Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)
Post recenti

Visitando Lisbona

6 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

Visitando Lisbona

Una città grande e piccola a un tempo, si stende su erte colline e improvvise discese presentando al visitatore attento un paesaggio romantico e malinconico, alternando scorci panoramici da mozzare il fiato a quartieri nuovissimi e moderni. Una città vecchia e contemporaneamente viva che ti fa sentire subito a casa, che ti lascia un ricordo intenso e un forte desiderio di tornarci. Quando te ne vai sorvolando l'estuario del Tago ti sembra ancora di sentire le note del fado, il canto più dolce e struggente che hai mai ascoltato. Una musica che si sposa con la storia di un piccolo paese divorato dall’immensità dell’oceano e che, come scrisse il poeta portoghese Fernando Pessoa, esprime: “La stanchezza dell’anima forte, l’occhiata di disprezzo del Portogallo a quel Dio cui ha creduto e che poi l’ha abbandonato.”

Adagiata sulla riva destra dell’immenso fiume Tago, Lisbona da secoli incanta chi approda alle sue rive. La sua dolce e pacata tristezza sono il suo fascino, la sua intensa vita notturna, il suo carattere popolare, ma fiero e indomito, la rendono una delle città più suggestive e al tempo stesso più difficili da capire. Non basta chiudersi in un museo o aspettarsi semplicemente di girarla: Lisbona bisogna viverla, camminare tra i vicoli dell'Alfama per scoprire di sentirsi come a casa, in uno dei tanti quartieri storici delle nostre città. Le salite e le discese con le scalette, le stradine in cui a stento passa una macchina, il castello coi merli in cima alla montagna, mi hanno ricordato Campobasso in cui ho vissuto tanti anni. L’Alfama, è il quartiere più antico della capitale portoghese, ha resistito anche al terribile terremoto del 1755 che distrusse gran parte della città. Un meraviglioso colorato e rumoroso intrico di strade strette, vicoletti acciottolati (becos), salite e discese ripide, vecchi negozi e localini caratteristici. La collina dell’Alfama si estende tra il Castello di Sao Jorge e il fiume Tago che sfocia poi nell’Oceano Atlantico. E' la zona più panoramica di Lisbona, ricca di “miradouros“, i nostri belvedere, ovvero di splendide terrazze vista mare che si affacciano sui tetti di palazzi antichi. Palazzi e piazzette coloratissimi decorati da azulejos le tipiche maioliche portoghesi con l’azzurro, il giallo e il verde acqua marina, come toni dominanti. Spianate dalle quali si può gustare estasiati una splendida vista della città assolutamente imperdibile. Sono bellissimi e meritano senz’altro una visita la Cattedrale di Lisbona, la chiesa di Sant’Antonio da Sé, il monastero di Sao Vincente da Fora e il suddetto Castello di Sao Jorge che offre tra i suoi merli una delle viste più belle di Lisbona e un cortile ombreggiato da pini, con prati verdi dove riposare e godere il sole, mentre pavoni liberi fanno la ruota e passeggiano tra i turisti. Dietro la chiesa di San Vincenzo si svolge ogni sabato la “Feira da ladra” un grande, variopinto mercato delle pulci tutto particolare dove scovando tra inutili cianfrusaglie si possono trovare anche interessanti libri antichi, vinili, scarpe fatte a mano, fotografie, orecchini, stracci, orologi, specchi e quanto di più strano si possa immaginare di vedere tra una enorme distesa di bancarelle gestite da un altrettanta variopinta umanità che va dalle studentesse che vendono abiti dismessi per racimolare qualche soldo, ai ladruncoli che cercano di smaltire la refurtiva. Per completare la visita a questo quartiere popolare dall’aria dimessa ma ricco di sorprese, non poteva mancare una serata ad ascoltare il fado in un locale caratteristico in compagnia di un buon bicchiere di porto. Il fado (dal latino “fatum”, destino) rappresenta la canzone popolare portoghese ispiratrice di un profondo e intimo sentimento di struggimento e malinconia: “la saudade.” Una sensazione di cocente nostalgia dovuta alle partenze, ai viaggi lontani, a un amore perduto o a un triste destino al quale non si può sfuggire. Un sentimento che pervade la cultura portoghese ed è palpabile visitando la capitale in cui il fado risuona ovunque nelle vecchie stradine. E' facile infatti sentirne le note provenire dall'androne di un palazzo antico e scoprire che nel cortile interno una ragazza canta sola con la sua chitarra ricordando la grande Amalia Rodriguez, famosa interprete di queste canzoni. Impossibile non cedere alla tentazione di fare un giro col caratteristico tram 28, tutto giallo e dagli interni in legno, anche se i residenti lo sconsigliano perchè pieno di borsaioli a caccia di portafogli dei turisti. Dal finestrino si vedono scorrere i quartieri più antichi e suggestivi della città, affrontando salite che risulterebbero difficili anche a piedi e si scoprono a ogni angolo gli empori, le lanterne in ferro battuto e le case con i panni stesi e tutto sembra così vicino da poterlo toccare. Mentre il tram serpeggia lungo le stradine secondarie di Graça, si possono scorgere le graziose guglie gemelle della chiesa de Sao Vicente de Fora e mentre si scende guardando dal lato sinistro appaiono le vedute fugaci del mosaico dei tetti rossi di Alfama, anche se stupiti e sorpresi dal continuo mutare dei panorami non può sfuggire la presenza improvvisa di ragazzi che si aggrappano pericolosamente alle porte del tram per evitare di salire e pagare il biglietto. Dalle strette vie del centro storico, all'aperta e spaziosa visuale che Praça do Comércio offre sull'estuario del Tago, i monumenti, le tombe, il suggestivo e moderno ponte del 25 aprile, il lungomare di Belem, con la sua fortezza protesa a difesa della città, Lisbona è tutta da vedere, ma il tempo scorre e i giorni della vacanza sono finiti troppo in fretta, lascio qui un pezzo del mio cuore, ma parto contenta immaginando mia figlia che si aggirerà fra questi quartieri e come una cantilena parlerà il portoghese con gli ospitali abitanti godendo del sole e del clima atlantico...a presto.

Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Visitando Lisbona
Mostra altro

Il posto dei vergognosi e il talento

5 Luglio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Il posto dei vergognosi e il talento

Claire mi dice sempre: “Ma, secondo te, quello è fobico? Possibile che abbia così tante ragazze? Possibile che esca tutte le sere? Naaa.”
La fobia sociale è una sola, ma ognuno è fobico a modo suo, ognuno è se stesso, secondo il suo vissuto, l’ambiente, le abitudini e in una stessa famiglia un figlio nasce fobico e l’altro no. Sappiamo che è un problema di corteccia frontale.

"Analizzando gli elettroencefalogramma (EEG) dei bambini che presentavano IC era emerso in essi una maggiore attivazione della Corteccia Frontale Destra. La Corteccia Frontale è una parte del cervello che gioca un ruolo importante nella regolazione e nell’espressione della paura e delle altre emozioni: in particolare la parte destra della corteccia dimostra una maggiore attività durante le emozioni negative provate dal soggetto (rabbia, paura), mentre quella sinistra risulta essere più attiva durante l’elaborazione di emozioni positive (interesse, gioia). Per comprendere il motivo per cui questo dato risultava interessante dobbiamo precisare che la attività della Corteccia Frontale è strettamente collegata al ruolo dell’amigdala: questa parte del cervello, che deve il suo nome alla parola greca “mandorla” data la sua forma, controlla le emozioni come la paura, monitorando gli stimoli percepiti nel mondo esterno, rilevando eventuali pericoli e attivando, in caso di necessità, le risposte comportamentali e i cambiamenti fisiologici dell’organismo adatti per rispondervi. L’amigdala filtra gli stimoli provenienti dall’esterno, attivando l’organismo esclusivamente per stimoli ritenuti pericolosi. Ciò che permette il corretto funzionamento di questo “filtro” è un neuromodulatore, cioè una sostanza che regola le trasmissioni tra i neuroni, chiamato GABA: se questo non è presente in quantità sufficienti o non funziona come dovrebbe, alcuni stimoli risulteranno al soggetto pericolosi pur non essendolo. L’amigdala è inoltre influenzata dalla concentrazione di serotonina, un’altra sostanza legata al funzionamento dei neuroni, e a sua volta condiziona la presenza nel flusso ematico di cortisolo, un ormone rilasciato dalla ghiandola surrenale. Basse concentrazioni di serotonina nell’amigdala diminuiscono la presenza di GABA, aumentando la possibilità di manifestazioni ansiose; di conseguenza l’attivazione dell’amigdala induce la produzione di cortisolo, che ha lo scopo di mobilitare le risorse dell’organismo nel breve periodo di necessità per rispondere allo stress. Le persone che già nell’infanzia presentano IC sono caratterizzate di fatto da un maggiore livello di cortisolo salivare al mattino, da un ritmo cardiaco elevato, e crescendo, anche da una maggiore dilatazione pupillare nei momenti di esame o di prova, rispetto ai loro coetanei che non si dimostrano timidi o ritirati. E’ possibile ipotizzare dunque che coloro che svilupperanno ansia sociale abbiano vere e proprie differenze neurobiologiche rispetto a chi non è predisposto a sviluppare questa patologia. Possono presentare ad esempio problemi nei meccanismi di selezione degli stimoli ritenuti pericolosi, avendo una soglia molto bassa (difficoltà nella fase di input), o avere un’attività disfunzionale dell’amigdala (problemi nei processi legati alla paura) o attivare risposte comportamentali non proporzionali allo stimolo (ad esempio un aumento esagerato del rilascio del cortisolo, un forte aumento del battito cardiaco davanti a stimoli nuovi, una salivazione esagerata).

Questo brano è tratto da un interessante articolo sull'argomento che trovate qui

Perché non ci facciamo lobotomizzare dunque?

Le cose che fanno paura non sono le stesse per tutti. Alcuni temono il contatto con l’altro sesso, altri i colloqui di lavoro, gli esami dell’università, le occasioni sociali, mostrare le proprie doti artistiche o sportive, fare qualcosa in pubblico. C’è chi sta in ansia e avvampa alla cassa del supermercato, chi non può mangiare al ristorante. (Io ci mangio, ma preferisco quello che Manzoni chiamava “il posto dei vergognosi”, cioè di spalle), chi detesta il telefono (!!!!!)
Ricordate la famigerata ora di ginnastica alle scuole medie, quando nessuno ti aveva firmato l’esonero, e dovevi saltare il cavallo terrorizzata, sicura che ti saresti sfracellata al suolo sotto gli occhi delle compagne sghignazzanti?
Scherzi a parte, c’è chi prende di petto la sua disgrazia e chi si ritrae, chi ama mettersi in mostra e chi si nasconde, chi è ambizioso e chi vorrebbe solo vivere in pace. Io vi dico seguite la vostra natura, v’indicherà la strada, se qualcosa è fondamentale per voi, troverete il modo di farla, di petto se ne siete capaci, o aggirando l’ostacolo, delegando. Se avete sete, convincetevi, l’importante è bere, anche se, è chiaro, versarvi da soli l’acqua darebbe più soddisfazione. Mirate allo scopo e gettatevi alle spalle i sensi di colpa per non averlo raggiunto nel modo classico, come fanno gli altri. Voi avete i vostri metodi, i vostri tempi, voi siete voi.
Buttarsi e fare tutto quello che ci spaventa – come Violetta nel club dei timidi – può essere un buon allenamento, ma non deve diventare l’obbligo che trasforma in incubo ogni vostra giornata. Già è tanto faticoso vivere, già ogni gesto per gli altri naturale diventa per noi un fardello, una barriera, non sprechiamo tutta l’energia per fare ciò che non sappiamo fare, utilizziamola per sviluppare i nostri talenti, per enuclearli, per coltivarli, convogliamola su attività piacevoli, che possano farci progredire nella vita senza mortificarci, spossarci, sfinirci.
C’è, però, credo, una cosa che ci accomuna tutti: la paura di dar fastidio. Non è mai il momento per telefonare e si rimanda, mentre gli altri, chissà perché, ci chiamano sempre mentre nel giallo stanno per dirti chi è l’assassino, se c’è in tv l’ultima puntata della soap che segui da dieci anni, o quando metti in bocca la prima forchettata delle lasagne di mamma. Non è mai il momento di chiedere un favore o una raccomandazione, non è il caso di spedire il vostro manoscritto a quell’editor che vi hanno segnalato.
Se vi portano la pizza ai peperoni invece che la capricciosa che avevate ordinato, voi ve la mangiate zitti, anche quando siete allergici ai peperoni - perché quello in cucina, poverino, è un ragazzo che lavora, perché capite che magari è stressato pure lui come voi, mentre gli altri commensali - i vostri amici spavaldi, sfrontati - pretendono risarcimenti, scuse e un’altra pizza a tempo di record. Allora vi chiedo: qual è la persona migliore? L’arrogante che dice: “Pago dunque esigo”, oppure voi che sapete comprendere, mettervi nei panni dell’altro, entrare in empatia col cameriere il quale si è confuso, è andato nel pallone e non l’ha fatto apposta a sbagliare? Siete lo stupido che subisce e non sa farsi avanti o non, piuttosto, la persona comprensiva, intelligente, gentile, compassionevole? Imparate a guardare sempre anche l’altro lato della medaglia, il risvolto positivo di tutto ciò che siete e che fate, di ogni vostro comportamento. Non per mettere la testa sotto la sabbia e immaginarvi diversi, ma per esaminare le cose da ogni prospettiva possibile e rivalutare ciò che è da rivalutare. Chiedetevi: se non fossi io, come giudicherei questa azione?
Lo so, ci sono certi giorni che… che ti sembra tutto inutile, quello che fai nella vita pratica, il lavoro, quello che scrivi, che studi. I romanzi, i racconti, i saggi, le recensioni. Ore di studi matti, disperatissimi e inutilissimi. Perché tanto, di là, ci sono sempre i mulini a vento, i muri di gomma silenziosa, quelli che ridono di te, del tuo lavoro certosino e gratuito, quelli che dicono che sei buonista, che devi lasciare il campo ai professionisti, quelli ai quali “fai tenerezza”. Ci vuole costanza a tenere un blog senza che nessuno lo commenti mai, lasciando cadere le parole nel vuoto, come messaggi nella bottiglia. Costanza e ostinazione da mulo cretino, insensibile al dolore. Casomai ti sentisse un editore. Casomai ti seguisse un editor, un giornalista, un cazzo di qualcuno che conta. Invece ti sentono solo quelli che ridono del tuo impegno. Quelli che cercano sempre di convincere gli altri che non valgono per innalzare se stessi. Quelli del critico ergo sum. Quelli che, se ti arrabbi, ci godono e, se ti lamenti, sei una piagnona. O magari gli amici i quali, giustamente, ti dicono: “Lo fai perché ti piace, altrimenti nessuno potrebbe costringerti, lo fai perché lo sai fare.” E con questo ti pagano.
Ed è vero, lo fai perché senti che quella è la parte più vera di te stessa, quello che eri chiamata a fare ma non hai fatto per via della solita, maledetta, fobia sociale. Lo fai perché, mentre leggi, mentre studi, mentre scrivi, mentre ti documenti, stai bene e non ti manca nulla, sei nel tuo. Lo fai perché quelle sono le cose che fanno di te ciò che sei.
Specialmente se siete giovani, so che vi sentite in una palude di fango: la vita scorre e voi non riuscite a saltarci dentro. Gli amici si fidanzano, si sposano, fanno figli, trovano lavoro, avanzano nella carriera, cambiano città e voi sempre lì, al palo, ad aspettare che la soluzione arrivi dal cielo. Se vi va di piangere, fatelo, ma poi respirate e cominciate a guardarvi dentro, chiedetevi quali sono le cose che vi rappresentano, senza le quali la vita non sarebbe più la vostra ma quella di un altro, e muovetevi in quel senso. Seguite l’istinto, il talento, andate nella direzione di ciò che vi attrae, senza strappi, senza violenze, concentrandovi su ciò che state facendo, un passo dopo l’altro, come se esistesse solo quello. Non pensate a niente, non pensate al resto, a tutto quello che non saprete e non riuscirete mai a fare, pensate solo “adesso devo scrivere questa pagina, ora devo fare questa telefonata per me fondamentale, solo questa e nient’altro, ora devo mandare questa mail, poi si vedrà, accada quel che accada, ci penserò.” Da cosa nasce cosa, sempre. E, come diceva Rossella, domani è un altro giorno.

Mostra altro

Alberto Calligaris, "Ogni cosa che tocco è un'astronave"

4 Luglio 2014 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni

Alberto Calligaris, "Ogni cosa che tocco è un'astronave"

Ogni cosa che tocco è un’astronave

Alberto Calligaris

Non è possibile definire il genere di questo romanzo, sembrerebbe un thriller ma è molto di più. È un libro “forte”, tagliente e feroce. È, però, infarcito di cultura, non quella dozzinale che vendono al supermercato, cultura raffinata. Piccole spigolature dello scibile che le sai solo se hai cercato e cercato.

Sara, la protagonista, lavora in una libreria mentre fa finta di fare la studentessa, ed è da questa libreria che nasce tutto. “Dovevo smettere con questo bisogno continuo di stordire la realtà come se la vita fosse succo d’arancia a cui devi aggiungere sempre vodka per riuscire a berlo”.

Nasce un’avventura a tinte forti e suspense a fiumi.

Sara è una donna che ha una particolare visione maschile dell’uomo. “La seduzione è questa cosa orrenda che fanno gli uomini per cui riescono a convincerti che non ti faranno mai male. Poi scopri che godono solo sventrandoti e anche tu cominci a godere per il fatto di essere sventrata ogni volta, e questo è l’amore.

Scrivere al femminile per un maschio non è facile, come d’altra parte il contrario. Esistono emozioni che nascono dentro la pelle e, se non è di donna, è difficile che si riconoscano gli umori che secerne un corpo femminile, si possano descrivere, ma l’Autore rende la protagonista credibile, reale.

C’è un “gusto” per la violenza, nell’attardarsi nei particolari, che ha come contraltare una visone profonda dei sentimenti ed, insieme, un realismo pregnante nel descrivere la realtà vista dall’occhio attento della protagonista. “Quello che sto cercando di dire è che il gioco della letteratura funziona solo da digiuni, solo quando hai fame. Solo allora lo spirito si modifica, solo allora il cuore cambia il battito, la carne impara dal sangue, il sangue dall’aria nei polmoni.”

La mancanza di punteggiatura, in una larga parte del libro, tiene viva l’attenzione, dà un incredibile ritmo che, all’inizio, si fa fatica a prendere ma, una volta raggiunto, non ti accorgi neanche che la virgola è praticamente scomparsa, quasi sostituita dal punto. Frasi mozze che tagliano, che stridono come lametta sul vetro.

La dicotomia tra la profondità di alcune frasi, che si infilano come frecce nel lettore, e la violenza descritta con così cruda minuziosità, fanno nascere un enigma: quale sia la personalità dell’Autore. Enigma che per essere sciolto dovrà aspettare il suo prossimo libro, forse…

Maria Vittoria Masserotti

Mostra altro

In giro per l'Italia: Genova

3 Luglio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere

In giro per l'Italia: Genova

Mi scrive Mattia e ci invita a trascorrere una tre giorni nella sua bella e poco conosciuta città: Genova. La Superba” ha una storia gloriosa alle spalle, grande repubblica marinara è una città intrigante, tutta da scoprire. Con la sua guida sicura ci inoltreremo nel centro centro storico, sul lungomare e seduti in qualche ristorantino scopriremo anche un'ottima cucina ascoltando le note di canzoni che hanno preso vita fra i vicoli del porto ad opera dei numerosi cantautori a cui Genova ha dato i natali.

ZENA... LA MIA CITTA'

Vi aspetto all'arrivo in stazione - Piazza Principe- da qui facilmente vi accompagnerò per raggiungere a piedi il famoso Acquario. L'attesa che potrebbe occorrere prima di entrare sarà ampiamente ricompensata dalla visita del più grande acquario d'Italia, il secondo in Europa (superato solo da quello di Valencia per importanza). In 10000 metri quadri di esposizione, 70 vasche, potrete ammirare acrobatici delfini, placide tartarughe, timide stelle marine, feroci squali, simpatici pinguini, foche giocherellone e coloratissimi pesci pagliaccio. Riemergendo dall'acquario vi ritroverete al centro del Porto Antico, una delle zone più turistiche della città. Sarete colpiti dalla presenza in porto del Neptune un vecchio galeone che da qualche anno è attraccato alla banchina, si tratta di un vero veliero in stile piratesco usato per il film “Pirati” di Polanski. Prima di lasciare il Porto Antico, saliremo sul Bigo, l'ascensore progettato dall'architetto Renzo Piano, ispirandosi a una gru per il carico e scarico merci del porto. Arriveremo a un'altezza di 40 metri e potremo ammirare, con una rotazione di 360 gradi, il suggestivo panorama di Genova coi suoi tetti di ardesia, le grandi chiese, le piazze, le colture a terrazze e spostando lo sguardo giù, il mare profondo e di un blu intenso. Se non ho sbagliato i tempi, potrebbe essere ora di fare uno “spuntino”, ci dirigeremo allora alla vicina piazza Fossatello presso il Forno Genovese dove assaggeremo le specialità della casa: focaccia condita con formaggio crescenza, pesto, olive, pomodorini e origano, una delle nostre delizie per il palato. Da qui passeremo velocemente attraverso i “carruggi” i tradizionali, stretti e ombrosi vicoli del cuore di Genova e non mancherò di portarvi a Via del Campo, cantata e resa famosa dal grande Fabrizio De Andrè. Prima di sera faremo in tempo a visitare la meravigliosa cattedrale di San Lorenzo, il più importante luogo di culto della città e vedremo anche il museo del tesoro, situato negli ambienti sotterranei della cattedrale. A questo punto si sarà fatta l'ora per la vostra prima cena genovese, e voglio offrirvi un'atmosfera intima, caratteristica a pochi passi dalla cattedrale, dove troveremo locande e trattorie che conciliano modernità e tradizione. Dopo cena, raggiungendo Piazza delle Erbe e gli innumerevoli vicoli che da lì si diramano, potremo assistere all'inizio della “movida” locale che ruota attorno al folto numero di enoteche, chupiterie, irish pub dove, durante il fine settimana, sono di rito convivialità e “sballo”. La seconda giornata a Genova sarà all'insegna dello shopping, vi condurrò attraverso la pedonale via San Vincenzo, al Caffè degli Orefici dove gusteremo un caffè prelibato e fantasioso al pistacchio o all'amaretto. Poi seguendo il corso arriveremo in Piazza XX settembre, principale arteria della città, centro dello shopping griffato, tutta negozi, uffici e palazzi imponenti, fino al Ponte Monumentale, altro luogo simbolo da non mancare. Da qui in un soffio potremo ammirare il Teatro Stabile, uno dei più importanti d'Italia, Piazza della Vittoria e il signorile palazzo Ducale. Giunti alla fine di via XX come la chiamano i genovesi, ci troveremo nei pressi di Porta Soprana, di fronte alla casa natia di Cristoforo Colombo. Per un veloce spuntino ci fermeremo presso il Mercato Orientale, un'esplosione di colori e profumi, fra commercianti che cantano in genovese e altri che strillano per decantare i loro prodotti. Quindi, tempo permettendo, vorrei farvi visitare il meraviglioso Parco di Genova-Nervi, ricco di alte palme e abitato da innumerevoli scoiattoli. La sera per finire in bellezza sosta a Boccadasse, un borgo di pescatori circondato da casette in tinta pastello, qui ci potremo accomodare in uno dei tanti ristorantini tipici che offrono meravigliose fragranti cene a base di pesce fresco. Il terzo giorno, lo trascorreremo tra palazzi e paesaggi, partendo da Via Balbi dove ammireremo grandi palazzi signorili. Qui si ergono i famosi “Rolli genovesi”, dimore appartenute a nobili famiglie che fanno oramai parte del patrimonio dell'Unesco e oggi sono sede di alcune facoltà dell'Università. Proseguendo a piedi sfoceremo in Via Cairoli e in Via Garibaldi dove si affacciano palazzi imponenti che raccontano le epopee familiari dei Doria, dei Pallavicini o degli Spinola. A seguire la visita ai Musei di palazzo Bianco, Palazzo Rosso e palazzo Reale e da non perdere assolutamente il museo di palazzo Tursi che conserva il violino di Nicolò Paganini,un altro genovese conosciuto in tutto il mondo. Faremo una sosta breve per rifocillarci presso il Caffè degli Specchi, caratteristico locale “zeniese” in stile Liberty definito dal poeta Dino Campana, “una grotta di porcellana”. Nel pomeriggio arriveremo a piazza Portello, dove con l'ascensore di Castelletto saliremo fino alla famosa “Spianata” da dove potremo godere nell'ideale ora del crepuscolo, di un panorama mozzafiato: Genova sarà ai vostri piedi, coi suoi campanili e i palazzi e il reticolo infinito di vicoli fino a perdere lo sguardo laggiù dove si staglia “La Lanterna” la torre simbolo della potenza marinara di Genova. L'ultima sera di fronte a un piatto di trofie al pesto, vi racconterò dei figli illustri della mia città: non solo Colombo e Paganini, ma anche Garibaldi e Mazzini, Andrea Doria, Renzo Piano per arrivare ai cantautori come Bindi, De Andrè, Lauzi, Tenco, Paoli e Fossati famosi nel mondo. Brindando con un bicchiere di Bianchetta del golfo del Tigullio, un vino DOC genovese, vi racconterò di Nietzsche che confessò a un amico” ogni volta che si va a Genova si riesce a evadere da sè”. Cosa aspettate a raggiungermi?

In giro per l'Italia: Genova
In giro per l'Italia: Genova
In giro per l'Italia: Genova
Mostra altro

Il "suo" biancomangiare è ora anche un poco mio

2 Luglio 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Il "suo" biancomangiare è ora anche un poco mio

Evelin è una ragazza timida e riservata, con una spiccata attitudine: l’empatia. Riuscirebbe a trovare il meglio anche nel peggiore dei nemici di ognuno di noi. Ci siamo conosciute per motivi di lavoro: lei e il suo compagno avevano un b&b in una strada parallela alla nostra. Abbiamo iniziato nello stesso periodo, mese più mese meno, trovando da subito un’idea comune: accogliere gli altri condividendo gli spazi della nostra casa era una forza e non una privazione.

Le circonvoluzioni della vita hanno portato lei e il compagno a intraprendere un’altra avventura lontano da Palermo. Ma è una lontananza fisica, non senti/mentale. Ora dipinge (ecco il suo blogartistico), pubblica libri di ricette (davvero squisite) e scrive nel suo blog dedicato a Palermo ricette, curiosità legate ai piatti che prepara, tradizioni e luoghi.

La seguo da tanti anni, sbavando dietro ogni singola foto di manicaretti deliziosi. Questa volta ho deciso di cimentarmi in una ricetta di un dolce siciliano. Ero alla ricerca di qualcosa di nuovo da proporre per la colazione ai miei ospiti. Qualcosa di semplice ma accattivante, magari qualcosa con una storia alle spalle da poter raccontare. Così mi sono imbattuta nel Biancomangiare.

Cos’è? Il piatto è di origine medievale, può essere dolce o salato. Il suo colore bianco richiama la purezza (per la storia del piatto cliccate qui). La versione dolce la preferisco alla salata. Lo sciroppo di pistacchio esalta il connubio di latte di mandorla e cannella e i miei ospiti hanno gradito anche la storia che si racconta attorno a questo dolce.

A Palermo il biancomangiare compare per la prima volta nello scritto di Giuseppe Pitrè in La vita in Palermo cento e più anni fa. Nel Settecento, dunque, il dolce era presente in città e caratterizzava il monastero di Santa Caterina (in piazza Bellini, esattamente di fronte alla Chiesa della Martorana). Si legge nel testo del Pitrè:

Tutti i pasticcieri della città gareggiavano nel comporre d’ogni maniera ghiottornie: ma chi poteva mai raggiungere la squisitezza delle feddi (fette) del Cancelliere, dei frutti di pasta dolce di mandorle della Martorana, del riso dolce del Salvatore? Tutti preparavano conserva di scursunera (scorzanera): ma nessuno attingeva alla perfezione di Montevergine, come nessuno a quella della cucuzzata (zucca condita) e del bianco mangiare (specie di gelatina di crema di pollo) di S.a Caterina. Molti menavan vanto del loro pane di Spagna ma in confronto a quello della Pietà, qualunque dolciere doveva andarsi a riporre, lasciando che questo si contrastasse il primato con lo Stimmate nella bellezza delle sfinci ammilati, che pure nel medesimo monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile nella forma delle sfinci fradici, composte di uova e panna.”

Del dolce era ghiotto anche Don Fabrizio, il personaggio del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che durante il ballo, si siede ad un tavolo per parlare e gustare un prelibato dolce:

Mentre degustava la raffinata mescolanza di biancomangiare, pistacchio e cannella racchiusa nei dolci che aveva scelti, don Fabrizio conversava con Pallavicino e…”

Se ho scoperto il biancomangiare lo devo alle curiosità che ha scritto la mia cara amica nel suo blog, dove trovate la ricetta: ora non vi resta che provare.

Grazie Evelin!

Mostra altro

LA CONTESSA NERA, UN POLIZIESCO, MA NON SOLO…..

1 Luglio 2014 , Scritto da Giacinto Reale Con tag #giacinto reale, #recensioni

LA CONTESSA NERA,  UN POLIZIESCO, MA NON SOLO…..

Umberto De Agostino

La contessa nera Lomellina 1921,

Frilli 2014

Nel corso di non infrequenti visite in libreria ho avuto da tempo modo di notare la progressiva avanzata del genere poliziesco (seguito a ruota dal fantasy) per numero di scaffali e banchi da esposizione. La cosa non mi dispiace, essendo anch’io un appassionato lettore del genere, con una spiccata preferenza per gli autori italiani, che ritengo in nulla immeritevoli rispetto ai loro più noti colleghi stranieri.

Varie sono le declinazioni del poliziesco italiano, ma, tra tutte, mi appassiona quella a fondo storico, meglio se non troppo all’indietro nel tempo. Niente quindi ambientazioni in una Roma imperiale, in un Medioevo esoterico o in un Rinascimento carico di misteri, ma piuttosto qualcosa di compreso negli ultimi due secoli.

Il campo, perciò, si restringe, e di molto: mi viene in mente Corrado Augias con la trilogia del commissario Sperelli, fratellastro del personaggio dannunziano, Giorgio Ballario con la serie coloniale del Maggiore Morosini e poca altra roba.

Nei giorni scorsi, una gradita sorpresa, questo “La contessa nera, Lomellina 1921” di Umberto De Agostino, trovato in rete, cercando tra quella editoria “minore” spesso penalizzata dalla grossa distribuzione.

In verità, nel romanzo, la trama gialla – che pure c’è - è piuttosto esile, mentre preciso è il riferimento ad un fatto di cronaca nera reale e, soprattutto la descrizione di personaggi, ambienti e situazioni di una zona d’Italia, la Lomellina appunto, all’inizio del ‘900.

Al centro della storia il misterioso omicidio di Ettore Casiraghi, squadrista fascista, che, rifugiatosi a Semiana nel castello del conte Cesare Carminati di Brambilla, dopo fatti di sangue accaduti a Milano, proprio lì viene trovato morto, il 22 luglio del 1921, colpito da un colpo di pistola e da uno di moschetto.

La vera protagonista è, però, Giulia Mattavelli, compagna del conte, che, di umili origini (e non bellissima, come appare in alcune foto d’epoca) esercita le sue arti da “femme fatale”, oltre che sul suo uomo, anche su una serie di personaggi storici, da Benito Mussolini a Francesco Giunta, da Renato Ricci a Cesare Forni, il “ras” locale.

Donna di forte temperamento, non esita a mettersi alla testa di una sua personale “squadra”, accreditando una leggenda che la farà definire da Pietro Nenni, vedendola sfilare a Roma il 28 ottobre del 1922, a cavallo, con frustino e fucile a tracolla “metà femmina da lupanare, metà amazzone d’avventura”.

Sullo sfondo si muovono una serie di personaggi di contorno (anch’essi, in parte realmente esistiti e citati per nome e cognome, in parte inventati per dare “colore” al racconto) di una realtà provinciale e contadina che oggi – anche se solo a meno di un secolo di distanza- ci riesce perfino difficile immaginare.

Il racconto si snoda così tra monda del riso, coltivazione “domestica” dei bachi da seta per alleviare miseria e fame, lotta dei contadini contro le prime trebbiatrici a vapore viste come un pericolo, perché velocizzano le attività ma tolgono lavoro agli uomini che popolano le cascine sparse nella campagna.

Su uomini, macchine e luoghi, minaccioso, sovrasta il castello del conte Cesare (fin troppo facile il riferimento manzoniano), nel quale, tra uomini “facili di mano e di coltello”, si aggira, languida, la padrona di casa, mentre l’incerto grammofono diffonde le note (insolitamente audaci, per quei tempi) di “Alcova”, scritta da Bixio, Cherubini e Rulli.

Più rusticamente, in piazza, alla domenica, fittavoli, braccianti e mungitori di vacche, per distrarsi e tornare col pensiero a tempi migliori, giocano al bar il “truco”, gioco di carte portato in Lomellina dagli emigrati in Argentina, alternando battute in dialetto ad altre in spagnolo, ricordo dei vecchi tempi nella pampa.

E poi, la passione devastante per la politica: Case del Popolo e sezioni fasciste, violenza fatta e subita, odi e rancori paesani che si trascinano e covano sotto cenere, pronti ad esplodere alla prima occasione.

L’autore è giornalista e appassionato di storia locale, perciò non ci risparmia qualche accenno a strade e piazze ormai sparite, e anche qualche battuta in dialetto che aggiunge, se possibile, maggiore realismo ed efficacia al racconto.

Ben sintetizza, per esempio, la realtà paesana e familiare, facendo ricorso ad un vecchio proverbio: “Quand la dòna la mata su i calson, al so om al vena un cojon” (più o meno: “quando la donna vuole comandare, il suo uomo è ritenuto uno stupido”); questa è la regola di vita nelle cascine segnate dal duro lavoro, dove il ruolo della donna, casalinga e mondariso, si esalta e sovrasta anche quello dell’uomo.

A cercare di mantenere ordine e conservare la legalità, il Maresciallo dei Carabinieri di Mede, Angelo Pesenti, un tutore della legge “vecchio stile”, che si muove a cavallo e in bicicletta sugli incerti sentieri di campagna dove cominciano a sfrecciare le prime Torpedo.

Vita non facile la sua, che di volta in volta – senza usare riguardi per nessuno - lo vede alle prese con “ciclisti rossi” pronti ad imporre lo sciopero anche con la violenza o “arditi neri” che colpo su colpo ribattono.

Nelle indagini sulla morte di Casiraghi, facendo ricorso anche a metodi non sempre ortodossi, Pesenti arriverà alla verità, inimicandosi anche il prudente Pretore che, fiutando l’aria, lo invita ad una maggiore prudenza e, di fatto, vanifica il risultato del suo lavoro.

Nella realtà storica, le cose andarono in maniera diversa, ma in fondo questo poco conta per chi, come me, abbia solo voluto gustarsi un paio d’ore di buona lettura.

Mostra altro

Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

30 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Dall'autocommiserazione a Emily Dickinson

Lamentarsi non serve, più utile analizzare le ragioni degli insuccessi. Secca ammetterlo, ma, alla fine, è sempre tutta una questione di fs. Bisognerebbe andare, salutare, stare in prima fila ai convegni, magari presentare un saggio di persona. Figurati! Io rischierei di rimanerci secca. Lo dicono tutti che ti devi far vedere, telefonare nelle redazioni, stringere amicizie reali con quelli del mestiere. Mi ero illusa che nell’età della litweb si potesse prescindere dal contatto fisico ma non è così. Se non ti vedono, si dimenticano di te e, se scrivi per sollecitare, diventi un fastidio, quindi meglio tacere, sempre e comunque, anche perché, quando poi non rispondono, ti senti umiliata e cretina. La pubblicità martellante, i cartelloni, le grida, il “comprate il mio libro, pagatelo con posta pay”, le foto del libro in tutte le salse e tutte le posizoini, non fanno per me e nemmeno per voi, lo so, vorreste che la gente capisse da sola il valore del vostro lavoro. Un’utopia.
Per farsi leggere, bisogna avere una vita interessante. Puoi farti maltrattare dal marito, ad esempio, puoi prostituirti, assumere droga, diventare alcolizzato, naufragare su un barcone, lasciarti rapire dagli alieni. Ma, dico, almeno moribondi, vorrete essere? Come quella poveretta malata terminale di cancro che ha firmato un contratto con Mondadori prima di andarsene.Invece voi siete solo un attimino social fobici, come me.

Persino sul web mi tengo in disparte, mangio nel mio piatto, come ho fatto per tutta la vita, ballo da sola e la cosa non paga. Non sono popolare in certi gruppi di lettura che contano migliaia d’iscritti ma basi culturali leggere come veli di garza, salottini dove si accumulano e si macinano libri più che competenze e dove, di ciò che si legge, ahimè, rimane ben poco.
Un’amica mi ha detto: “Non parlare di fs, spaventi gli editori”, ma io sono stanca di accampare scuse, di svicolare, di nascondermi, sono evitante e lo dico, metto le mani avanti. Anzi, se ci pensate, dire “sono evitante” fa pure chic, blasé.
Una volta messa la cosa in chiaro, l’atteggiamento che mi aspetterei sarebbe il seguente: “Ok, vai tranquilla, ti chiederemo di fare solo ciò che puoi, per il bene del tuo libro che è anche un nostro progetto. Crediamo nel tuo testo e lo promuoveremo noi al tuo posto, tu potrai farlo comodamente da casa, con il mezzo che sai usare: la parola scritta. Inutile, anzi, controproducente, chiederti quello che non ti riesce e che affosserebbe il lavoro. Sarebbe incoscienza da parte nostra.”
Anche perché, diciamocelo, a chi interessano, ormai, nell’era del digitale, le presentazioni del cazzo nelle librerie del cazzo? Sai quelle con tre gatti annoiati – di cui due sono parenti dell’autore e uno è entrato per caso – che non vedono l’ora che il relatore si distragga per squagliarsela senza aver comprato il libro?
Invece, cari miei, ciò che il vostro legittimo outing susciterà saranno i tre atteggiamenti seguenti.
1. Spavento. La persona alla quale avete esposto lucidamente e consapevolmente il vostro problema vi prende per pazzi, vi crede affetti da qualche patologia contagiosa, si dilegua con un imbarazzato saluto a denti stretti e non ne sentite mai più parlare.
2. Incredulità. La persona con la quale vi confidate, specie se vi è amica, minimizza, ha un approccio scherzoso, da pacca sulla spalla. “Tranquilla, che vuoi che sia, dai, forza, buttati, non è niente, sei fra amici.” Non ha cattive intenzioni ma non ha nemmeno capito un accidente. Oppure, e sono i più insopportabili, si atteggia a guro del “devi lavorarci sopra”. “Un tempo anch’io ero come te”, confida, “ma ci ho lavorato sopra”. Ci hai lavorato sopra? Hai lavorato sopra al timor panico, ai terremoti neurovegetativi, al sudore che ti sfianca, alla tremarella, alla vista che si annebbia, alla lingua che si lega, alle ginocchia che cedono, alla voglia di sprofondare, all’angoscia? Ma vaffanculo, te e il tuo stramaledetto lavoro.
3. Disprezzo. In questa società di vincenti, di ottimisti a tutti i costi, chi esterna le proprie debolezze, i propri difetti, è considerato un fallito, uno che si autocommisera e che va compatito perché fa pena, perché è un povero topo impaurito chiuso nella sua tana. Ed io, invece, vi dico che chi ha il coraggio di delimitarsi, di esternare dubbi e mancanze senza falsa umiltà, è sulla strada della vera autostima e dà una dimostrazione di forza.
Penso che la risposta a questo ultimo punto l’abbia data, ancora una volta, Claire:

Guarda e passa, Patry. Il giudizio degli altri per noi è tutto, ma tu sai che non deve esserlo. Siamo al mondo 3 giorni in croce, dobbiamo passarli a struggerci per ciò che di noi pensano gli altri? Che si fottano. I tuoi contatti fb, la gente vincente, chi fa tutto per bene, chi è sempre convinto di essere dalla parte giusta, chi vive di superficialità e di niente, e anche quelli del pensiero positivo a tutti i costi. Come mi disse la psicologa, prima o poi arriva il momento di fare i conti con se stessi, per tutti. Un bel vaffanculo. E via!

Emily Dickinson aveva venticinque anni quando decise di sprangarsi in camera sua e non uscire più, parlava ai pochi conoscenti attraverso una grata e coltivava la sua solitudine come un fiore prigioniero. Ditemi se questa non è fs.
Emily Dickinson è considerata una delle più grandi poetesse di tutti i tempi. Che sarebbe stato di lei oggi? L’avrebbero invitata ai reading e avrebbe rifiutato, avrebbe visto trionfare al suo posto persone sfacciate che non si vergognavano a declamare ai quattro venti i loro versi volgari. Ah, dimenticavo, delle 1775 poesie che scrisse, solo sette furono pubblicate durante la sua vita.
Anche la vostra sensibilità è tesa come una corda di violino, siete senza pelle, con i nervi scoperti e questo, pur se vi fa soffrire, è un pregio, ricordatevelo sempre, è la pasta di cui sono fatti gli artisti. Con ciò, per carità, non voglio dire che io sono Emily Dickinson ma, forse, fra voi qualcuno lo è.

Mostra altro

Quando gli uomini dicono di no al sesso

29 Giugno 2014 , Scritto da Mari Nerocumi Con tag #mari nerocumi, #erotismo

Quando gli uomini dicono di no al sesso

Questo post è dedicato a tutte voi, care amiche, che, dopo aver trascorso un intero pomeriggio a sguazzare inebriate in fantasie xxx rated, assolutamente persuase di poter mettere in pratica di lì a poco tutto lo sconcio campionario delle vostre immaginazioni hot, vi siete sentite opporre dal vostro uomo, rincasato col peso del mondo sulle spalle, un triste, mortifero “no”!

Ovvio che alle eroine dei nostri romanzi queste cose non capitano, anche perché il banalpatetico (siamo su questo registro, secondo me) promette solitamente scarso successo editoriale…

Comunque, lo spunto l’ho preso da uno di quegli articoletti ipercazzeggianti di cui trabocca il web e che mi somministro spesso come antidoto alla noia e al peso della quotidianità.

Si trattava di una statistica sulle scuse più comuni che gli uomini adducono per sottrarsi alle richieste sessuali delle loro compagne.

Per la cronaca, il podio delle scuse maschili è il seguente:

1) spossatezza dovuta a giornata lavorativa troppo pesante

2) urgenza di dover portare il cane a fare i suoi bisogni (!!!)

3) vitale necessità di concludere una partita ai videogame.

Sempre per la cronaca, nel merito, vi dico anche la mia:

la 1) ha una sua ragion d’essere anche se inversamente proporzionale al numero di volte in cui viene utilizzata,

la 3) è già decisamente meno digeribile, ma almeno corrisponde a una (per quanto discutibile) passione e comunque ben si colloca nella cornice del cronico, invincibile infantilismo maschile,

ma stare in coda dietro l’incontinenza canina è avvilente e brutto, in qualsiasi modo lo si voglia intendere…

Mi immagino la faccia della pollastra che, con indosso solo le scarpe tacco 12 e il trench, nel momento dell’apertura a mo’ di maniaco al parco, si sente dire… un attimo cara porto Bobby a fare la pipì e torno…

Come sempre, in questi casi, gli spunti più interessanti vengono fuori dai commenti dei lettori. Più sfumati e variegati quelli femminili, perlopiù sul “machista” spinto quelli maschili.

Uno dice: “ma da dove vengono ste stronzate? Si dà il caso che all’uomo non gli sembra vero di farsi una scopata quando la donna è disponibile…”

Un altro dice che le occasioni non si devono perdere (gliene capiteranno poche?) per cui lui la voglia fa in modo di farsela venire…

Un altro ancora gli risponde: “eh ma questa si chiama fame… è un discorso diverso…”

E via all’osteria…

Alla fine, comunque, the ultimate commento, la pietra tombale della discussione recitava più o meno così: “Non esistono più gli uomini di una volta…”

Ora, io non so come sono gli uomini di oggi (uno ne ho, e spesso non ho idea di cosa gli passi per la testa), figuriamoci se posso parlare di quelli di una volta…

Mi sembra già difficile calarli nella situazione…

Riuscite a immaginarvela, vostra nonna, in guepiere, fare la lap dance attorno al pilastro di casa per convincere vostro nonno a fare sesso con lei dopo una torrida, spossante (questa sì…) giornata passata a raccogliere pomodori nei campi?

La donna di una volta “aspettava”. Aspettava quando l’uomo ne aveva voglia… e spesso aspettava (figli) dopo che l’uomo la voglia se l’era tolta!

Il tutto non risultava sempre così divertente per cui quando ci si poteva sottrarre (avete presente “quei” mal di testa?)…

Io credo piuttosto che sia più giusto dire: “Non esistono più le donne di una volta…”

L’emancipazione femminile è storia (anche se su questo punto ci sarebbero da precisare due o tre milioni di cose) e l’iniziativa femminile nell’approccio sessuale è un’eventualità ampiamente sdoganata e generalizzata.

Decidiamo noi quando ne abbiamo voglia… non aspettiamo più che sia lui a chiedercelo!

Tuttavia la facoltà di prendere l’iniziativa implica l’onere di accollarsi il rischio di un rifiuto

E qui viene il brutto: per noialtre i “no” alle nostre profferte sessuali sono sempre una delusione cocente che il più delle volte tentiamo peraltro di non lasciar trasparire…

Ma perché non riusciamo a confessare che in tali occasioni, più che rimanerci male, ci girano le palle (anche se non ce le abbiamo) a più non posso?

Il punto è che, nonostante sappiamo di poterci trovare spesso dall’altra parte, cioè di quelle che marcano visita, per così dire, certe reazioni dagli uomini non ce le aspettiamo proprio…

E se, sforzandoci di razionalizzare, pensiamo: “ma sì, capita a me, perchè non può capitare a lui? (ma più cerchi di essere razionale e più le domande e i dubbi ti affollano la testa)

La risposta emotiva che promana dalle scosse profondità del nostro essere è in realtà… una domanda!

La più angosciosa/incazzogena domanda che possa porsi una donna rifiutata dal suo abituale compagno, l’apocalittica: “non mi desidera più?

Ora, io capisco che qui siamo seriamente a un interrogativo sui massimi sistemi (non scherzo), però prima di arrivare a compiere gesti estremi, io direi: facciamo un bel respiro, pensiamo alle cose belle della vita (le crépes alla nutella, lo shopping su internet, ecc.), magari rileggiamo i vecchi post di questo blog che sempre tradiscono la mia inveterata passione per l’happy end, e cerchiamo di pensare positivo.

Fatto?

Ok, ho sempre creduto in voi.

E ora, la grand finale!

Dunque, visto che l’articolo si riferiva a rapporti stabili, e non ad incontri occasionali (lì in effetti sarebbe surreale trovare un maschietto che dopo averci rimorchiato in discoteca ci portasse a casa sua a giocare alla play station!), be’ io credo che un rapporto davvero stabile debba avere la forza di far stare tutto “dentro” di sé, contenere tutto senza collassare: il rifiuto, l’incazzatura, magari la ripicca e infine (si spera) la scopatona sublimante e riconciliatrice.

Beninteso, la “scusa” è e deve rimanere un appannaggio femminile, per cui, va bene la comprensione, va bene la razionalità e la fiducia nella solidità del rapporto, però sia chiaro caro maschietto: se oggi ti sei preso la tua vacanza, mi userai la cortesia di recuperare la “baldanza” dei vent’anni entro domani, quindi preparati (non voglio nemmeno sapere come) e presentati pronto a stupirmi con “effetti speciali”, dopodiché… prega che IO non abbia mal di testa!

Mostra altro

Felice di non esserci

28 Giugno 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #psicologia

Felice di non esserci

Calvino parte prima

Ho appena letto vari resoconti sulla premiazione del Calvino 2014.
Felice… felice di non esserci stata, felice e sollevata che non mi abbiano premiato, felice di non addentare le tartine tremando.
Solo a pensarci mi si sono intorcinate le budella: venir chiamati sul palco, parlare del proprio libro? Aargh… naaaa….
So già come andrebbe, dimenticherei anche di cosa parla, quel cacchio di romanzo, proprio com’è successo qualche tempo fa da una libraia che, compassionevole, aveva accettato di tenere i miei testi in conto vendita. Mi ha chiesto, l’ingenua babbana, pensando che fosse normale farlo, qualche delucidazione sull’argomento. Io sono avvampata, con le gote che mi bruciavano, il cuore che usciva dal petto, un ronzio nella testa a coprire ogni suono e ogni pensiero. Non sono riuscita a ricordare nulla. Mi ha preso per pazza.
Non potrei mai, no. .. no… no…
Rammento ancora quando, nel lontano 1990, o forse 91, vinsi il premio Guerrazzi. Mi ero seduta in fondo, naturalmente, lontanissima dal palco. Attraversai la sala gremita sentendo che le ginocchia mi si piegavano, feci un sorriso che sembrava quello della moglie di Fantozzi, ascoltai le motivazioni con una faccia che deve essere sembrata ebete a tutti perché qualcuno disse che pareva scoprissi solo in quel momento le virtù del mio scritto. Tornai a casa in autobus reggendo con due mani l’enorme quadro che avevo vinto, la coppa, il tappetino kilim, le medaglie e gli attestati, sembravo un vucumprà.
Ecco, il Calvino sarebbe il Guerrazzi all’ennesima potenza ed io non potrei, non potrei mai…
Sono stata male anche alla presentazione del libro di Ida Verrei a Napoli. E non dovevo fare nulla, non dovevo parlare io. Ma conoscere lei ed altri amici di Fb mi ha mandato in catalessi. Ascelle puzzolenti, maglioncino infeltrito dal sudore, autoflagellazione notturna in albergo partenopeo per la vergogna a suon di “me meschina, me tapina”.
No, no…
La dimensione che più mi si addice è quella dell’anno scorso, quella del semplice segnalato anche se poi non porta a nulla. Ma quest’anno i romanzi in concorso sono troppi e non ci sarà nulla per me, nemmeno ‘sta piccola, inutile, sterile soddisfazione.

Calvino parte seconda.

Infatti. Non c'è trippa per gatti. Mi sento in un vicolo chiuso, senza uscita. Devo smettere di credere in quello che ho fatto finora e non mi riesce, continuo a vivere come se, un giorno, dovessi diventare una scrittrice ricca e famosa, come se dovessi possedere chissà quale talento esplosivo e lampante, e non, invece, una cazzo di fobia che m'impedisce persino di dire agli amici che scrivo. (Cosa perfettamente inutile visto che se ne sbattono altamente, non leggono nulla di mio e, nei rari casi in cui è accaduto, hanno detto apertamente che il testo non gli piaceva per niente. Credo di essere l'unica al mondo ad avere amici sinceri e del tutto non compiacenti. Madonna come sono fortunata.)

Mostra altro

Sazia di luce di Adriana Pedicini. Recensione di Paolo Buzzacconi

27 Giugno 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

Sazia di luce

Adriana Pedicini

Immergersi nella lettura di “ Sazia di luce” di Adriana Pedicini equivale a percorrere insieme a lei un tratto fondamentale della sua esistenza esplorando al suo fianco i luoghi più profondi dell’anima. Attraverso le sue liriche, con grande generosità, l’autrice ci concede di vivere tutto il percorso che lei ha faticosamente portato a termine. Dai momenti più bui dell’attesa e della disperazione a quelli della volontà di lottare, di cercare un ragione superiore a cui affidarsi fino ad arrivare ai giorni della rinascita, del ritorno alla vita. La drammatica esperienza della malattia viene affrontata con coraggio e tenacia tipicamente femminili e la paura e lo sgomento, pur affacciandosi nella quotidianità, non riescono ad intaccare la sacralità della vita e a interrompere quella preziosa tessitura di affetti e impegni che le donne - e solo le donne – sono capaci di fare. L’autrice si spinge oltre i confini dell’immediato sublimando il dolore nella volontà di continuare ad essere amore anche dopo la fine proiettandosi oltre il momento dell’addio, che trasforma così in un arrivederci. Il messaggio che traspare nelle sue liriche è chiaro e colmo di speranza: quando si ama, e per amare si intende trasferire il nostro amore a chi ci segue, non si muore mai del tutto, dunque non esistono tenebre in grado di oscurare la luce che è dentro di noi. Nei suoi versi i prati continuano a fiorire, le mani ad intrecciarsi e i nuovi arrivati, “timido cinguettio di passeri dai nidi” vedono soddisfatta la loro richiesta di cibo-affetto al di la del tempo che inesorabilmente tutto consuma, perché in ogni carezza, in ogni bacio, in ogni gesto di incoraggiamento o di rimprovero che ci scambiamo l’amore consente alle nostre piccole storie di raggiungere la dimensione dell’eternità. Capitolo a parte, in tal senso, il meraviglioso rapporto con il proprio compagno, la scoperta di fragilità sconosciute e insieme di energie inaspettate, di potersi concedere l’un l’altro in una pienezza mai raggiunta prima. Ancora immensa, splendida luce. Il tutto, come dolcemente sottolinea l’autrice, “Alle soglie di ultima età”, un tempo in cui l’amore spesso viene considerato solo un bel ricordo, qualcosa che ormai appartiene al passato. E invece no, eccolo riesplodere prepotente nella condivisione della speranza, nel calore delle lacrime, in un tormento che non è per il proprio dolore, ma per quello che prova l’altro. Le liriche “Dammi una carezza” e “ Miracolo vivente” lasciano davvero senza fiato, ma nonostante la drammaticità degli attimi che raccontano sono pagine piene di cielo, di vita.

In questo libro sono comunque tanti gli argomenti trattati e non solo autobiografici e introspettivi. L’autrice descrive con visione altamente poetica ma al contempo straordinariamente lucida il disfacimento di un mondo che ha perso di vista valori e ideali, vittima di un cieco egoismo fine a se stesso. Emblematiche in tal senso le liriche “ Homo homini lupis”, “ Inettitudine”, “Mare monstrum” e “ Ignara felicità”, vere e proprie denunce che scuotono le coscienze puntando i riflettori sui tanti drammi sociali che spesso vengono classificati troppo velocemente come “inevitabili”.

Altro aspetto estremamente interessante è l’uso di piccole citazioni e di alcuni vocaboli molto ricercati con cui l’autrice impreziosisce le sue opere, dei piccoli cammei dal sapore un po’ “retrò” che stupiscono il lettore donando eleganza ad uno stile poetico snello e moderno. Vi cito alcuni momenti di cui mi sono innamorato: “Gocciola nelle vene desiderio di vita al brillio dell’ultimo sole” oppure “ Ammassati nel granaio della memoria - sedula formica - i frustoli di un lungo faticare” o ancora “I piccolo bimbi, con teneri baci molceranno il mio cuore di nonna”. E’ questa una componente in cui l’autrice riesce a coniugare il suo importante bagaglio culturale con la sua capacità espressiva senza perdere in freschezza e spontaneità. Lo stesso dicasi per l’uso di metafore e aggettivi qualificativi, che in alcune liriche – come ad esempio in “Silenzio” - si rincorrono come in una fuga musicale senza tuttavia dare mai un senso di “costruito”, mantenendo una grande leggerezza. Si viaggia in perfetto equilibrio tra ragione e passione e la sensazione è che le parole siano sempre dosate con cura, sia nella quantità che nell’intensità dell’emozione che vanno a evocare.

Lasciatemi infine ringraziare i responsabili del circolo IPLAC per la preziosa opportunità che mi hanno concesso: avere la possibilità di giudicare il lavoro di una professoressa credo sia il sogno proibito di tutti coloro che sono stati studenti. E’ dunque con un pizzico d’emozione – e soprattutto con grande piacere – che mi accingo a prendere un registro virtuale per mettere alla poetessa in questione una bella nota. Una nota di merito, naturalmente…

“Sazia di luce” è un percorso molto coinvolgente, una raccolta di poesie a cui ci si affeziona in fretta; appena si finisce di leggerlo si ha subito voglia di riaprirlo e andare a cercare quel pensiero o quella frase che poco prima ci ha illuminato. Se il vostro cuore è affamato di luce regalategli questo libro. Lui vi ringrazierà.


Paolo Buzzacconi

Sazia di luce di Adriana Pedicini. Recensione di Paolo Buzzacconi
Mostra altro