Epicuro, il pennuto
Premessa: Epicuro, il pennuto fa parte di una trilogia intitolata Il pappagallo che comprende anche Il pappagallo del nonnaccio e Il re, la regina e il pappagallo i cui testi risultano senza apparenti legami
Non mi sarei mai immaginato che alcune specie di pappagalli disponessero di una particolare capacità di adattamento e di apprendimento. Il mio Epicuro, un cenerino che mi è stato regalato due mesi fa, ne è un esempio lampante; oltretutto ritengo di avere il merito di acuire la sua intelligenza ogni giorno che passa.
Essendo io un insegnante di Filosofia in un liceo di Roma, per arrotondare, impartisco lezioni private ad alcuni studenti in difficoltà, affinché possano recuperare i brutti voti a scuola. A tal proposito, i programmi di studio vengono svolti nel soggiorno di casa mia, in presenza del pennuto che, fuori dalla gabbia, se ne sta seduto su un trespolo di metallo ad ascoltare attentamente, esprimendosi di tanto in tanto con dei brevissimi interventi davvero pertinenti.
Nonostante il suo indiscutibile intelletto, Epicuro ha il difetto di essere un po' malavvezzo. Tra le varie cose, per la sua golosità, pretende che la ciotola sia sempre piena di biscotti danesi, altrimenti emette dei fastidiosi garriti che mi fanno impazzire. Da ciò deduco che abbia messo in pratica una serie di lezioni che riguardavano Avidità, un mattone tedesco, esistenzialista, di Andreas Bierhoff, scrittore morto suicida giovanissimo. Copie vendute: due milioni.
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Oggi è arrivato al punto di "chiudere il becco" e di servirsi da solo, difatti, mentre ero in bagno per una doccia, Epicuro dal trespolo ha spiccato il volo dal salone alla cucina per intrufolarsi all'interno di un mobile lasciato sbadatamente aperto. Senza troppi complimenti ha scoperchiato con il becco una scatola di latta di Royal Dansk per divorare i frollini con grande voracità.
«Ci sono più biscotti nella tua credenza, Orazio, di quanto io ne possa sognare nella mia ciotola» mi sfotte lo sfacciato pappagallo sulla falsariga di Shakespeare per poi riprendere a beccare gli ultimi danesini rimasti.
Pazienza, meglio prenderla con filosofia.
Nota dell'autore: il passaggio [un mattone tedesco, esistenzialista, di Andreas Bierhoff, scrittore morto suicida giovanissimo. Copie vendute: due milioni.] è un riadattamento di una linea di dialogo di Giovanni Storti del film Tre uomini e una gamba.
Il pappagallo del nonnaccio
Premessa: Il pappagallo del nonnaccio, fa parte di una trilogia intitolata Il pappagallo che comprende anche Epicuro, il pennuto e Il re, la regina e il pappagallo i cui testi risultano senza apparenti legami.
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Mio nonno paterno aveva una fervida passione per i pappagalli. L'ultimo di una lunga serie si rivelò un conuro capoazzurro dagli occhietti mezzi chiusi, di nome Paulie, soprannominato 'Il Brasiliano' in quanto il piumaggio ricordava la bandiera del Brasile.
Il nonno con Paulie ebbe una dedizione senza precedenti, dall'alimentazione alla pulizia spendendo ore e ore in veranda per insegnargli a parlare.
Mi ricordo che dieci anni fa, quando nonna morì d'infarto, il nonno appariva più afflitto per la candida del pennuto in questione che per quella che era stata una brava moglie per ben cinquant'anni. Da quel momento in poi iniziai a manifestare disprezzo per quel "pappagallaro" esageratamente fissato, considerando pure che una forma di avversione c'era già, visto che non aveva alcuna stima nei miei confronti. Non per nulla, spesso mi dava del coglione. Oltre a ciò, un'altra caratteristica principale del nonnaccio era la sua avarizia, tant'è vero che da bambino non mi comprava nemmeno un gelato.
Nonostante negli ultimi anni le nostre comunicazioni si fossero ridotte all'osso, o comunque il nostro rapporto non fosse dei migliori, alla sua recente dipartita, causata da un brutto male, inaspettatamente mi ha lasciato un'eredità di circa quattrocentomila euro, a patto che io accettassi la sua ultima volontà espressa nella scheda testamentaria, ovvero di continuare io stesso a prendermi cura di Paulie. Pur non essendo un amante dei pappagalli, sarei stato... un coglione se avessi rifiutato.
A casa, piazzai quel "pollo colorato" in soggiorno, relegandolo dentro una gabbia oppure lasciandolo libero sopra un trespolo di legno. Notai fin da subito che, a differenza di quando il vegliardo era in vita, Paulie parlava poco, inoltre tendeva ad assumere un'espressione tipica del nonno, cioè sgranare di tanto in tanto gli occhi e inarcare la testa di lato. Ipotizzai che potesse trattarsi di un'imitazione, d'altro canto il volatile non conosceva altri che il suo vecchio padrone.
Ma non è tutto, sembrava prestare particolare attenzione alle conversazioni, comprese quelle telefoniche, di cui una degna di nota va raccontata.
Al telefono, a Mirella, la mia ragazza, comunicai che, data la grossa disponibilità economica, progettavo di comprare una BMW, una tenda da trekking, una barca, un set di attrezzi per la pesca, una mountain bike e di regalarle un paio di borse di Gucci.
Appena finii di stilarle la lista dei desideri, in men che non si dica, vidi Paulie aggrapparsi alle sbarre della gabbia e ad agitarsi freneticamente, reiterando un fastidioso "No! Non ti permettere!"
Provai un senso di angoscia e soggezione, al punto che dovetti inventare una scusa a Mirella e riattaccare velocemente la cornetta. Benché il pappagallo si fosse zittito, uscii quasi correndo dal salone per rifugiarmi in cucina. Mi venne in mente il nonno che, avarissimo com'era, odiava gli sperperi, difatti in diverse occasioni mi aveva etichettato come un coglione dalle mani bucate.
Nel cercare di trovare una prova che avvalori la mia tesi, con un po' di coraggio, ho deciso di stuzzicare il pappagallo, a mia volta a mo’ di pappagallo, con delle brevissime frasi ripetitive del tipo: "Nonno, sei tu?"
Dopo innumerevoli tentativi, finalmente... ha aperto il becco.
«Certo che sono io, coglione!» ha esclamato il volatile gracchiando e per di più strabuzzando gli occhi e piegando la testa di lato.
Il re, la regina e il pappagallo
Premessa: Il re, la regina e il pappagallo fa parte di una trilogia intitolata Il pappagallo che comprende anche Il pappagallo del nonnaccio ed Epicuro, il pennuto i cui testi risultano senza apparenti legami.
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Erika, la bellissima principessa di Norvega, a ventitré anni compiuti divenne regina poiché andò in sposa a Zeno, il re guerriero di Itala. Egli era considerato un tipo spietato e temuto, forte come un roccia, virile come un toro ed estremamente geloso nei confronti della regale consorte. Quest'ultima, oltre alla già citata bellezza, aveva un'altra caratteristica degna di nota, ovvero l'essere focosa e di conseguenza un'autentica amante del sesso.
Un giorno, Itala dichiarò guerra a Lybian. Si prevedeva un conflitto bellico dalla durata indefinita. Il sovrano, prima di prendere armi e bagagli, incaricò un fedele servitore, di nome Alessandro, di reperire una contenzione fisica per la regina al fine di coprirle dal basso il di dietro e il davanti. In proposito, si vociferava che durante le precedenti trasferte del marito, costei, eludendo la sorveglianza di alcuni emissari, fosse andata a letto con un domestico, con un valletto e con vari visitatori. Al di là della mancanza di prove inconfutabili, bisognava comunque correre... ai ripari.
«La vedi questa?» disse il re alla regina l'indomani, ondeggiando tra le mani un apparecchio di ferro munito di serratura. «Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave.»
«Come farò senza di te? Oltretutto per chissà quanto tempo!» piagnucolò la monarca nel mentre le veniva applicata la cintura di castità.
«Mi aspetterai. Tra l'altro, nella sala del trono, ti terrà compagnia Pollon, un pappagallo che mi è stato regalato stamane dal principe di Roccamaldina.»
Entrambi non sapevano che quel volatile assai carino, pur essendo poco loquace, aveva il dono dell'intelletto e della perspicacia.
Il regnante abbracciò la regnatrice e, a passo marziale, si avviò sul piazzale per partire assieme alle truppe armate fino ai denti in direzione del territorio nemico.
Undici mesi dopo, re Zeno riuscì nell'impresa di soggiogare il regno lybiano per poi, trionfante, rimettersi in marcia per ritornare alla reggia. Il suo primo pensiero fu per Erika, d'altro canto aveva le "palle piene" delle estenuanti battaglie, soprattutto per via di una lunga astinenza sessuale.
A corte, appena si ritrovò dinanzi alla sovrana, ebbe un'amara sorpresa: era incinta.
«Porca puttana! Ma com'è possibile? Solo io ne detengo la chiave!» ruggì re Zeno con una potenza tale da far tremare persino le armature allineate alle pareti.
«E che ne so io? Sarà stata opera del diavolo!» si giustificò Erika con un'espressione di finta desolazione.
All'improvviso, alla destra del seggio cerimoniale, Pollon, il pappagallo, da sopra un trespolo placcato in oro, cominciò a sbattere le ali e a garrire, sembrava che volesse attirare l'attenzione.
«Sire, il vostro caro pennuto colorato probabilmente desidera cantare!» osservò Rino, il giullare, in tono sardonico.
In quegli attimi di silenzio tombale, i presenti si focalizzarono su Pollon pendendo dal suo becco.
«Ve lo dico aspro: non è stato altro che Sandro Palissandro, il fabbro di Alessandro, tanto furbo quanto scaltro!»
In men che non si dica esplose un autentico pandemonio, le urla di re Zeno si sentirono in tutto il castello, per di più, preso dalla collera, distrusse una moltitudine di oggetti, tra cui quadri, mobili e suppellettili del vasto salone reale. Quel che è peggio è che qualcuno ci lasciò le penne. E quel qualcuno non fu di certo il pappagallo.
Nota dell'autore: la linea di dialogo [Il tuo vizio è una stanza chiusa e solo io ne ho la chiave] cita il titolo di un film dalle venature erotiche datato 1972.
Claudia Messelodi, "Emozioni"
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Claudia Messelodi
EMOZIONI
Emozioni è un titolo pregnante e forte in quanto è sottinteso che la poesia nasca proprio da emozioni del poeta che sono trasmesse al lettore, è un titolo per una raccolta di poesie coraggioso e spiazzante, forse un titolo che tutti i poeti darebbero alle loro raccolte.
Presenta una prefazione di Enzo Concardi esauriente e ricca di acribia e include due splendide fotografie a colori: Croce di Baone e Panorama del monte Baone, immagini molto suggestive.
Il testo è costituito da un alternarsi di poesie di media grandezza suddivise in strofe e connotate da titoli e da molte poesie haiku, caratterizzate dalla forma lapidaria e dalla straordinaria concentrazione intrinseca.
La raccolta potrebbe essere letta come un poemetto per la sua unitarietà strutturale e contenutistica.
Cifra essenziale di questa poetica è quella di una vena neolirica e romantica con esiti che raggiungono costantemente la linearità dell’incanto e una grande chiarezza che si coniuga a icasticità, luminosità e leggerezza che si fanno espressione di questi versi che viaggiano sulla pagina con rara precisione.
Fascino, magia e malia sono costanti nei tessuti linguistici caratterizzati spesso da accensioni e subitanei spegnimenti e nei casi delle poesie di media lunghezza con il primo verso c’è un librarsi del senso che poi plana nelle chiuse associato a significati e significanti sempre controllati e nonostante la chiarezza emerge una forte dose d’ipersegno in queste suadenti ed equilibratissime pagine nel quale emerge un andamento sicuro non scevro da luminosità e grandissima bellezza.
Tema dominante del volume è quello dell’amore, un amore che ha qualcosa d’intellettualistico ed è intriso di misticismo di stampo naturalistico.
Anche una natura rarefatta e lussureggiante è messa in scena da Claudia con maestria e sapienza e fa da sfondo alle poesie, quasi uno sfondo controcampo.
«Così per caso… / E se in quegli occhi c’è un Dio / cieli d’indaco».
In Portami lontano leggiamo: «Portami lontano/ dove s’accende il desiderio/ dove l’onda dei pensieri/ si fa muta/ di stupori e di abbagli/ tra silenzi ambrati di roccia. / Portami nei lidi dove non si dice/ dove non si deve,/ ma solo è respiro/ la presa calda della tua mano,/ battito/ il carbone celeste dei tuoi occhi…».
Densità metaforica e semantica caratterizza questi versi che sgorgano come acque di sorgente alpina, acqua di ghiaccio che la luce del sole irida come cristallo in un giorno che si trasfigura per entrare nell’eterno, nell’infinità.
E c’è spesso un tu al quale l’io-poetante si rivolge, un’entità della quale ogni riferimento resta taciuto e che dovrebbe essere presumibilmente l’amato, se in poesia tutto è presunto, l’amato ricercato con parole che sfiorano e rasentano l’invisibile.
Meraviglia è quella dalla quale viene sorpreso il lettore dinanzi all’esercizio di conoscenza in versi della Messelodi che colorato da tinte suadenti diviene il precipitato di un’anima e dei suoi sentimenti più intimi.
In bilico tra gioia e dolore si rivela l’essenza di questa poesia che è intrisa di una vena forte di melanconica e nello stesso tempo gioiosa bellezza.
Raffaele Piazza
Claudia Messelodi, Emozioni, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 68, isbn 979-12-81351-12-7, mianoposta@gmail.com.
Cecilia Natale, "Radici e Orizzonti"
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Cecilia Natale
RADICI E ORIZZONTI
Nata in Lucania, trasferitasi in Puglia, la scrittrice e pittrice Cecilia Natale propone con Radici e orizzonti (Guido Miano Editore, Milano 2023) una sorta di ‘ritorno alle origini’ seguendo quattro filoni di riflessione, corrispondenti alle quattro parti della raccolta di poesie: Il tempo delle donne (dedicata a donne note e meno note, compresa l’autrice stessa); Paesaggi e stagioni (memorie e descrizioni della natia Forenza, in Lucania, ed affinità e contrasti rispetto alla cittadina di successiva residenza pugliese, Mola di Bari); Ideali e sentimenti (situazioni reali o talvolta sognate, attorno ai quali svolge un fitto reticolo di riflessioni); I sentieri dell’anima (sezione in cui il canto poetico sfocia anche in aperta preghiera).
Le tematiche in verità si mischiano nelle varie parti, che non sono (volutamente) monolitiche, ma variegate. Più di ogni altra considerazione, vale forse il titolo ad offrire la chiave di lettura unificante della raccolta: Radici a indicare la necessità di ‘appartenere’ (a luoghi e a persone) perché l’esistenza trovi, o ritrovi, il senso profondo che senza dubbio la governa; e orizzonti perché la vita non avrebbe senso se non aspirasse al Bene, al Bello, all’Amore, alla Sapienza, alla Speranza, alla Verità, alla Felicità – parole queste che l’autrice scrive prevalentemente con la maiuscola, per sottolineare sia la loro intrinseca importanza, sia la loro - ripeto - necessità perché la vita sia ‘piena’ e non (come oggi accade) vuota di senso e di aspettative. Gli esempi dell’intreccio tematico che caratterizza la raccolta sarebbero molti, ma basti una citazione per tutte: Maria di Magdala, che esordisce con «C’era la luna/ e lei Maria Maddalena/ dai capelli di seta/ danzava a piedi nudi/ con gli anelli alle dita// sulla sabbia argentata/ della spiaggia orientale/ cantava nella notte/ il suo sogno d’amore// ondeggiava leggera/ lei Maria Maddalena/ seducente e bruna/ nella pelle di luna…», e che termina con questi tenui versi: «…E lei/ trasparente di luce/ al mondo disse addio/ rimase affascinata/ dalla voce di Dio!» – in poche parole c’è tutto: la descrizione ambientale, il disegno del personaggio, il sogno di un destino buono, la trasformazione che permette di raggiungerlo.
Poesia dopo poesia, i differenti tratti della vicenda umana si compongono in un disegno armonico, così come belli e pieni d’armonia sono i quadri della stessa autrice che vanno a chiosare le parole di ogni sezione del testo. Fossero a colori, si potrebbe dire che vanno a colorire i suoi versi. Versi nitidi, anche se non uniformi per metro; anzi, il metro libero si addice perfettamente ad essi, come in questo finale di Alle radici della tua bellezza (dedicata all’amica Luisa) «…/ così/ all’ombra di un Autunno/ senza vento/ ho respirato il tuo canto/ di Amicizia/ lieve di libertà/ come la brezza/ nel giro trasparente/ dei miei affetti!»; o come nella suggestiva I due livelli del silenzio: «All’ombra/ di un solido pilastro/ ho varcato/ la porta del silenzio…/ solo/ il rintocco cadenzato/ che divide il tempo/ s’ode/ e il coro delle Muse/ …in lontananza// cala il sipario/ sulle azioni umane/ si esibiscono gli echi del pensiero/ sulla modesta/ ribalta del silenzio!».
Non mancano amari cenni a certe fughe dalla realtà che attentano all’integrità della vita: «Ho visto sciogliersi/ sogni di cera/ nei cieli del 2000/ sedotti/ dal fascino del rovente Ilio// e Icaro precipitare/ nel labirinto/ dei sogni perduti,/ iniettandosi/ polvere bianca/ per aggrapparsi/ a quel filo di Arianna;// la volontà in frantumi/ il cuore nel fango/ ha creduto/ di potersi comprare/ un grammo di vita!» (Alla ricerca dei sogni perduti). Nessuna disperazione, però, nel veder tali cadute dell’essere; anzi, un deciso Coraggio di essere: «Non voler/ frenare le mani/ in catene d’acciaio/ ostinarti in aridi schemi/ che ti rendono schiavo di inutili affanni/ ma squarcia quel velo di piombo/ laddove hai sepolto il coraggio di essere/ e un senso di infinito, di pace/ finalmente avrai nello sguardo!» – ed anche Leggerezza dell’essere: «Nell’atmosfera/ tersa/ dove piano/ si dileguano/ i muri d’ombra,/ sarai/ candida manna/ nel deserto/ sottile zefiro/ sulle infuocate dune/ onda avvolgente/ intorno agli irti scogli!». Così si può levare alto anche il canto di preghiera che conclude la raccolta: «…Fammi restare, Signore/ in questa tenda/ intessuta di contraddizioni/ unisci, Padre, le sottili trame/ fragili ai sentimenti/ alle passioni,/ che vibrino all’unisono/ come corde di un’arpa/ ricuci Tu i lembi strappati/ nella ricerca della Verità!» (ultima strofa di Come corde di un’arpa).
Ma i versi più ammirevoli restano quelli che si fermano, quasi timidamente, a descrivere; come questi che chiudono Paese di mare: «…Sul porto/ ancora addormentato,/ si sdraia l’alba radiosa/ e contempla/ l’insonne pescatore/ dalle braccia stanche/ e dagli occhi rugosi/ vòlti/ al bianco gabbiano/ che passa!».
Nel complesso, una lettura veramente godibile, capace di far riflettere con pacatezza.
Marco Zelioli
Cecilia Natale, Radici e orizzonti, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 86, isbn 979-12-81351-03-5, mianoposta@gmail.com.
Rossella Abortivi, "Corrispondenze"
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Abortivi Rossella
CORRISPONDENZE
La raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede presenta una prefazione di Enzo Concardi esauriente, centrata e ricca di acribia.
Scrive il critico che la poesia di Rossella Abortivi è essenzialmente di carattere esistenziale ed onirico allo stesso tempo con un’alternanza fra realtà e sogno che mette in luce i chiaroscuri di una vita vissuta con ritmi bipolari.
Evocativo il titolo Corrispondenze che farebbe pensare ad un’idea della ricerca espressa simbolicamente di inviare messaggi in bottiglia gettati nel mare del web.
Ogni singola poesia diviene una missiva per il fortunato lettore e tuttavia non può prescindere dalle altre, vista la compattezza semantica del volume espressione di una vita in bilico tra gioia e dolore come condizione umana imprescindibile per cui il lettore, cosa che accade spesso può identificarsi con l’io-poetante anche per l’universalità delle situazioni descritte in un’atmosfera di onirismo purgatoriale che ha un indiscutibile fascino,
Tutti i componimenti presentano i versi centrati sulla pagina elemento che crea un ritmo sincopato che genera una felice musicalità.
Sospensione e magia in questi versi leggeri e icastici che centrano l’anima del lettore generando forti emozioni.
Poetica neolirica tout-court quella della Abortivi che sembra provocare nel lettore un’immersione nelle acque di un di un lago rilassante e protetto più che in un oceano con tempeste e del resto la natura è uno sfondo controcampo alle parole dell’autrice dette sempre con urgenza.
Leggiamo nella splendida poesia Figlia: «È un segmento appuntito / che vibra nell’aria / il tuo lamento notturno / o bimba rosa, / batuffolo di rugiada mai spento...».
Una chiarezza che si coniuga a luminosità pare essere la cifra essenziale del poiein di Rossella elemento connesso ad un forte amore per la vita che la poetessa mette in scena con levigate pennellate di stringhe di sintagmi e unità minime che si aggregano con effetti di straniamento.
In Nebbia è affrontato il tema del tempo: «Nelle mie giornate di nebbia / c’è il calore del cuore / stretto nella morsa del passato di / sbarre pungenti / nere / pesanti».
Il passato qui è una provenienza della quale ogni riferimento resta taciuto e la nebbia del titolo diviene simbolo del dolore.
Mirabile il componimento Azzurro tratto dalla sezione Epochè che significa in filosofia sospensione del giudizio: «Vorrei entrare / nelle finestrelle del cielo / accucciarmi tra le nuvole / e dormire…».
Il senso di una reverie si stempera nella linearità dell’incanto costituendo atmosfere suggestive di grande bellezza nella sottesa consapevolezza del ruolo salvifico della poesia stessa e spesso quella che si potrebbe chiamare dolcezza si adegua ai canoni del mal d’aurora anche se non manca la tematica del male di vivere di montaliana memoria.
Anche il tema amoroso è affrontato in modo sublime in Lampadina: «Il mio amore è come una lampadina / a tratti si accende con bagliori di fuoco / e illumina intere contrade / di desiderio infinito…»
Un esercizio di conoscenza in versi di spiccata originalità in controtendenza con l’oscurità dei nei orfismi e degli sperimentalismi.
Raffaele Piazza
Rossella Abortivi, Corrispondenze, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 68, isbn 979-12-81351-07-3, mianoposta@gmail.com.
Aldo Dalla Vecchia, "Le tre parche"
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Le tre parche
Aldo Dalla Vecchia
Pegasus Edition, 2023
Vita pubblica e privata coincidono negli scritti di Aldo Dalla Vecchia, giornalista e autore televisivo fra i più conosciuti, cosicché questa sua nuova fatica mescola l’affresco di costume con la saga familiare, i personaggi noti a tutti con le figure che popolavano la provincia veneta di tanti anni fa. Fra estati sonnolente in campagna, zii che salvavano dalla noia di un lavoro in cantiere imposto dal padre, fumetti e fotoromanzi letti avidamente il giovedì appena usciti in edicola, si snodano queste lettere dedicate a qualcuno che un tempo c’era e ora non c’è più.
Una serie di quadri raffiguranti figure fondamentali nella vita di Dalla Vecchia, legate da un filo rosso, o meglio nero, la morte. Delle tre parche è Atropo a vincere sempre, anche se le altre due, Cloto e Lachesi, si danno un bel da fare a ingarbugliarci l’esistenza, a riempirla d’incontri casuali e di coincidenze che si riveleranno importanti. Ma la morte, democratica e dispettosa, arriva per tutti. E di morti sono costellate l’infanzia, l’adolescenza e la maturità dell’autore, in questo “romanzo” che va all’indietro nel tempo, dove l’inizio è la fine e viceversa.
Tutti questi lutti, queste scomparse, queste lacerazioni dell’anima, anticipano e prefigurano l’altra, la più importante, quella che ha segnato l’esistenza dello scrittore, ovvero la perdita del padre Michele, perito improvvisamente per un incidente in montagna quando Dalla Vecchia era bambino.
Le persone defunte sono definite solo con il loro nome; alcuni sono familiari, come gli zii, i nonni, altri sono amici, altri ancora figure famose, i personaggi televisivi granitici come Mike (Bongiorno) o storici e giganteschi come Carol (Wojtyla).
Non mancano cani e gatti, primi grandi amici persi, primi dolori sofferti, e persino un personaggio fittizio, il cane Argo dell’Odissea. Con Argo, Dalla Vecchia ci riporta d’un balzo indietro, ricrea un piccolo quadro d’epoca, lo vediamo insieme alla nonna guardare quelli che erano i grandi sceneggiati televisivi di allora, lo immaginiamo singhiozzare disperato sulla morte del fedele animale. Questo bozzetto ha riacceso in me il ricordo di un mio inconsolabile e straziante pianto, dopo la visione di un cartone animato nel quale un disgraziato pinguino moriva di freddo e di stenti perché incapace di abbandonare l’uovo che non si schiudeva e che in realtà era stato sostituito con un sasso. Ancora, se ci penso, provo lo stesso strazio di Aldo e il magone mi chiude la gola.
La nostalgia allegra dei primi testi di Dalla Vecchia, per me che li ho letti tutti, si sta facendo vieppiù amara, sta perdendo la briosità della giovinezza per divenire struggente e dolorosa, quasi crudele. Libro dopo libro il tempo passa. Forse per chi è sensibile come Aldo passa ancora di più, lascia un segno, riannoda e disfa i fili dell’esistenza e del destino.
Tutto si perde e tutto torna, la fine e l’inizio combaciano. Atropo apre le sue forbici e aspetta.
L'ammartaggio
Stop! Non va assolutamente bene!
Lo so, risulto una specie di Stanley Kubrick, quindi rassegnatevi, d'altro canto la Federazione Russa ci ha assegnato un compito estremamente difficile. Ve lo ripeto per l'ultima volta: noi di Rossiyawood non dobbiamo destare sospetti. Avete presente la Hollywood negli anni sessanta con l'allunaggio? Ecco, evitiamo.
Prima di rimetterci al lavoro, è doveroso esporre alcune osservazioni. Innanzitutto una tirata d'orecchie al tecnico delle luci in quanto non mi soddisfa l’illuminazione. Ditegli anche di cambiare la tonalità rossastra, d'altronde il set deve ricreare una porzione convincente della superficie di Marte.
Michail, sposta la bandiera russa vicino a un cratere, cosicché i cameramen possano offrire inquadrature più accattivanti. Il discorso del Presidente, accompagnato dall'inno nazionale in sottofondo, meglio inserirlo sul finire, il pubblico deve totalmente concentrarsi sulle immagini e sui “dialoghi” dei due astronauti. Umh, a proposito…
Sceneggiatoreeeeee! Non ti avevo detto di modificare il copione e di depennare le sequenze con i marziani che accolgono gli astronauti con intenzioni pacifiche? Ascolta, non stiamo mica girando un film di fantascienza.
Popov, quelle macchie di caffè sul busto si vedono lontano un miglio. Fatti dare dalla costumista un'altra tuta spaziale. Dai, sbrigati, non restare imbambolato.
Zobnin, fammi leggere la frase-tagline che ritieni ideale per Olenikov.
- Un piccolo passo per l'uomo, un grande passo per l'umanità. -
Ma sei impazzito? Vorresti proporre le stesse identiche parole di Neil Armstrong? Vattene, sennò sulla Luna ti ci spedisco io con un calcio in culo. In giornata vedi di stilare una riga idonea.
Questo è tutto. Aspettiamo che ritorni Popov per il duecentesimo ciak.
Nonno sprint
Mio nonno materno, che personaggio!
Incallito donnaiolo e grande girovago, con i suoi ottant'anni passati, sprizza arzillosità da tutti i pori. Un dongiovanni, quindi? Eh sì, tant'è vero che in famiglia l'abbiamo da sempre soprannominato Don GiovanNuccio, derivante dal diminutivo di Nuccio. In proposito si lancia con nonchalance all'avventura, nel prendere treni o autobus per raggiungere le sue conquiste, spesso rimorchiate tramite quelle cosiddette rubriche Cuori Solitari, oppure semplicemente per farsi delle belle e spensierate gite.
Bene, arrivati a questo punto è necessario tornare indietro di circa trent'anni, a quando il nonno era più giovane e, per i suoi spostamenti, utilizzava uno sgangherato ma stranamente funzionale Piaggio Si con il quale aveva girato un po' tutta la Sicilia orientale e occidentale. A quei tempi, io e la mia famiglia abitavamo a Trabia, in provincia di Palermo, lo sprintoso ci veniva a trovare una volta l’anno per rimanere ospite da noi per una decina di giorni. Talvolta spuntava in maniera inaspettata, vale a dire a sorpresa.
In breve, provo a descrivere il tragitto: partenza all'alba, dal messinese al palermitano, giungendo da noi nel tardo pomeriggio, attraversando strade, stradine, paesi, paesini, campagne etc., sfidando persino avverse condizioni meteo, sebbene per ovvi motivi il Lawrence d'Arabia de' noantri scegliesse prevalentemente le giornate soleggiate.
Io e mia sorella, se sapevamo del suo arrivo, ci piazzavamo sul balcone ad aspettarlo. Non ci portava mai dei regali, al massimo un vassoio di piparelle. L'ingresso a casa nostra da parte del nonno lo consideravo di tipo trionfale, un mix tra il folle e l’eroe, tra l’altro ancora oggi ricordo bene il suo cascaccio color marrone senza visiera che con la fantasia identificavo da aviatore.
Una sera, quasi al termine della cena, avvenne un simpatico episodio degno di nota. In sostanza a Don GiovanNuccio domandai da cosa traesse origine quel suo spirito da avventuriero, e il perché prediligesse l’utilizzo di quel catorcio.
«Vedi, caro nipote, da ragazzino amavo leggere i giornaletti e sognavo di girare il mondo. Ed eccomi qua!»
«E qual è il tuo preferito?» gli chiesi con slancio, poiché a sette anni ero un avido lettore di fumetti.
«Tex Willer!» esclamò e con le dita fece finta di sistemarsi un immaginario cappello da cowboy.
«Ah ecco, ora si spiega tutto!» intervenne ironico mio padre. «Praticamente entrambi in sella. Tex, col cavallo andando per dune e per monti, mentre lui... col Si.»
Scoppiammo a ridere.
«E se piove? Come fai?» domandò mia sorella rivolgendosi al nonno.
«Non si pone il problema perché l'Uomo del Vento... non teme la pioggia.»
La sua risposta non poteva che essere prettamente willeriana.
La tennista
Skyler Patterson, mentre si riscaldava attraverso una serie di esercizi di stretching statico, fremeva dalla voglia di cominciare. Aveva come scopo principale dimostrare di essere la migliore tennista del mondo, ne aveva le "palle" piene dei giornalisti e dei bookmakers che la davano per sfavorita, a differenza di Scarlett Chavez, soprannominata "La Regina del Tennis."
In ogni caso, tutto quello che doveva fare era colpire bene e resistere più a lungo possibile per vincere la gara più difficile della sua vita, al fine di conseguire la Mosq Cup.
L'ambiziosa giocatrice osservò maliziosamente la sua rivale seduta su una panchina a bordo campo e nel frattempo cogitò su quale sarebbe stata la strategia più indicata da adottare per gestire il match.
Cinque minuti dopo la partita ebbe inizio, le ragazze inarcarono il braccio con la racchetta in mano, pronte a dare spettacolo. Vennero azionate le barriere protettive per isolare il campo di gioco, il Giudice di Sedia rimase all'esterno assieme al Giudice di Punti.
Da un singolare macchinario dotato di una gigantesca teca di vetro, fuoriuscirono una miriade di zanzare pantera, grandi quanto noci, in direzione della Patterson e della Chavez per pungerle e dissanguarle senza pietà. L'unico modo per inattivare quell'apparecchiatura, la morte di una delle due o di entrambe le tenniste qualora non avessero retto nello stesso momento.
«Vi sistemo io!» pensò la giovane atleta estremamente motivata e concentrata a bruciare i pericolosi insetti con la sua folgorante ed elettrica Racket 4000.
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