Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento, sbocciano fiori"
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La silloge di Grazia Marzulli Nella carezza del vento, sbocciano fiori, pubblicata per i tipi di questa Casa Editrice, risulta un florilegio dei suoi volumi precedenti in aggiunta a vari testi inediti.
La sua poliedrica personalità ci induce ad una particolare valutazione della produzione che abbraccia ormai più di un ventennio. Dotata di una vasta e approfondita cultura di matrice classica, la poetessa ci presenta il meglio della sua attività letteraria. Un verso strutturato il suo e non sempre di immediata e facile lettura proprio perché attinge dal mondo classico. La sua è una poesia caratterizzata da un’acuta sensibilità e che lascia emergere la forza e l’intensità delle sue emozioni; componimenti sempre sorretti da un equilibrio strutturale e dalla consapevole cadenza del ritmo. Lo stesso titolo della raccolta è significativo e riprende quel momento magico in cui spira il vento ineffabile dell’ispirazione, quel quid pluris, quasi un soffio divino che permette ai versi di sbocciare come fiori.
Nel Dizionario Autori Italiani Contemporanei, terza edizione, 2001 edito da questa Casa Editrice, lo scrittore Giovanni Chiellino evidenziava come «Da percorso a percorso, da porto a porto, la Marzulli ci conduce dalla materia allo spirito, dalla memoria agli affetti familiari sino all’orizzonte dell’amore che si solleva su remote rive e sulle spiagge dell’oggi, si proietta nel futuro…».
Passato e presente sembrano essere le coordinate più significative della sua ispirazione artistica. Si legga l’inedita Nostalgia dove la poetessa racchiude radici profonde con la ricerca di se stessa, del proprio pensiero e della propria personalità: «… Mi mancano con te le liete Muse / i miti e le leggende del passato / i giochi a nascondino con il tempo, / il rincorrere anelanti l’avvenire / e il divertente muoversi a ritroso, / fingersi adolescenti / compagni di banco / di attese di sogni di avventure. // Ma è tardi ormai. / La vita guarda avanti».
Ella trae - soprattutto nelle sue ultime liriche - dalla viva realtà del vissuto gran parte della sua ultima opera, ma non disdegna le istanze del pensiero, quando presa dalla forza creativa stilla concetti che nascono da una profonda meditazione sugli eventi e sui fatti umani. Se da un lato si riscontra come già evidenziato l’aggancio al mondo culturale classico, dall’altro non sfugge la capacità di essere tutt’uno con la natura che la circonda, dalla quale elabora una poesia ricca di immagini suggestive. Si legga a titolo esemplificativo la lirica In un tempo sospeso: «Maggio. La natura in festa / si veste d’armonia. / Si tuffa il sole tra le spume e / al mare evoca lavacri lustrali. // Ma nell’aria v’è qualcosa d’irrisolto / sospeso vaga un senso di sgomento / un trasalimento del vento / nel lambire sentori / da un’eco di gemiti lontani…».
Severa con se stessa, Grazia Marzulli infonde nel verso i segni della spiritualità con un amore che può sposarsi soltanto con la gioia della mente e del cuore. L’inconsueta spontaneità rivela il dono ancestrale della poesia, che per Lei diventa forse, trasparente e sognante e ce la porge con forte sincerità. Le tematiche coinvolgono la totale conoscenza della vita, tuttavia la poetessa giunge sempre a felici soluzioni di stile e di composizione proprio in virtù dell’impegno con cui persegue l’immagine e la metafora. Poesia dai toni a volte didascalici come monito alle nuove generazioni. Al riguardo è esemplare la lirica La coerenza dove la poetessa denuncia i limiti della società moderna ipertecnologica, dove spesso gli opportunisti di turno, privi di valori etici morali, sono pronti a cambiare “bandiera” al soffiare del vento: «Pare che la coerenza oggi / non sia più di moda / - se pur di moda per lei / si possa parlare - // Dello scrigno si è persa la chiave. //…// E nel diffuso bla-bla da Babele / nell’aria s’agita una gran confusione. / Vuoti a perdere le alte questioni. // Ma c’è sempre la speranza / a fare capolino dietro l’angolo». Una poesia che rivela una sfiducia nel presente, nella società odierna, nel dominio tecnologico, simbolo di annullamento della libertà individuale. Si avverte la consapevolezza lucida ed amara della ineluttabilità del male, ma anche la gioia di chi vive serenamente la fede cristiana.
Di solitudine non si parla mai esplicitamente in queste liriche come condizione esistenziale preradicata, ma come di un risultato indotto, conseguenza inevitabile di una società, quella moderna, che ha perduto il significato della gerarchia dei valori e il loro riscontro nella vita quotidiana. L’affievolirsi degli ideali più importanti quali l’amore, il senso della comunione, della fratellanza, della solidarietà trova il suo più drammatico esempio nell’insensatezza della guerra e del disagio e delle lacerazioni sociali: al riguardo significativa è la lirica Il globo in bilico: «… Vittime di ieri oggi carnefici / vittime a venire i carnefici di oggi / - anelli di catene incancrenite - // In bilico, superbo l’Occidente…».
Ma la speranza risulta essere per la nostra poetessa una valida scialuppa di salvataggio: «…Sempre dimori nell’animo / di chi, pronto al richiamo, / porge ascolto, dona conforto / e infonde fiducia nel buon Dio. // Speranza, tu che affiori dal dolore / e ti nutri d’amore / diffondi la magia di quell’amore / che invoglia a sperare» (La speranza).
Il percorso umano e letterario della poetessa si snoda attraverso una cronistoria che parte dal 1998 con la sua prima opera Il volo di Penelope e che consente al lettore di cogliere un’evoluzione dai caratteri stilistici e contenutistici con valori sempre positivi capaci di stimolare sottili recuperi di pensiero e di spiritualità.
Le ultime due sezioni di questo libro, Anemoni e Fiori della Resilienza, raccolgono i testi inediti; la seconda riporta non casualmente una strofa della celeberrima lirica La ginestra del Leopardi, quel fiore del deserto che diventa simbolo del coraggio e della resistenza estrema di fronte a un destino inevitabile.
Michele Miano
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L’AUTRICE
Grazia Marzulli è nata e vive a Bari. Già docente di Lettere, ha trasmesso agli studenti interesse e amore per le belle arti. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il volo di Penelope (1998), Salsedine (1999), Selva di dissonanze (2000), La luce verticale (2001), Anfratti fioriti, conchiglie (2003), Il velo di Maya (2004).
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Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.
29esimo Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico
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La scadenza per partecipare al 29esimo Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico è prorogata al 20 aprile 2023.
Il Trofeo RiLL è un premio letterario bandito dall’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare, col supporto del festival internazionale Lucca Comics & Games e della casa editrice Acheron Books.
Il concorso è dedicato ai racconti fantasy, horror, di fantascienza e ad ogni storia sia (per trama e/o personaggi) “al di là del reale”.
Ogni autore/autrice può inviare una o più opere, purché inedite, originali e in lingua italiana.
Da un decennio i racconti ricevuti sono oltre 300 a edizione (nel 2022: 371 racconti), scritti da autori/autrici residenti in Italia e all’estero.
I racconti possono essere spediti, a discrezione di ogni partecipante, per posta oppure in via telematica. Per chi risiede all’estero è raccomandata la spedizione in formato elettronico.
I dieci racconti finalisti del 29esimo Trofeo RiLL saranno pubblicati (senza alcun costo per i rispettivi autori/autrici) in un e-book della collana “Aspettando Mondi Incantati”, curata da RiLL. Inoltre, i migliori 4-5 racconti fra quelli finalisti saranno pubblicati (sempre gratuitamente) nell’antologia del concorso (collana “Mondi Incantati”, ed. Acheron Books), in uscita a Lucca Comics & Games (novembre 2023).
Infine, il racconto primo classificato sarà tradotto e pubblicato in Spagna (su Visiones, antologia annuale di Pórtico - Asociación Española de Fantasía, Ciencia Ficción y Terror) e in Sud Africa (su PROBE, il magazine dell’associazione SFFSA - Science Fiction and Fantasy South Africa).
L’autore/autrice del racconto primo classificato riceverà un premio di 250 euro.
La selezione dei racconti finalisti sarà curata da RiLL. Tutti i racconti saranno giudicati in forma anonima (cioè senza che i lettori-selezionatori conoscano il nome dei rispettivi autori/ autrici).
La giuria del Trofeo RiLL sceglierà poi, fra i racconti finalisti, quelli da premiare e pubblicare nell’antologia “Mondi Incantati” del 2023. Fra i giurati dell’edizione 2022 del concorso: gli scrittori Donato Altomare, Mariangela Cerrino, Giulio Leoni, Gordiano Lupi, Massimo Pietroselli, Vanni Santoni, Sergio Valzania; lo sceneggiatore di fumetti e scrittore Roberto Recchioni; il sociologo e autore di giochi Luca Giuliano; l’anglista e saggista Cecilia Barella; la poetessa Alessandra Racca; i giornalisti ed autori di giochi Andrea Angiolino, Renato Genovese e Beniamino Sidoti.
Ogni partecipante al 29esimo Trofeo RiLL riceverà in omaggio una copia dell’antologia “QUEL SIGNORE IN SALOTTO e altri racconti dal Trofeo RiLL e dintorni” (ed. Acheron Books, 2022, collana Mondi Incantati), che prende il nome dal racconto primo classificato del 28esimo Trofeo RiLL, scritto dal modenese Nicola Catellani.
Il libro propone tredici storie: i migliori racconti del 28esimo Trofeo RiLL e di SFIDA 2022 (altro premio bandito da RiLL) e i racconti vincitori di quattro concorsi per storie fantastiche organizzati all’estero (in Australia, Portogallo, Spagna e Sud Africa) e con cui il Trofeo RiLL collabora.
Tutti i libri della collana “Mondi Incantati” sono disponibili su Amazon, Delos Store, Lucca Fan Store e nell’Edicola del Fantastico di Fantasy Voice, oltre che (a prezzo speciale) su RiLL.it
Gli e-book della serie “Aspettando Mondi Incantati”, dedicata ai racconti finalisti del Trofeo RiLL, sono invece disponibili nel Kindle Store di Amazon e, come EPUB, su KOBO, La Feltrinelli e Mondadori Store.
La cerimonia di premiazione del 29esimo Trofeo RiLL si svolgerà a Lucca Comics & Games 2023, il prossimo novembre.
Per maggiori informazioni si rimanda al bando di concorso, all’e-mail e al sito di RiLL (che ospita ampie sezioni sul Trofeo RiLL e le connesse collane di antologie/ e-book).
Associazione RiLL - Riflessi di Luce Lunare
via Roberto Alessandri 10, 00151 Roma
https://www.rill.it/
info@rill.it
L’associazione RiLL Riflessi di Luce Lunare è attiva dai primi anni ’90.
La principale attività è il Trofeo RiLL per il miglior racconto fantastico, un premio letterario curato dal 1994 e che ha riscosso un interesse crescente fra gli/le appassionati e gli/le scrittori esordienti.
Dal Trofeo RiLL sono nate tre collane: “Mondi Incantati” (antologie con i racconti premiati in ogni annata di concorsi RiLLici), “Memorie dal Futuro” (antologie personali dedicate agli autori/ autrici che più si sono distinti nei premi organizzati da RiLL) e “Aspettando Mondi Incantati” (e-book che pubblicano i racconti finalisti di ogni edizione del Trofeo RiLL). Le antologie/ e-book curati da RiLL sono tutti realizzati senza alcun contributo da parte degli autori/ autrici.
Sul sito di RiLL sono on line molte informazioni sul Trofeo RiLL e le sue diverse edizioni, sugli altri concorsi e iniziative organizzate da RiLL e un vasto archivio di articoli e interviste.
Vikings
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Serie molto ben confezionata, a firma Michael Hirst, Vikings, anche se troppo moderna nell’impianto visivo, nelle acconciature, nel trucco e parrucco. I protagonisti sembrano più rock star, per le movenze e le espressioni, piuttosto che antichi norreni. Ma le ricostruzioni di ambiente sono minuziose ed efficaci, i personaggi tanti e ben disegnati: l’indovino cieco, i cinque figli di Ragnar, il pazzo visionario Floki, la volitiva Lagertha, la cattiva Aslaug, il giusto e forte Ragnar Lothbrok e una miriade di altri.
Su tutti, però, spicca Athelstan, il monaco che viene preso prigioniero dai Vichinghi e vive con loro. Man mano che passano gli anni, si trasforma da cristiano convinto a uomo del compromesso e del sincretismo. In lui albergano più anime, quella cattolica e quella contaminata dalla frequentazione pagana. Athelstan comincia a intravedere la bellezza e la spiritualità anche in certi riti di sangue violenti e raccapriccianti. “Amo Gesù e amo Odino”, dice. Dopo la morte per mano di Floki, continua a essere presente sotto forma di visione e assume sempre più un’immagine salvifica e cristologica. La sua eredità sarà assunta dal figlio naturale Alfred, futuro re del Wessex, la figura più nobile e giusta di tutta la serie. Athelstan è irrisolto, tormentato e tuttavia completo, frutto proprio del suo lasciarsi andare a una molteplicità di pulsioni, da quelle più religiose a quelle terrene e lascive. “La loro morale è diversa”, dice ormai scevro di giudizi o pregiudizi parlando dei suoi catturatori che definisce “la sua famiglia”.
L’ammirazione e l’amicizia che Ragnar Lothbrok, il personaggio più importante, ha per lui, sono assolute. Ragnar, a sua volta, agisce spinto non da mera ambizione ma da curiosità: la voglia di sapere cosa c’è oltre il mondo conosciuto, la voglia d’imparare usi e costumi diversi, di parlare altre lingue.
Altro personaggio controverso è re Ecbert, uomo dai continui rivolgimenti etici, pronto a tradire ma anche a soffrire per averlo fatto. Amico sia di Athelstan che di Ragnar, diventa l’amante della moglie del figlio, alleva Alfred nel ricordo del padre monaco e lo prepara a diventare un futuro re saggio e pio. La sua amante sarà la madre di Alfred, avuto dalla relazione di lei col monaco Athelstan, che ne difenderà l'ascesa al troino anche a costo di uccidere il proprio primogenito.
Diverso il caso di Lagertha, coraggiosa, tenace, da sempre innamorata di Ragnar, dolce con i familiari ma spietata e inflessibile con chi merita di morire.
Inevitabile in confronto con Game of Thrones. Ma qui c’è una base storica, molti dei personaggi sono realmente esistiti e c’è parecchia spiritualità. Si fa un gran parlare di dio, della sua differenza con gli dei nordici, di paradiso e di Valhalla. Esistono l’inferno e il paradiso? Esistono gli dei? E, se non ci fossero, la vita avrebbe più o meno senso?
Personaggi spietati, barbarici, che non ci pensano un secondo a infilarti un’ascia nello stomaco ma si pongono questioni filosofiche, parlano di Odino e Thor, ma anche di Gesù Cristo e di Budda. Fazioni e nazioni a contrasto, per le quali, come in Game of Thrones, di volta in volta parteggiamo.
L’unico personaggio assolutamente sgradevole, almeno per me, è Ivar the Boneless, interpretato benissimo dall’attore Alex Høgh Andersen. Invasato, megalomane perché frustrato, cattivo fino al midollo, finisce per perdere il senno credendosi un dio, prima viziato dalla madre altrettanto malvagia e poi adulato dalla moglie che lo manipola e tradisce. Ultimogenito di Ragnar, nato sotto una cattiva stella senza l’uso delle gambe, cresce forte, arrabbiato e vendicativo. “Vorrei non essere sempre così arrabbiato” afferma.
Il padre gli spiega che è speciale proprio per il suo handicap ma lui avrebbe preferito essere normale e amato come i suoi fratelli, i quali un po’ lo sostengono e un po’ lo disprezzano. Tutti indistintamente lo temono, per la sua forza, per la tenacia con cui cammina sulle mani, per la malvagità che non lo abbandona un istante.
Non giocano a favore delle ultime stagioni una subentrata tendenza melodrammatica e la presenza di personaggi nuovi di poco interesse, dopo l’uscita di scena di altri di grande spessore come Rollo – in continua tensione odio e amore nei confronti del fratello Ragnar – o Judith– madre capace di uccidere uno dei figli a favore della regalità dell’altro. Uno di questi caratteri insipidi è o storico vescovo Heamund, che non è ben sviluppato nelle sue potenzialità di personaggio. Grande guerriero e principe della chiesa, non si capisce perché dal giorno alla notte s’invaghisca di Lagertha, salvo poi respingerla preso da un’improvvisa paura della dannazione. Si salva solo Gunnhild, sorta di regina valchiria di grande impatto anche fisico sullo schermo.
Certe crudezze vichinghe nelle ultime fasi della narrazione vengono sostituite da un tono epico quasi arturiano, non sgradevole, specialmente nelle bellissime scene del funerale di Lagertha, che ricorda le esequie di Artù nel film Excalibur, o della morte di Bjorn Ironside che riporta alla mente il Cid Campeador.
Alcuni nodi della narrazione non vengono spiegati e vanno accettati per quello che sono, vedi la presenza dell’indovino cieco anche dopo la sua morte, la somiglianza estrema fra Freydis, moglie uccisa di Ivar, con la russa Katia, la vera paternità di Bjorn, la vera identità di Othere, la misteriosa natura di Harbard e via discorrendo.
Tutto sommato, nonostante i difetti, se si pensa che quasi tutto quello che viene narrato e quasi tutti i personaggi sono storici o semi storici, una saga bella e potente.
Departures
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Departures
Giappone, 2008
Il destino spesso fa giri enormi, con tragitti improbabili e parecchi scossoni. E quello di Daigo, violoncellista disoccupato da un giorno all'altro, è uno di questi. Sentendosi perduto e fallito decide di tornare al paesello natale con la moglie e ricominciare. Peccato che l'unica opportunità che gli si presenta sia quella di "tanatoesteta", ovvero colui che cura e trucca i corpi dei defunti prima dell'ultima partenza, come dice il titolo. Nonostante tutte le famiglie in lutto lo chiamino per i suoi servigi, lo stigma presso i conoscenti e i parenti del morto è enorme, tanto che entrerà in crisi anche il suo matrimonio. Ma Daigo svolge il suo lavoro con una amorevolezza e una grazia impermeabile a qualunque giudizio, perché, nonostante la ritrosia iniziale, ha scoperto lo scopo della sua vita: accompagnare le spoglie mortali con dolcezza alla cremazione. Nei suoi servizi funebri incontra il dolore dei parenti rimasti ma anche la rabbia, la gratitudine, la leggerezza, l'amore che va oltre la morte. E la sua vicenda personale sarà un percorso di autoanalisi e consapevolezza (non a caso lo sceneggiatore ha scelto un artista per questa storia, sono le persone più a contatto col proprio sé) che lo condurrà, ma solo quando sarà pronto, a risolvere il più grande conflitto della sua vita, che si trascina come un pesante fardello da bambino: l'abbandono da parte del padre. Smarrito nel mondo per questo rapporto di rabbia inespressa verso il genitore, scopre, sotto diverse declinazioni, che la morte è solo un cancello, e che ogni genitore non lascia mai indietro nessun figlio. Come gli dice il suo datore di lavoro "Tutti alla fine vogliamo tornare da dove veniamo". E non credo si riferisse alla località geografica. Ci torneremo, e a fare la differenza sarà il sassolino che terremo nel pugno al momento dell'ultimo respiro.
Jøn Mirko, "Savant"
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Savant
Jøn Mirko
Lupieditore, 2018
È un giallo ma senza la logica deduttiva, ci sono poliziotti ma non è un procedurale, alcune scene sono talmente splatter da fare trattenere il fiato ma non è un libro dell'orrore, si parla di angeli, Cabala e Tarot ma non è un libro sul soprannaturale, è ambientato negli USA e il nome dell'autore pare nordeuropeo ma nasconde due italianissimi autori. Quello che resta è Savant, un romanzo ibrido, americaneggiante ma non spaccone, una giostra di morti, torture, mostri con un atipico assassino seriale che oltre alla scia di cadaveri ne lascia una di indizi e un poliziotto abile ma condannato a morte dalle prime pagine che intuisce che dietro quella sequela di morti degne di un film slasher vi è un'unica mano. Occorre una buona dose di sospensione dell'incredulità (anche se tutte le teorie enumerate nel romanzo hanno solide basi scientifiche), un divano e possibilmente un pomeriggio piovoso perché sono più di 500 pagine e la storia è di quelle che ti fa attaccare le dita alle pagine per girarle in maniera febbrile. Un poliziotto di NY apprende di avere una malattia che lo ucciderà in pochi mesi. Si lancia nella sua ultima indagine, un cavallo fatto a pezzi, rimontato e lasciato marcire in una suite d'albergo. Unico indizio: l'assassino ha una mutilazione fisica particolare. Un'intuizione lo porterà nel cuore del Texas dove anni prima un'epidemia ha fatto impazzire uomini e animali provocando una strage che è rimasta sotto silenzio. Da lì, passo dopo passo, giungeranno a scoprire la mente perversa che ha creato tutto ciò. Molto pirotecnico, situazioni al limite del credibile, la suspense è creata con sapienza, finale apertissimo e ammiccante. Forse si poteva togliere un centinaio di pagine ma è veramente un romanzo godibilissimo, senza pretese ma che riesce nel suo scopo principale: divertire.
Harry Macdonald
Negli anni '40 del Novecento, un benestante centenario scozzese di nome Harry Macdonald viveva in solitudine in un piccolo dongione. Da tempo si dedicava appassionatamente a suonare il violino durante le ore notturne, ma, non essendo portato, il continuo strimpellare procurava fastidio all'intero e vicinissimo villaggio di campagna. La gente, non riuscendo a dormire, si lamentava vivacemente, tra l'altro era impossibilitata a parlargli faccia a faccia poiché non apriva a nessuno. Dal momento che il "violinista" usciva raramente dalla dimora, per i beni di prima necessità si serviva di un garzone che lavorava in un emporio, situato in una cittadina poco distante.
Dato che l'insopportabile situazione andava avanti da settimane, una mattina il sindaco, tramite il postino, gli spedì una missiva dove erano trascritte le proteste collettive dei villici con l'invito a smetterla.
«Suono quando e quanto vogliooooooooooo!» gridò il vecchio da una feritoia della struttura, riducendo in coriandoli quella che poco prima era una lettera.
La sera stessa un nugolo di abitanti incazzati come iene andò all'assalto della torre, sfondando facilmente il portone. Non toccarono Harry nemmeno con un dito, tuttavia gli distrussero il violino senza pietà.
Il vecchio protestò rabbioso e decise di vendicarsi. Innanzitutto, assunse una squadra di valenti operai di Edimburgo, pagandoli in anticipo per dei lavori particolari. Successivamente, dal solito emporio si fece consegnare viveri a lunga conservazione, ritenendoli sufficienti per circa sei anni, in quanto non sarebbe mai più uscito dalla torre, consapevole di non avere molto da vivere, data l'età.
Passarono dieci mesi, l'anzianissimo scotsman, attraverso una finestra, si mise a suonare una cornamusa. Per di più il dongione presentava la seguente novità: un'invalicabile e gigantesco fossato circolare colmo d'acqua in cui nuotavano una miriade di piranha, i quali furono importati dal Brasile ma comprati a Glasgow in un negozio di animali abusivo, sempre e comunque usufruendo della consegna a domicilio. Mister Macdonald come pensava di mantenere in vita i sanguinari pesci sudamericani? Semplicemente nutrendoli una volta a settimana con della carne in blocchi di medie dimensioni, conservata dentro una cella frigorifera.
Harry sorrise, e suonò nuovamente lo strumento più forte, sempre più forte, per farsi “sentire.”
Alessandro Angelelli, "Metallo pesante"
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“Notte inoltrata, silenzio profondo, rotto di colpo, dal passare di un treno, metallo pesante su fragile legno”. La composizione tra la parola e l'immagine, metafora della vita e del senso dell'interezza, racchiusa in queste righe, appartiene all'autore Alessandro Angelelli nel libro Metallo pesante (L'Erudita, 2022 pp. 67 € 16.00). I testi contengono la densità dell'osservazione poetica sul mondo e sulla natura degli uomini, diffondono la consistenza dell'ispirazione, offrono una consapevolezza accogliente, piena di sensibilità e di intensa affettività. Il poeta risiede nella dimora dell'anima, percepisce l'intima relazione tra il proprio peregrinare alla ricerca di una dimensione familiare dove custodire ricordi ed emozioni e l'identità interpretativa delle sensazioni. Alessandro Angelelli indica la regione interiore dalla quale partire per percorrere l'essenza dell'itinerario esistenziale e ampliare l'orizzonte dell'appartenenza. Descrive attraverso l'inquietudine romantica del percorso di vita, lo smarrimento e la frantumazione dell'esperienza, espone la volontà di comunicazione, insegue il desiderio di riacquistare il sentimento perduto. La strada per condividere il viaggio introspettivo rimanda al valore originario dell'essere, incrocia lo svolgimento della memoria e collega l'elaborazione del vissuto con il senso di ogni destinazione. Metallo pesante svela una collezione privata di inafferrabili momenti e di sfuggenti impressioni, mostra il vincolo confidenziale tra la malinconia del passato e l'incertezza del presente, avverte il carattere instabile di ogni incognita del futuro, l'inesorabile vulnerabilità del dolore, ma anche la stabilità fiduciosa della speranza. La poesia di Alessandro Angelelli è simbolo di un archetipo del cammino umano, un attraversamento evolutivo tracciato nella necessità di realizzare una direzione per la felicità e rinnovare il proprio itinerario, inoltrandosi nella promessa di raggiungere nuovi approdi di comprensione per sentirsi a proprio agio con se stessi. Rivisita la località ispiratrice del pensiero, analizza il territorio suggestivo della realtà, da corpo all'equilibrio degli impulsi per orientare l'autenticità del discorso. Alessandro Angelelli conosce il modo di rilevare e abbracciare la consistenza sensitiva del proprio territorio di arrivo, oltrepassa il passaggio lucido del dolore e della finitezza dell'assenza, trasmette la propria fermezza creativa con il presentimento immaginario di ogni atmosfera onirica. “Metallo pesante” rinforza l'intento profondo di riconquistare la componente del benessere, illustra l'incantevole cronaca del tempo nel riassunto seducente del quotidiano, congiunto alla contingenza della fugacità, alla tenerezza della memoria e alla commozione dei significati. Indaga sull'accordo dell'intuizione elegiaca e sostiene l'eterna e inevitabile discordanza tra la crudele fragilità e la grazia della serenità. Il libro è il compimento letterario di una coinvolgente resistenza, la fusione naturale immersa nella nostalgia dell'altrove, sperimenta l'incertezza dei legami, assapora l'indugio dell'attimo vissuto, mantiene il radicamento dell'intima necessità di espressione, l'intenzione di ogni luogo in cui sentirsi a casa e ritrovare la beatitudine dello spirito.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Heimat
Heimat è dov'è un ricordo lontano.
Qualcosa di nascosto che avevi scordato sopraffatto da
mille profumi e pensieri dell'oggi.
Heimat è un ginocchio sbucciato, dopo una corsa
per gioco.
Lo sguardo di lei mentre le sfiori la mano.
Quella rete, all'ultimo istante,
giocando per strada con gli altri bambini.
Heimat è una notte d'estate
e quelle campane che suonano i quarti.
Ogni essere umano ha un ricordo di Heimat.
Cercalo a fondo in quel mare di nebbia.
Ricorda quel profumo che avevi oscurato.
Il profumo della tua unica casa,
il tuo porto d'arrivo dove devi tornare.
Casa di bambole
Viviamo in una casa di bambole.
Delicati come porcellana, osserviamo il mondo, con occhi
di ghiaccio e un eterno sorriso.
La casa di bambole è sfarzosa e felice, ci protegge,
incurante di noi e dei nostri pensieri.
È bello vivere nella casa di bambole, immutabili al tempo,
bambini per sempre.
Seduti sul nostro grazioso dondolo quel lungo sorriso
comincia a mutare.
Istanti
Istanti, momenti di felicità, riempiono ogni angolo di te.
Compensano la noia del resto,
confortano le ere di dolore che seguono.
Li aspetti come un bimbo a Natale, sai che arriveranno.
Devono.
Istanti, ricordi, lampi di vita, caricano la tua anima e la
stringono.
Non la lasciano andare, la proteggono, sai che senza di
essi, tu non saresti.
Quanto manca
al prossimo istante?
Spiragli
Spiragli di luce da una porta socchiusa, memorie future
costruite al momento
Qualcosa si muove dietro un fragile muro, mi guardo
intorno e mi sento perduto
Fuggire, scappare, lo spiraglio si allarga; la porta cigola e
la luce mi invade
Il tuo sguardo attraversa le mie molte paure e cancelli ogni
falsa parvenza di uomo costruita nel tempo
Nota sbagliata
Sono una nota sbagliata,
musica infame e corrotta dal tempo.
Disarmonico e solo
come un mondo perduto.
E ti vedo osservarmi, senza farti notare, diffidente e
bellissima quale luna offuscata.
Poi ti vedo ascoltar le mie inferme canzoni e ti ascolto
parlar del tuo mondo distante.
Irreale e sbagliato è starti vicino, irreale e assurdo
sfiorarti la mano.
Poi mi lascio avvolgere dalla tenue armonia, perché il mio
paradiso è nelle rare parole,
è vedere sparire, alla fine, quella coltre di nebbia.
I frollinacci
5 Settembre 1995. Il giorno, il mese e l’anno in cui è nata Elisa, la mia sorellina. A poche settimane dalla sua nascita, in puro spirito meridionale, i parenti e gli amici gradualmente venivano a casa nostra per farci visita. C'era chi portava in dono dei giocattoli, chi dei vestiti per la bebè, chi delle buste contenenti una o più banconote e chi dei dolci.
Erano giorni di festa, in soggiorno si trovavano vassoi di paste di vario tipo accompagnati da tantissimi confetti rosa. Ghiotto com'ero, ne divoravo in grandi quantità, e a darmi manforte l’altrettanto golosa Cettina, "la mia sorella più media," per dirla alla Nino Frassica, un undicenne e una novenne complici, una sorta di Bonnie & Clyde con quell'intrufolarci di nascosto nel salone con l'intento di arraffare, visto che i nostri genitori ci proibivano di toccare i dolciumi destinati agli ospiti.
A farci visita per ultimi furono due lontani parenti anziani, che a tutela della privacy, chiameremo Salvatore detto Turi e Ada, da sempre bollati come i più tirchi del mondo. Quel pomeriggio notammo che Ada teneva in mano una busta di colore giallo sulla quale era disegnato Topolino e Pluto, tant'è vero che sia io che i miei familiari ipotizzammo un bel regalo per Elisa, ad esempio un completino. Invece si trattava di un maxi pacco di biscotti, precisamente la versione economica dei GranTurchese, di quelli che nei supermercati a quei tempi costavano al massimo quattromila lire. Alla vista di quei frollini, restammo negativamente sorpresi, cercando comunque di non far trasparire la delusione.
«Per i ragazzi!» disse Turi, indicando me e Cettina.
«Magari, se li fai sciogliere nel latte caldo del biberon, vanno bene anche per la picciridda» aggiunse candidamente la moglie, rivolgendosi a mia madre.
Dopo che Crick e Crock se ne andarono, dal momento che era presente pure mia nonna materna, quest'ultima si lasciò andare a una serie di commenti indirizzati ai due taccagni, sostenendo che avevano fatto una figura di merda.
Ad ogni modo, essendo ora di merenda, decisi di dissigillare quel grosso involucro trasparente e di sgranocchiare tre o quattro frollini, ma, ahimè, nella premura, lo aprii malamente, lacerandolo quasi per metà. Cettina non ne volle mangiare, affermando che quei biscotti le ricordavano gli ospedali e gli ospizi.
Mi sedetti sul divano del salone, constatando di come quei “gratati” di sottomarca erano troppo duri al punto che si potevano usare come cric per sollevare un auto per il cambio di un pneumatico. Nel frattempo, nella stessa stanza, Elisa dormiva come un angioletto nel passeggino, tra l’altro vicinissimo alla nonna che in un angolo se ne stava seduta ad osservarla dolcemente.
Stavo per dirigermi in cucina con l’intento di prendere una molletta per chiudere nel migliore dei modi quel paccone di frollinacci e riporlo sopra la mensola, quando mi sentii chiamare a bassa voce dalla nonna, che mi chiedeva stranamente di darle qualche biscotto, considerando che circa un quarto d’ora prima li aveva maledetti. Non l’avesse mai fatto, oltretutto commisi l’imprudenza di passarle la danneggiata confezione di frollini da sopra il corpicino di Elisa.
All'improvviso… swoash! La confezione si ruppe e l’innocente fagottino venne interamente travolto da un ammasso di biscotti i quali sembravano le macerie di un'abitazione terremotata.
La nonna, come un provetto vigile del fuoco, tempestivamente prese la lattante in braccio “evacuandola” dalla carrozzina e scrollandole velocemente quei cosini forellati, per di più mettendole un dico in bocca per assicurarsi l’assenza di frammenti. Povera Elisuccina, diventò tutta rossa in viso per poi piangere disperata.
Mamma, papà e Cettina accorsero subito immaginando che fosse successo qualcosa di serio. Naturalmente fui rimproverato, venendo paragonato a Gian Burrasca, tra l’altro all'insegna della sceneggiata napoletana da parte della “salvatrice.”
La piccina, una volta tranquillizzata, fu adagiata nella culla, poiché si doveva ripulire scrupolosamente il passeggino.
«Ah, i biscuttazzi di Adazza! (Ah, i biscottacci di Adaccia!)» esclamò borbottando la nonna, mentre gettava quei cacchio di frollini nella pattumiera.
L'impervio sentiero
Uno stralunghissimo e tortuoso sentiero in salita, chiamato Purgatorio, conduceva in Paradiso.
La via era piena di sassi, di rovi spinosi ma soprattutto di chiodi, o, più precisamente, di Sacri Chiodi, in riferimento alla crocifissione di Gesù. A parte l'esenzione per i bambini e gli adolescenti, le anime dei defunti essendo completamente svestite, per ovvi motivi dovevano percorrere il passaggio senza calzature. Impossibile immaginare con quanto dolore si arrivasse a destinazione, considerando poi che l'estenuante camminata durava in media un secolo. Finché, Dio, mosso dalla compassione e dalla misericordia, diede l'incarico ai suoi angeli migliori di costruire uno spaziosissimo e veloce ascensore, il quale sarebbe stato operativo una volta al giorno, sette giorni su sei.
La questione sembrava risolta, purtroppo, invece, l'impianto si rilevò un autentico fallimento. In primo luogo, nonostante la considerevole ampiezza della cabina, un numero eccessivo di anime tendevano ad ammassarsi, tra spintoni e imprecazioni con bestemmie annesse. Perlomeno nessuno si lasciava andare a flatulenze, tuttavia avvenivano episodi di molestie, tra palpatine e... plop plop.
In secondo luogo la stragrande maggioranza di coloro che da sotto attendeva il ritorno dell'ascensore vuoto, mostrava atteggiamenti spazientiti, per non parlare delle infuocate agitazioni.
Com'era prevedibile, Dio s'incazzò di brutto e, stanco di quel pandemonio, disattivò l'immeritato mezzo di trasporto, ripristinando così il sentiero malagevole.
Tutto tornò come prima, con la sola differenza che all'inizio del percorso fece piazzare un chilometrico palo scalettato per chi si voleva cimentare ad arrampicarsi per raggiungere il Paradiso più velocemente. Peccato che quella sorta di sostegno risultava esageratamente unto di vasellina, tra l'altro con un beffardo cartello piantato per terra con su scritto in aramaico: “E adesso pigliatevela nel culo!”
Sergio Camellini, "Opera omnia"
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Sergio Camellini
OPERA OMNIA
II edizione
Recensione di Raffaele Piazza
Il volume che prendiamo in considerazione in questa sede presenta una premessa a cura dell’Editore e una prefazione di Michele Miano centrata, esauriente, acuta e ricca di acribia.
Come scrive il prefatore non è facile affrontare il discorso poetico e umano di Sergio Camellini, autore prolifico che ha scoperto la vocazione letteraria in età matura. La sua ricerca poetica originale e personalissima si radica in un fondamento antico ma sempre nuovo: il rapporto profondo che lega il proprio io nella più intima coscienza percettiva e individuale alla coscienza di un universo tutto inteso come il topos assoluto e naturale della poesia.
Figura di poeta e operatore culturale attivissima sullo scenario italiano attuale Sergio Camellini ha sostanzialmente un approccio gioioso alla vita ed esprime in gran parte della sua produzione un discorso che si rifà ad una sicura espressione forma di pedagogia della gioia.
La raccolta composita e articolata architettonicamente è scandita nelle seguenti sezioni: Lasciami di te un’emozione, I colori della fantasia, Ascolto i silenzi, Viandante dei sogni, S’accende una luce, Il canto delle Muse, Madre natura è vita, Tra le righe del pensiero, Ponte dei sogni, So di essere, Un sogno con le ali, Bagliori, Il pianeta delle nuvole rosa, Nel corpo un soffio dell’anima.
Una vena riflessiva e vagamente intellettualistica sottende le poesie di Camellini che non possono considerarsi neo liriche tout court anche se non mancano spesso accensioni liriche alle quali seguono subitanei spegnimenti nel percorrere i salvifici sentieri della linearità dell’incanto.
Il poeta con intelligenza punta la sua cinepresa interiore sulla realtà che lo circonda, che può essere anche una natura idilliaca da lui tanto amata.
La materia amorosa ed erotica è spesso espressione del poeta e c’è un tu femminile al quale egli si rivolge del quale ogni riferimento resta taciuto e l’amore detto con urgenza può essere anche quello per la poesia stessa, amore ricambiato che diviene il punto di partenza per giungere alla gioia e, visto il carattere allegro del poeta, quella da lui detta può essere una dimensione amorosa che, nell’aprirsi la coppia alla socialità, riesce a superare il limite della solitudine a due.
La vena intellettualistica riflessiva si realizza per esempio nella considerazione che l’autostima genera serenità.
Anche il sogno, che può essere rêverie, anima qualche composizione della raccolta come Vorrei scrivere un sogno: «Vorrei scrivere un sogno / con penna d’amore / che ci portasse là, / perché v’è libertà / anche s’adombra il vero; / è la fantastica / spontaneità / dello spirito onirico…».
Una caratteristica di questi versi è la forte chiarezza nei dettati sempre nitidi e luminosi leggeri e icastici che permette al poeta di raggiungere esiti alti con componimenti che decollano sulla pagina per poi planare dolcemente nelle chiuse.
A conferma di quanto suddetto in Versi calorosi leggiamo: «Con la penna / imbibita d’amore / tra le righe / dei pensieri / dov’eri? / Ogni parola / scritta / qualora resti sola / indispettita / scappa via, / se non trovi / allo schioccar / del fuoco / i versi calorosi / d’una poesia».
Forma e stile sono eleganti nella loro raffinatezza, nella realizzazione di un senso ottimistico della vita che giunge alla conclusione che la felicità è possibile.
Raffaele Piazza
Sergio Camellini, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 188, isbn 978-88-31497-97-8, mianoposta@gmail.com.
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