Enza Sanna, "Nei giorni"
/image%2F0394939%2F20221103%2Fob_f9a801_sanna-enza-2022-nei-giorni-fronte.jpg)
Enza Sanna, Nei giorni, pref. di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 100, isbn 978-88-31497-89-3, mianoposta@gmail.com.
Con autentica ammirazione mi sono imbattuta nel canto elegiaco di una poetessa che affresca versi nei quali si respirano le pietre profumate di antico, le chiese di incenso, le botteghe di cuoio e le pasticcerie di canditi della sua Genova. Mi sono trovata di colpo nel dedalo dei caruggi, scoprendo, sin dalle prime pagine della sua nuova silloge Nei giorni, che il mondo lirico di Enza Sanna tende a operare un distinguo tra fantasia e immaginazione. Se di consueto l’esistenza è votata ai fatti, l’immaginazione aiuta a conservare le illusioni, e in effetti non possiamo fare nulla senza averlo prima desiderato e idealizzato. «… / È incontro di mente e cuore / passione e cautela / trascendenza e ragione / è rischio, è sfida di sopravvivenza / gioia prima della gioia / oltre ogni comprensione /…» (Certezza di cose vere). La poesia che apre la Raccolta narra ciò che una profana come la sottoscritta non sa dire con le parole. Vola sul piano metafisico, disciplina la realtà attraverso l’inventiva, stupisce nel dimostrare come il senso del nostro percorso terreno sia nella delizia del disordine, «nell’ingrandire così tanto il momento da riuscire a fare dell’eternità un niente, e del niente un’eternità» (cit. Blaise Pascal).
L’Autrice sceglie di esistere in un non-luogo del pensiero, che concede tregue alle fatiche del tempo: «…/ Mi rifugio negli oggetti di casa / pezzi sinceri di verità / che narrano una loro storia / fatta di rapporti con chi la abitava / quasi impazzito innamoramento verghiano /…» (Sopraggiunge il crepuscolo). In una Poetessa visionaria è straordinario il rimando al neo-realismo dell’artista siciliano, definito come una scelta di follia, come il vano pascolo di uno spirito disoccupato. Interessante ed esaustivo il riferimento agli ‘oggetti di casa’ che testimoniano il rapporto ‘con chi la abitava’, non con colei che scrive. La Sanna dimostra che il poeta non traduce in parole una visione, in quanto la sua visione si elabora in esse. Ella crea la distanza dal mondo oggettivo mentre asserisce di trovare riparo in esso. Raramente ho letto liriche così esplicative dell’autentico universo poetico. L’incandescente purezza della nostra Artista dimostra che l’ispirazione permette di proiettare il proprio flusso di concezioni interiori in un mondo che ne è dannatamente privo.
Il Poeta possiede il dono di vedere ciò che è invisibile agli altri. «…/ La mutevolezza dell’essere / la precarietà delle cose / crean un vuoto d’intorno / come andar fra estranei / tra chi le spalle ci ha volte / con una sola dolorosa certezza: / non ci si bagna nella stessa acqua / due volte. /…» (Bellezza d’anima e di sensi). Si sente ancora, forte, il senso della vita che sguscia come polvere nella clessidra, nei labirinti dei caruggi tra i quali è fin troppo facile perdersi, non sapere cosa si nasconda dietro la prossima curva. La chiusa eraclitea evidenzia che non ci si può bagnare ogni giorno, anzi, in ogni momento, nello stesso fiume, perché ogni cosa, ogni alba, ogni sole, sono sempre in movimento, forze dinamiche, dialettiche. La mente coincide con il passato, è memoria accumulata e se si guarda l’esistenza attraverso essa ogni cosa sembra polverosa, sporca, vecchia. Se si riescono a mettere da parte i ricordi, ogni esperienza, ogni amore diviene nuovo di continuo. Nessuno conosce mai nulla. Rimaniamo estranei, eternamente estranei. Schiavi del vortice dei giorni, che possono sembrare tutti uguali, come le aste sui quaderni dei bambini.
La Sanna vola alto, dietro l’apparente nichilismo, conosce l’armonia del creato e prova a guardare la vita affidandosi alla meditazione, all’armonia interiore. «…/ Improvviso il tempo si è fermato / su un’ombra che credevo cancellata, / sembianza vaga che mi fa pensare: / non si dissolve pur nel suo passare / il tempo che fu quello dell’amore / per ritrovarti ancora nella luce / quando il giorno tace / ché l’intesa perfetta non chiede consensi / neppure uno sguardo per sentirci accanto /…» (Improvviso il tempo si è fermato). L’amore trascende le visioni, è sentimento pulsante, che può fermare il senso eracliteo del fiume nel quale ci bagniamo, ma secondo l’Autrice non chiede parole, ‘consensi’, esiste e lo si riconosce, come recita Pablo Neruda: «E da allora sono perché tu sei, / e da allora sei, sono e siamo, e per amore sarò, sarai, saremo».
La Sanna varca con incredibile semplicità i limiti del concepibile, la sua non è poesia di confini, in compenso genera misteri, è evocativa degli stati dell’inconscio. Ed è tesa alla luce divina che è dentro di noi. Quella che non appartiene a una religione in particolare, ma a tutti i credenti. «…/ La solitudine, che ci fa amici di nessuno, / noi rivali persino a noi stessi, / pesa anche sul foglio bianco / inoperoso maggese a ritemprarsi / quando t’assale la paura della vecchiezza più della morte / e il pianto che non sgorga, non si vede / è silenzio di pietra. / Ma se improvviso sopraggiunge il canto / intenso bagliore splendido di luce / feconda è l’ora / e chiaro il giorno della festa» (Giorno di festa). La caducità del tempo che ci è dato in sorte, intesa in senso etimologico dall’Autrice, ovvero dal latino ‘caducus’ - cadere, che è destinato ad avere breve durata, la avvolge come sudario, soprattutto nei giorni di festa, ma esiste un modo per sentir cantare l’anima, per sollevarci al di sopra delle barriere della vita materiale: cedere alla verticalità. Il viaggio spirituale, che si può compiere in ogni momento, consente l’accettazione del ritorno della luce nei nostri cuori.
La Poetessa, lirica dopo lirica, trascina nelle spirali del suo disincanto, dei suoi dubbi e delle sue vivide, altissime illuminazioni, e rende consapevoli che la Poesia rappresenta un mezzo di comunicazione superbo e ‘terapeutico’, come ella stessa recita. Io non conosco Enza Sanna, ma attraverso i suoi versi ho seguito il ritmo dolce e profondo di un’arpa celtica, lo strumento che possiede le sonorità adatte a instaurare un dialogo tra chi suona e chi ascolta, e ho avuto la meravigliosa sensazione di percepire i ritmi di corporeità, le tensioni, la postura, il timbro vocale, la gestualità e la mimica di questa Musicista della parola. Mi è sembrato addirittura di vederla passeggiare nei luoghi che le sono cari, in quella Genova che sa unire più di molte altre città il passato, il presente e il futuro, crocevia di culture e di popoli fin dall’antichità. Sento di essere nel vero, la fusione d’anime si è compiuta: «…/ Frammenti di nubi vagano nel cielo / avanzi di abiti dismessi / che non oscuran i muretti a secco / della mia terra / né i morbidi profili dei colli / sui borghi raccolti. / Avara è la natura dei suoi doni / ma negli orti domina il carciofo / guerriero antico, / il pallido limone / raggio di sole convertito in frutto, / l’asparago turrito in carnosi germogli / dolce e selvaggio in uno. / Immersa in questa realtà vivo il mio tempo, / compagni la solitudine e il silenzio / quasi vertigine dinanzi all’abisso / mentre sulla pagina bianca gioca la parola / ora reale ora d’invenzione, / musicalità che segna tempo e spazio dell’assenza / a colmare il vuoto con effetti sonori d’armonia / nell’attesa di un’immancabile presenza» (L’immancabile presenza). La lirica ricorda le Odi nerudiane, per la capacità della Nostra di mostrare religioso rispetto e di descrivere liricamente attraverso metafore o frasi immaginifiche i frutti del creato. Non si riscontrano nella Sanna toni elegiaci rivolti alla natura, che è definita ‘avara’, simile all’esistenza, nello svuotarsi dell’amore. ‘La solitudine e il silenzio’ sono le note salienti di questo cantico, ma anche la lirica citata contiene la rivelazione nel titolo e nella chiusa. L’immancabile è un aggettivo femminile, e non può che riferirsi alla Fede, immenso eterno vagito del nostro tempo, morso di un’Eva che ha lasciato il giardino per risiedere in ogni eden che sappia accogliere la certezza di un Dio teso a credere in noi… nonostante quel morso.
Tra le vertigini metafisiche, le visioni, il senso della perdita, non mancano i punti fermi, comuni a tutti, ma sempre nel segno della Fede, il dono gratuito di Dio, che chiede l’umiltà e il coraggio di fidarsi e affidarsi. «…/ Ma la famiglia d’origine è per sempre / non ti lascia mai nel tuo cammino / è parte di te, rivive nei gesti e nei pensieri / è assenza fisica mutata in spirituale presenza /…» (La perdita e l’assenza). Gli amori non ci lasciano, si spostano in un’altra dimensione sensoriale, vegliano sui giorni e sulle storie, seduti ‘nella stanza accanto’, per dirla con Sant’Agostino, divengono angeli del nostro breve tragitto terreno. Il mare, compagno di vita della Sanna, eterno sogno di realizzare la libertà dell’impossibile, è presente in molte liriche, e scandisce proprio le assenze, che rendono gusci le conchiglie di ieri.
Tra i tantissimi versi dettati da ispirazione divina mi hanno indotto a intensa commozione quelli della lirica E tu non sai, che nella seconda parte recita: «…/ Al morir della luce il sentimento del tempo ti giunge / al lago del cuore, teso l’orecchio ai suoni della notte / impercettibili sospiri. / Da lungi una nenia struggente / che ha il fascino di un faro nella notte. / Il mio essere affido alla ruota del tempo / per strade che guidano al nulla. / Scava sempre la parola / nella miniera di significati altri / che, nell’infinitamente piccolo / spesso si cela l’infinitamente grande / e tu non sai». Sul pentagramma di Enza Sanna ricorre la volontà di trasformarsi in una rabdomante, che per stanare le impossibili certezze della vita è pronta a scavare anche nel vento con le note del suo canto. E attraverso la fisica ci riaccompagna sulla sponda della spiritualità. Macrocosmo e microcosmo coincidono nel mondo delle particelle elementari, un mondo che reclama naviganti pronti a cogliere il minimo segnale all’orizzonte, perché come sa ogni marinaio di vedetta, è proprio nell’impalpabile barlume che vacilla in lontananza la promessa della terraferma.
Una poetessa dalla cifra stilistica poderosa la Nostra, dotata di sensi ammaestrati per un mondo diverso da quello che conosciamo, e che è dono di pochi percepire. Ricca di voci che spesso non intende decifrare. Lontana da ogni schematismo, da effetti calcolati, tesa a scavare con lirismo e amore assoluti nel linguaggio. Le sue metafore, le assonanze, la musica che pervade ogni verso riportano al lido della grande Poesia del passato, che traccia la rotta di un giusto futuro lontano dalle sterili correnti avanguardiste. Sarò sognatrice, ma so che non porterei per sempre con me le poesie di quest’Artista se non avessi avuto l’onore di viaggiare sulle sue note con la sensazione di vederla, di viverla. E mi piace pensare di chiudere questa prefazione seduta accanto a Enza Sanna, di fronte al suo mare, mentre si compie, tramite «una pioggia di note sulla tastiera» (Terapia musicale), il miracolo dell’arco d’amore, ovvero di Un ponte arcobaleno: «… / Ma il ponte più bello, più prossimo al cuore / è all’infinito / quando la luce del sole, dopo il fortunale / scompone i colori nell’apparente trasparenza / d’una goccia di pioggia».
Maria Rizzi
L’AUTRICE
Poetessa, scrittrice, saggista, critico-letterario Enza Sanna è nata a Genova, dove vive, opera e ha svolto una lunga carriera di Docente di Lettere nella Scuola Media Superiore. Pluriaccademica, ha ottenuto molti Primi Premi Nazionali e Internazionali, partecipando più volte a numerosi Concorsi letterari. Tra la raccolte poetiche più recenti ricordiamo: Quando gemmano i pruni (2003), Amore di mamma (2004), Per vene d’acqua e di terra (2006), Gocce d’arcobaleno (2008), Viaggio nella parola (2009), Per segreti varchi (20109), Kaleidos (2012), Frammenti lirici… ai margini del viaggio (2014), Percorsi d’utopia (2017), Oltre la parola (2020).
Il principe ranocchio
/image%2F0394939%2F20221103%2Fob_fc2510_frog-2240764-1920.jpg)
Padre, perché non avete bussato? Vi devo delle spiegazioni. No, vi prego, non arrivate a facili conclusioni e non ritenetemi una principessa dai facili costumi. Questo ragazzo si trova qui per un motivo.
In buona sostanza, ieri pomeriggio, mentre giocavo sull'erba, ahimè, calciando un po' troppo forte la mia adorata palla d'oro, l'avevo fatta finire nello stagno. Se solo sapeste quanto mi sentivo disperata!
Poi, all'improvviso, una figura dalle fattezze ranesche, alta nemmeno un metro, si era materializzata dall'acquitrino, dicendomi le testuali e seguenti parole: «Sono il principe Giovanni Rana. Una perfida strega mi ha lanciato un terribile incantesimo e per spezzarlo esiste una sola possibilità. Ti restituirò la sfera a patto che mi porti nella reggia e mi lasci passare la notte nel tuo letto, accanto a te.»
Padre, essendo l'unico modo per riavere la palla, ho accettato. Stamattina, al risveglio mi ha chiesto un bacio. All'inizio non volevo, però, lasciandomi intenerire, glielo ho dato. Oh, istantaneamente la batrace qui presente si è trasformata in un uomo, proprio alcuni secondi prima della vostra irruzione. Non stupitevi che sia nudo, dopotutto poco prima era un ranocchio. Invece, nel mio caso, lo sapete benissimo che preferisco dormire senza vestiti.
Padre, non vi incazzate, è andata così, dovete credermi. Cosa? Quel servo accanto a voi è un impostore! Addirittura afferma che io e il principe abbiamo fatto sesso? Non è assolutamente vero!
Ah, ci ha spiato dal buco della serratura... ehi, pezzo di cretino, piantala di sghignazzare, esci da sotto le lenzuola. Giovanni, forse non hai capito: da adesso ti trovi in una posizione scomoda, sicuramente non quella della rana.
Nota dell'autore: Riadattamento scilipotiano di una celebre fiaba dei fratelli Grimm.
In Il principe ranocchio, la narrazione verte unicamente sulla prospettiva della principessa.
La pazza
/image%2F0394939%2F20221103%2Fob_c33225_people-3169395-1920.jpg)
Agata fissò attentamente la stramba figura femminile che le si parò davanti, chiedendosi da dove fosse sbucata. Magra da far paura, lo sguardo spento, la carnagione pallida e i biondi capelli crespi.
«Sicuramente sei scappata da un manicomio!» esclamò Agata sogghignando e indietreggiando nervosamente di diversi metri.
La squilibrata fece lo stesso, come a volersi prendere gioco di lei.
«Brutta psicopatica, chi ti ha lasciato entrare?» continuò Agata, mostrando i primi segni di ostilità. «Pazzesco, una pazza in casa mia. Cose da pazzi!»
La mentecatta assunse un'aria inquietante, per di più muovendo le labbra senza parlare.
«Qual è il tuo problema?» sbraitò Agata gesticolando per rendersi minacciosa.
L'alienata non si lasciò impressionare, oltre a ciò con sincronismo perfetto riusciva a imitare le gestualità della ragazza.
«Puttana schifosa, non ti permetto di scimmiottare! Ti spacco la faccia!»
Agata decise di passare all'azione avventandosi verso la matta per colpirla con un cazzotto, quest'ultima fece lo stesso alzando un pugno, tant'è che finirono per scagliarselo a vicenda. In quel preciso istante, lo specchio da bagno si spezzò.
Della pazza non rimase altro che una miriade di pezzi frantumati.
Stonebreakers
/image%2F0394939%2F20221102%2Fob_110e47_stonebreakers-locandina-1.jpg)
Stati Uniti, 2020: nel mezzo della rivolta Black Lives Matter e dell’elezione presidenziale, scoppia la battaglia sui monumenti storici. Un conflitto culturale che travolge statue di Cristoforo Colombo, confederati e padri fondatori, e mette in discussione il racconto mitico americano. Esplorando un panorama memoriale in trasformazione, Stonebreakers interroga il rapporto tra Storia e lotta politica in un’America che, mai come oggi, è chiamata fare i conti con il proprio passato.
Il film si avvale della produzione della Awen Films - con Isaak J. Liptzin, Curtis Caesar John, Andrea Fumagalli e lo stesso regista - e della direzione della fotografia di Isaak J. Liptzin, del montaggio di Andrea Fumagalli e delle musiche originali di Francesco Venturi.
“Quando l’onda delle proteste del Black Lives Matter si è riversata per le strade delle maggiori città americane – ricorda il regista - a New York avevo da poco messo in pausa la produzione di un documentario sul mito di Cristoforo Colombo e sulle controversie legate alla celebrazione del Columbus Day. Con l’arrivo della pandemia il tema sembrava finito in secondo piano, ma ho dovuto ricredermi subito, quando la prima statua di Colombo è stata abbattuta nel mezzo delle proteste per l’uccisione di George Floyd. Ho deciso in quel momento di allargare lo sguardo del film, di non fermarmi a Colombo e di affrontare il nodo della memoria americana nella sua totalità. Stonebreakers è sia la testimonianza di una stagione straordinaria che un contributo a un dibattito pubblico sul ruolo della memoria e della public history. Fare i conti con il passato non significa congelarlo dentro un monumento, ma affrontarlo, riaprirlo alla discussione e continuare ad attualizzarlo. Mi auguro che questo film possa incoraggiare il suo pubblico a condividere questa responsabilità e a immaginare monumenti che non rappresentano solo eroi armati a cavallo che si impongono dall’alto di un piedistallo, ma che esprimano una storia di cui siamo al tempo stesso spettatori, interlocutori e critici protagonisti”.
IL REGISTA
Valerio Ciriaci è un documentarista italiano che vive negli Stati Uniti. Nato a Roma, Valerio si laurea in Scienze delle Comunicazione all’Università La Sapienza nel 2011, con una tesi su Jean Rouch e l'etno-fiction. Nello stesso anno si trasferisce a New York per frequentare il corso di cinema documentario della New York Film Academy. Nel 2012 fonda la casa di produzione Awen Films, con la quale realizza documentari indipendenti, video editoriali e altre produzioni audiovisive. I suoi corti documentari, Melodico (2012), Treasure - The Story of Marcus Hook (2013) e Iom Romì (2017) sono stati selezionati in numerosi film festival internazionali, tra cui Big Sky Documentary Film Festival, Hot Springs Documentary Film Festival, Bari International Film Festival e New York Jewish Film Festival presso il Lincoln Center. Nel 2015 realizza il suo primo lungometraggio, If Only I Were That Warrior, vincitore del Premio Imperdibili al 56˚ Festival dei Popoli e del Globo d’Oro 2016 per il miglior documentario italiano. Nel 2019, al 60˚ Festival dei Popoli, presenta Mister Wonderland, che riceve il premio 'Il Cinemino' e verrà in seguito diffuso sulla Rai in Italia e su PBS negli Stati Uniti.
Durata: 70'
Anno di produzione: 2022
Formato: DCI 4K (4096 x 2160)
ALCYONE 2000, quaderni di poesia e di studi letterari
/image%2F0394939%2F20221031%2Fob_ef3437_alcyone2000-n-15-fronte.jpg)
ALCYONE 2000
Quaderni di poesia e di studi letterari, vol. 15, 2022
La composita pubblicazione che prendiamo in considerazione in questa sede costituisce un volume che per sua natura (anche per la presenza di contributi pittorici e scultorei riprodotti a colori) potrebbe essere considerato un ipertesto, per la commistione e l’interazione che si vengono a realizzare tra i suddetti contributi e i saggi di critica letteraria, le recensioni e le sillogi poetiche che racchiude.
La collana di quaderni di poesia e studi letterari “Alcyone 2000”, pubblicata da Guido Miano Editore, i cui volumi sono impaginati come una rivista, emerge nel panorama letterario italiano odierno per l’aspetto culturale come una delle più prestigiose pubblicazioni per l’importanza dei nomi dei critici letterari, dei poeti, nonché dei pittori e degli scultori che hanno firmato le parti letterarie e figurative, tutte connotate dal comune denominatore dell’incontrovertibile alta qualità, della bellezza e dell’intelligenza.
Nel tempo della pandemia che tutti stiamo vivendo, fenomeno tragico che ha provocato tra l’altro un aumento numerico dei poeti a causa delle chiusure e del dolore, nel mare magnum di una società postmoderna, globalizzata e consumistica, che vede la caduta dei valori e il prevalere della mentalità dell’avere su quella dell’essere, come già stigmatizzato dal filosofo e psicologo Erich Fromm negli anni ottanta del secolo scorso, ben vengano questi quaderni quasi come espressione del pensiero divergente anche perché cartacei non destinati solo a un limitato numero di cultori.
* * *
A livello esemplificativo, analizzando il volume 15 di “Alcyone 2000”, ci si sofferma su tre dei saggi che ritroviamo nella sezione dei “Contributi letterari”: quello di Ivo Lovetti intitolato Jean Guitton l’“eternità” in un istante, quello di Marco Zelioli, La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero e quello di Ferdinando Banchini, Lugi Fallacara e il Francescanesimo.
Come scrive Lovetti, riguardo a Jean Guitton, il primo dei suddetti scritti L’infinito in fondo al cuore. Dialoghi su Dio e sulla fede, 1999, costruito come un libro intervista da Francesca Pini, giornalista del “Corriere della sera”, si può considerare il sorprendente, esauriente, per certi versi inatteso testamento spirituale del grande pensatore cristiano che ha attraversato quasi nella sua interezza il nostro secolo fino a diventarne un autorevole testimone e interprete. L’immagine che ne scaturisce è quella di un uomo eternamente giovane, sognatore che affermava che la vita gli sembrava fatta di sogni, alcuni dei quali sono notturni altri diurni, dotato di una grande libertà e originalità di pensiero, ma nello stesso tempo rispettoso dell’ortodossia cattolica, innamorato della vita nel dichiarare che va bene aspettare la felicità dopo la morte ma è ancora meglio godere adesso della felicità senza preoccuparsi di tutto quello che accadrà dopo la morte. Quando afferma il concetto di “eternità” in un istante Guitton pare rievocare l’assunto di Heidegger sull’attimo come feritoia atemporale dove il tempo si ferma e non è né passato né futuro ed è forse per sempre. In ogni caso attimo, istante e momento come categorie temporali non sono strettamente sinonimi e tra i tre termini esistono sottili differenze la cui spiegazione esauriente dal punto di vista filosofico sarebbe stato felice di darcela lo stesso Guitton se la sua interlocutrice nell’intervista gliela avesse chiesta. Guitton ha scritto anche il saggio Dio e la scienza nel quale come prova dell’esistenza di Dio il Nostro sostiene che la materia che costituisce le galassie, i pianeti e ogni cosa presente nell’universo è aggregata in maniera così precisa e perfetta che solo una mente ordinatrice teleologicamente poteva costituirla in questo modo con quella che viene chiamata Creazione.
Nel saggio La “incontemporaneità” di Eugenio Corti scrittore cattolico più noto all’estero che in patria di Marco Zelioli il critico scrive che tra i “casi letterari” del XX secolo senza dubbio uno dei più eclatanti è quello dello scrittore e saggista Eugenio Corti, di cui il 2021 è stato il centenario della nascita. Per quanto incredibile possa risultare a chiunque ne scorra il curriculum culturale, Eugenio Corti più che in Italia è noto all’estero, soprattutto in Francia (le sue opere sono state tradotte in francese, inglese, lituano, polacco, portoghese, romeno, russo, spagnolo ed anche giapponese). Esordì con I più non ritornano, 1947 insieme romanzo e cronaca della rovinosa ritirata dei soldati italiani dalla Russia nel 1942-1943. Il capolavoro di Eugenio Corti è senza dubbio Il cavallo rosso, 1983. Prodotto in oltre trenta edizioni e venduto in quasi quattrocentomila copie, è un romanzo di così ampio respiro da ricordare quelli dei Grandi della letteratura russa tra Ottocento e Novecento da Tolstoj a Dostoevskij a Solzeniciyn. Non per nulla, e soprattutto grazie a quest’opera, dopo aver ricevuto nel 2000 il “Premio internazionale al merito della cultura cattolica”, lo scrittore fu preposto per il Premio Nobel 2011 da un comitato spontaneo, sostenuto dalla Provincia di Monza e Brianza e dalla Regione Lombardia; una figura che il critico ha fatto bene a riattualizzare dopo la sua parziale rimozione dopo la sua morte e anche prima.
Nel saggio dedicato a Luigi Fallacara Ferdinando Banchini riporta le parole dello stesso Fallacara che affermava che il suo incontro con S. Francesco fu anche la scoperta del senso metafisico di ogni vera poesia, nell'apertura dell’amore per tutte le creature. L’incontro tra il Nostro e il santo avvenne ad Assisi dove visse tra il 1920 e il 1925. Ivi nel 1921 entrò nel terz’ordine e tradusse le confessioni di Angela da Foligno, mistica francescana del Duecento e soprattutto portò a compimento quella “storia di una crisi religiosa” che è il suo primo importante, duraturo libro di poesia Illuminazioni drammaticamente esemplato sul graduale iter mistico della grande seguace di San Francesco. Il libro successivo I firmamenti terrestri del 1929 presenta, in cinque lunghe poesie in ottave, episodi della vita di Francesco, commossa esaltazione di chi sentì contro il suo cuore, il cuore di Cristo che ricolma il mondo, di chi si fece «carne d’amore, carne di dolore / flutto approdato ai piedi del Signore». Nel ‘55 curò un’edizione delle Laude di Jacopone da Todi, altro grande francescano, diversissimo da Angela ma di lei non meno ardente.
* * *
Passiamo ora ad un’altra sezione del vol. 15 di “Alcyone 2000”; il brano intitolato Itinerari di letteratura comparata: cieli ed epoche diversi uniti dalla poesia fa da introduzione ad una serie di saggi appunto di Letteratura Comparata, campo poco praticato nel panorama letterario nazionale contemporaneo. I raffronti, i confronti, i paragoni, le comparazioni tra autori di epoche e lingue diverse, non sono solo utili per allargare il nostro sguardo oltre quel provincialismo che spesso limita in modo angusto il nostro orizzonte culturale, ma addirittura bisogna che siano inevitabili e necessari se si vogliono comprendere gli influssi reciproci tra le varie correnti letterarie e capire a fondo quel sentire comune, quella comune sensibilità poetica e ideale che attraversa in modo osmotico gli autori europei, nell’esprimere un patrimonio di valori sul quale si fonda la vera civiltà umana: legandoli insieme sentiremo una voce unica a difesa e per i principi fondamentali sul quale si basano il nostro sistema di vita e la nostra cultura occidentale. Le comparazioni come linee di codice in un sistema di insiemi sottesi a un principio comune che vede nella parola scritta il suo fondamento comune a prescindere dai luoghi, dalle civiltà, dai costumi e dalle religioni di ogni singolo poeta, romanziere o saggista.
* * *
“Alcyone 2000” comprende anche una sezione dedicata a sillogi di poeti contemporanei; si analizzano a titolo esemplificativo due raccolte: quella di Guido Miano e quella di Renata Cagliari. In I colori dell’isola di Guido Miano predomina la linearità dell’incanto, lo stupore e la capacità della meraviglia per la bellezza inserita nel cronotopo sotto i cerchi limpidi del cielo. Come scrive Enzo Concardi queste liriche sono una dichiarazione d’amore per la natia terra siciliana: le radici, l’identità, la cultura, l’infanzia, il sogno e il successivo abbandono, il dolore, la lontananza, la memoria, la disillusione. Poetica tout-court neolirica e del sogno ad occhi aperti dalla quale trasuda uno sconfinato amore per la natura incarnato negli idilliaci paesaggi della natale isola percepita in una policromia di sensazioni che dai sensi raggiungono l’anima e il cuore del poeta. Una notevole ricerca e raffinatezza del lessico connota il poiein di Miano. La magia della parola diviene il precipitato di una cosciente sospensione che si lega a visionarietà e la natura stessa si fa a tratti numinosa e neoromantica più che neoclassica. In alcuni componimenti il poeta si fa interprete della metafora vegetale e l’infanzia pare collimare con il verde tenero delle piante stesso. Da notare che il poeta nomina con il nome preciso le specie vegetali (l’ulivo saraceno e il gelsomino bianco d’Arabia) come Seamus Heaney, premio Nobel irlandese. L’esattezza di una parola sapientemente dosata è esaltata nei componimenti sempre ben controllati e magistralmente risolti. È affrontato il tema del dolore in un componimento struggente in cui una cerva ferita è alla ricerca del suo piccolo e stabilmente si raggiunge una musicalità nei versi nei quali è presente un ritmo sincopato. Anche un’aurea di favola è presente quando il poeta mette in scena la sirenetta con la coda di delfino, creatura mitica e forse simbolo di bellezza, sirenetta che nuota nel mare che circonda la sua amatissima Sicilia. Si emerge con piacere dalla lettura di questi testi originali e carichi spesso di un arcano fascino.
Nella silloge Attimi di luce di Renata Cagliari nei versi colloquiali e affabulanti ritroviamo il senso e il tema dell’epica del quotidiano e della fiducia nell’amicizia nei passaggi in una poesia in cui l’io-poetante oppresso dal peso della vita va a casa dell’amica Flavia dove la vita stessa ritrova colore, forza e sorriso. Addirittura la casa diviene Paradiso come un rifugio incantato e in essa anche gli oggetti sembrano stagliarsi benevoli e quasi apotropaici, e si fanno correlativi della gioia e della sicurezza. La poetica espressa è neolirica e come scrive Michele Miano si tratta di una poesia intimista, dove la parola si carica d’immagini salvifiche. La luce entra nelle cose e nell’anima come dal titolo della silloge nel permearla e negli attimi il tempo pare fermarsi in un sicuro ottimismo che si manifesta in una vena ludica e giocosa così rara perché si percepisce che la felicità può esistere sia nel giorno che nella notte e che anche se è un fiore raro esiste anche l’amicizia della quale anche il Cristo ha parlato nei vangeli. Una vena sorgiva quella della poetessa di matrice neolirica che provoca emozione e stupore nel lettore e pare anche di intravedere in essa una connotazione vagamente minimalistica. Il senso del bene che viene detto con urgenza è presente, il bene che sconfigge il male e non è buonismo. C’è anche un aspetto religioso in questa poetica e una poesia è dedicata al Natale e alle sue magiche atmosfere e un’altra a Marco del quale è detto che nella sua vita si è risollevato tante volte dalle tribolazioni e che ora con il suo serafico sorriso aiuta il prossimo a trovare pace e armonia ed è detto qui Dio che pare emanarsi dal sorriso dello stesso protagonista.
* * *
Ci sarebbe da dire molto sulla collana di quaderni “Alcyone 2000” di Guido Miano Editore che richiederebbe un saggio per un’analisi di tutte le sue parti e non lo spazio di una recensione; la presente collana di studi letterari si configura come espressione di una raffinata cultura all’insegna della bellezza come esercizio di conoscenza.
Raffaele Piazza
Alcyone 2000 – Quaderni di Poesia e di Studi Letterari, n°15; Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 108, isbn 978-88-31497-83-1, mianoposta@gmail.com.
Lidia Yuknavitch, "La cronologia dell'acqua"
/image%2F0394939%2F20221020%2Fob_5fc2d4_9788874529582-0-536-0-75.jpg)
La cronologia dell'acqua
Lidia Yuknavitch
Nottetempo Edizioni, 2022
Inizio questo libro con i primi due capitoli che spaccano. Intensissimi per il contenuto, un aborto spontaneo al nono mese, scrittura opulenta, un pizzico di olistica che non guasta mai. Poi l'autofiction continua, l'infanzia col padre padrone, la sorella grande che abbandona la casa appena può, pare ci fossero molestie, la madre con la gamba corta succube del marito, lei che annega metaforicamente e non, tutto ciò nelle acque clorate della piscina. Perché è la cronologia del prezioso liquido, non dimentichiamolo. E quindi piscina lì, piscina quando traslocano in Florida, il padre che non vuole che studi, e poi l'acqua diventa quella delle docce dove ammira i corpi delle atlete, la saliva dei baci ambosessi in cui, ancora minorenne, si prodiga con una sessualità promiscua e violenta che manco Moana quando aveva il doppio degli anni, e poi la piscina dell'Università a cui approda per borsa di studio sportiva e dove si fa buttare fuori in due anni perché più che partecipare a orge sempre strafatta e in iperalcolemia non fa. Questa vita al limite viene minuziosamente descritta fino ai 30 anni quando, in questa vita devastata e sprecata Ken Kasey, mica pizza e fichi, di tutto il collettivo con cui scrive riconosce il talento da scrittrice solo in lei, e glielo dice pure senza infilarle dentro nessun organo dei suoi. Miracolo. Scopriamo poi che il primo racconto con cui lei si fa notare si intitola "la cronologia dell'acqua", e tutto mi fa pensare che fossero i primi due notevoli capitoli a cui poi viene aggiunto tutto questo pippone. Ma quando a metà libro lei invita la sua scrittrice feticcio alle 4:30 del mattino a schiaffeggiarle la patafiolla squirtando come un idrante, no raga, io mi sono arresa e mi sono chiesta "ma che cavolo sto leggendo? Ma questa sarebbe una scrittrice di talento?" Un elenco di umori corporali rilasciati a ogni pagina, una storia inesistente, l'ennesima, posso dirlo?, storia che con la scusa di universalizzare il proprio vissuto ammira il proprio ombelico peraltro pieno di lanetta puzzolente. Ma anche basta di scrittori che producono grazie alle loro nevrosi. Ma basta di gente che ci fa credere che vivere per raccontarla sia sprecare la vita per poi miracolosamente scoprirsi talentuosi e ripercorrere i folli anni del prima. Ma basta proprio parlare di sé in un afflato narcisistico a spirale. Macchissenefrega di quello che hai fatto o del fatto che quando lo hai fatto non capivi nulla perché eri ottusa da sostanze psicotrope? Ma che plusvalore mi da questa scappata di casa? Ma chi lo dice che i suoi libri valgono, addirittura ha una cattedra negli USA dove insegna scrittura. Ah beh. Figuriamoci. Comunque mollato a 2/3. E non mi è piaciuto a parte i primi capitoli, nel caso non mi fossi spiegata bene.
Joseph Pontus, "Alla linea"
/image%2F0394939%2F20221015%2Fob_761af3_9788830109490-0-536-0-75.jpg)
Alla Linea
Joseph Pontus
Bompiani, 2022
Joseph Ponthus, scomparso a 42 anni per tumore, due anni dopo avere conosciuto il successo con il suo unico libro, Alla linea, una specie di romanzo in versi sciolti, o un poema sulla vita in fabbrica. Umanista, educatore sociale, attivista politico, questo gigante dal pelo fulvo decide di trasferirsi in Bretagna per amore della moglie. Lì però resta disoccupato mesi non trovando lavori nel suo campo e decide, pur di fare qualcosa e portare a casa uno stipendio, di affidarsi all'agenzia interinale che gli propone solo lavori temporanei presso lo stabilimento del pesce e il mattatoio, a parte una fugace e grottesca incursione di pochi giorni nella scolatura del tofu, operazione tanto specifica e deprivata di senso da costituire un mantra per tutto il tempo in cui la svolge. Allo stabilimento del pesce si svuotano casse di pesci e se ne fanno bastoncini, prima delle feste arrivano i crostacei e molluschi nobili; al mattatoio si spostano con enorme fatica fisica quarti di manzo e di bue. La storia che Ponthus ci racconta è tutta nei gesti ripetitivi alla linea di produzione, da cui il titolo, i guasti al nastro trasportatore, le chiamate all'ultimo minuto dell'agenzia che ti prenota per due giorni o due mesi, ma che gliene frega a loro, gli interinali come i disoccupati devono esistere per i momenti storici di sovrapproduzione. È una legge del mercato. E allora c'è la rivincita degli operai che si intascano il cibo più caro e prelibato senza farsi vedere come indennizzo, le macchine che possono mutilarti a vita se non stai attento, gli scioperi di quelli a tempo indeterminato perché gli interinali, se si uniscono, perdono il diritto di chiamata. Ma se non si cambiano le cose è per colpa loro, li accusano, che non hanno il coraggio di scioperare. Si scopre un micromondo, che per la maggior parte di noi è sparito da un secolo, fatto di precarietà, assenza di diritti, turni rispettati grazie al passaggio in auto dei colleghi, fine settimana di recupero della stanchezza. In ogni capitolo però riluce una inattesa leggerezza di chi non vuole piangersi addosso, che sa che tutto è temporaneo e il presente va comunque goduto. Ogni giorno ci riserva la possibilità di sorridere, a volte ridere, con calembour, canzoni o poesie modificate sul tema della fabbrica, battute di spirito autoironiche, citazioni filosofiche, a volte. Ponthus non decide di resistere, non si oppone a qualcosa più grande di lui ma decide di Esistere con tutto ciò che ha, con tutto ciò che è, scrivendo furiosamente fino a notte fonda pur sapendo che pagherà il debito di sonno il lunedì mattina, cucinando e cenando con la moglie, passeggiando per le spiagge, lasciando la testimonianza di un mondo operaio defraudato e proletario che persiste nel cuore della civilissima Europa. Un grande insegnamento per chi fa parte della nostra generazione, uno spaccato insolito ma poi più prevedibile di quanto si pensi in questa nostra società in declino che ci sta spremendo fino all'ultima goccia sulla linea della fabbrica neoliberista.
Tre poesie di Bernardo Risino
/image%2F0394939%2F20221009%2Fob_a584c3_duomo-di-milano-5052524-1920.jpg)
A Milano
le mattine d’estate sono fresche
nelle case assonnate;
fuori già ci si ubriaca
di sole e di smog.
Ogni giorno pare sempre lo stesso,
quasi fosse il metronomo a battere il tempo.
Si esce, si compra il giornale,
si beve caffè e si mangia una brioche:
è abitudine saggia,
l’organismo ha bisogno di forze.
Siamo contenti all’inizio del giorno,
sorridiamo.
Nuvole veleggiano lente
in attesa di essere pioggia.
Poi, nel giorno,
riempiamo di vuote parole i minuti
e i minuti riempiono le ore
e così la fatica di vivere
si fa più pesante.
Il lavoro ci illude
e scherma ogni nostra paura.
Ci caliamo nel vortice scuro
di un abisso spietato.
Ci illudiamo.
In Sicilia
se ne stanno le genti a godersi la vita:
c’è chi mangia granite di mandorla
e chi legge il giornale
al profumo di un gelsomino
o di un aspro e perenne limone.
Ma nei campi assolati i braccianti
si spezzano la schiena e le ossa
per offrire ai mercati primizie.
Qualcuno, talvolta, se c’è un funerale
e il morto era giovane e sano,
di nascosto si tocca i coglioni.
A Noto, in Sicilia, il sole d’estate
è un maglio che schianta ogni forza
e il Corso una ruga nel tempo
che divide il paese in due parti.
A Noto quand’ero ragazzo
e sognavo Milano, dicevo:
“La gente è diversa,
son diversi i paesi e le case.
Sarà come su un altro pianeta.”
M’illudevo.
Siamo corpi in un fiume melmoso
che alla foce si sperde
nel mare infinito del nulla.
MIO PADRE
Mio padre era giovane quando il fato
ha estratto il suo numero a sorte.
Ero un ragazzo,
e la boria degli anni più verdi
frenava ogni forma di dialogo
confinando nel silenzio
ogni parola,
ogni gesto d’affetto.
Ricordo una volta, era giugno,
mi chiese di accompagnarlo
a comprare la frutta da un contadino.
Guidava con calma,
sentivo che voleva parlarmi.
Lasciammo la strada statale
per una trazzera:
ai lati muretti a secco e
alberi d’ulivo a perdita d’occhio.
A un tratto accostò all’ombra
di un solitario carrubo.
Io me ne stavo in silenzio:
l’estate pulsava tra campi assolati
e cicale impazzite.
Mio padre prese il pacchetto e
mi offrì una sigaretta.
“Non fumo,” mentii.
Con calma ritrasse la mano,
ne sfilò una, l’accese.
Fumava e taceva,
ogni tanto tossiva.
“C’è caldo,” gli dissi
per rompere il ghiaccio.
“Hai ragione,” mi fece
buttando fuori il suo fumo.
Sentivo lo sforzo
di dire parole concise,
per chiedere conto
del mio essere assente,
dei miei malumori,
dei colpi di testa.
Ma tacque.
Partimmo che il caldo pesava
sui nostri volti delusi.
Passarono mesi, lui se ne andò.
Io ero lontano e sono tornato
e l’ho visto sul letto
dove, giovane e forte,
aveva goduto.
Ho scrutato il suo volto di marmo
e vi ho colto come un’ombra,
una sorta di muto tormento
solo a me noto.
Non ho pianto
davanti ai parenti schierati.
Poi, di ritorno dal cimitero,
ho preso la macchina
e ho guidato verso la spiaggia
dove, quand’ero bambino,
mi aveva insegnato a nuotare.
Mi sono seduto e ho guardato
le placide onde del mare:
Il ritmo lento e ossessivo
ha sciolto quel grumo
che mi trascinavo da un pezzo
come un peso segreto,
e i miei occhi si sono velati.
il pianto non era
che la percezione
di un vuoto che dilagava
in ogni mia parte sensibile,
un vuoto che il tempo ha domato,
che a volte ritorna,
e, quando si espande,
nonostante la mia vita abbia fatto il suo corso,
vorrei tornare a quegli anni
e stringere forte mio padre,
e parlargli.
LE DONNE DI TEHERAN
Marciano unite tenendosi per mano
urlando forte perché dia loro ascolto
chi esercita il potere con violenza,
chi si comporta da despota e tiranno.
Le donne di Teheran hanno capito
che è giunto il momento di volare,
di far sentire forte agli aguzzini
che i cuori sono stanchi di subire.
In un abbraccio che sa di libertà
percorrono un sentiero di dolore
che porterà a nuova dignità,
a progredire, a reclamare onore.
Le donne di Teheran prendono il volo
hanno capito che il potere è inerme,
che il loro gesto cambierà la storia,
che ogni dittatura ha una scadenza.
Gridano il nome di Amini Mahsa
uccisa solo perché dal velo nero
spuntava una ciocca di capelli,
oltraggio sommo per biechi assassini
L’hanno finita picchiandola a morte,
l’hanno finita a forza di botte,
senza sapere che da quella morte
migliaia di donne sarebbero risorte.
La polizia morale, ossimoro mortale,
pretende che ogni donna sia silente,
che viva occultata in vesti nere,
che ubbidisca senza tante storie.
In none di un Dio crudele e sadico,
incancreniti nel loro pregiudizio,
pensano che il corpo della donna
alimenti il peccato e spanda il vizio.
Che indossino l’hijab
che coprano le forme,
che viaggino mai sole,
che non ballino e non cantino
che non ridano in pubblico,
che siano ombre
nascoste nelle tenebre,
gridano i carcerieri
dietro le loro barbe nere.
Le donne di Teheran lottano in massa
con i capelli al vento quasi da aliene,
vogliono uscire dal nuovo Medioevo,
vogliono alfine spezzare le catene.
E mentre i cecchini sparano dai tetti
E uccidono persone come cacciagione
E mentre i cecchini sparano dai tetti
e uccidono persone come cacciagione,
urlano con voce roca al mondo intero
che nessuna di loro teme la morte
e hanno solo un gesto da mostrare:
bruciare il velo nero e poi danzare.
Adriana Deminicis, "Da un poemetto alla luna. I fiori di gelsomino"
/image%2F0394939%2F20221004%2Fob_9eaa7f_deminicis-adriana-2022-da-un-poemett.jpg)
Da un poemetto alla luna. I fiori di gelsomino
Adriana Deminicis
Guido Milano Editore, 2022
In questo libro dal titolo Da un Poemetto alla Luna. I fiori di Gelsomino l’autrice Adriana Deminicis prende l’avvio dalla considerazione dell’atteggiamento umano consistente nella diffidenza verso il suo simile, nella chiusura, che lo porta a innalzare muri, a chiudere frontiere. L’autrice lamenta anche nei propri riguardi l'incomprensione che trova nel condividere i suoi pensieri, e la conseguente emarginazione da parte degli altri. Ella disapprova pure l’educazione a norme rigide, con pregiudizi che rendono sordi agli aneliti di limpidezza, di magnanimità, di lungimiranza. Questa atmosfera pesante ha provocato in lei quasi una malattia sentendosi emarginata, malattia da cui si augura la guarigione.
Auspica dunque un cambiamento nella visione delle cose e nel comportamento degli uomini tra di loro, che è improntato appunto oggi ad individualismo, indifferenza, incomprensione.
Con sorpresa allora sono proprio le piante o la contemplazione del cielo a ispirare pensieri e sentimenti che aprono alla speranza: «…la Luna alla Sera risveglia in me antiche miscellanze, / anche il profumo dei fiori, / anche le meravigliose piante con il loro cuore / così delicato e attento mi vengono a parlare, / mi fanno sentire la loro calda presenza, / rassicurante, un cibo che nutre / e rende lieti di speranza…» (Frammenti di esistere).
Ed è da qui che la poetessa intravede un miglioramento: «…presto arriverà il cambiamento / … simbolo massimo / di Libertà e di Armonia / con l’Amore a guidar la rotta» (ivi). Allora è la Luna e il fiore del Gelsomino in particolare che suscitano in lei una sequela di pensieri e di ispirazioni. «… / Luna argentea così buona e amica /…/ il mio pensier si eleva immenso / raggiunge vette elevate dove la Luce Bianca / di guarigione non è mai stanca...» (La Luna e la Vita, Venere e l’Amore). Così comincia a «…nutrir un pensiero di cambiamento, / non più soggetto a limiti, / mi liberavo di una memoria fatta di impedimenti, / pregiudizi… le mie affermazioni / cominciavano ad andare verso luoghi fioriti…» (ivi).
Ecco i fiori. Ecco il gelsomino. Alla luna, da lei chiamata «la Regina della Luce», si affianca il gelsomino che «…alla Sera veniva a profumare / il Viale» e che «…simboleggiava un amore Eterno, / che si faceva sentire…/ per onorare tutti quegli sguardi / che da tempo avevano cercato un Amore vero» (Il Gelsomino alla Sera veniva a profumare il Viale).
Luna e Gelsomino allora li possiamo pensare come il simbolo, la Luna della Luce, ovvero della Verità, della Giustizia, invece il Gelsomino come il sentimento che può scorrere come fluido a unire gli uomini, e cioè l’Amore. Solo così la felicità potrà brillare negli occhi di tutti. Luna: «Saggezza Eterna, Intelligenza che viene ad illuminare» (Luna).
Inoltre Adriana Deminicis nella contemplazione della luna e nel godimento del profumo del gelsomino, sente una immedesimazione di sé con l’Universo. «…tutto di me era presente nell’Universo, / tutto dell’Universo mi accompagnava…» (Poesia d’Amore. La Luna Rossa). È il microcosmo che si fonde col macrocosmo. Del resto tutti gli elementi sono sia nell’uomo che nell’Universo. Sono costituiti della stessa sostanza. Il pensiero dell’autrice ora spazia nel Tutto. E il Tutto, che è l’Universo, è ricco di Amore: «… C’è tanto Amore nell’Universo, / … l’Amore ha radici profondissime, / ogni rosa che nasce ne rappresenta il Simbolo, / simbolo lieto di un Amore senza fine…» (Guardavo il Cielo).
È un’opera deliziosa questo “Poemetto alla Luna. II fiori di Gelsomino” di Adriana Deminicis, un’opera che quasi ci fa sentire la freschezza delle piante, il profumo dei fiori, ci mette in comunicazione con la natura e con l’Universo intero. Un’opera di ampio respiro che esprime l’anelito a distaccarsi dal mondo dove domina il male che altro non è se non la mancanza di amore. E l’amore lo possiamo attingere alla Luna, al Gelsomino. Presenze stupende che esprimono purezza anche con il loro biancore.
Dal mondo caotico e malvagio la poetessa trova uno spiraglio di speranza: un mondo di amore cui la natura ci introduce.
Si avverte anche in questo anelito alla vita senza più tristezza, senza più affanni, quasi il presagio della vita futura, dell’aldilà. Forse è insito nella natura umana il concetto del Paradiso, dove sarà asciugata ogni lacrima, dove non ci sarà più né pianto né dolore, ma solo luce, amore e felicità.
Maria Elena Mignosi Picone
Adriana Deminicis, Da un Poemetto alla Luna – I fiori di Gelsomino, pref. Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 120, isbn 978-88-31497-32-9, mianoposta@gmail.com.
Chiara Maggi, "La ragazza dei fiori"
/image%2F0394939%2F20221003%2Fob_d6098c_foto-libro-la-ragazza-dei-fiori-chiara.jpg)
La ragazza dei fiori di Chiara Maggi (CTL Livorno, 2022 pp. 458 € 21.50) è un fantasioso romanzo di formazione che coinvolge il lettore oltre la consistenza sensibile delle fitte pagine, nel potere miracoloso delle emozioni e converte le passioni e le sofferenze della vita nella descrizione psicologico-intimista delle vicende esistenziali. Chiara Maggi dona profondità narrativa alla sua storia attraverso i sentimenti e un'intensa maturità espositiva. Il suo esordio letterario è una dichiarazione luminosa e positiva del mondo interiore, un filtro tenero e generoso delle atmosfere sentimentali, influenzate dal cammino spirituale della propria vocazione. La ragazza dei fiori è un itinerario dolce e toccante intorno alla percezione dell'incertezza e dell'insicurezza emotiva della protagonista. Chiara è una ragazza bisognosa d'amore, in cerca di un suo personale riconoscimento alla propria appartenenza, che avverte la necessità di superare la debolezza delle difficoltà e nella modulazione del passaggio dall'infanzia all'età adulta intona il confine della sua timidezza, comprende la variazione del dolore come limpido strumento per la saggezza. La trama del libro dispiega l'effetto consapevole e potente del calore della vicinanza, la riflessione umana della protagonista Chiara, tra contrasti impulsivi e conseguenze infelici, occasioni fortuite e incontri inattesi, concentra l'evoluzione fortunata e determinata dell'esperienza, l'intreccio imprevedibile e inaspettato degli avvenimenti descritti. L'importante e indispensabile confronto con gli altri personaggi che interagiscono con la protagonista, lascia intravedere il riflesso dei contenuti relazionali, l'espressione della propria realizzazione. L'autrice affonda nella qualità letteraria della scrittura romanzata, il destino imprevisto del vissuto, la sequenza riflessiva del legame introspettivo. Confessa, con una romantica e delicata voce narrante, il disagio crudele delle assenze subite, la malinconia sfumata delle mancanze, la difficoltà delle carenze affettive. Restituisce, contro il timore dell'abbandono, la coraggiosa resistenza nell'affrontare la realtà, nell'incoraggiare la vitalità della speranza, il sostegno delle aspettative. “La ragazza dei fiori” plasma il desiderio universale della rinascita, insito in ognuno di noi, identifica l'attesa fiduciosa delle proprie aspirazioni, realizza la convinzione fiduciosa della necessità favorevole di ogni cambiamento, accoglie, nella proiezione romanzesca degli ideali, la libertà di scegliere una seconda possibilità per superare lo smarrimento delle esitazioni, sciogliere l'amarezza delle delusioni e sollevare il valore della condivisione. La purezza del cuore di Chiara incanta il significato autentico delle parole, sprigiona l'essenza responsabile della volontà, allontana le fragilità. Chiara Maggi assiste e difende l'equilibrio eterno dell'anima, la corrispondenza del perdono, la comunione con gli altri, la partecipazione alla felicità, la promessa della presenza. Schiude l'infinita simbologia dei fiori con il segreto salvifico dell'altruismo, sprigiona la serenità nella direzione della seguente frase: “L'anima ha il profumo dei fiori”.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)