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Assolo

14 Settembre 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #racconto

Assolo

"La Natura è musica e spesso è Rock. Un Rock duro...cattivo, che non da' speranze false e certezze impossibili. E' un Rock onesto... ascoltalo e suona le sue corde il più possibile ragazzo mio..."

Lo zaino è molto pesante, molto pesante anche stavolta; e molto più voluminoso del solito, stranamente squadrato a partire dalla base e culminante con un sottile pezzo di legno liscio, apparentemente troncato all’estremità superiore, troncato con una curvatura elegante, artistica e aggressiva.

Più da vicino si riconoscono sul pezzo di legno sei sottili ombre grigie, corde di metallo via via più fini, da sinistra verso destra, praticamente invisibili da qualche metro di distanza.

Il manico della chitarra svetta fuori dallo zaino, nudo, sovrastando la testa del ragazzo di una decina di centimetri.

La parete si erge davanti al ragazzo e alla chitarra, sopra di essi per circa duecento metri, un triangolo di roccia chiara, annerita qua e là dal recente acquazzone. Spezzoni di corda penzolano da chiodi arrugginiti, residui inutilizzabili di vecchi corsi roccia, di vecchi alpinisti in ritirata; isolate tracce di passaggio in quell’immensità di pietra.

Il ragazzo è immobile alla base della parete, attende; la chitarra è silenziosa, quasi strangolata dai lacci dello zaino; la parete è immobile e silenziosa, neanche una scarica di sassi la solletica, anch’essa sembra attendere qualcosa.

Come se nella vita non avesse fatto altro, il ragazzo si avvicinò alla roccia e cominciò la sua scalata. Lo zaino era, sì, molto pesante, ma dentro non c’erano corde, né chiodi, né martello e moschettoni. Non c’era un berretto o una fascia per il sudore, né una giacca a vento impermeabile. Nello zaino c’erano solo, oltre alla chitarra, un amplificatore da 40 Watt, un cavo flessibile ed una valigetta squadrata, di fabbricazione artigianale, contenente batterie elettrolitiche.

Il ragazzo conosceva bene quella roccia, l’aveva affrontata e vinta già tante volte. Da solo, con gli amici, con suo padre e suo fratello, ed ormai aveva conquistato la sua stima, la parete era sua amica, non meno del manico della chitarra con le sue sei corde. L’unica attrezzatura di cui disponeva erano le sue mani ed i suoi piedi; l’unico consiglio sensato, che ricordava, era di muovere un arto alla volta, mantenendo tre punti d’appoggio fissi. Come a stabilizzare un impossibile piano verticale.

Superò il primo strapiombo, poi il secondo e il terzo; la prima ora, poi la seconda e la terza.

La chitarra sporgeva spavalda dallo zaino, parallela alla parete, come essa svettante e appuntita a trafiggere il cielo. Tra loro, solo, il ragazzo solo, più giovane dei trent’anni che dimostrava, per la barba, i baffi che aveva da tempo, per la spolverata di bianco sulle tempie, per le pieghe intorno agli occhi, spaccature di una parete antica, che aveva già visto tormente di neve e gelo, tramonti accecanti, aurore consolatorie.

Le mani, rotte e sporche, sono ciò che rende simili gli alpinisti e i chitarristi; i polpastrelli sono duri e provocano un rumore strano se tamburellati sul legno, sono insensibili, non provano più né caldo, né freddo, né dolore. Forse per questo riescono a sentire più profondamente, pur nella loro cecità, gli appigli della roccia e la musica che si nasconde dietro corde sottili.

E il cuore; gli alpinisti e i chitarristi hanno anche lo stesso cuore, potente e inclinato di 45°, come quello del camoscio, pronto a pompare sangue all’impazzata, e sensibile di quella sensibilità particolare, che si nasconde e rimane in silenzio.

Ancora un diedro, pochi minuti, prima che il ragazzo giungesse sulla sommità del gigantesco muro su un canalino di erba che portava direttamente alla vetta. Con l’indifferente naturalezza con cui era partito, il ragazzo arrivò in cima: un cumulo di pietre spezzate dalle quali, anche sporgendosi, non riusciva a vedere niente dell’abisso che aveva superato. Alle sue spalle la montagna si presentava come un pendio erboso che, più o meno dolcemente, divallava incontro a boschi scuri di latifoglie.

Il ragazzo prese la chitarra, l’amplificatore, la batteria portatile e, mentre lo zaino vuoto si afflosciava nell’erba, suonò.

Suonò come se dovesse arrampicarsi su un’altra parete, come se dovesse superare un altro ostacolo; un ostacolo dopo un altro da affrontare, una parete dopo l’altra da scalare, un manico di chitarra da percorrere incessantemente avanti e indietro, dai bassi agli alti, cambiando di continuo tonalità.

Ma si sentiva stanco e mentre le dita scorrevano velocemente verso il fondo del manico, il suono echeggiava nell’immobilità dell’aria stridulo e distorto. E triste. Triste come un lamento o un urlo di una bestia ferita, di un dinosauro che da secoli viveva su quella scaglia di roccia.

Le note si rincorrevano accavallandosi e la montagna tutta stava in silenzio, come ad ascoltare quel lamento così estraneo, ma così familiare, quell’urlo carico di angosce, di cose non dette, di discorsi pensati per mesi e poi mai affrontati, di sogni svaniti puntualmente, quell’urlo carico di ricordi di persone amate solo con un silenzio vigliacco e poi sparite senza aver avuto nemmeno il tempo di salutarle.

La montagna ascoltava il lamento del ragazzo e della chitarra, amaro come l’odore dell’ozono nell’aria prima del temporale, amaro come l’acqua nelle cavità dei tronchi dopo il temporale.

E dal cielo plumbeo, carico di nubi, neanche un raggio di sole.

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