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Salvatore Antonio Piras, "Il volo dell'aquila"

12 Luglio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni

 

 

 

Il volo dell’aquila

Salvatore Antonio Piras

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Il romanzo di Salvatore Antonio Piras, ambientato nella società egiziana cairota degli anni ottanta, ruota intorno alla figura del protagonista, il giovane sardo Claudio Frau, rimasto presto orfano di entrambi i genitori e affidato allo zio paterno - imprenditore edile italiano a Il Cairo - affinché impari l’arabo e possa guidare le maestranze del cantiere, a cui è stato assegnato un importante progetto proprio nella capitale egiziana. Gli altri personaggi che attraversano le trame narrative sono di contorno e tutti creati in funzione della definizione del temperamento, degli interessi culturali, del coraggio fisico e morale, del senso di umanità e giustizia del giovane Frau. Attraverso di lui possiamo conoscere spaccati di vita del popolo egiziano, le realtà archeologiche più note dell’Antico Egitto dei Faraoni, la presenza delle comunità cristiane copte in diaspora minoritaria in un mondo islamico integralista, i problemi di sopravvivenza di gran parte della megalopoli sorta sul delta del Nilo.

Claudio ha molto tempo libero in Egitto e, per apprendere la lingua araba, non sceglie un insegnamento prettamente scolastico, ma preferisce viaggiare seguendo la sua sete di conoscenza rivolta alla civiltà dei papiri e delle piramidi, ai monasteri, centri di spiritualità, di cui coglie il fascino, e mescolarsi alla gente comune del Cairo per essere considerato uno di loro, e ciò avviene anche attraverso travestimenti e lo spacciarsi per arabo col nome di Alì. Se ci mettiamo a seguirlo nei suoi vagabondaggi culturali e spirituali, scopriremo la sua indole di uomo amante della libertà, dell’indipendenza e dell’avventura, anche se conserva la nostalgia delle sue radici isolane, il ricordo del volto di Clara ovvero il grande amore lasciato in Sardegna, l’affetto per gli zii del Cairo che diverranno gradualmente le figure sostitutive dei genitori defunti.

Eccolo allora in perpetuo movimento fra i quartieri più poveri della città che lo ospita, spinto dalla passione per la storia egiziana, dalla frenesia conoscitiva insita nel suo temperamento. Verificata la situazione caotica del traffico preferisce spostarsi con una motocicletta veloce e potente, compagna di tante avventure. Inizia così a realizzare uno dei suoi sogni giovanili: vedere coi propri occhi le meraviglie e le testimonianze dell’Antico Egitto. Ed è così che si rende conto del fatto straordinario, per lui, che il Paese è ancora pieno di scavi, con tanti cantieri archeologici aperti, a significare delle realtà tutte da scoprire. Il Museo egizio, la Stele di Rosetta, Giza, le Piramidi, la città islamica con i suoi minareti e le sue moschee di cui rimane affascinato, Luxor… sono solo alcuni dei siti che Claudio potrà scoprire, sempre con lo stupore e la meraviglia che su di lui agiscono come uno stimolo profondo, così profondo da fargli dimenticare la sua sicurezza personale, correndo pericoli dovuti alla presenza di una religione islamica intollerante, che egli sfida in un diverbio “teologico” con un imam.

Qui l’autore presenta questa contrapposizione fra Cristianesimo e Islam, in modo netto e radicale, senza la possibilità di un dialogo. Contrasto che si verifica in sostanza, fra la visione razionale occidentale e quella fideistica orientale. Vi è anche un episodio, nella narrazione romanzata, di un tentativo di linciaggio da parte di alcuni fanatici versus religiosi e fedeli sul sagrato di una chiesa cristiana, salvati in extremis dall’intervento fisico deciso di Claudio. Tale fatto è perfettamente in linea con altri simili, di cui egli è protagonista, e che tendono a presentarlo come un cavaliere senza macchia e senza paura, difensore dei deboli, dei perseguitati, dei bambini poveri del Cairo.

Del resto Il volo dell’aquila è un romanzo nel quale le contraddizioni della realtà vengono fatte scoppiare intenzionalmente per dimostrarne l’esistenza, anche quando covano sotto la cenere e sembrano nascondersi. Le prime sono senz’altro quelle dei sentimenti del giovane Frau, spesso combattuto tra legami affettivi e sete d’avventura, che lo porterebbe a vivere una vita randagia in giro per il mondo, insieme all’amico irlandese Marcus, col quale condivide l’attrazione verso la spiritualità monacale copta e l’interesse per le civiltà antiche, e col quale vive alcune situazioni problematiche, risolte sempre dall’aiuto economico (prestito in denaro) o dalla forza e audacia di Claudio (lo libera da un gruppo di predoni  beduini che l’avevano rapito e lo salva dagli operai egiziani che volevano sopprimerlo, reo d’aver scoperto una truffa ai danni dell’impresa edile dello zio del Cairo).

Poi si fanno avanti i conflitti interiori – sottolineati dall’autore come profondi – tra l’amore lontano per Clara, la fidanzata sarda mai più vista, e Giulia, figlia dell’ambasciatore italiano al Cairo, l’ultimo e definitivo incontro amoroso di Claudio. Tra i due nasce un’attrazione fisica basata sulla bellezza di entrambi, che poi si trasformerà in amore vero, quando scopriranno, grazie alla lontananza, di essere innamorati e legati per la vita. Trascurabile è da considerarsi, invece, la breve ed effimera passione per Eloise, in realtà un inganno da lei tramato per ingelosire il fidanzato inglese John: i due si lasciano con reciproca ammirazione e rispetto, dopo aver consumato l’amore sotto una tenda e dopo un duello fra l’inglese e il sardo, vinto ovviamente dal giovane italiano, per rimanere nel cliché dell’invincibile.

Dei contrasti sociali ed economici dell’Egitto negli ultimi decenni del Novecento – ambito storico nel quale si svolgono le vicende del romanzo – abbiamo già accennato: il lettore potrà avvalersi soprattutto delle pagine dedicate alla descrizione sociologica degli scenari cairoti nelle estati afose e sempre affollate trascorse da Claudio nella megalopoli e, in particolare, di quelle parti dei capitoli in cui si racconta della fame e della povertà dei bambini e delle loro madri, di cui il protagonista diventa amico e benefattore. Come? Offrendo loro le focacce acquistate in un negozio, sempre lo stesso, ogni volta che si trovava a passare da quella parti: i bambini lo attendevano festosamente sapendo dell’arrivo di Alì, cioè della possibilità di far tacere i morsi della fame, anche se per poco tempo. Ma la presenza di Alì era ormai diventata un’abitudine per gli arabi ed ormai lo consideravano uno dei loro: spesso si soffermava per vivere il rito del caffè, irrinunciabile per qualsiasi ragione, o per lunghe partite scacchi che si risolvevano sempre con la sua vittoria, per cui era diventato una specie di idolo nel quartiere frequentato, fatto da cui era nata una venerazione, procurandogli un sacco di amici.

Infine non possiamo certamente dimenticare di approfondire le istanze di spiritualità del nostro protagonista, alle quali l’autore dedica molta attenzione, inserendolo in una specie di dibattito sulla fede cristiana in Occidente e in Oriente. Ciò avviene in occasione delle sue visite a diversi monasteri copti in zone montuose, dapprima guidato da Padre Macario, il quale gli racconta di visioni e di esperienze mistiche, come la rivisitazione nel presente dell’episodio del lavaggio dei piedi a Gesù. Le forti emozioni provate con i monaci eremiti suscitano in lui dolorosi ricordi dei genitori morti prematuramente. In un altro monastero Claudio si ferma anche per la notte e comunque riceve sempre un’ospitalità squisita: qui incontra Padre Shenuda, ovvero nientemeno che il Papa delle Chiese copte in Egitto. Oltre ad essere sensibile alla forte atmosfera di spiritualità che emanano questi ambienti deputati ad una visione di distacco dai beni terreni e dai piaceri materiali della vita, egli è facile alla commozione provocata dall’ascolto dei canti modulati in modo suggestivo dai cori dei monaci. Qui egli cessa di vestire il ruolo dell’eroe positivo, pronto ad intervenire in soccorso degli altri, per assumere un volto contemplativo, metafisico e quasi ieratico.

Per informare il lettore circa il tipo di dialogo, poi sorto tra Claudio e Padre Shenuda, eccone un breve stralcio: «Com’è la fede degli italiani?» chiese il Patriarca. A tale domanda il ragazzo si bloccò e si mise a riflettere. «Se debbo essere sincero Santità», disse poi esitante, «devo ammettere che il benessere ha allentato un po’ la tensione religiosa dei miei conterranei». «Non capisco figlio mio», disse il Patriarca. «Come è possibile che una cosa così bella, il benessere, come tu hai detto, che è dono del Signore, abbia condotto al rallentamento della tensione religiosa?». «Eppure è così Santità», disse il giovane. «Ho sentito molte volte mio padre che diceva che la fede andava scemando, che le chiese sono sempre più vuote». «È una cosa che non capisco proprio», disse papa Shenuda. «Avete la libertà di culto, nessuno vi perseguita e voi...».

Mentre quest’altro lacerto testimonia l’estasi di Claudio verso le melodie sacre: «Si dette inizio alla preghiera sotto forma di litanie cantate. Ancora una volta la magia del canto liturgico lo avvolse e lo commosse sino all’anima. Era un’invocazione accorata all’Altissimo affinché non si dimenticasse dei suoi figli dispersi nel mondo. Non capiva le parole, ma la dolcezza infinita del canto lo aveva rapito e gli era penetrato nei recessi più profondi del cuore». 

Il merito principale di Salvatore Piras sta nell’aver raccontato una vicenda edificante in un contesto di neo-realismo fantasioso, mirando a valori umani e sociali condivisi.

Enzo Concardi

 

Salvatore Antonio Piras, Il volo dell’aquila, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 160, isbn 979-12-81351-93-6, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Salvatore Antonio Piras è nato a Monti (SS) nel 1940 e vive a Tempio Pausania. Laureato in Lingua e Letteratura Francese, attualmente in pensione, ha lavorato come insegnante nelle scuole superiori, esperienza che ha influenzato il suo interesse per la storia in generale, ma soprattutto per quella sarda e per la narrativa.

 

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Enzo Concardi, "Il volto e gli sguardi"

7 Luglio 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #andrea benaglia, #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

Il volto e gli sguardi

Enzo Concardi

 

Ciao Enzo

Come hai proposto, provo a stendere una relazione sul tuo ultimo volume di poesie: un testo sorprendente perché, diversamente dell’atmosfera serena che irradi nei tuoi rapporti, lì sembrerebbe invece di vivere il travaglio del percorso che a quella serenità ti ha condotto.

Nei tuoi versi dalla ricchissima aggettivazione (quasi nessun sostantivo è lasciato a se stesso...) ho individuato almeno una ventina di tematiche, in qualche caso giustapposte (ad es. il contrasto tra luce e buio della coscienza alle pp.18, 19, 35, 45), più spesso però come afferenti al senso come di un ricongiungimento in unità tra umano e divino (ad es. p. 43), verità e vita (pp. 69, 90, 96), a condizione di usare gli strumenti giusti (cuore e mente insieme, apertura all’immenso, all’infinito, all’eternità - vedi pp. 15, 22, 25, 33, 37, 45, 63, 70, 81, 94-) e di partire dai giusti presupposti (il riconoscersi cimici di p. 62, perseguire i grandi valori di contatto col divino, dell’amore, della libertà). In questo ritrovo l’insegnamento di S. Tommaso a noi pervenuto attraverso il nostro grande comune maestro don Barbareschi, di fatto espressamente ricordato a p.64, ma il cui insegnamento di vita e di passione per la vita mi è sembrato di poter riconoscere in almeno altri 23 passaggi.

La raccolta si apre e si chiude con l’immagine dell’ "Ecce homo", che è ad un tempo la più abbietta immagine dell’umano e la più grandiosa manifestazione della più totale obbedienza di Cristo al Padre e, in quanto tale, fonte della Sua e nostra risurrezione.

A presto.

Andrea Benaglia

 

E. Concardi, Il volto e gli sguardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, prefazione di G. Veschi, pp. 106

 

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Mariolina Riggi, "La lunga notte dell'anima"

6 Luglio 2026 , Scritto da Maria Sedita Migliore Enzo Concardi Con tag #maria sedita migliore, #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

La lunga notte dell’anima

Mariolina Riggi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Nasce da un dolore profondo La lunga notte dell’anima, ma si apre alla speranza e all’amore. La silloge poetica di Mariolina Riggi narra la vicenda umana e sociale di un’anima colpita profondamente nel suo intimo, ma capace di resistere, di ergersi con la schiena dritta di fronte ad ogni avversità della vita. L’Autrice sente il bisogno di comunicare, di socializzare la sua esperienza e cita, nella sua introduzione, lo scrittore Robert Musil: «Quando si giunge all’età del gelo, sboccia la poesia». E al riferimento a Musil potremmo accostare quello al Dolce Stil Novo del XXIV Canto del Purgatorio dantesco (vv. 52-54): «I’ mi son un che, quando/ Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch’e’ ditta dentro vo significando».

Sempre a Dante, alle tre bestie infernali, la Riggi si riferisce quando confessa che sarebbe stato facile cadere vittima di una delle tre fiere: lussuria, superbia, avarizia, ma che esse possono essere vinte dalle armi della bellezza risanatrice di foscoliana memoria, avendo il coraggio di riscoprire la propria anima, effettuare quei cambiamenti indispensabili per uscire dalle situazioni stagnanti e dare un nuovo senso alla propria vita. Partendo dalla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi (1 Corinzi, 13), si richiama alle tre virtù teologali: fede, speranza, amore, scegliendo “amore” al posto di “carità”, più comune, ma meno significativo. Le esamina ad una ad una con efficacia descrittiva e profonda conoscenza teologica per concludere che l’amore salverà il mondo, cosa di cui è certa e non pochi sono i riferimenti allo scrittore e filosofo russo Fëdor Dostoevskij. E alla sua celebre riflessione «La bellezza salverà il mondo», cui più volte la Letteratura ha fatto e fa riferimento.

In una società priva di punti di riferimento saldi, in cui tutto viene mercificato e spettacolarizzato e pare non ci sia più posto per la pietà, la poesia può essere veicolo di cambiamento. Di qui la necessità della Poetessa di spiegare il perché dei suoi versi, di analizzarne le profonde scaturigini perché «La lingua può essere indisciplinata, ma il silenzio avvelena l’anima» (Edgard Lee Masters). Importantissime sono, a questo proposito, le «Emozioni» (si legga, a titolo esemplificativo, l’omonima poesia della Riggi) che sopravvivono anche quando si è perduta la memoria: l’uomo può dimenticare tutto, ma non le emozioni provate; anzi, spesso sono proprio queste che lo aiutano a ritrovare la memoria.

Aprono le vie del cuore i versi chiari, limpidi e trasparenti delle sue quarantotto poesie che ci coinvolgono in un’avventura, che pian piano ci conquista, ci fa soffrire, ci fa sognare, ci fa sperare. Cerca le «pietre angolari» (Nel silenzio) nelle piccole cose, quelle piccole cose della nostra vita, cui spesso non diamo importanza, ma che sono invece fondamentali per ricostruire la nostra storia, per rinascere, per dare un nuovo senso alla nostra esistenza, per aiutarci ad assaporarne i colori, i sapori, il silenzio, a trovare il coraggio di osare. E richiama proprio per questo i due figli della speranza citati da S. Agostino: «indignazione» e «coraggio».

«Si natura negat, facit indignatio versum» scriveva Giovenale nella Satira I, deplorando il degrado morale della Roma dei suoi tempi. La stessa cosa fa Mariolina Riggi di fronte ad una società che pare abbia perduto il senso e la dimensione delle cose, una società che si prefissa delle mete da raggiungere, ma non indica come raggiungerle e non sa che proprio in quel ‘come’ risiede il nostro sistema etico, emozionale, il valore di ciascuno di noi come persona, la nostra dignità. Allora le piccole cose diventano «Gigantografie», come dimostra nella poesia Lentezza. Conclude la sua introduzione citando un brano di Italo Calvino sulla funzione della Letteratura tratto da Il midollo del leone. (…)

Marisa Sedita Migliore

    

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La lunga notte dell’anima è un titolo affascinante che fotografa e simboleggia sia un cammino interiore ed esistenziale compiuto dall’autrice, sia una realtà mondana ed attuale appartenente alla fenomenologia sociologica e culturale della civiltà del nostro tempo: la poetessa registra lo stato di crisi, ma nel contempo reagisce ad esso, risalendo al significato etimologico della parola, che deriva dal greco krisis e dal latino crisis, ossia ‘scelta’, ‘decisione’. Siamo quindi di fronte ad una fase dell’esistenza individuale e collettiva di buio, difficoltà, decadenza che, tuttavia, non va affrontata con un atteggiamento mentale e spirituale negativo e nichilista, ma come una possibilità di cambiamento, tale e quale alla conversione cristiana rispetto al male.

La lunga notte dell’anima è dunque una raccolta poetica di derivazione autobiografica e, nello stesso tempo, di osservazione e contemplazione del mondo interiore ed esteriore dell’oggi, sempre con valenze duali, contrapposte, a chiaroscuri che, però, in ultima analisi, trovano la loro risoluzione nell’armonia dell’amore, nella scoperta dei valori umani e della trascendenza, nella prospettiva di un ottimismo antropologico (fede e speranza) superiore al suo contrario. Per tutto ciò penso sia possibile definire la poetica dell’autrice come poetica della bivalenza o della bipolarità che, in dimensioni filosofico-letterarie, accoglie le tensioni e i conflitti in sé.

Mariolina Riggi ci affida messaggi e contenuti che vorrebbero essere una sorta di bilancio della sua vita, con successi e fallimenti, anche se non vi sono denominazioni o narrazioni particolareggiate di questi vissuti esperienziali: tuttavia è chiaro l’intento di una comunicazione al lettore empatica e solidale. La sua poesia è ricca di metamorfosi e sublimazioni che potrebbero intendersi anche in senso metaforico kafkiano: l’uomo che si trasforma in insetto potrebbe essere, infatti, la condizione di decadenza dalla quale non riesce a riemergere, riassumendo sembianze umane. Ma, come si è già detto, questa è solo una faccia della medaglia della sua poetica, l’altra andiamo a scoprirla seguendo il viaggio esistenziale al quale invita il lettore con le sue pagine talvolta amare, talvolta accorate, talaltra sotto il segno della fiducia e della speranza.

In questo viaggio incontriamo allora alcuni punti fermi, che sono altrettante conquiste della volontà: il cammino verso la luce; la tenerezza dell’anima; l’importanza dell’amore, la cui assenza è morte dell’anima; il valore delle emozioni; l’insistenza su alcuni attributi morali come la dignità, la forza di ricominciare nonostante i sogni spezzati, l’amore per la libertà; l’essenzialità della memoria e l’attaccamento alle mura domestiche. Se c’è una lirica che rappresenta al meglio la visione della poetessa, questa mi pare essere Le stelle morte: «In questa lunga e silenziosa notte/ inizia il mio viaggio nella vita/ in un’andata e ritorno/ di ombre e di luci.// Luci di fede e di speranza/ che hanno aperto varchi in mezzo al buio./ Mi sovvengono le grandi figure già passate,/ stelle morte che continuano/ a brillare/ perché l’amore che si dà non muore mai./ Si muove in un infinito senza tempo». (…).

Enzo Concardi

 

 

 

 

Mariolina Riggi, La lunga notte dell’anima, prefazione di Marisa Sedita Migliore, postfazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.84, isbn 979-12-81351-87-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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L’AUTRICE

 

Mariolina Riggi è nata a San Cataldo (CL) dove attualmente vive. Laureata in materie umanistiche, ha lavorato presso l’amministrazione del suo comune occupandosi dei servizi culturali e della biblioteca con mansioni prima di vice direttore e poi di direttore. La lunga notte dell’anima è la sua prima prova editoriale.

 

 

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Amore per la natura e via della salvezza nella raccolta poetica “Il volto e gli sguardi” di Enzo Concardi

23 Giugno 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

C’è un passo nel recente libro di Enzo Concardi La mente e i luoghi. Montagne, viaggi, avventure (Guido Miano Editore, Milano 2022), che può costituire il punto d’avvio per un tentativo di analisi del volume di versi che il medesimo pubblica in questi giorni presso la stessa Casa editrice: «La montagna da vivere è un caleidoscopio di emozioni, scoperte, incanti, stupori, conoscenze, passioni, ideali, incontri che ci cambiano» (p.29). Nei testi lirici raccolti sotto il titolo Il volto e gli sguardi, estensivamente, l’attenzione assidua e partecipe del poeta si rivolge alla vita intera della natura, esprimendosi in un commosso, felice descrittivismo attratto altresì dai tanti aspetti cromatici  della realtà: «Cristalli d’eterno sono già nelle nostre vite/ centellinati negli atomi variopinti del cosmo:/ rosso papavero, bianco ermellino/ azzurro cielo d’occhi penetranti/ grigio perla di fumose cappe cittadine/ olivastro di volti da lontano» (Mosaici metafisici); «Argentati silenzi gridano nell’anima./ Rocciosi volti severi m’hanno visitato… Appaiono spiriti d’alberi coriacei/ se sereno scruto tenere betulle (…) Fine pietrisco e sabbie iridescenti/incantano curiosi e pensosi viandanti/ se alambicchi di granito distillano cristalli./ Gemme lacustri verde petrolio e smeraldo/ elevano madrigali a fredde lune mattutine (…) Siamo anonimi cuori di latta/ o intensi sguardi rivolti all’umano» (Terre selvagge, corsivi miei, come sempre in seguito).

La mia duplice sottolineatura nella seconda citazione vale l’indicazione dei momenti primarî della dialettica del vivere; ovunque si individuano “volti”, segni significativi della presenza inconfondibile delle creature, mentre negli “sguardi” vibra l’ansia interrogativa di uno spirito vigile, soprattutto umano, la cui tensione critica è posta talora in risalto dalla rima: «Assetate menti e febbrili passioni in ogni luogo/ si destano al sacro fuoco del sapere e avide/ profondamente bevono da eterni calici./ L’occhio lucido della mente prende a calci/ monotoni affanni quotidiani e se ne va/ acuto alla ricerca di aurifere vene/ dove s’inverano essere e anime serene» (Notti febbrili).

A un autore cólto e pensoso come Concardi l’intima contraddittorietà dell’uomo, in cui la meschinità morale e l’inconsistenza della polvere si uniscono alle enormi potenzialità insite nell’anima razionale desiderosa di “infinito”, suggerisce il richiamo della famosa immagine della “canna pensante” cara a Blaise Pascal: «Nell’umana avventura altissime canne pensanti/ creano mutazioni esistenziali verso altri futuri» (Eterni ritorni); «Se il sonno della ragione genera mostri/ questi invisibili vivono dentro di noi./ Se l’uomo è canna pensante/ oggi è analfabeta seriale del pensiero» (Cogito ergo sum).

Risulta pertanto indispensabile una meditata finalizzazione etico-intellettuale della sua ricerca, occorre assicurare un ubi consistam spirituale al percorso esistenziale, allo scopo di dare una prospettiva di equilibrio e di salvezza alla vicenda incerta e faticosa di ognuno, sul fondamento della sintesi di sapienza amore: «Uomini che amate  e uomini che sapete/ non siate mai separati in questa nostra storia/ non dividete mai i cuori dalle menti» (Sapere e amare).

L’annuncio del Cristo, la fede ferma nella sua Parola appaiono allo scrittore milanese il riferimento decisivo e imprescindibile: «Era venuto da lontano dopo il deserto/ ed era apparso subito diverso,/ la sua Parola turbò i potenti/ diede speranza a semplici ed assetati/ poiché in Lui l’umano era anche divino» (Ironico sogghigno). Contemplare il suo “volto” («Se ignoto e mistero ci spaventano/ un volto illuminerà i nostri destini», Cogito ergo sum, cit.) vuol dire accogliere il grande modello antropologico da esso incarnato e proposto nell’Evangelo e al quale il poeta dedica il bellissimo componimento incipitario Ecce Homo.

In tale lirica – il cui titolo non certo casualmente viene ripreso nel contesto dell’ultima poesia della silloge (ֿ«Solo con il grido “Ecce Homo!” potremo/ salvare noi stessi, la purezza del volto/ e la profondità degli sguardi», Il volto e gli sguardi) – egli opera un suggestivo, davvero interessante apparentamento fra il suo discorso artistico-letterario e varî capolavori della storia della pittura incentrati sulla medesima, grande sofferenza del Redentore, che si fece carico dei peccati del mondo. Il suo accurato lavoro ecfrastico è un omaggio convinto alla figura del Dio-uomo e una sincera celebrazione del suo sacrificio.

Floriano Romboli

 

E. Concardi, Il volto e gli sguardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, prefazione di G. Veschi, pp. 106

 

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Francesco Salvador, "Oblio e approdi"

23 Giugno 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #enzo concardi, #gabriella veschi, #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Oblio e approdi

Francesco Salvador

 Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Capitolo 1 – La presenza del dolore

L’universale tematica del dolore appartiene da sempre alle letterature di tutto il mondo, sviscerata nelle diverse sue caratteristiche e trattata secondo i punti di vista di ogni autore. Anche le esperienze personali vissute incidono ovviamente sull’intensità e sulla forza espressiva che i testi assumono nella loro estensione e profondità. Un’altra differenziazione nasce dal tipo di messaggio che la narrazione poetica intende veicolare al lettore, al di là della natura stessa della sofferenza e della sua ideologia. La presenza del doloreè un dato di fatto della condizione umana e quindi il tipo di approccio ad essa segna la cifra della sua comunicazione. Dunque non va esente da tale legge la poetica di Francesco Salvador, per il quale ritengo opportuno stabilire due versanti essenziali della sua cognizione del dolore: la sofferenza degli altri e quella propria. Trattasi comunque sempre, in entrambi i casi, di vicende caratterizzate da dinamiche di interdipendenza, senza chiusure in compartimenti stagni.

In primis prendiamo in considerazione la presenza dei patimenti legati alle perdite affettive familiari, e qui appaiono due liriche dedicate alla figura materna, che fanno sorgere spontanea la domanda: quale poeta non ha una venerazione per la propria madre? Pasolini e Ungaretti insegnano che non si tratta solamente di letteratura, ma di vero amore filiale. In Così ti ho perduta, Salvador ci comunica, con evidente orgoglio, che «…l’ultimo nome che hai pronunciato/ è stato il mio…». La lirica prosegue su vaghe reminiscenze ungarettiane, senza scomodare la dimensione del divino, sul tema dell’attesa dell’incontro nell’altra vita («…Io so che da lì dove sei/ mi aspetti/ e tenti di ritardare/ il nostro prossimo incontro/ soffocando l’impazienza/ di vedermi arrivare»). (……..).

Enzo Concardi

 

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Capitolo 2 – I volti dell’amore

Una raccolta dal sapore squisitamente ossimorico si dispiega in questo capitolo dedicato ai testi di Francesco Salvador dove campeggia il tema amoroso, ma si assiste ad una sua trattazione innovativa e suggestiva, poiché emerge una particolare visione basata sugli atti mancati, sul non accaduto e sulle sue diramazioni, che si concretizzano nei topoi dell’assenza, del contrasto tra possibile e impossibile, tra realtà effettiva ed immaginazione, fino a far inabissare il lettore in un infinto e leibniziano universo di mondi possibili.

Quello di Salvador assume i contorni di un pensiero filosofico, che rimanda inevitabilmente ad una delle voci più significative del panorama culturale contemporaneo, la poetessa polacca Wislawa Szymborska (Kórnik, 1923 – Cracovia, 2012, Premio Nobel per la letteratura nel 1996), per la quale l’assenza si trasforma in una presenza reale e palpabile. Così, nella poesia d’apertura Mi manca, «Le lingue» che «rimangono/ riposte nel nascondiglio/ di una lettera/mai spedita» rievocano i versi della poetessa polacca, che nel componimento La stazione, allude a metaforici binari esistenziali che scorrono paralleli senza però mai convergere, descrivendo un appuntamento mancato, preannunciato da una comunicazione per avvisare del suo «non arrivo». L’incontro desiderato si realizza unicamente nello spazio dell’immaginazione, per suggellare un amore destinato a restare per sempre racchiuso nell’ambito del desiderio: «Il mio non arrivo nella città di N./ è avvenuto puntualmente.// Sei stato avvertito/ con una lettera non spedita.// Hai fatto in tempo a non venire/ all’ora prevista.// Il treno è arrivato sul terzo binario./ È scesa molta gente.// La mia persona, assente,/ si è avviata all’uscita tra la folla.//… È avvenuto… l’incontro fissato.// Fuori dalla portata/ della nostra presenza.// Nel paradiso perduto/ della probabilità…». (………….).

Gabriella Veschi

 

***

 

Capitolo 3 – I labirinti della memoria

La nozione del tempo risulta connaturata alla vigile coscienza di ognuno, giacché quest’ultima viene manifestandosi e puntualmente organizzandosi in base all’avvertimento della densità problematica del medesimo, del suo specifico articolarsi secondo le scansioni interiori di presente e quindi di passato e di futuro fissate in una giustamente famosa pagina di Sant’Agostino.

Il sentimento del tempo si obiettiva innanzitutto nella constatazione del suo inesorabile trascorrere, nel rapido “fuggire”, allarmante e dolorosamente incalzante, in quanto di necessità connesso al progressivo indebolimento e infine all’annullamento delle energie vitali, secondo un animus pessimistico ritratto con insuperata efficacia tanti secoli fa in una lirica di Orazio: «Eheu, fugaces, Postume, Postume,/ labuntur anni, nec pietas moram/ rugis et instanti senectae/ adferet indomitae morti» (Odi, II, 14, 1-4, «Ahimè, o Postumo, Postumo, in fretta scorrono gli anni e la devozione religiosa non servirà a ritardare le rughe e l’incombente vecchiaia e poi la morte ineludibile», traduzione mia).

È nondimeno da osservare che l’esperienza temporale non è costituita da un continuum indifferenziato: a momenti insignificanti, mediocremente ripetitivi, qualitativamente opachi si alternano situazioni intellettuali ed etico-sentimentali di intensità anche notevole, destinate a suscitare ricordi incancellabili, preziosi segni della storia personale depositati nello scrigno della memoria, i quali possono rappresentare occasioni di rivisitazione nostalgica oppure sollecitazione all’impegno e all’azione alacri e innovativi.

Mi sembra che nella ricerca lirica di Francesco Salvador il primo caso sia nettamente predominante, poiché urge tristemente il rammarico per il venir meno, l’esaurirsi, lo “svanire” di episodî e fasi dell’esistenza sentiti come importanti e vitalizzanti, ma purtroppo lontani, irrecuperabili, perduti: «Cerco la mia giovinezza/ ormai svanita per sempre/ nei visi di chi passa/ nell’illusione di una risposta/ o di una retorica domanda:/ “Che ne è stato della tua vita/ Francesco?”» (corsivo mio, come sempre in seguito); «È così incerta/ questa sera mia/ da mortificare/ i passi deposti/ e più lenti sono/ più svaniscono via via:/ come impronte/ fra l’onda e la sabbia/ e ancora cerco/ ricordi d’altre sere/ in altri viali in altre primavere/ potesse tornare/ per una volta almeno/ quel glicine/ o solo il suo profumo». (…………).

Floriano Romboli

 

Francesco Salvador, Oblio e approdi, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 96, isbn 979-12-81351-92-9, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (tv); ha vissuto per molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita e dove ha lavorato come insegnante di scuola primaria. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti in riviste letterarie.

 

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Pietro Nigro, "Notazioni estemporanee e varietà" vol. IX

21 Giugno 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Pietro Nigro

Notazioni estemporanee e varietà, vol. IX

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Pietro Nigro è nato ad Avola (SR) nel 1939; il suo primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Miano Editore nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Il poeta è stato un caro amico di Guido Miano fondatore dell’omonima Casa Editrice.

Il volume che prendiamo in considerazione in questa sede, nel suo essere composito e articolato, nel trattare argomenti eterogenei, si può considerare un unicum nel panorama italiano e si può sicuramente definire un’opera sui generis.

E si può aggiungere che il lavoro in toto può essere letto come un originale ipertesto perché ogni singola parte, pur essendo diversa da quelle che la seguono, è in continuum con le altre e costituisce l’espressione di una linea di codice che s’interseca e interagisce con le altre.

Intelligente e centrata la prefazione di Michele Miano nel cogliere con acribia le caratteristiche salienti dell’opera. Afferma il prefatore che il lavoro s’inserisce in quella linea della scrittura contemporanea che unisce la concentrazione del pensiero alla leggerezza del frammento.

È un libro che lavora sulla soglia: tra diario e meditazione, tra osservazione e intuizione, tra poesia e micro-saggio. In questo spazio intermedio, Nigro costruisce una voce riconoscibile, capace di trasformare l’immediatezza in forma. 

Nella sezione Dialogo tra Pietro Nigro e l’intelligenza artificiale il tema centrale è quello dell’identificazione e della definizione di Akhenaton, faraone dell’antico Egitto famoso per avere introdotto un monoteismo centrato sul culto di Aton, il disco solare al posto del tradizionale politeismo egiziano. Tale monoteismo ha portato a speculazioni tra possibili parallelismi con il monoteismo ebraico. Importante in questo dialogo la domanda rivolta da Nigro all’I.A. relativa all’origine ebraica di Akhenaton in quanto nipote di Giuseppe figlio di Giacobbe.

In questa parte del volume il lettore tra l’altro non può non essere affascinato dal fenomeno dell’I.A. stessa che apre al sapere umano spazi e risultati che fino a poco tempo fa potevano essere visti e considerati meramente come fantascientifici e che invece ora sono diventati rivoluzionaria e avveniristica realtà, sia per il campo della cultura in generale che per quello delle arti.

Attraverso l’eclettica materia delle varie sezioni degli scritti dai quali è costituito il volume proprio nelle notazioni improvvisate nella loro acutezza e lungimiranza viene fuori la visione del mondo di Pietro Nigro, poeta, intellettuale e uomo nel porsi dinanzi al fenomeno della vita stessa. Il primo dato che emerge nel sondare la sensibilità dell’Autore è quello della ferma convinzione del potere salvifico della poesia di fronte alle vicissitudini e agli accadimenti dell’esistenza.

Se connaturato alla vita sotto specie umana è il male di vivere di montaliana memoria, tuttavia anche di fronte al dolore più forte come la perdita della persona amata, si può trovare speranza proprio attraverso la pratica della parola non solo poetica ma anche intellettualistica, nell’interrogarsi sul mistero della vita il cui primo senso è quello della continuazione.

E non a caso viene citato Leopardi non solo per ricordare il suo pessimismo cosmico, ma anche la tensione verso una possibile gioia, una redenzione, un riscatto anche tramite il riconoscimento in vita da parte dei critici del valore di quanto si scrive.

Rispetto a quanto suddetto la lettura globale degli scritti di Nigro e su Nigro può ricordare, può rievocare, può essere intesa e definita, proprio per utilizzare una similitudine con Leopardi come uno Zibaldone postmoderno che nelle sue definizioni tocca anche temi politici e sociologici attraverso disquisizioni tra il bene e il male, la gioia e il dolore, i mass media e le nuove frontiere della tecnologia.

Allora di fronte alle domande fondanti si risponde come nella raccolta di poesie del 2025, Verso il nuovo mondo, valutando la possibilità di un viaggio verso un nuovo mondo per rincontrarsi con chi si è amato. E il poeta interrogandosi proprio sull’infinito non nega la speranza metafisica di un altro mondo, un mondo nuovo dove un giorno rivedere l’amatissima moglie, conscio che la natura pur essendo matrigna non può essere così ingiusta da porre fine al pensiero umano se l’anima è pensiero così si arriva alla salvezza della sicurezza che saremo sempre noi stessi.

Si riporta la poesia del Nostro Quanto t’amo dirti vorrei: «Quanto t’amo dirti vorrei/ con parole dolci come soffi di brezza/ ai crepuscolari ulivi/ in uno sfondo rosato di cielo e di mare./ Quanto t’amo dirti vorrei/ con la voce della mia terra/ arsa di sole,/ dal sapore di lava/ e passioni mai sopite assolate di giallo/ della sabbia del Sud./ Irrefrenabile scorgi nei miei occhi/ ed io nei tuoi/ questo senso di mutuo perderci/ io e te in noi/ nell’attesa di una notte propizia/ in cui si scontrino i nostri due sogni».

In questo componimento il poeta rivolgendosi con urgenza ad un tu, che presumibilmente è l’amata, le rivela icasticamente il suo incondizionato sentimento amoroso sensuale nell’essere rafforzato dal sapore della lava e da passioni mai sopite e mistico quando è detto un virtuale scontro di sogni, che sottende anche un desiderato incontro di anime oltre il tempo e lo spazio.

Raffaele Piazza

 

Pietro Nigro, Notazioni estemporanee e varietà, vol. IX,  prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-89-9, mianoposta@gmail.com.

     

                       

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Enzo Concardi, "Il volto e gli sguardi"

9 Giugno 2026 , Scritto da Gabriella Veschi Con tag #gabriella veschi, #enzo concardi, #recensioni, #poesia, #arte, #pittura

 

 

 

 

Il volto e gli sguardi

Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

 

Il Vangelo di Giovanni è il fondamento su cui Enzo Concardi edifica una tra le sue opere poetiche più intense e significative, Il volto e gli sguardi, dove l’incontro tra diverse arti è l’occasione per sviluppare una profonda indagine gnoseologica e cogliere il vero senso della realtà. Concardi, educatore, docente, poeta, illustre critico e saggista, scrittore che vanta un’abbondante produzione con la Casa Editrice Guido Miano, in questa silloge trasforma l’anaforica ripetizione dell’Ecce Homo nel cuore pulsante della sua poetica. Il refrain, posto in corsivo come titolo della prima lirica, composta in un’ampia architettura e disseminato anche tra gli altri componimenti, è un grido doloroso che attraversa la raccolta come una cassa di risonanza, amplificando la dolente fragilità dell’uomo, infinitesimale corpuscolo nell’immensità dell’universo, come si evince dalla poesia incipitaria: «Semi fosforescenti in balia del vento/ impazzano nella metafisica dei cieli./ Luminosi granelli di sabbie desertiche/ dorate finissime selvagge/ svaniscono nelle immensità galattiche…». La citazione in apertura - E gli uomini preferirono le tenebre alla luce (Gv.3,19) - è la chiave di interpretazione dell’intera opera, le cui liriche insistono sulla tensione dicotomica tra la metafora del maligno e la salvezza della grazia divina (Città terrena e città celeste).

In tutta la raccolta, sapienti figure di enumerazione danno vita a climax ascendenti e discendenti che dettano il ritmo di un andare e venire, tra tensione verso l’assoluto e consapevolezza della propria finitudine, come si avverte nell’alternarsi di percezioni sinestetiche («Bruciori di laceranti ferite», Ecce Homo) e nella particolare e innovativa veste grafica. Ma l’io lirico resiste e si accende di nuova luce nell’affascinante interconnessione tra codice visivo e codice linguistico che Concardi istituisce con i rimandi ai più grandi capolavori delle arti figurative, in un periodo che si estende dal Barocco al Rinascimento; il poeta usa la parola con intensi tocchi, tra le sue mani si anima una tavolozza colma di preziosi sostantivi e aggettivi con cui trasporre nei versi la potenza dei dipinti, ritraendo i diversi gradi della sofferenza.

Si inizia con l’Ecce Homo di Antonello da Messina, di cui lo scrittore milanese mette in rilievo la drammaticità attraverso la minuziosa descrizione del volto, soffermandosi sull’«amara piega delle labbra» e sull’atmosfera minacciosa: le nubi appaiono foriere di tempeste e il ricorso al nero allude all’oscurità del male insito nell’incombente pericolo. Un rincorrersi di versi antitetici mettono a confronto il finito e l’infinito, la putredine della terra e la superiore bellezza del cielo, in un percorso che conduce lentamente verso la speranza, come sottolineato dalla struttura stessa del verso: l’apparato lessicale scivola verso «candidi gigli» e il «lieve volo degli ibis», simboli di purezza e libertà, mentre lentamente le vocali cupe lasciano spazio a suoni più aperti, che accompagnano il lettore verso quello che diverrà il glorioso tripudio del Salvatore.

L’Ecce Homo non è solo un riferimento religioso, ma è anche lo strumento con cui sondare la precarietà dell’esistenza: l’uomo, spogliato di ogni sovrastruttura, prima si innalza nei vortici iperbolici di atmosfere oniriche («Come elemosinanti d’eternità silenti») per poi precipitare inesorabilmente sulla terra, approdando verso miti e archetipi evocati da un pensiero che torna continuamente su sé stesso, in una circolarità esemplificata dall’occorrenza del verso «Tu sei polvere e in polvere tornerai», che apre e chiude questa prima sezione, ma senza mai perdere la speranza: «Ma in quella polvere vive l’anima immortale/ (...) l’eterno spirito che morte non ha mai vinto».

La lirica si snoda come una iconografica Via Crucis, in cui la storia di Cristo flagellato, deriso e consegnato ai suoi aguzzini da Ponzio Pilato assume le dimensioni di un viaggio al confine tra immanente e trascendente, in uno scorrere del tempo che attraversa i secoli; il linguaggio aulico e ricercato conferisce un tono solenne, mentre le potenti immagini oscillano tra la propria interiorità e l’immensità del cosmo: «erra la Terra su binari d’infinito/ mentre le nostre vite/ s’avvitano su sé stesse».

Nella seconda stazione, Concardi descrive l’umanità «armata urlante eccitata» del pittore fiammingo Hieronymus Bosch, posta di fronte a un Cristo che «Curvo e umiliato… soggiace». Qui l’irrazionalismo dilaga «sullo sfondo d’una città turrita», dove l’assenza di nessi logici e di punteggiatura rende il ritmo frenetico, riflesso di una violenza che trasforma i volti in maschere grottesche; è evidente il contrasto tra la dolcezza della virtuosa «pulsatilla/solitaria», fiore in cui si riflette il sacrificio di Gesù e la «brutalità» della «moltitudine», evocata dal «gufo» e del «rospo», incarnazione del male e del peccato nell’iconografia medioevale ripresa da Bosch.

La natura straziata è nuovamente personificata nella terza tappa dedicata a Tiziano: le calendule «lacrimano… sotto piogge/ sottili pungenti nel campi del dolore», dove le allitterazioni delle sibilanti e delle dentali intensificano la sensazione tattile della sofferenza. In questo maestoso scenario, Cristo è circondato da una variegata folla acclamante, l’innocenza tradita è rappresentata dall’immagine di «un esile fanciullo» con la paura scolpita sul volto, mentre la torsione degli ulivi sembra accompagnare con pietosa vicinanza il corpo flagellato del Nazareno.

Lo «sguardo… dolente ma composto» della strofa successiva riprende l’estremo realismo di Mantegna, reso anche per mezzo di una raffinata ed efficace successione di chiasmi: «Legate le mani, emaciato il torace./ Corda al collo, corona di spine/ lividi delle feroci frustate». Qui la composta rassegnazione del Messia si distanzia dagli abissi di un’umanità degradata e indegna di questo nome, anche se poi le «Sottili canne di bambù» mosse dal «lieve vento/ crepuscolare», si trasfigurano in strumenti musicali e con i loro melodiosi canti alludono già alla Resurrezione.

Il cerchio si chiude con Correggio e Caravaggio: nel primo, l’antinomia tra umiliazione e accettazione, tra corpo dolente e anima vivida rimane al centro, l’io poetico si focalizza sullo «sguardo fisso» che «colpisce nel profondo» nell’assenza della folla; il corpo parla, trasmettendo sensazioni di «innocenza» e «candore», mentre la parola poetica sottolinea il dolore di Maria, che «sviene e graffia, aggrappandosi/ con le unghie» ad una «marmorea balaustra», fredda, inerte, sul limitare di un precipizio che equivale ad una morte dell’anima.

Con Caravaggio si giunge alla totale esaltazione: il pittore Merisi gioca sul contrasto cromatico tra la purezza del Redentore e i toni cupi di Ponzio Pilato e dei persecutori, Concardi traduce la maestria caravaggesca con un linguaggio simbolico che attraversa il «buio delle coscienze», per confluire in un rovesciamento di prospettive. Il Dio apparentemente sconfitto vince contro le tenebre, «attira invece sul suo volto/ la grande Luce della vittoria» e la carrellata artistica si conclude con una sfolgorante metafora: «Si fece buio fino alle tre del pomeriggio/ poi, per l’eternità, fu apoteosi di Luce».

Ma la raccolta va oltre la descrizione dell’iconografia sacra, la passione di Cristo è anche quella che si legge nelle sofferenze di ogni epoca, giungendo fino all’attuale: il passaggio dalla contemplazione estatica all’immersione nel contingente si avverte già nella lirica Il volto dei volti, dove gli uomini perdono del tutto la loro umanità, trasformandosi in «licantropi ululanti a lune indifferenti», capaci di compiere inaudite violenze.

Così Concardi sposta il suo sguardo facendo scendere l’io lirico dalla tela, rappresentando il quotidiano calvario di individui alienati, in un mondo in preda alle turpitudini folli dei potenti. L’analogia tra il martirio e l’orrore davanti a guerre insensate è raggelante e l’io lirico si perde tra «deserti», «ortiche» e «filo spinato», in un groviglio di dentali e fricative indicanti una prigionia da cui l’uomo deve liberarsi per recuperare la propria autenticità: «La nostra libertà d’azione sia libera/ ed appartenga agli uomini per essere infinito».

Dopo il puntuale e minuzioso excursus sui capolavori della pittura, Concardi, nelle liriche centrali, riconosce il messaggio evangelico nei volti della moltitudine che riempie le strade: «Siamo anonimi cuori di latta/ o intensi sguardi rivolti all’umano./ Siamo nevrosi e crisi isteriche senza fine/ o forti anime pacificate dopo la lotta./ Siamo ali tarpate da fragilità e rinunce/o intensi desideri di profonda sete./ Siamo terreni aridi e siccitosi/ o esuberanti fioriture di glicini e sambuchi (…)» (Terre selvagge). Il sacrificio di Cristo diviene così paradigmatico del destino di tutti coloro che soffrono e la poesia testimonia vigorosamente quanto accade nella valle di lacrime abitata dall’umanità (Anima mundi); il suo volto riflette quello di migliaia di altri sguardi che nei componimenti si esplicano nelle figure dei vinti, dei naviganti, ma anche della natura stessa.

Così, la visione si dilata in una dimensione più ampia, suggerita dalla bellissima lirica Nessun uomo è un’isola, crogiolo in cui si intersecano la meditazione di John Donne, la spiritualità di Thomas Merton e la poetica del naufragio. L’esistenza è infatti un pericoloso viaggio tra «fragili navigli di giunchiglia» e l’uomo-navigante passa attraverso «mari burrascosi», sfidando «giganteschi iceberg alla deriva», ma, in questo sprofondare, non è solo: si coglie infatti il messaggio leopardiano di un incontro che affratella, poiché sempre «s’incrociano le nostre rotte per le vie del mondo», contro i «ciechi del narcisismo» e le «effimere illusioni di potenza», in un moto di condivisione che diviene unico antidoto alle forze disgregatrici dell’anima e dell’universo (Radici remote). Il medesimo invito, sigillato in chiusura dalla citazione evangelica del perdono («Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno») ritorna con forza nella lirica Sapere e amare, in un accorato appello alla responsabilità individuale: «Uomini che amate e uomini che sapete/ non siate mai separati in questa nostra storia/ non dividete mai i cuori dalle menti/ unite sentimento e ragione/ se non volete generare altri mostri/ se non volete il dominio di chi non ama/ di chi non sa» (Eterni ritorni), perché «Il sonno della ragione genera mostri» (Cogito ergo sum).

La raccolta presenta un’originale fragranza, in virtù di uno sperimentalismo che diviene la peculiare cifra stilistica di Concardi. Il verso appare spesso aspro, scarnificato, l’accumulo, le anafore e le allitterazioni sono figure prevalenti (Ironico sogghigno, I volti dell’amore), con frasi spesso accostate in un crescendo emotivo e tramate di fulminanti analogie (Foreste di simboli). Una prorompente intertestualità, testimonianza della vastissima cultura di una personalità poliedrica come è quella del Nostro, apre al confronto con figure importanti della cultura universale, spaziando da Dante a Doré, da Mozart a Hemingway e Lee Masters, Munch, De Chirico, per citare solo alcune delle presenze evocate dallo stesso autore e che suggellano la necessità di un dialogo ininterrotto tra la parola poetica e le altre arti, fondamento della civiltà. Ne è un esempio calzante la lirica Arcane folate di vento, dove l’io lirico si abbandona all’ «infinito intrigante romanzo del vento» e, di fronte all’ignoto, si lascia incantare dalla magia della parola, spaziando dalle «candide banchise polari» ai «petrosi mistici deserti dei tropici». La voce del vento, fortemente desiderata dall’io lirico pronto a cogliere impercettibili presenze, è dunque quella di una «celeste arpa» che risveglia l’uomo dal suo torpore, rievocando miti letterari, come il «veliero di Achab a caccia della balena bianca», simbolo della costante ricerca del senso della vita oltre le apparenze, oltre il nulla. Concardi sublima gli elementi della natura che si trasfigurano in organismi senzienti con un linguaggio aulico e ricercato, si alternano paesaggi lussureggianti o atmosfere apocalittiche, insieme all’eterno mutare delle stagioni, proiezioni degli stati d’animo dell’autore (Foreste di simboli, Scenari surreali).

La struttura ad anello della raccolta giunge a compimento con la lirica conclusiva Il volto e gli sguardi da cui lo scrittore lancia segnali per salvarsi dal naufragio: «(…) se nei nostri sguardi morirà ogni speranza/ ci spegneremo in crepuscoli indistinti e vaghi/ e avremo perso il nucleo vero della vita…». Resta scolpita come un timbro a fuoco la necessità di salvaguardare l’Ecce Homo per non perdersi nella nebbia dell’indifferenza e riconoscere la propria sofferenza come riflesso del dolore altrui, per non perdere la dignità e continuare il cammino terreno guidati dalla luce, vero leitmotiv della silloge (Stagioni di luce). Così se il volto del titolo rimanda a Cristo come unica possibilità di salvezza, i volti dispiegati in tutta l’opera sono quelli dell’umanità che rivolge a lui i propri sguardi, in cerca di uno spiraglio che illumini con la sua luce: «Solo con il grido “Ecce Homo! ”  potremo/ salvare noi stessi, la purezza del volto/ e la profondità degli sguardi».

Gabriella Veschi

 

Enzo Concardi, Il volto e gli sguardi, prefazione di Gabriella Veschi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 108, isbn 979-12-81351-84-4, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

 

Enzo Concardi (Zibido San Giacomo, Milano, 1949) ha pubblicato le raccolte di poesie Carovane di sabbia (1981), Sentinelle del nulla (1984), Foglie e clessidre (1989), Strade (1999), Cristalli (2011), Chiara fontana (2017), Naif (2019) e il libro di narrativa La mente e i luoghi - Montagne, viaggi e avventure (2022). Collabora fin dai primi anni ‘80 con la Casa Editrice Guido Miano (Milano) in veste di critico letterario stilando prefazioni e saggi a varie pubblicazioni, soprattutto di poesia; ha inoltre partecipato attivamente alla realizzazione delle seguenti opere: Dizionario Autori Italiani Contemporanei (in cinque edizioni) e Storia della Letteratura Italiana. Il Secondo Novecento (in tre edizioni). 

 

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Il  vitalismo  “sacro” nella  poesia  di  Marina  Enrichi

26 Maggio 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

M. Enrichi Cariolaro

Eros e Logos. Poesie

Guido Miano Editore, Milano 2026

 pp. 84.

 

 

Se si dovesse indicare un motivo fra i principali, e quindi un aspetto invero caratterizzante la produzione lirica di Marina Enrichi, ginecologa padovana e altresì donna di raffinata cultura estetica e umanistico-letteraria, porrei in risalto la fervida tensione vitalistica, l’apertura partecipe e convinta al ritmo stesso, traente e corroborante, dell’esistenza: “Schiudi le labbra/ che il fiato della vita/ possa entrare/ fino a baciarti il cuore (…) Stupisci il mondo/ perché il riscatto esiste/ e tu sei pronta a nuova primavera” (Schiudi le labbra, corsivi miei, come sempre in seguito).

Tale propensione fondamentale si obiettiva ora nella condizione etico-psicologica dell’attesa colma di speranza e sottolineata dalla studiata sequenza anaforica (“Attendo un altro giorno/ un’altra festa/ un’altra Pasqua./ Attendo un’altra primavera/ dove germoglino speranze./ Attendo una rinascita/ un altro splendido/ bianchissimo Natale”, Attendo), ora assume la forma esplicitamente dichiarata dell’amor vitae e della passione amorosa, prepotente e imperativa: “…Ho le braccia ricolme/ di gioiose memorie/ di speranze sfiorate/ di parole in sordina.// Ora tutto è versato.// Ma i cascami del glicine/ che si avvolgono in danza/ mi commuovono ancora/ mentre vivo la luce…” (Forse impallidirà); (“Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio…”, Bruciami il respiro); “Ti sembrerà che/ il mondo intero ti travolga/ e che tutti conoscano il segreto/ che volevi celare.// Ma è l’amore, tesoro./ Prorompe/ senza veli” (E sentirai commuoversi una lacrima).

Il sentimento d’amore si nutre di sguardi d’intesa sul fondamento di suggestioni di antica ascendenza stilnovistica (“Un amore di sguardi/ mai toccato/ né congiunto e consumato.// Un amore di frasi/ di sorrisi scambiati/ intuizioni velate…”, Un amore di sguardi) e nondimeno conosce il tratto dell’ardore erotico-sensuale, dell’unione fisicamente appagante: “…Chi sei tu/ che trascini il mio corpo/ tra le onde in rivolta/ e non concedi spazio/ a strapparmi da te.// Tu mi fai presagire/ che la spiaggia all’arrivo/ non sarà che un abbraccio/ immersione di corpi/ l’uno e l’altro all’amore nel laccio” (Chi sei tu).

L’esperienza amorosa è altresì fatta oggetto di analisi, diviene materia di indagine logico-riflessiva scandita dalle “pause” meditative degli enjambements: “…Avevamo vent’anni/ nelle braccia sempiterne le leggi/ che insegnavano al mondo/ come vivere in pace.// Molti anni vissuti (…) Ma sciogliamo le ore/ e torniamo ai vent’anni/ di esaltante splendore” (Avevamo vent’anni).

 L’eros non è comunque costante nella positività, è contraddistinto da intimi conflitti, appare coinvolto in situazioni antitetiche: “Qualche volta si sceglie/ di saltare nel vuoto./ E nell’aria rimane/ come un cappio svuotato/ e una gerla ricolma/ di profumo di vita/ rovesciata sul nulla.// (…) All’oscuro profondo/ il mio sguardo si adegua/ nell’attesa che appaia/ la fiammella di luce…” (Il salto).

La poetessa coglie prontamente nell’intensità della corrispondenza d’amore l’insopprimibile vocazione ascendente (“…È una nuvola strana che rompe gli ormeggi/ e si inerpica a vette impossibili”, È un respiro di troppo che soffoca), il bisogno di un ubi consistam ideale da questa presupposto e rinviante – ad esempio per la donna che è madre – all’incontro nobilitante e salvifico con la Divinità: “…Essere il suo Divino braccio destro/ la Culla che raccoglie e porta al mondo/ la Vita che egli crea, la più preziosa/ perché ha voluto farla simile a se stesso…” (Sei tu, donna, consacrata creatura).

Una scintilla divina accomuna d’altronde l’amore e l’arte, come nel caso della grande arte pittorica di Giotto affrescatore superbo della Cappella degli Scrovegni in Padova: “…Troppi anni di vita/ chiederebbe il racconto/ che tu, Giotto, dispieghi/ su pareti affrescate/ al Divino/ che in ognuno di noi/ nel profondo dimora…” (Santa Maria della Carità).

Floriano Romboli

 

 

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Semplici considerazioni su alcuni aspetti dell’opera "Lo Stato Pontificio" di Ivan Pozzoni

24 Maggio 2026 , Scritto da Teresa Cassani Con tag #teresa cassani, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ivan Pozzoni

Lo Stato Pontificio

Edizioni Divinafollia, 2026

p p.58,

12€

 

Ciò che cattura subito l’attenzione, quando si esaminano le pubblicazioni impegnate di Ivan Pozzoni, che costituiscono impegnativa lettura, è il linguaggio. Nel linguaggio diretto e sagace, dinamico ed espressivo, composto da numerosi riferimenti e dall’ibridazione tra la lingua colta e la lingua comune, il lettore cerca i motivi fonda(n)ti delle manifeste provocazioni, che risuonano lucide e avvertite quando non dissacranti. Come un novello Cecco Angiolieri, anche nell’opera Lo Stato Pontificio, Pozzoni fa uso di esagerazioni e paradossi per lanciare, a tutta forza, la sua invettiva contro il sistema mondo, permeato da convenzioni e ipocrisia, conformismo e banalità, sovrastrutture ingannevoli e alienanti. I bersagli della critica veemente e mordace, che pare insita nel DNA dello scrittore e che comunque non sottace autentiche esigenze di limpidezza e giustizia, sono, per esempio, i poeti attuali. Di costoro Pozzoni rileva l’esibito alibi dei buoni sentimenti, dietro ai quali si celano invero desistenza e passività opportunista. Si legge in Sono diventato buono: “Tanto l’artista internazionale crede in Gesù e nel mito di Atlante (?) rifuggendo ogni guerra a tutela dei diseredati […] senza nessun sostegno contro il capitalismo nomade delle multinazionali”. L’irriverenza, che informa un’onomastica di aristofanesca memoria, non arretra neanche di fronte al papa neoeletto, ritratto come un docile allineato del sistema. Il L’ernia di Leone (XIV) leggiamo: “Prevost, nomen omen, sarà un estremo militante della liturgia […] è un cittadino sovrano di uno stato straniero extracomunitario […] l’importante è che, schiavo delle democrazie, non bombardi il Molise”. La scrittura di Pozzoni procede come un uragano nella sua formazione e sviluppo: in un vortice che si ingrossa veloce, succhia molteplici elementi per poi gettarli addosso al pubblico di lettori sotto forma di similitudini, iperboli, parallelismi, rimandi, citazioni e digressioni spesso di tipo meta. Il poeta sorprende quando demolisce con toni parodici l’analisi della grecità e dei miti, fondamenti della cultura occidentale, prodotta da penne di rilievo: “Non contento di aver travisato Esiodo […], mr. Alzheimer sostiene l’esistenza di Omero” (Il vaso di Pandoro). Con la sua vis comica e sarcastica Pozzoni stigmatizza e indaga implacabile sulle precipue caratteristiche dell’arte scrittoria attuale. Lo Stato Pontificio si configura come un’opera densa, comprensiva di studi autorevoli e di approdi di maturazione; un’opera performante nella rappresentazione della realtà e nello scandaglio dell’Io; un’opera di indubbio interesse nel panorama letterario e culturale contemporaneo. 

 

Teresa Cassani

 

Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature. Ha diffuso saggi su filosofi italiani e su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi IntroversiMostriGalata morenteCarmina non dant damenScarti di magazzinoQui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d'avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman), e steso un Anti-Manifesto NeoN-Avanguardista. I suoi versi sono tradotti in trenta lingue. Nel 2024, dopo sei anni di ritiro totale allo studio accademico, rientra nel mondo artistico italiano e fonda il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica) [https://kolektivnenseae.wordpress.com/], braccio “armato” del tardomodernismo letterario.

 

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Don giovanni Mangiapane, "Omaggio a Papa Francesco"

23 Maggio 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Don Giovanni Mangiapane

Omaggio a Papa Francesco - Poesie in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte

Guido Miano Editore

Milano 2025

 

 

Don Giovanni Mangiapane è nato il 24 maggio 1944 a Cammarata (AG) dove attualmente risiede; sacerdote in pensione, è stato parroco della diocesi di Agrigento per cinquantaquattro anni, dal 1970 fino al 2023. Ama scrivere preghiere e poesie a tema religioso in lingua siciliana. Ha pubblicato tre raccolte di poesie tra le quali nel  2024 Poesie del Santo Rosario e della Via Crucis, realizzata per i tipi di Guido Miano Editore di Milano.

La raccolta di poesie Omaggio a Papa Francesco non è scandita in sezioni e scorrendo l’indice del volume dalla prima all’ultima poesia ci accorgiamo del senso diacronico che il Nostro ha dato alla sua opera che si apre con una poesia dedicata alla Vergine Maria.

Alla suddetta composizione seguono in ordine poesie per il Pontefice nel narrare la storia del suo pontificato durato dodici anni soffermandosi soprattutto sul dolore per la malattia e la morte di Francesco provato dai fedeli in preghiera per lui, definito da Mangiapane grande regalo che ci ha fatto il Signore.

Seguono due poesie sulla morte e la sepoltura del Papa una sulla Sede vacante fino a una poesia su Papa Leone che è un altro Papa che piace a Don Giovanni.

Preliminarmente si deve sottolineare come affermato da Enzo Concardi nella prefazione che queste poesie sono scritte in lingua siciliana e non in dialetto siciliano: «Ciò per una ragione ben precisa: egli ritiene il primo come un’entità viva, presente ed anche proiettata nel futuro, mentre il secondo è sinonimo di complesso linguistico morto, in via di estinzione» (Enzo Concardi).

Leggiamo la poesia dedicata alla Madonna che è testimonianza di una forte Fede: «Vergine Maria, Madre di Cristo/ e di chi abbraccia il Crocifisso./ Tu che vieni in aiuto a chi ha bisogno,/ anche se non ti chiama “Io ci sono”.// Considera la Chiesa:/ ha paura,/ vita del Papa ad un filo appesa./ Sostieni il dolore di chi soffre,/ dona più fede a chi preghiere offre.// Il mondo intero ha il fiatone,/ perché non si aspettava ruzzolone./ A chi ti onora con amore speciale,/ donagli una grazia eccezionale.// la Chiesa tutta già canta a Te:/ Ti resta attaccata comunque e “se”./ Ave Maria».

Spontaneo e confidenziale il modo di Don Giovanni Mangiapane nel rivolgersi alla Madonna e in un’altra poesia anche a Gesù.

Molto suggestiva è la poesia senza titolo che inizia con l’incipit «C’è un uomo vestito di bianco,/ s’affaccia alla finestra, ma di fianco/…»; leggendo questi versi non possono essere dimenticate le immagini mediatiche di Papa Francesco entrate nelle nostre case, e Papa Francesco aveva un grande affetto per i poveri e per i migranti per i quali per lui era incontrovertibile il dovere dell’accoglienza nei paesi privilegiati.

Inoltre questo Papa amava profondamente la pace dichiarando che aveva il cuore straziato per le tante morti nelle guerre del suo e nostro tempo e proprio la guerra stessa è stata da lui definita come il controsenso della creazione.

Raffaele Piazza

                                      

 

Don Giovanni Mangiapane, Omaggio a Papa Francesco, testi in lingua siciliana con traduzione italiana a fronte; prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 52, isbn 979-12-81351-76-9, mianoposta@gmail.com.

   

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