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Maurizio Zanon, "Poesie nascoste e poi ritrovate"

13 Maggio 2026 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Poesie nascoste e poi ritrovate

Maurizio Zanon

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Le Poesie nascoste e poi ritrovate - ultima fatica letteraria della lunga e feconda testimonianza lirica di Maurizio Zanon - non guidano, già dal titolo, all’intuizione di una tematica, per il semplice motivo che anche le singole poesie sono state decapitate della titolazione, sostituita da asterischi. Per venire in soccorso al lettore tradizionale, abituato a riconoscere le composizioni dalla loro identità denominativa, propongo l’utilizzo di tre sostantivi che possono racchiudere, al loro interno, una chiave interpretativa di questa raccolta poetica. Essi sono: ventaglio, caleidoscopio, mosaico. Mi spiego meglio: la realtà odierna, che è quella di un mondo in profonda trasformazione - e Zanon ne è perfettamente consapevole - può essere paragonata alla natura intrinseca richiamata da essi, ovvero dalla rappresentazione dinamica di un mondo frammentato, spazialmente aperto, liquido, in continua evoluzione, non sempre progressiva e, soprattutto, privo di punti stabili di riferimento.

Il poeta, facendosi cantore delle contraddizioni umane, diviene il portavoce talvolta del cosiddetto male di vivere, talaltra delle armonie della natura e dell’anima, e ancora dei motivi che sono suggeriti da realtà identificate dai nomi dell’ingiustizia, o della speranza, della malinconia, della guerra e della morte, della memoria, della funzione poetica. Si aprono così in lui ventagli tematici che costituiscono parte della struttura letteraria del libro, la quale a fisarmonica si apre e si chiude senza un ordine logico, ma con gli stimoli che giungono dalla sua interiorità e dall’osservazione del mondo esterno. Le lenti utilizzate dal poeta per scrutare il dissolvimento spirituale e morale dell’essere contemporaneo, storico e dell’esser-ci, secondo il linguaggio di Heidegger, si compongono e ricompongono come i cristalli di un caleidoscopio dalle colorazioni mutanti e dalle forme labili. E, in terza istanza, il mosaico che ne esce tenta di fissare sulla pagina poetica tutte le aspirazioni, i sogni, i bisogni della dimensione psicologica che albergano nell’io collettivo e personale di un’umanità dispersa in ricerca di nuovi volti per sopravvivere, dare un senso all’esistenza che ci è stata data quaggiù.

Si comprenderà meglio il discorso-messaggio di Zanon, visitandolo più da vicino. C’è un gruppo di liriche, la maggior parte collocate all’inizio della raccolta, ma anche sparse qua e là in tutto il testo, che sono un inno alle bellezze naturalistiche, contemplate con occhi poetici e rese liricamente con immagini soffuse e soavi: sembrano degli haiku dilatati (non hanno la forma tradizionale giapponese, composta da soli tre versi per un totale di 17 sillabe dallo schema 5-7-5) poiché sono comunque essenziali e come contenuto si avvalgono dell’amore verso la Natura. È sufficiente citare una di tali creazioni per accorgersi di una similitudine sostanziale: «I fiori donano il cuore/ alle variopinte farfalle/ e intonano/ una sinfonia di colori./ Nell’aria s’alzano delicati/ i profumi d’un’insolita primavera».

Il microcosmo qui dipinto si ritrova nelle altre liriche con altri soggetti ed altre immagini: v’è il merlo che saltella nel bosco e si cela fra le fronde degli alberi; v’è la luce del tramonto che rosea se ne va verso l’orizzonte; vi sono acque silenziose che si posano nei mattini dorati; sulla battigia s’infrange la salsedine marina… tali attimi di natura semplice, vergine, innocente sono il preludio - nel canto del poeta - al grido di denuncia contro l’assassinio, perpetrato da mano umana, del Creato; grido di dolore che prorompe più avanti con forza: «Cicale diurne al sole/ grilli notturni sotto la luna/ intonano un canto/ di sincera disperazione./ Non temono la fine della loro esistenza/ ma un clima assassino che muta.// L’uomo intanto si tiene in disparte/ ignorando d’essere il problema». Il messaggio ambientalista ed ecologico è uno dei più sentiti ed accorati di tutta la poetica zanoniana.

Natura e anima in lui convivono e sono due realtà che dovrebbero crescere con un’intesa perfetta. In un mio verso ispiratomi dalla contemplazione di un betulleto riposante sul fianco della montagna, così esprimo la suggestione apparsa davanti ai miei occhi: «L’anima mia è come corteccia di bianche betulle». Proprio in tale simbiosi naturalistica e spirituale penso avvenga lo sposalizio atteso dal poeta: purtroppo i tempi in cui viviamo sono lontani dal favorire l’unione, e ciò è motivo di sofferenza per vittime e carnefici della suddetta relazione. Ecco allora che compaiono incrinature ed ostacoli al progetto dell’armonia: «Fluttuano assetati i sogni/ occupano gli spazi del desiderio/ s’arrestano a ogni contrarietà dell’anima/ fino a sciogliersi in placidi silenzi». Ma, altrove, miracolosamente l’ahimsa si realizza: «Ho vissuto il mare/ nei suoi moti d’onde/ nei suoi silenzi salati.// E le volte che chiamò/ con insistenza l’anima mia/ risposi sempre di sì».

Oggi il male di vivere assume volti diversi in contesti di causa-effetto, i cui esiti finali sono sempre negativi per la vita umana, l’equilibrio interiore, la dimensione sociale. Il poeta mette il dito nella piaga e, il suo innato senso di giustizia, lo porta ad abbracciare una poesia di denuncia che altro non è se non l’etica dell’impegno civile e l’amore per il prossimo. «Dovremmo celebrare/ il dono della vita/ invece siamo qui a osservare in tivù/ bambini denutriti morenti/ distrutti da una barbarie infinita». Questi versi e altri simili sono paradigmatici degli abissi ancor oggi esistenti fra I dannati della Terra (Franz Fanon) e le ricche, opulente società occidentali. Ed appaiono nuove alienazioni, individui schiavi delle moderne tecnologie, sudditi di intelligenze artificiali, esistenze in preda al tarlo del nichilismo, uomini che abdicano dalla ragione per disegni di morte. Una forte e sentita poetica del dolore qui trova il suo compimento.

Talora il canto del poeta assume toni esistenziali crepuscolari, specchiandosi nel proprio io mediante un ossimoro, ovvero triste e vivace allo stesso tempo: «La malinconia/ l’ho incrociata la prima volta per via/ e da allora non è più andata via:/ io e lei una quieta accesa sinfonia». Gli stati d’animo sono altalenanti toccando picchi di ottimismo e ipogei di pessimismo: quest’ultimi sono rappresentati da due simbolici versi («… Aspirazioni e speranze s’infrangono:/ affondano in oceani di vuoti profondi»), mentre i primi sono lacerti che affiorano dalla scrittura e sono invocazioni per continuare a vivere sotto l’egida delle luce, nel tempo lieto che lenisce la vecchiaia, confidando nel domani nel quale coniugare costantemente verbi importanti come creare, sognare, amare, vivere, scrivere, sentire. Non manca «…un fragore di pensieri/ uno schiumare di ricordi…» in taluni momenti dedicati alle suggestioni memoriali.

Ogni tanto sorprendiamo il poeta nel parlare con le cose, a dare del tu all’estate, alla notte, alla luna. «Dimmi che ritornerai/ mia calda dolce estate…» chiede in tono confidenziale alla stagione della luce solare, suscitando magari i ricordi letterari de La bella estate di Pavese, che hanno accompagnato gli anni della nostra crescita; rimembranze leopardiane si possono rintracciare altrove, quando egli ricorda «le sere che solo/ parlavo alla luna…», ma non ci è dato sapere quali fossero gli interrogativi a lei posti; ancora da altri versi emerge il ruolo prezioso svolto dalla notte nell’accompagnarlo nel faticoso ma essenziale cammino della poesia, e qui sarà meglio citarli per carpire nel profondo il suo pensiero: «Notte, guardami:/ dimmi, come stai?/ Quante volte/ ti ho abbracciato/ in silenzio, lo sai/ mentre sostenevi/ la mia creatività/ il mio essere/ così da non indurmi/ a parole insensate!/ Ti ho amato, oh notte/ hai dato un senso/ alla mia vita/ alla mia scrittura/ senza farmi sentire/ un uomo inutile!». Accorate parole di ringraziamento per un’ancora di salvezza vitale, che si sintetizzano in un alter ego: «Ho scritto/ quasi sempre di notte./ E la notte/ ha scritto di me».

Mi piace concludere questa prefazione continuando a seguire il poeta nelle sue comunicazioni riguardo la poesia, arte posta in cima ai suoi valori, insostituibile compagna di vita, passione e ragione del suo essere. Sono lampi d’amore poco corrisposti dai contemporanei, ma inattaccabili nella sua anima: «Nel mondo che corre/ la poesia va adagio:/ si ferma, scruta, ascolta./ E raramente viene colta». Oppure: «I poeti/ ci inducono a pensare./ Per questo motivo/ sono poco di moda». Dichiara che nella vita non ha fatto altro che scrivere, non sapendo fare altro ed ora è ancor più, se non totalmente, rapito dalla poesia, non esistendo al di fuori di essa nulla a cui valga la pena dedicare il proprio tempo.

Scrivi, Maurizio… scrivi!

 

Enzo Concardi

 

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L’AUTORE

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia dove attualmente vive;  laureato in Lettere Moderne all’Università di Ca’ Foscari, ha insegnato nella scuola media e successivamente a Padova nella Formazione Professionale. È autore di molte raccolte di liriche; la sua attività letteraria ha avuto inizio a venticinque anni nel 1979 con la pubblicazione del libro Prime poesie. L’iter poetico di Zanon è stato seguito da vari critici, tra i quali: Mario Stefani, Flavio Andreoli ed Enzo Concardi.

 

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Maurizio Zanon, Poesie nascoste e poi ritrovate, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 60, isbn 978-88-31497-90-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Il Nuovo Verismo Italiano

30 Aprile 2026 , Scritto da Patrizia Poli

 

 

 

 

L’autore neoverista italiano Giulio de Nicolais d’Afflitto ha ricevuto il 21 aprile 2026, il Premio Roma Città Eterna dalla Fondazione Area Cultura, proprio il giorno del Natale della città di Roma, per il suo percorso di autore di testi teatrali e cinematografici, realizzati insieme all’instancabile regista neoverista Donatella Cotesta. Sarà presto in teatro a Valencia in Spagna e a New York con Una certa storia romana e Quello che non dicono di me – Anna Magnani, due storie che raccontano l’Italia e gli italiani. Con questi due spettacoli si suggella in Europa e nel Nuovo Mondo la nuova corrente definita “Il Nuovo Verismo Italiano”. Donatella Cotesta e Giulio de Nicolais d’Afflitto, autore e filosofo, hanno infatti codificato il Nuovo Verismo Italiano non come una semplice etichetta stilistica, ma come un approccio che mira a far sì che la verità riesca a farsi scena. Il loro lavoro si è sviluppato attorno all’idea di un superamento della finzione, proponendo un ritorno alla realtà che non sia mera imitazione ma un’indagine profonda del vissuto, capace di trasformarsi in linguaggio teatrale e artistico. In questo quadro le figure di Donatella Cotesta e di Giulio de Nicolais d’Afflitto assumono anche il ruolo di critico e teorico, impegnati a strutturare le basi concettuali di questo nuovo corso e a distinguerlo dal verismo storico ottocentesco, attraverso una dimensione più introspettiva e contemporanea.

 

Sebbene il Nuovo Verismo si concentri sulla verità scenica, l’interesse di Cotesta per la Massoneria si inserisce in un filone di studi dedicato alle radici del pensiero laico e illuminista in Italia. In questo contesto sono state promosse e sostenute iniziative e convegni volti a rileggere la storia italiana anche attraverso il prisma delle società iniziatiche, analizzando come tali percorsi abbiano influenzato la cultura e l’impegno civile di molti intellettuali. In questa prospettiva emerge anche un parallelo teorico tra il percorso verso la verità che caratterizza il Nuovo Verismo e il cammino iniziatico massonico: in entrambi i casi la conoscenza non è qualcosa di dato una volta per tutte, ma un traguardo che deve essere conquistato attraverso un metodo rigoroso, artistico da un lato e filosofico dall’altro. 

 

NOTE BIOGRAFICHE: Giulio de Nicolais d’Afflitto (Roma, 1960) è un intellettuale, artista, giornalista e regista teatrale italiano, discendente della storica casata nobiliare d’Afflitto. È riconosciuto come uno dei principali teorici e promotori del Nuovo Verismo Teatrale Italiano, corrente da lui codificata insieme alla regista Donatella Cotesta, con l’obiettivo di superare la finzione scenica tradizionale attraverso un’indagine profonda della realtà e dell’esperienza vissuta.

Avviata nel 2001, la sua carriera giornalistica si affianca a un’intensa attività drammaturgica, che include opere spesso scritte in vernacolo romano, come Al solito Posto, Una certa storia romana, Ciak...il raggiro con protagonista Demetra Hampton, Fatti e Rifatti ed Effetti collaterali. Il suo lavoro si distingue per una forte tensione etica e per la ricerca di autenticità espressiva. Nel 2026 è stato insignito del Premio Roma Città Eterna per il suo impegno come autore e filosofo neoverista.

La sua visione filosofica unisce l’eredità storica familiare a una ricerca spirituale e laica: per de Nicolais d’Afflitto la verità artistica non costituisce un punto di partenza, ma una meta da conquistare attraverso un percorso rigoroso, assimilabile a un processo filosofico o iniziatico.

Il Nuovo Verismo Italiano
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Lexikon dell'Arte Italiana Contemporanea

22 Aprile 2026 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #arte

 

 

 

 

 

Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

In questo volume gli artisti trattati sono:  Margherita Casadei, Tommaso Cevese, Roberta Fava, Michele Frenna, Giancarlo Gioachino Giandinoto, Giuseppe Guidolin, Sebastiano Iervolino, Paola Marchi, Franca Maschio, Lidia Mongiusti, Filippo Pirro, Fabio Recchia, Marco Righi, Mary Tessarolo, Paola Zannoni.

 

 

Quando nel 1977 mio padre, Guido Miano, pubblicò il primo Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, l’intento era chiaro e ambizioso: offrire un repertorio critico capace di documentare, con rigore e apertura, la complessità delle ricerche artistiche in corso nel nostro Paese. Quel volume, oggi considerato un tassello fondamentale nella storia editoriale dell’arte italiana, raccoglieva le opere e i profili di artisti che avrebbero segnato in modo significativo il panorama nazionale e internazionale. Tra essi figuravano pittori e scultori quali Enos Malagutti, Cristoforo De Amicis, Giacomo Manzù, Ibrahim Kodra, Giovanni Conservo, Alessandro Nastasio, Alfredo Mazzotta: personalità che, pur diverse per linguaggio e formazione, contribuivano a delineare un quadro ricco, dinamico e profondamente radicato nella cultura visiva del secondo Novecento. 

Riprendere oggi quel progetto significa riaffermare una continuità editoriale che non è semplice riproposizione, ma rinnovamento consapevole. Il Lexikon dell’Arte Italiana torna infatti come strumento di consultazione e come testimonianza viva, capace di accogliere le trasformazioni del presente senza perdere il legame con la propria storia. In questo senso, la presenza in questo primo volume del 2026 di Franca Maschio - già inclusa, giovanissima, nell’edizione del 1977 - assume un valore emblematico: una sorta di continuità meta-temporale che unisce generazioni, linguaggi e sensibilità, e che testimonia la capacità dell’arte di attraversare le epoche mantenendo intatta la propria forza espressiva.  Nella tradizione culturale italiana, i repertori d’arte hanno svolto un ruolo decisivo. Dai dizionari biografici rinascimentali alle grandi enciclopedie del Novecento, essi hanno rappresentato strumenti di conoscenza, di legittimazione e di trasmissione. Hanno permesso di fissare nel tempo la memoria delle opere e dei loro autori, di offrire agli studiosi un quadro organico delle ricerche in atto, di costruire un ponte tra la produzione artistica e il pubblico.

Il Lexikon dell’Arte Italiana si inserisce pienamente in questa tradizione, ma ne rinnova la funzione: non solo archivio, ma osservatorio; non solo catalogazione, ma testimonianza; non solo memoria, ma dialogo. In un’epoca caratterizzata da una rapida evoluzione dei linguaggi e da una crescente interazione tra discipline, il repertorio diventa uno strumento indispensabile per orientarsi nella complessità del presente, per riconoscere la qualità delle ricerche individuali e per valorizzare la pluralità delle voci che compongono il panorama artistico contemporaneo.

Gli artisti qui raccolti rappresentano un panorama articolato, plurale, in cui convivono tradizione e sperimentazione, radici e innovazione. La loro selezione non risponde a criteri di appartenenza a movimenti o correnti, ma alla volontà di documentare percorsi individuali coerenti, originali e significativi nel contesto dell’arte italiana attuale. Insieme, questi artisti compongono un mosaico ricco e sfaccettato, capace di restituire la complessità del nostro tempo.

La pubblicazione di questo nuovo primo volume del Lexikon dell’Arte Italiana si inserisce nella missione culturale che da 70 anni caratterizza Guido Miano Editore: documentare, valorizzare e tramandare le espressioni più significative della cultura artistica e letteraria italiana. La casa editrice ha sempre concepito il proprio lavoro come un servizio alla comunità culturale, un impegno volto a sostenere la ricerca, a promuovere il dialogo tra generazioni e a offrire strumenti critici affidabili e autorevoli anche in tempi difficili come quelli attuali.

Accanto a questa tradizione, Miano Officina Editoriale rappresenta oggi il versante più sperimentale e innovativo del progetto: un laboratorio aperto, un luogo di incontro tra artisti, critici, curatori e studiosi, uno spazio in cui l’arte contemporanea può essere osservata, discussa e raccontata nelle sue forme più attuali. L’Officina non è solo un’estensione della Casa Editrice, ma un ambiente di ricerca, un dispositivo culturale che accoglie le trasformazioni del presente e le traduce in progetti editoriali capaci di dialogare con il pubblico e con le istituzioni. Un vero Centro Sperimentale, così avrebbe detto Guido Miano ricordando il suo Centro Sperimentale Italiano di Giornalismo fondato nel 1957 (ma questa è un’altra storia…).

A rafforzare ulteriormente questa visione si colloca l’istituzione del Premio Nazionale Letterario e Artistico “Guido Miano”, che rappresenta una delle espressioni più alte della missione culturale della casa editrice. Il premio nasce nel 2026 stesso anno della pubblicazione di questo presente volume d’arte e con l’obiettivo di riconoscere e valorizzare le eccellenze nel campo della letteratura e delle arti visive, promuovendo un dialogo fecondo tra discipline e generazioni.  La sua istituzione non è un gesto isolato, ma un tassello coerente nella storia della casa editrice: un modo per proseguire l’opera di Guido Miano, che ha sempre creduto nella necessità di sostenere la creatività emergente e di offrire visibilità a talenti capaci di contribuire in modo significativo alla cultura italiana. Il premio diventa così un ponte tra passato e futuro, tra la tradizione editoriale e le nuove forme espressive, tra la memoria di un percorso e la vitalità delle ricerche sperimentali contemporanee.

In questo senso, il Lexikon dell’Arte Italiana e il Premio “Guido Miano” si richiamano reciprocamente: entrambi nascono da un’idea di cultura come bene condiviso, come responsabilità collettiva, come spazio di confronto e di crescita. Entrambi testimoniano la volontà di costruire un archivio vivo, capace di accogliere la complessità del presente e di proiettarla verso il futuro. Il Lexikon dell’Arte Italiana è la testimonianza di un impegno editoriale che attraversa i decenni, ma anche la manifestazione di una volontà di rinnovamento che guarda al futuro dell’arte italiana con attenzione, responsabilità e fiducia. Che questo volume possa contribuire a consolidare un dialogo fecondo tra passato e presente, tra memoria e innovazione, e a valorizzare la ricchezza delle testimonianze artistiche che animano il nostro tempo.

In questo passaggio di testimone, che è insieme editoriale, culturale e familiare, sento di dover esprimere una riflessione personale. Il Lexikon dell’Arte Italiana non è soltanto un progetto editoriale che riprende vita: è un’eredità che si rinnova, un gesto di continuità che attraversa il tempo e che oggi, insieme alla mia famiglia, ho il dovere di custodire e rilanciare.

Mio padre, Guido Miano, ha dedicato la sua vita alla cultura, credendo fermamente che l’arte e la letteratura fossero strumenti di crescita, di dialogo e di libertà. La sua visione non era quella di un semplice editore, ma di un costruttore di ponti: tra generazioni, tra linguaggi, tra mondi creativi diversi. Riprendere oggi il Lexikon significa proseguire quel cammino, con la consapevolezza che ogni opera pubblicata, ogni artista valorizzato, ogni progetto sostenuto rappresenta un tassello di una storia più grande, che non appartiene solo alla nostra famiglia, ma alla comunità culturale italiana.

L’istituzione del Premio Nazionale Letterario e Artistico “Guido Miano” si colloca esattamente in questa prospettiva: non come celebrazione del passato, ma come investimento nel futuro. È un modo per riconoscere il talento, per dare voce a chi costruisce nuove forme di espressione, per sostenere la ricerca e l’innovazione. È un invito a continuare a credere nella cultura come bene condiviso, come responsabilità collettiva, come spazio di incontro.

Allo stesso modo, Miano Officina Editoriale nasce come luogo di sperimentazione, come laboratorio aperto in cui l’arte contemporanea può trovare ascolto, confronto, visibilità. È un ambiente in cui la tradizione dialoga con il presente, in cui la memoria editoriale si intreccia con la vitalità delle nuove generazioni artistiche. L’Officina è, in fondo, la forma più attuale di quella visione che mio padre ha sempre coltivato: una cultura viva, inclusiva, capace di rinnovarsi in modo sperimentale senza perdere le proprie radici.

Il Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, Volume I - il primo di una nuova serie - vuole essere un omaggio a quella storia e, insieme, un impegno verso ciò che verrà. Un ponte tra il 1977 e il 2026, tra gli artisti che hanno segnato un’epoca e quelli che oggi ne stanno costruendo un’altra. Un gesto di continuità che non guarda indietro con nostalgia, ma avanti con fiducia.

Con questo spirito consegniamo il volume ai lettori, agli studiosi, agli artisti e a tutti coloro che credono nella forza dell’arte come testimonianza del nostro tempo. Che il Lexikon possa continuare a essere ciò che è sempre stato: un luogo di incontro, un archivio vivo, una voce autorevole e appassionata nel panorama culturale del nostro Paese.

Michele Miano

 

 Lexikon dell’Arte Italiana Contemporanea, vol.1; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-75-2, mianoposta@gmail.com.

 

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Pietro Nigro, "Notazioni estemporanee e varietà, vol.IX"

18 Aprile 2026 , Scritto da Michele Miano Con tag #michele miano, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Notazioni estemporanee e varie

Pietro Nigro

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Notazioni estemporanee e varietà di Pietro Nigro si inserisce in quella linea della scrittura contemporanea che unisce la concentrazione del pensiero alla leggerezza del frammento. È un libro che lavora sulla soglia: tra diario e meditazione, tra osservazione e intuizione, tra poesia e micro‑saggio. In questo spazio intermedio, Nigro costruisce una voce riconoscibile, capace di trasformare l’immediatezza in forma.

La brevità, in queste pagine, non è un espediente stilistico ma un metodo conoscitivo. Ogni nota nasce come gesto rapido, quasi un appunto, ma si condensa subito in una riflessione che supera il contingente. La varietà evocata dal titolo non disperde: al contrario, permette all’autore di interrogare la realtà da angolazioni molteplici, mantenendo una sorprendente coerenza interna. È una scrittura che procede per illuminazioni, per scarti minimi, per dettagli che diventano nuclei di senso.

Nigro attraversa registri diversi - lirico, aforistico, narrativo - senza mai perdere il controllo della forma. La sua parola è essenziale, asciutta, refrattaria alla retorica. In questa essenzialità si rivela la sua forza: la capacità di restituire la complessità del vivere senza sovraccarichi, affidandosi a un linguaggio che cerca la precisione più che l’enfasi, la risonanza più che l’effetto.

Notazioni estemporanee e varietà è un libro che invita a pensare e, allo stesso tempo, a sostare. Un libro che chiede attenzione, ma offre in cambio una limpidezza rara. È un contributo significativo alla scrittura di riflessione contemporanea, perché mostra come il frammento possa ancora essere un luogo fertile: un laboratorio in cui la parola, liberata dal superfluo, torna a essere strumento di conoscenza.

Ci sono libri che non si limitano a raccogliere testi, ma testimoniano un percorso interiore, una ricerca che attraversa gli anni e si rinnova a ogni nuova opera. Notazioni estemporanee e varietà, giunto al suo nono volume, appartiene a questa categoria: è un libro che non si esaurisce nella lettura, ma continua a risuonare, perché nasce da un’urgenza autentica - quella di comprendere l’uomo, la sua storia, il suo dolore, la sua speranza.

Pietro Nigro, con la consueta lucidità, costruisce un’opera che è insieme diario, meditazione, dialogo filosofico, testimonianza morale e atto poetico. La varietà annunciata dal titolo non è dispersione, ma metodo: ogni sezione illumina l’altra, ogni riflessione trova eco in un verso, ogni commento critico rivela un tratto della sua visione del mondo.

 

1. Il dialogo con l’IA: un nuovo spazio di interrogazione

Il volume si apre con un dialogo tra l’autore e un’intelligenza artificiale. Non è un semplice esperimento tecnologico: è un confronto tra due forme di conoscenza, tra la profondità dell’esperienza umana e la logica algoritmica. Nigro interroga la macchina su Akhenaton, sul monoteismo, sulle origini del pensiero religioso, e lo fa con la stessa serietà con cui si rivolgerebbe a un interlocutore umano. In un passaggio emblematico, afferma: «Sempre di monoteismo si tratta sia in Akhenaton che nei Giudei. Nessuno dei due… potevano avere idee chiare sul tipo di monoteismo da loro professato». Questa osservazione, apparentemente storica, rivela in realtà una domanda più profonda: quanto possiamo davvero conoscere del divino? Quanto è affidabile la nostra interpretazione del mistero? Il dialogo diventa così un pretesto per riflettere sulla natura stessa della conoscenza umana, sui suoi limiti e sulle sue possibilità.

 

2. Il dolore come origine della parola poetica

 

Una delle sezioni più intense del volume è il commento alla prefazione di Verso il nuovo mondo… per rincontrarci, dove Pietro Nigro racconta la perdita della moglie Giovanna. Sono pagine di rara sincerità, in cui la biografia diventa materia poetica e la poesia diventa strumento di sopravvivenza.

Scrive: «Un improvviso e rapido malore me la portò via. Ed io piombai nel buio cunicolo di un dolore dell’anima… Unico mio conforto la poesia a lenire il mio dolore». Questa confessione non è solo un ricordo personale: è la chiave per comprendere l’intera opera di Nigro. La sua poesia nasce dal bisogno di dare forma all’indicibile, di trasformare la sofferenza in conoscenza, di cercare - anche nel buio - un varco verso la luce.

 

3. La memoria come fondamento della sua identità letteraria

 

Nigro intreccia costantemente la propria storia con quella della Casa Editrice Miano, in un dialogo che dura da oltre quarant’anni. Il ricordo del suo primo incontro con Guido Miano, nel 1982, non è nostalgia, ma riconoscimento di un’origine. Rievoca così quel momento: «Diedi a Guido un certo numero di componimenti poetici e alcuni mesi dopo… uscì il mio primo libro Il deserto e il cactus».

Questa memoria non è un semplice dato biografico: è la testimonianza di un rapporto editoriale e umano che ha accompagnato tutta la sua produzione. Ogni nuovo volume è anche un atto di fedeltà a quella storia condivisa.

 

 

4. La riflessione morale: l’uomo al centro del problema

 

Le pagine dedicate alle riflessioni civili e morali sono tra le più incisive del libro. Nigro non teme di affrontare temi complessi - il potere, la democrazia, la violenza, la corruzione - e lo fa con una franchezza che ricorda i grandi moralisti del Novecento. In un passaggio che colpisce per la sua radicalità, afferma: «Il male assoluto non è il potere… È l’uomo stesso».

Questa frase, che potrebbe sembrare pessimistica, è in realtà un invito alla responsabilità: se il male nasce dall’uomo, allora è nell’uomo che si può cercare anche il rimedio. Nigro non si limita a denunciare: indica una via, una possibilità di riscatto, una speranza che non si arrende.

 

 

5. La poesia come conoscenza e come preghiera

 

Le poesie e i commenti critici presenti nel volume mostrano un autore che considera la poesia non come ornamento, ma come strumento di verità. Nigro legge i testi altrui - come quelli di Michele Miano - con una profondità che rivela la sua stessa poetica. A proposito della lirica Verso sera di Michele Miano, osserva: «E il cielo sembra annegare/ in un mare di stelle».

E accosta questi versi a Leopardi, mostrando come la poesia contemporanea possa ancora dialogare con la grande tradizione. La sua interpretazione non è mai puramente tecnica: è sempre un atto di partecipazione emotiva e spirituale.

 

 

6. La tensione metafisica: l’uomo davanti al mistero

 

Molte pagine del volume sono dedicate alla domanda sul destino, sull’anima, sull’aldilà. Nigro non offre risposte definitive - sarebbe contrario alla sua onestà intellettuale - ma esplora il mistero con rispetto e con inquietudine. Scrive: «Progredire, anche oltre la morte. Non sappiamo. Grande è il mistero».

Questa sospensione, questa apertura, è forse il tratto più autentico della sua scrittura: la consapevolezza che la verità non si possiede, ma si cerca; che la vita non si spiega, ma si attraversa; che il mistero non si dissolve, ma si contempla.

 

 

7. Un libro che è un cammino

 

Notazioni estemporanee e varietà non è un’opera unitaria nel senso tradizionale, ma è unitaria nella sua intenzione profonda: raccogliere i frammenti di un pensiero in cammino, di una vita che continua a interrogarsi, di una coscienza che non rinuncia alla ricerca.

È un libro che chiede attenzione, perché ogni pagina contiene un nucleo di riflessione; è un libro che invita alla lentezza, perché la sua ricchezza non si coglie in fretta; è un libro che restituisce al lettore qualcosa di raro: la sensazione di essere accompagnato da una voce sincera, vigile, profondamente umana e che racchiude in fondo non solo alcune sue liriche ma anche una commovente foto di Pietro Nigro quasi in fasce insieme alla zia Angelina Suma, una parente della famosa attrice Marina Suma.

Pietro Nigro ci ricorda che la letteratura non è evasione, ma conoscenza; che la poesia non è decorazione, ma verità; che la riflessione non è un lusso, ma un dovere morale. E che, nonostante tutto, l’uomo può ancora cercare - e forse trovare - un varco verso la luce.

Michele Miano

 

Pietro Nigro, Notazioni estemporanee e varietà, vol. IX,  prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 104, isbn 979-12-81351-89-9, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTORE

Pietro Nigro è nato ad Avola (sr) nel 1939 e risiede a Noto (sr); laureato in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Catania, ha insegnato inglese presso varie scuole superiori. Ha iniziato a scrivere poesie fin da ragazzo; la sua ispirazione trae origine dai luoghi siciliani della sua infanzia e dagli ambienti francesi e svizzeri visitati durante le vacanze estive, in particolar modo Parigi (la sua città d’elezione), dove si recava spesso per perfezionare la conoscenza della lingua francese. Il primo libro di liriche, Il deserto e il cactus, è stato pubblicato da Guido Miano nel 1982 e gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma). Sono seguite molte opere poetiche, testi di saggistica e altri lusinghevoli riconoscimenti, tra cui il prestigioso Premio “Luigi Pirandello” per la Letteratura (Taormina, 1985) e il Premio “La Pleiade ‘86” «per la produzione letteraria e poetica già riconosciuta a livello critico» (sala del Cenacolo di Montecitorio, Camera dei Deputati, Roma 1986).

 

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Nella Pulvirenti, "Nel mio cuore"

17 Aprile 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Nella Pulvirenti

Nel mio cuore

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

L’uso della rima cuore fiore amore è una costante nei giardini della poesia e non sorprende che la poetessa Nella Pulvirenti nata a Catania nel 1966 e medico, che ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti in concorsi letterari nazionali e internazionali, abbia intitolato la raccolta di poesie che prendiamo in considerazione in questa sede, Nel mio cuore, nominazione che fa intendere la presenza di un sentimento profondo e sentito nell’essenza dell’interiorità dell’autrice che si traduce nei versi.

Se in poesia tutto è presunto per cuore la poeta intende presumibilmente la sua anima, la sua camera della mente nella quale sono segretamente custodite le parole che emergendo, sporgendo da un nulla che si fa essere divengono poesia.

Come afferma il prefatore Floriano Romboli la poesia stessa è consapevolmente, in altre parole, per la Nostra la leggerezza nella vita, il varco che porta alla salvezza per vincere il male di vivere e anche il mal d’aurora, il senso di inadeguatezza e intimo disagio nell’approccio quotidiano con la vita nel nostro liquido e alienato postmoderno occidentale.

Cifra distintiva della poetica della Pulvirenti è quella di un poiein neo lirico tout-court, che esprime uno stato d’animo sempre in bilico tra gioia e dolore e la raccolta non è scandita in sezioni.

In Equilibrio leggiamo: «Fragile equilibrio/ di anime deluse/ vago nella nebbia/ di luci soffuse/ che mi danno torpore/ e che senza calore/ mi ricordano un passato/ oramai violato/ da ricordi di sorrisi/ puniti e divisi/ da ciò che è successo/ in quel giorno funesto/ ancora non dimenticato/ che non fa parte del passato/ ma che dorme tra i meandri/ di un cuore svuotato».

Qui le rime baciate rafforzano l’icasticità del dettato nell’evocazione vaga di un passato che non tornerà mai più soffuso di speranza da individuare nel nome del titolo della lirica che è Equilibrio.

Tutto si realizza in un contesto dove anche i sorrisi sono puniti e divisi da ciò che è successo ma ciò che è successo rimane in sospeso in un limbo nel non detto e ciò genera un’atmosfera di onirismo purgatoriale nel serpeggiare di una forma di pessimismo se anche il cuore è svuotato.

In Empatia, che tende ad un certo ottimismo leggiamo: «Empatia era quella/ che ci legava/ una connessione emotiva ci pervadeva/ un amore profondo/ ci attraversava/ un pensiero empatico/ ci conduceva/ ad un’amicizia unica e sincera».

Quindi una vena anche intellettualistica connota queste poesie dove protagoniste sono le sensazioni che prevalgono sulle descrizioni.

Emblematica rispetto a quanto suddetto è la poesia Morire quando il morire stesso, ovviamente in modo metaforico, c’insegna a vivere e rinascere perché è affermato nella chiusa che rinascere è vivere quando si muore dentro.

E il morire e il rinascere avvengono in un solo attimo quando il tempo si ferma e così viene superato il limite e si esce dal tempo lineare.

Molte volte viene detto il peggio come nel componimento Tutto piange ma questo accade per il lucido proposito di toccare il fondo, il massimo nel dolore e della disperazione, ma con la segreta certezza che tale condizione verrà superata come si evince nei versi di chiusura: «…Siate i nostri sorrisi quando ritorneranno,/ angeli speciali che dal cielo ci guideranno», versi che ci fanno intendere che il riscatto è possibile non solo tramite la poesia ma anche attraverso la religiosità quando sono detti gli angeli.

Quindi tutto il lavoro della Nostra è un consapevole esercizio di conoscenza che diacronicamente partendo dal dolore di una vita che dà scacco nella sua progressione porta alla consolazione e ad una felicità da realizzarsi proprio nell’empatia con coloro che ci amano e noi amiamo e con l’aiuto degli angeli stessi.

Raffaele Piazza

      

  Nella Pulvirenti, Nel mio cuore, prefazione di Floriano Romboli; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-88-2, mianoposta@gmail.com.

 

           

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Duccio Castelli, "I racconti di Maleto"

9 Aprile 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #racconto

 

 

 

 

Duccio Castelli

I racconti di Maleto

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Duccio Castelli è nato il 31 dicembre 1945 a Milano, dove attualmente risiede; imprenditore in ambito farmaceutico, ha vissuto diversi anni in Cile per lavoro; è poeta scrittore e musicista jazz.

Determinante per Castelli è l’incontro nel 1993 con l’Editore Guido Miano con il quale pubblica le prime raccolte di poesie e il racconto Una ragazza per quattro mesi, con una lettera introduttiva di Italo Calvino; lo stesso Editore lo inserisce in alcuni suoi repertori letterari, tra cui il Dizionario Autori Italiani del 2006 e La Storia della Letteratura Italiana IV volume del 2015.

Come scrive Michele Miano nell’acuta e sensibile prefazione ci sono figure che pur appartenendo al mondo degli affetti quotidiani, finiscono per assumere un valore simbolico più vasto. Maleto, l’ultimo cane di Duccio Castelli, è una di queste presenze, diventando il varco attraverso cui l’autore ci invita ad entrare nella sua memoria.

Il corposo volume è costituito da frammenti di diverse dimensioni che hanno per oggetto i molteplici settori della vita del Nostro e c’è un filo rosso che lega tali parti, s’identifica proprio nella figura del cane Maleto che per Duccio è più di un mero cane ma un essere personificato e quasi umanizzato e una figura di riferimento, il vero amico per antonomasia su cui potere contare nella vita.

Toccante il breve scritto nel quale l’autore racconta di quando gridò al suo cagnetto nero di fermarsi e lui non lo stette a sentire e conscio della pericolosa situazione e accortosi dell’avventarsi su di lui di due grossi cani che volevano fargli la pelle, sfuggì velocissimo per mettersi in salvo e una volta scampato il pericolo, dopo avere girato a destra, aspettò il padrone scodinzolando.

Da notare che, nel suo immaginario relativo a Maleto, Castelli dà addirittura in chiave eidetica al cane la parola e gli fa dire la frase: «se ti ubbidivo mi facevano a brandelli».

Quindi un fortissimo legame di affetto e complicità lega lo scrittore a Maleto, rapporto molto forte eticamente e che può essere compreso ancora meglio da chi ha amato un cane domestico, il cane che proverbialmente è l’amico dell’uomo, soprattutto in un’epoca nella quale si assiste spesso al tristissimo fenomeno dell’abbandono dei cani stessi in autostrade o parchi.

Molti personaggi della sua esistenza sono delineati e rievocati in queste pagine da Castelli con un forte scatto e scarto memoriale non per l’espressione di un dolore nostalgico ma per una forte riattualizzazione felice di bei momenti, un po’ per il recupero di periodi gioiosi magari con amici che non ci sono più nel tentativo riuscito di fare un produttivo inventario della sua vita.

Il Nostro si fa autore di una galleria di amici con i quali nella sua esistenza ha stabilito legami profondi e a volte anche di affari e di lavoro nell’ambito della sua professione di imprenditore farmaceutico.

Per esempio l’autore rivive la sua amicizia con l’inglese Ron affermando che questa persona fortemente gli manca.

«Ron sembrava Goldfinger, ma era simpatico. Inglese di popolare origine, a sessant’anni diceva di sé “sono sulla quarantina” e sorrideva. Era di una generazione più di me. Sempre mi fu amico e paterno, in realtà mai soddisfatto della sua famiglia fiacca, mentre lui era di un’intelligenza vispa e spontanea, si era fatto dal nulla ed era diventato un maestro nel commercio internazionale farmaceutico».

Una visione del mondo e della vita ottimistica trapela da queste pagine, un atteggiamento positivo e disincantato verso la realtà nella sentita consapevolezza, nonostante la lezione della realtà, che si può riporre la fiducia in qualche vero amico e tra gli amici forse il migliore è Maleto, che rielaborato empaticamente e affettivamente non è più solo un cane ma una persona fornita di parole tra detto e non detto da ascoltare con lo strumento del sentimento.

Raffaele Piazza

 

Duccio Castelli, I racconti di Maleto, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 228, isbn 979-12-81351-79-0, mianoposta@gmail.com.

 

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Alfredo Alessio Conti, "Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali"

8 Aprile 2026 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Grammatica degenerativa in disconnessioni mentali di Alfredo Alessio Conti (Independently published, 2025 pp.66 € 8.50) espone le convenzioni espressive dell'attualità, analizza lo studio consapevole delle parole e della loro influenza, illustra l'informazione cognitiva di un modo di scrivere, ancorato ai dettami della contemporaneità. Alfredo Alessio Conti trasmette al lettore una disorientante e significativa alienazione digitale, alimenta un'alterazione delle percezioni che, nei testi, traduce il modello deformante della realtà e delle emozioni, compone un potente stravolgimento della poesia dell'aspetto esistenziale in cui verità e inganno si confondono e intensificano le previsioni illusorie, nel contrasto interiore tra una pulsione sensibile e il suo disadattamento. L'autore osserva il cambiamento inesorabile della personalità umana, condizionato dall'impiego irresistibile, ossessivo e maniacale delle connessioni digitali, descrive l'utilizzo eccessivo di un vocabolario affrancato alle regole di una evoluzione linguistica alla deriva, spiega l'esperienza immersiva di un'interazione sociale nel rapido e frammentato contesto delle proprietà virtuali. Il libro mostra, anche visivamente, attraverso l'uso del carattere maiuscolo in alcuni versi, la sperimentazione artistica di ogni parola, collegata a un'estetica interpretativa dal forte impatto psicologico e analitico. Raccoglie il contenuto magnetico e iperbolico delle sensazioni artificiali, la scissione della coscienza, la dispersione dell'identità, laddove la mente e i pensieri sono sopraffatti da una dipendenza destabilizzante, i comportamenti umani elaborano una persistente contraddizione interferendo con le relazioni e la vita quotidiana. Alfredo Alessio Conti accoglie la sua poesia come la corrispondenza di un'indagine introspettiva alimentata dallo sbilanciamento affettivo e dalla sovraesposizione mediatica, la cronaca lucida e spietata di una riduzione comunicativa, di una sorveglianza di incomunicabilità e di superficialità che nutre il vuoto tra l'invadenza preoccupante e disarmante degli effimeri rapporti interpersonali e la simulazione del sentire. Consuma la destrezza sapiente dei versi per circoscrivere il disegno costrittivo dell'uomo, nella morsa che attanaglia le sue esitazioni, nella condizione di estraneità e di distacco da una frattura empatica tra ciò che si è e ciò che si vive senza la sensazione di una tangibile partecipazione al circuito del cuore. La poesia di Alfredo Alessio Conti rivela la vulnerabilità dell'uomo, spettatore di se stesso nel suggestivo palcoscenico della vita, vincolato nelle trame di un processo degenerativo, inadeguato alle deterioranti contrazioni di una lingua che trattiene la sua decadenza nel codice incisivo di una struttura disumanizzante, imposta da una sintassi opprimente e spersonalizzante. La costruzione poetica dell'autore si fa integrazione di un discorso che fortifica la densità eloquente dei segni e dei simboli, compone un valore terapeutico dinamico di comprensione, riconosce le interazioni disturbanti e minacciose tra individuo e società, l'assenza perturbante della congiunzione dialettica in un dialogo artificiale, la dimensione patologica del dire, la maglia intricata dei confronti in un sistema senza stabilità. Il libro rappresenta il groviglio enigmatico degli agguati mentali, una risposta esplicita alla crisi esistenziale, il disorientamento e lo smarrimento della solitudine, la vertigine dell'isolamento, nel passaggio destrutturato dove la capacità di perdersi diventa indispensabile per ritrovare se stessi e la propria valenza trasformativa.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

UN NULLA

 

Ho scritto centinaia

 

di PAROLE

 

in Internet.

 

Ho ricevuto migliaia di

 

MI PIACE

 

sulle mie pagine.

 

Di tutto questo

 

UN NULLA

 

mi è rimasto.

 

-------------------------

 

IPHONE

 

Scorro con le dita

sul mio

 

IPHONE

 

alla ricerca

 

del mio

 

PASSATO.

 

Non trovo NULLA

 

che mi

 

RICORDI veramente

 

CHI SONO.

 

---------------------------

 

 

MAGAZZINO BYTE

 

Oggi sono

 

quel che non sono.

 

ATTACCATO

 

ad una FLEBO DI CAVI

 

connessi alla rete

 

IMMAGAZINO byte

 

per sopravvivere

 

alla mia INCOSCIENZA.

 

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SPAZIO CYBER

 

Nel cyberspazio

 

mi rappresento

 

con la mia identità digitale

 

nell'AVATERRA

 

annuncerò

 

la mia FINE CORSA.

 

----------------------------

 

 

ORMAI PER DIRTI

 

Ormai per dirti ti amo

non mi resta che inviare

 

un messaggio whatsapp

 

una pagina Facebook

 

un video Tik Tok

 

un Twitt, un Instagram

 

non ho più parole

 

sulla bocca.

 

 

 

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"Diario poetico di Maurizio Zanon", a cura di Enzo Concardi

5 Aprile 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Diario poetico di Maurizio Zanon

a cura di Enzo Concardi

Guido Miano Editore, Milano 2026

 

Maurizio Zanon è nato nel 1954 a Venezia, dove attualmente vive.

Il binomio diario–poesia si rivela nuovamente vincente come idea di una vita inserita in un felice cronotopo su un pianeta da abitare appunto poeticamente.

E qui il diario diviene il supporto temporale e fisico dove annotare le emozioni, ovviamente controllate, con saggezza in poesie, come se fossero metaforicamente i negativi delle molteplici situazioni della vita, delle sue fotografie del reale da trasmettere ai fortunati lettori in un gioco di specchi.

Si intersecano e si sovrappongono le due linee di codice, quella della scrittura in versi e quella della critica letteraria che si realizza attraverso la curatela di Enzo Concardi, che comprende un prologo, la sezione eponima Diario poetico con le poesie ognuna delle quali associate ad un close-reading e l’epilogo.

Da notare che le poesie si snodano con la forma di agenda poetica con i componimenti ordinati in ordine cronologico a partire dal 1979, anno dell’esordio poetico del Nostro quattordicenne con la poesia Cimitero.

Maurizio Zanon è veneziano e il suo poiein quasi inevitabilmente è pervaso dal fascino della sua magica terra, la sua città, con la sua laguna e i suoi palazzi, le sue inconfondibili atmosfere, introiettate nella mente e nell’anima del Nostro e tradotte in versi.

In preghiera tra i monti (del 2018) leggiamo: «Fai, o Signore, che nel distacco graduale/ da tutto quello che vive intorno a me/ e che mi appartiene/ mi convinca che tutto passa ed è vanità/ mentre resta e vale/ ciò che è eterno». In questo componimento è espressa la visione cattolica e trascendente del poeta, in particolare in consonanza con il veterotestamentario libro del Qoèlet e alla sua notissima massima Tutto è vanità solo vanità. Come scrive a questo proposito Concardi questa è una preghiera in prospettiva escatologica, che riguarda l’essere e non l’avere.

Leggiamo Nebbia: «Tu che nascondi le cose/ nascondimi quelle lontane/ gli amari ricordi e le piaghe/ del tempo deluso e sconfitto». Poesia ben lontana da San Martino di Carducci che esprimeva una visione ottimistica della vita e comunque le due composizioni hanno il comune denominatore della nebbia stessa nominata, protagonista che per tutti e non solo i poeti ha il potere di creare suggestione e atmosfere con tonalità affettive multiformi ed effetti dissolventi.

In Versi alla memoria di Guido Miano, inedito, 21 novembre 2025, leggiamo: «Resiste ancora la tua voce/ in quelle lunghe chiacchierate/ a telefono, sino a tarda sera/ ove si discuteva a come fare letteratura./ Parlare con te era aprirsi/ ad un mondo di idee mai banali/ ma fertili, come la natura a primavera./ Per destino, non ci siamo mai incontrati./ Pur tuttavia, caro Guido/ ci siamo visti/ specchiandoci entrambi sulle nitide acque della Poesia».

Poesia accorata piena di un pathos che però si apre all’ottimismo e non all’autocompiacimento, al dolore nostalgico, ma al contrario alla riattualizzazione della figura dell’Editore amico, scomparso ma presene attraverso il ricordo nell’anima forse ora ancora più vivo.

          Raffaele Piazza

 

Diario poetico di Maurizio Zanon, a cura di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 44, isbn 979-12-81351-77-6, mianoposta@gmail.com.

 

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Nella Pulvirenti, "Nel mio cuore"

29 Marzo 2026 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Nel mio cuore

Nella Pulvirenti

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Non sorprende che nei tristi versi di questa raccolta poetica il rapporto vita/morte conosca coerentemente una formalizzazione antitetica, segnatamente tramite la polarizzazione “luce/buio”: «Siete la mia alba, siete il mio tramonto/ siete le mie lacrime di ogni giorno,/ laggiù oltre la luce vi cerco e vi trovo/ di notte nel buio e nel sonno profondo» (Per voi, corsivi miei, come sempre in seguito).

La morte prematura ha drammaticamente annullato l’esistenza di due cari amici, provocando in chi è rimasto lo sbigottimento sconfortato di coloro che non sanno trovare una ragione all’evento luttuoso che non possono accettare: «Increduli e smarriti/ siamo solo anime in frantumi/ che cercano invano la luce,/ nessuna ragione potrà mai accettare/ l’infausto destino che la vita/ ci ha destinato/ (…) Silenzi incomprensibili/ fiumi di lacrime/ domande senza risposte/ (…) Viviamo di ricordi/ per non morire dentro/ in questa buia e incomprensibile realtà» (Disperazione).

È proprio di quell’animale “speciale” che è l’uomo accompagnare al semplice vivere, comune a tutte le altre creature, il costante “vedersi vivere”, e quindi associare al fatto di essere al mondo la dolorosa consapevolezza dell’epilogo inevitabile di tale condizione, del necessario scomparire – prima o dopo è in fondo secondario – di ognuno dal campo luminoso e appagante della vita, di cui rimarrà soltanto il mesto ricordo, qui posto in risalto dall’insistenza dell’anafora: «Ti ricordi i tramonti insieme/ ti ricordi le risate vere/ ti ricordi i nostri viaggi sognati/ con grande impegno organizzati,/ le lunghe sere d’estate/ con gioia improvvisate/ con semplicità e allegria vissute/ non potranno più ritornare/ ma saranno cibo quotidiano/ per il cuore e per la mente…» (Ricordi). 

Risulta d’altronde degno di nota che i Greci collegassero strettamente l’origine della speculazione filosofica all’idea tormentosa della morte (meléte thanátu); e i pensatori dell’antichità offrirono, ovviamente, soluzioni teoretiche diverse al problema primario della fine dell’esistenza individuale, dal Platone del Fedone al “tetrafarmaco” di Epicuro, che raccomandava al proposito l’indifferenza intellettuale-morale, a causa dell’intima estraneità della medesima alla tensione cosciente connaturata all’esistere e perciò della sua sostanziale insignificanza.

A ben vedere questo era più facile ad asserirsi in astratto che a praticarsi in concreto, e la stessa cultura classica non se ne nascondeva le forti implicazioni disorientanti e angosciose, delle quali è un’eco rilevante nella poesia di un autore italiano moderno, Giovanni Pascoli, che affidava tale amaro, criptico aforisma alla conclusione de L’ultimo viaggio, il più celebre e forse meglio riuscito dei Poemi conviviali (1904), composto a partire del settembre-ottobre 1903: «- Non esser mai! non esser mai! più nulla/ ma meno morte che non esser più! - » (XXIV, Calypso, vv.52-53 , cioè: «è meglio non essere nati, che nascere e vivere una vita caratterizzata dalla penosa ossessione della morte»).

Si coglie traccia di una concezione siffatta altresì in talune liriche, di lontana ascendenza quasimodiana, di Nella Pulvirenti: «Legati ad un filo/ stiamo sulla terra/ che ignava ci accoglie/ ognuno con il suo destino/ sperando di vivere/ sognando di vincere/ una lotta continua/ contro il tempo/ ma la vita ci avverte/ che la morte si avvicina» (Sulla terra);  l’autrice manifesta apertamente la propria rabbia dinanzi alla subitanea cancellazione della vicenda etico-psicologica di determinate persone, dei loro progetti, delle loro aspirazioni, dei loro sogni: «Siete il mio sorriso/ dopo urla di pianto/ siete il mio coraggio/ in mezzo al mare in tempesta/ siete il mio esempio/ nell’affrontare la vita/ che ingiustamente/ ha chiuso una partita/ ancora tutta da giocare/ rimasta ancora aperta/ che ci ha lasciato dolore e sgomento/ che ci ricorda ogni giorno/ come tutto può finire in un secondo…» (Ancora in viaggio); «Gioia vera colpita da una bufera/ che ha distrutto tante e tante vite/ giovani e meno giovani/ ancora pesantemente incredule e stupite,/ non si può accettare che siate volati via/ lassù su quelle nuvole oltre il mare/ ma vi sento ancora sorridere e sussurrare/ che la vita vera non è quella vissuta sulla terra/ma è ciò che io ancora non riesco ad accettare…» (Bufera).

Gli è che in generale la morte ha il potere sinistro e terribile di lacerare violentemente la rete delle relazioni sentimentali-affettive fra gli individui, deprivando e “svuotando” l’esistenza dei suoi valori più veri e preziosi, dei suoi contenuti fondamentali: «In questo mondo complicato/ c’era stato con voi uno spiraglio/ di gioia, amore e di felicità/ di leggerezza, rispetto e complicità/ di vera e sincera intimità/ ma tutto improvvisamente si è spento/ in quel tragico momento/ non mi aspettavo che tutto questo tormento/ arrivasse nella mia vita/ già ricolma sia di gioia che di dolore/ dove lotto da sempre per far vincere l’amore…» (È stato un sogno); «I giorni bui e le notti insonni/ le lacrime agli occhi/ che non vedono più/ le mani non stringono/ si sono arenate/ i volti amici/ non sorridono più,/ il sole non sorge, il buio non cala/ perché il tramonto non si colora più…» (Per ricordare); e la relazione stessa con la realtà cambia repentinamente e intensamente di segno, stando all’accorata confessione del grande economista e sociologo Vilfredo Pareto, che in una lettera del gennaio 1919 all’amico Guido Sensini con queste parole rammentava, a distanza di molti anni, lo strazio patito per la scomparsa della madre Marie Métenier avvenuta nel settembre 1889: «Quando ho perduto la mia (madre) mi è parso che il mondo diventasse interamente diverso da quello di prima». Lo stesso attesta puntualmente la scrittrice siciliana: «Vi ascolto ogni dì sia all’alba che al tramonto/ vi sento vicini parlare e sorridere/ ma sento una ferita profonda nel cuore/ che non mi dà pace neanche nel sonno più profondo/ vago sperduta fra i meandri della mia mente/ mentre cerco maledettamente di comprendere/ ciò che è potuto succedere sulla nostra strada…» (Dolore).

Nei suoi testi tale situazione morale appare crudelmente bloccata e resa con sistematica, sofferta incisività attraverso un linguaggio contraddistinto da linearità essenziale, eppure non privo di accuratezza ritmico-letteraria, come dimostra il diffuso, elegante ricorso alla rima («Potrà mai tornare la primavera/ dopo questa incontenibile bufera/ che si è abbattuta tra le nostre vite/ ancora incredule e stupite…/ (…) Potrà mai allontanarsi questo dolore/ silenzioso compagno di notti insonni/ che non può  rispondere ai perché impossibili/ ma che trasforma l’assenza in presenza/ rendendo così più accettabile questa esistenza»  (Vuoto); «Volate più in alto/ fra nubi dorate/ intensamente colorate/ da un sole al tramonto/ che illumina un mondo/ ormai moribondo» (Sgomento) e più raramente all’enjambement: «In mezzo a tutto questo dolore/ che non può svanire/ che devo obbligatoriamente sentire/ dentro un cuore svuotato/ da tutti questi meravigliosi/ ricordi del passato…» (Vi cerco); «Dopo una notte di dolore/ che ha acceso un calore/ nelle mie membra un malore/ che sento dormendo/ con gli occhi sbarrati/ ancora catturati/ da immagini smarrite/ di foto poco definite/ che riempiono la mia mente/ ancora sofferente…» (Notte di dolore).

La visione della dottoressa Pulvirenti non è tuttavia completamente negativa; essa dissemina nei varî componimenti così malinconicamente intonati spunti contrastanti, “segnali” di attesa positiva: «Siate i nostri sorrisi quando ritorneranno,/ angeli speciali che dal cielo ci guideranno» (Tutto piange); «Mi alzo con fatica/ spinta da una luce amica/ che mi toglie il torpore/ di un cronico dolore…» (Notte di dolore, cit.); «La notte mi schiaccia il cuore/ e l’alba mi dà una nuova speranza» (Se avessi immaginato).

Mi preme infine sottolineare le potenzialità purificatrici e finalizzanti connesse alla capacità di «immaginare un’altra vita» (Squallore);  in questa prospettiva anche  per la poetessa è forse la condizione della giustificazione e del superamento delle sofferenze terrene per quanto prolungate e profonde: «Siete rifugio, siete guida/ siete il segnale/ di un’altra vita…» (Un’altra vita).

Floriano  Romboli

 

Nella Pulvirenti, Nel mio cuore, prefazione di Floriano Romboli; Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 92, isbn 979-12-81351-88-2, mianoposta@gmail.com.

 

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L’AUTRICE

 

Nella Pulvirenti è nata a Catania nel 1966 e risiede a Giarre (CT). Si è laureata in Medicina e Chirurgia nel 1994 presso l’Università di Catania, con specializzazione nel 1998 in Dermatologia. Nel 2003 ha conseguito il titolo di dottore di ricerca in farmacologia preclinica e clinica (dermato-farmacologia). Esercita a tutt’oggi con dedizione la professione di medico ma la poesia è per la Pulvirenti un rifugio dell’anima dove ritrovare se stessa.

 

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Il teatro di Pietro Nigro.

28 Marzo 2026 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #teatro

 

 

 

 

Teatro di Pietro Nigro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”

Guido Miano Editore, Milano 2026.

 

Pietro Nigro è nato ad Avola (SR) nel 1939, poeta, saggista, apprezzato dalla critica letteraria e con al suo attivo numerosi riconoscimenti, è l’autore delle tre commedie, che prendiamo in considerazione in questa sede,

Il Nostro è stato grande amico dell’Editore Guido Miano, che ha pubblicato il suo primo libro di poesia Il deserto e il cactus nel 1982 che gli è valso il 1° Premio assoluto per la poesia edita, Targa “Areopago” (1983, Roma).

Il teatro, definito come la più umana delle arti, in un’epoca come la nostra tecnologizzata, alienata e liquida sempre maggiormente giorno dopo giorno, si rinnova e trova ancora espressioni, manifestazioni, epifanie in nuove opere, altre sceneggiature come quelle di Nigro, a dimostrazione della sua importanza necessaria nel panorama culturale e artistico della nostra contemporaneità.

Tale valore consiste per chi lo pratica e per i suoi fruitori, nel tentativo che spesso incontra risultati concreti, di ritrovare le radici più profonde dell’esserci sotto specie umana in un contatto catartico e immediato tra attori e spettatori tra palcoscenico e platea, quando tutto, contrariamente che nel cinema, avviene dal vivo.

Come sottolinea Enzo Concardi nella sua acuta e centrata premessa le opere teatrali qui presenti possono essere suddivise in due categorie distinte: nella prima ritroviamo Il padre sagace (atto unico in tredici scene) e Il trionfo dell’amore (atto unico in nove scene) che hanno come argomento comune ed esito finale – sebbene con trame diverse – la vittoria dell’amore.

Alla seconda categoria appartiene Noi studenti, definita dallo stesso autore “una commedia drammatica” (definizione intrigante nella sua ambivalenza), sviluppantesi in 3 atti e sei scene che riguarda l’argomento del rapporto tra professori e studenti, che non a caso è stato la traccia per un tema d’italiano in alcuni licei classici.

Leggendo i testi dei suddetti lavori, proprio perché sono fortemente icastici, pur nella loro leggerezza, si ha la sensazione di affondare nella pagina, nell’immergersi per il lettore nelle parole dette con urgenza, precisione e arguzia dai protagonisti che ci trasmettono il fascino di un mondo, un mondo che forse per alcuni aspetti è il nostro universo giornaliero, spazio scenico della vita quotidiana di tutti ovviamente trasfigurato attraverso l’arte.

I temi affrontati nella prima commedia sono quelli dell’amore, dei sentimenti autentici connessi con la prospettiva di un matrimonio per la ragazza Margherita che deve scegliere tra due pretendenti, tra un’unione basata sull’interesse e una fondata sull’amore e la sincerità.

Per quanto riguarda la sua scelta trova le influenze opposte tra loro del padre e della madre, in quanto il primo vorrebbe che la figlia sposasse un giovane buono, sincero e intelligente. mentre la seconda un nobile ricco.

In un contesto intenso e forte, a volte anche giocoso e grottesco e divertente, importante perché si tratta della felicità della protagonista per tutta la sua vita attraverso delle benedette nozze, si gioca la partita che nel lieto fine si realizza con la felicità di Margherita che sposa quello che sinceramente ama.

Non può essere non considerata l’ironia incontrovertibile, una vis comica, che anima l’eclettica scrittura di Nigro la cui cifra distintiva, anche nelle vesti di drammaturgo, ha un’espressività veramente unica.

Così leggiamo il monologo di Don Ferdinando, padre della ragazza che si deve sposare nella scena 4 della commedia Il padre sagace: «Sarà di sicuro un bravo giovane, quello. Mia figlia non è una sbandata e prima di fare un passo ci pensa due volte. Se dice che è bravo, intelligente e buono, lo sarà certamente. Ha molto sale in zucca per sospettare degli imbroglioni e degli adulatori. Se la ricchezza e gli onori non la tentano, non è una ragazza vanitosa. Si accontenta del necessario pur di essere felice. Se fosse una ragazza viziata sposerebbe quell’imbecille per aver campo libero in ogni cosa. Invece Margherita è una ragazza virtuosa che disdegna ciò che può scalfire il suo onore e apprezza i sentimenti più nobili. Tutta suo padre. Tutta suo padre. Oh padre felice di possedere un simile tesoro di figlia!».

Toccanti le parole suddette dalle quali si evince la presenza di bontà e lungimiranza di una figura paterna che desidera veramente la felicità della figlia, convinto giustamente che la ricchezza e gli onori senza che Margherita provi un sentimento per chi li possiede sono controproducenti per la gioia.

È meglio che la figlia sia felice con chi veramente ama sfatando il luogo comune matrimonio-patrimonio, anche se nella vita reale che non è una messinscena né fantasia d’arte ragazze come Margherita, sono rarissime e questo fa parte della lezione della realtà.

Leggendo le tre commedie si ha l’impressione di averle sempre provate le emozioni che provano i personaggi immaginandoli in una recitazione, su uno spazio scenico e scenografico a tu per tu con gli spettatori nel loro incarnarsi negli attori.

Prevale nelle due prime commedie un’atmosfera briosa, giocosa anche se le situazioni descritte appartengono a fatti importanti e fondanti nella vita delle famiglie, mentre nella terza sceneggiatura tra gioie ma anche dolori vengono dette, rappresentate situazioni dell’universo docente-discente, un rapporto importante per i giovani nel sistema scolastico, quando la scuola stessa è un capitolo fondante per le loro esistenze strumento essenziale per andare avanti.

Anche se la vita stessa è tutta una recita (come ironicamente qualcuno afferma) le tre commedie che qui incontriamo nel leggerle con attenzione lanciano il messaggio per il lettore che è quello di vivere con ottimismo l’esistere anche in presenza di ostacoli e dolori che però tramite una metamorfosi attraverso l’intelligenza che è la capacità di risolvere i problemi, possono essere vinti e trasformarsi in gioie se, come asserivano anche i filosofi del pragmatismo americano, la vita è degna di essere vissuta e in prospettiva diacronica il bene vince il male secondo la visione cattolica.

Leggiamo in Noi studenti (Commedia drammatica in tre atti) le parole dello studente Alberto sul tema degli insegnanti nell’atto primo scena prima: «Sì, proprio loro. Credono di essere i nostri padroni. Non fanno che bersagliarci di domande alle quali a mio parere loro stessi difficilmente saprebbero rispondere. Rispondiamo come possiamo in rapporto alle nostre possibilità. Mai soddisfatti. Per loro non valiamo nulla! Eh, e invece loro valevano quando erano studenti! Il mondo è fatto così: quando un uomo che ne ha combinato di tutti i colori arriva alla fine della sua vita per molti diventa un buon uomo. Così molti “dotti” insegnanti: quando sono stati alunni erano i peggiori, ora invece spiattellano menzogne (con ironia): non siamo stati bocciati mai, eravamo sempre promossi con l’esenzione delle tasse, e cose simili. Le loro parole ci divertono al pari delle spacconate di un buffone!».

Trapelano dalle parole di Alberto astio e rabbia derivate dalla tracotanza e dalla presunta presuntuosità degli insegnanti menzogneri che paradossalmente quando erano alunni erano i peggiori.

Detto in altre parole dalla tragedia emerge anche il tema del potere dei docenti stessi che è anche economico, esercitato sugli allievi.

Infatti mentre i docenti sono pagati per la loro funzione non a caso, gli studenti al contrario devono pagare le tasse scolastiche.

Quindi rispetto a quanto suddetto la dialettica tra i due insiemi, fin dal tempo degli antichi, continua a ripetersi anche se comunque non mancano le eccezioni di docenti intelligenti e sensibili nel loro relazionarsi con i loro alunni in maniera paritaria ovviamente nel rimanere diversificati i ruoli delle due parti.

Raffaele Piazza

 

Pietro Nigro, Teatro. Tre commedie: “Il padre sagace”, “Il trionfo dell’amore”, “Noi studenti”,  prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2026, pp. 140, isbn 979-12-81351-86-9, mianoposta@gmail.com.

        

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