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Incipit e immagini: "Axis mundi"

20 Ottobre 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #immagini AI

 

Immagine generata con Microsoft Designer AI

 

L'ombra si mosse lungo la tenda divisoria e la parte inferiore del mostro cadde a terra. La testa mastodontica irta di punte ansimòl. Nella camera c'era rumore di ferraglia mescolato al vento di gennaio che mugghiava dalla finestra.

 

Da "Axis Mundi" di Patrizia Poli

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Incipit e immagini: "Una casa di vento"

19 Ottobre 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #immagini AI

 

Immagine generata con Microsoft Designer AI

 

Sale la scala a piedi, senza accendere la luce. Gli par di sentire Michela: "Hai tanto insisitito per l'ascensore e ora non lo prendi?". Gira la chiave ed entra, lo accoglie la vampa dei termosifoni, s'infila in camera di suo figlio, subito sulla destra, con la porta spalancata.

 

Da "Una casa di vento" di Patrizia Poli

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Incipit e immagini: L'ultima luna

18 Ottobre 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #immagini AI

 

Immagine generata con Microsoft Designer AI

 

Vivere sull'orlo del Masai Mara, nei primi anni Ottanta, comportava una certa quantità di problemi, vista la presenza di leoni, serpenti, scorpioni, ragni giganteschi.Tali ostacoli non spaventavano Jeff Connelly, che di proposito aveva scelto quella vitae in cuor suo non l'avrebbe cambiata con nessun'altra.

 

Da "L'ultima luna" di Patrizia Poli

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Incipit e immagini: "L'isola delle lepri"

17 Ottobre 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #immagini AI

 

Immagine generata con Microsoft Designer AI

 

Nel 1242 le orde di Batu, nipote di Gengis Khan, dopo aver saccheggiato i territori della Russia, dell'Ucraina e della Polonia, dilagano in Ungheria. Sono cinquecentomila, a cavallo e feroci. 

 

DA "L'isola delle lepri" di Patrizia Poli

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Incipit e immagini: "Signora dei filtri"

16 Ottobre 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #immagini AI

 

 

 

Un tempo facevo dei segni sulla corteccia degli alberi. Ho smesso quando ancora le mie gambe non erano storte, i seni non somigliavano a due frutti vizzi e i capelli non avevano il colore della sabbia. Adesso conosco tutte le voci del mare.

 

Da "Signora dei fitri" di Patrizia Poli

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Incipit e immagini: "L'uomo del sorriso"

15 Ottobre 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #immagini AI

Immagine generata con Microsoft Designer AI

 

Maria di Migdal aveva sentito un'altra voce, proveniente da un altro luogo, da un altro tempo. Aveva visto un bosco di ulivi illuminati dalla luna, un uomo che piangeva, infinitamente solo.

 

Da "L'uomo del sorriso" di Patrizia Poli

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Incipit e immagini: "Il respiro del fiume"

14 Ottobre 2024 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #immagini AI

 

Immagine generata con Microsoft Designer AI

 

 

Alle quattro del mattino la luce è già sufficiente a Benares per attraversare la città e raggiungere uno dei cento ghat sul Gange.

Avvolta in un sari scolorito, una figurina sottile, con i capelli annodati, una lunga treccia saltellante e i piedi nudi, sguscia fuori di casa e corre per i vicoli della città vecchia. Non presta attenzione agli escrementi di vacca e al sudiciume che insozza le strade, com’è sua abitudine in giorni più sereni. Passa come il vento in mezzo ai bimbi seminudi, ai lebbrosi, ai mendicati storpi, ai vecchi seduti sul marciapiede che giocano a centrare la sputacchiera.

 

Da "Il respiro del fiume" di Patrizia Poli

 

 

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La lunga estate bollente del 2003

13 Ottobre 2024 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

Immagine generata con Microsoft Designer AI

 

 

 

L'ombra era una manna dal cielo.

 

 

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Daurija Campana, "Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato"

10 Ottobre 2024 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia, #arte, #pittura

 

 

 

 

Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato

Daurija Campana

 Guido Miano Editore, Milano 2024.

 

Daurija Campana non è nuova alle patrie lettere. Ha già al suo attivo varie pubblicazioni monografiche di poesia: La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021) e la più recente Sola tra memoria e dolore (2023), con accurato saggio introduttivo di Enzo Concardi.

La presente raccolta rientra in un progetto più articolato di questa Casa Editrice, la collana dedicata al Parallelismo delle Arti: la pittura può risultare poesia muta e la poesia pittura parlante. Per secoli sono prevalsi i principi dell’arte poetica di Orazio e l’assioma di Simonide di Ceo, riferito da Plutarco. Dalla stagione del simbolismo, che non ha ancora cessato oggi di influenzare e sollecitare tanta parte della letteratura e dell’arte contemporanea, il sodalizio tra artisti e poeti si è ripetuto in vari momenti delle “avanguardie” storiche, in cui l’incidenza del messaggio scritto del poeta risultava in parallelo con l’immagine visiva e ne rivelava, nel linguaggio formale, le più profonde significazioni.

Fino a che punto la presenza di un testo poetico può incidere sull’atteggiamento di un artista e viceversa su parallele e concomitanti fonti di ispirazione? Se da una parte ogni artista e poeta rimane fedele a se stesso, dall’altra non si può ignorare quanto la letteratura del passato e contemporanea abbiano sollecitato e illuminato le motivazioni di tanta ispirazione artistica e letteraria. La collana Parallelismo delle Arti nasce con l’intento di accostare per somiglianza un gruppo di poeti – con la scelta dei testi più significativi – attraverso fonti di ispirazioni parallele con un altrettanto gruppo di artisti contemporanei. L’obiettivo è quello di chiarire la condivisione di comuni intenti tra autore e artista, dove le tematiche del poeta sono messe in parallelo alla fonte di ispirazione del pittore: il tema dell’amore, della natura, della memoria, del dolore, della maternità, degli affetti familiari. Già Mario Praz nel suo studio Mnemosine aveva teorizzato il significato del Parallelismo delle Arti e questa collana intende suggerire una chiave di lettura simultanea, affidata alla sensibilità del lettore: «scopo dell’artista è di fare risplendere una forma sulla materia» (Jacques Maritain).

Se poi il poeta e l’artista figurativo coincidono nella stessa persona come nel caso di Daurija Campana, il percorso assume un significato più intrinseco dove i segmenti poetici offrono una dose di suggestione per cui i vari sentimenti si alternano e si mescolano con sapienti pennellate: la nostalgia per il passato, per l’amore finito che non può ripetersi, la presenza impalpabile del padre ormai scomparso ma sempre presente nella sua vita quotidiana, la liricità della natura sentita fortemente nei suoi palpiti atmosferici, quel senso di angoscia ormai stratificata negli abissi della propria coscienza interiorizzata e che trascende il senso della caducità delle cose e dell’umana esistenza. Come osserva Enzo Concardi: «Una poesia che in generale gioca sul contrasto assenza-presenza di chi non c’è più: assenza fisica, corporale ma presenza spirituale e memoriale. È sempre una condizione esistenziale di dolore che non trova vie d’uscita»: «…E venivo con l’angoscia nel cuore:/ piangendo ti parlavo di mio padre,/ e pregavamo insieme che guarisse...» (Il lago).

La tormentata ricerca interiore di Daurija Campana trova la giusta misura attraverso un intimo richiamo alla poesia ma anche alla pittura, che si anima come fonte di vita. Diventa espressione di un’anima che lotta tra sentimento e ribellione, sofferenza e recuperi di pensiero e spiritualità ai margini del rifiuto, ma anche amore per la vita, nonostante le difficoltà che essa propone come elemento purificativo. C’è il desiderio di trascendere gli elementi stessi dell’esistenza per giungere a dare di questi elementi la parte più intima del loro senso. Si legga la lirica Cade la pioggia: «Il cielo è sereno, cade la pioggia,/ oggi il sorriso è turbato dal pianto,/ il viso riga scendendo la goccia,/ l’animo giace perduto ed affranto…».

Se in alcune liriche le immagini autobiografiche denotano particolari stati d’animo, in altre assumono valori che rivelano una lucidità intellettuale di chi non si scoraggia. Daurija Campana costruisce la sua arte utilizzando tematiche di estrazione classica: l’amore, la morte, l’eterno, la natura, la memoria che però ella arricchisce con la sua sensibilità squisitamente femminile. Così anche i dipinti presi in rassegna in questa monografia assurgono a una maggiore incisività del suo dettato artistico. A titolo di esempio si notino i vari dipinti dove l’autrice sembra prediligere la figura umana femminile: La verità (che poi è anche la copertina del volume Sola tra memoria e dolore) ma anche Sentieri, Autoritratto, Timidezza, La lettura, Primavera, Il broncio. Figure umane nella loro plasticità, colori caldi e pastosi, tratti ben delineati dove la morbidezza e la sensualità di alcune forme rimandano a una realtà liricamente sentita, che trascende la determinazione fisica.

Arte come vita per Daurija Campana, in simbiosi con un atteggiamento e attitudine riflessiva, la quale si traduce spesso in una visione pessimistica ma seppure non frequentemente, lascia aperto lo spiraglio alla via della speranza. Il disegno sicuro e robusto, coagulato nell’impasto cromatico, nella sua stessa intrinseca lucidità intellettuale, che dell’opera sostiene gli equilibri e i rapporti spaziali, riappare nella tensione psicologica dell’immagine, nella sua sintetica espressività. Così la Campana si fa testimone dell’anima delle cose, in una pittura che segue in parallelo l’ispirazione letteraria in un’arte che si rinnova non in maniera esternamente clamorosa, bensì nell’interno: nell’accostarsi cioè con amore all’oggetto, al paesaggio, alla natura, alla persona. E lo fa in modo silenzioso e delicato. Si guardino ad esempio le pitture: Odette, Il lago, Alba sul viale dove la morbidezza delle forme, il caldo luminismo che unisce e fonde le tenui immagini della natura e delle cose rapiscono il lettore.

Emblematica e significativa è la suddivisione in quattro parti della presente monografia come a indicare quattro fasi ben distinte del proprio percorso interiore ma anche artistico: Qualcosa di nuovo, Qualcosa di vecchio, Qualcosa di blu, Qualcosa di prestato, una raccolta di liriche inedite ma anche una miscellanea di testi già pubblicati in precedenza. Dove ad esempio il colore Blu rappresenta lo stato d’animo dell’autrice: «Ti ho scelto tra tutti i colori/ per dipinger la mia anima/ e le ferite del mio cuore/ ancora non cicatrizzate. // Ti ho preferito perché prezioso, / da usar con sobria parsimonia/ pregiato e non sostituibile./…/ Rendi profondo il mare calmo,/ infinito un pezzo di cielo,/ angosciato il mio piccolo mondo» (Blu), come anche tutto in Blu è il quadro Timidezza.

Numerose sono le composizioni dedicate al padre, in generale nella produzione letteraria della nostra autrice e nel dipinto Mio padre, lo raffigura alla guida del suo trattore mentre coltiva la sua terra.

E per lo scrivente prefatore accomunato dallo stesso destino dell’autrice, non può rimanere immune da tanta “elegiaca sofferenza”. Daurija Campana crede nella vita perché crede nella poesia. Per dirla alla Umberto Saba, un autore che credeva nella poesia e nella vita, e credeva nella poesia perché credeva nella vita: «… d’ogni male/ mi guarisce un bel verso…» (U. Saba, Finale).

Michele Miano

 

 

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L’AUTRICE

Daurija Campana, nata a Meldola (Forlì), si è laureata con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Bologna. Poetessa e pittrice, vive ed insegna a Cesena. Ha pubblicato le raccolte di poesie La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021), Sola tra memoria e dolore (2023) e il saggio Gli ebrei a Forlì tra il XIV e il XVI secolo (2013).

 

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Daurija Campana, Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di blu, qualcosa di prestato, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-41-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Franco Colandrea, "A mio figlio Paolo (Dialoghi d'amore)"

2 Ottobre 2024 , Scritto da Maria Elena Mignosi Picone Con tag #maria elena mignosi picone, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Franco Colandrea

 A mio figlio Paolo (Dialoghi d’amore)

Guido Miano Editore, Milano 2024.

Recensione di Maria Elena Mignosi Picone

 

 

Un itinerario inconsueto, un viaggio spirituale nella solitudine e nel silenzio, anzi addirittura nell'oscurità della notte, nel sogno nel quale si sviluppano i “dialoghi d'amore” tra il padre, vivente e il figlio dalle dimore dell’eterna Verità. “Caro papà… qui è tutta luce; luce illuminante, luce pervadente, luce generatrice; è luce universale, è beatitudine.” È proprio questa luce che il padre aspira a raggiungere qui sulla terra. È luce interiore, luce spirituale. Il padre, da convinto pensatore empirico e materialista, ignorava la dimensione dello spirito e respingeva la speculazione metafisica. È il dolore, sopraggiunto come un fulmine, che lo scuote e lo avvia per sentieri nuovi; nasce così imperioso in lui l’anelito alla luce spirituale. E si ripiega su se stesso fino allo stadio più alto dello spirito, la coscienza, dove si ode la voce di Dio che è amore e richiama l’uomo all’amore universale.

A mio figlio Paolo (Dialoghi d’amore)” di Franco Colandrea (Guido Miano Editore, 2024) è un viaggio travagliato, tra alti e bassi, tra tenebre e fulgori fino al traguardo della luce spirituale che lo porterà al disopra dei tormenti terreni fino al raggiungimento della quiete dell’anima. Una sorta di Beatitudine che è il riflesso qui sulla terra della Beatitudine celeste. Ed è possibile. Sicuramente.

E il figlio, nelle varie tappe del sogno, indica al padre la via.

Il primo passo è sfrondare la propria coscienza da tutti i pensieri dolorosi e pensare invece ai momenti belli vissuti insieme. Efficace è la concentrazione del pensiero senza che si faccia deviare.

Sfrondare poi l’animo dai condizionamenti della vita, che alterano e guastano l’essenza della persona. Così ci si alleggerisce della zavorra di cui ci ha appesantito l'esistenza. Questo alleggerimento è lo stadio della purificazione interiore che porterà alla quiete dell’anima.

Analogamente avviene nella malattia quando la forza della mente può modificare il corso letale e portare alla guarigione. Il padre, medico naturopata, tenace assertore della “Vis medicatrix naturae”, cioè della forza medicatrice della natura, così si rivolge al figlio: “…attraverso gli studi sulla naturopatia, ho scoperto e acquisito che con la nutrizione (digestione, circolazione, respirazione e assimilazione) vi è una continua riparazione dei tessuti che consumiamo vivendo. Attraverso essa, se le circostanze lo permettono, l’organismo ammalato guarisce di per sé.” E aggiunge: “Il buon medico dovrebbe lasciare spesso che agisca la natura.” L’animo lieto nella malattia è di fondamentale importanza. Lo raccomandano i medici.

Il figlio così conclude: “Ti puoi ritenere un essere illuminato dalla luce del tuo sé più profondo e questo ti darà l’opportunità di esplorare gli stadi superiori della tua mente, così riuscirai a dare ancora più luce alla tua intelligenza… e solo così potrai dare pace alla mente.”

La quiete però non è da intendere come imperturbabilità. Tutt’altro. La luce cos’è se non il riverbero dell’amore? Nell’aldilà tutto è luce perché risplende l’Amore di Dio. Luce e amore sono un tutt’uno. Altro allora che imperturbabilità! Le anime stesse del Paradiso seguono i loro cari in terra. Esempio appunto questi dialoghi d’amore tra padre e figlio, tra cielo e terra. È il figlio che conduce il padre alla quiete dell’anima.

Ma cos’è allora questa quiete?

È più che quiete! È felicità. È Beatitudine. Proprio qui. Sulla terra. E questo succede quando, coltivando la vita interiore, nel profondo della coscienza sentiamo la voce di Dio, l’uomo entra in dialogo con Dio e nell’Amore, succede il prodigio che l’essenza umana si fonde con l’Essenza divina. E in questa fusione sta la Felicità. La Beatitudine qui in terra.

Maria Elena Mignosi Picone

 

 

Franco Colandrea, A mio figlio Paolo – Dialoghi d’amore, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2024, pp. 80, isbn 979-12-81351-40-0, mianoposta@gmail.com.

 

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