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Salvatore Antonio Piras, "Il volo dell'aquila"

18 Settembre 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni

 

 

 

 

Salvatore Antonio Piras

Il volo dell’aquila

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Salvatore Antonio Piras è nato a Monti (SS) nel 1940 e vive a Tempio Pausania. Si avvicina alla scrittura agli inizi degli anni ‘80, sempre coltivata come forma d’espressione e riflessione.

Il volo dell’aquila, il romanzo del Nostro che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’acuta ed esauriente prefazione di Enzo Concardi.

La diegesi dell’opera è ambientata nella società egiziana cairota degli anni ottanta e l’autore coglie nel segno nel delinearne i fermenti sociali, politici e religiosi e le atmosfere.

Il volume ha per protagonista il giovane sardo Claudio Frau, rimasto presto orfano di entrambi i genitori e affidato allo zio paterno – imprenditore edile italiano a Il Cairo – per fargli imparare l’arabo e affinché possa dirigere il lavoro nel cantiere che è alle prese con un progetto importante proprio nella capitale egiziana.

Come fa notare Enzo Concardi nel suo scritto introduttivo gli altri personaggi che attraversano le trame narrative sono di contorno e tutti creati in funzione della definizione del temperamento, degli interessi culturali, del coraggio fisico e morale, del senso di umanità e giustizia del giovane Frau che avverte nella sua nuova vita la mancanza della sua fidanzata che è rimasta in Sardegna.

La figura del suddetto risulta originale e intrigante e viene proposta con una forte introspezione psicologica  capace di scavare a 360 gradi nella sua anima, per fare emergere i compositi aspetti della sua personalità.

Piras riesce a creare un personaggio vivo e affascinante nel quale il lettore tende spontaneamente ad identificarsi in un tipo di scrittura che si manifesta intrigante e si ha la sensazione nella lettura di affondare nelle pagine proprio per la loro densità formale e contenutistica.

Centrale nel plot il tema del rapporto dialettico tra le religioni, in questo specifico caso nel confronto-scontro tra Cristianesimo e Islam. In tale contesto il giovane Frau, pur rimanendo per Fede cristiano sente il fascino della religione mussulmana da lui indagata attraverso i suoi studi sulla sua arte e ha contatti con i suoi rappresentanti, se è vero che anche le altre religioni possano custodire verità e salvezza simboleggiata nella nostra contemporaneità dall’annuale Giornata di tutte le religioni ad Assisi voluta da Giovanni Paolo II.         

Cito a livello esemplificativo alcuni brani del libro. «Dopo un periodo iniziale di disorientamento (era stato per lui come andare a vivere sulla Luna o su Marte; tanto diversa era la vita al Cairo, tanto differenti le persone, le abitudini, i costumi della sua popolazione), era riuscito ad apprezzare quel disordinato agitarsi del Cairo, quel darsi da fare per sbarcare il lunario, quella loro allegria così contagiosa, quel cameratismo che faceva sì che tutti si considerassero un’immensa sterminata famiglia, il cui scopo principale era sopravvivere» (capitolo 1).

«Altro passatempo che Claudio aveva trovato era quello di girare per le moschee. Si accorse ben presto che potevano competere con le basiliche cristiane sia per ampiezza che per bellezza. Ce n’erano moltissime con i loro minareti svettanti nel cielo. Tra tutte gli piacque in particolare la moschea del sultano Hassan» (capitolo 4).

«“Oggi ti portiamo in un posto che sicuramente ti piacerà” disse la zia. Era di domenica mattina. Uscivano da una chiesa cattolica di rito copto, dove avevano partecipato alla funzione religiosa. Gli zii erano credenti e non saltavano una domenica da buoni cristiani osservanti  dei precetti della chiesa» (capitolo 6).

Data la difficoltà di descrivere tutti gli aspetti del romanzo nello spazio di una recensione, concludo riportando un brano illuminante della prefazione: «Il merito principale di Salvatore Piras sta nell’aver raccontato una vicenda edificante in un contesto di neo-realismo fantasioso, mirando a valori umani e sociali condivisi».

Raffaele Piazza

 

Salvatore Antonio Piras, Il volo dell’aquila, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 160, isbn 979-12-81351-93-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

     

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Fulvia Donatella Narciso, "Splendori di vita"

17 Settembre 2026 , Scritto da Tito Cauchi Con tag #tito cauchi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Fulvia Donatella Narciso (in arte Vulfia Scaroni)

Splendori di vita 

Guido Miano Editore, Milano 2026, Pagg.64

 

Fulvia Donatella Narciso, nata a Milano (1955) ma cremonese di elezione, è scrittrice multiforme dal curriculum di tutto rispetto, avendo pubblicato ed avendo ricevuto premi e riconoscimenti da oltre cinquant’anni. Vanta la discendenza dall’illustre antenato “Manzoni”. Poetessa, è autrice della recente raccolta Splendori di vita, dedicata ai genitori Egidio e Alda.

Nella prefazione Raffaele Piazza, quanto al contenuto, rileva come elemento caratterizzante “profonde radici cattoliche”, nelle invocazioni rivolte a Dio e nell’incanto che ricava dalla natura; e quanto alla estetica indica una versificazione stilisticamente veloce che plana assecondandone l’armonia. Infine, così conclude: “un’anima alla ricerca dell’Essenza della vita” che è la “felicità”. Quanto sopra mi trova d’accordo, nondimeno seguiamo la Narciso nel suo percorso poetico.

Penso che idealmente la raccolta può dividersi in due parti, la prima di ispirazione religiosa ma non in senso manicheo, e di inno alla natura, la seconda marcatamente di dissenso verso la società. Comprende 40 componimenti, di ampiezza e di metro variabili; frequente è l’uso di parole tronche, mi pare che a volte stridano, e delle rime generalmente baciate che donano armonia; altresì, di tanto in tanto, mi pare faccia uso di tempi verbali nella forma indefinita. Farò uso di citazioni per entrare meglio nell’humus poetico della Nostra.

Trovo le prime quattro composizioni epigrafiche, lapidarie ed essenziali; così, per esempio l’incipit “Tutti i popoli del mondo/ dormono sotto lo stesso tetto…”, (Fratellanza, p.11) che sembra una ovvietà banale, reputo di grande forza e di portata universale, sia nella forma religiosa, sia nella forma umana e civile, condivisibile fra tutti i popoli, che rovescia l’egoismo che governa da sempre il mondo in cui viviamo e soprattutto nei nostri giorni. Anche la poesia successiva (Metrica, p.12) lascia riflettere; da un lato porta una grande verità intima della Poetessa e immagino, anch’essa, di portata universale: “Il tempo per soffrire è ‘lungo’…, il tempo per gioire è ‘breve’…”, in quanto i segni della sofferenza ce li trasciniamo per tutta la vita; mentre, purtroppo, non facciamo tesoro della gioia; nel contempo la gioia è fugace e può essere ingannevole. Senza volermi dilungare, richiamo il binomio Vita-Morte, Amore-Orrore, e simili: perciò intendiamo un invito alla moderazione.

I versi successivi si sviluppano in una visione ordinaria e incantata del mondo circostante in coerenza con i sentimenti di umana solidarietà; per esempio, verso una bambina cieca, verso Edi (suppongo una giovane vita) che ha “cessato di soffiare”; oppure in un dialogo-poemetto tra un padre e il proprio bambino, su una barca, in cui decantano “la bellezza del posto e del divino perché”. Fulvia Donatella Narciso ci offre uno sguardo tutt’intorno che sa di mare, di luce, di montagna. Altra poesia-poemetto è a p.19 (“Finita la preghiera”) ove eleva un inno alla bellezza del creato, che si può percepire nel semplice “accarezzare una capretta”; ivi i tempi verbali all’indefinito sembra che prolunghino le azioni, i sentimenti e la preghiera, mettendo insieme pure i Tre Re Magi. Sono visioni contemplative le sue: un bambino che gioca al pallone, un vecchio che sta a pregare, una neonata dal “bel nastro rosa”. Ed anche gli astri del cielo, sono raggiunti da un pensiero per la nonna Norina Manzoni (p.27), con la certezza di un incontro futuro.

Più avanti eleva un inno all’alba: “Pace paradisiaca/ in oasi azzurra; / gioiose sensazioni/ di universale bellezza; / sterminato inseguirsi/ di onde all’infinito” (p.34), che esalta l’amore alla vita “in un eterno abbraccio” (p.37, Quando). Nella poesia “16 anni” (p.25), sente l’abbaglio dei primi battiti d’amore, consapevole che può trattarsi di un fuoco di paglia (Mi ricorda la canzone omonima degli anni settanta del passato secolo, cantata da Nunzio Gallo). Ma l’Io lirico si fa più vibrante qui, nel sorriso di un bimbo: “Vedrà vibrare la luna e le stelle, / nel blu di fate, più vive, più belle.../ Quanto ho sofferto, quanto ho bramato, /quanto ho aspettato, ma poi l’ho scoperto: /quell’astro immenso che viene da Dio /e non si spegne: lo voglio io! ...” (p.28, Riverbero di primavera).

***

Ed eccoci a quella che reputo come seconda parte. Fulvia Donatella Narciso, perciò, passa dai toni elegiaci a un cambio di registro, nei toni assertivi da ammonitrice (p.29, Eterna fluidità esistenziale) che, mi pare, rimproveri l’uomo che si impone come metro di giudizio; con ciò invita l’uomo a essere più umile nei suoi giudizi, con ironia commenta che occorre fatica nel discernimento, alla moderazione, all’umiltà. Così pure assume toni da educatrice invitando alla retta vita, a evitare la droga (p.32, A Gian Luigi); emette denuncia di condanna del piromane, del potere per fini egoistici, disapprova l’uso smodato dell’automazione, semplice constatazione della robotizzazione entrata nella vita quotidiana che trasforma la società umana in “società dei consumi”. Tutto il percorso al momento raggiunto sembra condurre alla meta della preghiera, in una “chiesetta lassù in cima” (p.38).

Fulvia Donatella Narciso nell’ultima decina di poesie, di “Splendori di vita”, è come se, abbagliata da tanta luce, raggiungesse l’acme della folgorazione; così, in forma di brevi monologhi, esprime una sorta di tu per tu, incalzanti per denunciare il suo sdegno prorompente con cui critica la Legge commentando che “è solo un problema d’ottica”; critica il Concordato e a proposito del Divorzio, a malincuore, osserva che giunge quando “ormai è troppo tardi/ per tornare indietro!”. È un susseguirsi di richiami, “basta una cospicua bustarella…”; denuncia la difficoltà a trovare casa in affitto, l’inutilità di un ufficio di collocamento per trovare lavoro. E poi ancora l’inflazione, entrata nel linguaggio comune come “naturale”; scavare affannosamente alla ricerca di petrolio. Urla anche per i morti ammazzati che sono “ombre che incombono/ sulla coscienza collettiva.” (p.53, Terrorismo).

Fra le trame, non può mancare la manifestazione dei propri intimi affetti nel cuore di mamma, la quale trova sempre un cantuccio riservato ai figli; o verso il padre Egidio: “Fiocchi sfumati di neve, /spinosi, /raccolgono il peso /dei tuoi anni /e lo arruffano, /insieme ai ricordi /ai sorrisi, /alle folli passioni!” (p.54, Quella barba bianca). Infine si chiede “Perché guerra?!” (p.59). Insomma il suo è un cammino di ricerca del perché e di sé medesima.

Tito Cauchi

 

Fulvia Donatella Narciso, Splendori di vita, prefazione di Raffaele Piazza; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 64, isbn 979-12-81351-83-7, mianoposta@gmail.com.

 

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Angela Ragozzino, "Luce che resta - Ti cerco nei giorni"

10 Settembre 2026 , Scritto da Maria Rizzi Con tag #maria rizzi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Angela Ragozzino

Luce che resta - Ti cerco nei giorni

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

La Silloge Luce che resta - Ti cerco nei giorni di Angela Ragozzino, edita da Guido Miano, punta il riflettore soprattutto sulla luce della memoria, che evoca il legame profondo tra la percezione visiva, la stimolazione neurale e la conservazione del ricordo. Come sottolinea nell’ottima prefazione Michele Miano, le isole del passato hanno sempre rappresentato il territorio ideale per l’autrice, ma in quest’occasione il concetto assume maggiore consistenza.

Il testo è dedicato alla madre Rosalba e all’amica Onorina, ed è corredato da meravigliose foto, alcune scattate dalla stessa Angela, altre rappresentanti paesaggi e opere pittoriche e scultoree di autori vari, che evidenziano il potere delle arti di sigillarsi e sostenersi a vicenda. Quando le arti si incontrano, infatti, si attiva il processo di sinestesia e di intertestualità, ovvero quel momento in cui la parola poetica supera i propri confini per dialogare, fondersi o richiamare altre forme di creazione. La Ragozzino dimostra che questa sinestesia è indispensabile alla sua voce, che dopo varie raccolte incentrate sulla natura e sulla memoria, approda a “La luce che resta”, con la chiara volontà di tessere una tela all’interno della quale il chiarore illumina la memoria interiore e restituisce vita a ciò che il tempo ha cancellato.

I versi divengono una guida nel buio: “La luce” rappresenta la rivelazione improvvisa che fa riaffiorare il ricordo, e fissa il chiarore di un momento remoto, rendendolo eterno e immobile come pietra. Esaustiva in merito alle tematiche dominanti nella silloge la bellissima lirica Il silenzio dell’amore. Nei versi dei grandi autori, il silenzio non è assenza o vuoto, ma un rifugio che resiste al tempo. Poeti come Khalil Gibran descrivono il silenzio come uno spazio sacro che protegge la verità di un legame. E Angela Ragozzino sembra viverlo allo stesso modo, senza rabbia, con la malinconica consapevolezza che ogni storia è destinata a finire. Ricorre tra le pagine, simili a un diario, l’atmosfera senza suoni, l’Oblio: «(…) La stanchezza/ uccide/ anche la voglia/ di vivere». La stanchezza che consuma l’anima e spegne ogni desiderio è un tema profondo, spesso esplorato nella poetica della Nostra, anche in modo ravvicinato e reiterato. Si potrebbe pensare a una forma di nichilismo, ma le poesie di questo viaggio a ritroso nel tempo, con il suono lieve di arpa, toccano essenzialmente il tema della perdita. «Un volto… che non c’È./ Poche linee tracciate/ su fondo rosso,/ rosso come il sangue versato» (La mamma che non c’è). La poetessa sperimenta il venir meno delle fondamenta identitarie ed emotive su cui si è costruita la sua esistenza. La madre racchiude il senso di radice, contenimento e continuità vitale. Di fronte a questa perdita di coordinate, la persona può scivolare nel nichilismo passivo, che comporta apatia, rassegnazione, e disistima di sé, oppure intraprendere un nichilismo attivo, inteso come la capacità critica di attraversare il vuoto per ridefinire nuovi valori personali.

La Ragozzino non è artista e donna volta alla depressione, attraversa sul vascello catartico della scrittura poetica la sofferenza e le dona nuovi colori... i quadri, gli scatti, le sculture che affiancano i versi. L’abbinamento tra liriche di dolore e foto di paesaggi rappresenta la proiezione della sofferenza interiore nella natura, trasforma l’immagine in uno specchio visivo. La natura non è solo uno sfondo, ma un riflesso dei sentimenti umani. Le foto fungono da ricerca di un catalizzatore, offrono al dolore un luogo fisico e tangibile in cui abitare ed essere osservato senza giudizio. Inoltre gli accostamenti creano un senso di universalità; il dolore personale si ridimensiona e si stempera nella vastità del mondo naturale. Più che esplicative in tal senso la lirica Mater panis: «(…) Sei tu l’emblema/ della Vita che nasce (…)», seguita dalla foto di un’opera in legno di Gustavo Delugan, intitolata proprio “Mater Panis”, e dalla foto Il mare di papaveri, di Marica Raucci, propedeutica ai versi omonimi, dolcemente in levare. Un saliscendi di sentimenti nei versi di quest’autrice della provincia di Caserta, che ha trascorso e trascorre la vita tesa ad arco verso il prossimo, prima attraverso la professione di medico, in questa nuova stagione tramite il costante impegno nel sociale per scopi benefici. Il modus vivendi è specchio di una personalità ricca, che dopo le ferite sa e vuole rialzarsi, che non si vergogna di dire il dolore, ma non lo coltiva, che «…vive nell’attesa/ delle prime gemme/ sul mandorlo…» (L’attesa).

Ho sentito molto vicina Angela Ragozzino, non solo per le comuni origini partenopee e per la coincidenza d’anagrafe, ma per questa luce con la quale tende a irradiare ogni amore passato e presente. Ho amato molto anche il suo stile privo di fronzoli, vero, empatico. Ella non avverte la necessità di ricorrere a figure retoriche, scrive su dettato dell’anima ed è musica pura. La ringrazio per la lettura di questo diario originale e privo di luoghi comuni e per avermi concesso di toccare la sua anima di seta e di vibrare con essa.

 

Maria Rizzi

 

Angela Ragozzino, Luce che resta – Ti cerco nei giorni, prefazione di Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 80, isbn 979-12-81351-96-7.

 

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Francesco Salvador, "Oblio e approdi"

9 Settembre 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Francesco Salvador

Oblio e approdi

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Francesco Salvador è nato nel 1957 a Vittorio Veneto (TV); ha vissuto molti anni a Venezia prima di trasferirsi a Padova dove attualmente abita. È autore di molte raccolte poetiche con le quali ha ottenuto diversi premi, riconoscimenti e lusinghieri riscontri di critica; ha pubblicato anche brevi racconti su riviste letterarie.

L’antologia poetica del Nostro, Oblio e approdi, che prendiamo in considerazione, s’inserisce nel progetto editoriale della collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, pubblicata da Guido Miano Editore. I volumi della suddetta collana hanno per oggetto lo studio monografico su un singolo poeta italiano che viene accostato per affinità e differenza, nell’analisi critica, ad autori stranieri. Con questi il poeta presenta una certa simile sensibilità nello sviluppare i contenuti del suo poiein e nel suo approccio alla scrittura dal punto di vista formale, stilistico e contenutistico.

Il volume di Salvador è diviso in tre sezioni tematiche, ognuna corredata da una prefazione e da una scelta di poesie. Nel primo capitolo incontriamo la prefazione di Enzo Concardi intitolata La presenza del dolore in Francesco Salvador e Paul Éluard; nel secondo I volti dell’amore in Francesco Salvador e in Wislawa Szymborska, prefazione di Gabriella Veschi e nel terzo la prefazione di Floriano Romboli, I labirinti della memoria in Francesco Salvador e Wislawa Szymborska.

Non potendo commentare tutto il volume nello spazio di una recensione, in questa sede prendiamo in esame alcuni testi del primo capitolo, quello dedicato al dolore. Nella consapevolezza che il dolore ipostaticamente sia fondante nella condizione umana e nonostante il luogo comune che la poesia stessa nasca dal dolore, emerge dalla lettura dei componimenti poetici della prima sezione che l’antidoto contro il dolore stesso, sia di quello proprio che di quello altrui, può essere l’arma dell’ironia: “…centrifugo i dolori dentro/ il frullatore dell’ironia…” (A parlar di fughe).

Citiamo un’altra poesia, È meglio: “È meglio/ non aver visto tutto,/ il mistero è inestimabile/ ed è per questo/ che nonostante/ la mia solitudine/ non frequento/ club a pagamento/ dall’insegna ambigua,/ meglio il dolore/ che la facile unione“. Nel suddetto componimento l’io-poetante molto autocentrato nega la possibilità di riscatto per superare la sua solitudine nell’entrare in un club a pagamento per un’unione fisica che resterebbe fine a sé stessa, alla quale è da preferire il dolore tout-court e in questo il poeta va controcorrente e, come affermavano i romantici tedeschi, anche nel dolore stesso può esserci una gioia.

In qualche limbo: “In qualche limbo/ transitorio siamo stati/ noi abitanti/ della Terra/ durante lo scorrere/ del nostro tempo./ Lì abbiamo capito/ l’intensità del dolore,/ l’abbiamo quantificato/ con mezzi propri/ e nulla c’è sfuggito/ del suo peso“. Non possiamo definire la poetica di Salvador di matrice neo-lirica ma di natura riflessiva per l’io poetante che tende a ripiegarsi su sé stesso.

Poesia senza titolo: “Fra non molto ritornerò/ alla mia casa/ e non sarà sconfitta/ o rassegnazione/ ad accogliermi./ Troverò qualcuno che mi ama/ o forse ora nessuno/ ad ascoltare il mio dolore/ una serena resa/ da dimenticare domani”. C’è pessimismo in questa composizione ma anche una tenue luce di speranza quando il poeta afferma che troverà qualcuno che lo ama.

Raffaele Piazza

 

Francesco Salvador, Oblio e approdi, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 96, isbn 979-12-81351-92-9, mianoposta@gmail.com.

 

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Nicola Comberiati, "Il risveglio dell'amore"

22 Agosto 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Il risveglio dell’amore

Nicola Comberiati

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Appena presa in esame la struttura letteraria della raccolta poetica Il risveglio dell’amore di Nicola Comberiati, mi è parsa subito evidente una certa somiglianza con l’impostazione della cosiddetta “musica a programma”, dove una composizione strumentale racconta una storia, descrive un paesaggio, evoca un’idea extra-musicale. Nata per superare i confini dei puri suoni, si affida spesso a un testo scritto dal compositore, con la funzione d’essere una guida per l’ascoltatore. I musicologi e gli storici della musica, citandone le origini, risalgono al Rinascimento e a Le quattro stagioni di Antonio Vivaldi, celeberrimi concerti che descrivono i suoni, le atmosfere e gli eventi climatici di ogni stagione, accompagnati proprio da “sonetti” scritti dallo stesso compositore. Il suo sviluppo maggiore avviene tuttavia durante il Romanticismo europeo ottocentesco, quando i vari compositori sentono l’esigenza di fondere la musica con la letteratura e le arti visive: operazione culturale alla quale oggi viene conferito il nome di “parallelismo delle arti”.

Ora, leggendo la suddivisione in due parti del suo libro, Comberiati suggerisce al lettore i temi trattati. Prima parte: Amori, affetti, speranze. Seconda parte: Indignazioni, dolori, riscatti. È lui stesso a sottolineare tale scelta nella nota introduttiva, mostrando l’intenzione e la preoccupazione di sviluppare problematiche precise e definite (spartito ove i versi assolvono la stessa funzione delle note), ovvero di procedere con una poetica programmatica e tematica, che coerentemente si dipana nel suo sviluppo enunciato. La musicalità è data dal lirismo, dalle tonalità, dai ritmi, dalle scansioni e dalle immagini supportate da un linguaggio variegato, originale, non convenzionale, teso a dipingere atmosfere ed emozioni galoppanti. Nell’affrontare la materia della raccolta, egli viaggia - come analizzeremo nel prosieguo - in dimensioni bipolari, sia per quanto riguarda la lettura della realtà, sia per ciò che concerne l’interiorità emotiva e spirituale, tracciando itinerari che vanno dal personale all’universale, dall’autobiografico al sociale, dal sentimentale-affettivo al logico-razionale, dall’ideale all’onirico.

Le figure affettive di rilievo che emergono nella prima parte si possono identificare con certezza nella madre, in Vittoria ovvero la donna della sua vita e nel figlio Daniele, alle quali dedica liriche assolutamente non retoriche - e questa caratteristica le sottrae dal sentimentalismo di maniera e dal conformismo letterario - che si fanno apprezzare anche per il piglio non troppo memoriale nel caso della madre; per l’amore silenzioso e appassionato allo stesso tempo nel caso di Vittoria; per l’assenza di paternalismo sapienziale nel caso del figlio Daniele.

Mia madre era una donna antica è la poesia che apre la raccolta di Comberiati ed è primo ed ultimo verso della stessa. Quell’aggettivo antica racchiude in sé tutto un mondo di trascorsi valori, di usanze, di fatiche, di amore materno, di speranze per il futuro: generatrice di nove vite, lavoratrice sui telai, presenza costante ed orgogliosa nei lavatoi, premurosa nello sfamare i figli coi frutti della natura mettendo insieme un pasto povero… E poi il poeta crea i versi più belli di questo suo omaggio alla Madre: «…Mia madre mi allattava/ con i sospiri dei sogni,/ sussurrava parole magiche/ alla fiamma ardente del focolare… Ti ringrazio, Madre,/…/ d’avermi partorito come Maria/ sulla strada assolata del Sud/ e d’avermi lasciato in eredità/ la libertà…». Un ritratto realistico e sognante, un’elegia moderna radicata nella storia, nella memoria della terra natia, con accostamento alla sacralità della vita e della maternità.

Seguono le liriche della poesia amorosa, testimonianza di un legame che unisce la Venere Pandemia e la Venere Celeste dei miti classici e della filosofia platonica, che rappresentano - come è noto - la prima l’amore carnale, terreno e passionale, la seconda l’amore spirituale dedicato all’elevazione dell’anima, dell’intelletto, della virtù. Nel nostro poeta le due dimensioni sono compresenti, come rilevabile - esemplificando - in Sognerò, L’Amore quotidiano, Il silenzio dell’amore, A lei. In lui, dunque, troviamo un canto che celebra l’interezza dell’amore, senza dualismi contrapposti, ma con la fusione di ciò che spesso, nelle elaborazioni filosofiche è separato: in altri termini, se l’uomo è anima e corpo, egli ama con l’anima e il corpo, senza artificiose riduzioni in un senso o nell’altro. Tale è per il poeta l’amore autentico e per una sola donna: Vittoria. Un messaggio ricco di contenuti, difficile da realizzare, soprattutto in contesti societari e culturali che tendono a divulgare concezioni dell’amore al ribasso, riducendolo spesso alla dimensione dell’usa e getta.

Sognerò esalta la passione della fedeltà monogamica con immagini fantasiose e accattivanti del desiderio maschile e femminile, per concludersi con un vissuto metaforico: «Ti ho rivisto, mio amore,/ mentre scendevi i fondali/ a cercarmi». L’Amore quotidiano è scritto come la vittoria sull’ennui di tanti trantran della vita di coppia: «…Amo la donna/ che vive accanto a me/ senza platonico romanticismo,/ nella concretezza del bacio quotidiano.// Il tempo passato accanto a te,/ Amore,/ è la disfatta della noia».

Il silenzio dell’amore è una piccola perla lirica - più nel senso della comunicatività che dell’estetica - del sentimento interiore autentico che non ha bisogno della parola per esprimersi, ma della vicinanza, della condivisione, dell’empatia silenziosa: «…Appartengo alla schiera/ dei muti d’amore./…/ Condivido con lei/ il mare, il sole, il vento,/ i colori trepidanti/ delle attese primavere…». E la quartina finale ci proietta in dimensioni metafisiche e misteriose che lasciano spazio all’ignoto e all’enigmatico necessario per regalare ali infinite al volo di una vita a due: «…Cammino in silenzio/ accanto alla tua anima/ rappresa nel mio/ insondabile Silenzio». Anche A lei, nella quale il dono totale reciproco è avvenuto, nonostante l’apparenza epidermica dell’unione, si realizza una sorta di schiavitù d’amore, riconosciuta e ammessa nel verso finale: «Ed ora sono imprigionato dal mistero». Ed il mystérion svela inevitabilmente la sostanza irrazionale dell’amore.

Dall’amore coniugale all’amore filiale lo spirito del poeta non rinuncia allo stupore dell’esistenza, al racconto di una buona novella, al mito dell’infanzia, alle emozioni di una nuova avventura esistenziale: una paternità vissuta con la leggerezza dell’essere e con la responsabilità educativa, sebbene celata nei versi sbarazzini e un po’ naif. Così A mio figlio canta la venuta di Daniele, pargolo che ha attratto, in lui poeta, la sua attenzione creativa: «E tu, bambino,/ mi hai preso come ostaggio/ prigioniero io/ della tua meravigliosa fantasia». Sembra proprio ricalcare la concezione di Paulo Freire, pedagogista brasiliano: «Nessuno educa nessuno. Tutti ci educhiamo con la mediazione del mondo». E Comberiati poetizza: «…Tu vieni e mi canti una musica nuova/ senza afoniche discordanze».

Nella prima parte si canta anche l’amicizia (Amico mio), una rievocazione vivace e profonda di una crescita insieme, fino a quando il filo dell’aquilone per l’altro si è spezzato, e nel ricordo il poeta traccia un ritratto: «…Ti sei lasciato trasportare da sfide, curiosità,/ e desiderio di cambiamento,/ ma con i piedi piantati nella terra/ che ti ha generato…». C’è, ancora, una specie di autoritratto poetico (La solitudine del verso) che sembra delineare la ricerca di un’identità forse smarrita: «…Come un gabbiano/ sfido il mare/ e traccio arcate di fantasia/ lungo l’Oceano.// Cerco nel vento/ l’aldilà del mio essere,/ i sospiri della nascita/ e i suoni di antiche melodie».

Tra i numerosi spunti della seconda parte (Indignazioni, dolori, riscatti) ne segnaliamo alcuni tra i più significativi che riguardano la persistenza della guerra anche nei nostri tempi; il fenomeno dei femminicidi, segno parossistico di cultura, mentalità, educazioni sbagliate; le tragedie dei migranti nel Mare Nostrum; il male oscuro che attanaglia le anime contemporanee; il dolore provocato dalla pandemia del Covid; l’emarginazione dei disabili; il problema ambientalista e dulcis in fundo… la crisi della Poesia.

Tutto tale ventaglio tematico evidenzia la presenza della poesia civile e di denuncia sociale tra le poetiche dell’autore, nonché l’umana comprensione del dolore, dei drammi e delle tragedie epocali, della vicinanza alle nuove generazioni e l’interesse per i problemi della natura del pianeta. Troviamo qui spesso l’utilizzo del sacro furore poetico come mezzo per stigmatizzare ogni forma di violenza, sia che si tratti della guerra in Ucraina (dimensione storico-politica), dell’uccisione di Giulia Cecchettin (amori criminali) o della tragedia dello Steccato di Cutro (fenomeni migratori). Una poetica del dolore si esprime anche nella memoria della pandemia, periodo recente della nostra storia la cui lezione sembra ormai dimenticata dai più o nel patimento della coscienza ecologica, provocato dai disastri climatici.

Ma perché secondo il poeta la Poesia è in crisi? Lasciamo a lui la parola su cui meditare: «La poesia/ di questi tempi/ si è fatta spettacolo/ moda/ passerella/ lagnanza e sconfitta,/ capitolo d’amore/ stracciato anzitempo.// Vittimismo celebrativo.//…// Voglio riscoprire/ il silenzio interiore/ della libertà/ del verso» (Poesia decaduta).

Enzo Concardi

 

  Nicola Comberiati, Il risveglio dell’amore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.88, isbn 979-12-81351-97-4, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

 

Nicola Comberiati è nato a Petilia Policastro (KR) e vive a Roma dagli anni ‘60. Impegnato nel sociale, ha creato una scuola popolare nelle baracche della borgata alessandrina di Roma, ha lavorato all’AIAS e poi al Comune di Roma per l’integrazione dei ragazzi diversamente abili. Ha insegnato Storia e Filosofia in molti licei della Capitale ed è stato Dirigente Scolastico nell’ITC Lucio Lombardo Radice. Ha lavorato con l’ANCEI - Formazione e Ricerca come psicologo all’Istituto Paritario Bonifacio VIII di Anagni e all’Istituto Maria Consolatrice in Roma-Portonaccio e si interessa della formazione dei docenti. Ha fondato la Biblioteca Altilibri in località Altipiani di Arcinazzo. Ha pubblicato varie raccolte di poesie.

 

 

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Mariolina Riggi, "La lunga notte dell'anima"

9 Agosto 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Mariolina Riggi

La lunga notte dell’anima

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Mariolina Riggi è nata a San Cataldo (CL) dove attualmente vive. Laureata in materie umanistiche, ha lavorato presso l’amministrazione del suo comune occupandosi dei servizi culturali e della biblioteca con mansione di vicedirettore e poi direttore.

Appassionata di teatro, ha partecipato per circa un ventennio (dalla fine degli anni sessanta fino alla fine degli anni novanta) alle rappresentazioni a tema religioso della Settimana Santa Sancataldese nel ruolo di Maria.

Solo in tarda età ha iniziato a scrivere poesie e a partecipare a concorsi letterari con lusinghieri risultati

La lunga notte dell’anima è una raccolta di poesie non scandita in sezioni che presenta una prefazione di Maria Sedita Migliore, un’introduzione a cura della stessa Autrice e una postfazione di Enzo Concardi.

La notte effettivamente è qualcosa che quotidianamente deve essere attraversato con il sonno e se non si sogna è simile alla morte e molti poeti hanno trattato nel loro lavoro questo argomento.

Ma c’è anche una valenza positiva della notte se è vero che la notte porta consiglio e come ha scritto Mario Luzi “la notte lava la mente”.

Notte è anche tenebra, ombra in contrapposizione alla luce, simbolo di vita e gioia; tuttavia nel Salmo 90 biblico, La protezione divina, che è una vera preghiera, è scritto: “Chi abita al riparo dell’Altissimo/ passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente”.

Quanto suddetto si collega con l’altro Salmo: “getta tutto su Dio e Lui ti sosterrà” e con quello: “Il Signore è alla mia destra e anche il mio corpo riposa al sicuro” a suggello della vittoria di Dio, dell’Essere e della Fede che è per San Paolo certezza della speranza.

La lunga notte dell’anima è la vita stessa, esistenza che si fa sempre più difficile nel suo arco temporale ma che con la Fede stessa può essere felice nonostante il male e il dolore perché come sempre nel ciclo dell’eterno ritorno avviene l’entrata in scena della luce, sia quella del sole, della luna o delle stelle a illuminare il cammino e i desideri degli uomini.

Non a caso scrive la poetessa di avere raccontato la sua notte buia in cui rischiamo di perderci, quando ad un certo punto della nostra vita dobbiamo fare i conti con i nostri fallimenti come in una selva oscura dantesca e fronteggiare le tre bestie: lussuria, superbia e avarizia. Aggiunge la Riggi che le tre bestie si possono vincere con le armi della bellezza risanatrice, cui fanno riferimento l’Etica e l’Estetica e che poi, con un’immagine molto bella si deve avere il coraggio di ricominciare supportati dalle virtù dalla speranza, la fede e l’amore.

Leggiamo la poesia eponima: “Lunga è la notte/ per l’anima che brancola nel buio,/ nella speranza di vedere spuntare l’alba.// Inquieta e trepidante nell’attesa,/ come candela nell’angolo di casa,/ dalla fiammella incerta e tremolante.// Unica luce di questa notte fonda,/ che alza il suo bagliore verso l’alto,/ verso quel cielo,/ quell’infinito intriso di mistero,/ in cerca di risposte confortanti.// E muta la parola nell’attesa/ in questa notte che non ha mai fine,/ spiando l’alba chiara del mattino/ che lentamente avanza su nel cielo,/ a dissolvere le tenebre notturne/ come l’amore dissolve la paura”… E “l’amore vince tutto” come ha scritto Virgilio, considerato poeta precristiano.

       Raffaele Piazza

Mariolina Riggi, La lunga notte dell’anima, prefazione di Marisa Sedita Migliore, postfazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.84, isbn 979-12-81351-87-5.

 

 

      

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Angela Ragozzino, "Luce che resta - Ti cerco nei giorni"

8 Agosto 2026 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia, #arte, #fotografia

 

 

 

 

 

 

Luce che resta – Ti cerco nei giorni

Angela Ragozzino

illustrato con immagini fotografiche e d’arte di Enrico Raimondo, Benedetto Scaravilli, Fabio Recchia, Giovanni Conservo, Gustavo Delugan

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

È una soglia silenziosa che ogni libro di poesia attraversa prima di diventare dono: è la soglia della memoria. Luce che resta, ti cerco nei giorni nasce esattamente lì, nel punto in cui la parola non è più soltanto espressione, ma diventa gesto di cura, di fedeltà, di presenza. Con questo nuovo volume, Angela Ragozzino prosegue il suo cammino poetico all’interno della collana Parallelismo delle Arti, dopo Il colore dei ricordi (2022), Voci d’anima, d’arte e di natura (2023) e C’è ancora speranza (2025), e lo fa con un’intensità nuova, più raccolta, più verticale, segnata dal lutto e dalla gratitudine, dalla perdita e dalla luce che continua a filtrare.

La poesia di Angela Ragozzino  è sempre stata un luogo di ascolto: della natura, dei moti interiori, delle stagioni dell’anima. In questo libro, però, l’ascolto si fa più profondo, più intimo, perché rivolto a due presenze che non ci sono più e che pure continuano a vivere nella trama dei giorni: la madre Rosalba e l’amica Onorina. Il volume è dedicato a loro, e a loro è affidata la luce che resta, quella che non si spegne, quella che accompagna.

 

La voce e la visione: il Parallelismo delle Arti

Come nella tradizione della collana, la parola poetica dialoga con le opere d’arte: fotografie, sculture, dipinti diventano compagni di viaggio, specchi, risonanze. Il Parallelismo delle Arti non è un semplice accostamento estetico, ma un principio di lettura: la poesia illumina l’immagine, l’immagine approfondisce la poesia. Così il Mamma che non c’è di Gustavo Delugan, con le sue linee essenziali e il rosso che brucia, amplifica la lirica dedicata alla maternità negata; il Mater Panis dello stesso artista trasforma la meditazione sulla vita che nasce e risorge in un simbolo universale; le fotografie di Benedetto Scaravilli, Enrico Raimondo, Marica Raucci ed Elena Caruso accompagnano le stagioni interiori dell’autrice, come finestre aperte sul mondo naturale che tanto la ispira.

La poesia di Angela Ragozzino, già definita da Enzo Concardi come dotata di un “lirismo della natura” che richiama gli idilli leopardiani, trova qui una nuova dimensione: la natura non è più soltanto scenario, ma interlocutrice. È la rondine che torna e non trova il nido; è il mare di papaveri che ondeggia come un ricordo d’infanzia; è la rosa d’inverno che sboccia come promessa; è il raggio di luce che squarcia le nuvole e diventa segno di speranza. La natura accompagna il lutto, lo sostiene, lo trasfigura.

 

Il tema della perdita: una poesia che custodisce

Molte liriche del volume sono attraversate da un dolore composto, mai gridato, sempre affidato alla delicatezza delle immagini. In Tutto è silenzio, lo sguardo dell’autrice torna ai luoghi della madre: «E lo sguardo va dove sedevi Tu». In L’ultima estate, la malattia e il declino diventano un cammino condiviso, un ultimo tratto di strada percorso insieme. In Buon viaggio… Mamma! la stagione che scivola via coincide con la fine di una vita amata: «Scivola via l’estate… e son giorni di sole, e son giorni di nuvole grigie».

La poesia dedicata a Onorina è un commiato tenero, luminoso, fatto di ricordi estivi, di mare, di sorrisi: un’amicizia che ha reso meno solitarie le estati dell’autrice e che ora continua a vivere nella parola.

 

La natura come interlocutrice dell’anima

La natura, da sempre presente nella poesia di Angela Ragozzino, assume qui un ruolo nuovo: non è più soltanto scenario, ma interlocutrice. È la rondine che torna e non trova il nido; è il mare di papaveri che ondeggia come un ricordo d’infanzia; è la rosa d’inverno che sboccia come promessa; è il raggio di luce che squarcia le nuvole e diventa segno di speranza.

La natura accompagna il lutto, lo sostiene, lo trasfigura. È un ponte tra ciò che è stato e ciò che continua a essere. È la voce che consola, la presenza che non abbandona.

 

La luce come destino

Il titolo del volume è la sua chiave interpretativa: la luce che resta è ciò che sopravvive alla perdita, ciò che continua a guidare, ciò che non si spegne. La luce è presenza, è memoria, è fede. È la scintilla che «oggi brilla per me» (La scintilla), è la stella che «brilla solo per me» (Una stella per me), è il raggio che «riscalda il mio cuore» (Un raggio di luce).

In questo senso, la poesia di Angela Ragozzino si colloca nella tradizione di una lirica che non teme la semplicità, che non cerca artifici, che parla con immediatezza e sincerità. Come ha scritto Marcella Mellea, è una poesia «che va diritta al cuore e lo fa vibrare». E come ha osservato Nazario Pardini, è una poesia che custodisce «un legame atavico e un affetto tenace e profondo», soprattutto quando si tratta della figura materna.

 

Una poesia che diventa testimonianza

Il volume non è soltanto un omaggio affettivo: è anche un documento umano. Raccoglie stagioni, paesaggi, memorie familiari, tradizioni della terra capuana, figure del passato, momenti di vita quotidiana. È un libro che attraversa l’anno, dalla primavera delle rondini all’inverno delle nebbie, e che trasforma il tempo in un percorso spirituale.

La presenza degli artisti – Delugan, Conservo, Tessarolo, Iervolino, Scaravilli, Raimondo, Raucci, Recchia – arricchisce ulteriormente il volume, rendendolo un’opera corale, un dialogo di linguaggi che si incontrano nella stessa tensione verso la luce.

 

Conclusione

Luce che resta, ti cerco nei giorni è un libro che nasce dal dolore ma non vi si arrende. È un libro che cerca, che ricorda, che ringrazia. È un libro che custodisce la vita attraverso la poesia e l’arte, e che affida alla parola il compito di mantenere viva la presenza di chi non c’è più.

Angela Ragozzino conferma, con questa nuova raccolta, la sua voce limpida, essenziale, profondamente umana. Una voce che sa trasformare la memoria in luce, e la luce in cammino. Un cammino che questo volume, nella sua unità di poesia e arte, consegna ai lettori come testimonianza, come dono, come eredità.

La poesia diventa così un ponte verso il divino: non un divino astratto, lontano, irraggiungibile, ma un divino che si manifesta nella luce che filtra tra le nuvole, nel volo di una rondine, nel mare di papaveri, nel silenzio di una stanza che custodisce un’assenza. È un divino che si fa presenza discreta, che accompagna, che veglia, che consola.

E diventa anche un ponte verso chi non c’è più: verso la madre, verso l’amica, verso tutte le figure che hanno segnato la vita dell’autrice e che ora vivono nella dimensione della memoria e dello spirito. La poesia permette di continuare a parlare con loro, di ascoltarle, di sentirle vicine. Permette di trasformare la mancanza in presenza, il dolore in luce, la fine in continuità. In questo senso, Luce che resta, ti cerco nei giorni non è soltanto un libro: è un luogo. Un luogo in cui la parola diventa casa, rifugio, preghiera. Un luogo in cui la poesia si fa strumento di vita nuova, di comunione, di rinascita. Un luogo in cui la luce non si spegne, ma resta.

Michele Miano

 

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L’AUTRICE

Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle “cose antiche”, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato varie raccolte di poesie.

 

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Angela Ragozzino, Luce che resta – Ti cerco nei giorni, prefazione di Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 80, isbn 979-12-81351-96-7.

 

 

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Vincenzo Zonno, "Un gatto a tre teste"

30 Luglio 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

Un gatto a tre teste

Vincenzo Zonno

Vocifuoriscena, 2026

 

La lince, il leopardo e il gatto. Tre felini che ci accompagnano nel mondo onirico di Vincenzo Zonno, che si fa vieppiù complicato man mano che ci addentriamo nella sua produzione, anno dopo anno.

I suoi romanzi diventano sempre meno narrativi, sempre più slegati, surreali, fra de Chirico e Borges. Per molti questo è un vantaggio, io non ne sono altrettanto sicura, e mi dispiace che il talento narrativo di Zonno non sia applicato a una scrittura più tradizionale.

L’immagine finale del protagonista in groppa a un maiale mi ha ricordato il Peer Gynt di Ibsen in una riduzione per ragazzi che ho letto da bambina, tanto per far capire il grado di irrealtà della storia.

Il protagonista si risveglia spesso in luoghi che non sapeva di aver raggiunto, per motivi che non ricorda. Scopriremo poi che fa uso di droghe. Insegue per tutto il romanzo (ma è un romanzo?) figure femminili molto amate che poi lo abbandonano.

Una pletora di personaggi bizzarri, di cui mi riesce difficile ricostruire significato, azioni e necessità nella “non-trama”. Di reale forse c’è il senso dell’amore perduto e l’affetto incondizionato per un gatto che, purtroppo, è destinato a morire.

Ogni capitolo è  un racconto a sé stante, come uno degli incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Un libro, Un gatto a tre teste, di cui si può dire tutto, perché tanto tutto va bene.

Frammentato per indicare la scissione dell’anima umana?

Incomprensibile come la vita?

Irreale come i sogni di Calderón de la Barca?

Sapete, io non credo che una narrativa di questo genere punti a suscitare domande nel lettore. Perché le risposte non ci sarebbero comunque. Credo piuttosto che si autocompiaccia del puro narrare, del cucire le toppe di un disegno patchwork fatto di vecchi racconti, di appunti, di brani di diario, ma forse è solo una mia illazione.

Ammetto che certe ambientazioni siano suggestive. Come la casa con la finestra affacciata sull’interno della chiesa. Può essere uscita da un sogno dell’autore, dall’incipit di un altro romanzo, o da un racconto a parte, ma ha un suo fascino arcano.

Lo stesso dicasi per il cimitero dei clown. Zonno ci ha abituato a queste atmosfere circensi, ai pagliacci inquietanti come Pennywise o malinconici come Pierrot.

E poi foreste, città, affreschi che compaiono sul soffitto e predicono il futuro.

Insomma, Zonno o lo accetti com’è, con la sua bella scrittura e il suo significato indecifrabile, oppure lo rifiuti. Io, per questa volta, rimango fuori dal suo inarrestabile flusso di coscienza

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Pietro Nigro, "Dall'Idea all'Essere"

29 Luglio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

Dall’Idea all’Essere. L’Energia come reinterpretazione contemporanea dell’Essere

Pietro Nigro

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Non esiterei a definire questo breve trattato filosofico di Pietro Nigro - portante il titolo Dall’Idea all’Essere - come un tentativo utopistico di trarre la filosofia dalle secche nelle quali si è arenata, soprattutto dopo l’avvento delle scoperte della fisica quantistica riguardo i concetti di energia e di multi-universo. Il primo punto interessante di tale ipotesi si trova immediatamente nel sottotitolo del libro, che recita: L’Energia come reinterpretazione contemporanea dell’Essere, dove risulta evidente l’operazione culturale tesa a unificare concezioni antiche e moderne, mediante interpretazioni diverse da quelle solidificate nei secoli dalla tradizionale Metafisica.

Ciò inizia ad essere sviluppato nel I capitolo, che l’autore chiama Il terzo luogo, ovvero una realtà a noi sconosciuta ma possibile in una visione prospettica: «La filosofia non ha preso in considerazione che oltre all’immanente e al trascendente potrebbe esserci una ‘civiltà avanzata’, il terzo luogo, che noi chiamiamo mistero: il dio ignoto. La filosofia ha affrontato concetti che vanno oltre l’immanente e il trascendente ed ha esplorato la natura del mistero e dell’ignoto anche se non sempre con la terminologia di dio sconosciuto o di civiltà avanzata. Alcune correnti filosofiche: la mistica, l’esistenzialismo e la filosofia del limite, hanno cercato di comprendere ciò che sfuggiva alla ragione e all’esperienza umana, pervenendo a concetti come l’inspiegabile, l’inconoscibile, il divino. Da sempre la filosofia ha riconosciuto i limiti della ragione umana e del linguaggio. Ma ciò che la nostra mente non è stata in grado di comprendere razionalmente e quindi di esprimere, ha preso il nome di ‘mistero’».

Abbiamo riportato per intero l’incipit del I capitolo poiché lo riteniamo nodale per gli sviluppi successivi della visione di Nigro: intanto dimostra il suo interesse per i fenomeni dell’irrazionale (o come li si voglia nominare) e giustifica anche la premessa del libro dedicata alle divinità egizie, in particolare ad Aton che, secondo l’autore, si manifestò sul Monte Sinai a Mosè col nome di «Io sono Colui che sono». Il nome di Aton sarebbe stato poi mutato in Dio e, mentre Aton venne dimenticato, tant’è vero che fallì il tentativo di introdurre in Egitto il monoteismo, altro destino ebbe il monoteismo di Mosè, giunto sino a noi e comunque anch’esso portatore del concetto di un Deus absconditus.

Nella prosecuzione del I capitolo Nigro passa in rassegna alcuni pensatori in relazione sempre alle dimensioni del mistero, «il terzo luogo», con certe digressioni interessanti. «Inconoscibile» fu la definizione di Ludwig Wittgenstein del limite riconosciuto alla ragione umana. Così Albert Camus e Jean-Paul Sartre si sono interessati del non-senso e dell’assurdo, oltre le spiegazioni della trascendenza e delle religioni. Anche Karl Jaspers ha scritto circa la filosofia del limite su problematiche come il mistero ultimo della realtà, dell’esistenza e della morte.

Con un salto indietro nella storia della filosofia, l’autore sostiene che già Aristotele aveva postulato un Essere in divenire, un Essere che si trasforma, per cui egli dimostra che anche oggi i principi filosofici classici possono costituire un valido strumento a sostegno della possibilità de «il terzo luogo». Verso la fine del capitolo Nigro ci sorprende ancora, associando in un certo tal modo la triade hegeliana (tesi-sintesi-antitesi) alla conoscenza della Verità: secondo lui «in tal modo viene raggiunto un livello superiore» e quindi un giorno la conosceremo. Poi prosegue: «Questo processo continua fino a determinare e realizzare la famosa frase di Gesù agli apostoli: “Ho ancora molte cose da dirvi, ma per ora non sono alla vostra portata”». Ma il suo ragionamento si ferma qui e non riusciamo a capire se «il Regno dei Cieli» di Gesù possa essere identificato con il suo «terzo luogo». Nel discorso sulla filosofia l’autore attribuisce al pensiero umano un compito trasformativo, associandosi così all’undicesima Tesi su Feuerbach di Karl Marx (non citato): «I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di cambiarlo».

Dopo l’incipit del I capitolo un altro punto nodale delle teorie di Pietro Nigro lo possiamo individuare più avanti, nel corso del II capitolo, che infatti sintetizza nel titolo gli argomenti trattati: Essere, divenire ed Energia: sintesi ontologica da Parmenide alla fisica contemporanea. Anche qui, come nel caso de «il terzo luogo», è opportuno citare la partenza dei suoi ragionamenti, che anticipa tutto il senso di essi: «La filosofia occidentale nasce da una tensione: da un lato l’idea che la realtà sia stabile, immutabile, eterna; dall’altro la percezione che tutto scorra, cambi, si trasformi. Parmenide ed Eraclito incarnano questa polarità. Per secoli la loro contrapposizione è stata interpretata come un conflitto insanabile: l’Essere contro il divenire, la permanenza contro il mutamento. Eppure, questa lettura dicotomica è figlia di un’epoca in cui la conoscenza era frammentata. Oggi, grazie alla fisica contemporanea, disponiamo di un concetto - l’energia - che permette di ripensare radicalmente il rapporto tra ciò che permane e ciò che cambia. Parmenide ed Eraclito non sono due visioni opposte, ma due descrizioni complementari della stessa realtà. L’Essere è la struttura energetica fondamentale dell’esistenza; il divenire è la trasformazione di tale energia». Egli ci informa che questa tesi ha trovato larghi apparentamenti in taluni filosofi come Spinoza, Bergson, Whithead, Severino, aprendo così la strada a quella che lui chiama la «metafisica dell’energia». […].

Enzo Concardi

 

Pietro Nigro, Dall’Idea all’Essere. L’Energia come reinterpretazione contemporanea dell’Essere, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-95-0, mianoposta@gmail.com.

 

 

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LA POESIA DI WANDA LOMBARDI NELLA CRITICA ITALIANA, II edizione

28 Luglio 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

LA POESIA DI WANDA LOMBARDI NELLA CRITICA ITALIANA, II edizione

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Wanda Lombardi, scrittrice e poetessa è nata e vive a Morcone (Benevento), pittoresca cittadella dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia ha insegnato materie letterarie nelle scuole secondarie. Ha partecipato a concorsi letterari, nazionali e internazionali, ottenendo numerosi riconoscimenti. Fa parte di Accademie e Associazioni Culturali. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia e volumi di narrativa e prosa e di teatro.

Preliminarmente è doveroso, considerata l’essenza del lavoro che prendiamo in considerazione in questa sede, affermare che il ruolo della critica letteraria è centrale e fondante per sugellare l’attività di ogni poeta nel panorama letterario odierno come nei tempi passati.

I giudizi su ogni singolo autore servono per determinarne l’identità e per inquadrarlo nel sistema e a questo proposito vanno incluse nel discorso le antologie nelle quali il poeta stesso è incluso e i premi vinti nei numerosi concorsi del circuito nazionali e internazionali.

Nel caso di Wanda Lombardi è significativa l’attenzione che la critica letteraria le ha riservato, tant’è che il volume oggetto di analisi in questa sede è già alla seconda edizione.

In Wanda Lombardi poesia e vita sono connesse in maniera strettissima e in questo binomio indissolubile l’autrice trova una forza potente per affermarsi nel panorama letterario anche per l’originalità della sua voce poetante.

Il volume è introdotto da una presentazione di Maria Rizzi centrata e ricca di acribia e la stessa Rizzi, rispetto al tema suddetto trattato e cioè quello del desiderio della poetessa di essere ricordata dai posteri, mette in rilievo che le opere della stessa Wanda sono state inserite presso biblioteche locali, nazionali e accademiche, a disposizione degli studenti, realizzando il suo desiderio di lasciare un tesoro non solo morale alle nuove generazioni.

A questo proposito viene in mente la metafora della poesia in bottiglia gettata nell’Oceano per approdare secondo una finalità misteriosa ad un lettore non casuale che ne possa trarre un segno del destino da leggere anche mel nome di colui che ha firmato sul foglietto la poesia stessa.

Riportiamo ora, a titolo esemplificativo, alcune poesie della Nostra tratte dal volume Araba fenice del 2025: «Il ricordo di giovani giorni/ tra tormenti taciuti/ e speranze arrugginite/ ha percorso l’intima fragilità/ del mio essere/ raggomitolato qual riccio/ e ad aculei vecchi congiunto/ per evitarne di nuovi/ più grossi a ferire./ Ho perso il conto degli anni vissuti/ nell’ombra, dei brandelli di sogni/ scappati col vento, e le paure, i silenzi/ strappavano lembi di volontà/ qual fogli macchiati./ Una strada era preclusa,/ lacerata contro le pareti dell’illusione/ e di nero tinteggiavano i muri/ le ore infiacchite/ qual candele consunte a contorcersi…» (Sogni nel vento).

Nella suddetta composizione è detto tout-court il dolore dell’io poetante attraverso immagini icastiche, in modo lucido, ma è un dolore sublimato e controllato nonché salvifico perché il solo fatto di scrivere fa bene e dicendo il peggio possibile con urgenza si può trovare pace come catarsi e non come sfogo.

E non a caso in altre poesie l’autrice si apre alla speranza e questo avviene spesso quando si affida e si rivolge con Fede al Signore Dio. «Dalla tua eterna, sublime dimora/ veglia su di noi, Signore,/ accendi la gioia nei cuori,/ allontana l’odio, la prepotenza,/ i rancori,/ guida l’uomo alla giustizia,/ rinvigorisci la fratellanza,/ a tutti concedi l’umiltà./ Dai pace ai popoli dell’Est… » (Per un futuro migliore).

In Musa, leggiamo: «Attingerò alla tua fonte, Musa,/ per trovare parole di seta/ e ricamare giorni grigi di sole./ Non abbandonarmi al buio destino/ che vide i migliori anni/ nel nulla rotolare/ e il cuore far naufragio/ in porti sconosciuti./ Riempi di luce la mia anima/ affinché io possa d’avorio/ vestire il mio canto/ e a te giungere con ali d’ippogrifo/ la tua voce per un attimo sia mia/ per cantare la bellezza del Creato/ e un senso dare alla malferma vita/ or che persi per sempre sono i sogni»; versi in bilico tra gioia e dolore intensi e sentiti che sottendono proprio il senso del titolo del libro Araba fenice da intendere come la realizzazione di un senso della vita gioioso e fiducioso nonostante le difficoltà perché la fenice è immagine di un uccello-simbolo che nonostante l’annientamento rinasce sempre dalle sue ceneri così come la Lombardi vince il dolore con la scrittura poetica. Quindi la salvezza, la possibilità di essere felici abitando poeticamente la terra, è possibile gettando tutto su Dio e praticando la scrittura poetica che per Borges proviene da quello che i Greci chiamavano Musa e gli ebrei e i cristiani chiamano Spirito Santo e gli psicoanalisti denominano come inconscio.

Per quanto riguarda le tematiche dei dualismi gioia-dolore, luce e ombra, bene e male pare opportuno esaminare la prefazione di Guido Miano al volume di poesie Oltre il tempo, intitolata Le problematiche dell’essere in Wanda Lombardi e in Emile Verhaeren. Come scrive il Nostro la problematica esistenziale presenta numerose sfaccettature degli aspetti positivi come anche negativi. In sintesi nel parallelismo tra la Lombardi e il poeta belga vissuto tra l’Ottocento e il Novecento si coglie in entrambi come elemento salvifico e salutare la luce, come emanazione di Dio, come cosa utile per trovare redenzione, pace e felicità per vincere l’alienazione e il dolore illuminandosi di immenso per dirla con Ungaretti, luce come metafora dell’essere e del bene.

Del resto il tema della luce è centrale anche in un altro poeta non a caso cattolico come Mario Luzi. Complessivamente composita e profonda è la visione del mondo di Wanda Lombardi che si esprime mirabilmente nel suo poiein nella consapevolezza che esso sia sempre un canto salutare.

Raffaele Piazza

      

           AA. VV., La poesia di Wanda Lombardi nella critica italiana, II edizione, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 128, isbn 979-12-81351-91-2, mianoposta@gmail.com.

 

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