" Il teatro di Pietro Nigro"
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Teatro di Pietro Nigro
Guido Miano Editore, Milano 2026
Le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte. Il padre sagace (atto unico in XIII scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in IX scene) hanno come argomento comune ed esito finale - sebbene con trame diverse - la vittoria dell’amore, vissuto dalle nuove generazioni quale realizzazione di un sentimento autentico, superando le antiche e ristrette visioni legate agli interessi materiali e alle volontà autoritarie delle famiglie di origine. Noi studenti, invece - definita dallo stesso autore una ‘commedia drammatica’ - sviluppantesi in 3 atti e VI scene, riguarda il tema del rapporto tra professori e studenti. Le vicende si snodano intorno ai ruoli nel mondo scolastico, all’autoritarismo del corpo docente e alla ribellione dei ragazzi, ai concetti educativi e al senso di giustizia, agli errori commessi da entrambi e alla capacità di riconoscerli, col lieto fine del perdono e della riconciliazione. È ovviamente una realtà esistente ai tempi dell’insegnamento di Nigro, realtà oggi largamente cambiata. Il linguaggio delle tre opere teatrali è in sostanza il lessico quotidiano, in quanto esso rispecchia gli innumerevoli dialoghi tra i personaggi, in gran parte brevi e concisi, tranne qualche rara eccezione di carattere riflessivo.
Il padre sagace
Una breve commedia brillante e leggera, scarna e semplice, scritta con dialoghi rapidi in cui i personaggi dimostrano di sapere bene ciò che vogliono. Il canovaccio è quello tradizionale della trama amorosa che vede intrecciarsi sentimenti e volontà, in un’epoca e in un contesto culturale in cui i matrimoni erano ancora combinati dalle famiglie dei giovani e delle giovinette. Marta, la madre di Margherita, promette in sposa a Don Carlo - barone di Montestellario - la figlia. Ma Don Ferdinando - il padre sagace - la pensa diversamente dalla moglie: lui crede nel primato dell’amore, lei vede solo ricchezze e titoli.
La vicenda si conclude come in tutte le fiabe: e vissero felici e contenti. Margherita sposerà Renato, il suo amore segreto, ed alla fine anche la madre Marta acconsentirà al matrimonio; Don Carlo si consolerà con Nicoletta, una ragazza appena conosciuta in casa di Don Ferdinando. L’unico infelice, per il momento, sarà Michele, l’amico intimo di Nicoletta, che si sente tradito dalla scelta di lei.
L’esito finale della commedia si basa sull’alleanza caratteriale e ideale fra padre e figlia, fra don Ferdinando e Margherita - contrariamente a tante altre opere simili - dove la parte del genitore autoritario e retrogrado spetta alla figura paterna. Basta sentire due monologhi di don Ferdinando per rendersene conto: «Sia ringraziato il cielo. Se n’è andata (la madre). Meno male che ci sono qua io. Sposare mia figlia a quell’idiota vanitoso (Don Carlo), sarebbe il colmo! Lei dovrà sposare un giovane che le voglia veramente bene e che la faccia felice. Ecco Margherita: ora sì che si può ragionare. Tutta suo padre, tutta suo padre!» (Scena II). «Sarà di sicuro un bravo giovane, quello (Renato). Mia figlia non è una testa sbandata e prima di fare un passo ci pensa due volte. Se dice che è bravo, intelligente e buono, lo sarà certamente. Ha molto sale in zucca per sospettare degli imbroglioni e degli adulatori. Se la ricchezza e gli onori non la tentano, non è una ragazza vanitosa. Si accontenta del necessario pur di essere felice. Se fosse una ragazza viziata sposerebbe quell’imbecille (Don Carlo) per avere campo libero in ogni cosa. Invece Margherita è una ragazza virtuosa che disdegna ciò che può scalfire il suo onore e apprezza i sentimenti più nobili. Tutta suo padre, tutta suo padre. Oh padre felice di possedere un simile tesoro di figlia!». È evidente nella commedia la differenza di statura morale tra la coppia madre-pretendente e padre-figlia: due universi agli antipodi come valori, apertura d’animo e orientamenti di vita. Da una parte il vecchio mondo provinciale attaccato ai beni materiali che rappresenta il passato, dall’altra un respiro di modernità e di sentimenti autenticamente umani.
Il trionfo dell’amore
Commedia nella quale l’amore trionfa, grazie alla casualità del destino che interrompe il fidanzamento, combinato dalle famiglie, tra Alfonso ed Emma. La visita improvvisa ed imprevista dell’amico d’infanzia Teddy conduce i due giovani a scoprire che Emma e Teddy si amano da tempo, e che la freddezza di Alfonso nei confronti di Emma è causata dal fatto che anche Alfonso ha un altro amore, Edy, tuttavia rifiutato e respinto dai genitori. Svelata tale situazione alle rispettive famiglie, la ‘combine’ architettata fallisce e tutto si risolve con il trionfo del sentimento e del cuore, contro le imposizioni autoritarie di una mentalità meschina e retriva. E tutto avviene nell’ultima scena – la XI – dove i giovani rivelano ai genitori come stanno le cose: Alfonso (indicando i nuovi arrivati): «Guardi lei stessa». Elsa (vedendo la figlia accanto a Teddy): «E questo cosa significa?». Emma (sorridendo): «Significa che ho risolto il problema senza strilli e frizzi. (indicando Edy che si è avvicinata ad Alfonso) Questo spiega perché Alfonso era freddo con me. (Scherzando) Riservava tutto il suo calore a quella lì».
Elsa: (prendendo le parti della figlia e dando uno sguardo risentito ad Alfonso) «Un giovane falso e sleale». Bianca (agitata): «E no! Semmai è sua figlia falsa e sleale. Dice di aver risolto il problema senza strilli e frizzi. Ma se il problema era lei! Le chieda da quanto tempo se la intende con quel Teddy!». Alfonso (intervenendo tra sua madre e la signora Zanoli): «Basta! Vedete come si fa presto a cambiare opinione. (Alfonso sorridendo invita Edy, Emma e Teddy ad avvicinarsi, tra lo sbalordimento dei suoi genitori e quelli di Emma) Quando voi pensavate di imparentare le nostre famiglie, noi avevamo già fatto le nostre scelte. Ho dovuto far finta di accettare il vostro volere (rivolgendosi ai genitori). Mi sono arrovellato il cervello per venirne fuori. L’occasione si presentò quando mi accorsi del turbamento di Teddy incontrando Emma, e capii che si amavano. Decidemmo allora che era arrivato il momento di farvi comprendere come stavano le cose. Ora lasciate che i sentimenti facciano il loro corso e che l’amore trionfi».
Pur sviluppando la stessa tematica della commedia precedente, qui l’intreccio amoroso è forse lasciato troppo dipendere da incontri fortuiti, piuttosto che derivare da volontà precise dei personaggi, indebolendo così la loro determinazione ad esercitare il libero arbitrio.
Noi studenti
È un lavoro teatrale ambientato nel mondo scolastico, la cui trama viene costruita appositamente dall’autore con finalità didascaliche e sociali. Sono in gioco i ruoli di professori e studenti, l’autoritarismo degli uni e la ribellione degli altri; i concetti educativi e il senso di giustizia; gli errori commessi da entrambi e la capacità di riconoscerli, la quale infine conduce all’esito finale di perdono e riconciliazione. Il senso drammatico dell’opera è costituito soprattutto dalla morte della madre di Alberto - lo studente protagonista della storia. La signora Marmora, già ammalata di cuore, soccombe al dolore per l’espulsione dalla scuola di suo figlio, dopo un diverbio con il professore ‘Iosotutto’. I tre atti si concludono con la riammissione di Alberto che, pur addolorato per la grave perdita affettiva, vede tuttavia riconosciute le sue ragioni, grazie alle scuse chieste al professore, il quale a sua volta, dopo aver convinto il Preside e il Consiglio dei Docenti a riabilitare lo studente, diverrà più comprensivo e dialogante nei rapporti con gli studenti.
Questa commedia, delle tre di Pietro Nigro, è senz’altro la più attuale come tematiche e sotto l’aspetto dell’approfondimento psicologico dei personaggi, in particolare del protagonista, lo studente Alberto, che incarna istanze di giustizia, solidarietà ed affronta la realtà del dolore maturando uno spessore umano superiore a quello dei suoi compagni, come si evince da questo monologo: «Oh, destino crudele! Perché a me assegnata hai una vita d’affanni e dolori, e lieto non mi hai fatto di uno spiraglio di luce… O mia giovinezza, o primavera degli anni! Dov’è la luce che a te è riservata, dov’è l’eterno olezzante soffio impregnato d’un divino profumo d’ambrosia. (Con disperazione, mettendosi le mani sul viso) Dove!… Dove!… Che sarà di me. Potrò resistere a tanto male? Ma non devo abbandonarmi. Come farebbe mia madre, ammalata, senza un sostegno? Non voglio la sua morte! Povera mamma mia. Ricordo le parole del dottore: “La pongo nelle sue mani: il più saldo sostegno che le resta. A lei affido le chiavi della morte e della vita. Le sappia ben usare”».
Enzo Concardi
Pietro Nigro, Teatro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 140, isbn 979-12-81351-86-9, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTORE
Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).
Wanda Lombardi, "Araba fenice"
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Wanda Lombardi
Araba fenice
Guido Miano Editore, Milano 2026
Araba fenice di Wanda Lombardi è un’antologia che raccoglie una settantina di composizioni tratte da nove opere pubblicate tra il 2001 e il 2024. La pubblicazione, proposta da Guido Miano Editore nella collana Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio, è divisa in tre capitoli con altrettante introduzioni. Nel primo capitolo, Il bel tempo che fu, Enzo Concardi mette in relazione alcuni componimenti poetici di Wanda Lombardi con il poeta polacco Adam Zagajewski (1945-2021); nel secondo, Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità, il paragone proposto da Raffaele Piazza è con il francese Paul Claudel (1868-1955); nel terzo è Michele Miano che affronta l’argomento Cognizione del dolore e desiderio di pace in Wanda Lombardi e nel poeta Premio Nobel cileno Pablo Neruda (1904-1973). Ma i paragoni si allargano ad altri nomi importanti, proposti dagli stessi prefatori: da Virgilio ad Ugo Foscolo fino a Giovanni Pascoli, da Francesco d’Assisi a David Maria Turoldo. E il tutto è appropriato, perché nella poesia di Wanda Lombardi ci sono molti elementi lirici che rimandano ai ‘classici’ italiani, ed insieme si trovano moti d’inquietudine dell’animo tipicamente contemporanei, come «Ideali smarriti in roveti spinosi/ senza altro lasciare/ della loro fuggevole esistenza/ che lacrime» (così termina Sogni nel vento); e non manca una forte dimensione religiosa capace di sostenere la fragilità umana (uno tra i tanti esempi sta in questi versi da Saper vivere: «…Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…»).
Paesaggi, monumenti, eventi, persone: c’è di tutto nella rievocazione poetica di Wanda Lombardi, che in questa raccolta offre esempi notevoli della sua arte, fine e delicata. Il linguaggio semplice è accompagnato qua e là da parole che sanno di antico, quasi a voler ricordare a chi legge la ricchezza del tempo passato, che la memoria vela di malinconia ma può restituire ancor vivo in un Silenzio amico (poesia che apre il secondo capitolo) e permette di superare l’incertezza del tempo presente: «…Aspra è la nuova realtà;/ è fiume impetuoso che travolge,/ è procedere guardinghi nella calca/ dell’odio sconosciuto,/ nella paura del presente,/ delle ore future…» (da Non scriverò…). Viviamo in un’epoca in cui «Certezze non più/ e nostalgia prende del mite passato./ Freddi rapporti tra le genti/ e dottrine di argilla/ contrastano la vita,/ di grigio velando il nostro avvenire» (finale di Mite passato); il nostro tempo si fa incontro a noi minaccioso, a volte con scene demoralizzanti: «…Ho visto innocenti dietro le sbarre,/ colpevoli in libertà,/ il dramma di ragazze molestate/ senza alcuna pietà…» (da I mali del mondo). Viviamo in Tempi assurdi (altra poesia del terzo capitolo).
La speranza, però, può ancora essere amica dell’umanità e riportare non solo la scrittrice, ma anche noi suoi lettori dal «penoso andare» dei giorni (così definito nella poesia Eterno) alla gioiosa e luminosa ricerca dell’Agognata pace («…L’umanità non di sangue/ è assetata, ma di pace, libertà,/ convivenza garbata») - tanto da poter quasi gridare al mondo, manifestando una potente resilienza: «Ma più fiera e forte araba fenice/ sempre dalle mie ceneri risorsi» (finale di Destino, poesia che dà il titolo alla raccolta). Allora ciò che ci sta intorno torna capace di sorprenderci, perché tutto è fatto di Piccole grandi cose (nel secondo capitolo) capaci di risvegliare la coscienza, anche nelle circostanze apparentemente meno favorevoli: «…Nella fragilità di una persona/ la sua sensibilità,/ la sua trasparente umanità» (da Fragilità).
Questo libro, da leggere con calma, fa emergere la grande sensibilità dell’Autrice, di cui lei è ben consapevole: «…Essa appartiene solo a me,/ non vacilla con gli anni/ e non invecchia;/ nessuno me la può sottrarre/ o modificare,/ né mai si perderà» (da Specchio). E ce ne fa dono, con semplicità. Grazie!
Marco Zelioli
Wanda Lombardi, Araba fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.
Antonello Di Grazia, "Declinazioni umane"
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Declinazioni umane di Antonello Di Grazia (Eretica Edizioni, 2025 pp. 80 € 15.00) insegna a prendersi cura del proprio mondo interiore, oltrepassando la cortina feroce e annichilente di un universo che ha, nello scenario spaventoso di una attualità irruente e aggressiva, il suo culmine di desolazione e di malvagità. L'autore esplora i caratteri psicologici incoerenti e tormentati dell'uomo, alla ricerca di un conforto sul quale annullare la propria solitudine e sorreggere la sconcertante distruzione della realtà. Le tre sezioni del libro interpretano il senso dell'avversione e del disprezzo, la sensazione del sentimento drammatico, occupano lo spazio disincantato del dolore, accendono l'attenzione sulla rovina ardente delle guerre quotidiane ammesse all'oscura e alienante disumanizzazione. Antonello Di Grazia dichiara il declino della società attraverso la privazione silenziosa e sospettosa del pensiero, rivela l'abisso imperturbabile della paura, in bilico sull'orlo di un precipizio che assorbe il distacco istintivo dalla vita, analizza, nella voragine tragica, la fenditura negativa, creata da sentimenti irrazionali, ai margini del territorio vulnerabile e friabile dei comportamenti umani. Declinazioni umane registra un catalogo privato del deterioramento sensibile in cui lo sviluppo cognitivo dell'anima è deformato dalla crisi della comunicazione, raccoglie lo studio analitico sulla natura umana e la sua inesorabile ricerca dei significati, esplora il rapporto dell'individuo con le prospettive impietose e dure delle interazioni sociali. Decifra l'esperienza esistenziale della sofferenza, l'impazienza autolesionista, la percezione della lucidità introspettiva, influenzata dal giudizio della malinconia, dall'estinzione dell'umanità nella sua rispettabilità e onestà morale. Antonello Di Grazia sostiene il processo evolutivo dell'identificazione empatica, personale e soggettiva, tra la primitiva vocazione dei fattori innati nel comportamento umano e le condizioni degradate della società, indica la trasformazione fatale legata al contesto antropico dell'appartenenza, misura le dimensioni mentali del tempo e delle attese. Comprende la debolezza nella sua sensazione di dipendenza, come fattore di perturbazione, conosce il potenziale razionale e passionale delle intelligenze emotive, la motivazione delle corrispondenze, orientate nel presentimento di una condivisione in sintonia con le epifanie del cuore. Descrive, in un'atmosfera cupa e annientante, la visione complessa e soffocante della miseria, l'opprimente impressione di una strana alchimia etica in cui l'attrazione e la repulsione si fondono in un oracolo perverso di perdizione, distruzione e sconfitta. La poesia di Antonello Di Grazia mette in evidenza i contrasti terreni nel crepuscolo delle tensioni irrequiete, invoca, nell'incertezza e nel disorientamento, il ricorso al divino. Nello scenario devastante e lacerante di un itinerario oscuro e disperato emerge l'orizzonte di un cammino intimo, sereno e benefico, un osservatorio d'amore, un passaggio simbolico e sicuro dove trovare l'accoglienza, la protezione e l'incoraggiamento ad assistere la cura degli affetti, indirizzare l'identità personale nella rielaborazione dei ricordi e della loro continuità confortante. Antonello Di Grazia sorveglia la provvisorietà della gratitudine, difendendo il devoto e inattaccabile sollievo della poesia, sconfina l'indistinta e magistrale capacità di afferrare la transitorietà e vivere il presente.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
DOPO CENA
Devastanti bufere al tramonto
pieno inverno
macerie di morti
in un fioco lume, indistinto.
Cerco negli abissi profondi
mari languidi
il tuo riso diverso.
Inesausto silenzio,
greve discesa,
buia Siberia.
CAPODANNO
Nel giro silenzioso
d'uno sgomento di festa
nostalgia dei tuoi occhi
fugaci, intesa d'un meriggio
lontano.
E lieve si presenta
il sentiero percorso
e gravida l'insipienza
di questa certa abitudine
di urla dimenticanze giorni sottili
inverni
che non sfioravano la schiena.
SENZA SOFFI DI VENTO
Senza soffi di vento
l'emiciclo di stelle inestese
nello spazio nel tempo
smemora.
E resto a contemplare
la distesa operosa
di un mare che soffoca
le grida
di assordanti cicale.
Questa notte non ha
un prima né conduce
a domani: vaghiamo
svuotati e felici.
A MEZZOGIORNO
Gli anni avviluppati
in una scorza faticosa battono
ad ore inconsuete
chiedendo il conto.
Ma resta soltanto il tornare
lieve
dal mare al tramonto,
e svanire,
abisso di fuga
e celato candore,
in sghembi sentieri e vicoli ciechi.
MOTO DI ROTAZIONE
Nei giorni sparsi di brina
ancorati a doveri inesausti
di un'umanità tumultuosa
sembrava la terra girare
in spente chiose.
Non più sogni,
separazione di anima
e corpo, destavano
viali di stelle avvenire:
il tempo gravitava intorno
a giudizi poco globali.
Ilaria Vecchietti, "Anime predestinate, L'unicorno nero" vol 1
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Anime predestinate
L’unicorno nero
Ilaria Vecchietti
Amazon, 2025
pp 604
Parte come un urban fantasy adolescenziale, sulla scia ormai pluri-battuta di Twilight, con la protagonista Ileana in procinto di vivere il suo primo giorno di università, (di cui, però, nel corso di questo volume uno ꟷ perché di questo si tratta non dobbiamo dimenticarlo, del volume iniziale di una serie a venire ꟷ non si farà più menzione) e finisce per incupirsi sempre più.
L’ambientazione è Verona, fra strade buie, ritrovi dall’atmosfera dark e le pietre millenarie dell’Arena. La trama comprende arcane profezie, incantesimi e creature magiche di ogni genere. La fauna è quella classica, vampiri buoni e cattivi, licantropi, streghe, esseri mutanti, angeli caduti, tutti insieme nel calderone veronese che c’è ma resta sullo sfondo.
Per non svelare troppo, posso solo dire che in questo primo tomo si ha un ribaltamento di ciò che avviene di solito nei libri sui vampiri scritti dal 2005 in poi, ovvero la trasformazione da creatura sanguinaria in succhiasangue salottiero. Qui, almeno per il momento, avviene l’opposto.
La protagonista, Ileana, non è una Giulietta affacciata al balcone ma una creatura ben più minacciosa e potente, una vampira. E, tuttavia, anche lei innamorata. Guarda caso di un Montecchi. Di più, predestinata a reincontrare chi aveva già amato in passato e a ripercorrere gli stessi passi dolorosi.
Ileana è un essere centenario, forse si sarebbe dovuto acuire questa sua caratteristica, non solo raccontando pezzi di storia mondiale ma facendo sentire la profondità del tempo e la stratificazione culturale nell’anima del personaggio, nel suo modo di pensare e di esprimersi.
La famiglia di Ileana è simile alla famiglia Cullen in Twilight. Tutti vampiri civili, addomesticati. Qui, però, il senso morale, la lotta etica fra bene e male, è attenuato in favore di una gestualità ironica, come bere il sangue in tazze colorate e infantili. Niente a che vedere con la malinconica guerra interiore dei vampiri di Anne Rice.
L’antagonista, che deve esserci per contratto, è Samonio, imparentato col culto di Samain. Ileana deve lottare contro di lui, e contro i suoi accoliti, per salvare il mondo e il suo amato.
L’aiutante è Laura, la migliore amica umana (ma non troppo). Una strega inconsapevole che vedrà emergere il proprio potere quando sarà necessario. Il suo personaggio è quello più a tutto tondo, quello che suscita vero affetto ed empatia da parte della protagonista. Piuttosto indistinta, invece, è proprio la figura di Mirko, l’amato, il predestinato. Forse si sarebbe potuto approfondire lo spessore umano ed emotivo del personaggio maschile. Insomma, sembra che l’amicizia sia meno manierata e più spontanea dell'amore romantico.
Molto viene detto (e scritto sul diario di Ileana) dei sentimenti, ma poco viene effettivamente fatto sentire al lettore.
Lo stile è scorrevole, a tratti ridondante. Nell’insieme, un romanzo ponderoso che potrebbe essere snellito e sviscerato allo stesso tempo, dando la preferenza al mostrare più che al dire, al far esperire piuttosto che al ripetere.
Duccio Castelli, "I racconti di Maleto"
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I racconti di Maleto
Duccio Castelli
Guido Miano Editore, Milano 2026
Non è facile, ma è bello presentare I racconti di Maleto di Duccio Castelli, già autore, dal 1963 ad oggi, di oltre venti opere tra poesia e prosa. Curiosamente, la sua prima pubblicazione (la raccolta poetica Emigranza, 1993) uscì per Guido Miano Editore, che ora propone questa raccolta di racconti autobiografici; ed il primo scritto del Castelli, risalente al 1963, il racconto Una ragazza per quattro mesi, fu pubblicato nel 1995 dal medesimo Editore, accompagnato da una lettera introduttiva di Italo Calvino.
Maleto era il cane dell’Autore e nell’arco di tutto il libro “appare e scompare, come un’ombra fedele (…) presenza discreta che restituisce continuità a un’esistenza segnata dal movimento, dall’irrequietezza e dalla ricerca di un senso” – come osserva Michele Miano nella Prefazione. È il fil rouge delle memorie che Duccio Castelli ci consegna qui con una leggerezza e insieme una profondità veramente rimarchevoli.
Dall’inizio alla fine, si incontrano uomini e donne che in qualche modo hanno segnato il corso della vita dell’Autore, spesso in viaggio, e che è vissuto a lungo in Sud America (soprattutto in Cile). Si trovano racconti di vita quotidiana alternati a resoconti di viaggi, episodi che assomigliano ad avventure fiabesche (ma alcune non fiabesche, come le partecipazioni a dei rally automobilistici) e semplici descrizioni di fatti e luoghi frequentati dall’Autore, come ad esempio New York, Londra, Barcellona; racconti delle caserme dell’aeronautica a Viterbo e a Milano (di quest’ultima, in Piazza Novelli, c’è anche una bella fotografia del giorno del congedo dalle armi).
Possiamo ‘vedere’ Tonio, Juan Carlos, l’argentino Abancens, l’ex agente segreto Arturo, l’inglese Ron, Gastone e tanti altri; possiamo immaginare la solitaria Jacinta; possiamo incontrare gli amici amanti del jazz, alcuni dei quali, come Alfredo Espinoza, o Marcelo De Castro (fratello di Jacinta), componenti di band cui lo stesso Autore contribuiva suonando il trombone (c’è anche una foto). Possiamo sapere della moglie di Duccio, Sherry, del loro figlio e della loro figlia, della prima nipote Giulia, delle zie Rosa e Giuditta, dello zio pittore, del cugino Nicoletto – ma l’elenco completo è ben più lungo. Possiamo avere qualche sprazzo di visione dei giorni passati da Duccio bambino nella casa milanese costruita da Gio Ponti (“I giorni in quella casa furono circa seimila”, come recita il verso di una poesia, di quelle che ogni tanto intercalano le pagine in prosa del racconto, compresa la traduzione della poesia Piececitos de niño della cilena Gabriela Mistral, Premio Nobel per la letteratura come un solo altro cileno, Pablo Neruda). Possiamo sapere del padre, più presente forse in sogno che nella realtà, e dell’affetto di Enzo, un ‘quasi secondo padre’. Possiamo aver notizia della storia del “Gino del Forte (dei Marmi)”, sentire quello che l’Autore faceva a scuola con i suoi compagni della “seconda D”, andare avanti e indietro nel tempo e qua e là nel mondo. Possiamo liberare la fantasia.
Insomma, ci si apre un mondo. Ma non ci si apre del tutto: resta tutto sfumato, quasi permeato da un alone di nebbia che ci permette appena di vedere i tratti essenziali delle cose, non di conoscerne pienamente i contorni. Tutto resta un po’ avvolto in un’aura di mistero che affascina, ma è ugualmente vero ciò che osserva ancora Michele Miano nella Prefazione, dicendo che “la narrativa è, prima di tutto, un atto di resistenza contro l’oblio, un modo per dare forma e durata alle emozioni e ai pensieri che altrimenti svanirebbero”; ed è grazie alla capacità di Duccio Castelli “di intrecciare quotidiano e mito, memoria e invenzione” che il viaggio attraverso le pagine di questo I racconti di Maleto può rinverdire emozioni e pensieri nei lettori ed interessare proprio tutti.
Marco Zelioli
Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.
Marina Enrichi, "Eros e Logos"
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Marina Enrichi
Eros e Logos
Guido Miano Editore, Milano 2026
Attraverso la figura di Marina Enrichi, veneziana di nascita e padovana d’adozione, poetessa dalla raffinata e originale cifra stilistica e formale, si rinnova il binomio scientifico-umanistico della figura del medico-poeta che, come in passato, continua ad avere rappresentanti nel panorama odierno della poesia al tempo del villaggio globale.
Essi praticano appunto la poesia anche per emergere dal disagio e trovare un antidoto all’oceano di dolore vissuto accanto ai pazienti sofferenti o, per esempio, alle donne partorienti come nel caso dell’Enrichi che è ginecologa.
Tra i suddetti poeti, personaggi eclettici nello svolgere due attività che si potenziano e armonizzano, nei loro rapporti reciproci, si ricorda il napoletano Antonio Spagnuolo da cinquanta anni attore nel ruolo che sintetizza l’attività poetica (e anche saggistica e narrativa), e umanità e scienza nel suo approccio professionale e sensibile di medico con il malato e la malattia, che può divenire essa stessa occasione e ispirazione, oggetto per la scrittura di poesie.
Quanto suddetto avviene spontaneamente in quanto tra i due termini del discorso c’è un rapporto osmotico e sintetico nel delineare l’identità di donna medico e artista dell’Autrice di EROS E LOGOS, l’intensa raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede.
La silloge non è scandita in sezioni e per questo può essere letta come una sequenza omogenea di componimenti poetici in continuum, come uno scrosciare di parole nello scaturire di ogni poesia l’una dall’altra.
Già dal titolo del volume possiamo renderci conto che il percorso della poetessa va dal generale al particolare perché nei suoi intenti, che si traducono in versi poetici, esito di un’intelligente e consapevole coscienza letteraria, si va dai massimi sistemi dei concetti di erotismo e di essere ed esserci, alle descrizioni specifiche del sentimento nelle poesie, precipitato del pensiero che si fa parola.
Le composizioni stesse vibrano di intenso pathos nel vivere la dimensione amorosa con sensualità e trasporto assoluto per l’amato che per estensione diviene amore per il logos e quindi tra le righe implicitamente anche per Dio.
Nella poetica di Marina c’è la presenza costante di un erotismo che ha risvolti anche mistici e la poetessa produce tessuti poetici fortemente icastici, detti con grande urgenza e nello stesso tempo ben controllati e raffinatamente cesellati.
L’amore provato dalla Nostra è anche quello per la bellezza e l’arte e la tensione emotiva e le emozioni che dominano nei testi, qualsiasi siano gli oggetti del desiderio, si manifesta con una realizzazione che ha sempre un fattore x, un comune denominatore nei componimenti fortemente provati, sentiti, vissuti e risolti sempre in maniera sublime che crea una dose d’ipersegno.
Il testo presenta un’acuta ed esauriente prefazione di Enzo Concardi e lo scritto corposo di Gabriella Veschi, che è un vero e proprio saggio critico di letteratura comparata sul poiein della Enrichi intitolato “Spiritualità e passionalità nella poesia di Marina Enrichi Cariolario, a confronto con Salvatore Quasimodo e Roberto Pazzi”.
A volte un atteggiamento ottimista prevale in queste liriche che sembrano pervase da una soave luminosità come in Che tu sia benedetto giorno che sorgi: «Che tu sia benedetto/ giorno che sorgi/ mortale imperfetto.// Che il tuo sole risplenda/ sulle angosce e le gioie/ di un’umanità in fretta.// Che il tuo cielo rischiari/ ombre e buio che incombono// quando cala la sera/ e la luce soccombe.// Che tu sia benedetto/ giorno pieno di vita/ e di sguardi e sorrisi/ e di baci.// Che tu sia benedetto/ per la pausa che doni/ alla corsa infinita». Protagonista di questo componimento pare essere il tempo, non il tempo lineare degli orologi ma un non-tempo che sembra essere scandito dalla luce dello stesso sole e della corsa infinita proprio della durata nel suo eternarsi nell’attimo e nella tensione all’indicibile.
In San Marco leggiamo: «Fiammeggiano campate d’oro/ su volte da cielo nutrite/ da piccole schegge di vetro/ maestria degli antichi artigiani/ che i secoli hanno onorato/ con fede commossa.// Profuma di sacra armonia/ di musica anche in silenzio./ Il cuore è rapito e perduto/ un’estasi nell’assoluto.// La musica scende a fluire/ da cantorie voci sciolte/ per onde di nebbia di mare/ lambiscono i corpi presenti/ e lasciano un’umida traccia d’immenso/ sostanza sonora d’incenso.// San Marco è così/ tangibile e inafferrabile/ mistero solenne e struggente/ abbraccio divino/ invito a far parte/ di schiere celesti.// Palpabile incenso irrorato».
Questa poesia, veramente, fortemente mistica e carica di mistero per ogni suo fortunato lettore, diviene ancora più struggente per coloro che hanno conosciuto, visitato, l’immensa Basilica veneziana, vero capolavoro architettonico, dedicata all’evangelista.
Infatti tali visitatori, memori dell’atmosfera magica e ammaliante di questa icona della cristianità, attraverso le parole rivivono intensificandole le visioni, emozioni e suggestioni provate proprio durante una visita in San Marco che non può lasciare indifferenti per la numinosa bellezza di ogni particolare dell’insieme.
Un componimento centrale della raccolta è quello nel quale l’io-poetante si rivolge quasi con veemenza ad un tu che presumibilmente è l’amato: tale componimento è intitolato Bruciami il respiro: «Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio/ e poi spegnimi/ in un fiume che scorre/ nel delta della foce.// Sarò il tuo unguento/ preparerò le tracce/ ardenti della passione».
In tale poesia la figura femminile, che è l’io poetante, si fa fuoco che diviene una sola cosa con il partner nell’amplesso passionale e la gioia dei sensi diviene accensione e spegnimento che deriva per lei e per l’amato da una profondissima fusione di corpi e anime alla ricerca di un piacere di redenzione che suggelli una nuova dimensione temporale duale, privata ed unica, come anche ogni amore è unico.
Raffaele Piazza
Marina Enrichi, Eros e Logos, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 84, isbn 979-12-81351-82-0, mianoposta@gmail.com.
Wanda Lombardi, "Araba Fenice"
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Araba Fenice
Wanda Lombardi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Capitolo 1 - Il bel tempo che fu
Il passato, e quindi la sua memoria, in Wanda Lombardi non è soltanto un comprensibile sentimento nostalgico verso talune fasi dell’esistenza in cui la vita personale e sociale era migliore di quella presente, ma risulta elemento di stimolo creatore di nuove energie per progettare il futuro. Dunque il laborioso lavoro di introspezione della poetessa che evoca una recherche di tipo proustiano, s’avvicina al significato della famosa frase di Primo Levi: «Non c’è futuro senza memoria». In altre parole non si può vivere senza memoria individuale e collettiva, un requisito indispensabile affinché l’essere umano nella sua essenza possa, in ultima analisi, considerarsi antropologicamente ed ontologicamente, possessore di una coscienza civile.
I testi pubblicati nel capitolo del libro “Il bel tempo che fu” contengono quasi tutti questa esigenza e questo messaggio, alcuni dei quali anche richiamando riferimenti letterari e filosofici attribuibili ad autori significativi, colti in momenti riflessivi sui temi memoriali e temporali. Nella lirica A un ragazzo prematuramente scomparso troviamo una terzina («E tu, al cielo destinato,/ non conoscesti gli inganni,/ le amarezze della vita…») che richiama il tema della morte giovanile come nei seguenti versi di Giovanni Pascoli tratti dalla poesia L’aquilone: «…Sì, dissi sopra te l’orazioni,/ e piansi: eppur, felice te che al vento/ non vedesti cader che gli aquiloni!» (…).
Enzo Concardi
***
Capitolo 2 - Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità
Wanda Lombardi nelle sue sillogi poetiche conferma, di volta in volta, la sua cifra distintiva neo lirica tout-court e pervasa da trascendenza e fervente religiosità che lo scrivente, occupandosene in sede critica, ha definito realismo mistico. Nitore, luminosità, esattezza e leggerezza, connessa ad icasticità, connotano la poetica dell’Autrice. La poetessa ha fiducia nei sentimenti autentici per Dio e per il prossimo, sentimenti che la portano a vincere il dolore e a varcare la soglia della speranza, speranza che si traduce nei suoi armonici, precisi e luminosi versi.
Centrale nelle poesie scelte per questo capitolo del libro (“Percorsi dell’anima tra infinito e spiritualità”) la lirica Silenzio amico; nel suddetto componimento, che ha un carattere fortemente ottimistico, i temi trattati sono quelli del silenzio e della solitudine come isola benedetta per l’anima di Wanda che è pervasa da un forte senso di fiducia nel suo relazionarsi alla vita; la poetessa a questo proposito inventa la felice metafora dell’uscita da un labirinto che porta ad un’epifania di salvifica luce: «Come un labirinto/ dove dapprima si resta confusi/ e poi piano la strada si trova/ per graditi angoli di luce/ si l’anima mia/ dopo confusioni ed ansie/, dopo il flusso vorticoso d’incombenze/ nella solitudine e nel silenzio/ se stessa ha trovato, la luce…».
In Saper vivere si arriva all’apoteosi, al climax della speranza che diviene viatico per una gioia umana possibile, felicità da trasmettere anche agli altri e che è connessa al credere in Dio: «Non perdere mai la speranza/ e dai anche agli altri speranza,/ la gioia di vivere./ Pur nel dolore che ti strazia,/ lenisci l’altrui dolore,/ non porgere disperazione/ ma offri amore,/ regala un sorriso/ e Dio ti sorriderà…» (…).
Raffaele Piazza
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Capitolo 3 - Cognizione del dolore e desiderio di pace
Ci sono esistenze che sembrano nate sotto un cielo inquieto, dove il vento non smette mai di soffiare. L’esistenza di Wanda Lombardi è una di queste: un cammino attraversato da solitudini antiche, da malattie che scavano silenzi, da giorni che si sgretolano come pietre consumate dal tempo. Eppure, proprio in questo paesaggio ferito, la poetessa ha trovato una sorgente segreta, un varco di luce che nessuna ombra è riuscita a spegnere: la poesia. I suoi versi non nascono per ornare il mondo, ma per salvarlo. Sono fili sottili che trattengono l’anima quando tutto sembra franare, sono il respiro che ritorna dopo una lunga apnea. Ogni parola è un passo compiuto sul bordo dell’abisso, un gesto di coraggio che trasforma la sofferenza in canto. Non c’è artificio, non c’è posa: c’è la verità nuda di chi ha guardato il dolore negli occhi e ha scelto di non distogliere lo sguardo.
Wanda osserva il mondo come si osserva una terra che non si riconosce più: un luogo che scivola alla deriva, lontano dai ritmi del cuore. Eppure, invece di tacere, affida alla poesia il compito di custodire ciò che resta vivo: la memoria, la dignità, la capacità di sentire ancora. Nei suoi versi, il dolore non è una prigione, ma una porta che si apre su un altrove più autentico.
Questa raccolta è un attraversamento. È il viaggio di una donna che ha imparato a trasformare le ferite in luce, a fare della fragilità una forza segreta. Chi legge non troverà soltanto il racconto di un destino difficile, ma la sua metamorfosi: il dolore che diventa parola, la parola che diventa catarsi, la catarsi che diventa rinascita.
Entrare nella poesia di Wanda Lombardi significa ascoltare un cuore che continua a battere nonostante tutto. Significa riconoscere, tra le sue immagini, un frammento del nostro stesso cammino, perché quando il dolore si fa poesia, non divide più: unisce. Queste pagine sono un invito. Un ponte sospeso tra ombra e luce. Sta a noi percorrerlo, lasciando che ogni verso ci accompagni, lieve e necessario, verso un luogo più vero. (…).
Michele Miano
Wanda Lombardi, Araba Fenice, prefazioni di Enzo Concardi, Raffaele Piazza, Michele Miano; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-74-5, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Wanda Lombardi è nata e vive a Morcone (Benevento), città dell’Alto Sannio. Laureata in Pedagogia, ha insegnato Materie Letterarie nelle scuole secondarie. Ha pubblicato varie raccolte di poesie: Sensazioni (2001), Nel silenzio (2002), Luce nella sera (2011), Oltre il tempo (2015), Voci dell’anima (2016), Gocce di rugiada (2017), Attimi lievi (2018), Il senso della vita (2019), Nel vento dell’esistere (2020, con traduzione in inglese), Volo nell’Arte (2021), Miti e realtà (2022), Opera Omnia (2023), Tempi inquieti e altre poesie (2024). Il suo iter poetico è stato seguito da vari critici, tra i quali Enzo Concardi, autore nel 2022 dello studio Analisi ragionata dei saggi critici riguardo Wanda Lombardi.
Cime Tempestose

Quando ho scritto La pietra in tasca, ho visto tutte le versioni cinematografiche di Cime tempestose. Per me quella di William Wyler del 1939, con Laurence Olivier e Merle Oberon, resta il capolavoro assoluto, che da bambina mi ha fatto accostare al mondo di Heathcliff e Cathy. Quella di Peter Konsminsky del 1992, con Ralph Fiennes e Juliet Binoche, è romantica e piacevole, quella di Andrea Arnold del 2011, con James Howson (un Heathcliff nero) e Kayia Scodelario, ha un suo brutale perché.
Ma questa, del 2026, di Emerald Fennell, con Jacob Elordi (per altro reduce da un’ottima interpretazione del mostro di Frankenstein) e con Margot Robbie è brutta. Non c’è altra parola, il film è brutto e sbagliato.
La Emerald ha tagliato mezzo romanzo, e vabbè passi, lo avevano fatto anche gli altri. Come se il polo Wuthering Heights /Thrushcross Grange, e l’intreccio Earnshaw/Linton fosse da liquidare perché inutile. Quando, invece, il riscatto emotivo della seconda generazione, la pacificazione dell’odio, l’inutilità della vendetta, della “pietra in tasca”, è un tema fondamentale. Vi parrà strano ma nel libro c’è un doppio lieto fine, dove Heathcliff si stanca della propria rivalsa e si ricongiunge a Cathy dopo la morte, e dove il figlio di Hindley, Hareton, e la figlia di Cathy, Catherine Linton, i due cugini, riparano il passato, mostrando cosa avrebbe potuto diventare Heathcliff se affiancato e non respinto da Cathy, se l’orgoglio ferito non avesse prevalso sul buon senso e sull’amore, se un po’ della luce dei Linton si fosse riversata sull’oscurità degli Earnshaw.
Questo, dicevamo, era comunque già successo con gli altri film. Ma la Fennel fa di più. Stravolge i personaggi. Fa di Mr Earnshaw, il padre amorevole di Cathy, l’orrido e violento maltrattatore che dovrebbe essere invece suo figlio Hindley, qui sparito dalla storia. Ma lo fa in modo superficiale, disegnando la figura di un ubriacone scialacquatore, non la pura malvagità di Hindley. Trasforma Nelly, la governante dura ma affezionata, in una asiatica e vendicativa dama di compagnia, trasforma Joseph, il servo burbero che opprime i ragazzi con i dogmi della bibbia e la paura dell’inferno, in un praticante sadomaso alla Cinquanta Sfumature di Grigio versione stalla, e gli fa fare sesso bondage, fra selle e finimenti, con una compiacente Zillah. Trasforma persino Isabella Linton, la sorella di Edgar, in una non ben definita “protetta” (chissà quale sia stato il motivo di questo cambiamento), dedita anche lei a pratiche sadomaso, capace di farsi tenere letteralmente a guinzaglio da Heathcliff sbavando per lui. Il tragico racconto dei suoi patimenti come moglie di Heathcliff diventa un gioco perverso di cui lei stessa è complice. Quasi a scagionare, (o esautorare in ottica femminista?) Heathcliff dalla malvagità innata che solo Cathy sa tenere a bada.
Cathy in questo film non muore di parto, muore di infezione dopo un aborto, muore salassata dalle sanguisughe. Non dà alla luce alcuna bambina, alcuna figlia di Edgar Linton capace di ereditarne la bontà e la compassione, capace in seguito di redimere Hareton. La Cathy della Fennell è disposta ad annullare il matrimonio con Edgar Linton, cosa che la Cathy della Brontë non ha mai nemmeno pensato.
Il film si apre sulla scena di dubbio gusto d’una impiccagione, che non c’entra nulla con la storia e che vorrebbe mostrare solo un po’ della cattiveria di Cathy. Ma Cathy, nell’immaginario attuale che trasforma persino vampiri e lupi mannari in amabili conversatori da salotto, chissà perché non può più essere ambivalente. Deve essere moderna, emancipata e piena di girl power. E così quel personaggio primordiale, tellurico, perverso, quel meraviglioso personaggio che mi ricordava sia la Rossella di Via col Vento sia la regina Nefertiti di I dieci comandamenti, si trasforma in una bambola bionda e pruriginosa.
Un film che inserisce scene di sesso senza darti il minimo brivido erotico. Un film che parla di sentimenti come fossero una patina elegante da spalmare sopra agli eventi e non, piuttosto, da sentire dentro, nelle viscere. Un film che non ti spreme una lacrima nemmeno nei momenti clou, quelli del “Nelly, I am Heathcliff” e del “Non posso vivere senza la mia anima”.
Un film imbevuto di un espressionismo tutto visivo, simbolico solo nell’intento, che a me ha comunicato fastidio e basta. L’iconica, fumosa, ventosa, Wuthering Heights, dove cani e persone si ringhiano contro l’un l’altro, diventa un blocco di mattoni Lego in stile ucronia fantascientifica. I vestiti sembrano usciti da un Bridgerton cui sia stata tolta l’ironia e la grazia per trasformarlo in neogotico kitsch. La Robbie si veste come Queen Charlotte in una delle sue peggiori caricature ma, almeno, la regina reggente è autoironica. A tratti la Robbie sembra Grimilde di Biancaneve o la Barbie sposa, forse in richiamo al suo film precedente di successo. Oppure si incappuccia di rosso come Little Red Riding Hood ma Elordi/Heathcliff non è il lupo cattivo, è meno espressivo e ha meno allure di uno dei fratelli Bridgerton.
Qui si è, volutamente come dicevo, dato spazio all’idea dell’emancipazione femminile. Dimenticando una cosa. Che nel libro della Brontë Cathy e Heathcliff sono in realtà la stessa persona. Sono l’eroe byronico satanico scisso in due. Sono il male e la passione che si attraggono perché divisi alla nascita. Sono la cattiveria e il freno che solo l’uno sa imporre all’altro.
La Fennell riduce ogni emozione, ogni commozione, ogni più profondo e oscuro moto dell’anima a una masturbazione definita “niente di grave “, a un fascio di notevoli muscoli intravisto di passaggio, al sangue di un maiale sgozzato, a qualche scena rovente solo negli intenti.
Manca tutto il resto. Manca l’incesto sottinteso, manca la dannazione eterna, manca l’odio, manca il sadomasochismo non sessuale ma emozionale, trattenuto a mala pena, ancestrale. Manca la necrofilia, lo scavo della tomba, la riesumazione del cadavere, la promessa di essere seppelliti accanto, ossa contro ossa in un amplesso senza fine.
Manca, soprattutto, quello che è il personaggio principale del romanzo: la brughiera. Non si sente l’amore sviscerato di Cathy per sue lande tormentate dal vento, è travisato il sogno del paradiso, che non è solo la perdita dell’amato ma piuttosto quella della libertà, del camminare col vento nei capelli e i piedi nella torba, come faceva Emilly Brontë stessa.
Tutto è esplicitato in questo film, come se lo spettatore fosse un demente al quale si deve far capire il sottinteso del romanzo inculcandoglielo a forza, colmando le lacune. Heathcliff fa una lezione a Isabella su chi è lui, perché la sposa, come la tratterà e come la farà sentire dopo il matrimonio, una sorta di “contratto” fra sottomessa e dominante che ricorda quello di Fifty Shades o Gray. Ridicolo per la povera Isabella e umiliante per lo spettatore che non dovrà fare nemmeno la fatica di scoprire da sé quello che accadrà perché non lo vedrà accadere ma se lo sentirà raccontare.
Dopo la scena in cui Elordi stringe fra le braccia il cadavere della Robbie, c’è una dissolvenza e tutti ci aspettiamo un seguito, un ritorno sovrannaturale di lei, una pazzia di lui, un tormento fino alla morte. Nulla. Lei è morta e loro due non faranno più sesso in carrozza o dietro i muri, questa è l’unica conclusione che possiamo trarre.
Dov’è Catherine che annusa il vento e sogna di essere nel suo letto a Wuthering Heights? Dov’è Heathcliff che cerca il profumo di erica nei capelli di Isabella senza trovarlo? Dov’è l’atmosfera “haunted e ghosted” del romanzo? Dove sono la neve, la bufera, la mano che picchia sulla finestra, la voce spettrale, la rupe di Penistone?
Per favore, ridateci la voce nella tempesta.
Marina Enrichi, "Eros e logos"
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Eros e Logos
Marina Enrichi
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Marina Enrichi Cariolaro – veneziana di nascita e padovana di adozione, come recita la sua biografia in calce a questa raccolta poetica – ha alternato la professione di medico specialista in Ostetricia e Ginecologia e di docente di Psicoprofilassi Ostetrica e Vita prenatale presso l’Università di Padova, all’attività letteraria nella quale ha esordito con l’antologia Omaggio a Padova Urbs Picta, da lei ideata. È seguita una propria silloge dal titolo Meravigliosa donna all’interno del volume 18 dei Quaderni di poesia e studi letterari - Alcyone 2000, pubblicato dalla Casa Editrice Guido Miano. Si presenta ora al pubblico dei lettori con una terza prova più impegnativa passando dal contesto di una rivista letteraria ad un testo mono autoriale, il che implica l’esporsi in prima persona anche ad un confronto con la critica più diretto.
Non sorprende più di tanto il fatto di una bipolarità vocazionale – medicina e poesia – dal momento che, nel panorama letterario contemporaneo, non pochi sono gli autori che, dopo un approccio scientifico e razionale conferito in prima istanza allo studio e alla comprensione dei fenomeni del reale, hanno sentito il bisogno di integrare le loro conoscenze concedendo spazio alla cultura umanistica e alle emozioni interiori, più ricche umanamente rispetto alla logica e alla materia. Potrebbe essere anche il caso della nostra autrice, come forse si può dedurre dai suoi motivi d’ispirazione, che vedremo nel corso della disamina critica.
Nel presentare le liriche qui pubblicate non si può certo prescindere dal saggio-studio che Gabriella Veschi ha scritto su di lei nel 2025: Spiritualità e passionalità nella poesia di Marina Enrichi Cariolaro, a confronto con Salvatore Quasimodo e Roberto Pazzi (in Alcyone 2000, volume 19, op. cit.). Si tratta di un lavoro di letteratura comparata che appare anche qui, in appendice, ed è consigliabile assimilarlo con attenzione. Nell’economia illustrativa della poetica di Marina Enrichi, ne faccio riferimento poiché mi paiono estremamente azzeccate le due tematiche che la Veschi individua: sono il cuore della scrittura della poetessa, i motivi ispiratori fondamentali, gli alvei contenutistici maggiormente sviluppati - sia in estensione che in profondità - anche nella presente raccolta, ed è seguendo questa direttrice che iniziamo a dipanare i significati e il messaggio del libro.
A guisa di incipit citerei un lacerto della Veschi che recita: «L’amore terreno si trasfigura in una forza che purifica e nobilita l’anima elevandola verso Dio, come accadeva nella poetica stilnovista duecentesca». Sono forse le parole più appropriate per coniugare la coesistenza nell’autrice delle due polarità non dicotomiche ma complementari, identificabili nella “spiritualità” e nella “passionalità” della Veschi. Ed appropriato è anche il riferimento al Dolce stil novo, se pensiamo alla Vita Nova dantesca (1294) e alla figura di Beatrice proiettata nella Commedia, nella quale ella appare nella cantica del Purgatorio (Canto XXX, vv.31-33) con questi versi: «sovra candido vel cinta d’uliva/ donna m’apparve, sotto verde manto/ vestita di color di fiamma viva».
Nella poesia della Enrichi le parti s’invertono (segno dei tempi…): è la donna a sciogliere il canto d’amore per l’amato ma - anche se è Dante ad elevare Beatrice a donna angelicata, guida verso Dio e fonte per lui di forti turbamenti - è sempre la forza intrinseca dell’eterno femminino a dominare la scena e ad imprimere all’amore correnti ascensionali: «E sentirai commuoversi una lacrima/ e un canto come miele/ ti scioglierà nel cuore/ quando lo sguardo innamorato/ raggiungerà i tuoi occhi.// Il sangue inizierà un vortice di danza/ e il respiro nel petto più veloce/ sarà un tumulto/… // Ti sembrerà che/ il mondo intero ti travolga/ e che tutti conoscano il segreto/ che volevi celare.// Ma è l’amore, tesoro./ Prorompe/ senza veli» (E sentirai commuoversi una lacrima). Questa lirica dell’autrice richiama senza dubbio quella di Guido Guinizelli, l’iniziatore del movimento letterario stilnovista, dal titolo: Al cor gentil rempaira sempre amore.
Per lei dunque l’amore possiede una grande forza trasformatrice, capace di sublimazioni e metamorfosi: seguiamo l’analisi testuale per scoprirlo più da vicino. Incontriamo poesie ardenti di passione, con immagini metaforiche e sinestetiche, dove l’amore è tutto terreno e la “fusione” tra gli amanti inizia proprio dagli strati epidermici per significare un possesso radicale l’uno dell’altra. Una di tali creazioni è riconoscibile fin dal titolo perché mantiene le promesse che esso contiene, ovvero Bruciami il respiro: «Bruciami il respiro/ dammi fuoco/ sarò torcia accesa.// Ti ustionerò la pelle nell’abbraccio/ e poi spegnimi/ in un fiume che scorre/ dal delta della foce.// Sarò il tuo unguento/ preparerò le tracce/ ardenti e vive della passione».
Altre scandiscono le diverse fasi del desiderio in un calando di toni ma non di contenuti, per cui posseggono l’alternanza tipica delle musicalità romantiche, le quali si avvalgono sia dello Sturm und Drang (Impeto e Assalto) sentimentale che delle dolcezze dei chiari di luna o delle idilliache rappresentazioni della natura, come Vibrami: «Vibrami/ come corde di liuto/ tra le braccia raccolto.// Cullami/ caldo è il timbro di voce/ quando sciogli il tuo canto.// Ristorami/ in un’oasi felice/ dove in un tempo sospeso/ ci raggiunge/ e la pace». Da notare come nei verbi utilizzati per le richieste amorose esternate all’amato la poetessa ha l’accortezza di scendere dal forte all’adagio: “vibrami, ristorami, cullami”.
In entrambe le liriche, ed anche in altre, riscontriamo un’altra peculiarità lessicale, ossia verbi la cui particella pronominale mi fa riflettere su chi riceve l’azione gli effetti della stessa, invece che sul soggetto: ciò rende ancor più efficace la rappresentazione fonetica e la forza dinamica (brucia-mi; vibra-mi…). Ma sarebbe troppo schematico e scolastico classificare le poesie d’amore della Enrichi come appartenenti ad una tipologia piuttosto che ad un’altra: infatti nella maggior parte di esse vi è un unico sentimento che si esprime in relazione agli stati d’animo, ai desideri contingenti, ai bisogni profondi coinvolgenti anima e corpo. Ad esempio nella tetralogia costituita da quattro liriche similari, come lo sono Guardami, Sfiorami, Spegnimi come fuoco che arde, Baciami sulle palpebre, si ripete la stessa scelta basata sull’impostazione riflessiva del verbo, evidente e palese già dalla titolazione conferita non casualmente alle singole composizioni.
Inoltre esse testimoniano la libertà da schemi precostituiti della poetessa, libertà che consiste nel trasformare ogni poesia in un caleidoscopio di emozioni, desideri, immagini, metafore, tonalità di ogni genere, rappresentazioni dell’autenticità di ciò che il cuore sente, prova, immagina. Ed infatti è qui che si realizza il mosaico sentimentale della Enrichi: vi sono «occhi d’amore», «carezze», «sorrisi» e un «fievole canto»; richieste urgenti come «Sfiorami/ toccami/ accarezzami/… Sussurrami/ parlami/ cantami/… il profumo di te mi conquista/ mi sconvolge e mi placa…» (un crescendo di sfumature che si concludono con un contrasto di forte/piano); le tradizionali parole d’amore che tutti vorrebbero sentirsi dire: «…Sussurrami/ le parole dolcissime/ di passione infuocate/ e alla fine di tutto/ dimmi solo ti amo»; e vi è un profondo bisogno d’essere amata come una donna richiede: «… Conquistami/ di dolcezza e sorrisi/ e miracoli./… Fammi un dono,/ un sussurro di musica./ È di un tenero amore/ che ho bisogno stasera». Passione e tenerezza dunque appartengono entrambe ai vissuti amorosi della poetessa ma, in ultima analisi, la ricerca sembra concludersi in un crepuscolare cantuccio intimo: «… Ma troverò il mio giaciglio di piuma/ come uno scricciolo dentro il suo nido/ dove sentire il tuo alito caldo/ e abbandonarmi alla quiete del sogno» (Non ci sarà un’altra sorgente).
Lo stesso ardore che caratterizza buona parte della poesia amorosa, lo ritroviamo nelle espressioni della poesia religiosa: a partire dalla composizione Avevamo vent’anni, nella quale l’episodio biblico dell’Antico Testamento (Esodo 3) dell’apparizione di Dio a Mosè sul Monte Oreb, sotto forma di un rovo in fiamme, conclude la prima strofa: «Avevamo vent’anni/ ed il sole imbiondiva i capelli/ ed il cuore incendiato bruciava/ senza mai consumarsi/ come un roveto ardente/ abitato dal Dio…». La spiritualità della poetessa si avvale spesso di riferimenti alla Storia Sacra e questa è una cifra importante della sua ispirazione, tant’è che ne segnaliamo alcuni altri. Genesi, il primo libro della Torah e della Bibbia cristiana, appare in apertura della lirica Genesi e la luce esondò, dove si esalta l’opera creatrice di Dio, che ora sembra offuscata dalle tenebre portate dalle negazioni umane, ma che in prospettiva escatologica saranno dissipate da una nuova Alleanza col Divino: «…E poi Arcobaleni d’ali d’Angeli e Arcangeli/ narreranno l’accordo/ tra le note dell’uomo e il sorriso di Dio».
È il Salmo 16 - utilizzato dalla Chiesa Cattolica nella liturgia delle ore - che, su esplicita dichiarazione della poetessa, guida i versi della Scala a chiocciola, creazione in cui si evoca ancora il ‘soffio di Dio’ (‘Ruach Elohim’ nella mistica ebraica), il vero ideatore dell’universo a conferire una forma ordinata al mondo. Attribuito a Davide, è nei versetti 5-6 del Salmo («Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita./ Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità») che troviamo l’aggancio concettuale effettuato dall’autrice, con queste due terzine: «…Sono erede e bevanda,/ mi disseto e mi verso/ come calice e dono// a chi affianca i miei passi/ faticosi e migranti/ sulla Terra dei Santi». Più articolata e complessa si presenta la riflessione di fede in Speranza è l’eterna visitazione: qui la centralità tematica è rappresentata dalla consapevolezza che la vera speranza di salvezza per l’uomo risiede in quel bimbo nato nel grembo di «Virgo la giovane» di cui narra l’Evangelista. Ora con i riferimenti biblici siamo passati al Nuovo Testamento, con la divaricazione fra Ebraismo e Cristianesimo.
E nello scenario cristologico restiamo anche con Sei tu, Donna, consacrata creatura: un’apologia del ruolo della Madonna - meravigliosa creatura - nella Storia Sacra, per aver accettato il suo destino di Madre di Dio. Ed è forse per questo che la Enrichi, nel celebrare le bellezze artistiche della Cappella degli Scrovegni a Padova grazie alla maestria di Giotto, auspica che riacquisti il suo antico nome: Santa Maria della Carità (titolo della poesia dedicata).
Se, come abbiamo visto, Eros e Logos sono predominanti in quest’opera poetica, non possiamo esimerci d’accennare ad altri brevi spunti di diversa natura che vi appaiono, come taluni frammenti esistenziali attinenti alla dimensione temporale e memoriale (attese, vigilie, speranze, segreti dell’anima) o al desiderio di future trasformazioni interiori e sociali. Ed ancora soffermarci su squarci di vita quotidiana visitanti bancarelle, edicole di giornali, poggioli domestici di sapore naif oppure immergerci nell’atmosfera romantica di un notturno lunare: «…Ciao luna birbante/ seduci/ col battito delle tue ciglia/ i sogni di treni arenati/ che attendono forse il disarmo/ su morti binari» (Splendida luna sdraiata).
Enzo Concardi
Marina Enrichi, Eros e Logos, pref. Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 84, isbn 979-12-81351-82-0, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Marina Enrichi Cariolaro, veneziana di nascita e padovana di adozione, è dottore in Medicina, specialista in Ostetricia e Ginecologia, già docente di Psicoprofilassi Ostetrica e Vita Prenatale all’Università di Padova. Poeta, è responsabile del Gruppo Vecia Padova Poesia e Presidente dell’Ucai di Padova, cantore e segretario del Coro San Prosdocimo della Cattedrale di Padova.
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Anna Scarpetta, "Chiaroscuri"
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Chiaroscuri
Anna Scarpetta
Guido Miano Editore, Milano 2026.
Capitolo 1 - Nei labirinti dell’amore
L’amore, colto nelle sue poliedriche sfaccettature, è posto al centro della produzione di Anna Scarpetta, scrittrice versatile e pluripremiata e si configura come una presenza focale con cui esplorare il variopinto ventaglio delle emozioni. Le liriche prese in esame nel primo capitolo del libro mostrano un evidente dualismo tra luce ed ombra, tra vitalismo e orrore e la raccolta spazia tra diverse dimensioni: se nei testi iniziali prevalgono immagini legate all’amore rigenerante, in altri si sondano con audace lirismo i lati più oscuri e labirintici delle passioni.
La poesia incipitaria consente al lettore di abbeverarsi alla fonte dell’armonia: «Nel cuore di un amore/ così romantico/ abbiamo chiuso il cerchio/ di noi due, danzando insieme/musiche sublimi di note/di autori grandi.// E, la nostra storia,/ ora ci appartiene/ come pioggia benedetta,/ che dal cielo scende rumorosa/ a bagnare la terra e i suoi dintorni.// Viene giù la pioggia, così fitta,/ con una lunga nenia tintinnante,/ nel grigiore d’un cielo terso,/ colmo di velata nostalgia.// E, bagna la terra, ogni cosa/ ovunque…» (Nel cuore di un amore). La musicalità, resa efficace dalla rima al mezzo del primo verso e dal rincorrersi delle assonanze, evoca la dolcezza del sentimento amoroso, proiettando un sinestetico valzer di percezioni, a sottolineare la sacralità di un legame indissolubile. (…).
Gabriella Veschi
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Capitolo 2 - Le problematiche esistenziali
È decisamente cupo il quadro d’assieme che sottende il componimento iniziale del secondo capitolo del libro. I versi di misura lunga scandiscono una visione nichilisticamente sconfortata, pervasa da zone allarmanti di “oscurità” e dal triste avvertimento dell’assenza di vera comunicazione fra le persone e fra i gruppi sociali, dato che l’umanità sembra come soffocata dalla coltre opprimente dell’indifferenza: «Il velo del nulla è sceso lentamente, sul mondo./ Un velo disteso, dalle lunghe mani d’ombre/ dall’indifferenza globale, a coprire ogni cosa,/ valori, cammini e sentieri senza fine.// È calato, pian piano, silente, il velo del nulla/ disteso a manto, su tutto il globo della terra.// È calata una notte infame, senza stelle né sogni,/ senza luci, né albe d’avorio (…) Si dice sia colpa della crisi, eppure il velo del nulla/fa, intanto, da padrone sull’umanità che soffre…» (Il velo del nulla è sceso sul mondo, corsivi miei, come sempre in seguito).
Tale amara concezione della realtà storico-umana è rafforzata nella sua negatività dalla dolorosa consapevolezza del progressivo venir meno dei fondamentali valori etico-ideali capaci di ispirare i comportamenti collettivi («L’umanità sembra aver perduto/ quel punto chiaro, luce, così prezioso,/ che orientava ogni cosa e sentiero…», I gradini dei valori umani), con il conseguente “vuoto” esistenziale che sembra a poco a poco paralizzare l’animo di ognuno, in un percorso alienato modellato sul ritmo veloce, ma inautentico della tecnologia web: «Si sono deteriorati, giorno dopo giorno,/ i gradini di marmo dei valori umani/ in questo mondo che va, così stanco.// Va lentamente coi suoi lenti giri,/con l’usura del tempo che ruota/ instancabile, con l’alba e la notte.// Non è colpa del sistema web digitale,/ che va forte, con una sua viva energia,/ quando corre veloce…» (ibid.) (…).
Floriano Romboli
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Capitolo 3 - Nei dintorni dell’anima e della coscienza
Solitamente s’intende definire l’anima come la parte spirituale dell’individuo, distinta dal corpo fisico, caratterizzata dalla dimensione dell’eternità e spesso essenza di tipo religioso che sopravvive alla materia. E la coscienza come quella facoltà mentale consapevole di sé e della realtà, che è radicata nel presente e che contiene diverse istanze etiche. Sono due elementi dell’esistenza umana che, tuttavia, pur essendo differenti, sono presenti contemporaneamente in essa, tant’è vero che la coscienza può essere vista anche come una manifestazione dell’anima, quando è vigile, attiva, creatrice di esperienze. In definitiva non v’è anima senza coscienza e viceversa.
È ciò che succede nella visione di Anna Scarpetta, ed è per tale motivo che ho intitolato questo capitolo, che tratta una delle tematiche della sua poetica: “Nei dintorni dell’anima e della coscienza”, binomio per lei inscindibile. Occorre qui anche aggiungere un altro tassello importante della sua concezione, ovvero l’origine trascendente, verticale, divina – quindi non solo ontologica e laica – dell’anima e della coscienza, che sono tali in quanto si specchiano e fanno riferimento – è palese nei suoi testi – alla religione rivelata.
Nelle liriche pubblicate scopriamo un canto rivolto ai diversi volti dell’anima della poetessa di Pozzuoli: volti che sono altrettanti atteggiamenti, stati, condizioni in cui vive le sue epifanie cicliche – si potrebbe dire stagionali – la realtà spirituale, autobiografica ed esistenziale del cammino e dell’avventura umana dipanantesi da un’intensa vita interiore, nonché da un’acuta coscienza del dolore cosmico ed universale. La titolazione delle poesie – che riporta numerose volte il termine anima – ci guida nell’analisi critica dei contenuti, qui maggiormente privilegiati rispetto allo stile e al linguaggio, i quali si avvalgono di un andamento prosastico, nonostante la sussistenza delle strofe (prevalentemente distici, terzine e quartine).
Il messaggio finale che ci lascia Anna Scarpetta richiama la necessità già rilevata dal filosofo francese Henri Bergson, vissuto a cavallo fra Ottocento e Novecento, ovvero il bisogno per l’uomo moderno di un “supplemento d’anima” e di uno “slancio vitale” (“èlan vital”) di fronte ad un sviluppo tecnologico e materiale abnorme rispetto al mancato sviluppo spirituale di un’anima rimasta rattrappita. Infatti reiterato è in lei questo esiziale motivo d’ispirazione: Il risveglio delle coscienze (titolo di un suo componimento) può essere attivato anche con il contributo della poesia; la Musa le ha rapito l’anima, iniziando un viaggio meraviglioso (Negli occhi della poesia), poiché l’arte richiede anime vibranti (Poesia); la società soffre per la mancanza di padri, tema a cui dedica la lirica A tutti quei papà assenti. (…)
Enzo Concardi
Anna Scarpetta, Chiaroscuri, prefazioni di Enzo Concardi, Floriano Romboli, Gabriella Veschi; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-72-1, mianoposta@gmail.com.
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L’AUTRICE
Anna Scarpetta è nata a Pozzuoli (Napoli) il 2 gennaio 1948. Ha lavorato presso la Direzione Rete Ferroviaria Italia a Milano; attualmente è in pensione e vive a Novara. Si è sempre dedicata alla poesia, alla narrativa e alla saggistica. È stata membro di giuria a Napoli nei concorsi letterari in lingua e in vernacolo, e in tante città italiane. A Milano si è dedicata al Teatro Sperimentale, in qualità di Aiuto Regia, con la compagnia teatrale di Ciro Menale, regista, con una trama molto suggestiva dal titolo: “Una barchetta di carta”, rappresentata al Teatro Litta di Milano a dicembre del 1992, un lavoro liberamente tratto da un testo di Fernando Pessoa. Ha pubblicato varie raccolte poetiche e ha conseguito numerosi riconoscimenti e prestigiosi premi in molti concorsi letterari in diverse città italiane.
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