#immaginieparole : Monito
Monito
una dedica
proprio il giorno che ho conosciuto l’amore
le lucciole e il buio
il profumo della notte
i corpi nudi nel bosco
il vapore del vetro
che appannava
Ora solo uno sfogo
un rifugio
un brivido gentile
una stella di ghiaccio
perché siamo quello che siamo
e si sogna
Cerco in me la forza
per non essere chi
alla fine rinuncia
e si porta dietro
il peso
di colpe non sue
Ascolto
leggo
il cuore naviga
vola su un altro pianeta
Tornerò a casa
ferita
umiliata.
soffrendo
crescerò
in silenzio.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Mancheranno
Mancheranno
Mancheranno
le istruzioni di volo
all’alba
sui tetti.
Mancheranno
le prime ricognizioni d’aprile,
il fischio
nell’ora indefinita
della sera
quando il pipistrello
vola radente.
Mancheranno
le stoviglie
le voci
gli asciugamani stesi
la quiete della domenica
giù nel cortile.
Fra qui e là
c’è solo
tempo da riempire.
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#immaginieparole : Mani belle sul volante
Mani belle sul volante
Mani belle sul volante
e la strada che mi scorre via
insegne spezzate
sassi, mucche e case senza intonaco
di pietra grigia
di mattoni grigi.
Cespugli bassi di ginepro
cespugli verdi e rossicci
e monti bruciati
alberi arrossati dagli incendi
e mare azzurro
a volte più verde
smeraldo che mette sete.
Nubi di vapore s’addensano
minacciano
si spostano
il vento è un’illusione del finestrino.
Mucche color sassi
E sassi color mucca,
mucca che ti guarda
e aspetta che piova.
Un uccello piccolo su ogni sasso
fermo perché non c’è niente da fare
e la mucca è silenziosa
e tutti i sassi sono uguali.
Mani belle sul volante io t’aspettavo
nell’aria ferma sono viva
parte del sasso e del ginepro.
Gli sterpi assorbono la paura
io piango e inumidisco la terra.
mani belle sul volante
io non ti perderò
come si perdono le scorie.
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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#immaginieparole : Giorni che non finiscono
Giorni che non finiscono
Giorni che non finiscono
e non iniziano
la fila dei carri al crematorio
che pare ieri
la foto del viaggio
l’abbraccio di bimbi annoiati
ma forse la noia fa bene
il tempo che hai per te
ma non è tuo
e non sai più che fartene
e diventano vita gli uccelli in formazione
che vanno dove vogliono
Immagine di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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Ana Danca, "La voce del silenzio"
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La voce del silenzio
Ana Danca
Gilgamesh Edizioni, 2020
pp 103
14,00
Ana Danca è romena e pare si sia voluto lasciare il testo di questa autrice allofona così come lei lo ha scritto, con alcune imprecisioni linguistiche, scelta per me sbagliata a prescindere, visto che comunque il livello di scrittura sarebbe stato buono.
Pare anche che il romanzo (ma è un romanzo?) faccia parte – anzi, ne sia la conclusione – di una trilogia dedicata a Bene, Verità e Bellezza. In cosa consista questo testo, però, è difficile stabilirlo. Sembra più che altro un insieme di scritti personali raggruppati nello stesso volume – da pagine di diario a lettere indirizzate a un’amica immaginaria dal nome non casuale di Gioia, ad accadimenti vissuti in forma narrativa.
La protagonista è, appunto, la stessa autrice che ci narra un paio di eventi della sua vita, la perdita di un treno dopo aver partecipato alla presentazione di uno dei suoi libri e la perdita del lavoro. Due “perdite” dalle quali, però, è scaturita una conoscenza, nuove amicizie, nuove possibilità di vita. Dal male alla fine è nato un Bene, qualcosa di positivo.
Ana Danca crede nel prossimo, nella necessità di aprirsi all’altro e al nuovo che ci porta la bellezza, la gioia, l’affinità e la condivisione. Tutto questo, insieme allo splendore della natura e della vita in generale, produce Bellezza, intesa come idea platonica addirittura generatrice di realtà.
La Danca è anche profondamente religiosa, ha fede nei segni che indicano la via, in apparizioni non fortuite destinate a lei sola, a una sorta di provvidenza che ci guida verso il bene. Usa la parola scritta per comunicare ciò che non si può dire durante una normale conversazione. Non è lo small talk che le interessa ma l’approfondimento di impulsi spirituali elevati, anche scomodi se vogliamo, e l’introspezione da operarsi rigorosamente in silenzio, inteso come vuoto interiore, spazio che permette all’occhio di rivolgersi all’interno, dentro noi e dentro il prossimo che incrocia il nostro cammino.
Insomma, non tutto il male viene per nuocere.
Trentatré anni
E siamo a trentatré! Ma guarda te!
Adesso come adesso, mi balza subito alla mente un bellissimo film americano sulla boxe, ma soprattutto una significativa e acuta linea di dialogo formulata da un manager. Costui, rivolgendosi a un pugile, gli dice testuali e seguenti parole: «Lascia che ti spieghi una cosa, la boxe è lo sport dove chi picchia di più vince, però questo vale solo fino ai trent'anni. Dopo diventa lo sport dove vince chi le prende meno.»
Da tali frasi posso prendere degli spunti da cui trarne un mio parallelismo esistenziale, del resto, come canta Gino Paoli, "La vita è un ring" .
Allora, pur ritenendomi una persona combattiva, sempre in posizione di guardia tra jab, diretti e quant'altro, in determinate situazioni non mi sono mai preso il lusso di dare testate. In verità, nel pugilato le capocciate non risultano contemplate, tuttavia bisogna constatare che la vita non è certo indice di sportività, quindi vedrò di usare anche... la testa. In ogni caso, continuerò a stringere i pugni quanto i denti, e se qualche volta dovessi finire al tappeto, perlomeno avrò la consolazione di ricevere il premio dell'evoluzione nonché la soddisfazione di non aver gettato la spugna.
E adesso fate largo, sto salendo nuovamente sul ring, da oggi rientro nei pesi massimi interiori.
La campana è suonata trentatré volte: sotto a chi tocca!
Nota dell'autore: anni fa, questo componimento, esattamente il 15/05/2017 giorno del mio compleanno, nasceva originariamente come post su Facebook. Dal momento che l'avevo salvato, tra modifiche e correzioni sono riuscito a realizzare un racconto introspettivo il cui contenuto è valevole anche adesso che di anni ne ho fatti trentanove e che naturalmente varrà per il resto della mia vita.
Maria Antonietta Rotter, "Tempus fugit"
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TEMPUS FUGIT di MARIA ANTONIETTA ROTTER
Il “tempus fugit”, espressione proveniente dalle Georgiche virgiliane, è una dimensione dominante nella poetica della presente raccolta scritta dalla professoressa Maria Antonietta Rotter, laureata in lingue straniere e docente di tedesco. Sia nel sentimento della natura che nel canto amoroso propri della poetessa, il “panta rei” eracliteo - molto simile nel concetto a quello del poeta latino mantovano, prima citato - si percepisce in lei quale continuo divenire e, allo stesso tempo, quale riflusso dal passato. Tale dialettica visita le parti più intime della sua ispirazione, per cui possiamo senz’altro reclamare a buon diritto la presenza in essa di un substrato umano autobiografico che emerge a piè sospinto dalle sue formulazioni sulla pagina scritta.
Se analizziamo la breve composizione Alba sul mare si può osservare come sia costruita quasi interamente su verbi al passato («accarezzava», «incominciava», «era», «esplose»), pur assumendo, tutta la contemplazione paesaggistica, una tensione verso l’azione e quindi verso il futuro, come chiaramente nei due versi finali: «…Da rimanere poi senza parole / quando, d’un tratto, in cielo esplose il sole!». In altri termini, la collocazione temporale-scenografica dell’alba marina è al passato, ma la proiezione è metafisica. Così anche «e, d’improvviso lo strido d’un gabbiano» da lei colto, contribuisce ad avvalorare la realtà in quanto ‘sentita’ dalla presenza umana emotiva.
Al di là di ciò, la poetessa sa cogliere le magie della natura con un candore d’animo che si porta dentro dalla fanciullezza, come accade nei seguenti versi tratti dalla lirica Neve, dove le rime creano dolci e soffici melodie: «Guardo dalla finestra: fuori piove. / La pioggia poi si è trasformata in neve, / e scende giù da un cielo grigio e greve / ogni candido fiocco freddo e lieve…». Ed anche, come in Voci d’autunno, che suscita nel lettore il ricordo di movenze pascoliane con la sua atmosfera di mistero e di meraviglia auto-interrogantesi: tali voci giungono dal vento che scompiglia i capelli, che fa mulinelli con le foglie ingiallite, suscita echi di cose lontane sprofondate nei meandri della memoria; e nell’epilogo una domanda rimane sospesa e sibillina: «… Li reca il grigio e frigido Novembre / che scende cupo giù dalla montagna / a ricoprir d’una nebbiosa coltre / le vie, le case, il cielo e la campagna?». Poesia che s’inserisce perfettamente nell’alveo della tradizione decadentistico-crepuscolare della letteratura italiana a cavallo fra Ottocento e Novecento, data la prevalenza di sensazioni e suggestioni della sfera irrazionale.
Del sentimento d’amore abbiamo alcune testimonianze, tra le quali mi sembrano significative le liriche in cui la poetessa esprime i concetti di salvezza, comunicazione, dono, ad esso legati. La poesia Fortunale - autobiografica ed esistenziale - dapprima ci dipinge le sue esperienze di vita con le immagini forti di una tempesta marina: ormeggi tranciati, vele ridotte a cenci, alberi schiantati, speranze e sogni distrutti, la barca ridotta a un relitto in balia delle onde… Dopo queste similitudini simboliche, ecco l’evento liberatorio, l’incontro con l’amore che diventa l’approdo decisivo della parabola terrena: «… E poi giungesti tu, le braccia tese / come un Gesù le acque a riplacare / e le tue braccia furon per me porto / dove ancor oggi posso riposare».
La prosecuzione e la chiosa di Fortunale è senz’altro Prima che cali il buio, che fotografa lo sviluppo di quel rapporto salvifico con un profondo grazie, ma anche con un rammarico d’incomunicabilità. Inoltre già il titolo ci introduce ad un’altra tematica incombente nel libro: la morte, come naturale sbocco del “tempus fugit”. Ecco i versi che oggi vengono dal cuore: «…Prima che cali il buio / vorrei darti / un bacio e un abbraccio / appassionato / per mostrarti un cuore / innamorato /…/ Prima che cali il buio… / ma è calato / e non ti ho detto niente… / Per pudore sta tutto / sigillato / dentro di me, ma forse / il cuore tuo lo sente». Si ripete qui il problema dell’incomunicabiltà nei rapporti umani dell’individuo moderno, in altri termini “le parole che non ti ho detto” e che tutti avremmo voluto dire alle persone care, di cui prendiamo coscienza solo quando esse sono lontane o scomparse: psicologia, letteratura e cinema ne hanno ampiamente trattato.
Il tempo se n’è andato e i nostri vissuti tuttavia ci vengono a far visita attraverso la memoria, che si colora di varie tinte a seconda degli stati d’animo che s’impossessano di noi: è quella situazione magistralmente raccontata nel famoso libro Alla ricerca del tempo perduto (1913) dello scrittore francese Marcel Proust, ma che in tutte le epoche ha interessato pensatori, letterati, uomini e donne di ogni strato sociale. Tema universale, quindi, che ogni autore visita più o meno largamente. “Anni verdi” e “Il filo di lana” sono due immagini tratte dalle poesie di Maria Antonietta Rotter che simboleggiano il suo viaggio nel ricordo in questo “Tempus fugit”: le tonalità vanno dal rimpianto di speranze svanite alle illusioni oniriche della memoria; dai momenti festosi dell’infanzia fino agli ironici ed amari confronti tra generazioni. La lirica All’infanzia esprime la nostalgia degli anni verdi quando s’era felici perché inconsapevoli del futuro. Non volevo è un abbandono, dopo iniziali resistenze, a momenti magici d’amore vissuti in un’alba marina, così che a lei è parso di ritornare ai vent’anni. Il componimento Zitto, cuore! invece fa un po’ da alter ego alla lirica precedente, per cui la poetessa impone a se stessa un freno ai ricordi: «…Vorrei tu mi stringessi fra le braccia / con l’entusiasmo di quei verdi anni, /…/ Dolce sarebbe ritrovar quei giorni / di sogni e sole, il gusto di quei baci, / ma la stagione bella se n’è andata… / la sera cala. Zitto, mio cuore! Taci!».
Festa degli aquiloni a Cervia ci trasporta nel pieno di un gruppo giocoso di bimbi e bimbe nel clima primaverile: si susseguono immagini lievi di colori, d’estatici volti che guardano in alto seguendo il volo degli aquiloni, di un mare anche lui stupito nell’osservare il cielo assomigliare a un giardino fiorito, a una grande danza di grandi farfalle variopinte. All’improvviso il filo che trattiene un aquilone sfugge dalla mano d’un fanciullo e se ne va lontano, sospinto dal vento, nel mondo della fantasia: ed anche la poetessa vorrebbe che così sparissero i suoi assilli, come è tipico nei sogni innocenti dell’infanzia.
Tra i testi dedicati al mondo della fanciullezza ce n’è uno della ‘poetessa dei navigli’ Alda Merini (Milano, 1931 - ivi, 2009), autrice dalla poetica sofferta e molto umana, che richiama l’educazione ai sentimenti come valore principale da perseguire: «Bambino, se trovi l’aquilone della tua fantasia / legalo con l’intelligenza del cuore. / Vedrai sorgere giardini incantati / e tua madre diventerà una pianta / che ti coprirà con le sue foglie. / Fa delle tue mani due bianche colombe / che portino la pace ovunque / e l’ordine delle cose. / Ma prima di imparare a scrivere / guardati nell’acqua del sentimento» (Bambino). Gli fa eco la Rotter con il tono fiabesco di una filastrocca in cui rievoca anch’essa il rapporto fecondo tra il mondo adulto e quello di chi s’affaccia alla vita: «Il filo di lana di nonna / è un filo della memoria. / Ticchettano i ferri e la donna / ai bimbi racconta una storia: / una storia di cuccioli e fate, / di cuori dai bei sentimenti. / Come, con occhi sgranati, / l’ascoltano i bimbi, contenti!...» (Il filo di lana). Ma poi va oltre e disegna nell’epilogo – senza tuttavia drammatizzare, ma con un certo senso dell’umorismo – il cambiamento dei tempi: adesso la nonna frequenta palestre, piscine e non lavora più all’uncinetto e alle storie per i bimbi ci pensa nonna televisione. L’ideale delle due poetesse è comunque tramontato ed a prendere il sopravvento sono i rapporti e le realtà virtuali (aride e prive di contenuti) al posto del cuore e del sentimento, con grave danno alle fragili ed indifese creature dell’età evolutiva.
Ci immette decisamente in quest’altra tematica del “Tempus fugit” la dichiarazione inerente alla “Weltanschauung” della poetessa contenuta nella lapidaria lirica Vita: «Solo tu nasci. / Da solo tu muori. / Tra nascita e morte / poche le gioie, / molti i dolori». Riflettendo e poetando sul proprio destino la Rotter scrive versi inequivocabili che non hanno bisogno del critico per una loro esegesi: «... / La mia morte è la mia! / Ho trascorso con lei tutta la vita; / la sento al fianco - discreta come amica - / disposta sempre, ma importuna mai. / Deve venir da me quando sarà “quell’ora”. / Prendendomi per mano mi dirà: / “Vieni… Sei stanca. Lunga è stata la via. / Adesso andiamo”. / E mi farà varcare “quella” soglia / con passo lieve, e non avrò paura...» (Le donne non sono erbacce). Una sorprendente consonanza di atteggiamento spirituale nei confronti della morte che verrà si trova nella poesia Testamento di Maria Luisa Spaziani (Torino, 1922 - Roma, 2014), poetessa e traduttrice di valore: «Lasciatemi sola con la mia morte. / Deve dirmi parole in re minore / che non conoscono i vostri dizionari. /…/ Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche / perché dalla nascita l’ho avuta vicina. / Siamo state compagne di giochi e di letture /…/ Ora m’insegnerà altre misure / che stretta nella gabbia dei sensi / invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre…». La morte corporale è dunque per entrambe un passaggio verso altre dimensioni.
La fondamentale condizione di solitudine dell’individuo nella sua avventura umana emerge poi in D’autunno, a Venezia, occasione nella quale la poetessa annota una sera nebbiosa, il buio dei canali dove urlano i lamenti delle sirene, l’incedere frettoloso dei passanti spia della loro inquietudine e lei conclude: «…s’addentra ognuno nella sua solitudine». Ed anche il Ritorno a luoghi amati del passato diviene amaro poiché l’oleandro è «disseccato e morto», «il pozzo è abbandonato», «e tutt’intorno è pieno / solo di solitudine e sconforto».
In fondo chi siamo noi, s’interroga l’autrice: solo «viandanti… - senza una meta - / incerti per le strade della vita /…/ come foglie secche accartocciate» (Viandanti). E la solitudine ci attanaglia quando togliamo le nostre maschere, incontrandoci con noi stessi; quando non viviamo l’amore con passione; quando si dissolvono i nostri sogni.
Enzo Concardi
_________________
L’AUTRICE
Maria Antonietta Rotter, nata a Bologna, è laureata in lingue straniere; docente di tedesco si è quindi trasferita nel Trentino. Da sempre amante della poesia, ha partecipato con riconoscimenti e soddisfazione a concorsi di poesia e anche di prosa. Fa parte dell’Associazione culturale “Gruppo Poesia ‘83”. Ha pubblicato le raccolte di poesie: I colori del tempo (2004), Fogli sparsi (2006), Poesie sotto l’albero (2008), Inverni lontani (2010), Vento di marzo (2011), Presagi (2013), Fiordispino (2014), Con la voce del cuore (2015), Sulle ali della fantasia e dei ricordi (2017), L’involo (2021), Piccole cose (2022).
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Maria Antonietta Rotter, Tempus fugit, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-00-4, mianoposta@gmail.com.
#immaginieparole : Grumo
Coagulo di dolore
condensa di passione
che non si scioglie
non si dilava
ma grava
piange negli occhi
annoda la gola
stringe le mani
ferite.
Gesto aspro
ingiusto
mille volte rivissuto
sofferto e inferto.
Oscenamente violenta
di paura mi scaglio
mi scheggio
mi frango.
Disegno di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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LE NOVITÀ METODOLOGICHE E IL VALORE SCIENTIFICO E STORICO-CULTURALE DELLA TEORIA EVOLUZIONISTICA DARWINIANA
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Michele e Viola Petullà, Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi, G. Miano Editore, Milano 2023
Anche l’agile volumetto Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi (Miano Editore, Milano 2023), scritto da Michele e Viola Petullà con notevole sicurezza di informazione e pregevole chiarezza didascalico-divulgativa, riferisce di una circostanza aneddotica non trascurabile perché senz’altro rivelatrice. La prima edizione de L’origine delle specie per mezzo della selezione naturale (On the Origin of Species by Means of Natural Selection) di Charles Darwin fu posta in vendita a Londra una domenica del novembre 1859, per l’esattezza il giorno 24. Il giovane editore John Murray si era tenuto prudente e aveva tirato 1250 copie che andarono esaurite in quella stessa giornata, a testimonianza di un preesistente, diffuso interesse, che era cresciuto progressivamente, come preparato da un’intensa stagione di studî iniziata con l’età dell’Illuminismo, la quale dette un contributo fondamentale a che s’instaurasse una visione razionale e scientifica della vicenda storica degli uomini e segnatamente della realtà naturale, fisico-biologica, astronomica e paleontologica.
In altri termini può dirsi che l’opera maggiore del grande naturalista inglese intercettava con felice tempestività una “domanda” culturale rafforzatasi nel tempo e lo faceva sulla base di un metodo d’indagine rigorosamente critico-empirico, frutto di una paziente, sistematica ricerca sul campo – divenne presto celebre il suo viaggio, durato cinque anni, a bordo del brigantino Beagle nelle terre più remote del globo, e in particolare alle isole Galàpagos -, nel corso della quale raccolse gran messe di dati, ordinati poi ed elaborati alla luce di alcuni principî generalmente esplicativi, divenuti assunti teorici rapidamente affermatisi in forza della perspicuità e dell’efficacia descrittive e interpretative di essi.
Il darwinismo più specificamente comportò la discovery of time, la scoperta del tempo nella natura, in aperta opposizione all’astorica “fissità” delle specie propria della concezione del medico e botanico svedese Carlo Linneo, illustrata nell’imponente lavoro Systema naturae, pubblicato nel 1735 e in seguito integrato e completato, e bene sintetizzabile nel suo celebre motto: “Species tot sunt diversae quot diversas formas ab initio creavit Supremum Ens” (“Tante e diverse sono le specie viventi quante forme diverse fin dall’inizio creò l’Essere Superiore”). Il creazionismo e il fissismo linneani costituivano il punto di approdo, nell’epoca illuministico-scientifica, di una plurisecolare tradizione di pensiero filosofico-religioso imperniato sulla saldatura fra l’aristotelismo e il racconto biblico, giacché invero lungamente “la narrazione della Bibbia fu considerata non solo un testo religioso, ma anche un documento scientifico” (p.19).
Gli autori non nascondono di certo il fatto che ipotesi trasformistiche si fossero altresì affacciate in tempi precedenti, addirittura nell’antichità, e ricordano Anassimandro, Eraclito, il medico Ippocrate, la scuola atomistica e lo splendido poema De rerum natura dello scrittore latino Tito Lucrezio Caro. Si trattò comunque di posizioni marginali e soprattutto contraddistinte dal tratto peculiare della pura speculazione teoretica. In età moderna la dottrina proto-evoluzionistica ha avuto i suoi rappresentanti autorevoli in Buffon (Degenerazionismo), Cuvier (Catastrofismo), Hutton e Lyell e il loro Uniformismo e in particolare Jean-Baptiste Lamarck, con le sue tesi circa la modificazione delle specie quale conseguenza dell’adattamento all’ambiente e della trasmissione ereditaria dei caratteri acquisiti.
Nel libro c’è spazio pure per le teorie contemporanee dell’evoluzione, che constano largamente di approfondimenti in chiave genetistica della lezione darwiniana (ad esempio il saltazionismo, oppure la teoria cosiddetta degli equilibri punteggiati); la proposta naturalistica di Darwin resta nondimeno centrale nella trattazione, e i suoi capisaldi concettuali (“caso – variazione - selezione naturale”) vengono definiti nell’incidenza operativa e nella loro pregnanza cultural-problematica con esauriente incisività.
In conclusione ritengo suggestiva l’immagine-simbolo dei processi che hanno caratterizzato il sorgere e il perpetuarsi della vita nel pianeta, un’immagine emblematicamente e neo-darwinisticamente raffigurante l’albero della vita, cioè un modello di sviluppo non lineare, bensì riconducibile a un’ideale frondosità irregolare e aggrovigliata, a “un intricato ed enorme cespuglio, in cui la nostra specie rappresenta solo un ramoscello molto recente”(p.77).
Floriano Romboli
Michele PetullÀ, Viola PetullÀ, Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi, premessa di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-01-1, mianoposta@gmail.com.
#immaginieparole : Il faro
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Disegno di Walter Fest
Nell’aria un sottile odore di osso succoso
seguo la scia sbavando e leccandomi
ma il mio padrone ha solo alzato la mano
e fatto un gesto indefinito
l’osso ce l’ho messo io.
Adesso non c’è nemmeno più quel “vedrai”.
Un muro, col cuore di calcina,
di pietra refrattaria, insensibile.
Sento il mio amore contrarsi
come la materia di un buco nero.
Finché la luce di questa estate mi vorrà viva
vedrò la vita dal crepuscolo,
ma, se posso scegliere, voglio un faro,
una torre in mezzo al mare,
con una piccola spiaggia.
Sentirò il rumore delle onde
dalla mia finestra
la risacca laverà via il dolore
mi purificherà.
Ogni granello di sabbia
ogni guscio di granchio seccato al sole
saranno intrisi del mio amore.
Dimenticherò il magro raccolto della mia vita
Dio scenderà a toccarmi
e non avrò più bisogno di nessuno.
Disegno di Walter Fest, poesia di Patrizia Poli
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