Silvia Marzano, "Voci"
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Voci
Silvia Marzano,
Guido Miano Editore, Milano 2023.
Voci è l’ultima fatica letteraria di Silvia Marzano, poetessa laureata in Filosofia teoretica con una tesi su Jaspers e che, oltre a diverse sillogi poetiche, vanta una decina di pubblicazioni a carattere filosofico. Già nella precedente raccolta dal titolo Liriche scelte, nella sua piú autentica ispirazione erano apparse componenti intuitive, irrazionali, misteriche, emotive e sentimentali tali da avvicinarla ad una sensibilità di tipo pascoliano, superando tuttavia il pianto interiore proprio del poeta romagnolo, acquisendo poi un linguaggio tendente a forme ermetiche, fino a sviluppare in ultima istanza uno stile personale assai levigato e trasparente, senza mutuare dall’intellettualità filosofica concetti astratti, ma creando immagini suggestive, accostamenti analogici, oggettualità e fantasie, inserendo bagliori di significati con molta levità e trasparenza.
Cosí avevo scritto - tra l’altro - nella prefazione alle Liriche scelte, e ciò devo confermare dopo aver letto le Voci, dunque continuazione ideale ed estetica del volume precedente. Sulla poetica dell’autrice esiste un approfondito saggio critico di Gabriella Veschi (Sogno e realtà nelle liriche di Silvia Marzano tra Leopardi e Pascoli) di cui mi piace ricordare qui alcuni brevi passaggi per indicare una comunanza di vedute sull’esegesi testuale. Il primo impatto è entusiasmante: «…Sin da subito improvvise epifanie, baluginare di ricordi, profluvi di emozioni e di percezioni sensoriali catturano il lettore, trascinandolo nell’inarrestabile vortice della creazione…». Poi, le annotazioni stilistiche mettono in risalto la perfetta consonanza tra lessico e messaggio: «…L’autrice non rifugge da un prezioso e raffinato linguaggio di derivazione classica, ma nello stesso tempo la carica dirompente ed innovativa evoca atmosfere ricche di suggestione e di pathos, messo in evidenza dalla leggerezza e dalla musicalità del verso…». Infine si passa a referenze culturali importanti: «…Le liriche di Silvia Marzano interagiscono con molti dei testi degli autori del sistema letterario italiano, da Dante a Petrarca a Leopardi e a Pascoli...».
E per ascoltare un’altra opinione critica sulla poetessa, mi sembra interessante e molto centrato questo lacerto di Marvi del Pozzo: «... L’Estetica della caducità trova in lei le parole piú evanescenti e cristalline per portarci all’Alto e all’Altrove e, col rasserenamento che ne consegue, il lettore intuisce, nel dono della parola poetica, piú di una traccia dell’invisibile e dell’eterno...». Ed è proprio allacciandoci a questa considerazione che ci introduciamo nei testi delle Voci, visitando quella lirica fondamentale e paradigmatica della raccolta che è Cosmo infinito, vero e assoluto inno al Creato e all’Altro. Qui le classiche dimensioni dell’infinitamente grande e dell’infinitamente piccolo trovano accoglienza, all’interno di una visione “cosmocentrica” piuttosto che “antropocentrica”, ponendo quindi il rapporto Uomo-Natura tutto sbilanciato verso quest’ultima, non riconoscendo alla specie umana la signoria sull’Universo, come ad esempio nella prospettiva rinascimentale. Infinitamente grande significa che il Cosmo è oltre ogni misura, non misurato, non misurabile e in ciò risiede parte del suo fascino, della sua attrattiva, del suo mistero: esso è in continua espansione e trasformazione. La poetessa coglie tali aspetti con versi lirici di un mosaico luminoso e metafisico: «Sublime bellezza, / luci iridescenti, spirali, / arcobaleni, sprazzi, / galassie, / al di là del visibile / e di un invisibile sperato /…/ Morte e vita, rinascite, / in miliardi di anni, / piú che tempi e piú che spazi…» (Cosmo infinito). L’infinitamente piccolo è il microcosmo umano, granello di sabbia nell’immensità dell’universo; la sua vita è un infinitesimo di secondo nell’eternità del tempo; la sua presenza sul pianeta un’estrema periferia delle galassie: «…E noi piccoli umani / terrestri, / non un centro / ma un punto soltanto / immersi in mutamenti / nell’infinito / all’infinito…» (ibid.).
È evidente che in tale visione la condizione umana vive l’effimero, la fralezza, la caducità, la provvisorietà, l’inconsistenza di ogni costruzione e progetto ed anche in tale frangente la poetessa trae le immagini, per simboleggiare il nostro essere transitorio, da similitudini con la natura, come in questo paragone: «…Noi punto di svolta, / anime / fragili come erbe di campo...» (ibid.). Ma entra sulla scena una voce che penetra la nostra interiorità e che decisa ci spinge ad ascoltare piú profondamente la dimensione dell’orizzontalità (le realtà relazionali terrene) e la prospettiva della verticalità (il rapporto con il Divino): «…voce di un Silenzio / forse mai stato presente, / che pure continuamente / ci illumina, / ci parla, scuote, spiazza, / ci chiama, / verso il mondo, verso altri, / verso Altro» (ibid.).
Sintesi e reiterazione dei motivi di Cosmo infinito è la breve lirica Voci, incipitaria della raccolta, a cui dà anche il titolo, e che vale la pena citare interamente per il suo raffinato lessico, nonché per il suo incedere mormorato e quasi esoterico: «Voci sorgive / oscillanti, / un canto fuggevole / remoto. / Un fremito / attraverso il linguaggio / nel bianco fra le parole. / Voci dell’anima, / un sussurro inudibile. / Eppure un dire / sommesso, impalpabile. / Un suono del pensiero / un’eco di Nulla». In particolare gli ultimi due versi contengono due sinestesie analogiche, dove la seconda annulla la prima come immagine di contrasto.
Il cammino di Silvia Marzano nello svelarci altre dimensioni e altri mondi prosegue con Polvere cosmica sul tema del nostro essere, delle nostre origini, della luce «di cui portiamo il sigillo»: qui i termini, che sottintendono concetti, si fanno sempre piú prossimi alla presenza di Dio come «il Padre delle luci», che spiega la nostra scaturigine nella dimensione religiosa. Il riverbero di tutta questa luminosità cosmica ed interiore si fa realtà, ovviamente, anche nella vita della poetessa, fino al punto di immaginare nomi come Esther («nome di stella») o Chiara («nome di luce») da attribuire ad una figlia ipotetica.
In un tale contesto non poteva mancare la voce della poesia, nel fornire il suo contributo, con l’invito e l’esortazione a tutti noi ad alzare gli occhi al cielo: cosí la musa svolge il ruolo prezioso per allargare gli orizzonti umani, per educare a realizzare i sogni, per accendere le passioni (Come le stelle in cielo). La poetica cosmica dell’autrice trascina poi con sé immagini e suggestioni in modo piú classico e tradizionale: la candida e misteriosa luna che, nonostante il progresso scientifico, resterà pur sempre amica dei giovani innamorati; l’incontro con un capriolo nel bosco, il quale suscita in lei sentimenti di appartenenza alla stessa natura; ancora luci di luna che rasserenano l’animo intristito dei solitari; il melograno, simbolo dei colori rossi del sangue e della passione in terra iberica; le stelle della notte di San Lorenzo nella memoria del passato nell’ombraluce di una betulla; i colori delle stagioni dipinti negli haiku posti nell’ultima parte di Voci: i glicini primaverili con le siepi di biancospino, i tigli e i gelsomini estivi, il foliage autunnale rosso-cinabro su cui cade una pioggia benedetta, la neve dell’inverno tra cieli di Van Gogh e riverberi di luce.
Voci accoglie altri vari motivi, ai quali si può soltanto accennare, a conclusione di questa prefazione: la musica del Tannhäuser, la musica ebraica e mistica (Klezmer e Sephirot), le sensazioni davanti a un quadro di Ben Jelloun, la nuova guerra scatenata in Ucraina, la serenità di fronte alla malattia (Di notte. All’ospedale), la sua anima lieve, oniricità e storia immaginando un castello settecentesco. E… i Fiori dell’anima, simboli di umanità: «Fiori dell’anima / sono le parole amiche / se quando hai bisogno / di conforto / ti cercano, ti parlano / e si riaccende la speranza».
Enzo Concardi
Silvia Marzano, Voci, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 76, isbn 979-12-81351-09-7, mianoposta@gmail.com.
Intervista a Maria Cristina Giongo
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Giornalista di successo che – dopo aver collaborato con la Rai e quattro testate del Gruppo Rizzoli –, adesso scrive per il quotidiano «Avvenire», Maria Cristina Giongo ha pubblicato nel 2020 un romanzo giallo dal titolo Mamma voglio morire. Circa quest’opera che – uscita per i tipi della Bertoni Editore di Perugia – indubbiamente si distingue per la fluidità della prosa e l’acume introspettivo, ho inteso rivolgere all’autrice poche ma sentite domande.
Basato sulla storia vera di una bambina già stanca di vivere alla tenerissima età di tre anni, il tuo libro denuncia innanzitutto il malcostume dei mass-media, con la loro abitudine “efferata” di mostrare, come se nulla fosse, immagini troppo crude che, in quanto traboccanti di violenza e morte, rischiano di minare irreparabilmente la psiche dei più giovani. Perché, per lanciare un simile allarme (dai contorni così spiccatamente sociologici), hai scelto proprio la forma del romanzo, invece che quella, magari, del saggio divulgativo?
Bella domanda! In realtà succede spesso che si inizi a scrivere un libro con una certa idea e poi, nel corso della stesura, si cambi percorso, magari spinti dalla recondita speranza che la forma romanzata risulti più gradita e possa dunque veicolare ad un maggior numero di persone il vero, importante messaggio che si aveva in mente.
Essere madre ti ha reso più facile o difficile scrivere questo particolare tipo di romanzo?
La maternità è l’evento più emozionante e più grande che una donna possa avere la fortuna di vivere. Per me è stata l’esperienza più bella della mia vita. Ho intervistato e conosciuto due Papi, un astronauta direttore della stazione spaziale internazionale, Luca Parmitano, personaggi importanti nel campo della cultura (come Umberto Eco) e anche della politica, dello spettacolo, ma nessuno di questi interessanti incontri ed articoli scritti su di loro mi ha dato la gioia e le soddisfazioni provate con e dopo la nascita dei miei due figli. Una felicità che dura ancora adesso che hanno quaranta e trentasei anni, con l’aggiunta di due deliziose nipotine. Per i miei figli, quando ero in attesa del primo, ho lasciato il mio lavoro in una televisione privata, diventata in seguito Canale 5, per cui conducevo alcuni programmi: avevo capito che non avrei mai potuto fare “bene” la madre con un’attività professionale tanto difficile ed intensa, senza orari di lavoro. Per cui ho chiuso quel tipo di carriera in Italia e sono “volata” in Olanda con il padre del bimbo che portavo in grembo. In Olanda vivo oramai da quarant’anni! In Mamma voglio morire si avverte la preoccupazione e responsabilità di essere mamma; che ho reso universale. Questo libro contiene soprattutto un messaggio di amore, attenzione per i propri figli, che deve essere più intensa nei momenti difficili, in una società che spesso può provocare seri danni alle loro menti in via di formazione, anche quando sono piccolissimi, come Muriel, la protagonista del romanzo.
Tra le varie figure che animano il libro, quella di Muriel – la piccola mossa dal desiderio di togliersi la vita – è l’unica ad ispirarsi ad una persona reale?
La storia di Muriel ne racchiude altre di tanti bambini e adolescenti come lei. Fra cui un ragazzo in particolare, che mi scrisse una lettera toccante, disperata, durante una notte inquieta, dopo aver letto un mio articolo proprio sul caso di questa bimba, pubblicato da Il Cofanetto Magico, il mio mensile online. Gli risposi subito e così, piano piano, nacque un’amicizia, ci incontrammo anche via Skype; gli chiesi di scrivere qualche articolo. Ora si è laureato e sono felice che quel terribile desiderio di uscire dalla vita gli sia passato, a parte momenti di depressione che purtroppo capitano spesso, quando l’esistenza diventa così pesante che persino godere delle cose belle e buone, che pure ci offre, sembra diventare impossibile. La sofferenza dei bambini, dei giovani, mi ha sempre colpito molto e molto fatto soffrire a mia volta. Sono una persona affetta da una “patologia” che io chiamo “sensibilità acuita”; in un certo senso Muriel mi assomiglia, anche se io non ho mai raggiunto quel carico di dolore che ti schiaccia come un macigno.
A che si debbono l’indulgenza e la comprensione che nel libro sembri riservare persino ai personaggi più negativi?
In realtà ci sono persone per cui non provo assolutamente indulgenza, come i pedofili (e questo si capisce molto bene nel mio romanzo!). Per chi maltratta i bambini e le donne non c’è perdono. Non provo pietà per loro. Tuttavia ho riflettuto molto sulle parole che mi disse tempo fa un commissario di polizia (diventato in seguito un personaggio del mio libro); mi confessò che alcuni malviventi gli facevano pena, per il degrado da cui venivano; quasi fosse per lui una specie di giustificazione per chi è sempre vissuto male, in ambienti criminali, spesso senza amore, carezze, senza denaro, come in una giungla dove o cerchi di sopravvivere in qualche modo oppure muori.
Un caso, un segno del destino o una scelta mirata che Mamma voglio morire sia uscito nel 2020 – cioè al culmine di una crisi mondiale così estenuante e tragica per tutta l’umanità?
Un caso. Avevo iniziato a scriverlo tre anni prima della pandemia causata dal Covid. E... purtroppo è uscito due giorni prima che il contagio scoppiasse in tutta la sua virulenza. A questo punto chiusero le librerie e neppure Amazon distribuiva più i libri. Un vero disastro, a livello di vendite, nonostante le belle recensioni ricevute da testate di rilievo. Mi spiace per il mio editore. Vorrei aggiungere che sicuramente se avessi saputo che sarebbe accaduto tutto questo, non avrei scelto quel titolo così agghiacciante e deprimente! Anche ora ci sono persone che dicono di essere spaventate da questo titolo. Eppure in Mamma voglio morire ci sono anche passaggi in cui si sorride, persino “divertenti”; e alla fine un messaggio di speranza e fiducia nella guarigione.
-Intervista a cura di Pietro Pancamo (pietro.pancamo@alice.it; pipancam@tin.it)-
Marco Farinella, "Ascolta il tuo suono, ti riporterà a casa"
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Ascolta il tuo suono: ti riporterà a casa di Marco Farinella (Vivere d'Arte Editore, 2021 pp. 348 € 19.90) è un libro molto interessante. Il saggio concentra il significato dell'educazione e della formazione dell'essere umano nel coinvolgimento emotivo e sensibile dell'apprendimento artistico. L'autore, cantante professionista, conduce attraverso il canto, una moderna pedagogia in cui la relazione con il suono decifra una compiuta armonia dell'esistenza. Analizza le caratteristiche di ogni interpretazione vocale, nella sequenza di ogni conseguimento di competenza, nella sinfonia del registro talentuoso. Marco Farinella, ideatore del sistema Mod. A.I. (Modello Acustico Interagente con il sistema nervoso umano), seduce con un linguaggio appassionante l'espressione culturale e sentimentale del suono, conferma la suprema conoscenza della voce umana, attua la ricerca del suo progetto educativo. L'estensione del suo sapere trasforma la didattica narrativa, forma il codice edificante della comunicazione all'interno dello svolgimento di organizzazione dell'energia creativa. La rappresentazione di una metodologia come sviluppo intuitivo e naturale spiega le dinamiche ancestrali alla base dei riferimenti di apprendimento e di costruzione del sé. Marco Farinella focalizza la sua attenzione esponendo la nobile vocazione della sua ricerca sull'educazione concretizzata attraverso l'esperienza della ispirazione artistica, in un confronto di disciplina estetica e di rigore morale, nell'impiego lineare e scrupoloso del sapere. Insegue il dialogo applicativo delle percezioni nella funzione rivelativa dei suoi effetti, spiega l'intima connessione tra la iterazione delle frequenze sensoriali e la composizione psicologica, congiunge la relazione fondamentale tra il meccanismo acustico e le vibrazioni fenomeniche dell'uomo. Leggere Ascolta il tuo suono: ti riporterà a casa è come accettare l'incantevole suggerimento della bellezza, restituire alla nostra anima il motivo di legittimo privilegio, riconsegnare l'accoglienza delle modulazioni corporee e mentali, riconoscere le proprie sensazioni e assorbirle attraverso una speciale consapevolezza. L'autore dona al lettore una particolare e sapiente concezione della propria dottrina innovativa, trasmette una reale e coraggiosa capacità funzionale, riconosce alla destinazione designata dalla superficie sonora una illimitata validità curativa. L'opera di Marco Farinella apre un mondo sulla eccezionale volontà di esplorare le proprie attitudini e di rivelare il risultato conseguito nell'itinerario empatico delle parole. Il linguaggio, sempre preciso e pertinente all'arte narrata, cattura l'autentico entusiasmo ricorrente tra le pagine, attrae la saggia agilità dell'eloquenza. Marco Farinella, spinto da un originale, naturale istinto di afferrare il devoto entusiasmo della vita, indirizza lo spazio dell'acustica come luogo di benessere, ascolta il significato della riflessione intensa del suono, entra in profonda sinergia con la sensorialità dell'uomo. Riporta a casa la viva e carismatica sensazione del sentire, amplia il desiderio di decifrare le intonazioni dell'inconscio, conquista l’esclusività della propria tecnica e la diffonde nella meravigliosa qualità di svelare ogni volta una voce nel compimento generativo di infinite possibilità.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
#immaginieparole : Turkimera
Turkimera
"Un occhio di Allah per te, uno per lei".
Una tartaruga di pietra, una con gli occhi blu.
Un punto sul foglio con tante frecce che s’irraggiano,
che vorrebbero espandersi, che pulsano un ritorno
d’amore su di sé.
Il bisogno è così grande che non si può colmare,
come un grande lago salato, amaro, refrattario,
che si asciuga da solo per farsi del male.
Una paura infantile, dilagante, dilatata.
Vorrei baciare ad uno ad uno tutti i fiori blu
della tua camicia
e la tua mano che mi rialza (allegra)
dal tappeto della moschea.
I baci al telefono mi stridono nelle orecchie.
Vorrei perdermi nel muezzin delle cinque a Santa Sofia
Nell’attesa delle navi che passano il Bosforo.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Sotto la cenere
Sotto la cenere
Ti ho lavato
dove tu lavavi me
ti ho lavato
dove ora io lavo i bambini
che non ti piacciono
che non capisci.
Ti ho imboccato
con la bava
e la lingua
di traverso.
Farfugliare esasperato
Rabbioso
occhi come lampi d’impotenza
anche tu diventi figlia
anche tu ritorni figlia
il mio niente si fa paura
il primo fremito di un dolore ritrovato
che c’era
che c’è
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Cuore di uomo
Cuore di uomo
Mano lieve sulla porta
sorriso imbarazzato.
Come tutti i piccoli uomini
cammini sulle punte
in un’angosciata simpatia
che sprizza triste dagli occhi umidi
di cane malizioso.
Un fremito di nervi incontrollato
contro l’allegria degli occhi
e il sommo della bocca
a contrastare il moto di anni
che scendono giù
dove non ci sarà più fremito
né occhi, né bocca
dove il mio amore ti cercherà
sfondando le barriere fra i mondi.
Succhia col palato
i sapori della terra
pane, vino e odori di donna.
Pedina della dama, carta, tg2,
figura degli scacchi, mago Zurlì
così io ti vedo.
Brucio di gelosia fuori di te.
Ma se pungessi
con le mie maledette antenne
il tuo concreto cuore di uomo
forse non troverei quello che cerco.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Non sei morto e io sto così
Non sei morto e io sto così
Non sei morto e io sto così
respiro nella mia paura
sopporto quello che non si può sopportare.
Nella tua stanza c’è chi è convinto di essere a casa,
e ogni giorno crede di passeggiare sul lungomare
e descrive le onde, piccole e chiare.
Pensavo dov’è la nostra vita
dove siamo noi
dov’è tutto quello che avevamo
che ci spettava,
da qualche parte ci devi essere ancora
forse in cielo, su una stella.
Mi manchi in casa, fuori, in ogni gesto.
Eri come un padre, ora sei mio figlio
Sei un pezzo di me anche se non lo ricordi più.
C’è una mano dietro tutto questo, c’è una regia,
ci deve essere un senso, una malignità, un destino cattivo.
Però oggi ti ho visto ridere, era la tua espressione, erano i tuoi occhi.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Memorie
Memorie
Un salacchino per pranzo
mentre fai gramigna
ISOLA
a casa ti aspetta
il bastone di tuo padre
la promessa di lasciarti
senza un soldo
e dar tutto ai tuoi fratelli.
Meglio seguire
le signorine
a servizio giù in città
col vento di libeccio
e i gabbiani.
Bello
le ghette e i baffi
t’innamora e ti sposa
tuo marito
ti porta con sé
al numero uno
portiera di ebrei
ricchi corallai.
Alle dame sorride
non ha voglia di lavorare
ma è una pasta d’uomo
e i tuoi tre figli devi crescerli da sola.
Ti afferra la caviglia
quando la passione
esplode
ma tu dici no
e i gatti miagolano in soffitta.
IDA
bella e altera
il passo lungo e fiero
le mani di fata alacre
cuci i tuoi merletti
ragazza di Rosachiara
quando arrivano le signore
posa il lavoro
e corri a spogliarti
le spalle nude negli stanzoni ghiacci
la povera biancheria dimessa
le dita bucate dall’ago
sei più bella di loro
più bella di tutte
in quegli abiti che
non saranno mai tuoi
ma indossi come una regina.
Ti vogliono i figli dei notai
degli avvocati
al gran ballo per l’inizio del novecento
e nasce l’amore segreto
proibito
di cui non ci parlavi
e che ancora ti faceva
luccicare di pianto gli occhi
nascosto
negato
diviso dalle convenzioni
perché ognuno deve stare al suo posto
e i gatti miagolano sulle scale.
ADA
morettina svelta
figlia minore
madre di mia madre
onda di capelli sulle ventitré
occhi di carbone
caratterino aspro
così simile al mio
moglie di camerata
madre di piccola italiana.
Sotto le bombe
sul carro
col gatto in collo
risoluta e forte
tu scricciolo
dalla pelle bianca
e dal profilo delicato
energica e battagliera
a tener testa a quel tuo marito
con gli occhi di mio fratello.
Mi hai insegnato
la misura
molto più di LEI
mi hai cresciuto
amandomi
forse più di quanto
tu abbia amato LEI
e i gatti dormono
sul mio divano.
“Un’epopea di gesti quotidiani, di volti familiari che ci riconsegna il tempo, quella evocata da Patrizia Poli: il registro chiaro e colloquiale di un lavoro onesto che si impegna in una costruzione minimale del verso, una versificazione dai toni domestici ma mai dimessi, un dettato lirico fatto di eleganza sussurrata e di corrusca tenerezza, quasi a suggerirci che la poesia più intima e felice è quella che si coglie nel miagolìo dei gatti su in soffitta o nel sorriso ingenuo e strafottente di un marito che non ha voglia di lavorare ma è una pasta d'uomo.
L’esigenza di rappresentare tessere apparentemente insignificanti di un divenire ordinario e mai privo di grazia, sembra essere la cifra prevalente della sua poesia, sebbene non ci sfugga che, nell’ordito placido e sereno di questo componimento così sincero e narrativo, fa capolino, in maniera seppur solo accennata, con ritrosia dissimulata ad arte, qualche tratto malinconico e nostalgico che, d’altronde, si coglie già nell’immagine iniziale, poetica e frugale ad un tempo, dell’aringa affumicata e messa sotto sale, la memoria, che mentre si disfa e si consuma, si fa più appetitosa e saporita.
Proprio il contrasto tra la delicatezza del ritratto o del ricordo e il rassegnato recupero di affilate schegge di rimpianto, rappresenta la nota più evidente di questa prova interessante, soprattutto in quanto il suddetto contrasto si consuma lungi da qualsivoglia idealizzazione dell’altrieri, in una dimensione in cui, piuttosto che il malessere, scorgiamo un afflato tenero e sincero verso la personale matrice identitaria, verso una terreno gravido di voci e sentimenti.” (Vera Vasques)
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : "Soffioni" e "Fiordalisi e papaveri"
Soffioni
Impalpabili infiorescenze di sambuco
soavi di luce e di bellezza fragili,
anche a voi la vita sfugge
s’incrina la bianca filigrana
in vite altre, piccoli semi in sboccio
nell’aria a fil di vento
sbirichinando nevicano
negli angoli riposti della via
senza più pensiero del domani.
Non rimarrà di voi che un sogno
inseguito dallo sguardo languido
e scabro lo stelo in terra.
Fiordalisi e papaveri
Torneranno i campi di grano a sussurrare,
a litigare fiordalisi e papaveri
per uno sbocco d’aria
tra le spighe arse dal sole di luglio
e i piedi a spaccare le dita sulle zolle aride
nei campi distesi sotto la bella Dormiente
La fiamma di rosso al tramonto
il campanile avvolge da lontano
le cime con esso gareggiano
già nascoste dalla tenebra lenta.
Insonne la notte al caldo trafitto
da grilli e cicale, gracida il rospo
e la rana nel rigagnolo verde
di acqua e di bianche ninfee.
Un gufo gli occhi spalanca
guardiano del faro notturno
alla luna che in cielo
argentea più delle stelle.
Immagine di Walter Fest, poesie di Adriana Pedicini
L’eco dell’eccellenza: Cinzia Diddi trasforma il ballo di fine anno nel gran ballo dello stile
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Come ogni anno i ragazzi hanno scelto che la tradizione del ballo delle debuttanti continuasse.
Si chiamerà Festa di fine anno e l’evento sarà di grande portata.
L’anno scorso non mancarono le polemiche, pertanto il dirigente scolastico, Tiziano Nincheri, ha non solo ascoltato molto i ragazzi, accogliendo le varie richieste, ma anche trattato l’argomento con grande apertura.
Il convitto nazionale statale "Francesco Cicognini" è il più antico istituto scolastico di Prato.
Molti papabili nomi hanno studiato tra le antiche mura.
E la chiusura dell’anno scolastico per i ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado ha sempre previsto una grande Festa.
Un rinnovo completo, pur mantenendo la tradizione.
Tra le novità eccelse, quest’anno lo stile è ad opera della stilista delle star, la pratese Cinzia Diddi, che ormai da sempre ci ha abituato solo a successi.
Di lei si vocifera che il suo “perfezionismo” non la faccia mai cadere in errore.
Uno stile ricercato, attenta ai dettagli, ama la sobrietà poiché sinonimo di eleganza.
La stessa Cinzia Diddi ha studiato all’istituto F. Cicognini, pertanto ci saranno anche il cuore, la passione e il coinvolgimento emotivo,oltre che la professionalità, a fare da padroni.
Un concentrato di elementi che decreteranno un sicuro risultato: affermazione di raffinatezza e stile.
Abbiamo provato a raggiungere Cinzia Diddi telefonicamente ma non sono stati rivelati troppi dettagli.
Indetta una conferenza stampa alla presenza del Sindaco, Matteo Biffoni, la mattina del 6 giugno.
Non ci resta che gustarci lo spettacolo con gli occhi ben puntati su queste eccellenze pratesi: il Convitto Cicognini e la Stilista Cinzia Diddi.
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