del sole.

La ragazza riccioluta guardò il ragazzo sdraiato sull’asciugamano.

Il Tempo era passato tutto quanto insieme e lei non se ne era neanche accorta.

M. L.

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... come l'amore

4 Agosto 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

... come l'amore

Arriva dal buio che ci appartiene

come l'ululato di notte

a indicarci una strada nuova

Appare nella pioggia,

l'arcobaleno sospeso,

a colorare quanto di grigio c'è

E' improvviso come il baleno

il falco

l'ondata alle spalle

una pacca sulle spalle

il fischio del treno

Una faina davanti al flash

Un regalo davanti a un bimbo felice

Un mazzo di fiori che non aspetti

Ma viene lentamente

diventa grande col tempo

Una luna piena

tra brandelli di nuvole

Il sole che sorge,

raggio a raggio,

dall'aspra cresta

Soffice e gentile

come il fiore che sboccia

la mattina

come la mattina lenta e tiepida

d'estate

come l'estate che non passa

lungo mare

Come il mare che si muove

arriva

ti bagna

se ne va

...

arriva

ti solletica i piedi

se ne va

...

arriva

ti profuma di sale

se ne va

...

si muove

arriva

se ne va

Ma c'è sempre:

la notte mentre dormi,

poi ti svegli,

e c'è.

Ti volti, sorridi abbassi gli occhi,

ti volti per giocare

ma lui c'è.

Te ne vai, corri veloce,

via! risali i monti le valli

dalla cima...lui c'è...

E' la brace

dell'ultimo fuoco

nella sera

Che dorme con te

E si sveglia grazie a te

E' lume e

calore

da tenere stretto

tra il cuore

e il resto

in questa

fredda bufera...

M.

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Più brillanti di stelle

21 Aprile 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Più brillanti di stelle

Siamo stati mostri marini

a vagare nel buio,

lumini tremolanti

in caotici abissi.

Nascosti

alle nostre deformità…

Siamo stati pazzi Diogene

a cercare, lanterna alla mano,

lo sfacelo dell’uomo…

…tra le nostre incapacità…

Siamo stati fari pulsanti

nell’orrenda tempesta

a segnare strapiombi

salati di lacrime

per fantasmi di navi lontane…

Siamo stati led nella notte,

oscuri nell’oscuro

fulmini rotti,

malati infra-rossi,

invisibili a tutti…

Siamo stati lampi al magnesio

bruciati da Soli impotenti,

ultra-violenti.

Da raggi improvvisi

derisi…

Siamo stati nel buio del bosco

da soli tra alberi amici,

nascosti come piccole bestie.

Ombre fra le ombre

lunghe

infinite

di continui tramonti…

Siamo stati da soli nel buio,

immobili,

per non disturbare,

tra la paura

e la speranza

di una sola carezza…

Siamo stati inutili cristalli

come diamanti

nella roccia profonda,

come lava bollente

che forgia piccoli Dei,

come fari blu

di auto in fila

nella notte.

Siamo stati:

ombre vaganti nell’oscuro…

Siamo stati:

lampadine intermittenti nei riverberi…

…barlumi invisibili…

…brandelli di tenebra…

Ora cosa siamo?

Noi siamo lucciole!

Più brillanti di stelle

troppo distanti

per essere vere.

Appuntate come spilli

a cieli di cartone.

Noi siamo lucciole

cadute nell’erba!

Spossate

dal tanto lampeggiare

dal tanto segnalare

dal tanto cercare…

Siamo Anime

Insieme approdate

a una spiaggia di ciottoli.

A cui ora e solo ora,

all’orizzonte,

il Mare lucente

di nuovo

appare…

ML
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