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Johanna Finocchiaro, "Ramificare"

4 Maggio 2023 , Scritto da Rita Bompadre Con tag #rita bompadre, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Ramificare di Johanna Finocchiaro (Eretica Edizioni, 2022 pp. 64 € 15.00) è un libro di poesia completo e lineare nei suoi contrastanti frammenti, un viaggio dettagliato nell'affidabile qualità stilistica di congiungere i sentimenti umani e fondere, nelle sincere direzioni del cuore, l'istintiva potenzialità introspettiva. Johanna Finocchiaro espande la luminosa e intensa destinazione poetica, amplia la propria voce, dirama l'orientamento sensibile delle emozioni, estende la brevità dei testi nell'immediatezza della percezione interiore, diffonde lungo la coniugazione dell'amore il presentimento di appartenenza. Johanna Finocchiaro pone la propria scrittura nella maturità saggia della consapevolezza, oltrepassa il velo invisibile del timore, esamina gli aspetti teneri e appassionati della relazione con l'altro, la profondità intuitiva delle contraddizioni umane. Ramificare accresce la vulnerabilità delicata delle parole, amplifica la distensione delle circostanze amorose, accerchia il presagio dell'inquietudine nelle pagine, preannuncia il riscatto dell'identità in un assedio esistenziale, rafforza il respiro appassionato della partecipazione. La poetessa confessa il cedimento della premurosa e tenera fiducia nei ricordi di fronte al tremore intimo della dimenticanza, nutre la saggia intelligenza di presentare la sincerità come misura e forma di tutte le cose, oltrepassa la fusione del vissuto con la concentrazione dei comportamenti e delle sfumature di significato, sorvolando la decifrazione comunicativa, assoluta e vitale, di ogni influenza. L'evoluzione tangibile del coinvolgimento incoraggia la capacità di avvertire l'intendimento reale degli eventi e di coglierne l'essenza attraverso la compiuta complicità del pensiero. Johanna Finocchiaro afferma la pratica accurata dei conflitti, adatta il contrasto del groviglio istintivo nel libero e spontaneo scorrimento di una franchezza interpretativa, mantiene il suggerimento dell'anima, permette al recupero dell'attività psichica della memoria di guidare le funzioni comprensive della persuasiva conoscenza. Riflette il vincolo affettivo con l'incondizionata affinità delle sensazioni che si avvicendano nello spirito sussurrato della mente, utilizza un linguaggio istantaneo e autentico in cui seleziona e indirizza i contenuti della coscienza, spiega la spinta innata e costante dei desideri a compiere la ricerca rivelativa, a celebrare l'inconscia disgregazione delle corrispondenze temporali tra la ragione e la sua traduzione. La valenza poetica di Johanna Finocchiaro mostra generosamente la coincidenza originale delle esperienze cognitive, l'intonazione espressiva tra razionale e irrazionale, dichiara il solido intento di manifestare esteriormente l'energia dell'illuminazione, comprende l'attitudine di identificare e ospitare il carattere letterario del caos, l'imprevedibilità delle impressioni. Ramificare è un libro convincente, insegna l'interessante forza divulgativa attraverso l'incisiva lucidità dei testi, immedesima nella naturale vivacità dei legami lo specchio del proprio equipaggiamento emotivo, immerge la frequenza del dubbio nell'individuazione inconsapevole dei cambiamenti, della vicinanza distillata nelle intenzioni della vita, nella complessa e discordante suggestione della lontananza, emana il sortilegio della verità di ogni impronta biografica.

 

Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/

ANIMA INFESTATA

 

Abitami

 

Che possano toccarmi la sorte

Le tue mani

 

 

HAIKU

 

Tu mi cercavi

Io ti volevo lieto

Però lontano

 

 

ONESTA

 

Ho provato a tergiversare

Ma non sono capace

A stare

 

 

RAMIFICARE

 

Onestà di sangue

Nei miei occhi

Si riflette nei tuoi

E la osservo

Ramificare

 

 

SULLA SOGLIA

 

Esistono porte sospese e mondi

spalancati

Esistono possibili emisferi di luce

Esisto io, inginocchiata

Pronta a succhiare linfa dal presente

Perché scelgo di guardarci dentro

E restare

 

 

TITOLO SUPERFLUO

 

Lo riempirò volentieri quel divano.

 

Quella cucina

Quel letto

Quella doccia

Quel soggiorno

Quella vita

 

Prima o poi sarà il passato, a svuotarsi

 

 

 

UNO PIÙ UNO FA UNO

 

Regalami un libro rotto, un letto sporco

Le leggende antiche del bosco

 

Regalami onde ed effluvi

La speranza e i suoi barlumi

 

In respiri ricambierò

Dalla carne abdicherò

 

 

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#insideart : Il BACIO di Costantin Brâncuși

3 Maggio 2023 , Scritto da Walter Fest Con tag #walter fest, #insideart, #arte

 

 

 

Comincia con un bacio questa rubrica dedicata all’arte. Amici lettori, ormai mi conoscete e sapete che non voglio annoiarvi ma entusiasmarvi nei confonti dell'arte, degli artisti, del colore. In questa rubrica vi proporrò solo un'opera, solo un artista, la descrizione sarà tecnica, ironica, breve, sintetica, informale, audace, originale. E quindi con questo bacio mettetevi comodi. Mentre guardate e leggete, ascoltate della buona musica, magari accettate i miei suggerimenti musicali che cercherò di intonare al resto del racconto. Ma ora bando alle chiacchiere, lasciate che vi baci e sono sicuro che qualcuno di voi mi dirà “baciami stupido”.

 

 

IL BACIO DI Constantin Brâncuși

 

Questo bacio è una scultura in pietra, misura circa 60 di altezza, 35 di larghezza e 25 di profondità. La prima versione è del 1907, successivamente l’artista ne ha realizzate altre. 

Bypasso la bio di Constantin, se volete, cercatevi la storia della scultura posta su una tomba a Parigi e poi, in tempi attuali, ricoperta agli sguardi dei visitatori in attesa di decisioni. Giro intorno alla storia e vado avanti evitando l’accostamento con Rodin. Ora, insieme a voi, andiamo a toccare la materia.

Forza, interessiamoci alla scultura, vediamola, tocchiamola, sogniamo a occhi aperti di essere nei panni senza panni dei due amanti che sembrano nudi. Quello che voglio dirvi è che l’opera si intitola "Il bacio" ma io l’avrei chiamata “L’abbraccio”, perché è l’abbraccio quello che più mi ha colpito. Nell’abbraccio vedo azione, vedo fusione, vedo armonia, vedo amore che vale una vita, vale un'eternità, vedo tutto quello che ognuno di noi cerca parlando di amore.

Oh! Il bacio, sì, che possiamo vederlo, ma io preferisco provare il calore dell'abbraccio, quel sentirsi un tutt’uno fra due corpi liberi di amarsi. Un bacio è il tocco finale, l'effusione focalizzata dall’artista solo per attirare l’attenzione e far sciogliere l’osservatore in un abbraccio universale.

Baciamoci, sì, ma il vero amore è scaldato da un abbraccio che non deve essere necessariamente forte, basta che sia onesto, spontaneo, dolce, tenero, sentito, avvolgente, coinvolgente, profondo da entrare nell’anima degli innamorati come un sigillo a testimoniare un sentimento unico.

In quest'opera quasi non si distingue chi sia l’uomo e chi la donna, perché in fondo non è importante il sesso, il bacio è una piccola azione d’amore e dove c’è amore c’è vita.

“Baciami stupido”, sì, ma prima abbracciami.

Questa scultura è di pietra monocromatica, apparentemente fredda. Se potessimo realmente toccarla ne assaggeremmo la temperatura tiepida. Eppure è più calda di un'opera pittorica piena di colore. E' quello che voleva l’autore: anche se di pietra, la materia dell'opera è bollente.

Se nelle foto vediamo Constantin Brâncuși spettinato, di certo è stato un tipo mica di ghiaccio, la scultura è stata solo il suo linguaggio naturale, un ritorno all’essere primitivo preferito al modernismo senz'anima.

Amici lettori, la musica consigliata per accompagnare la lettura è Stephen Stills Live At Berkeley 1971.

Ci rivediamo alla prossima opera, non perdiamoci di vista, l’arte osservataa da me insieme a voi è divertente, che ne dite?

 

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Dumitru, il vampiro

2 Maggio 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

Immagine generata con Pic Finder

 

 

 

In una coltre di fumo azzurrognolo, apparve nella mia camera da letto, proprio mentre l'orologio a pendolo appeso sul muro nel salone della reggia rintoccava la mezzanotte. Il suo nome era Dumitru. 

Quell'uomo – se così si poteva dire – dall'età indefinibile aveva i capelli corti e neri come il pelo di una pantera, dalle labbra cremisi appena socchiuse s'intravedevano lunghi canini perlacei, per non parlare della carnagione pallida come se la pelle non fosse mai stata esposta al sole. Inoltre, indossava un abito nero con un gilet rosso che gli conferiva un look alquanto sofisticato. 

Lo sguardo di quella misteriosa figura rifulgeva di una luce arcana particolarmente invitante, al punto di provare un'attrazione indescrivibile. Nel frattempo, una moltitudine di pipistrelli stridenti svolazzavano in cerchio ravvivando le centinaia di fiammelle che danzavano sul pavimento. Tutto ciò sembrava una sorta di rituale. 

«Ti concederò l'immortalità, ma in cambio dovrai diventare la mia donna» disse con voce vibrante. 

Acconsentii con un cenno del capo e allargai le braccia, ormai mi aveva fatta sua. Grazie alle sue proverbiali abilità oscure, piombò con velocità e stupefacente grazia sul letto a baldacchino per mordermi, tenendomi saldamente per i fianchi. Avvertii un male lancinante che poi si tramutò in un piacere estremo e uno stato di estasi senza precedenti, suggellando così la nostra imperitura unione improntata alla fedeltà. Da quel preciso istante, lo seguii in ogni dove, attraverso notturni "mordi e fuggi" che sapevano di sangue e adrenalina. 

Due secoli dopo, Dumitru, sentendosi braccato dalla Confraternita Desmodus, fece sì che fungessi da esca inconsapevole, lasciandomi da sola in uno dei vicoli bui di Bratislavia. 

Quel tradimento mi spezzò il cuore, ma il dolore non era assolutamente paragonabile al paletto di frassino che mi venne conficcato da un cacciatore di vampiri.

 

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Il compleanno di Celestino

1 Maggio 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

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«Oggi Celestino compie un anno!» mi disse gioiosamente Elisa una mattina, tenendo il gattino in braccio e sbaciucchiandogli la testa. Accarezzai teneramente quel batuffolo dagli occhi azzurri e dal pelo bianco che, per tutta risposta, mi fece le fusa, strusciando il musino tra le mie dita. Era un amore, sebbene particolarmente vivace e spericolato. 

«Peppe, cosa possiamo regalare al "nordico"?» mi chiese candidamente la mia sorellina, chiamando il festeggiato con un nomignolo. 

«Non so, magari una ciotola, altrimenti un gomitolo di lana» risposi banalmente.

«No, lui ha già queste cose!» 

«Che ne dici di un giocattolino?» 

«Mi è venuta un'idea: a 'sto monellaccio regaleremo un piccolo paracadute.»

«Un piccolo paracadute?» 

«Sì, sai perché? Così le prossime volte che salirà sul tetto oppure su un albero, metti che come al suo solito non riuscirà a scendere, gli basterà saltare.»

 

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Altezza

30 Aprile 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto

 

Immagine generata con Pic Finder

 

«Il problema è che preferisco i ragazzi alti, da un metro e ottanta centimetri in poi. Tu non superi il metro e settanta. Peccato, sai? Sei un bel ragazzo e sei pure simpatico» mi disse Veronica, una ragazza che avevo conosciuto settimane prima, in una sera d'estate, tramite amici. Questi ultimi, pur restando nei paraggi, ci lasciarono da soli sul lungomare poiché intuirono un evidente interesse da parte mia.

«Un metro e settantuno!» precisai con un finto sorriso, oltretutto consapevole di non poter combinare nulla solo perché mancavano all'appello nove centimetri del cazzo. 

«Non sei alto! Scusa, eh!» replicò la "geometra", per di più muovendo una mano in verticale a mo' di righello, dandomi così il colpo di grazia. 

«Misura questo, eh!» stavo per esclamare con il proposito di farle un gestaccio, ma per fortuna mi trattenni. 

Improvvisamente quella picciotta milazzese mi apparve antipatica e indelicata. Non mi rimaneva altro che calare il sipario. 

«L'importante non è essere alti, ma essere all'altezza» conclusi deglutendo, poi dignitosamente alzai i tacchi e impettito m'incamminai in direzione della comitiva. 

Dalla mia espressione intrisa di mestizia, gli amici, immaginando l'esito l'infruttuoso, si dimostrarono molto solidali, specie Franco che mi offrii una pacca sulla spalle e un paio di birre.

Avevo vent'anni.  

 

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Grazia Marzulli, "Nella carezza del vento sbocciano i fiori"

28 Aprile 2023 , Scritto da Marco Zelioli Con tag #marco zelioli, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, Guido Miano Editore, Milano 2023. 

 

 

Grazia Marzulli, fine e colta scrittrice, che esordì nel 1998 con Il volo di Penelope, ci ripropone parte della sua più che ventennale opera poetica con queste poesie, entrate nella collana “Alcyone 2000” di Guido Miano Editore, col sempre utile e ricco apparato critico-bibliografico.

Già titolo e sottotitolo della silloge ci danno sensazioni di dolcezza e di meraviglia, che ritornano frequentissime nei versi qui raccolti, tra i quali non mancano degli inediti, che si innestano con naturalezza nel fluire di sensazioni dei precedenti già pubblicati, come testimonia Incanto (nella penultima sezione, Anemoni) che chiude così: “…Tu pioggia sole vento in un istante / folata di ponente e maestrale / impeto che travolge e fugge via... // Sarà follia o fluida realtà? // Nel bagliore di un lampo / si scioglierà l’incanto”.

La ricchezza di immagini e di metafore che si trovano nelle poesie della Marzulli non mortificano mai il ritmo sempre leggero dei versi, impreziositi a volte, ma mai appesantiti, dal ricorso a parole poco in voga al giorno d’oggi – fin dalla prima poesia della raccolta, La mia favola, definita “… franta dal tempo”.  Se nella prima parte, Il volo di Penelope, anche la struttura delle poesie è “classica”, nelle poesie tratte dalla seconda parte, Salsedine (1999), si nota una grande differenza: alcuni versi sono allineati a sinistra, altri a destra, altri al centro, in un variare anche ottico di disposizione delle parole che contribuisce ad attirare l’attenzione del lettore. Ciò si ripete, ma con minore frequenza ed impatto visivo, nelle seguenti parti della raccolta.

Vi sono accenni molto personali, e critici, alle mode d’oggi, ad un mondo un po’ ‘fasullo’, per cui Michele Miano nella Prefazione può osservare che la scrittrice “rivela una sfiducia nel presente, nella società odierna, nel dominio tecnologico, simbolo di annullamento della libertà individuale”. Fra tutto, però, il continuo intreccio di passato e presente finisce col ‘redimere’ anche le storture di quell’oggi così apparentemente lontano dal gusto della Marzulli. Perché alla fine, in ogni caso, la vita è nel presente, e comunque il passato è anche ricordo di spavento (“… / incubi atroci... / cado nel vuoto / l’eco risento nelle orecchie / d’un edificio squarciato / si sbarrano gli occhi / si rizza la pelle allo schianto...” – da Schegge di guerra), e di lutto (“… Ora che mi manchi, / se mi affiora da insidie una lama / e mi strugge la lacerazione / la bellezza per me si fa tigre, / poi rampante mi porge un sorriso, / il tuo sorriso” – da A mia madre).

Non mancano squarci sorprendenti, descrizioni che colpiscono per la loro rapidità, come: “Sbiadire lento di caseggiati / e ciminiere color vaniglia / metafisici cubi e bottiglie / nello spazio alienato…” (incipit della poesia Lungo i binari del tempo); o descrizioni concitate di stati d’animo, come in Ricerca: “…Tasta note stridenti / di astruse interferenze / nella suite a due voci / nella suite a più voci / allarme improvviso / timore diffuso / fastidio crescente / nodo in gola-tarlo nella mente…”.

Siamo di fronte ad un’antologia (perché tale è la raccolta in cinque parti di questa carezza del vento) veramente ricca e ‘trasparente’ – nel senso che fa trasparire i solidi fondamenti del linguaggio della scrittrice, tanto ancorato al passato classico (quasi distaccato, fisso e ‘preciso’), quanto consapevole del presente (sempre mutevole, vivo, concreto e vario): in un continuo divenire che, “per non smarrire il senso di una vita” – ultimo verso di Taglio sartoriale – non lascia troppo spazio alla pur naturale Nostalgia; perché, come chiude l’omonima poesia: “La vita guarda avanti”. Ed ecco, sbocciano i fiori: continuano a sbocciare, quasi come miracolo della vita presente che va con fiducia verso il futuro; e nell’ultima sezione, raccolta di inediti non a caso intitolata Fiori della Resilienza, si legge: “Nella carriera come nella vita / sia lieve ogni tuo passo e ponderato. // … // E l’imprinting del cuore / illumini il progetto. // Forgialo in eleganza e / come tu sai procedi / a passi di danza” (inizio e fine di A passi di danza). Sembra così di venir lanciati verso una nuova prospettiva, da scoprire leggendo questo libro di Grazia Marzulli.

Marco Zelioli

 

 

Grazia Marzulli, Nella carezza del vento, sbocciano fiori, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 96, isbn 978-88-31497-98-5, mianoposta@gmail.com.

 

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ADDIO ALLE ARMI DI Ernest Miller Hemingway (1899 – 1961)

25 Aprile 2023 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni

 

 

 

 

 

Ci si accosta con reverenza a quello che è ritenuto un capolavoro, impreziosito dalla traduzione di Fernanda Pivano che tanto si adoperò per far conoscere gli autori americani in Italia.
La vicenda si svolge in buona parte sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale e il protagonista è un giovane ufficiale americano della Croce Rossa.

Lo stesso Hemingway prestò servizio come autista di ambulanza in Italia in quegli anni, venendo ferito. Devo dire che l'edizione Mondadori è davvero ricca di materiale introduttivo e critico; per l'autore la genesi dell'opera fu molto articolata e complessa, disturbata da vicissitudini e fatti luttuosi e richiese importanti rettifiche editoriali. Furono scritti ben quarantasette finali diversi.
Purtroppo nell'introduzione si accenna chiaramente all'epilogo del libro e questo può spiacere a chi si accinge a leggere. La traduzione della Pivano, considerata notevole, personalmente non mi ha impressionato. Le frequenti ripetizioni per me sono un fatto di inaccuratezza che affatica la lettura di una prosa già volutamente secca e scarna, poco seducente.

Il giovane protagonista si innamora di un'infermiera inglese e tutto ruota intorno alla loro storia d'amore, mentre sta per avvenire il disastroso evento di Caporetto. Sinceramente i dialoghi tra i due amanti mi sono sembrati poco persuasivi, mai travolgenti, anche se probabilmente lo scopo è proprio quello di descrivere personalità senza grandi principi o valori, bisognose di un rapporto vivo mentre intorno ci sono incertezza, sofferenza e morte.

Efficace invece la descrizione della ritirata di Caporetto, anche se una nota dell'editore scrive che gli Arditi nacquero dopo Caporetto, in realtà nacquero prima, nel luglio del 1917. Sembra, in generale, che la storia della coppia cresca a fatica, immersa in momenti piuttosto fatui che fanno pensare agli altri romanzi dell'autore ricchi di mondanità, momenti conviviali, godimenti, edonismo. Solo la figura del cappellano, non certo approfondita, ma seria e austera, pare fare da contraltare alla leggerezza del protagonista che deve fuggire con l'amante in Svizzera dove ancora si parla a lungo di pranzi, cene, passeggiate in posti innevati, mentre altrove la guerra continua.
Il finale del libro è obiettivamente impressionante e indimenticabile. Il dramma viene declinato con cupa lentezza e in modo impersonale, senza enfasi, in maniera diretta, quasi spietata, con una secchezza micidiale. La laboriosa scelta tra i vari finali non è stata certo infelice dal punto di vista artistico. Lascia infatti un senso di nulla e di irrimediabile tristezza. Dalla guerra non viene niente di buono sembra dire lo scrittore; nessun conflitto salva qualcosa. Anche una guerra combattuta per nobili ragioni ha conseguenze disastrose.

Nel dettaglio, a questo proposito scrisse Hemingway: " ... ma a provocare, iniziare e far scoppiare le guerre sono le solite rivalità economiche e i porci che ne traggono profitto. Ritengo che tutti quelli che hanno da guadagnare da una guerra e che contribuiscono a causarla andrebbero fucilati il giorno che inizia, da rappresentanti accreditati dei leali cittadini di quei paesi che si accingono a combatterla".

 

Valentino Appoloni

Nota della direttrice: 

 

Personalmente, ritengo lo stile di Hemingway - che non mi piace come persona ma adoro come scrittore - inconfondibile, fatto proprio di quelle ripetizioni, di parole scabre e primigenie, di piccoli gesti monotoni dall'apparenza inutile. Uno stile che diventa sciatto e banale solo nei tanti imitatori. 

Circa le ricche introduzioni dell'edizione Mondadori,  il concetto di "spoiler" ai miei tempi (sono nata nel 61) non esisteva. La letteratura non era assimilabile alle serie tv, e gli Oscar Mondadori, come i tascabili Bur - ma anche gli sceneggiati televisivi - assolvevano al compito didascalico di acculturare la popolazione. Se si parlava di un romanzo si faceva critica letteraria e non ci si preoccupava di anticipare il finale. 

Parizia Poli 

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Simona Friio, "Magar Mulieres"

24 Aprile 2023 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #patrizia poli, #recensioni

 

 

 

 

Magar Mulieres

Simona Friio

2016

pp 291

 

Il bello di questo romanzo è l’ambientazione, che richiama una pagina dei Promessi Sposi, fra l’assalto ai forni di Milano, la peste e l’inquisizione. Catapultati in atmosfere alla Rembrandt, fra venefici, torture inenarrabili, lugubri prigioni, e polverosi grimori pieni di arcane formule magiche, ci lasciamo avvincere da una vicenda dalle tinte gialle e cupe.  

Chi ha ucciso Alfonso Della Favilla? A indagare è l’inquisitore spagnolo Manuel Idalgo Raya, affascinate e atipico uomo di chiesa desideroso della verità – non solo quella dei dogmi ecclesiastici – precursore di una libertà di coscienza e di spirito che già prefigura il successivo secolo dei lumi.

Attorno all’assassinio di Alfonso e ad altre morti sospette, ruotano diverse figure, da Antonio Della Favilla, giovane marchese omosessuale, a Gian Mattia Oli, untuoso e subdolo clericale, alle due sorelle di Antonio, Anna e Caterina, d’una bellezza quieta e gentile la prima, sfolgorante e lasciva adescatrice la seconda.

La narrazione sposta ad ogni capitolo il fuoco del punto di vista, immergendoci di volta in volta nei pensieri nascosti di tutti i protagonisti, nessuno escluso. Ma al di là della storia poliziesca, ciò che colpisce è la ricostruzione d’epoca, dal vestiario, alla descrizione particolareggiata delle torture, ai documenti ufficiali, alle pozioni venefiche. Un bell’affresco seicentesco, insomma, che ammalia e cattura il lettore, proprio come uno dei malefici della “magar mulier”, la diabolica quanto bella Caterina Della Favilla.

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L'esorcista del papa

23 Aprile 2023 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #cinema

 

 

 

 

Pur con un rischio boiata del 99% sono andata a vedere l'ex gladiatore nei panni di Padre Gabriele Amorth solo per la compagnia del collega e il cinema con poltrone reclinabili e la Coca Cola gusto lampone. Un ormai irrimediabilmente imbolsito Russel Crowe che gira Roma in motocicletta senza mai separarsi dalla sua fiaschetta di bruciabudella, viene fortemente osteggiato dal Vaticano nel suo ruolo di esorcista, nonostante il Papa in carica (un Franco Nero nei panni di Woytila ancora meno probabile del protagonista) lo appoggi. Spedito in Catalogna, dove arriva in motocicletta (e da lì per me non è stato più possibile restare seria), per un ragazzino posseduto da Asmodeo, il più potente dei Diavoli, inizia a praticare i suoi rituali con il prete locale, un giovane prelato con la passione per le adolescenti con le tette grosse. A parte i soliti numeri tipo voci stile Pazuzu, persone che camminano come ragni, gente che vola ecc ecc, si segnalano tra le scene più trash Woytila che ha uno sbocco chilometrico di sangue in faccia al vescovo piu viscido della congregazione, e la lambretta che il nostro Crowe utilizza come un tuttofare alla maniera di McGyver. Ovviamente alla fine il bambino viene salvato grazie a dei medaglioni stile Sailor Moon che hanno il potere di liquefare i demoni evocati, tanto che ci si chiede perché non li avesse tirati fuori prima, visto che li teneva nella cassetta di emergenza sul portapacchi della motocicletta. Tutto questo mentre lo stesso Crowe/Amorth è posseduto da Asmodeo solo che a lui chissà perché, non fa effetto. Tralascio le battutine all'americana stile "Padre, mio figlio è posseduto dal demonio, che facciamo?" e lui "Un bel caffè" o dopo la battaglia demoniaca il giovane prete spagnolo gli chiede "Padre, in che condizioni sono?" e lui "Stai veramente dimmerda". Però sulle poltroncine reclinabili era quasi sopportabile.

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Maria Angela Eugenia Storti, "Itinerari di letteratura del novecento tra tradizione ed innovazione"

20 Aprile 2023 , Scritto da Lea di Salvo Con tag #lea di salvo, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

 

ITINERARI DI LETTERATURA DEL NOVECENTO

TRA TRADIZIONE ED INNOVAZIONE

 

Memorie artistiche a confronto: Mann, Kafka, Woolf, Eliot,

Beckett, Wedekind, Pirandello, Montale

 

 

Il testo è suddiviso in tre sezioni che costituiscono rivisitazioni di alcune opere del Novecento, viste in relazione ad autori di più paesi, e vuole fornire un contributo di analisi comparata. Le sezioni sono a loro volta rappresentative dei generi letterari più esplorati nel ‘900 e sono atte a fornire un tentativo operativo finalizzato alla rivisitazione di alcune tematiche ricorrenti del periodo in questione.

Nella fattispecie, verranno esaminate per la sezione - “romanzo” - alcune peculiarità afferenti al modo di esplorare modernità/tradizione; sete di conoscenza/potere, nonché evoluzioni delle tecniche narrative e dei loro nuclei concettuali attraverso le opere di T. Mann, F. Kafka, V. Woolf e T. S. Eliot.

La seconda sezione, dedicata alla drammaturgia, ospita argomentazioni che tendono ad evidenziare i diversi approcci tematici, nonché ad approfondire le complesse dicotomie che coinvolgono gli attori-maschere alle prese con le loro performances, viste attraverso gli occhi dei diversi drammaturghi che hanno dato loro vita. La trattazione si riferirà ad alcuni scritti teatrali di L. Pirandello, F. Wedekind e S. Beckett, nonché alle loro differenti modalità esistenziali, espresse attraverso tecniche distinte e variegate. Proprio in tale contesto vengono acutamente evidenziati i nessi dialettici che legano la sicilianità di Pirandello ad un europeismo inteso non solo come aspirazione ad una civiltà più ampia, ma anche come partecipazione alla prorompente realtà della società moderna in cui lievitano i sintomi di una emergente crisi borghese.

L’autrice, mediante una sistematica analisi epistemologica, mette altresì in rilievo come sia lo scrittore agrigentino, che altri artisti del Modernismo, attraverso i personaggi delle loro rispettive opere, vivano il crollo radicale di valori quali i sentimenti, la religione, la società e lo stato, per poi divenire i testimoni sgomenti del nulla. È proprio tutto questo a determinare il relativismo che si afferma nella letteratura moderna, motivo per il quale la scrittrice attraverso un’acuta analisi dei testi presi in esame, riesce a mettere significativamente in rilievo, l’epocale cambiamento avvenuto nell’ambito letterario. Proprio in ragione di tale cambiamento, l’artista non rappresenta più un punto di vista che gli si dispiega davanti, ma un frammento di consapevolezza perduto nel caos della fenomenica realtà del tutto.

Poiché il pensiero è ritenuto una mediazione tra l’esistenza e l’essenza, ciò che appare concreto, stabile ed indiscutibile alla sensibilità comune, per lo scrittore non rappresenta infatti che una facciata fittizia che nasconde il vuoto. Seguendo tale percorso, il testo in questione giunge al denso nucleo di quella dialettica pirandelliana della maschera e del volto per la quale si è anche parlato di ‘‘relatività’’. Ad una concezione della vita vissuta tumultuosamente in una polemica fremente, ribelle e di dolorante pietà, Pirandello stesso dà il nome di umorismo che per lui, come è noto si traduce nel ‘‘sentimento del contrario”, concezione per cui il pathos si tuffa e si smorza nella fredda acqua della riflessione.

L’ultima parte, avrà toni più lirici e curerà alcuni aspetti poetici affini e non, nelle figure di E. Montale e di T. S. Eliot. Questi ultimi ed in particolare Montale, dichiarano di non sapere più ‘‘nulla’’ e per tanto si astengono da emettere giudizi, sentendosi solo in grado di prendere coscienza dell’assoluta dimensione aleatoria di tutte ‘‘le cose umane”.

La raccolta di questi saggi costituirà un testo esemplificativo che, senza pretese, sarà atto ad evidenziare i moderni contesti storico-culturali, al fine di consentire approfondimenti tematici legati prevalentemente all’evoluzione della cultura dei paesi anglofoni e mitteleuropei con squarci di memorie italiane, nel periodo tra le due guerre mondiali. Il contributo mira ad analizzare in forma sintetica, non convenzionale ed antiaccademica, le differenti prospettive estetiche della cultura moderna e postmoderna. La ricerca del passato da parte dello scrittore del Novecento e nel contempo la fuga da questo, unitamente ad un rifiuto dei vecchi canoni delle tecniche narrative, simbolizza il disperato tentativo della generazione tra e post le due guerre, di vivere con estrema intensità “ogni singolo momento della trattazione” preferibilmente attraverso “l’impersonalità” che spesso dà origine ad una frammentarietà linguistica, al “nonsense” ai “puns”, al monosillabo ed infine... al silenzio.

 Lea Di Salvo

 

 

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L’AUTRICE

 

Maria Angela Eugenia Storti è nata a Palermo, dove vive ed opera. Laureatasi in germanistica con il Prof. Furio Jesi, ha insegnato lingua e letteratura inglese presso il liceo delle Scienze Umane “G. A. de Cosmi” di Palermo. È autrice di saggi ed articoli prevalentemente inerenti ad autori stranieri, quali ad esempio: Goethe, Brecht, Mann, Beckett, ecc..., nonché di recensioni letterarie ed artistiche. Ha vinto alcune borse di studio in Germania ed in Austria e la sua formazione è altresì legata ai suoi interessi per gli studi anglofoni. Non mancano tra le costanti attività culturali, quelle connesse alla sua ricerca conoscitiva, nata in seno al teatro, a cui si affiancano trasposizioni di sue personali esperienze artistiche, corredate da seminari e laboratori teatrali, ideati a fini didattici. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Il Cantastorie (2010), Giostra di balocchi (2013), Tempo di raccolta (2015), Letto di stelle (2017); il saggio: Crisi di identità e protesta in Beckett e Brecht (2012); è inoltre autrice di short stories e pièces teatrali ancora inedite. È stata insignita di vari premi letterari e si è classificata al primo posto nell’anno 2015 durante la 23a edizione del Premio Letterario Internazionale “La Rocca”, Città di S. Miniato (Pisa).

 

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Maria Angela Eugenia Storti, Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione, pref. di Lea Di Salvo, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 82, isbn 978-88-31497-99-2, mianoposta@gmail.com.

 

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