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Sara Pellegrino, "Quando mi siedo dentro e sto"

8 Aprile 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

Quando mi siedo dentro e sto di Sara Pellegrino (Eretica Edizioni, 2022 pp. € 15.00) è un libro dalla intima descrizione elegiaca. La poetessa coglie la funzione catartica e poetica della nostalgia, eleva il significato della qualità esistenziale della memoria, avverte il calpestio lieve e prolungato dei ricordi lungo l'argine animato del silenzio. La poesia di Sara Pellegrino conferma la capacità creativa del tempo, sostiene il conforto del passato e l'intuito del presente, orienta il passaggio sconfinato dei sogni nel labirinto di ogni destinazione sensibile interrotta nella frantumazione delle parole, sfumate oltre la sospensione temporanea del respiro affettivo. I testi consolidano la protezione spirituale dei sentimenti, disperdono l'inafferrabilità della lontananza, rafforzano la decifrabilità delle sensazioni, afferrano la vicinanza al senso della riflessione. Sara Pellegrino divulga il senso positivo e protettivo delle espressioni interiori, sostiene la direzione delle notti, svolge l'intreccio dei desideri, immerge nello spaesamento delle ombre l'essenza dei dubbi e l'equilibrio della speranza, rinforza l'assegnazione dinamica e autentica dell'esperienza, amplia l'orizzonte immaginativo della consapevolezza, assapora l'instabilità decadente dell'inevitabilità, la malinconia della misteriosa dimenticanza. Il libro ospita la percezione di una sonnolenza imperturbabile, anestetizzata dalla preghiera amorosa,  densa di contenuto esistenziale, custodisce l'incoraggiamento felice verso la relazione di una condivisione, l'entusiasmo improvviso della rinascita. La poesia accerchia il coraggio, restituisce la lesione dolorosa, dirige il cammino lungo i passi sfumati e spietati delle ferite, regola i collegamenti romantici del vissuto, il conflitto istintivo delle emozioni, dilata l'attraversamento di tutto ciò che prolunga l'andamento incantevole della vita e offre una destinazione miracolosa alla propria anima. Sara Pellegrino svela l'arrendevolezza della complessità, influenza il proprio spazio identitario con il rivestimento premuroso di pensieri, impronte, segreti da custodire, con la generosa difesa di luoghi, d'immagini e rivelazioni consumate nel confine dell'evanescenza. Ogni stato d'animo rappresenta l'esperienza irrinunciabile dello scivolamento emotivo, il raccoglimento trascendente dell'abisso, la ferma volontà di confinare lo squilibrio nella superficie della perdita e dello smarrimento. Quando mi siedo dentro e sto è un esordio letterario dominato da un intervallo implacabile che  scandisce l'immobilità di ogni impronta di perdizione, concentra l'inchiostro dei versi nella materia prima dell'attesa e nella speranza della salvezza, abbraccia la familiarità autentica e intensa delle cose e delle persone, sigilla la quiete dalla meditazione sul senso dell'esistere e la contemplazione del mondo dalla solitudine dell'esilio. La poetessa impara a esaminare l'inquietudine della vita ricercando in essa le occasioni di comprensione, dirada l'offuscamento delle difficoltà, rincorre un itinerario di crescita e di arricchimento della saggezza, per vivere con sincero distacco la padronanza degli eventi, cogliere il messaggio nascosto delle esitazioni e disgregare l'indolenza sulle decisioni. La vita è continua evoluzione, variazione di rinascita, la necessità di un'urgenza rivelativa. Sara Pellegrino siede dentro ogni desiderio e resta  accanto alla stabilità di ogni affetto.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

Anch'io sono pioggia

cado senza stancarmi

---------------------

 

Si chiama pace

ha un'anima spessa

fatta di zucchero e silenzio

--------------------------

 

E poi rinascere come vento

scivolare sulle case, sul tempo

dentro un minuto di nostalgia

Cureremo questo secolo obeso

di sorrisi e indifferenza

per non sciupare i contorni

e l'essenza del viaggio

per gridare ancora il coraggio

di sogni negati e desideri in avaria

Tra l'abisso e la pioggia

ci sono rami e idee da scartare

un finestrino socchiuso sul giorno

l'alleanza segreta

tra polline e cielo

------------------------

 

Bisogna proteggersi

dall'infinito

--------------------

 

Ci vediamo lassù

in cima al desiderio

sbucciando papaveri

e felicità

 

----------------------

 

Racconteremo la luce

dopo di noi

accanto una abat-jour

colorata di grano

Leggeremo campi

di sogni sterminati

incrociati tra le mani

 

Guarda:

il giorno aspetta una risposta

seduto su persiane abbassate

Dovremmo dirglielo

che il tempo vola

e per lui scrive poesie la notte

tra le spighe e i tulipani

 

--------------------------

 

Vivo

dove tutto è indistinto

e i colori

immergono l'acqua nel cielo

sfumato di rosa e maree

Cosa importa il mio nome

Io nuoto la luce

e respiro la terra

e sono tutte le cose che sono

e un filo d'eterno

rosso

sgargiante.

 

--------------------------

 

Guarderò da lontano

questo fuoco che scende

fino a colarci dentro

l'ultimo bagliore

E poi sarai notte

 

 

 

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Laura Pugno, "Sirene"

7 Aprile 2023 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #fantascienza

 

 

 

 

 

Sirene

Laura Pugno

Marsilio, 2022

 

Leggere un libro solo per finirlo è come andare a lavorare solo per i soldi: si ha la sensazione di avere perso tempo e che avremmo potuto fare qualcosa di meglio. Non so perché questa volta ho concesso a questo libro la lettura veloce della seconda metà invece di mollarlo prima. Una storia da cui già sarei dovuta stare lontana per il tema principale, la distopia climatica, argomento spinoso che quasi nessuno riesce mai a trattare in maniera convincente, con futuri mondi sempre poco plausibili, storie aggrovigliate, personaggi depressi. Invece mi ha attratto la presenza delle sirene descritte non come quelle di Andersen ma come quelle mitologiche, animali antropomorfi feroci, dotate di zanne con cui dilaniano le carni dei fuchi (ovvero i "Sireni") e che sull'essere umano esercitano un'attrazione morbosa. Nel mondo creato dalla Pugno la gente vive in un Underworld perché l'esposizione al sole fa ammalare di un cancro nero della pelle, contagioso e che conduce a morte rapidamente. In questo mondo ctonio dominato dalla Yakuza, una delle tante cose che nel romanzo restano inspiegate, le sirene, animali che si sono palesati dopo la pandemia, vengono o macellate, utilizzate per la riproduzione o sfruttate nei bordelli. Uno dei guardiani, Samuel, un ragazzo con un passato costellato di traumi, decide un giorno di avere un rapporto con una sirena mentre è in estro, non immaginando che questo sarà fecondo, con tutte le conseguenze che si possono immaginare. Il racconto ha uno spunto anche interessante ma a parte i personaggi che sono abbozzati, un pregresso che viene accennato, descrizioni da schizzo su carta, una trama non benissimo legata, tanto che ho avuto la netta sensazione che fosse materiale molto più adatto ad un albo a fumetti che ad un racconto lungo, il punto è che non mi ha lasciato nulla. Un messaggio, una metafora, un passaggio talmente scritto da volerlo sottolineare. Nulla. La sceneggiatura scritta male di un fumetto fantasy. Solo che disegnata ci passi una mezz'ora, così ce ne vogliono 4 e non vale la pena. Ci ripensi la Pugno. Per una storia così ci vedrei bene Corrado Roi a disegnare la parte più mostruosa delle sirene. Altrimenti non lo consiglio proprio.

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Antonio Crisci, "L'uomo di ghiaccio"

6 Aprile 2023 , Scritto da Raffaele Piazza Con tag #raffaele piazza, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Nel corso della Storia dell’umanità la terribile realtà delle guerre, con tutto il male e la morte che hanno causato, costituisce una lezione incontrovertibile da tenere in considerazione soprattutto nella nostra contemporaneità.

Guerre che nei secoli prima e dopo Cristo hanno scosso le coscienze dei sopravvissuti per i tantissimi morti e feriti spesso anche innocenti, come i civili, tra i quali bambini, oltre che per le distruzioni di paesi e città e per i danni ambientali.

La lezione suddetta si dovrebbe imprimere nelle menti dei capi delle nazioni del pianeta terra che dovrebbero assolutamente cercare l’antidoto di una pace universale per il mondo per evitare quella che sarebbe una vera Apocalisse.

Ma ciò costituisce un’utopia e lo dimostra chiaramente una guerra tremenda come quella che si sta combattendo in questi mesi del terzo Millennio in Ucraina, guerra che, vista la portata degli arsenali nucleari e chimici delle superpotenze, potrebbe essere anche l’ultima guerra con la distruzione totale della vita sulla terra in un folle quanto tragico Olocausto a livello globale, totale e definitivo nel tristissimo prevalere dell’irrazionalità e della violenza.

Scrive Michele Miano nell’introduzione al volume, preceduta da una premessa dell’autore, di non sentirsi all’altezza nel delineare alcuni aspetti delle vicende narrate in questo libro costituito da brevi capitoli, opera che ha per argomento l’immane tragedia del corpo di spedizione italiano dell’Armir in Russia durante il secondo conflitto mondiale.

Perché il titolo L’uomo di ghiaccio? Credo che questa definizione sia stata coniata da Crisci in riferimento al clima glaciale, alla neve con la quale dovettero fare i conti i soldati italiani in Russia, soldati che bestemmiavano nelle sofferenze che li portavano spesso alla morte affondando nella neve stessa, nei loro passi stentati,ed erano bersaglio dei colpi delle armi dei russi.

Anche se ci furono rarissimi casi di miracolati, come quello del soldato italiano che cambiò identità e divenne cittadino russo, il bilancio per l’esercito italiano fu terribile e anche ai giorni nostri si è verificato che reliquie dei soldati italiani siano state restituite a genitori e parenti affranti e i soldati caduti in Russia potrebbero essere considerati persone dallo sfortunatissimo destino terreno. 

Viene in mente l’ibernazione dell’uomo dalla quale nessuno si è risvegliato, quindi nel titolo vediamo un simbolo di morte, il senso di qualcosa di inerte, l’icona di colui che vittima del male e/o della follia, muore sul campo di battaglia, e ciò vale anche per i soldati russi e per tutti i soldati di ogni nazionalità in ogni tempo.

Una terra desolata pare divenire il luogo dell’immane tragedia inconcepibile per chi è nato ed è presente nel nostro liquido e alienante postmoderno occidentale nel quale le persone vivono esistenze che nella loro essenza sono lontane anni luce dal baratro e dal dolore dei soldati italiani caduti in Russia e dal loro tragico destino.

Scrive Crisci, nel frammento Un giorno alla memoria, che dopo troppi anni di oblio sarebbe doveroso dedicare un giorno alla memoria di questi innocenti e giovani martiri.

Il tempo non ha cancellato l’ardimento e il sacrificio di giovani vite immolatesi per cause a loro non completamente note ma dettate dal senso del dovere e da ideali patriottici e si potrebbe aggiungere che tali ideali furono più sentiti dai soldati italiani nel primo conflitto mondiale che nel secondo, anche se non crediamo all’assunto di Hegel che affermava che le guerre sono necessarie.

Raffaele Piazza 

     

     

Antonio Crisci, L’uomo di ghiaccio, introduzione di Michele Miano, II° edizione, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 136, isbn 978-88-31497-91-6, mianoposta@gmail.com.

 

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5 Aprile 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

 

 

 

Attimi di smarrimento. 

Mi trovo seduto su una strana sedia, in un grande salone. Non sono da solo, mi tengono compagnia altre persone, la maggior parte in età avanzata, tra l'altro da qui scorgo un corridoio pieno di gente affaccendata. Sembra di essere all'ospedale, ma non è un ospedale e nel contempo sembra di essere in una casa, ma non è la mia casa. 

Addosso ho una calda coperta e, nel cercare di sistemarla meglio, mi casca sul pavimento. Non posso raccoglierla, me lo impedisce una fascia fastidiosa che mi lega a questa carretta con le ruote.

Qualcuno mi sposta in bagno. Osservo uno specchio. 

Attimi di smarrimento. 

Non riesco a ricordare chi è la persona che ho davanti, nonostante abbia un qualcosa di familiare. È così vecchio, ha i capelli bianchi, il viso rugoso e le mani nodose. Provo a parlargli. Purtroppo non mi è possibile, ho perso la capacità di esprimermi.

Lascio perdere. 

Noto una ragazza vestita di viola che sta preparando degli asciugamani. Mi sorride.

«Amore, adesso ci facciamo una doccia!» mi dice. È bellissima, non vedo l'ora di lavarmi con lei.

Attimi di smarrimento. 

Ehi, perché sono tutto bagnato? Evidentemente ha piovuto ed ero senza ombrello. 

Attimi di smarrimento. 

Chi mi ha messo a letto? Una fanciulla col camice color lillà mi raddrizza il cuscino e mi sistema il lenzuolo. Le sue carezze e le sue parole suonano gentili. Figlia mia, se potessi, ti racconterei una favola. 

Attimi di smarrimento. 

Un tizio dall'espressione bieca afferma a quella signorina che risulto pazzo e rincoglionito, per di più con prepotenza mi ficca in bocca un cucchiaio di sciroppo amarissimo.

Protesto gorgogliando, mio fratello è proprio un maleducato. Nel frattempo quei due si bisticciano come bambini. Che buffi!

Rido.

Attimi di smarrimento. 

Ai lati del letto, quattro cancelli mi fanno sentire come se fossi un prigioniero. Cerco di spingerne uno con quel po' di energia che ho. 

Piango.

«Tesoro, stai buono. Le sbarre servono per non farti cascare a terra» mi spiega un angelo meraviglioso dal completino viola, dandomi un bacetto.

Rido.

Attimi di smarrimento. 

Le luci si spengono.

Che è 'sto buio? 

Ho paura.

Piango.

Mi scappa la pipì.

Piango.

 

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L'asino e il cavallo

4 Aprile 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

Immagine di JackieLou DC da Pixabay

 

Un cavallo e un asino, amici per la pelle, entrambi avvocati, si incontrano all'esterno del tribunale.

***

 Asino - Iho Iho! Perché quel muso lungo?

Cavallo - Iiih, tra breve ci sarà la sentenza di un cliente recidivo. Non posso certo dire di essere a cavallo. 

Asino - Cosa ha fatto 'sto pecorone?

Cavallo - È stato accusato nuovamente di spaccio d'erba. Gliene hanno trovata tre kg, tutta in un fascio. Sostiene che non gli appartiene e che è oggetto di ritorsione da parte di qualcuno che vuole fargliela pagare.  

Asino - Non per sminuire l'inchiesta sulla quale stai lavorando, ma il mio caso è ancora più complicato del tuo visto che si parla di omicidi. Non è la solita storia di corna. I cani poliziotto hanno scovato... un macello.

Cavallo - Ah già, mi avevi accennato di Lo Bue.

Asino - È chiaramente un capro espiatorio. Dovrò mettercela tutta per dimostrare che Lo Bue non farebbe male nemmeno a una di quelle mosche che gli ronzano intorno. 

Cavallo - A volte mi viene naturale credere di aver sbagliato a studiare Gregge.

Asino - Ma che gatto dici? Proprio tu che all'Orson Welles University hai pigliato 110 e bove.

Cavallo - Sì, però temo che uscire fuori dal recinto non sia stata una buona idea.

Asino - Il problema è che non sempre si vincono le cause. Sai, stanotte ho lavorato come un mulo albanese...

Cavallo - Bah, meglio se mi do all'ippica!

Asino - Capra! Non dire cosi!

Cavallo - Non posso mica mettermi a pecora. Stavolta a quel maiale di Pig lo condannano e lo portano all'Asinara. Il giudice Agnello si incornerà, ne sono sicuro.

Asino - Non hai nessuna provola per caciottarlo?

Cavallo - Forse non hai capito: Pig è nello sterco!

Asino - Esponi a briglia sciolta e a quel montone di Agnello stagli alle costolette. 

Cavallo - Merda di vacca baldracca, s'è fatta ora, devo entrare in tribunale.

Asino - In bocca al lupo!

Cavallo - Crepi!  

 

 

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I tre spadaccini

3 Aprile 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

Fot di MichaelWuensch da Pixabay

 

 

 

A Tokyo, in onore di Tedo Naspadata, il più grande maestro di Kendō di tutti i tempi, dopo la sua morte, la Word Sword istituí un torneo per stabilire il miglior spadaccino del mondo. I duecento partecipanti provenivano da ogni dove e praticavano le maggiori discipline concernenti l'utilizzo dell'arma bianca. 

Al Melosucho Tanavota Arena i finalisti furono i seguenti tre: una schermitrice italiana, un discendente della dinastia mongola Yuan e un ninja proveniente da un villaggio ai piedi del monte Fuji. 

L'ultima prova prevedeva di uccidere al volo e in un sol colpo una zanzara tigre della Malesia all'interno di una struttura di forma cubica dalle medie dimensioni e in plexiglass trasparente.

In quell'ambiente singolare di due metri e mezzo in altezza, vi erano collocate varie telecamere sofisticate che sarebbero servite per proiettare le immagini sul maxischermo o in TV, cosicché il pubblico, sia del palasport sia da casa, potesse seguire la finale. 

La competizione ebbe inizio. Dall'esterno il giudice di gara aprì un mini vasetto in vetro e lo appoggiò dentro una fessura di quella piattaforma in rivestimento metacrilato, per liberare una ronzosa malesiana destinata alla prima partecipante. 

Il fendente dell'atleta tricolore, una volta estratta la spada, andò a segno. Lo zoom di una telecamera non lasciava dubbi: l'insetto dalle bianche striature era morto stecchito sul pavimento traslucido, e da ciò seguì un sonoro applauso da parte di venticinquemila persone. 

Arrivò il turno del yuanita e relativa tigrettina volante, il primo, con la propria sciabola e con altrettanta abilità, riuscì ad annientare quest'ultima, addirittura tagliandola in due, guadagnandosi quindi un battimano scrosciante dagli spalti. 

Sì giunse all'ultima gara: ninja vs zanzara tigre della Malesia.

Il misterioso individuo, vestito completamente in nero, sfoderò in modo fulmineo la lunga katana dalla punta affilata e l'affondò velocemente. Mezzo secondo dopo, l'insetto continuò a svolazzare tranquillamente per poi posarsi sulla faccia quadrata in alto della piattaforma. Una pioggia di fischi travolse il ninjutsu che nel frattempo rimase freddo e impassibile. 

«L'ho evirata!» esclamò, sicuro di sé, davanti alle telecamere. 

Improvvisamente da sopra, la zanzara tigrata, iniziò roteare verso il basso, fino ad atterrare esamine sulla pavimentazione incolore. 

Il boato dei presenti si unì ai novantadue minuti di applausi. E fu così che il ninja venne decretato il vincitore, ricevendo la premiazione del Samurai d'Argento dal mitico Tony Brando.

 

 

Nota dell'autore: il racconto presenta tre omaggi cinematografici. Due di essi sono anche letterari.

 

 

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento, sbocciano fiori"

2 Aprile 2023 , Scritto da Floriano Romboli Con tag #floriano romboli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Grazia Marzulli pubblica in questa silloge che appare a marzo 2023 presso la Casa Editrice Guido Miano una serie di testi di notevole interesse artistico-culturale, ricavandoli in buona parte dalle varie raccolte di versi composti nell’arco di un decennio, da Il volo di Penelope (1998) a Salsedine (1999) a Selva di dissonanze (2000), da La luce verticale (2001) ad Anfratti fioriti, conchiglie (2003) a Il velo di Maya (2004), con l’aggiunta significativa di componimenti inediti, validi e coerenti con la precedente ricerca, riuniti sotto i titoli di Anemoni e Fiori della Resilienza.

 La poetessa avverte con una sensibilità viva e partecipe il fascino intrigante della vita, la sollecitazione animatrice che pervade l’ordine complessivo delle cose, la realtà naturale e l’esperienza etico-intellettuale degli uomini.

Il ricorso sistematico a una serie di suggestive metafore rappresenta il cuore della sua strategia di formalizzazione del vario materiale figurale ed emozionale connesso all’indagine esplorativa del dinamismo esistenziale; in particolare mi sembra felice quella della “barca”, che fronteggia audacemente i marosi alla ricerca di equilibrio ideale e della realizzazione di un progetto moralmente qualificante: «… Canto la barca a vela che vacilla / nel labile solco / conteso da opposte correnti / eppure osa, / osa sfidare i venti / all’alba imperlata di rugiada / occhi di fuoco al tramonto. // Avvinta a giochi di spume / intreccio ghirlande di pensieri / zaffiri e smeraldi di speranze / nel solco che smeriglia cuori / per mete sconosciute al fato / e lungo rotte refrattarie al caso» (Canto la barca, in Il velo di Maya). A tale immagine si lega l’altro centrale spunto metaforico del “fiore”, evocato del resto fin dal titolo del libro: «…Fra brezze d’illusioni m’imbarcavo / verso gli spazi / dove l’ippogrifo / dispiega fresche ali nell’idea / di reinventare il mondo. // (…) E in acque terse fra spume / ignare di gorghi e bufere / spargeva corolle dal grembo / il limpido errare» (Culla di prodigi, ivi).

I miei corsivi intendono porre in risalto gli effetti della rima e dell’enjambement, che attestano un linguaggio sottilmente elaborato pur nelle generali essenzialità e linearità organizzative.

La primaria energia vitale assume spesso in questi versi  i tratti stimolanti e corroboranti della luce: «… Ma da vestale attende che la fiamma / alta si nutra e calda / nel tempio / alta e calda / ardita gigantesca smisurata / fino a piegare il cielo sulla terra / per inondarla di chiarore» (Ricerca, in La luce verticale, corsivi miei, come in seguito); «Foce del tempo, ascolta / passi ed echi dell’età mia / al pulsare di vena / che vigile tende alla luce // (…) Osserva il volto nella preghiera, / fiducioso al rifiorire di speranze / dal tenero profumo di azalee. // Tempo, tu che ceselli la coscienza / e plasmi e ritocchi gli ultimi sbalzi, / fa’ ch’io sublimi in ascesi il mio pensiero / quale estrema offerta d’amore» (Opera d’arte, in Anemoni).

L’“amore” per la vita e per la varietà delle sue forme («Non fermarti, / asseconda il ritmo del respiro / onda luminosa del pensiero. // Le forme che la vita affastella / chiedono raggi…», Onda d’argento, in Salsedine) determina un descrittivismo puntuale, un’intima adesione ai molteplici aspetti del reale che si obiettivano nella misura ordinativa dell’enumerazione: «Sbiadire lento di caseggiati / e ciminiere color vaniglia / metafisici cubi e bottiglie / nello spazio alienato. // Grigio un sipario cala / sul catrame dei tetti / sul gomito di latta, sul selciato / sul mio viso / schiacciato contro i vetri. // Suoni voci rumori / treni di verità / lungo i binari del tempo / squarciano veli di nebbia. // E dalle ombre / spuntano girasoli / abbozzando sorrisi / verso un lingotto d’oro di finestra» (Lungo i binari del tempo, in La luce verticale, cit.).

Dare armonia, comporre in sintesi feconda i tanti, anche contrastanti, momenti del vivere è l’arduo, quotidiano compito di ognuno; e il richiamo al superiore Disegno divino è per l’autrice invito all’impegno e alla preghiera sinceri: «… Apri un varco, Signore, / verso il luogo d’Assoluto / dove accade che l’alba e il tramonto / il tu e l’io / la parola e la vita / si fondono per noi in armonia», Un varco, ivi) .

Floriano  Romboli

 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

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Everything Everywhere All at once

27 Marzo 2023 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Se questo film meritasse o meno gli Oscar, se è stata la vittoria del politicamente corretto, non lo so.  So solo che chi me lo ha consigliato lo ha trovato deludente. Io l'ho trovato pazzesco in tutti i sensi. La trama non è riassumibile, è a suo modo un viaggio dell'eroe (eroina in questo caso) ma invece che svolgersi in orizzontale si svolge in verticale, ovvero tra i numerosi universi paralleli. Evelyn, una donna ormai apatica in una famiglia abbastanza sfigata, scopre che può accedere al Multiverso, saltando da un piano all'altro e assorbendo le capacità sviluppate in mondi paralleli: questo le servirà per salvare il Multiverso stesso da Jobu Tupaki, un mostro che lei stessa ha creato nel Mondo in cui era una scienziata, facendola saltare talmente tanto da averla frammentata e averla resa ubiquitaria. Jobu nella sua follia vuole che tutto venga divorato dal caos ed Evelyn è la prescelta per un motivo molto semplice: in questa Realtà ha fallito ogni singola cosa abbia fatto, dalla vita privata, al lavoro, agli hobby. Centoquaranta minuti di citazioni, combattimenti pirotecnici, scene assolutamente ridicole, nonsense che possono anche essere goduti semplicemente così, lasciandosi trasportare da un film che capisco possa sembrare girato da due che si sono presi una dose di allucinogeni scaduti. Se però si scende nei piani di lettura, si può trovare molto di più. La multipotenzialitá in ognuno di noi: non a caso per accedere ad un altro universo occorre fare "qualcosa di assurdo che non faresti mai" (lascio a voi scoprire i metodi esilaranti che i protagonisti hanno di volta in volta messo in atto) perché sperimentarci nelle novità può consentirci di accedere ad abilità che ignoravamo di avere. Le coincidenze e la serendipitá come veri e propri stati di coscienza: in ogni universo Evelyn è circondata sempre dalle stesse persone ma con rapporti diversi. E anche dove decide di non fidanzarsi con il futuro marito, lo ritrova comunque. Perché come diceva Rumi "ciò che cerchi ti sta cercando" e a questo non si sfugge. La Gentilezza come stile di combattimento. Si può essere campionesse di Kung fu e abbattere tutti con la forza dei mignoli ma la sua Maestra le ricorda che tutto è Kung fu, anche un biscotto: se offerto alla persona giusta si possono ottenere lo stesso i risultati. L'Amore come unica Forza universale che può opporsi al Caso, ristabilire i rapporti, impedire la devastazione. La Leggerezza come modo di vivere: senza preoccuparsi troppo, cercando sempre il lato buono, ridendo durante un combattimento che si trasforma in una enorme seduta di psicoterapia di gruppo. La vita è caos, vero. Ma non saremo noi con i nostri sforzi a darle un senso. Godersi una baracconata simile rischia di farci avere la vera illuminazione.

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Mare Fuori

24 Marzo 2023 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni, #serie tv, #televisione

 

 

 

 

Si sentono le tre diverse regie nelle rispettive stagioni di Mare Fuori. Asciutta, cruda e bellissima la prima, a firma Carmine Elia; coinvolgente ma melodrammatica la seconda, dove si avverte la mano femminile di Milena Cocozza; fin troppo ingolfata di lacrime e abbracci la terza, a mio avviso la peggiore, diretta da Ivan Silvestrini.

Mare Fuori piace perché ribalta tutte le prospettive. La vera libertà è l’IPM, sembra dirci, lo spazio ristretto del penitenziario minorile affacciato a pelo d’acqua. Lì dentro succede di tutto ma in specie avvengono cose buone: rivolgimenti interiori, pentimenti, crescite. Fuori, invece, c’è il male, ci sono persone malvage che ti obbligano a delinquere, a diventare quello che in cuor tuo non vorresti essere, a finire schiacciato dagli ingranaggi del sistema camorristico. “Fuori è pieno d’infami”. Al punto che non si capisce perché si continuino ad accordare permessi premio quando poi, una volta usciti, i ragazzi compiono, volenti o nolenti, gli atti più crudeli o rischiano la pelle. “Siamo più liberi qui dentro”, dice Naditza a Filippo. In carcere, infatti, le differenze si appianano, si diventa uguali, la zingara napoletana può sognare l’amore con il Chiattillo, il figlio di papà milanese.

La figura più affascinante non è, appunto, il fighetto milanese, per quanto coraggioso e determinato, ma Carmine di Salvo, figlio della boss Wanda, il quale cerca di svincolarsi dalla melma deterministica che lo avvolge e impastoia, che gli impedisce di vivere una vita semplice e onesta, che gli uccide la giovane e innocente moglie. Mediterraneo, con le labbra carnose e lo sguardo malandrino, tormentato e buono, è il vero eroe del penitenziario. Carmine passa attraverso ogni genere di ribellione e sofferenza. Ha un rapporto padre- figlio col comandante – altro personaggio romantico – un tenero legame con la figlioletta, che non a caso ha chiamato Futura, una sorta di bromance con il Chiattillo, amico fraterno disposto a tutto per salvarlo, e una passione alla West Side Story per Rosa Ricci, rampolla del clan avverso.

All’opposto di Carmine c’è Viola, il male assoluto, fine a se stesso e incarnato, per cui non si prova compassione. Quando cade dal tetto della prigione nessuno si dispiace per lei e tutti i telespettatori tirano un sospiro di sollievo.

La serie attrae perché dà una spiegazione al male, sempre figlio di altro male. Perché implica un riscatto, anche per gli atti più atroci, come accoltellare una madre o violentare una ragazza. Basta pentirsi, piangere e abbracciarsi, basta non averlo voluto davvero. E qui, forse, nasce il pericolo, il messaggio sbagliato, cioè che tutto si possa perdonare, dimenticare, archiviare, relegare nel passato, persino l’azione più efferata in stile Erica e Omar. Solo l’oggi ha valore, esistono esclusivamente il presente e un futuro sognato. Così il male viene sminuito a favore di altri valori, molto esaltati nelle serie televisive odierne, siano esse fantasy, storiche, poliziesche o drammatiche: amicizia, lealtà e amore hanno più importanza di omicidi, violenze e faide di sangue, e le intenzioni sono più forti delle azioni.

Chiunque di noi, suggerisce inoltre Mare Fuori, può trovarsi nella situazione di questi ragazzi, messo a nudo e costretto a delinquere per finire poi circoscritto nel limbo di un carcere, luogo più dell’anima che fisico, dove le differenze si annullano, dove bene e male sono ingigantiti oppure appiattiti, dove si formano alleanze e si giurano odi eterni. 

Una carrellata di personaggi forti, ben disegnati e indimenticabili: la direttrice, il comandante, Carmine, Filippo, Naditza, Cardiotrap, Pirucchio, Pino, Ciro, Kubra, Edoardo e tutti gli altri sono destinati a rimanere nel cuore, così come i vicoli tortuosi di una Napoli affacciata su un mare che può stare fuori, sì, ma anche perforarti l’anima.  

 

 

 

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento sbocciano fiori"

22 Marzo 2023 , Scritto da Enzo Concardi Con tag #enzo concardi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 Per la collana di testi letterari Alcyone 2000, della Casa Editrice milanese “Guido Miano”, è stata recentemente pubblicata la raccolta poetica Nella carezza del vento, sbocciano i fiori. L’autrice è la professoressa Grazia Marzulli, la prefazione è stata curata da Michele Miano. In copertina disegno di Fabio Recchia dal titolo Abbraccio. Con questo lavoro la poetessa barese ha voluto realizzare una scelta antologica di liriche già edite in passato - tratte da Il volo di Penelope (1998); Salsedine (1999); La luce verticale (2001); Il velo di Maya (2004); Selva di dissonanze (2000); Anfratti fioriti, conchiglie (2003) - corroborata da poesie inedite che appaiono nell’ultima parte del libro con i sottotitoli di Anemoni e Fiori della Resilienza. Anche i testi editi sono stati suddivisi in diverse parti: Viole del pensiero, Fiori di roccia, Visioni.

I fiori in poesia sono solitamente stati utilizzati in funzione simbolica e metaforica, come immagini di caratteristiche personologiche, aggettivazioni tipologiche, realtà di vario genere. Tra le più famose ed importanti opere letterarie che li richiamano con una forte e dirompente potenza emblematica, si annoverano I fiori del male (1857) di Charles Baudelaire. L’autore stesso scrisse in una lettera alla madre: «Questo libro, il cui titolo dice tutto, è rivestito di una bellezza sinistra e fredda… È stato fatto con furore e pazienza». Infatti la sua volontà era quella di “estrarre la bellezza dal male”, ovvero il fare poesia su argomenti cupi, scabrosi, talvolta immorali: perfettamente in linea con le visioni del “poeta maledetto” francese (“poète maudit”) che rigetta i valori borghesi dominanti e diventa ribelle e trasgressivo.

Il riferimento a Baudelaire ci introduce - per contrasto - ai “fiori” che sbocciano dalla carezza del vento, sempre simbolici ma di segno opposto, cioè che rappresentano la bellezza autentica ricercata là dove risiede: nella natura, nell’anima, negli ideali, nella spiritualità, nell’amore, nella speranza, nella coscienza del destino di grandezza dell’uomo, nella serena memoria del passato, nel senso religioso della vita che conduce all’abbraccio con Dio. Sono questi ed altri i “fiori” visitati dalla poetessa, la quale non ignora le ombre del presente e della storia umana, ma con l’intento di denunciarne la negatività e superarle. Non per nulla il libro è disseminato di dotte citazioni illuminanti sull’argomento, tra cui, come incipit, quella di Cesare Pavese («È una gioia vedere tanti rami verdissimi nel vento e tanti fiori prepotenti, sboccianti, è una gran gioia perché nel sangue pure è primavera» e quella di Tagore («Il fiore si nasconde nell’erba, ma il vento sparge il suo profumo»). Letterariamente sono le umili tamerici pascoliane (Myricae - 1891) e La ginestra leopardiana (1845) ad avvicinarsi maggiormente al sentire e allo stile classico della Marzulli. Myracae, in quanto l’intento del Pascoli - ribaltando il concetto virgiliano sulla poesia delle grandi tematiche - è quello di parlare invece delle piccole cose della vita quotidiana, che tuttavia poi assumono un significato universale: per alcuni aspetti è questa una caratteristica dell’autrice; La ginestra, poiché nel Leopardi è Il fiore del deserto (altro titolo) che vince le avversità dell’ambiente esalando i suoi profumi nella desolazione tragica del paesaggio lavico del Vesuvio e nell’autrice esistono i Fiori della Resilienza (ultima parte, con citazione di alcuni versi proprio de La ginestra) che hanno lo stesso significato: leggasi, ad esempio, La coerenza (Lettera ad un giovane studente), dove pone i valori umani come pietre miliari e in tal modo lo esorta: «Vivi secondo coscienza… così saprai resistere a lusinghe e raffiche di vento...».

I testi ci segnalano ancora le suggestioni dei paesaggi e delle architetture in Valle d’Itria, tra muretti a secco, trulli, mulattiere, pietre millenarie, corrosioni carsiche… e il sogno di una «…Naiade scalza / tra fiori di lavanda…» (Ortica e giunchiglia) e attese oltre i recinti interiori. Ci narrano di miti ellenici antichi, delle leggende del mare, di una natura sopraffatta dal cemento. Rimembrano le dolcezze dell’infanzia al tempo delle more e delle ciliege, la nostalgia delle liete ore del passato, l’esempio di «madre Coraggio» (Ultimi battiti) dalla granitica fede, il dolore e la paura dei tempi di guerra. Ricercano ardui scavi interiori, il non perdere il significato della vita, il combattere l’indifferenza, l’Io unico e indivisibile, il giardino dell’anima, la fanciulla antica dall’eterna giovinezza nel cuore. E un grido: «Sei tu, speranza, mio rifugio» (La speranza). In un mondo alienato perseguono orme dell’infinito e le vette del cuore, che si trasformano in una preghiera al Signore. E mistiche visioni cristiane, francescane, implorando Dio per «un’altra possibilità di ricominciare» (Fuoco).

Enzo Concardi

 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

 

 

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