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Gabriella Veschi, "Chiaroscuro"

30 Ottobre 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Chiaroscuro

Gabriella Veschi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Occorre cogliere nella poetica di Gabriella Veschi, in questa raccolta di liriche recenti - essendo datate fra il 2021 e il 2026 - la visione dualistica, bipolare della realtà, sia della sua intensa vita interiore, sia del frammentato mondo esterno contemporaneo. L’autrice ne è pienamente consapevole, tant’è vero che ha voluto apporre ad essa un sigillo inequivocabile attraverso il titolo: Chiaroscuro. È un sigillo estremamente poetico, sicuramente più immaginifico delle definizioni conferite all’essere dialettico, che ci parla invece di linguaggio degli opposti e dei contrari, di termini contrastanti, di concetti dicotomici.

Ciò è perfettamente in linea con le acquisizioni della moderna poetica, di cui la Veschi è rappresentante qualificata, tendente non solo a rivoluzionare le modalità espressive del lessico, ma anche l’approccio emotivo, l’efficacia dell’apparato comunicativo, lo stile personalizzato, l’imprinting ovvero il carattere distintivo dell’autore. La sequenza delle parti in cui è suddivisa la raccolta, ci introduce poi nel viaggio tematico della poetessa che percorreremo insieme a lei per scandagliarne il mondo interiore, la fonte primigenia della sua ispirazione, l’anima più profonda della propria essenza poetica. Tali parti, sono pubblicate in ordine cronologico, per cui potremo verificare eventuali trasformazioni temporali e/o continuità formali e contenutistiche. Ecco dunque la successione delle liriche, raggruppate in cinque gangli fondamentali: Tra natura, memoria e aneliti d’infinito; Il fragile filo dell’esistenza; Il mare della sera; Tra oniricità e infinito; Chiaroscuro, che conferisce il titolo a tutto il libro.

L’analisi critica non trova difficoltà, dopo un’attenta lettura dei testi, a individuare i motivi fondamentali emergenti dall’opera che, nell’economia di questa prefazione, chiameremo: suggestioni della memoria, contemplazione della natura, richiami esistenziali e ossimori letterari. Tra le liriche che visitano le dimensioni del tempo passato, ve ne sono alcune maggiormente significative che trapassano gli spessori metafisici, storici, affettivi e psicologici dell’avventura umana, ovvero ci parlano delle nostre radici e dell’esser-ci in relazione a quel che saremo. La poesia Per la Libertà rende omaggio al «... sacrificio/ di chi ha dato/ la sua vita/ per la vita», con gesti di sacrificio ed eroismo, dopo un «passato incancellabile», fatto di bombe, deportazioni, «... viaggi nei carri bestiame/ verso le fabbriche/ della morte». Si tratta qui di una memoria collettiva, del dramma di un popolo, di un’intera generazione e di una liberazione rappresentata poeticamente dai bellissimi versi: «Un fiore sboccia sulle crepe/ delle case abbattute». Dopo la lotta contro le dittature è seguita la ricostruzione, così che la speranza della libertà e di un mondo di pace si è realizzata. I toni della poetessa sono accorati e sobri allo stesso tempo, la scrittura misurata nonostante la gravità dell’argomento: tale levità dei ritmi e delle scansioni, insieme alla brevità essenziale del verso e della strofe, è una caratteristica diffusa in tutta la raccolta.

Così, anche A mio padre, mettendo a fuoco i ricordi affettivi giovanili e spostando gli accenti dalla memoria collettiva a quella intima familiare, ci presenta un quadro commovente e un tempo della mancanza, tuttavia compensati da un amore orgoglioso e per sempre vivo. Ora il viaggio alla ricerca del tempo perduto cambia natura e collocazione: le nostre tracce della vita terrena non si perderanno, poiché rimarranno nel volto dei nostri figli, in tutte le persone rimaste e in altri luoghi ed oggetti che riportano il nostro nome. A questa lirica la poetessa ha dato il titolo di Eternità ma, pare non consistere né nella famosa religione della memoria del Foscolo, né nella vita eterna del Cristianesimo, in quanto noi saremo ancora qui e non in altre dimensioni fuori da questo mondo. Comunque anche questa visione escatologica appartiene alle categorie del mistero: «…Incomprensibilmente/ ci saremo ancora» è l’epilogo, affermazione che riconosce i limiti della ragione umana nelle spiegazioni delle cose ultime, trascendenti o non trascendenti che siano.

In un animo sensibile come quello della poetessa, non poteva mancare l’attenzione verso la Natura, un rapporto rasserenante e gratificante, quasi come nella visione ippocratica della natura medicatrix (“forza guaritrice della natura”), sottolineando però che nella poetica della Veschi prevale l’aspetto mentale e spirituale, piuttosto che quello terapeutico interessante l’organismo umano. Del cosmo e dell’universo ella coglie sia le dimensioni infinitamente grandi che quelle infinitamente piccole: ne abbiamo un esempio paradigmatico nella lirica Granello, nella quale «un minuscolo granello/ in balìa del vento» che volteggia lieve sull’azzurro mare, viene travolto e inghiottito da un’onda anomala. La forza degli elementi miete vittime nella natura stessa e, in una libera interpretazione della poesia, vi possiamo leggere anche il destino umano dei deboli, dei vinti di verghiana memoria.

Spesso, nel canto contemplativo dell’osservazione naturalistica, lo sguardo poetico è rivolto alle dimensioni celesti, come appare in Arabeschi e in O mio cielo. Nella prima vi è un riferimento alla Via Lattea, la grande galassia in cui viviamo, paragonata ad una strada in cui crogiolarsi; nella seconda vi troviamo un ringraziamento diretto al cielo, accompagnato da altri versi esaltanti la solarità del nuovo giorno, dopo il buio della notte: «Grazie o mio cielo,/ oggi mi rispecchio/ nella tua splendete chiarità…». La poetessa ama il mutare delle stagioni, che coglie in Respiro, in cui l’imminente uscita dall’inverno è salutata come la rinascita della natura dal suo letargo e, anche in questo caso, può essere il simbolo di ogni riscatto umano dalle secche esistenziali e morali: «…Respiro un cielo/ limpido/ come acqua sorgiva». Infine, nei caroselli immaginifici lievi e delicati dedicati alla bellezza della Natura, la Veschi ha modo di sviluppare la sua vena onirica, sognante, fiabesca – come in Fiori di lavanda e Bosco fatato - e che fa capolino anche in altre parti del libro. «…Mi ci butto a capofitto/ e sguazzo/ in un mondo/ immaginario,/ squarciando il velo/ della realtà»: questa è la sua reazione nell’ammirare i profumati campi di lavanda, dal particolare ed intenso colore lilla col quale vivacizzano i pendii collinari. Sognando di trovarsi nel buio di un bosco fatato al di fuori del mondo reale, vede il lampeggiare di lucciole danzanti e ode l’incessante gracidare delle raganelle in coro: il risveglio sarà dolce e soave come le loro danze, come il loro canto. Se vogliamo ricorrere ad echi letterari, l’ispirazione naturalistica della poetessa sembra avvicinarsi – per taluni aspetti, atmosfere, emozioni – a quella pascoliana.

Ma è tuttavia, a mio parere, senz’altro più coinvolgente ed appassionata la sua poetica quando indaga negli spessori esistenziali, ontologici, psicologici della realtà e del proprio io. Ed è tale tematica che giustifica l’azzeccata scelta del titolo: Chiaroscuri. Infatti, come detto in apertura, questa è la cifra che spicca maggiormente dalle liriche ad impronta riflessiva, meditativa, valutativa della vita e delle sue contraddizioni: basta analizzarne qualcuna per rendersi conto degli specifici chiari e scuri. Sugli aspetti negativi dell’odierno vivere, proprio e altrui: c’è il male di vivere, un buio totale, incubi, ansie, città deserte, non esistenza (Nel buio); isolamento, vecchiaia, svanire dei sogni, perdute felicità (Solitudine); caducità della vita, il tempo effimero, speranze falciate, caduta delle illusioni (Fragile filo); scomparsa della gioia e della bellezza, vita interiore disturbata (In bilico); c’è una vita rinchiusa dove tutto manca (In isolamento) e che sfreccia follemente come un treno (La vita); il rimpianto per il tempo perduto, lontano da sé stessa nell’incapacità del vivere (Spreco); l’essere centrata solo su sé stessa, come un’isola deserta che s’inaridisce (Chiusura).

Sul rinascere della speranza e il riapparire della luce: nel bene e nel male, basta il sorriso di un bambino per capire che siamo tutti fratelli (Figli di Dio); la scrittura è necessaria come l’acqua sorgiva zampillante (Poesia); il risentire forti emozioni nel giorno di un anniversario (Cinquant’anni); quando tutto sembra grigio, basta un attimo per rinverdire la voglia di vivere (Il tempo che fugge); anche la luce delle stelle e i raggi della luna possono divenire segnali di ottimismo (Nell’oscurità); la passione-ossessione per i libri porta alla scoperta di altri meravigliosi mondi (Ossessione).

Ma chiudiamo con un lacerto di poesia civile dell’autrice, una poetessa-testimone del nostro tempo: «Donne forti/ indomite/ non si rassegnano/ alla loro condanna;/ coraggiose e audaci/ sfidano la morte,/ ribellandosi a eterni soprusi,/ urlano a squarciagola/ i loro diritti negati/… / Sono con voi,/ in ogni istante/ di questo mio tempo/ pieno di amarezza e inutilità» (Alle donne afghane).

Enzo Concardi

 

 

Gabriella Veschi, Chiaroscuro, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.88, isbn 979-12-82820-02-8, mianoposta@gmail.com.

 

 

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"Oltre gli occhi", Michela Intropido

30 Ottobre 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Oltre gli occhi

Michela Intropido

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

L’amore per la vita quale fonte di speranza e di gioia

Il pensiero affidato da Michela Intropido all’esergo della raccolta dei suoi versi («Se non avessi vissuto/ non avrei mai visto/  la bellezza della vita») adempie a una funzione non superficiale nell’impostazione del discorso poetico. Tale sintetica puntualizzazione prolettica introduce innanzitutto a quell’intonazione di lieve concettosità, di riflessività garbata che diffusamente caratterizza il libro, prospettando una nota di schietto amor vitae, che i testi nel loro susseguirsi coordinato precisano ed efficacemente approfondiscono: «…E davanti ad un orizzonte/ disilluso/ fragile/ annebbiato da mille indugi/ ho scoperto/ che la bellezza di quanto vissuto/ era nel viaggio» (Il viaggio, corsivi miei, come sempre in seguito); «…Mi siedo in un silenzio di pensieri./ Ascolto il sussurro dell’anima./ Sento il desiderio di vivere/ ancora/ ancora/ ancora» (Il desiderio di vivere).

L’attenzione spiccata rivolta ai tanti suggestivi e captanti aspetti dell’esistenza conosce un duplice movimento fondamentale: per un verso in essa è adesione intensa e partecipe, nel momento presente, ai dati dell’esperienza concreta («Nel giardino della vita/ nascono fiori colorati// (…) Il bianco e il nero del tormento/ si dissolvono/ nei toni del nuovo giorno.// Finalmente/ la via per la felicità», La via per la felicità), per l’altro è istanza proiettiva, è volontà irresistibile di “guardare oltre”, di superare i confini spazio-temporali, determinati e verificabili, ma altresì soffocanti, dell’esistere, nell’intento di sporgersi coraggiosamente  sull’ “orlo del dirupo” e attingere così la dimensione autentica, qualitativamente “altra” dell’essere, disponendosi alla contemplazione del suo orizzonte infinito: «Sull’orlo di un’asola/ come su un dirupo/ si delinea l’orizzonte di una scelta/ da colmare con un bottone di coraggio/ o con un’accettazione di esistenza…» (La decisione); «…Un sentimento/ ha vissuto il suo apice/ e si realizza in un tempo/ in cui ha saputo vivere/ oltre l’invano» (Follia); «…Un profumo/ in cui sento lo sguardo dell’essere.// (…) Un mare di parole/ riempie i fogli dell’esistere/ che come onde/ cercano l’infinito naufragare» (Attimo eterno).

Il risultato di siffatte sollecitazioni contrastanti è un atteggiamento di “sospensione” intellettuale-morale («Amo sospesa…/ Una farfalla nel vento/ un uccello in volo/ una foglia/ prima di raggiungere il suolo…», Sospesa), un bilicamento sotteso alla ricerca artistico-letteraria, in cui lucidità razionale e tensione emotiva («…Nasce l’Io/ ormai esiliato/ da mille dubbi/ ma vincitore/ per aver creduto/ in una semplice/ idea sensibile», L’Io), abito indagatore e testimonianza appassionata si uniscono in un’interessante relazione dialettica, nella consapevolezza che, per usare la celebre espressione del filosofo Hegel, «niente di grande è mai stato compiuto al mondo senza passione».

Da ciò consegue l’inclinazione costante alla formalizzazione dei contenuti etico-sentimentali in chiave antitetica;  e le antitesi - «…Un simbolismo di opposti/ a cui destinare versi irrisolti» (La cupola di una giornata)  -  contraddistinguono la fisionomia strutturale-compositiva delle liriche, scandendone il respiro profondo: buio/luce: «…La luce delle parole/ svela/ la bellezza del profondo.// Non c’è buio in cui nascondersi…» (La maschera); gioia/dolore: «…Pensando al grembo/ in cui sono cresciuta/ tra un mare di lacrime/ e onde di sorrisi…» (Terra); antico/nuovo: «…Sorseggio acqua di speranza/ per un nuovo raggio di luna/ (…) Rimembro desideri reconditi/ di un amore ormai intriso di nostalgia» (Amore perduto); chiuso/aperto: «Ho vissuto la solitudine/ dentro una stanza buia/ (…) Guardando da una finestra/ vedo spazi infiniti» (Dalla finestra).

Le ricorrenti riflessioni sul tempo focalizzano poi l’opposizione di attimalità e eternità, radicalizzandola sino alla contraddizione ossimorica («…L’inafferrabile secondo/ che cerco di non sopraffare/ con l’estrema passione/ per l’infinito istante», Sospesa, cit.), mentre l’insorgente tendenza alla “resa” risulta nell’autrice prontamente controbilanciata dal ritorno della speranza, dalla reazione attivamente positiva e corroborante: «…Oggi le mie ossa hanno sofferto/ il dolore dell’emozione/ che ignaro/ ha oltrepassato la soglia dell’armistizio/ e giunto alla resa/ ha saputo guardarsi in uno specchio di lacrima/ e rialzarsi» (La resa); «Una goccia di pioggia/ cade sul vetro./ Bagna la mia immagine riflessa./ Tocca l’anima./ Ne vivo il dolore.// Stanca/ interrompo lo sguardo languido/ che attutisce il colpo/ e diventa coraggio/ di questa giornata» (Una goccia di pioggia).

D’altra parte lo stesso motivo del ricordo si carica di indubbia valenza energetica: «…Indago nel ricordo/ rivivo splendidi orizzonti/ le cui albe/ non ho dimenticato/ mai» (Ritorno).

La poetessa predilige un linguaggio scarno ed essenziale, ove l’agile, diretta linearità nominale sperimenta variazioni espressive, affinamenti stilistici tramite l’impiego dell’anafora («Nei viaggi ho fatto… Nei viaggi ho fatto…, Nei viaggi), dell’anastrofe («In quel luogo/ dove il silenzio muore/ dalla moltitudine di rumori nasce l’Io» (L’Io, cit.) o dell’enjambement: «Ora posso toccare/ il viso pulito/ di un’anima/ ormai nuda», Una maschera, cit.) ; «Si vanifica il superfluo/ per vivere un immenso/ stupore di colori» (Lo stupore).

Se per la Intropido «esiste una follia/ che si concretizza in versi» (Follia), questa nondimeno mai è scevra di circospezione critica e di rigore formale: «…Credo in un occhio vigile./ Si apre e si chiude tra incredule visioni/ e ridona immagine/ ad un mondo ignoto»(Oltre).

Floriano Romboli

 

 

Michela Intropido, Oltre gli occhi, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.68, isbn 979-12-82820-01-1, mianoposta@gmail.com.

 

 

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L’AUTRICE

 

Michela Intropido è nata a Pavia e abita a Belgioioso; è un’insegnante di scuola primaria. Ha pubblicato due  raccolte di poesie: Ogni giorno… un nuovo giorno (2024) e Attimi di esistenza (2025). Ha pubblicato anche in varie opere antologiche e in siti di cultura come “Alessandria Post” e “Poliedrico Magazine” e nella rivista “Il mensile Lucano”. Ha conseguito vari premi e riconoscimenti; tra i più recenti: Premio William Blake 2025 con la poesia “Parole a mia figlia”, conferito dall’Associazione Culturale “La Chimera” di Lecce e Menzione di merito per la poesia “Pace” al concorso “Penna D’autore 2025”. 

 

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Angela Dibuono, "Il silenzio che accompagna"

21 Ottobre 2026 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Il silenzio che accompagna

Angela Dibuono

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Ci sono poeti che attraversano il tempo con passo lieve, ma con una voce che non smette di interrogare la realtà. Angela Dibuono appartiene a questa genealogia: la sua parola nasce da un ascolto profondo, da una fedeltà al vissuto, da una capacità rara di trasformare la fragilità in conoscenza. Il silenzio che accompagna non è soltanto un’antologia: è la ricomposizione di un cammino, la restituzione di una voce che ha saputo attraversare decenni di scrittura mantenendo intatta la propria autenticità.

Fin dalle prime pagine, i testi rivelano una poetessa che osserva il presente con lucidità e inquietudine. La modernità digitale, la solitudine urbana, la perdita del contatto umano diventano materia poetica. In C’era un tempo, l’autrice ricorda un passato in cui «incontrarsi era un rito di voci e di mani», contrapponendolo alla contemporaneità dove «il tramonto muore in un post». È un verso che condensa un’intera epoca, un’intera trasformazione antropologica: la sostituzione dell’esperienza con la sua immagine. La città è protagonista di molte liriche: una metropoli lucida, scintillante, ma priva di calore. In Metropoli cieca, «marmo, vetro, acciaio» compongono un paesaggio dove «l’indifferenza è un muro trasparente».

In Cronaca di un vetro rotto, la poetessa osserva «giovani facce, cuori d’asfalto» che cercano un urto per sentirsi vivi. Sono immagini che non giudicano, ma testimoniano: la poesia diventa sismografo del disagio contemporaneo, capace di cogliere le crepe sotto la superficie del benessere.

Accanto alla dimensione urbana, si apre quella naturale, luminosa, alpina. I testi dedicati a Innsbruck e alle valli del Tirolo sono tra i più intensi della raccolta. In Vene azzurre in movimento, l’acqua dei fiumi alpini è «un turchese freddo, un cristallo fuso», mentre in Gioia pura, l’aria frizzante del Tirolo la natura diventa un luogo di rinascita: «le cime innevate forano il cielo azzurro,/ giganti bianchi, custodi di silenzi antichi». Qui la parola si fa contemplazione, quasi preghiera, e la poetessa ritrova un respiro più ampio, una sacralità della luce che cura e rigenera.

La raccolta attraversa poi la stagione della pandemia, con la sua sospensione e le sue paure. In Per non dimenticare, dietro «mascherine senza sorrisi», le anime resistono, custodendo una speranza che non si lascia cancellare. È una poesia che non indulge nel dolore, ma lo attraversa con compostezza, trasformandolo in memoria condivisa.

Molti testi sono dedicati alla memoria familiare, alla perdita, alla cura. In Davanti alla finestra l’autrice ascolta le parole di un fratello morente che, dal letto d’ospedale, confessa: «quasi incosciente sono cosciente d’amarla/ questa vita». In L’ultimo dono il padre diventa presenza che resiste anche nell’addio: «quel cenno d’addio/ semplice come una preghiera». Sono pagine di grande delicatezza, dove la poesia diventa gesto di custodia, di gratitudine, di riconciliazione.

La voce di Angela Dibuono è anche civile, attenta alle ferite del mondo. In Grida forte il silenzio la poetessa ricorda «bianche innocenze» travolte dalla guerra, e confessa la propria impotenza di fronte alle immagini che «arrivano attraverso gli occhi/ a scavarci l’anima». In Quanto costa Kabul?, dedicata alle vittime dell’attentato del 2009, la domanda è diretta, senza retorica: «Quanto costa Kabul se i sogni si dissolvono/ in girandole di schegge lavate col sangue?». Qui la poesia diventa testimonianza, memoria, responsabilità.

La voce di Angela Dibuono sa essere anche intimista, essenziale, quasi sussurrata. Nella lirica Le parole sono confini l’autrice confessa: «Taccio per non limitarti./ Le parole sono confini». In All’ombra sacra del salice l’amore è un luogo di attesa e di pudore: «Non dissi mai ti amo.// Eppure amai sempre intensamente». Sono versi che rivelano una poetica della misura, della delicatezza, della verità non gridata. La prima sezione Il silenzio che accompagna, che raccoglie poesie inedite e che dà il titolo al volume, si chiude con componimenti brevi, haiku e tanka, dove la parola si fa ancora più essenziale. In un haiku «il tempo attese e rimpianti/ ricordi tornano»; in un tanka «ciò che ieri bruciava/ oggi è feritoia per l’oltre». È la sintesi di un’intera poetica: la capacità di trasformare la ferita in varco, il dolore in conoscenza, il silenzio “che non tace” in presenza attiva.

La raccolta si apre poi alle opere precedenti, restituendo la continuità di una voce che ha saputo evolversi senza perdere la propria radice. In Ventanas, la poetessa ritrae il paese natio con immagini che sono insieme antropologiche e affettive: «Impigriscono giovani/ di ieri sulle panchine/ (…) Intristiscono ragazze/ alle finestre come rondini…». Nella sezione Spicchi di luna… orizzonti lucani, la terra lucana è protagonista: «perpetuamente/ semplice e ridente/ come un cespo/ di ginestra in fiore». È una poesia che custodisce la memoria dei luoghi, delle persone, delle stagioni dell’anima.

Il silenzio che accompagna è dunque un ritratto poetico completo: un mosaico che permette di cogliere la profondità di una voce che ha attraversato la vita senza mai smettere di interrogare il mondo. La poesia di Angela Dibuono è fatta di silenzi che parlano, di ferite che diventano luce, di memorie che non chiedono consolazione ma verità. È una poesia che sa essere civile senza perdere la sua intimità, che sa essere personale senza chiudersi al mondo, che sa essere lucana e universale allo stesso tempo. Accogliere questo volume significa entrare in un territorio poetico che non concede scorciatoie: richiede attenzione, ascolto, disponibilità. Ma chi saprà offrirle, troverà un dono raro: la compagnia di una parola che resta, che illumina, che custodisce. Il che non è poco. Perché la poesia di Angela Dibuono non si limita a raccontare: accompagna. È una voce che si avvicina senza invadere, che consola senza promettere, che ricorda senza ferire. È una voce che sa stare accanto, come fanno le presenze più vere: quelle che non chiedono nulla, ma restano.

In molti suoi versi, la poetessa sembra parlare direttamente al lettore, come quando confessa: «Taccio per non limitarti./ Le parole sono confini» (Le parole sono confini). Qui la poesia diventa gesto di cura, di rispetto, di pudore: un modo per dire che l’amore, la memoria, la ferita non hanno bisogno di essere spiegati, ma custoditi. E in altri momenti, la sua voce si fa quasi un abbraccio, come nell’immagine della figura cara ed emblematica della nonna «icona di saggezza» seduta «in riva al fiume senza tempo del ricordo» (Sei bella).

È in questi frammenti che la poesia di Angela Dibuono raggiunge la sua verità più alta: la capacità di trasformare il dolore in luce, l’assenza in presenza, la fine in un inizio che continua a vibrare.

C’è una commozione che attraversa tutto il libro, ma non è mai esibita. È una commozione che nasce dalla vita stessa: dai figli che crescono, dai vecchi che pregano «come innamorati un po’ sconvolti» (Come innamorati un po’ sconvolti), dalle madri che restano mute perché parla soltanto il loro silenzio (Silenzio di madre), dai paesi lucani che conservano ancora il palpito antico della vita (Ventanas).

Alla fine del percorso, il lettore comprende che questa antologia non è solo un libro: è una vita intera che si lascia attraversare, una memoria che si offre, una voce che chiede di essere ascoltata non per essere capita, ma per essere condivisa. E allora Il silenzio che accompagna diventa un libro che non si chiude: si posa. Resta sul tavolo, sul comodino, nella memoria. Resta come restano le testimonianze che hanno toccato davvero.

Perché la poesia di Angela Dibuono non passa: rimane. Rimane nelle immagini, nei silenzi, nelle ferite, nei paesaggi, nei gesti. Rimane come rimane un volto amato, come rimane un profumo, come rimane una voce che non si dimentica.

E chi leggerà queste pagine, forse, scoprirà che qualcosa si muove dentro: un ricordo, un dolore, una tenerezza, una domanda. E capirà che la poesia, quando è autentica, non consola: accompagna. E quando accompagna, non abbandona più.

Michele Miano

 

Angela Dibuono, Il silenzio che accompagna, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.88, isbn 979-12-81351-99-8, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Angela Dibuono è nata ad Armento (PZ); ha compiuto i suoi studi presso la Facoltà di Materie Letterarie dell’Ateneo di Salerno in un periodo ricco di frequentazioni culturali con artisti ed editori. La sua produzione letteraria, varie raccolte di poesia, narrativa e saggi critici, è stata seguita ed apprezzata da poeti, critici letterari ed artisti tra cui Alda Merini, Roberto Carifi, Luigi Fontanella, Luigi Reina, Sebastiano Martelli, Raffaele Nigro, Pasquale Francischetti, Mario Santoro, Patrizia Del Puente (poesia dialettale), Dante Maffia e Silvana Arbia (narrativa), Eugenio Bennato e Michele Placido. In età di riposo lavorativo, l’autrice prosegue il suo percorso letterario fondato sulla poetica del silenzio attivo e di testimonianza antropologica. A questo affianca da sempre una costante attività di volontariato culturale (eventi e concorsi letterari) e civico destinando il ricavato delle vendite dei suoi libri a sostegno della Fondazione AIRC per la ricerca.

 

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A cura di Enzo Concardi, "Diario poetico di Franco Campegiani"

12 Ottobre 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #maria rizzi, #recensioni, #poesia, #enzo concardi

 

 

 

 

Diario poetico di Franco Campegiani

a cura di Enzo Concardi,

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Il Diario poetico di Franco Campegiani, pubblicato da Guido Miano Editore nel 2026, e curato dall’ottimo critico Enzo Concardi, rappresenta senza dubbio un unicum artistico. Si tratta, infatti, di una ‘navigazione’ attraverso la poetica del critico letterario, filosofo, saggista e critico d’arte. L’ho definito un unicum, ovvero un testo che non ha uguali o repliche nella tradizione letteraria, perché Concardi intraprende un viaggio dalla silloge Ver sacrum del 2012 a Dentro l’uragano, vincitore della Golden Selection di Roberto Sarra del 2021, fino ad alcune liriche inedite, postando un’esegesi sotto ogni componimento del Nostro.

Tengo a precisare che sono amica di Franco Campegiani da più di vent’anni e ho seguito il fiorire delle sue opere con ammirazione e spirito animato da costante apertura alla meraviglia che l’autore ha sempre conservato nei confronti della parola, dell’arte e della vita. Il Diario si apre, cronologicamente, con una lirica possente (tratta da Ver sacrum), Guerra e pace, della quale cito i due versi della chiusa: «…E sono io Caino, io Abele,/ io l’angelo e il diavolo di me stesso». Concardi nella sua critica coglie il dualismo, che è una delle caratteristiche pregnanti della visione poetica di Campegiani. In filosofia, il mito di Caino e Abele rappresenta la struttura originaria della fraternità, e della responsabilità etica verso l’altro. La vita è vista dal nostro autore come un’eterna e irrisolta oscillazione tra opposti inconciliabili: bene e male, luce e tenebra, spirito e materia, paradiso e inferno. L’essere umano non è un’unità armonica, ma un misto paradossale di aspirazioni celesti e bassezze terrene... Si potrebbe definire un cherubino al cospetto del fango. Il poeta è un acrobata o un giocoliere (istrïon) in equilibrio instabile sul baratro del peccato e della virtù, sospeso tra il sogno di un’arte ideale e la corruzione della realtà.

Le liriche successive Luna apuana e Amarti è perderti consentono a Enzo Concardi di spostare l’attenzione su altre due tematiche fondamentali dell’arte di Campegiani: l’amore per la natura e il sentimento passionale. La natura riveste nel Nostro un ruolo ancestrale, in quanto lo riporta alla sacralità delle origini contadine. La terra non è vista solo come fonte di sostentamento, ma come uno spazio mitico, rituale e spirituale. Il lavoro dei campi si eleva a liturgia e il legame con gli antenati diventa una forma di devozione. Nella poesia contadina il ritmo delle stagioni assume una dimensione sacrale. Non c’è spazio per il caso: la semina, l’attesa e il raccolto sono vissuti come misteri di morte e rinascita. Nei versi d’amore, che da sempre amo particolarmente, il sentimento viene ritratto come un rischio inevitabile e vertiginoso, dove la bellezza del legame convive con la costante consapevolezza della precarietà e della possibile perdita. La vulnerabilità di aprirsi all’altro trasforma l’amore in un’esperienza intensa che unisce la gioia dell’unione alla fragilità dell’assenza. Potrebbe sembrare un canto rinunciatario, ma come precisa Concardi, è un tempio innalzato al rispetto dell’altra.

Indimenticabile la lirica Case nere lungo i viali asfaltati: «Il male d’oggi è chiuso in un recinto/ di plastificate muraglie,/ ghetto refrattario in una cupola/ agli spiragli di luce…». Muri di polimero e schermi accesi, strati di finzione che isolano i cuori, architetture dell’apparire, fredde e tese, mentre fuori muore l’autentico sapore delle cose.

L’anima urta contro questa barriera lucida, cercando una crepa, una ferita di terra, ma la muraglia non cede, non sanguina, imprigiona l’umano in una perenne, finta primavera. Le radici contadine per l’autore rappresentano un ritorno alla concretezza dell’esistenza come risposta alla crisi della modernità e dell’urbanizzazione Vivere con radici contadine significa dare valore a ciò che è essenziale, evitando gli sprechi e recuperando un contatto diretto con il “fare” manuale e intellettuale. L’essere umano ha bisogno di appartenere a un luogo e a una comunità solidale per non sentirsi sradicato nella società moderna.

In liriche come Concerto di primavera (tratta da Dentro l’uragano) -  Concardi riconosce i principi francescani del Cantico delle Creature. E la sua esegesi, arpa accordata con maestria ai versi del Poeta, coglie ogni sfumatura del suo amore verso i miracoli del creato. E una poesia così straordinariamente ispirata induce anche a far riferimento alla filosofia presocratica e classica, nella quale la primavera rappresenta il dinamismo dell’essere, il passaggio dal potenziale all’atto, il ciclo vitale in cui la natura mostra la sua forza generatrice. L’idea di un “concerto” applicato alla primavera richiama addirittura la concezione pitagorica dell’armonia delle sfere, in cui la musica e l’ordine naturale riflettono la medesima struttura razionale e bellezza geometrica dell’universo. Il concetto è fissato, in Tellure, dalla chiusa che trafigge: «…E ogni pomo è il padre,/ il figlio, lo spirito santo», che, per dirla con Concardi, sancisce il rapporto Uomo-Natura.

Sempre tratta da Dentro l’uragano la dolcissima lirica Con passi brevi ed alati che l’esegeta interpreta come un viatico verso la donna, intesa alla maniera di Faust. E i versi incarnano senz’altro uno dei nodi filosofici e poetici del Faust di Johann Wolfang von Goethe e, più in generale, della filosofia che riflette sulla condizione umana il desiderio e il tempo. Muoversi con «passi lievi e alati» rappresenta la capacità (concessa dall’alleanza magica e diabolica con Mefistofele) di liberarsi dal peso della gravità esistenziale, di fluttuare sopra il tempo e lo spazio per sperimentare tutto il possibile.

La lirica Tutto tornerà al suo posto, sempre da Dentro l’uragano, si potrebbe paragonare all’ancora gettata nel corso del viaggio. Non esprime una speranza, ma una certezza. L’uomo saprà rinascere da sé stesso, sopravvivere anche a una «bufera cosmica». Il punto cruciale della teoria di Campegiani: dopo la distruzione, il cosmo rinascerà esattamente identico a prima (palingenesi). L’uomo e la natura ritorneranno a vivere in un nuovo ciclo cosmico originariamente perfetto. L’eterno ritorno, di eraclitea memoria, credo rappresenti la riflessione più profonda che il Poeta filosofo ci spinge a fare.

Dopo la sosta, leviamo l’ancora e ci rilassiamo con Qui ora, poesia definita giustamente provocatoria da Enzo Concardi. Il concetto, noto in latino come hic et nunc, indica la condizione di essere pienamente consapevoli del momento presente e dello spazio in cui ci si trova, senza farsi distrarre dai pensieri sul passato e dalle ansie per il futuro.

La poesia L’essere è qui (da Dentro l’uragano) spinge Concardi a leggere essenzialmente il filosofo e il suo alter ego e a paragonarlo al Luigi Pirandello dell’opera Uno nessuno è centomila del 1996 e al Nietzsche de L’eterno ritorno. Cito due versi esaustivi in merito: «…L’oltre sta qui, nel cordone ombelicale/ che mi lega all’altro di me stesso…». E in questo testo filosofico, l’esegeta ha tutti i motivi per citare Friedrich Nietzsche e L’eterno ritorno dell’uguale, secondo cui la realtà e il tempo non seguono una linea retta, ma un ciclo infinito, nel quale ogni istante, gioia e dolore si ripetono identici per l’eternità.

In Franco Campegiani l’aspetto filosofico è poeticamente presente. Si potrebbe dire che il suo è un modo di esprimersi che unisce la ricerca profonda del senso della vita tipica della filosofia, alla bellezza e all’intuizione emotiva della poesia. Mi inchino alla lettura critica della lirica amorosa Morire in te, che fa riferimento al Pavese della meravigliosa poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e si sofferma sull’utilizzo dei verbi. Cito alcuni versi: «…Spegnermi come si spegne/ questo ciclone di fuoco che cade/ nella rete del pescatore…». L’espressione evoca l’idea paradossale di qualcosa di immenso, indomabile e distruttivo, che viene inaspettatamente intrappolato o contenuto da uno strumento umile.

Tra le poesie inedite mi ha colto come un pugno allo sterno Periferia, che recita: «…Anch’io difatti mi manco,/ non so dove sia/ la parte nascosta di me…». Lirica che inizia con i versi di Rimbaud e, secondo il prezioso Concardi, tende a denunciare l’odierno male di vivere. In effetti l’espressione «mi manco» tocca uno dei temi più profondi della filosofia dell’esistenza, dell’ontologia e della psicoanalisi. Mentre comunemente diciamo «mi manchi» riferendoci a un altro, dire «mi manco» sposta il vuoto all’interno del soggetto stesso. In filosofia, questo concetto non indica una semplice tristezza, ma una condizione strutturale dell’essere umano. Il cortocircuito espresso da «mi manco» si ricollega direttamente alla celebre rivoluzione d’identità operata da Arthur Rimbaud con la sua forma più famosa «je est un autre» teorizzata nelle storiche Lettere del Veggente, che apre la lirica del nostro autore.

Altra poesia inedita di grande valore è Il silenzio e le parole. L’esegeta la ritiene una sorta di manuale del poeta autentico. Il silenzio non è assenza, ma il grembo primordiale da cui nasce la sillaba. Il viaggio si conclude con la lirica inedita Il gioco dei perché: «So di non sapere/diceva l’ateniese, invece/ il bimbo che gioca non sa mai/ di sapere quello che sa». Socrate non intendeva dire che non sapeva nulla, ma che era consapevole dei limiti della conoscenza umana. Chi crede di sapere tutto smette di imparare; chi invece sa di non sapere cerca continuamente la verità. Si tratta di riprendere la tipica curiosità dei bambini, considerati “filosofi naturali” per la loro capacità di stupirsi e di non accettare le regole sociali o le spiegazioni dogmatiche come dati di fatto. Si salpa da questa navigazione, che ci vede guidati da un superbo Virgilio, arricchiti e stupiti. Credo che opere simili scavino nell’anima e allenino alla ragione. Non dovrebbero restare doni isolati... abbiamo bisogno di così grandi funamboli della poetica filosofica.

Maria Rizzi

 

Diario poetico di Franco Campegiani, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-82820-00-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Bateau-Lavoir e La Ruche: I Due Fari dell'Avanguardia a Parigi

6 Ottobre 2026 , Scritto da Fulvio Nolli

Questo repost proviene da L'aria di Parigi.

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A cura di Enzo Concardi, "Diario poetico di Franco Campegiani"

29 Settembre 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #saggi, #poesia

 

 

 

 

Diario poetico di Franco Campegiani

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Ho avuto la fortuna di aver già visitato, in occasione della stesura di un breve saggio pubblicato dalla Casa Editrice Miano sul volume 15 del 2022 dei quaderni di studi letterari Alcyone 2000, la poetica e il pensiero di Franco Campegiani, attraverso l’analisi critica della raccolta Dentro l’uragano, ricca di spunti, motivi e profonde meditazioni sulla condizione umana contemporanea, nella fase del tramonto della civiltà contadina e del progredire di nuove ma regressive forme di vita, definibili sinteticamente sia con l’opera del filosofo Herbert Marcuse della Scuola di Francoforte (L’uomo a una dimensione, 1964), sia con il recente libro dello psichiatra Vittorino Andreoli (Homo stupidus stupidus, 2018) che porta il significativo sottotitolo L’agonia di una civiltà. E definibili con tutto il pensiero critico contemporaneo che tratta di temi come l’alienazione, la crisi dell’individuo nelle civiltà di massa, la rottura del rapporto dell’uomo con la natura, la perdita dei valori dell’umanesimo, le regressioni antropologiche ed ontologiche, il crollo dei concetti di anima e spiritualità, le solitudini del vivere moderno, la dialettica essere-avere, l’esilio delle radici e dell’identità: problematiche care anche al nostro autore e che incontreremo ovviamente in questo Diario poetico.

Per fotografare - a beneficio del lettore ancora ignaro della personalità artistica del Campegiani - il suo curriculum culturale, ritengo utile tratteggiarlo qui come feci nel saggio citato in precedenza, che così recita. Sui ridenti e pittoreschi Colli Laziali trovasi Marino, terra natale del nostro scrittore, dove tuttora risiede. Egli è poeta, critico letterario e d’arte, filosofo. Le sue raccolte di poesia partono con L’ala e la gruccia (1975) e proseguono con Punto e a capo (1976), Selvaggio pallido (1986), Cielo amico (1989), Canti tellurici (2000), Ver sacrum (2012), Il letto del fiume (2002), per concludersi con Dentro l’uragano (2021): opera vincitrice del Premio Letterario Internazionale “Golden Selection 2021”. In campo filosofico ha pubblicato La teoria autocentrica. Analisi del potere creativo (2001) e il saggio Ribaltamenti (2017).

Ha dato impulso a cenacoli culturali e promosso – insieme allo scrittore Aldo Onorati e al sociologo Filippo Ferrara – il “Manifesto dell’Irrazionalismo sistematico” (2005), ispirato all’opera del Maestro Bruno Fabi. La sua poetica ha visitato fin dall’inizio talune tematiche divenute in seguito veri e propri “cavalli di battaglia” culturali, nel senso di messaggi da divulgare ai contemporanei, nonostante la dichiarata propensione a scrivere per se stesso.

Il lungo titolo del suddetto saggio richiama infatti tali nuclei contenutistici, poiché essi sono in sostanza ciò che appartiene all’identità profonda di Campegiani, alla sua sete passionale: Male di vivere, terra desolata, poeta-contadino, apologia della natura, dualismi dell’essere, nostalgia delle origini, speranze umanistiche.

In una delle ultime poesie inedite egli sembra lasciarci una sorta di testamento spirituale: «…Io non voglio regali,/ nessuno può portare la mia croce,/ nessuno può salvarmi/ se io non mi vorrò salvare./ Salirò io sul mio calvario/ a patire la mia morte, io/ a cercare la mia resurrezione» (In interiore homine).

Quell’insistere sul pronome personale – IO – lungi dall’essere una forma di egocentrismo o narcisismo, è in realtà un invito ad assumersi ognuno le proprie responsabilità di fronte alla vita, al dolore, al destino, alla morte. Poeta è anche colui che indica una strada: abbiamo bisogno di guide, seguiamo dunque le voci autentiche della Poesia per poter dire anche noi: «E quindi uscimmo a riveder le stelle» […].

Enzo Concardi

 

Diario poetico di Franco Campegiani, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-82820-00-4, mianoposta@gmail.com.

 

 

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Giorgio Billeri, "'70 Profumi"

21 Settembre 2026 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

’70 Profumi

Giorgio Billeri

Edizioni Il Foglio, 2026

 

pp 211

14,00

 

Che cosa accomuna Giorgio Billeri, giornalista scrittore, Aldo Dalla Vecchia, autore televisivo scrittore, e Gordiano Lupi, editore scrittore?

Certamente l’aver vissuto la loro giovinezza in quegli anni là, i 60/70/80, (Dalla Vecchia è un poco più giovane), ognuno dall’angolazione privilegiata della propria professione, ma soprattutto averli portati dentro come un peso che fa male, un nodo che non si scioglie, che attanaglia il cuore.

Maledetta, languida, furiosa, straziante e straziata nostalgia!

Io lo so, perché anch’io c’ero. Ero lì, idealmente, con tutti loro, anche se l’editore canta la sua Piombino, e l’autore televisivo la Milano da bere e godere piena di vip e personaggi sopra le righe, e il giornalista del Tirreno annusa il pitosforo e il salmastro della mia stessa bella e controversa Livorno.

E veniamo al libro di Billeri, di cui, per inciso, Lupi è l’editore. ’70 profumi. Perché l’odore, si sa, ti sblocca il ricordo.

Questo godibilissimo testo è idealmente diviso in due parti.

La prima, quella che preferisco, è disseminata di ricordi personali dell’autore, che diventano memorie di un’intera generazione. Gli zoccoli, i treni, i ghiaccioli, le feste in casa, la coccoina, le figurine, le biglie, i film iconici, le discoteche, gli sceneggiati in bianco e nero.

La seconda parte appartiene ai “coccodrilli”, pezzi presumibilmente scritti alla morte di sportivi, giornalisti, cantanti o attori famosi. Commoventi necrologi che accompagnano in cielo non solo la persona che se ne va ma anche tutto ciò che si porta dietro, il gusto di un’epoca, le serate che non torneranno mai più, i profumi, le botte di emozione dritte nello stomaco.

Sì, perché, ammettiamolo, noi, e mi ci metto anch’io, non stiamo solo ricordando eventi e persone del tempo che fu, stiamo riesumando qualcosa di irrimediabilmente morto: la nostra giovinezza. I palpiti, gli innamoramenti, i rossori, le parole annotate di nascosto, le poesie spillate sul diario segreto. Il futuro ancora possibile.

E così l’odore delle cicche che traboccano dal posacenere di un treno regionale ti ripiomba negli anni dell’università, il tratto Pisa Livorno per me, per l’autore quell’andare concitato verso la partita domenicale di turno, su cui scrivere l’articolo che gli avrebbe fatto fare strada in redazione.

Le parti più struggenti sono quelle dedicate all’estate, ai bagni Pancaldi che rappresentavano, e rappresentano ancora per molti ragazzi d’oggi, la sospensione d’ogni dovere, la vita in branco e in costume da mattina a sera, le siuski dal molo delle vedove, la gabbionata. Le ragazzine “belle come non sarebbero state mai più”.

Ogni pezzo scritto, un odore, un palpito, una musica indelebile, un ricordo che non arriva subito alla mente ma passa prima dalla pancia, la smuove e commuove.

Ora abbiamo sessant’anni, chi sessantacinque come me, chi sessantaquattro, chi sessantasei,  tutti, persino i prefatori Carlo Conti e il più giovane Sindaco Salvetti. Ora i giochi sono fatti, nel bene e nel male. Qualcuno è soddisfatto di sé, qualcuno lo è un po’ meno. Qualcuno ha figli che perpetueranno geni e forse tradizioni, qualcuno non li ha. Ma tutti portiamo incisi nell’anima quegli stessi ricordi, che sono bagaglio comune, patrimonio di una città intera, di una generazione nata quando c’era ancora speranza e che quella speranza ha visto poi accartocciarsi.

Uno stile insistente e tormentato, quello di Billeri, fatto di parole lievi e liriche. Rimandi, richiami, ripetizioni che incidono l’emozione sull’oggetto, sul suono, sull’odore rammentato. Si sente il dolore per ciò che manca, lo strazio per ciò che era e non sarà mai più.

Renato definirebbe quei tempi “i migliori anni della nostra vita”. Non per tutti quegli anni sono stati spensierati – non lo sono stati gli ottanta per me, con la morte di mio padre e un matrimonio sbagliato, con quel dovere, e allo stesso tempo, quell’angoscia  di crescere prima del dovuto – ma nessuno di noi, anche il più infelice allora o ora, può negare che i 70 quadri ricamati dalle parole poetiche di Billeri compongano un affresco pieno d’amore per quel mondo scomparso. Ecco, sì, forse non sono stati davvero gli anni migliori, ma piuttosto quelli in cui ci illudevamo che i migliori dovessero ancora arrivare.

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Nicola Comberiati, "Il risveglio dell'amore"

20 Settembre 2026 , Scritto da Maria Rizzi Con tag #maria rizzi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Nicola Comberiati

Il risveglio dell’amore

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

La silloge Il risveglio dell’amore di Nicola Comberiati - Guido Miano Editore - è una disamina ad ampio spettro delle situazioni umane, che termina con l’analisi della crisi del lirismo. Un viaggio circolare, che con stile immaginifico, esaltato da musicalità assordante, ci spinge a ripercorrere il suo vissuto e a manifestare con lui la rabbia per le ingiustizie che governano il pianeta.

L’opera è divisa in due parti: la prima, intitolata “Amori, affetti, speranze”, è centrata sugli amori più importanti della sua esistenza. Si parte dal grembo, da una mamma ‘antica’, legata ai riti di un tempo, lontana da ogni stereotipo. Vittoria, così si chiama, è guida, ma il legame profondo tra loro viene celebrato attraverso l’allattamento al seno, momento intimo e naturale, rifugio di pace e nutrimento d’amore. La donna, come accadeva spesso in passato, partorisce nove volte, cucina pasti poveri ed è dedita a lavori pesanti. L’ho definita guida, perché in ogni stagione della vita è per eccellenza il luogo del concepimento e della protezione biologica. Nel contesto della poesia del Nostro, l’eterno grembo rappresenta un capovolgimento del ciclo vitale: la madre, che un tempo ha dato la vita biologica al figlio facendolo uscire dal proprio corpo, ora lo riaccoglie idealmente in una dimensione spirituale ed eterna in ogni momento felice: “…Ma quando incontro l’amore/ ritorno/ nel mio grembo/ a ritrovare/ la bellezza dell’alba…” (Il grembo di mia madre). E quell’amore che ritrova in Vittoria, nel concreto sale i gradini della bellezza dei corpi fino alla bellezza ideale e universale.

Comberiati si definisce ‘muto d’amore’, incapace di esprimere i sentimenti con le parole. Questo atteggiamento è spesso legato a un passato in cui le emozioni non sono state accolte o validate. Il silenzio diventa una corazza protettiva contro la vulnerabilità. Ma il poeta, e soprattutto un artista come il Nostro, ha l’infinita risorsa dei versi. Sa esprimere l’amore di ogni tipo attraverso i versi e non si tratta solo di catarsi, ma di una lavorazione consapevole della parola, ritmata dai suoni della natura, affinché le esperienze intime divengano bellezza condivisa. “…Cerco nel vento/ l’aldilà del mio essere,/ i sospiri della nascita/ e i suoni di antiche melodie” (La solitudine del verso). D’altronde il verso poetico nasce da uno spazio vuoto, un ritiro ascetico o contemplativo. La parola si isola dal brusio del mondo per farsi eco autentica del paesaggio e del tempo interiore... come avviene in Petrarca o in Emily Dickinson.

La seconda parte della raccolta è intitolata “Indignazione, dolori, riscatti” e vede ergersi fiero il poeta civile, infinitamente caro al mio cuore. Comberiati inizia denunciando la guerra e l’atto dell’artista significa trasformare la parola in una testimonianza morale contro la violenza, l’irrazionalità e la distruzione dei conflitti. Il poeta rifiuta la retorica bellica e offre la visione cruda e reale della sofferenza umana in trincea, nei campi profughi, sotto le macerie. Denuncia con voce tonante i bombardamenti in Ucraina, e la poesia, unico mezzo per custodire la dignità, e ristabilire un legame di solidarietà universale, prova a resistere, mentre i giovani delle città rase al suolo coprono i corpi con i libri. “Non c’è amore nel braccio che distrugge” recita Comberiati nella lirica dedicata a Giulia Cecchettin. E la sua è una potente riflessione psicologica, legata alle relazioni malate, alla manipolazione e alla violenza. Il suo concetto, che definirei di psicologia cruda, è smantellata delle più pericolose illusioni relazionali: giustificare il danno in nome dell’amore.

A mio umile avviso i narcisisti che manipolano in nome del controllo rappresentano i deboli, gli insicuri di questa società senza spina dorsale. “…Il mare della mia infanzia/ tomba per bambini/ a cui è stato spento/ il respiro dell’infinito…”. I versi tratti da Lo steccato del mare di Cupro fanno tremare i polsi, levano il respiro a chi non ha fatto dell’indifferenza il suo habitus. Si riferiscono alla tragedia marittima avvenuta nel 2023, il naufragio di un caicco carico di migranti, che si è spezzato in due a pochi metri dalla costa di Steccato di Cutro, in provincia di Crotone, città natia dell’autore. Il bilancio fu di 94 persone morte, tra cui 35 minori e molti bambini. Sangue innocente e ‘invisibile’ nel mare nostrum a tormentare l’anima di coloro che, come Nicola Comberiati, non sanno sentirsi salvi, dopo una vita dedicata all’insegnamento, e alla creazione di una biblioteca popolare nella zona degli altipiani di Arcinazzo tra Frosinone e Roma, per far sì che i libri restino ‘biblioteca di fede’ (cit. Victor Hugo).

È importante definire nel giusto modo il valore della tonante poesia civile del Nostro. Essa rappresenta la fusione tra l’impegno etico - politico e la forza espressiva del verso, utilizzata come strumento di denuncia, risveglio delle coscienze e rottura degli schemi. Non si tratta di solo lirismo, ma di una parola-azione che assume valenza filosofica profonda. Il poeta si fa filosofo della società, criticando le derive morali, politiche e storiche del suo tempo. Il tono tonante o profetico, così limpido in Nicola Comberiati, serve a squarciare il velo di Maya dell’indifferenza di fronte all’ingiustizia.

Pur senza scrivere versi da tante stagioni amo la poesia in modo ‘matto e disperato’, per dirla con il Vate di Recanati, e i versi possenti di quest’autore, che non sceglie mai l’elegia, eppure leva canti struggenti alla natura, mi hanno conquistata. Il suo viaggio tra gli amori, le rabbie, la speranza, e la sofferenza per la crisi della poesia aderiscono al mio sentire come l’abito sognato da tempo. Egli riflette sull’incapacità del linguaggio di dare un nome al vuoto, sull’alienazione e il trauma storico. La parola poetica diventa una casa che brucia, un’interrogazione disarmata di fronte alla dissoluzione dei valori. “La poesia/ di questi tempi/ si è fatta spettacolo/ moda/ passerella/ lagnanza e sconfitta,/ capitolo d’amore/ stracciato anzitempo…” (Poesia decaduta). Mi viene da pensare, sorridendo senza sorriso, a Pierangelo Bertoli e alla sua stupenda canzone A muso duro: “Adesso dovrei fare le canzoni/ Con i dosaggi esatti degli esperti/ Magari poi vestirmi come un fesso/ Per fare il deficiente nei concerti”. Mi scuso per la contaminazione, forse sbagliando professo la sinestesia tra tutte le arti.

A questo autore sanguigno e dolcissimo chiedo di contagiare lettori, amici e giovani con il suo silenzio palpitante e di aiutarli a svegliarsi nell’aurora di una nuova bellezza.

Maria Rizzi

 

Nicola Comberiati, Il risveglio dell’amore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp.88, isbn 979-12-81351-97-4, mianoposta@gmail.com.

 

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Salvatore Antonio Piras, "Il volo dell'aquila"

18 Settembre 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni

 

 

 

 

Salvatore Antonio Piras

Il volo dell’aquila

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Salvatore Antonio Piras è nato a Monti (SS) nel 1940 e vive a Tempio Pausania. Si avvicina alla scrittura agli inizi degli anni ‘80, sempre coltivata come forma d’espressione e riflessione.

Il volo dell’aquila, il romanzo del Nostro che prendiamo in considerazione in questa sede, presenta un’acuta ed esauriente prefazione di Enzo Concardi.

La diegesi dell’opera è ambientata nella società egiziana cairota degli anni ottanta e l’autore coglie nel segno nel delinearne i fermenti sociali, politici e religiosi e le atmosfere.

Il volume ha per protagonista il giovane sardo Claudio Frau, rimasto presto orfano di entrambi i genitori e affidato allo zio paterno – imprenditore edile italiano a Il Cairo – per fargli imparare l’arabo e affinché possa dirigere il lavoro nel cantiere che è alle prese con un progetto importante proprio nella capitale egiziana.

Come fa notare Enzo Concardi nel suo scritto introduttivo gli altri personaggi che attraversano le trame narrative sono di contorno e tutti creati in funzione della definizione del temperamento, degli interessi culturali, del coraggio fisico e morale, del senso di umanità e giustizia del giovane Frau che avverte nella sua nuova vita la mancanza della sua fidanzata che è rimasta in Sardegna.

La figura del suddetto risulta originale e intrigante e viene proposta con una forte introspezione psicologica  capace di scavare a 360 gradi nella sua anima, per fare emergere i compositi aspetti della sua personalità.

Piras riesce a creare un personaggio vivo e affascinante nel quale il lettore tende spontaneamente ad identificarsi in un tipo di scrittura che si manifesta intrigante e si ha la sensazione nella lettura di affondare nelle pagine proprio per la loro densità formale e contenutistica.

Centrale nel plot il tema del rapporto dialettico tra le religioni, in questo specifico caso nel confronto-scontro tra Cristianesimo e Islam. In tale contesto il giovane Frau, pur rimanendo per Fede cristiano sente il fascino della religione mussulmana da lui indagata attraverso i suoi studi sulla sua arte e ha contatti con i suoi rappresentanti, se è vero che anche le altre religioni possano custodire verità e salvezza simboleggiata nella nostra contemporaneità dall’annuale Giornata di tutte le religioni ad Assisi voluta da Giovanni Paolo II.         

Cito a livello esemplificativo alcuni brani del libro. «Dopo un periodo iniziale di disorientamento (era stato per lui come andare a vivere sulla Luna o su Marte; tanto diversa era la vita al Cairo, tanto differenti le persone, le abitudini, i costumi della sua popolazione), era riuscito ad apprezzare quel disordinato agitarsi del Cairo, quel darsi da fare per sbarcare il lunario, quella loro allegria così contagiosa, quel cameratismo che faceva sì che tutti si considerassero un’immensa sterminata famiglia, il cui scopo principale era sopravvivere» (capitolo 1).

«Altro passatempo che Claudio aveva trovato era quello di girare per le moschee. Si accorse ben presto che potevano competere con le basiliche cristiane sia per ampiezza che per bellezza. Ce n’erano moltissime con i loro minareti svettanti nel cielo. Tra tutte gli piacque in particolare la moschea del sultano Hassan» (capitolo 4).

«“Oggi ti portiamo in un posto che sicuramente ti piacerà” disse la zia. Era di domenica mattina. Uscivano da una chiesa cattolica di rito copto, dove avevano partecipato alla funzione religiosa. Gli zii erano credenti e non saltavano una domenica da buoni cristiani osservanti  dei precetti della chiesa» (capitolo 6).

Data la difficoltà di descrivere tutti gli aspetti del romanzo nello spazio di una recensione, concludo riportando un brano illuminante della prefazione: «Il merito principale di Salvatore Piras sta nell’aver raccontato una vicenda edificante in un contesto di neo-realismo fantasioso, mirando a valori umani e sociali condivisi».

Raffaele Piazza

 

Salvatore Antonio Piras, Il volo dell’aquila, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 160, isbn 979-12-81351-93-6, mianoposta@gmail.com.

 

 

     

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Fulvia Donatella Narciso, "Splendori di vita"

17 Settembre 2026 , Scritto da Tito Cauchi Con tag #tito cauchi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Fulvia Donatella Narciso (in arte Vulfia Scaroni)

Splendori di vita 

Guido Miano Editore, Milano 2026, Pagg.64

 

Fulvia Donatella Narciso, nata a Milano (1955) ma cremonese di elezione, è scrittrice multiforme dal curriculum di tutto rispetto, avendo pubblicato ed avendo ricevuto premi e riconoscimenti da oltre cinquant’anni. Vanta la discendenza dall’illustre antenato “Manzoni”. Poetessa, è autrice della recente raccolta Splendori di vita, dedicata ai genitori Egidio e Alda.

Nella prefazione Raffaele Piazza, quanto al contenuto, rileva come elemento caratterizzante “profonde radici cattoliche”, nelle invocazioni rivolte a Dio e nell’incanto che ricava dalla natura; e quanto alla estetica indica una versificazione stilisticamente veloce che plana assecondandone l’armonia. Infine, così conclude: “un’anima alla ricerca dell’Essenza della vita” che è la “felicità”. Quanto sopra mi trova d’accordo, nondimeno seguiamo la Narciso nel suo percorso poetico.

Penso che idealmente la raccolta può dividersi in due parti, la prima di ispirazione religiosa ma non in senso manicheo, e di inno alla natura, la seconda marcatamente di dissenso verso la società. Comprende 40 componimenti, di ampiezza e di metro variabili; frequente è l’uso di parole tronche, mi pare che a volte stridano, e delle rime generalmente baciate che donano armonia; altresì, di tanto in tanto, mi pare faccia uso di tempi verbali nella forma indefinita. Farò uso di citazioni per entrare meglio nell’humus poetico della Nostra.

Trovo le prime quattro composizioni epigrafiche, lapidarie ed essenziali; così, per esempio l’incipit “Tutti i popoli del mondo/ dormono sotto lo stesso tetto…”, (Fratellanza, p.11) che sembra una ovvietà banale, reputo di grande forza e di portata universale, sia nella forma religiosa, sia nella forma umana e civile, condivisibile fra tutti i popoli, che rovescia l’egoismo che governa da sempre il mondo in cui viviamo e soprattutto nei nostri giorni. Anche la poesia successiva (Metrica, p.12) lascia riflettere; da un lato porta una grande verità intima della Poetessa e immagino, anch’essa, di portata universale: “Il tempo per soffrire è ‘lungo’…, il tempo per gioire è ‘breve’…”, in quanto i segni della sofferenza ce li trasciniamo per tutta la vita; mentre, purtroppo, non facciamo tesoro della gioia; nel contempo la gioia è fugace e può essere ingannevole. Senza volermi dilungare, richiamo il binomio Vita-Morte, Amore-Orrore, e simili: perciò intendiamo un invito alla moderazione.

I versi successivi si sviluppano in una visione ordinaria e incantata del mondo circostante in coerenza con i sentimenti di umana solidarietà; per esempio, verso una bambina cieca, verso Edi (suppongo una giovane vita) che ha “cessato di soffiare”; oppure in un dialogo-poemetto tra un padre e il proprio bambino, su una barca, in cui decantano “la bellezza del posto e del divino perché”. Fulvia Donatella Narciso ci offre uno sguardo tutt’intorno che sa di mare, di luce, di montagna. Altra poesia-poemetto è a p.19 (“Finita la preghiera”) ove eleva un inno alla bellezza del creato, che si può percepire nel semplice “accarezzare una capretta”; ivi i tempi verbali all’indefinito sembra che prolunghino le azioni, i sentimenti e la preghiera, mettendo insieme pure i Tre Re Magi. Sono visioni contemplative le sue: un bambino che gioca al pallone, un vecchio che sta a pregare, una neonata dal “bel nastro rosa”. Ed anche gli astri del cielo, sono raggiunti da un pensiero per la nonna Norina Manzoni (p.27), con la certezza di un incontro futuro.

Più avanti eleva un inno all’alba: “Pace paradisiaca/ in oasi azzurra; / gioiose sensazioni/ di universale bellezza; / sterminato inseguirsi/ di onde all’infinito” (p.34), che esalta l’amore alla vita “in un eterno abbraccio” (p.37, Quando). Nella poesia “16 anni” (p.25), sente l’abbaglio dei primi battiti d’amore, consapevole che può trattarsi di un fuoco di paglia (Mi ricorda la canzone omonima degli anni settanta del passato secolo, cantata da Nunzio Gallo). Ma l’Io lirico si fa più vibrante qui, nel sorriso di un bimbo: “Vedrà vibrare la luna e le stelle, / nel blu di fate, più vive, più belle.../ Quanto ho sofferto, quanto ho bramato, /quanto ho aspettato, ma poi l’ho scoperto: /quell’astro immenso che viene da Dio /e non si spegne: lo voglio io! ...” (p.28, Riverbero di primavera).

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Ed eccoci a quella che reputo come seconda parte. Fulvia Donatella Narciso, perciò, passa dai toni elegiaci a un cambio di registro, nei toni assertivi da ammonitrice (p.29, Eterna fluidità esistenziale) che, mi pare, rimproveri l’uomo che si impone come metro di giudizio; con ciò invita l’uomo a essere più umile nei suoi giudizi, con ironia commenta che occorre fatica nel discernimento, alla moderazione, all’umiltà. Così pure assume toni da educatrice invitando alla retta vita, a evitare la droga (p.32, A Gian Luigi); emette denuncia di condanna del piromane, del potere per fini egoistici, disapprova l’uso smodato dell’automazione, semplice constatazione della robotizzazione entrata nella vita quotidiana che trasforma la società umana in “società dei consumi”. Tutto il percorso al momento raggiunto sembra condurre alla meta della preghiera, in una “chiesetta lassù in cima” (p.38).

Fulvia Donatella Narciso nell’ultima decina di poesie, di “Splendori di vita”, è come se, abbagliata da tanta luce, raggiungesse l’acme della folgorazione; così, in forma di brevi monologhi, esprime una sorta di tu per tu, incalzanti per denunciare il suo sdegno prorompente con cui critica la Legge commentando che “è solo un problema d’ottica”; critica il Concordato e a proposito del Divorzio, a malincuore, osserva che giunge quando “ormai è troppo tardi/ per tornare indietro!”. È un susseguirsi di richiami, “basta una cospicua bustarella…”; denuncia la difficoltà a trovare casa in affitto, l’inutilità di un ufficio di collocamento per trovare lavoro. E poi ancora l’inflazione, entrata nel linguaggio comune come “naturale”; scavare affannosamente alla ricerca di petrolio. Urla anche per i morti ammazzati che sono “ombre che incombono/ sulla coscienza collettiva.” (p.53, Terrorismo).

Fra le trame, non può mancare la manifestazione dei propri intimi affetti nel cuore di mamma, la quale trova sempre un cantuccio riservato ai figli; o verso il padre Egidio: “Fiocchi sfumati di neve, /spinosi, /raccolgono il peso /dei tuoi anni /e lo arruffano, /insieme ai ricordi /ai sorrisi, /alle folli passioni!” (p.54, Quella barba bianca). Infine si chiede “Perché guerra?!” (p.59). Insomma il suo è un cammino di ricerca del perché e di sé medesima.

Tito Cauchi

 

Fulvia Donatella Narciso, Splendori di vita, prefazione di Raffaele Piazza; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 64, isbn 979-12-81351-83-7, mianoposta@gmail.com.

 

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