Nella Pulvirenti, "Nel mio cuore"
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Nella Pulvirenti
Nel mio cuore
Guido Miano Editore, Milano 2026
L’uso della rima cuore fiore amore è una costante nei giardini della poesia e non sorprende che la poetessa Nella Pulvirenti nata a Catania nel 1966 e medico, che ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali e internazionali, abbia intitolato la raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede, Nel mio cuore, nominazione che fa intendere la presenza di un sentimento profondo e sentito nell’essenza dell’interiorità dell’autrice che si traduce nei versi.
Se in poesia tutto è presunto per cuore la poeta intende presumibilmente la sua anima, la sua camera della mente nella quale sono segretamente custodite le parole che emergendo, sporgendo da un nulla che si fa essere divengono poesia.
Come afferma il prefatore Floriano Romboli la poesia stessa è consapevolmente, in altre parole, per la Nostra la leggerezza nella vita, il varco che porta alla salvezza per vincere il male di vivere e anche il mal d’aurora, il senso di inadeguatezza e intimo disagio nell’approccio quotidiano con la vita nel nostro liquido e alienato postmoderno occidentale.
Cifra distintiva della poetica della Pulvirenti è quella di un poiein neo lirico tout-court, che esprime uno stato d’animo sempre in bilico tra gioia e dolore e la raccolta non è scandita in sezioni.
In Equilibrio leggiamo: «Fragile equilibrio/ di anime deluse/ vago nella nebbia/ di luci soffuse/ che mi danno torpore/ e che senza calore/ mi ricordano un passato/ oramai violato/ da ricordi di sorrisi/ puniti e divisi/ da ciò che è successo/ in quel giorno funesto/ ancora non dimenticato/ che non fa parte del passato/ ma che dorme tra i meandri/ di un cuore svuotato».
Qui le rime baciate rafforzano l’icasticità del dettato nell’evocazione vaga di un passato che non tornerà mai più soffuso di speranza da individuare nel nome del titolo della lirica che è Equilibrio.
Tutto si realizza in un contesto dove anche i sorrisi sono puniti e divisi da ciò che è successo ma ciò che è successo rimane in sospeso in un limbo nel non detto e ciò genera un’atmosfera di onirismo purgatoriale nel serpeggiare di una forma di pessimismo se anche il cuore è svuotato.
In Empatia, che tende ad un certo ottimismo leggiamo: «Empatia era quella/ che ci legava/ una connessione emotiva ci pervadeva/ un amore profondo/ ci attraversava/ un pensiero empatico/ ci conduceva/ ad un’amicizia unica e sincera».
Quindi una vena anche intellettualistica connota queste poesie dove protagoniste sono le sensazioni che prevalgono sulle descrizioni.
Emblematica rispetto a quanto suddetto è la poesia Morire quando il morire stesso, ovviamente in modo metaforico, c’insegna a vivere e rinascere perché è affermato nella chiusa che rinascere è vivere quando si muore dentro.
E il morire e il rinascere avvengono in un solo attimo quando il tempo si ferma e così viene superato il limite e si esce dal tempo lineare.
Molte volte viene detto il peggio come nel componimento Tutto piange ma questo accade per il lucido proposito di toccare il fondo, il massimo nel dolore e della disperazione, ma con la segreta certezza che tale condizione verrà superata come si evince nei versi di chiusura: «…Siate i nostri sorrisi quando ritorneranno,/ angeli speciali che dal cielo ci guideranno», versi che ci fanno intendere che il riscatto è possibile non solo tramite la poesia ma anche attraverso la religiosità quando sono detti gli angeli.
Quindi tutto il lavoro della Nostra è un consapevole esercizio di conoscenza che diacronicamente partendo dal dolore di una vita che dà scacco nella sua progressione porta alla consolazione e ad una felicità da realizzarsi proprio nell’empatia con coloro che ci amano e noi amiamo e con l’aiuto degli angeli stessi.
Raffaele Piazza
Nella Pulvirenti, Nel mio cuore, prefazione di Floriano Romboli; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-88-2, mianoposta@gmail.com.
Duccio Castelli, "I racconti di Maleto"
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Duccio Castelli
I racconti di Maleto
Guido Miano Editore, Milano 2026
Duccio Castelli è nato il 31 dicembre 1945 a Milano, dove attualmente risiede; imprenditore in ambito farmaceutico, ha vissuto diversi anni in Cile per lavoro; è poeta scrittore e musicista jazz.
Determinante per Castelli è l’incontro nel 1993 con l’Editore Guido Miano con il quale pubblica le prime raccolte di poesie e il racconto Una ragazza per quattro mesi, con una lettera introduttiva di Italo Calvino; lo stesso Editore lo inserisce in alcuni suoi repertori letterari, tra cui il Dizionario Autori Italiani del 2006 e La Storia della Letteratura Italiana IV volume del 2015.
Come scrive Michele Miano nell’acuta e sensibile prefazione ci sono figure che pur appartenendo al mondo degli affetti quotidiani, finiscono per assumere un valore simbolico più vasto. Maleto, l’ultimo cane di Duccio Castelli, è una di queste presenze, diventando il varco attraverso cui l’autore ci invita ad entrare nella sua memoria.
Il corposo volume è costituito da frammenti di diverse dimensioni che hanno per oggetto i molteplici settori della vita del Nostro e c’è un filo rosso che lega tali parti, s’identifica proprio nella figura del cane Maleto che per Duccio è più di un mero cane ma un essere personificato e quasi umanizzato e una figura di riferimento, il vero amico per antonomasia su cui potere contare nella vita.
Toccante il breve scritto nel quale l’autore racconta di quando gridò al suo cagnetto nero di fermarsi e lui non lo stette a sentire e conscio della pericolosa situazione e accortosi dell’avventarsi su di lui di due grossi cani che volevano fargli la pelle, sfuggì velocissimo per mettersi in salvo e una volta scampato il pericolo, dopo avere girato a destra, aspettò il padrone scodinzolando.
Da notare che, nel suo immaginario relativo a Maleto, Castelli dà addirittura in chiave eidetica al cane la parola e gli fa dire la frase: «se ti ubbidivo mi facevano a brandelli».
Quindi un fortissimo legame di affetto e complicità lega lo scrittore a Maleto, rapporto molto forte eticamente e che può essere compreso ancora meglio da chi ha amato un cane domestico, il cane che proverbialmente è l’amico dell’uomo, soprattutto in un’epoca nella quale si assiste spesso al tristissimo fenomeno dell’abbandono dei cani stessi in autostrade o parchi.
Molti personaggi della sua esistenza sono delineati e rievocati in queste pagine da Castelli con un forte scatto e scarto memoriale non per l’espressione di un dolore nostalgico ma per una forte riattualizzazione felice di bei momenti, un po’ per il recupero di periodi gioiosi magari con amici che non ci sono più nel tentativo riuscito di fare un produttivo inventario della sua vita.
Il Nostro si fa autore di una galleria di amici con i quali nella sua esistenza ha stabilito legami profondi e a volte anche di affari e di lavoro nell’ambito della sua professione di imprenditore farmaceutico.
Per esempio l’autore rivive la sua amicizia con l’inglese Ron affermando che questa persona fortemente gli manca.
«Ron sembrava Goldfinger, ma era simpatico. Inglese di popolare origine, a sessant’anni diceva di sé “sono sulla quarantina” e sorrideva. Era di una generazione più di me. Sempre mi fu amico e paterno, in realtà mai soddisfatto della sua famiglia fiacca, mentre lui era di un’intelligenza vispa e spontanea, si era fatto dal nulla ed era diventato un maestro nel commercio internazionale farmaceutico».
Una visione del mondo e della vita ottimistica trapela da queste pagine, un atteggiamento positivo e disincantato verso la realtà nella sentita consapevolezza, nonostante la lezione della realtà, che si può riporre la fiducia in qualche vero amico e tra gli amici forse il migliore è Maleto, che rielaborato empaticamente e affettivamente non è più solo un cane ma una persona fornita di parole tra detto e non detto da ascoltare con lo strumento del sentimento.
Raffaele Piazza
Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.
Alfredo Alessio Conti, "Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali"
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Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali di Alfredo Alessio Conti (Independently published, 2025 pp.66 € 8.50) espone le convenzioni espressive dell'attualità, analizza lo studio consapevole delle parole e della loro influenza, illustra l'informazione cognitiva di un modo di scrivere, ancorato ai dettami della contemporaneità. Alfredo Alessio Conti trasmette al lettore una disorientante e significativa alienazione digitale, alimenta un'alterazione delle percezioni che, nei testi, traduce il modello deformante della realtà e delle emozioni, compone un potente stravolgimento della poesia dell'aspetto esistenziale in cui verità e inganno si confondono e intensificano le previsioni illusorie, nel contrasto interiore tra una pulsione sensibile e il suo disadattamento. L'autore osserva il cambiamento inesorabile della personalità umana, condizionato dall'impiego irresistibile, ossessivo e maniacale delle connessioni digitali, descrive l'utilizzo eccessivo di un vocabolario affrancato alle regole di una evoluzione linguistica alla deriva, spiega l'esperienza immersiva di un'interazione sociale nel rapido e frammentato contesto delle proprietà virtuali. Il libro mostra, anche visivamente, attraverso l'uso del carattere maiuscolo in alcuni versi, la sperimentazione artistica di ogni parola, collegata a un'estetica interpretativa dal forte impatto psicologico e analitico. Raccoglie il contenuto magnetico e iperbolico delle sensazioni artificiali, la scissione della coscienza, la dispersione dell'identità, laddove la mente e i pensieri sono sopraffatti da una dipendenza destabilizzante, i comportamenti umani elaborano una persistente contraddizione interferendo con le relazioni e la vita quotidiana. Alfredo Alessio Conti accoglie la sua poesia come la corrispondenza di un'indagine introspettiva alimentata dallo sbilanciamento affettivo e dalla sovraesposizione mediatica, la cronaca lucida e spietata di una riduzione comunicativa, di una sorveglianza di incomunicabilità e di superficialità che nutre il vuoto tra l'invadenza preoccupante e disarmante degli effimeri rapporti interpersonali e la simulazione del sentire. Consuma la destrezza sapiente dei versi per circoscrivere il disegno costrittivo dell'uomo, nella morsa che attanaglia le sue esitazioni, nella condizione di estraneità e di distacco da una frattura empatica tra ciò che si è e ciò che si vive senza la sensazione di una tangibile partecipazione al circuito del cuore. La poesia di Alfredo Alessio Conti rivela la vulnerabilità dell'uomo, spettatore di se stesso nel suggestivo palcoscenico della vita, vincolato nelle trame di un processo degenerativo, inadeguato alle deterioranti contrazioni di una lingua che trattiene la sua decadenza nel codice incisivo di una struttura disumanizzante, imposta da una sintassi opprimente e spersonalizzante. La costruzione poetica dell'autore si fa integrazione di un discorso che fortifica la densità eloquente dei segni e dei simboli, compone un valore terapeutico dinamico di comprensione, riconosce le interazioni disturbanti e minacciose tra individuo e società, l'assenza perturbante della congiunzione dialettica in un dialogo artificiale, la dimensione patologica del dire, la maglia intricata dei confronti in un sistema senza stabilità. Il libro rappresenta il groviglio enigmatico degli agguati mentali, una risposta esplicita alla crisi esistenziale, il disorientamento e lo smarrimento della solitudine, la vertigine dell'isolamento, nel passaggio destrutturato dove la capacità di perdersi diventa indispensabile per ritrovare se stessi e la propria valenza trasformativa.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
UN NULLA
Ho scritto centinaia
di PAROLE
in Internet.
Ho ricevuto migliaia di
MI PIACE
sulle mie pagine.
Di tutto questo
UN NULLA
mi è rimasto.
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IPHONE
Scorro con le dita
sul mio
IPHONE
alla ricerca
del mio
PASSATO.
Non trovo NULLA
che mi
RICORDI veramente
CHI SONO.
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MAGAZZINO BYTE
Oggi sono
quel che non sono.
ATTACCATO
ad una FLEBO DI CAVI
connessi alla rete
IMMAGAZINO byte
per sopravvivere
alla mia INCOSCIENZA.
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SPAZIO CYBER
Nel cyberspazio
mi rappresento
con la mia identità digitale
nell'AVATERRA
annuncerò
la mia FINE CORSA.
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ORMAI PER DIRTI
Ormai per dirti ti amo
non mi resta che inviare
un messaggio whatsapp
una pagina Facebook
un video Tik Tok
un Twitt, un Instagram
non ho più parole
sulla bocca.
"Diario poetico di Maurizio Zanon", a cura di Enzo Concardi
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Diario poetico di Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2026
Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia, dove attualmente vive.
Il binomio diario–poesia si rivela nuovamente vincente come idea di una vita inserita in un felice cronotopo su un pianeta da abitare appunto poeticamente.
E qui il diario diviene il supporto temporale e fisico dove annotare le emozioni, ovviamente controllate, con saggezza in poesie, come se fossero metaforicamente i negativi delle molteplici situazioni della vita, delle sue fotografie del reale da trasmettere ai fortunati lettori in un gioco di specchi.
Si intersecano e si sovrappongono le due linee di codice, quella della scrittura in versi e quella della critica letteraria che si realizza attraverso la curatela di Enzo Concardi, che comprende un prologo, la sezione eponima Diario poetico con le poesie ognuna delle quali associate ad un close-reading e l’epilogo.
Da notare che le poesie si snodano con la forma di agenda poetica con i componimenti ordinati in ordine cronologico a partire dal 1979, anno dell’esordio poetico del Nostro quattordicenne con la poesia Cimitero.
Maurizio Zanon è veneziano e il suo poiein quasi inevitabilmente è pervaso dal fascino della sua magica terra, la sua città, con la sua laguna e i suoi palazzi, le sue inconfondibili atmosfere, introiettate nella mente e nell’anima del Nostro e tradotte in versi.
In preghiera tra i monti (del 2018) leggiamo: «Fai, o Signore, che nel distacco graduale/ da tutto quello che vive intorno a me/ e che mi appartiene/ mi convinca che tutto passa ed è vanità/ mentre resta e vale/ ciò che è eterno». In questo componimento è espressa la visione cattolica e trascendente del poeta, in particolare in consonanza con il veterotestamentario libro del Qoèlet e alla sua notissima massima Tutto è vanità solo vanità. Come scrive a questo proposito Concardi questa è una preghiera in prospettiva escatologica, che riguarda l’essere e non l’avere.
Leggiamo Nebbia: «Tu che nascondi le cose/ nascondimi quelle lontane/ gli amari ricordi e le piaghe/ del tempo deluso e sconfitto». Poesia ben lontana da San Martino di Carducci che esprimeva una visione ottimistica della vita e comunque le due composizioni hanno il comune denominatore della nebbia stessa nominata, protagonista che per tutti e non solo i poeti ha il potere di creare suggestione e atmosfere con tonalità affettive multiformi ed effetti dissolventi.
In Versi alla memoria di Guido Miano, inedito, 21 novembre 2025, leggiamo: «Resiste ancora la tua voce/ in quelle lunghe chiacchierate/ a telefono, sino a tarda sera/ ove si discuteva a come fare letteratura./ Parlare con te era aprirsi/ ad un mondo di idee mai banali/ ma fertili, come la natura a primavera./ Per destino, non ci siamo mai incontrati./ Pur tuttavia, caro Guido/ ci siamo visti/ specchiandoci entrambi sulle nitide acque della Poesia».
Poesia accorata piena di un pathos che però si apre all’ottimismo e non all’autocompiacimento, al dolore nostalgico, ma al contrario alla riattualizzazione della figura dell’Editore amico, scomparso ma presene attraverso il ricordo nell’anima forse ora ancora più vivo.
Raffaele Piazza
Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.
Nella Pulvirenti, "Nel mio cuore"
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Nel mio cuore
Nella Pulvirenti
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Non sorprende che nei tristi versi di questa raccolta poetica il rapporto vita/morte conosca coerentemente una formalizzazione antitetica, segnatamente tramite la polarizzazione “luce/buio”: «Siete la mia alba, siete il mio tramonto/ siete le mie lacrime di ogni giorno,/ laggiù oltre la luce vi cerco e vi trovo/ di notte nel buio e nel sonno profondo» (Per voi, corsivi miei, come sempre in seguito).
La morte prematura ha drammaticamente annullato l’esistenza di due cari amici, provocando in chi è rimasto lo sbigottimento sconfortato di coloro che non sanno trovare una ragione all’evento luttuoso che non possono accettare: «Increduli e smarriti/ siamo solo anime in frantumi/ che cercano invano la luce,/ nessuna ragione potrà mai accettare/ l’infausto destino che la vita/ ci ha destinato/ (…) Silenzi incomprensibili/ fiumi di lacrime/ domande senza risposte/ (…) Viviamo di ricordi/ per non morire dentro/ in questa buia e incomprensibile realtà» (Disperazione).
È proprio di quell’animale “speciale” che è l’uomo accompagnare al semplice vivere, comune a tutte le altre creature, il costante “vedersi vivere”, e quindi associare al fatto di essere al mondo la dolorosa consapevolezza dell’epilogo inevitabile di tale condizione, del necessario scomparire – prima o dopo è in fondo secondario – di ognuno dal campo luminoso e appagante della vita, di cui rimarrà soltanto il mesto ricordo, qui posto in risalto dall’insistenza dell’anafora: «Ti ricordi i tramonti insieme/ ti ricordi le risate vere/ ti ricordi i nostri viaggi sognati/ con grande impegno organizzati,/ le lunghe sere d’estate/ con gioia improvvisate/ con semplicità e allegria vissute/ non potranno più ritornare/ ma saranno cibo quotidiano/ per il cuore e per la mente…» (Ricordi).
Risulta d’altronde degno di nota che i Greci collegassero strettamente l’origine della speculazione filosofica all’idea tormentosa della morte (meléte thanátu); e i pensatori dell’antichità offrirono, ovviamente, soluzioni teoretiche diverse al problema primario della fine dell’esistenza individuale, dal Platone del Fedone al “tetrafarmaco” di Epicuro, che raccomandava al proposito l’indifferenza intellettuale-morale, a causa dell’intima estraneità della medesima alla tensione cosciente connaturata all’esistere e perciò della sua sostanziale insignificanza.
A ben vedere questo era più facile ad asserirsi in astratto che a praticarsi in concreto, e la stessa cultura classica non se ne nascondeva le forti implicazioni disorientanti e angosciose, delle quali è un’eco rilevante nella poesia di un autore italiano moderno, Giovanni Pascoli, che affidava tale amaro, criptico aforisma alla conclusione de L’ultimo viaggio, il più celebre e forse meglio riuscito dei Poemi conviviali (1904), composto a partire del settembre-ottobre 1903: «- Non esser mai! non esser mai! più nulla/ ma meno morte che non esser più! - » (XXIV, Calypso, vv.52-53 , cioè: «è meglio non essere nati, che nascere e vivere una vita caratterizzata dalla penosa ossessione della morte»).
Si coglie traccia di una concezione siffatta altresì in talune liriche, di lontana ascendenza quasimodiana, di Nella Pulvirenti: «Legati ad un filo/ stiamo sulla terra/ che ignava ci accoglie/ ognuno con il suo destino/ sperando di vivere/ sognando di vincere/ una lotta continua/ contro il tempo/ ma la vita ci avverte/ che la morte si avvicina» (Sulla terra); l’autrice manifesta apertamente la propria rabbia dinanzi alla subitanea cancellazione della vicenda etico-psicologica di determinate persone, dei loro progetti, delle loro aspirazioni, dei loro sogni: «Siete il mio sorriso/ dopo urla di pianto/ siete il mio coraggio/ in mezzo al mare in tempesta/ siete il mio esempio/ nell’affrontare la vita/ che ingiustamente/ ha chiuso una partita/ ancora tutta da giocare/ rimasta ancora aperta/ che ci ha lasciato dolore e sgomento/ che ci ricorda ogni giorno/ come tutto può finire in un secondo…» (Ancora in viaggio); «Gioia vera colpita da una bufera/ che ha distrutto tante e tante vite/ giovani e meno giovani/ ancora pesantemente incredule e stupite,/ non si può accettare che siate volati via/ lassù su quelle nuvole oltre il mare/ ma vi sento ancora sorridere e sussurrare/ che la vita vera non è quella vissuta sulla terra/ma è ciò che io ancora non riesco ad accettare…» (Bufera).
Gli è che in generale la morte ha il potere sinistro e terribile di lacerare violentemente la rete delle relazioni sentimentali-affettive fra gli individui, deprivando e “svuotando” l’esistenza dei suoi valori più veri e preziosi, dei suoi contenuti fondamentali: «In questo mondo complicato/ c’era stato con voi uno spiraglio/ di gioia, amore e di felicità/ di leggerezza, rispetto e complicità/ di vera e sincera intimità/ ma tutto improvvisamente si è spento/ in quel tragico momento/ non mi aspettavo che tutto questo tormento/ arrivasse nella mia vita/ già ricolma sia di gioia che di dolore/ dove lotto da sempre per far vincere l’amore…» (È stato un sogno); «I giorni bui e le notti insonni/ le lacrime agli occhi/ che non vedono più/ le mani non stringono/ si sono arenate/ i volti amici/ non sorridono più,/ il sole non sorge, il buio non cala/ perché il tramonto non si colora più…» (Per ricordare); e la relazione stessa con la realtà cambia repentinamente e intensamente di segno, stando all’accorata confessione del grande economista e sociologo Vilfredo Pareto, che in una lettera del gennaio 1919 all’amico Guido Sensini con queste parole rammentava, a distanza di molti anni, lo strazio patito per la scomparsa della madre Marie Métenier avvenuta nel settembre 1889: «Quando ho perduto la mia (madre) mi è parso che il mondo diventasse interamente diverso da quello di prima». Lo stesso attesta puntualmente la scrittrice siciliana: «Vi ascolto ogni dì sia all’alba che al tramonto/ vi sento vicini parlare e sorridere/ ma sento una ferita profonda nel cuore/ che non mi dà pace neanche nel sonno più profondo/ vago sperduta fra i meandri della mia mente/ mentre cerco maledettamente di comprendere/ ciò che è potuto succedere sulla nostra strada…» (Dolore).
Nei suoi testi tale situazione morale appare crudelmente bloccata e resa con sistematica, sofferta incisività attraverso un linguaggio contraddistinto da linearità essenziale, eppure non privo di accuratezza ritmico-letteraria, come dimostra il diffuso, elegante ricorso alla rima («Potrà mai tornare la primavera/ dopo questa incontenibile bufera/ che si è abbattuta tra le nostre vite/ ancora incredule e stupite…/ (…) Potrà mai allontanarsi questo dolore/ silenzioso compagno di notti insonni/ che non può rispondere ai perché impossibili/ ma che trasforma l’assenza in presenza/ rendendo così più accettabile questa esistenza» (Vuoto); «Volate più in alto/ fra nubi dorate/ intensamente colorate/ da un sole al tramonto/ che illumina un mondo/ ormai moribondo» (Sgomento) e più raramente all’enjambement: «In mezzo a tutto questo dolore/ che non può svanire/ che devo obbligatoriamente sentire/ dentro un cuore svuotato/ da tutti questi meravigliosi/ ricordi del passato…» (Vi cerco); «Dopo una notte di dolore/ che ha acceso un calore/ nelle mie membra un malore/ che sento dormendo/ con gli occhi sbarrati/ ancora catturati/ da immagini smarrite/ di foto poco definite/ che riempiono la mia mente/ ancora sofferente…» (Notte di dolore).
La visione della dottoressa Pulvirenti non è tuttavia completamente negativa; essa dissemina nei varî componimenti così malinconicamente intonati spunti contrastanti, “segnali” di attesa positiva: «Siate i nostri sorrisi quando ritorneranno,/ angeli speciali che dal cielo ci guideranno» (Tutto piange); «Mi alzo con fatica/ spinta da una luce amica/ che mi toglie il torpore/ di un cronico dolore…» (Notte di dolore, cit.); «La notte mi schiaccia il cuore/ e l’alba mi dà una nuova speranza» (Se avessi immaginato).
Mi preme infine sottolineare le potenzialità purificatrici e finalizzanti connesse alla capacità di «immaginare un’altra vita» (Squallore); in questa prospettiva anche per la poetessa è forse la condizione della giustificazione e del superamento delle sofferenze terrene per quanto prolungate e profonde: «Siete rifugio, siete guida/ siete il segnale/ di un’altra vita…» (Un’altra vita).
Floriano Romboli
Nella Pulvirenti, Nel mio cuore, prefazione di Floriano Romboli; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-88-2, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Nella Pulvirenti è nata a Catania nel 1966 e risiede a Giarre (CT). Si è laureata in Medicina e Chirurgia nel 1994 presso l’Università di Catania, con specializzazione nel 1998 in Dermatologia. Nel 2003 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in farmacologia preclinica e clinica (dermato-farmacologia). Esercita a tutt’oggi con dedizione la professione di medico ma la poesia è per la Pulvirenti un rifugio dell’anima dove ritrovare se stessa.
Il teatro di Pietro Nigro.
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Teatro di Pietro Nigro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Pietro Nigro è nato ad Avola (SR) nel 1939, poeta, saggista, apprezzato dalla critica letteraria e con al suo attivo numerosi riconoscimenti, è l’autore delle tre commedie, che prendiamo in considerazione in questa sede,
Il Nostro è stato grande amico dell’Editore Guido Miano, che ha pubblicato il suo primo libro di poesia Il deserto e il cactus nel 1982 che gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma).
Il teatro, definito come la più umana delle arti, in un’epoca come la nostra tecnologizzata, alienata e liquida sempre maggiormente giorno dopo giorno, si rinnova e trova ancora espressioni, manifestazioni, epifanie in nuove opere, altre sceneggiature come quelle di Nigro, a dimostrazione della sua importanza necessaria nel panorama culturale e artistico della nostra contemporaneità.
Tale valore consiste per chi lo pratica e per i suoi fruitori, nel tentativo che spesso incontra risultati concreti, di ritrovare le radici più profonde dell’esserci sotto specie umana in un contatto catartico e immediato tra attori e spettatori tra palcoscenico e platea, quando tutto, contrariamente che nel cinema, avviene dal vivo.
Come sottolinea Enzo Concardi nella sua acuta e centrata premessa le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte: nella prima ritroviamo Il padre sagace (atto unico in tredici scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in nove scene) che hanno come argomento comune ed esito finale – sebbene con trame diverse – la vittoria dell’amore.
Alla seconda categoria appartiene Noi studenti, definita dallo stesso autore “una commedia drammatica” (definizione intrigante nella sua ambivalenza), sviluppantesi in 3 atti e sei scene che riguarda l’argomento del rapporto tra professori e studenti, che non a caso è stato la traccia per un tema d’italiano in alcuni licei classici.
Leggendo i testi dei suddetti lavori, proprio perché sono fortemente icastici, pur nella loro leggerezza, si ha la sensazione di affondare nella pagina, nell’immergersi per il lettore nelle parole dette con urgenza, precisione e arguzia dai protagonisti che ci trasmettono il fascino di un mondo, un mondo che forse per alcuni aspetti è il nostro universo giornaliero, spazio scenico della vita quotidiana di tutti ovviamente trasfigurato attraverso l’arte.
I temi affrontati nella prima commedia sono quelli dell’amore, dei sentimenti autentici connessi con la prospettiva di un matrimonio per la ragazza Margherita che deve scegliere tra due pretendenti, tra un’unione basata sull’interesse e una fondata sull’amore e la sincerità.
Per quanto riguarda la sua scelta trova le influenze opposte tra loro del padre e della madre, in quanto il primo vorrebbe che la figlia sposasse un giovane buono, sincero e intelligente. mentre la seconda un nobile ricco.
In un contesto intenso e forte, a volte anche giocoso e grottesco e divertente, importante perché si tratta della felicità della protagonista per tutta la sua vita attraverso delle benedette nozze, si gioca la partita che nel lieto fine si realizza con la felicità di Margherita che sposa quello che sinceramente ama.
Non può essere non considerata l’ironia incontrovertibile, una vis comica, che anima l’eclettica scrittura di Nigro la cui cifra distintiva, anche nelle vesti di drammaturgo, ha un’espressività veramente unica.
Così leggiamo il monologo di Don Ferdinando, padre della ragazza che si deve sposare nella scena 4 della commedia Il padre sagace: «Sarà di sicuro un bravo giovane, quello. Mia figlia non è una sbandata e prima di fare un passo ci pensa due volte. Se dice che è bravo, intelligente e buono, lo sarà certamente. Ha molto sale in zucca per sospettare degli imbroglioni e degli adulatori. Se la ricchezza e gli onori non la tentano, non è una ragazza vanitosa. Si accontenta del necessario pur di essere felice. Se fosse una ragazza viziata sposerebbe quell’imbecille per aver campo libero in ogni cosa. Invece Margherita è una ragazza virtuosa che disdegna ciò che può scalfire il suo onore e apprezza i sentimenti più nobili. Tutta suo padre. Tutta suo padre. Oh padre felice di possedere un simile tesoro di figlia!».
Toccanti le parole suddette dalle quali si evince la presenza di bontà e lungimiranza di una figura paterna che desidera veramente la felicità della figlia, convinto giustamente che la ricchezza e gli onori senza che Margherita provi un sentimento per chi li possiede sono controproducenti per la gioia.
È meglio che la figlia sia felice con chi veramente ama sfatando il luogo comune matrimonio-patrimonio, anche se nella vita reale che non è una messinscena né fantasia d’arte ragazze come Margherita, sono rarissime e questo fa parte della lezione della realtà.
Leggendo le tre commedie si ha l’impressione di averle sempre provate le emozioni che provano i personaggi immaginandoli in una recitazione, su uno spazio scenico e scenografico a tu per tu con gli spettatori nel loro incarnarsi negli attori.
Prevale nelle due prime commedie un’atmosfera briosa, giocosa anche se le situazioni descritte appartengono a fatti importanti e fondanti nella vita delle famiglie, mentre nella terza sceneggiatura tra gioie ma anche dolori vengono dette, rappresentate situazioni dell’universo docente-discente, un rapporto importante per i giovani nel sistema scolastico, quando la scuola stessa è un capitolo fondante per le loro esistenze strumento essenziale per andare avanti.
Anche se la vita stessa è tutta una recita (come ironicamente qualcuno afferma) le tre commedie che qui incontriamo nel leggerle con attenzione lanciano il messaggio per il lettore che è quello di vivere con ottimismo l’esistere anche in presenza di ostacoli e dolori che però tramite una metamorfosi attraverso l’intelligenza che è la capacità di risolvere i problemi, possono essere vinti e trasformarsi in gioie se, come asserivano anche i filosofi del pragmatismo americano, la vita è degna di essere vissuta e in prospettiva diacronica il bene vince il male secondo la visione cattolica.
Leggiamo in Noi studenti (Commedia drammatica in tre atti) le parole dello studente Alberto sul tema degli insegnanti nell’atto primo scena prima: «Sì, proprio loro. Credono di essere i nostri padroni. Non fanno che bersagliarci di domande alle quali a mio parere loro stessi difficilmente saprebbero rispondere. Rispondiamo come possiamo in rapporto alle nostre possibilità. Mai soddisfatti. Per loro non valiamo nulla! Eh, e invece loro valevano quando erano studenti! Il mondo è fatto così: quando un uomo che ne ha combinato di tutti i colori arriva alla fine della sua vita per molti diventa un buon uomo. Così molti “dotti” insegnanti: quando sono stati alunni erano i peggiori, ora invece spiattellano menzogne (con ironia): non siamo stati bocciati mai, eravamo sempre promossi con l’esenzione delle tasse, e cose simili. Le loro parole ci divertono al pari delle spacconate di un buffone!».
Trapelano dalle parole di Alberto astio e rabbia derivate dalla tracotanza e dalla presunta presuntuosità degli insegnanti menzogneri che paradossalmente quando erano alunni erano i peggiori.
Detto in altre parole dalla tragedia emerge anche il tema del potere dei docenti stessi che è anche economico, esercitato sugli allievi.
Infatti mentre i docenti sono pagati per la loro funzione non a caso, gli studenti al contrario devono pagare le tasse scolastiche.
Quindi rispetto a quanto suddetto la dialettica tra i due insiemi, fin dal tempo degli antichi, continua a ripetersi anche se comunque non mancano le eccezioni di docenti intelligenti e sensibili nel loro relazionarsi con i loro alunni in maniera paritaria ovviamente nel rimanere diversificati i ruoli delle due parti.
Raffaele Piazza
Pietro Nigro, Teatro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 140, isbn 979-12-81351-86-9, mianoposta@gmail.com.
A cura di Enzo Concardi, "Diario poetico di Maurizio Zanon"
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Diario poetico di Maurizio Zanon
a cura di Enzo Concardi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive. Ha conseguito la maturità scientifica presso il Liceo Benedetti e si è laureato nel 1980 in Lettere Moderne all’Università di Ca’ Foscari di Venezia. Ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella Formazione Professionale. È autore di molte raccolte liriche; la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la pubblicazione del libro Prime poesie; poco dopo ha conosciuto il poeta Mario Stefani che lo ha incoraggiato a proseguire e lo ha seguito nelle successive raccolte spesso scrivendo per lui. In occasione dei primi vent’anni di attività poetica, nel 1999, Stefani gli ha dedicato la monografia Maurizio Zanon: il canto di una voce solitaria. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i quali Flavio Andreoli, autore nel 2006 dello studio Erat Verbum. La poesia di Maurizio Zanon, e più recentemente da Enzo Concardi. Ha conosciuto vari poeti famosi: Diego Valeri, quando risiedeva a Venezia, Giovanni Giudici con Ignazio Buttitta e Andrea Zanzotto, presso lo Studio Museo “Augusto Murer” di Falcade, Luciano Luisi, alla presentazione di un suo libro a Mestre, Maria Luisa Spaziani, in occasione della sua partecipazione al “Premio Eugenio Montale” a Roma, Patrizia Valduga, negli anni dell’università a Venezia, Paolo Ruffilli ed il poeta vernacolare Attilio Carminati. Vicino fin dalla giovinezza al mondo dell’arte, Maurizio Zanon ha conosciuto e presentato vari pittori e scultori in manifestazioni artistico-letterarie; ha collaborato con loro alla stesura di cartelle grafiche.
Gli amici artisti hanno ispirato e/o illustrato alcune sue produzioni poetiche; tra questi Bruno Blenner (pittore), Virgilio Guidi (pittore e poeta), Giampietro Cudin (pittore, scultore e grafico), Elio Jodice (pittore), Fabio Heinz (orafo), Guido Baldessari (pittore), Franco Murer (pittore e scultore), Stefano Zanus (pittore). Ha conseguito vari premi di livello nazionale e internazionale; sue poesie sono state tradotte in ungherese, inglese, francese, tedesco e spagnolo.
Questa essenziale mia stesura del curriculum vitae, apparsa nel lavoro Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Maurizio Zanon (Miano Editore, Milano 2024) proseguiva con la lunga elencazione delle sue opere di poesia – parte preponderante – narrativa, CD, e della saggistica critica sui suoi testi.
In questo Diario poetico andiamo alla ricerca dell’identità più intima dell’artista, che si evince anche nell’ascolto della sua voce auto-narrantesi e nel mettere a nudo un’anima dalla sincerità cristallina. Come nella scoperta di Diego Valeri del quale dice: «Ho amato fin da ragazzo questo grande poeta del Novecento… E così, fin dalle prime poesie, ho iniziato ad approfondire la tematica del tempo, nucleo centrale della mia poetica, seguendo un po’ la traccia segnata dal poeta, così sensibile e colto...». Scriveva infatti Diego Valeri: «L’istante che non sta/ che mentre è, già non è più/ l’innumerevole istante./ Tu vedi: è stolto temere la morte/ se vivendo/ ogni istante si muore». Riprende Zanon: «Un rapporto dunque impari fra l’eternità del tempo e la limitatezza del nostro arco di sviluppo biologico. Forse, per questo motivo, la malinconia è stata la mia fedele compagna di vita. Ho intuito subito che una cosa che comincia è già finita, sprecando così l’occasione di vivere pienamente l’istante, il presente, a guisa di nevrosi temporale».
Ma Zanon è troppo severo verso sé stesso: qui tace almeno un altro nucleo essenziale della sua poetica e della sua vita: la grande sete del poeta si definisce con più nomi, che tutti però hanno per radice il nome dell’amore: amore per la vita, amore per la libertà, amore per l’amore, amore per la natura, amore per l’eterno, passione per Venezia.
Enzo Concardi
Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.
Floriano Romboli (a cura di), "Diario poetico di Tommaso Tommasi"
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Floriano Romboli (a cura di)
Diario poetico di Tommaso Tommasi
Guido Miano Editore, Milano 2026
Per i tipi della Casa Editrice “Guido Miano” - che opera nella metropoli milanese - è stato pubblicato a gennaio 2026, nella collana “Il Cammeo d’Oro”, il Diario poetico del poeta ascolano Tommaso Tommasi. Sono qui raccolte alcune poesie e taluni lacerti di prosa tratti da sue precedenti raccolte e precisamente, in ordine cronologico: Poesie di vita quotidiana (1990); Poesie del caos (1996); Sul mare azzurro della notte (2019); Lamodeca (2022); Poesogni (2024). Il lavoro si apre con un Prologo informativo e qualche nota di inquadramento critico, tanto per partire, scritto dal critico toscano Floriano Romboli e tale ‘incipit’ svolge la funzione di quella che tradizionalmente è la prefazione. Tuttavia il contributo del critico non si ferma qui, come solitamente avviene, ma prosegue nel corso di tutte le pagine del testo, in quanto esso è strutturato in modo tale che ad ogni lirica dell’autore segue il commento critico di Romboli: il risultato per il lettore è quanto meno interessante, poiché può avere a disposizione un parere autorevole interpretativo sulla poetica dell’autore, sul suo pensiero e sui significati da attribuire alle parti eventualmente più ostiche come linguaggio, oltre che consentire un confronto tra il lettore stesso e l’analisi critica. In più, occorre aggiungere che l’intervento specifico e particolareggiato su ogni composizione, rende possibile e facilita un’esegesi più mirata anche per chi legge, purché non si scada nello scolastico e nell’accademico, evento che non appartiene assolutamente al caso del nostro curatore.
E ciò risulta evidente se proponiamo in questa recensione un esempio paradigmatico, applicato a una lirica del Tommasi: Il suono del vento. Ecco il testo: «Sulla strada polverosa/ dove non passa nessuno/ mi sono fermato/ a sentire il suono del vento./ Le canne spuntano tra i rovi/ e sembrano urlare la loro paura,/ la paura di soffocare/ mentre viviamo muti». Ed ecco la nota critica: «Un paesaggio descritto nei suoi aspetti negativi e respingenti diviene l’emblema del ‘male di vivere’ contemporaneo, contrassegnato soprattutto da solitudine, intima tensione, assenza drammatica di comunicazione. Lo stato d’animo dominante è la paura - il vocabolo è ripetuto fra la fine e l’inizio di due versi - , in una condizione esistenziale oppressa e paralizzata dall’inquietudine». In questa prima poesia incontriamo già espressa con immagini suggestive ed efficaci la condizione umana del vivere odierno, una delle due tematiche fondamentali del poeta, l’altra è il canto d’ amore.
Utilizzando una reminiscenza eliotiana – la terra desolata – possiamo addentrarci in quella che è la ‘disumanizzazione’ della vita contemporanea, chiamata da Montale ‘pietrificazione’, e descritta dall’autore in diverse poesie.
Nella lirica L’uomo metropolitano appare evidente l’alienazione dell’esistenza urbana, dove l’individuo è anonimo nella massa, un ingranaggio del sistema, un ‘signor nessuno’ fra tanti ‘nessuno’. È una di quelle composizioni scritte con parole che sembrano ritagliate dai giornali, affastellate tra di loro in maniera disordinata, caotica: appunto, per significare il disorientamento ontologico e spirituale contemporaneo, il poeta le ha definite Poesie del caos, titolo di una sua raccolta. Le antitesi, i contrasti fra ombre e luci, la speleologia della vita interiore e il mondo esterno sono bipolarità che caratterizzano le sue simbologie, come nella accattivante Le grotte del poeta, il cui testo recita: «Vola il pipistrello/ nelle grotte del poeta./ Il disordine ruota nel cervello/ e l’altalena del sogno/ si siede ad ascoltare/ musica ad alto volume./ Dalla grotta salgo le scale/ fino al paradiso della vita./ Fuori dal mondo/ per sfidare la vita,/ per vivere un altro sé/ nell’immagine dell’ignoto».
Per Tommasi l’amore ha il nome di Syl (Silvia): «Ti amo così,/ nel silenzio./ Ti amo così,/ al buio./ Ti amo così,/ e mi basta per vivere,/ anche se tu non sei qui./ Ti amo così,/ ma ti aspetto.// Ti amo» (Ti amo). «Non riesco a dormire/ con te lontana./ Sogno dei miei sogni/ desiderio dei miei desideri./ Chissà se anche tu mi pensi/ chissà se anche tu mi sogni./ Io ti stringo nel tuo respiro/ e tutto il mondo scompare/ perché sei tu il mio mondo/ sei tu il mio inno alla vita./ Non riesco a vivere/ con te lontana» (Le ore di Syl).
Poetica dell’essere e del non essere e poesia amorosa, nostalgica e romantica, si fondono dunque in lui in un messaggio universale.
Enzo Concardi
Diario poetico di Tommaso Tommasi, a cura di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-80-6, mianoposta@gmail.com.
Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"
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ANNA SCARPETTA
Chiaroscuri. Antologia poetica
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Pubblicata nella collana “Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio” di Guido Miano Editore, l’antologia poetica Chiaroscuri, costituita da una scelta delle poesie di Anna Scarpetta, è suddivisa in tre capitoli, ognuno dei quali è introdotto da una prefazione a firma di un prestigioso critico letterario.
Il testo presenta una premessa dell’Editore illuminante ed esaustiva per comprendere il senso del lavoro composito e approfondito di letteratura comparata che prendiamo in considerazione in questa sede.
È scritto nella premessa che questa collana di libri non ambisce ad esaurire una rassegna della poesia italiana contemporanea, quanto piuttosto a indicare di taluni autori un solco di scrittura nella quale ci sia da individuare una sorta di fratellanza d’arte, nel nostro caso della poesia.
In sintesi le poesie della Nostra preliminarmente sono state raccolte in tre insiemi, ognuno all’insegna di una tematica e poi ognuno dei tre critici, per uno dei singoli settori da analizzare, ha lavorato nel senso di trovare un poeta straniero che avesse un’affinità estetica e stilistica con la scrittura di Anna, sotto il denominatore di uno dei temi comuni; e poi i letterati hanno analizzato le affinità letterarie della Scarpetta con ogni poeta straniero e ovviamente anche le diversità nell’approccio alla materia trattata.
Il capitolo 1: Nei labirinti dell’amore in Anna Scarpetta Jacques Prevert si avvale di una prefazione di Gabriella Veschi.
Il capitolo 2: Le problematiche esistenziali: l’io e il mondo in Anna Scarpetta e in Charles Baudelaire è prefato da Floriano Romboli.
Il capitolo 3: Nei dintorni dell’anima e della coscienza in Anna Scarpetta e in Fernando Pessoa è introdotto da Floriano Romboli.
Nella prima sezione incontriamo il componimento Nel cuore di un amore espressione della cifra distintiva della poetica, del poiein della Scarpetta, che possiamo definire neo lirico tout-court e che presenta ascendenze neoromantiche.
Leggiamo la suddetta poesia che è connotata da un tu alla quale l’Autrice si rivolge e che presumibilmente è la persona amata: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/ musiche sublimi di note/ di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta/ che dal cielo scende rumorosa,/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore di un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa ovunque,/ la pioggia, che sembra musica intensa,/ proprio come i ricordi vivi/ accesi nella nostra pelle…».
In questo componimento che ha qualcosa di magico nella sua sospensione, si respira un’atmosfera di rêverie che si coniuga alla linearità dell’incanto, quando la pioggia sull’io-poetante e sulla sua amata accade e scende come benedizione e battesimo del loro felice sentimento e viene detto anche il tempo che, quasi personificato, se ne sta guardingo, a spiare le meraviglie intense.
Come mette in rilievo il prefatore nel paragonare lo stile e la forma e ovviamente anche i contenuti dell’esprimersi di Anna Scarpetta e di Prévert, in entrambi gli autori ricorre l’immagine della caduta, emblema della fragilità e della perdita, ma, mentre il fedele e silenzioso amore di Prévert mostra una rassegnata malinconia, che lo induce a sorridere ancora, Scarpetta intravede una rinascita e la luce solare diviene metafora della vita che torna a risplendere con rinnovata speranza in sintonia con il verso celebre di Virgilio «Omnia vincit amor».
Dal capitolo 2 leggiamo il componimento Solitudine antica: «Ho sempre sfuggito/ il tuo respiro nell’aria./ Eppure t’udivo accanto a me/ col volto malato di malinconia/ mia solitudine antica./ Seduta sul trono imperiale/ nel mezzo dell’universo reale/ ora ti vedo/ nel riso del giorno radioso/ coi tuoi mali così pallidi e veri,/ talora pungenti, per attirare pietà./ Ma sì, è così:/ tu attacchi il core del poeta/ per unire la tua voce alla sua/ e sentirti viva e compagna/ lungo la via di un sentiero lontano…».
Una forte sospensione intrisa di malia connota questa poesia nella quale il tu è la solitudine stessa, interlocutore che non risponde e che viene restituita con immagini magistrali e calzanti di grande effetto ed efficacia.
Nella sua essenza la poesia di Anna Scarpetta come emerge da questa antologia è in ogni sua singola epifania un esercizio di conoscenza su ogni aspetto esistenziale della vita stessa che diviene vita in versi.
Raffaele Piazza
Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Araba fenice"
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Wanda Lombardi
Araba fenice
Guido Miano Editore, Milano 2026
Il mio cammino accanto alla Poetessa sannita Wanda Lombardi continua... E sembrerebbe impossibile, visto che ho sviscerato le sue tematiche in tante sillogi e ho ricevuto l’onore di essere, in più occasioni, la sua prefatrice. Ma l’ultima Raccolta, Araba fenice, tocca le corde della mia anima in modo particolare. Secondo la leggenda, la Fenice può volare nell’aria, trovare oasi e sorgenti d’acqua, rinascere dalle ceneri. È il simbolo di chi, nonostante gli ostacoli, trova la forza per andare avanti. Sarà un caso che indosso da anni una catenina con una Fenice d’argento, regalo di uno dei miei figli?
Wanda appartiene al mio vissuto per numerosi motivi. In primis le origini: le colline del Sannio, care al mio cuore da più di quarant’anni, perché terra natia di mio marito; per la poetica appassionata e solo in apparenza infelice; per il ricorso alla memoria, che l’autore della prima prefazione, Enzo Concardi, collega con maestria a Primo Levi, e alla sua asserzione «Non esiste futuro senza memoria». La Poetessa in quest’Opera ha raccolto liriche tratte dalle varie sillogi e ha dato volto e volo alla sua Araba fenice. Cito Specchio: «…Lui parla in silenzio,/ risparmia le parole/ e non illude, è vero./ Solo cosa grande/ non riesce ad afferrare:/ la mia sensibilità…». Le sofferenze che Wanda Lombardi non vede riflesse nello specchio, insieme ai segni dello scorrere del tempo, rappresentano a mio umile avviso, come ho avuto modo di scrivere in passato, la sua misteriosa forza. Senza cadere non impariamo a rialzarci. L’Araba fenice non è la figura che attende passivamente, ma colei che prende in mano la propria vita, trasformando il dolore in testimonianza e speranza. Il pozzo dal quale l’autrice attinge linfa per andare avanti è il passato, le persone che ha amato. Le rivede, le affresca nei versi, e per rendere omaggio al legame speciale che si è instaurato tra noi nel tempo, avverto l’urgenza di dirle con Sant’Agostino che «coloro che amiamo e che abbiamo perduto non sono più dove erano, ma sono dovunque noi siamo».
La lettura di ogni silloge di quest’artista di Morcone è un invito a guardarsi dentro e a imparare a convivere con le proprie asperità nella consapevolezza che si è autentici solo accogliendo le proprie ferite.
Maria Rizzi
Wanda Lombardi, Araba fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.
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