Joseph Pontus, "Alla linea"
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Alla Linea
Joseph Pontus
Bompiani, 2022
Joseph Ponthus, scomparso a 42 anni per tumore, due anni dopo avere conosciuto il successo con il suo unico libro, Alla linea, una specie di romanzo in versi sciolti, o un poema sulla vita in fabbrica. Umanista, educatore sociale, attivista politico, questo gigante dal pelo fulvo decide di trasferirsi in Bretagna per amore della moglie. Lì però resta disoccupato mesi non trovando lavori nel suo campo e decide, pur di fare qualcosa e portare a casa uno stipendio, di affidarsi all'agenzia interinale che gli propone solo lavori temporanei presso lo stabilimento del pesce e il mattatoio, a parte una fugace e grottesca incursione di pochi giorni nella scolatura del tofu, operazione tanto specifica e deprivata di senso da costituire un mantra per tutto il tempo in cui la svolge. Allo stabilimento del pesce si svuotano casse di pesci e se ne fanno bastoncini, prima delle feste arrivano i crostacei e molluschi nobili; al mattatoio si spostano con enorme fatica fisica quarti di manzo e di bue. La storia che Ponthus ci racconta è tutta nei gesti ripetitivi alla linea di produzione, da cui il titolo, i guasti al nastro trasportatore, le chiamate all'ultimo minuto dell'agenzia che ti prenota per due giorni o due mesi, ma che gliene frega a loro, gli interinali come i disoccupati devono esistere per i momenti storici di sovrapproduzione. È una legge del mercato. E allora c'è la rivincita degli operai che si intascano il cibo più caro e prelibato senza farsi vedere come indennizzo, le macchine che possono mutilarti a vita se non stai attento, gli scioperi di quelli a tempo indeterminato perché gli interinali, se si uniscono, perdono il diritto di chiamata. Ma se non si cambiano le cose è per colpa loro, li accusano, che non hanno il coraggio di scioperare. Si scopre un micromondo, che per la maggior parte di noi è sparito da un secolo, fatto di precarietà, assenza di diritti, turni rispettati grazie al passaggio in auto dei colleghi, fine settimana di recupero della stanchezza. In ogni capitolo però riluce una inattesa leggerezza di chi non vuole piangersi addosso, che sa che tutto è temporaneo e il presente va comunque goduto. Ogni giorno ci riserva la possibilità di sorridere, a volte ridere, con calembour, canzoni o poesie modificate sul tema della fabbrica, battute di spirito autoironiche, citazioni filosofiche, a volte. Ponthus non decide di resistere, non si oppone a qualcosa più grande di lui ma decide di Esistere con tutto ciò che ha, con tutto ciò che è, scrivendo furiosamente fino a notte fonda pur sapendo che pagherà il debito di sonno il lunedì mattina, cucinando e cenando con la moglie, passeggiando per le spiagge, lasciando la testimonianza di un mondo operaio defraudato e proletario che persiste nel cuore della civilissima Europa. Un grande insegnamento per chi fa parte della nostra generazione, uno spaccato insolito ma poi più prevedibile di quanto si pensi in questa nostra società in declino che ci sta spremendo fino all'ultima goccia sulla linea della fabbrica neoliberista.
Tre poesie di Bernardo Risino
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A Milano
le mattine d’estate sono fresche
nelle case assonnate;
fuori già ci si ubriaca
di sole e di smog.
Ogni giorno pare sempre lo stesso,
quasi fosse il metronomo a battere il tempo.
Si esce, si compra il giornale,
si beve caffè e si mangia una brioche:
è abitudine saggia,
l’organismo ha bisogno di forze.
Siamo contenti all’inizio del giorno,
sorridiamo.
Nuvole veleggiano lente
in attesa di essere pioggia.
Poi, nel giorno,
riempiamo di vuote parole i minuti
e i minuti riempiono le ore
e così la fatica di vivere
si fa più pesante.
Il lavoro ci illude
e scherma ogni nostra paura.
Ci caliamo nel vortice scuro
di un abisso spietato.
Ci illudiamo.
In Sicilia
se ne stanno le genti a godersi la vita:
c’è chi mangia granite di mandorla
e chi legge il giornale
al profumo di un gelsomino
o di un aspro e perenne limone.
Ma nei campi assolati i braccianti
si spezzano la schiena e le ossa
per offrire ai mercati primizie.
Qualcuno, talvolta, se c’è un funerale
e il morto era giovane e sano,
di nascosto si tocca i coglioni.
A Noto, in Sicilia, il sole d’estate
è un maglio che schianta ogni forza
e il Corso una ruga nel tempo
che divide il paese in due parti.
A Noto quand’ero ragazzo
e sognavo Milano, dicevo:
“La gente è diversa,
son diversi i paesi e le case.
Sarà come su un altro pianeta.”
M’illudevo.
Siamo corpi in un fiume melmoso
che alla foce si sperde
nel mare infinito del nulla.
MIO PADRE
Mio padre era giovane quando il fato
ha estratto il suo numero a sorte.
Ero un ragazzo,
e la boria degli anni più verdi
frenava ogni forma di dialogo
confinando nel silenzio
ogni parola,
ogni gesto d’affetto.
Ricordo una volta, era giugno,
mi chiese di accompagnarlo
a comprare la frutta da un contadino.
Guidava con calma,
sentivo che voleva parlarmi.
Lasciammo la strada statale
per una trazzera:
ai lati muretti a secco e
alberi d’ulivo a perdita d’occhio.
A un tratto accostò all’ombra
di un solitario carrubo.
Io me ne stavo in silenzio:
l’estate pulsava tra campi assolati
e cicale impazzite.
Mio padre prese il pacchetto e
mi offrì una sigaretta.
“Non fumo,” mentii.
Con calma ritrasse la mano,
ne sfilò una, l’accese.
Fumava e taceva,
ogni tanto tossiva.
“C’è caldo,” gli dissi
per rompere il ghiaccio.
“Hai ragione,” mi fece
buttando fuori il suo fumo.
Sentivo lo sforzo
di dire parole concise,
per chiedere conto
del mio essere assente,
dei miei malumori,
dei colpi di testa.
Ma tacque.
Partimmo che il caldo pesava
sui nostri volti delusi.
Passarono mesi, lui se ne andò.
Io ero lontano e sono tornato
e l’ho visto sul letto
dove, giovane e forte,
aveva goduto.
Ho scrutato il suo volto di marmo
e vi ho colto come un’ombra,
una sorta di muto tormento
solo a me noto.
Non ho pianto
davanti ai parenti schierati.
Poi, di ritorno dal cimitero,
ho preso la macchina
e ho guidato verso la spiaggia
dove, quand’ero bambino,
mi aveva insegnato a nuotare.
Mi sono seduto e ho guardato
le placide onde del mare:
Il ritmo lento e ossessivo
ha sciolto quel grumo
che mi trascinavo da un pezzo
come un peso segreto,
e i miei occhi si sono velati.
il pianto non era
che la percezione
di un vuoto che dilagava
in ogni mia parte sensibile,
un vuoto che il tempo ha domato,
che a volte ritorna,
e, quando si espande,
nonostante la mia vita abbia fatto il suo corso,
vorrei tornare a quegli anni
e stringere forte mio padre,
e parlargli.
LE DONNE DI TEHERAN
Marciano unite tenendosi per mano
urlando forte perché dia loro ascolto
chi esercita il potere con violenza,
chi si comporta da despota e tiranno.
Le donne di Teheran hanno capito
che è giunto il momento di volare,
di far sentire forte agli aguzzini
che i cuori sono stanchi di subire.
In un abbraccio che sa di libertà
percorrono un sentiero di dolore
che porterà a nuova dignità,
a progredire, a reclamare onore.
Le donne di Teheran prendono il volo
hanno capito che il potere è inerme,
che il loro gesto cambierà la storia,
che ogni dittatura ha una scadenza.
Gridano il nome di Amini Mahsa
uccisa solo perché dal velo nero
spuntava una ciocca di capelli,
oltraggio sommo per biechi assassini
L’hanno finita picchiandola a morte,
l’hanno finita a forza di botte,
senza sapere che da quella morte
migliaia di donne sarebbero risorte.
La polizia morale, ossimoro mortale,
pretende che ogni donna sia silente,
che viva occultata in vesti nere,
che ubbidisca senza tante storie.
In none di un Dio crudele e sadico,
incancreniti nel loro pregiudizio,
pensano che il corpo della donna
alimenti il peccato e spanda il vizio.
Che indossino l’hijab
che coprano le forme,
che viaggino mai sole,
che non ballino e non cantino
che non ridano in pubblico,
che siano ombre
nascoste nelle tenebre,
gridano i carcerieri
dietro le loro barbe nere.
Le donne di Teheran lottano in massa
con i capelli al vento quasi da aliene,
vogliono uscire dal nuovo Medioevo,
vogliono alfine spezzare le catene.
E mentre i cecchini sparano dai tetti
E uccidono persone come cacciagione
E mentre i cecchini sparano dai tetti
e uccidono persone come cacciagione,
urlano con voce roca al mondo intero
che nessuna di loro teme la morte
e hanno solo un gesto da mostrare:
bruciare il velo nero e poi danzare.
Adriana Deminicis, "Da un poemetto alla luna. I fiori di gelsomino"
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Da un poemetto alla luna. I fiori di gelsomino
Adriana Deminicis
Guido Milano Editore, 2022
In questo libro dal titolo Da un Poemetto alla Luna. I fiori di Gelsomino l’autrice Adriana Deminicis prende l’avvio dalla considerazione dell’atteggiamento umano consistente nella diffidenza verso il suo simile, nella chiusura, che lo porta a innalzare muri, a chiudere frontiere. L’autrice lamenta anche nei propri riguardi l'incomprensione che trova nel condividere i suoi pensieri, e la conseguente emarginazione da parte degli altri. Ella disapprova pure l’educazione a norme rigide, con pregiudizi che rendono sordi agli aneliti di limpidezza, di magnanimità, di lungimiranza. Questa atmosfera pesante ha provocato in lei quasi una malattia sentendosi emarginata, malattia da cui si augura la guarigione.
Auspica dunque un cambiamento nella visione delle cose e nel comportamento degli uomini tra di loro, che è improntato appunto oggi ad individualismo, indifferenza, incomprensione.
Con sorpresa allora sono proprio le piante o la contemplazione del cielo a ispirare pensieri e sentimenti che aprono alla speranza: «…la Luna alla Sera risveglia in me antiche miscellanze, / anche il profumo dei fiori, / anche le meravigliose piante con il loro cuore / così delicato e attento mi vengono a parlare, / mi fanno sentire la loro calda presenza, / rassicurante, un cibo che nutre / e rende lieti di speranza…» (Frammenti di esistere).
Ed è da qui che la poetessa intravede un miglioramento: «…presto arriverà il cambiamento / … simbolo massimo / di Libertà e di Armonia / con l’Amore a guidar la rotta» (ivi). Allora è la Luna e il fiore del Gelsomino in particolare che suscitano in lei una sequela di pensieri e di ispirazioni. «… / Luna argentea così buona e amica /…/ il mio pensier si eleva immenso / raggiunge vette elevate dove la Luce Bianca / di guarigione non è mai stanca...» (La Luna e la Vita, Venere e l’Amore). Così comincia a «…nutrir un pensiero di cambiamento, / non più soggetto a limiti, / mi liberavo di una memoria fatta di impedimenti, / pregiudizi… le mie affermazioni / cominciavano ad andare verso luoghi fioriti…» (ivi).
Ecco i fiori. Ecco il gelsomino. Alla luna, da lei chiamata «la Regina della Luce», si affianca il gelsomino che «…alla Sera veniva a profumare / il Viale» e che «…simboleggiava un amore Eterno, / che si faceva sentire…/ per onorare tutti quegli sguardi / che da tempo avevano cercato un Amore vero» (Il Gelsomino alla Sera veniva a profumare il Viale).
Luna e Gelsomino allora li possiamo pensare come il simbolo, la Luna della Luce, ovvero della Verità, della Giustizia, invece il Gelsomino come il sentimento che può scorrere come fluido a unire gli uomini, e cioè l’Amore. Solo così la felicità potrà brillare negli occhi di tutti. Luna: «Saggezza Eterna, Intelligenza che viene ad illuminare» (Luna).
Inoltre Adriana Deminicis nella contemplazione della luna e nel godimento del profumo del gelsomino, sente una immedesimazione di sé con l’Universo. «…tutto di me era presente nell’Universo, / tutto dell’Universo mi accompagnava…» (Poesia d’Amore. La Luna Rossa). È il microcosmo che si fonde col macrocosmo. Del resto tutti gli elementi sono sia nell’uomo che nell’Universo. Sono costituiti della stessa sostanza. Il pensiero dell’autrice ora spazia nel Tutto. E il Tutto, che è l’Universo, è ricco di Amore: «… C’è tanto Amore nell’Universo, / … l’Amore ha radici profondissime, / ogni rosa che nasce ne rappresenta il Simbolo, / simbolo lieto di un Amore senza fine…» (Guardavo il Cielo).
È un’opera deliziosa questo “Poemetto alla Luna. II fiori di Gelsomino” di Adriana Deminicis, un’opera che quasi ci fa sentire la freschezza delle piante, il profumo dei fiori, ci mette in comunicazione con la natura e con l’Universo intero. Un’opera di ampio respiro che esprime l’anelito a distaccarsi dal mondo dove domina il male che altro non è se non la mancanza di amore. E l’amore lo possiamo attingere alla Luna, al Gelsomino. Presenze stupende che esprimono purezza anche con il loro biancore.
Dal mondo caotico e malvagio la poetessa trova uno spiraglio di speranza: un mondo di amore cui la natura ci introduce.
Si avverte anche in questo anelito alla vita senza più tristezza, senza più affanni, quasi il presagio della vita futura, dell’aldilà. Forse è insito nella natura umana il concetto del Paradiso, dove sarà asciugata ogni lacrima, dove non ci sarà più né pianto né dolore, ma solo luce, amore e felicità.
Maria Elena Mignosi Picone
Adriana Deminicis, Da un Poemetto alla Luna – I fiori di Gelsomino, pref. Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 120, isbn 978-88-31497-32-9, mianoposta@gmail.com.
Chiara Maggi, "La ragazza dei fiori"
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La ragazza dei fiori di Chiara Maggi (CTL Livorno, 2022 pp. 458 € 21.50) è un fantasioso romanzo di formazione che coinvolge il lettore oltre la consistenza sensibile delle fitte pagine, nel potere miracoloso delle emozioni e converte le passioni e le sofferenze della vita nella descrizione psicologico-intimista delle vicende esistenziali. Chiara Maggi dona profondità narrativa alla sua storia attraverso i sentimenti e un'intensa maturità espositiva. Il suo esordio letterario è una dichiarazione luminosa e positiva del mondo interiore, un filtro tenero e generoso delle atmosfere sentimentali, influenzate dal cammino spirituale della propria vocazione. La ragazza dei fiori è un itinerario dolce e toccante intorno alla percezione dell'incertezza e dell'insicurezza emotiva della protagonista. Chiara è una ragazza bisognosa d'amore, in cerca di un suo personale riconoscimento alla propria appartenenza, che avverte la necessità di superare la debolezza delle difficoltà e nella modulazione del passaggio dall'infanzia all'età adulta intona il confine della sua timidezza, comprende la variazione del dolore come limpido strumento per la saggezza. La trama del libro dispiega l'effetto consapevole e potente del calore della vicinanza, la riflessione umana della protagonista Chiara, tra contrasti impulsivi e conseguenze infelici, occasioni fortuite e incontri inattesi, concentra l'evoluzione fortunata e determinata dell'esperienza, l'intreccio imprevedibile e inaspettato degli avvenimenti descritti. L'importante e indispensabile confronto con gli altri personaggi che interagiscono con la protagonista, lascia intravedere il riflesso dei contenuti relazionali, l'espressione della propria realizzazione. L'autrice affonda nella qualità letteraria della scrittura romanzata, il destino imprevisto del vissuto, la sequenza riflessiva del legame introspettivo. Confessa, con una romantica e delicata voce narrante, il disagio crudele delle assenze subite, la malinconia sfumata delle mancanze, la difficoltà delle carenze affettive. Restituisce, contro il timore dell'abbandono, la coraggiosa resistenza nell'affrontare la realtà, nell'incoraggiare la vitalità della speranza, il sostegno delle aspettative. “La ragazza dei fiori” plasma il desiderio universale della rinascita, insito in ognuno di noi, identifica l'attesa fiduciosa delle proprie aspirazioni, realizza la convinzione fiduciosa della necessità favorevole di ogni cambiamento, accoglie, nella proiezione romanzesca degli ideali, la libertà di scegliere una seconda possibilità per superare lo smarrimento delle esitazioni, sciogliere l'amarezza delle delusioni e sollevare il valore della condivisione. La purezza del cuore di Chiara incanta il significato autentico delle parole, sprigiona l'essenza responsabile della volontà, allontana le fragilità. Chiara Maggi assiste e difende l'equilibrio eterno dell'anima, la corrispondenza del perdono, la comunione con gli altri, la partecipazione alla felicità, la promessa della presenza. Schiude l'infinita simbologia dei fiori con il segreto salvifico dell'altruismo, sprigiona la serenità nella direzione della seguente frase: “L'anima ha il profumo dei fiori”.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
Ritorna "L'isola delle Lepri"!
Il desiderio di Geppetto
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Le Marionette odiano i Burattini e viceversa.
I Peluche odiano le Paperelle di Gomma, tale sentimento è reciproco.
I Manichini odiano gli Spaventapasseri, un odio vicendevole.
Le Bambole odiano le Bambole Gonfiabili, un'accanita ostilità decisamente ricambiata.
Io, invece, strano ma vero, non essendo il loro "giocattolo", li odio praticamente tutti, tra l’altro siamo in guerra. Se la globalizzazione umana risultava una chimera, figuriamoci adesso, visto che le fazioni provavano già avversione in tempi non sospetti. Gli schieramenti, negli ultimi mesi, hanno deciso però di fare una tregua temporanea e di coalizzarsi contro il genere umano.
Mi trovo barricato in un avamposto militare assieme a un nugolo di soldati con le armi pronte e con la necessità di mantenere un costante stato di allerta, difatti i nemici potrebbero arrivare da un momento all'altro.
E pensare che, fino a non molto tempo fa, i miei giorni scorrevano tranquilli in una mensola in legno, finché una notte, quella "mezza sega" di Geppetto espresse un desiderio che disgraziatamente venne male interpretato. La stronza della Fata Turchina, calcando un po' troppo con la bacchetta, donò la vita sia me che a miliardi di altri inanimati.
«Fatina, cosa diavolo hai combinato?»
Queste furono le ultime parole di quello stolto falegname prima di crollare terra, colpito da un infarto.
La collezionista
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Era una collezionista di qualsiasi cosa, aveva iniziato fin da piccola collezionando tappi. Manco a farlo apposta, Il collezionista di ossa era il suo film preferito.
Un'autentica mania ma, Beatrice, mia moglie, era fatta così.
Penso che amasse di più la sua collezione di cappelli. Cappelli di paglia, cappelli da cowboy, cappelli lavorati a maglia e persino alcuni fez acquistati durante le nostre vacanze in Marocco, in un bazar affollato di Marrakech.
La "collezionista" è deceduta l'anno scorso, lasciandomi tutte le collezioni. Seduto sul divano, tra le mani tengo stretta una vecchia fotografia trovata in un cassetto. Questa foto gliela scattai io, ritrae Beatrice che orgogliosamente indica con l'indice della mano destra le sue adorate lattine riposte su uno scaffale.
Indossando un sombrero e affranto dalla malinconia, i ricordi mi fanno compagnia.
Nota dell'autore: La collezionista ha partecipato in un altro portale letterario a un laboratorio di scrittura creativa intitolato LA FOTOGRAFIA avente come tema: "Hai trovato una vecchia foto nel cassetto. Pensieri e ricordi."
Erika
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«Cazzo, non posso salvarti se non vuoi essere salvata!» urlò una voce maschile dall'altra parte della cornetta.
La linea telefonica crepitò, Erika in tono apatico rispose che stava attraversando un periodo difficile.
Erika chiuse gli occhi e sospirò, stringendosi la giacca intorno alle spalle. Non voleva morire. No, semplicemente desiderava non esistere affatto.
«Papà, prestami dei soldi!» supplicò la ragazza.
Clic.
Il tintinnio delle restanti monetine rilasciate dalla cabina telefonica coprirono l'intera imprecazione, monetine che finirono per essere accozzate con delle sgualcite banconote. Quel denaraccio lo ritenne sufficiente per potersi permettere una dose da Khaled, uno spacciatore ben mimetizzato in un angolo lugubre della stazione di Messina Centrale.
***
L'ago le perforò la pelle del braccio sinistro pieno di buchi per entrare in una vena, il confortante intorpidimento dovuto all'eroina riuscì a placare la sgradevole iperattività. Erika, adagiandosi al muro della stazione ferroviaria cominciò ad ondeggiare ed ebbe la sensazione di sentirsi risucchiata in un vortice intriso di luci psichedeliche e cacofonici suoni, fino a scivolare nell'oblio oltre che sul marciapiede.
Claudio Cherubini, "Uscire da Matrix"
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Uscire da Matrix
Claudio Cherubini
Editore: Youcanprint
ISBN: 979-12-20375-29-0
Pagine: 291 p. brossura
Anno edizione: 2021
Amiamo tutti, chi più e chi meno, la comodità. Ergo, quando siamo costretti o semplicemente se ci viene chiesto di abbandonare la cosiddetta e celebre comfort zone storciamo il naso e la bocca. E poi vogliamo pure rispondere seccamente di no, sentendoci talora persino offesi per tale richiesta. Ma scherziamo?
Perché dobbiamo farlo? E brutalmente poi ci chiediamo pure che vantaggi possiamo trarre da ciò. Siamo- insomma - sotto sotto tutti dei gran abitudinari e pensare, anche solo minimamente, di stravolgere la nostra quotidianità, per non parlare poi della nostra stessa vita! No, non ci pensiamo nemmeno. Non ne abbiamo voglia e ne abbiamo una gran paura. Farlo sarebbe - in sostanza - come buttarsi nel vuoto senza un paracadute. Ma agendo così non ci rendiamo conto che non solo non riusciamo a conoscere sul serio il mondo che ci circonda, che è davvero molto vasto e nasconde non solo tante brutture ma anche infinite bellezze, così come il nostro interiore che - se vogliamo - potrebbe rivelarsi ancora più affascinante, oltre che complesso. E se non ci conosciamo sul serio, come possiamo sapere che cosa vogliamo dalla nostra esistenza e da noi stessi? E se non ci capiamo davvero, non siamo in grado di rispettarci e di amarci nel profondo, non solo con la mente ma anche con il cuore e con l'anima. Come possiamo - dunque - illuderci, perché di assoluta e mera illusione, di rispettare e amare gli altri? Cherubini ci invita, tra le pagine della sua seconda opera, decisamente ben scritta, su queste tematiche che prendiamo un po' troppo sotto gamba. nascondendoci dietro al fatto che siamo sempre troppo indaffarati e di corsa per poterlo fare. Ma anche questa è una scusa per non guardarci dentro e per non lottare per chi siamo. Lungimirante.
Contatti:
https://twitter.com/cherubao
Sante Rodella, "Gatti, uomini e tutto il resto"
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Sante Rodella
Gatti, uomini e tutto il resto
Sensoinverso Edizioni - Pag. 150 – Euro 14
Un libro autobiografico questo Gatti, uomini e tutto il resto, una narrazione intima e profonda, che parte da lutti sentiti e situazioni intime difficili, complicate da pandemia e isolamento. Per fortuna che ci sono gli animali, verrebbe da dire, siano gatti o cani risolvono il problema della solitudine e della mancanza di affetto, dell’impossibilità di poter avere uno scambio di idee con altre persone. Il protagonista del racconto si sceglie per amico una gattina, subito dopo la morte dell’amata madre, in piena pandemia, che riesce a dare pace interiore e un rinnovato entusiasmo. Sante Rodella, attraverso l’amore per un felino, dedica un libro al gatto come entità assoluta, divinizzata dagli egizi, perseguitata dai cristiani nel Medio Evo, considerata diabolica, vicina a Satana, amica delle streghe. Al centro del libro sta comunque il gatto, visto nel suo rapporto con gli uomini, animale valorizzato da brevi narrazioni dove è sempre in primo piano l’amicizia che cede il passo ai comici rapporti con le gatte e con i cani (del tutto diversi), mentre l’uomo osserva e sorride, alleviando le sue pene. Il materiale letterario è composito, si va dal racconto al dialogo semi filosofico (leopardiano), passando per le riflessioni sulla gelosia e la fedeltà, analisi sui sentimenti, per finire con una serie di storie che vedono protagonista il felino. Autoironia e introspezione, dialoghi filosofici sul senso della vita e narrativa pura, racconto comico - direi tragicomico, come l’esistenza - e divagazioni sentimentali, il tutto accompagnato da un immanente senso della morte, una consapevolezza dell’età che avanza, segnato dalle parole di un autore profondo, mai banale, consapevole delle cose che (attraverso metafora) vuol dire. Sante Rodella ha pubblicato Liz e dintorni (biografia di Liz Taylor), Il prof. di religione (autobiografico), Ausonia (romanzo storico), Ultimo Divo (biografia non autorizzata di Gianni Macchia). Noi che li abbiamo letti quasi tutti, ve li consigliamo spassionatamente. Sensoinverso, tra l’altro, è un editore serio e capace, che produce buoni libri dall’aspetto grafico accattivante.
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