Angela Ragozzino, "Voci d'anima, d'arte e di natura"
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VOCI D’ANIMA, D’ARTE E DI NATURA di ANGELA RAGOZZINO
“Voci d’anima, d’arte e di natura”, di Angela Ragozzino; illustrato con immagini fotografiche e d’arte di Enrico Raimondo, Benedetto Scaravilli, Franca Maschio, Fabio Recchia e Giovanni Conservo; prefazione di Enzo Concardi, nella prestigiosa collana “Parallelismo delle Arti”, Guido Miano Editore, Milano 2023.
Questa pubblicazione della poetessa casertana Angela Ragozzino s’inserisce nella collana Parallelismo delle Arti, ideata e divulgata dalla Casa Editrice milanese Guido Miano: le finalità sono illustrate nelle pagine introduttive, con l’auspicio che il dialogo e la collaborazione tra artisti di ogni disciplina si sviluppi in modo fecondo. Infatti anche quest’opera, come le altre che l’hanno preceduta, è costituita da una parte poetica a libera ispirazione, nella quale l’autrice esprime se stessa e tratta le tematiche a lei più congeniali: vi troviamo un gruppo di liriche che cantano la natura, l’amore, la memoria della giovinezza; che invitano a riflessioni esistenziali ed altre ancora che s’inoltrano nei territori della spiritualità e della religiosità.
Un posto particolare nel cuore di Angela Ragozzino occupa poi quell’altro gruppo di poesie dedicate espressamente a persone care ed amate, di chiara impronta autobiografica e sentimentale. Infine l’estro della poetessa crea versi attraverso le contemplazioni, le interpretazioni, le suggestioni dettatele dalle immagini appartenenti alle arti figurative rappresentate nel libro, nella fattispecie pittura, fotografia e scultura.
Analizzando i testi di Voci d’anima, d’arte e di natura balza subito evidente agli occhi del critico, ma anche del lettore, la predisposizione, direi quasi congenita, dell’autrice a quel particolare aspetto poetico che viene solitamente denominato “lirismo della natura”: con varie tonalità, ambientazioni ed atmosfere gli elementi del pianeta, sia del micro che del macrocosmo, emergono come i protagonisti indiscussi delle sue composizioni. Intorno a tale nucleo - contenente immagini avvolgenti, suggestive, paesistiche, emozionanti, talvolta misteriose e oniriche - si dipanano a loro volta richiami e meditazioni personali, che costituiscono altrettante introspezioni sui vissuti e sui suoi contingenti stati d’animo. Possiamo così, letterariamente, considerare tali impostazioni simili agli idilli leopardiani - a loro volta una variante di quelli greci di genere bucolico - ovvero propositivi di una dialettica fra natura e filosofia, fra oggettività del paesaggio e soggettività psicologica.
Eccoci allora in una notte di luna tra chiarori e ombre, tra brezza e calura estiva: a lei ora i sogni appaiono illusioni ma, nel dolce silenzio notturno, si stempera l’aculeo della solitudine (L’abbraccio della notte). Immagini autunnali - foglie cadenti, nuvole tempestose - s’alternano ai suoi cupi pensieri, al grigiore della realtà: tuttavia attraversare le paludi della vita «…è l’unica via che porta / ad un’altra primavera», anche se in «solitaria / compagnia», ossimoro ad indicare la sua condizione esistenziale (Un’altra primavera). Mentre dopo la bufera la natura rinasce ai raggi del sole, non si placa l’inquietudine del suo animo (Giorni di pioggia). I dualismi, i chiaro-scuri, visitano anche i pensieri della poetessa: insieme al ‘tempus fugit’ - che le crea un senso di vuoto - e motivo principale della lirica Nel silenzio della sera, la sua anima trova pace nella quiete serotina. Accattivanti e delicate le immagini paesaggistiche della poesia Vento di marzo - quattro strofe con quattro anafore del titolo all’inizio di ogni sestina - ed il cuore sobbalza poiché «ancora anelo al caldo scirocco / ed al pesco in fiore». Simile è la lirica …E son tornate le lucciole, con inebrianti squarci di natura, richiamo lacerante della solitudine … ma appaiono «…piccole anime danzanti /…/ presenze evanescenti / bagliori di speranza, / luci nei miei sogni».
L’amore fa capolino in Quanto, ma nella dimensione dell’assenza: nei versi che seguono la penultima anafora di «quando» il peso della lontananza si fa sentire, troppo tempo senza un bacio, una carezza, una scintilla ed allora esplode nel finale il «quanto mi manchi». La nostalgia degli affetti familiari, per un Natale trascorso sola con la mamma, stimola un viaggio nella memoria, nel ricordo del bel tempo passato con zampogne e ciaramelle, il camino acceso, i nonni, il presepe… ma l’albero c’è ancora e questo - dice la poetessa - «… è il mio Natale in Famiglia / e si chiama Speranza» (Natale 2020… In Famiglia). La disanima di questa parte lirica si può certamente concludere con Il vento del nord, quattro strofe, quartine simboliche della resistenza della natura e degli uomini alle avversità: il vento gelido sferza la campagna, abbatte gli alberi, raggela la terra nella morsa dell’inverno; gli uomini lontani, isolati, nascosti, attendono «..che passi la paura / del nemico che uccide…», ma «… già la mimosa è fiorita, / che pieghi i suoi rami / alla furia del vento e forte, / resista!».
Diverse liriche dedicate appaiono nel libro. Una folata di vento è indirizzata A Rosaria; chi è non si sa, né quale sia il suo destino, si parla di ‘triste presagio’, di ‘un addio annunciato’, ma la strofa finale recita: «…La rosa antica fiorisce, / un fiore per Te / che nel vento vai / incontro alla Vita ...». Di ambivalente interpretazione. Il tuo sorriso, dopo una suggestiva scenografia naturale, s’insinua nei meandri della memoria per rivedere un volto negli sciami di stelle in cielo e con esso un sorriso: è «…Il Tuo Sorriso per me»; dedicata: A mio Fratello, onirica e accorata. Vivido è anche il ricordo di una figura sacerdotale per cui prega, che regala pace nel cuore, che ha donato un ‘rosario’ (La tua voce… Il tuo sorriso…, dedicata A Padre Raimondo). Il Santo Patrono del paese viene portato in processione, sotto archi di luminarie, tra profumo d’incenso: è il Principe degli Angeli con le ali dorate e la spada sguainata (E così ti porto nel cuore scritta per San Michele Arcangelo). La nostalgia per un’amica dell’estate, in riva al mare, si riverbera nella poesia Amica di una vita, piena di sentimenti affettuosi per la piccola e dolce signora… A Onorina. Infine il ricordo riconoscente per Guido Miano, fondatore dell’omonima Casa Editrice, nasce sfogliando il libro Lamento dell’emigrante con la sua dedica e il pensiero rievoca i semi germogliati quaggiù in tanti anni di lavoro e passione dell’uomo di cultura (Un libro per amico).
Passiamo ora in rassegna le immagini con le quali si realizza il “Parallelismo delle Arti”. Iniziamo da quelle del fotografo casertano Benedetto Scaravilli e, dapprima, dobbiamo senz’altro citare lo scatto relativo alla statua di Luigi Vanvitelli, opera del 1879 dello scultore Onofrio Buccini (1825-1896), e l’omonima poesia encomiastica dedicata all’architetto della Reggia di Caserta: si celebra quest’anno nella città campana il 250° anniversario della sua morte. Gli altri abbinamenti con Scaravilli sono: Canne al vento (testo e fotografia), L’icona (foto) con All’icona lassù (testo), Il mare (foto) con Il ruggito del mare (testo).
L’altro fotografo presente è Enrico Raimondo, che vive a Capua: Tramonto d’autunno, Sogno perduto, L’interludio di primavera, Nuvole di ghiaccio, Il sentiero della luna. Entrambi gli artisti, con i loro scatti, evocano atmosfere di grande suggestione.
La pittura è rappresentata da Franca Maschio, vivente a Milano, con l’olio su tela Al ritorno dai campi e da Fabio Recchia - poeta e pittore di Levico Terme - con Notturno, colori spry su tela. Lo scultore di origini siciliane Giovanni Conservo (1935 - 2010) con le due opere Dalla finestra (bronzo) e Abbraccio (legno patinato) s’inserisce come esponente della scultura moderna, asciutta e simbolista. Abbiamo poi un bell’affresco - La Madonna del Carmelo - dipinto all’interno di una piccola cappella a Sant’Angelo in Formis, di autore ignoto, restaurato nel 2016 da Giovanna Grimaldi e fotografato da Angela Ragozzino, la quale, nell’accostare le sue poesie ad ognuna delle immagini presenti nel libro, ha talvolta mantenuto lo stesso titolo e talaltra lo ha leggermente modificato; ha assunto quale base le opere dei vari artisti, spunti dai quali successivamente sviluppare la sua scrittura sempre tra realtà naturalistiche, stati d’animo variamente colorati, evasioni oniriche, memorie e riflessioni sul senso della vita.
Enzo Concardi
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L’AUTRICE
Angela Ragozzino è nata nel 1956 a Sant’Angelo in Formis, frazione di Capua, in provincia di Caserta, dove attualmente risiede. Dopo gli studi classici ha conseguito nel 1983 la laurea in Medicina e Chirurgia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università “Federico II” di Napoli, con specializzazione in Anestesia e Rianimazione. Dal 1991 ha esercitato la sua attività presso l’Azienda Ospedaliera di Caserta. È impegnata in attività sociali a scopo benefico e culturale; amante della musica classica, delle arti, e delle Cose Antiche, è legata alle origini, alla storia e alle tradizioni della sua terra. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Momenti d’Amore (2004); È sempre Natale (2021); Il colore dei ricordi. Poesie e immagini (2022). L’attività letteraria di Angela Ragozzino è recensita da Enzo Concardi e Mario Santoro rispettivamente nel n°12 di Alcyone 2000 - Quaderni di poesia e di studi letterari, Guido Miano Editore, Milano 2019, e nel quarto volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, ivi, 2020.
Angela Ragozzino, Voci d’anima, d’arte e di natura, prefazione di Enzo Concardi; Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-02-8.
Daurija Campana, "Sola tra memoria e dolore"
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SOLA TRA MEMORIA E DOLORE
di DAURIJA CAMPANA
Le poesie di questa raccolta sono in parte tratte da precedenti pubblicazioni dell’autrice e precisamente da La casa di paglia (2013) e da L’ultima campana (2021). Occorre tuttavia sottolineare che non si riscontra tra esse alcuna discontinuità di stile e motivi, nonostante si estendano nell’arco di una decina d’anni. La poetica di Daurija Campana affonda le radici più profonde in vissuti autobiografici intensi, appartenenti soprattutto alle dimensioni del sentimento, dell’amore, degli affetti familiari, dei luoghi dell’infanzia e della giovinezza, degli spessori memoriali che la legano ancora oggi nel presente alle stratificazioni e cristallizzazioni del passato: ciò perché gli eventi che hanno attraversato il suo cammino esistenziale, psicologico e morale sono stati laceranti, provocando ferite non ancora rimarginate.
Penso che si possa unire la sua ispirazione artistica al dolore provocato da tali perdite, distacchi, assenze, vuoti e tentativi, purtroppo vani, di scoprirne una ragione, un significato qualunque ma liberante. Ecco il motivo per cui penso anche - nel suo svolgersi letterario - al sorgere di una poetica del sentimento autentico, del dolore edificante, della memoria consolatrice che coinvolge e commuove, sia alla maniera leopardiana che pascoliana. Forse si potrebbe anche parlare d’una sorta di lirica apologetica della soggettività delle emozioni personali, ma, beninteso, non sotto forma di vittimismo - come nel tardo romanticismo - bensì di limpido calore umano, accorata partecipazione, tenerezza e delicatezza espressive. Numerose sono infatti le composizioni dedicate al padre, alla persona amata o, meglio, al loro ricordo ravvivato sulle pagine scritte, prorompenti da una comunione con l’essere, l’appartenenza, l’identità mai cancellate o rimosse dalla sua volontà di coltivare per sempre il loro culto.
L’invito della poetessa ad entrare nel suo mondo interiore si può trasformare, per il lettore, non solo in un’empatia verso la dolorosa vicenda biografica, ma anche in una sorta di viaggio educativo, tale poiché i valori umani che emergono sono nella società odierna così bistrattati, calpestati, recisi, che riscoprirli e recuperarli significherebbe arricchire sé stessi e la propria umanità, ritrovarsi cioè in una realtà che pensavamo scomparsa. Nel contempo i testi poetici della raccolta conferiscono altresì alla scrittura una sua funzione positiva, non l’unica ovviamente, ovvero quella di mettere l’individuo contemporaneo di fronte a una scelta di civiltà: che tipo di relazioni si vogliono costruire per dare un volto e dei contenuti al vivere comune.
Le forme, le movenze metriche, i ritmi, le scansioni, il linguaggio comunicativo, le metafore, le sinestesie - in altre parole l’estetica e lo stile - favoriscono certamente la finalità anzidetta: si tratta in gran parte di un dire dalle costruzioni classiche, che tengono in vita le strofe e i versi chiari, riposanti e immaginifici, di un’espressività diretta proveniente dal cuore e dal bisogno di speranza. La poetessa si ‘confessa’ attraverso libere associazioni, senza vincoli cronologici prestabiliti, senza preoccupazioni tematiche, senza avventurarsi nei territori labirintici della psiche: si affida ai suoi stati d’animo e mette a nudo ciò che sente, ciò che l’angoscia, ciò che vive. Seguendola nei suoi percorsi vedremo il dipanarsi di un’anima bella e di un grande amore per la vita. Sola tra memoria e dolore è un testo che si gioca in gran parte sul contrasto assenza-presenza di chi non c’è più: assenza fisica, corporale ma presenza spirituale, memoriale. È sempre e comunque una condizione esistenziale di dolore che non trova vie d’uscita. La incontriamo, esemplificando, nella lirica Il bosco, dedicata al padre, dove l’infanzia è allo stesso tempo ammantata da dolci ricordi e infranta, perché «…Tu non ci sei, mi manca la tua mano / che conduceva ogni mio passo lontano…».
Nei versi delle cinque quartine de La partenza, che descrive il congedo straziante del padre in un freddo ospedale con toni di crudo realismo associato a sentimenti di filiale pietas umana: «…Non era coraggio ma solo amore / dovevo essere forte perché lo volevi / ma dentro l’angoscia stringeva il cuore / ormai sapevo che non rimanevi…». Nelle due strofe di Giovinezza, dove la poetessa chiede perdono alla sua ‘età più bella’ ed esprime un dubbio: «…Non so se ti ho perso quel giorno lontano / in cui dentro il cuore morì la speranza / o quando stringendoti forte la mano / rimasi da sola dentro la stanza…».
Nelle quattro quartine di Assenza, in cui l’ossimoro assenza-presenza sostiene la lirica attraverso immagini di realtà esterne che cercano di occultarlo: la nebbia, la casa fredda e vuota, una nuvola nera, tant’è vero che il tempo è rimasto sospeso: «…Il tempo è un insieme di attimi spezzati / talvolta lenti, talvolta troppo veloci, / che assai spesso la mente non può riordinare … / … ed io bambina ti aspetto ancor per giocare!».
La incontriamo ancora nelle rimembranze dell’amore franto, dell’amore perduto: lacerazione affettiva che diviene un’altra cifra fondamentale della poetica dell’autrice. Così è in Destino, rievocazione della nascita di un amore e di un incontro luminoso, che tuttavia ebbe un epilogo di desolazione: «…Ma cadono anche i petali dai fiori / cerco nella mia anima il tuo respiro / e non trovo che infiniti silenzi / e parole che il vento ha cancellato…». In Fredda estate, dai versi angosciati e intrisi di pianto per l’assenza dell’amore: «…Sto cadendo in un pozzo senza fondo, / in una palude dove sprofondo…». In Settembre e Novembre, liriche che, accanto agli accenti ancora lancinanti, accolgono anche parole che paiono di pacata rassegnazione: «…La tua anima ora riposa in pace /…/ ricordo quando eravamo vicini / e guardavamo il tramonto del sole. / Quante risate e quante parole…»; «…Ti aspetto ancora tra le zolle brune, / convinta che lì, / ci riabbracceremo…». E in Eppure è notte, il cui finale possiamo considerare una sorta di summa dei rimpianti e della presa di coscienza della realtà presente: «…Avrei voluto conservare ogni istante / ma la lancetta si è spostata / troppo in fretta. / E tu, non sei più qui, con me...».
La memoria è un altro grande contenitore nel quale l’ispirazione della Campana trova e colloca numerosi tasselli di un mosaico ampio e variegato, tant’è vero che penso si possa parlare anche in questo caso di una poetica apologetica della ricerca del tempo perduto. Nelle ottave della lirica La mano del padre, Daurija apre le virgolette e immagina i discorsi del padre prima della morte: egli ricorda la giovinezza con l’odore della terra; i campi amati e il variare delle stagioni; madre natura coltivata dal contadino; l’aratro che prepara le zolle; la fatica e il sudore del lavoro; ed incontrerà la sua terra anche dopo il congedo da questo mondo. L’ultima strofa invece è una quartina ed è significativa dell’amore filiale: «…“Chi mi darà la mano in questo mondo, / quando mi troverò davanti a Dio?”, / Ti stringo forte e d’impulso rispondo: / “Babbo, vedrai che te la stringerò io!”…».
I ricordi dei giochi d’infanzia sono immortalati nella poesia La casa di paglia, con i sogni e gli aneliti tipici dell’età più bella. Anche i Natali, dopo le perdite affettive, trascorrono tristi e la desolata realtà presente s’intreccia con le nostalgie del passato: il presepe, la Messa di mezzanotte, i canti di Gesù Redentore, le luci, le renne e le statue di porcellana, ma soprattutto quell’atmosfera familiare che faceva tanto bene al cuore, quand’eravamo «la nonna, tu ed io». Ma ora: «…Forse a Natale c’è ancora qualcuno / che può sorridere, che può sognare, / che può toccare le stelle e le renne // ma senza di te, questo a che vale?» (Natale). Anche la composizione Il lago - pregevole per l’intreccio di diversi livelli temporali e sentimentali - percorre i sentieri della memoria mediante la formula letteraria del dialogo tra l’autrice e lo specchio d’acqua che si trasforma in un alter-ego di tutte le sue problematiche esistenziali e delle difficoltà connesse: «… Da allora quanti anni sono trascorsi? / Troppi, senza di lui, e troppo pochi / per lenire in qualche modo il dolore / che turba dentro come una tempesta…».
In tale contesto di disagio dell’essere e del vivere, in tale status sofferente dell’anima, in tale vissuto quotidiano assillato e assillante, senza pace interiore, Daurija Campana trova nella poesia una musa consolatrice che le consente processi di abreazione - se non di catarsi liberatrice - per scoprire al suo fianco una compagna di vita di alto livello spirituale. Ciò avviene nello stesso atto della scrittura - per molti poeti le lettere sono divenute addirittura ragioni di vita - soprattutto dentro quegli aspetti che fioriscono nelle dimensioni oniriche, nelle quali il sogno compensa le delusioni e le illusioni della realtà. Così avviene pure attraverso il dialogo con la natura: emblematicamente, nella Passeggiata lungo il fiume, gli affanni cessano, i pensieri preoccupati svaniscono e la poetessa s’incanta di fronte alla ghiandaia o allo scoiattolino nero, davanti all’airone o alla garzetta o al merlo. Palliativi che tuttavia rendono possibili strade di uscita dal tunnel, se percorse con costanza.
Questo passaggio verso i territori della speranza sembra tuttavia non ancora prossimo, se proprio nell’ultima composizione della raccolta, la poetessa esprime sentimenti più vicini alla rinuncia: «…Accetterò che questo sole vuoto / si spenga completamente dentro di me, / trascinando la mia sete di vita / e tutti i miei sogni e le mie passioni... // Per chi lottare? Per chi resistere? / Chi è il nemico e quali i valori? / Quale amore è più grande della resa? / Non ho più gambe per camminare…». Potrebbe essere la pittura il viatico per nuovi cieli e nuovi mondi? Nelle ultime pagine del libro l’Editore ha infatti pubblicato le immagini di alcuni suoi dipinti, tra cui spicca Mio padre, un olio su tela che lo raffigura nel lavoro dei campi, alla guida di un trattore, cioè mentre è immedesimato nel pieno della civiltà contadina, a contatto con la sua terra.
Enzo Concardi
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L’AUTRICE
Daurija Campana, nata a Meldola (Forlì), si è laureata con lode in Lettere Moderne presso l’Università degli studi di Bologna. Poetessa e pittrice, vive ed insegna a Cesena. Fin da bambina si è dilettata a scrivere e a dipingere. Ha pubblicato le raccolte di poesie La casa di paglia (2013), L’ultima campana (2021) e il saggio Gli ebrei a Forlì tra il XIV e il XVI secolo (2013).
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Daurija Campana, Sola tra memoria e dolore, prefazione di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 80, isbn 979-12-81351-05-9, mianoposta@gmail.com.
Michele Petullà - Viola Petullà, "Teorie evoluzionistiche in antropologia"
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Michele Petullà – Viola Petullà
TEORIE EVOLUZIONISTICHE IN ANTROPOLOGIA
Modelli e sviluppi
Il saggio che prendiamo in considerazione in questa sede presenta una premessa di Enzo Concardi acuta e ricca di acribia; scrive il critico che siamo di fronte ad un lavoro che ci conduce all’interno dell’appassionante dibattito sviluppatosi intorno al tema dell’evoluzione, una vasta e complessa materia che si estende anche ad altre discipline oltre l’antropologia – come la biologia, la filosofia, la sociologia e in genere le scienze umane e della natura.
Come leggiamo nell’introduzione nell’opera, viene trattato ed approfondito il tema relativo ai modelli e agli sviluppi della Teoria dell’evoluzione nelle molteplici e diverse accezioni con cui è stata presentata nel corso della storia: un argomento che trova spazio e s’inserisce nell’ambito della disciplina dell’Antropologia.
Evoluzione, nel senso biologico della parola, significa un lento e graduale perfezionamento delle specie umane e vegetali dalle forme più semplici a quelle più differenziate come organizzazione anatomica e funzionamento fisiologico. È stata spiegata variamente con le ipotesi di Lamarck e di Darwin e di altri sostenitori dell’evoluzionismo in generale.
Come scrivono gli autori nel paragrafo Inquadramento teorico: Antropologia ed Evoluzionismo - Definizione della disciplina, l’Antropologia, come disciplina scientifica, può essere definita come “la scienza dell’uomo”, la quale si concretizza come concezione, teoria, programma di ricerche sull’uomo inteso sia come soggetto individuale (persona a sé), sia come soggetto collettivo (all’interno di aggregati, gruppi, comunità).
Sintetizzare il saggio nella sua totalità e complessità nello spazio di una recensione, nel tentativo di coglierne la chiave interpretativa e i concetti salienti, sottende ovviamente il risultato di una comprensione non completa del testo nei particolari per il lettore e lo rimanda alla lettura integrale tout-court per l’acquisizione di tutti i contenuti che sono articolati e compositi
A proposito di quanto detto, Concardi nella premessa scrive che la pubblicazione ha un carattere e quindi uno scopo divulgativo-didattico: tant’è vero che se ne consiglia l’utilizzo anche da parte delle scuole superiori soprattutto nei licei ad indirizzo “scienze umane e pedagogiche”. È lampante che, in un mondo giovanile liquido e alienato come quello attuale dove domina il consumismo connesso alla tecnologia, parlare di antropologia ed evoluzionismo ai ragazzi è qualcosa di particolarmente interessante e pregnante. Da parte dei docenti serve per dare ai giovani coordinate nuove e diverse da quelle dominanti del mondo attuale e può essere paragonato questo modello culturale e didattico a quello dello studio delle poesie. Entrambi i modelli vanno sotto il nome di pensiero divergente diverso dai modelli dell’avere e del materialismo, da quello delle tre s sesso, soldi e successo. Non a caso l’antropologia come già detto è la scienza dell’uomo e con l’arte può aprire le porte ad un nuovo umanesimo.
L’origine della specie è un tema affascinante e interessantissimo anche per gli uomini del terzo Millennio per venire a capo della nostra provenienza e molti studiosi si sono accostati a questo tema per fornire soluzioni diverse o meglio interpretazioni per spiegare il fenomeno.
E, per esempio, il filosofo francese Jean Guitton nell’opera Dio e la scienza afferma che la materia che forma l’uomo, le specie animali e vegetali ma anche i mari, i monti il sole la luna, i pianeti e tutto quello che ha un’essenza sensibile è cosi composita e perfetta che solo una mente ordinatrice poteva realizzarla; e qui si tocca la tematica dell’esistenza di Dio.
È un lavoro originalissimo quello che Michele e Viola Petullà ci presentano nel nostro panorama della contemporaneità, stimolante per tutti i lettori ma soprattutto per i giovani studenti di cui si diceva.
Come scrivono gli autori nell’introduzione, l’opera muove dalla consapevolezza che fare una storia della teoria dell’evoluzionismo e dei suoi sviluppi nel tempo, non è cosa semplice, data la complessità della materia e i diversi e molteplici elementi che entrano in gioco nonché l’accavallarsi e il mescolarsi di considerazioni di carattere biologico e antropologico ma anche sociologico che nel corso della storia si sono verificati riguardo a questo tema.
È veramente affascinante pensare che l’Antropologia scienza dell’uomo si arricchisce nelle sue cognizioni anche nella ricerca sul campo quando appunto gli antropologi si recano su luoghi particolari nei quali vivono comunità di persone ancora legate a modelli primitivi di vita, come gli aborigeni, i pigmei e gli eschimesi che hanno usi e costumi ancestrali e anche forme di religiosità e civiltà lontane anni luce da quelle del nostro postmoderno occidentale tecnologico e cibernetico quando per esempio alcuni popoli compiano ancora rituali di tipo religioso come la danza della pioggia e anche riti che servono nelle mentalità primitive a fecondare la terra.
Un lavoro importante quello degli autori per il fortunato lettore che s’imbatte in queste pagine dense e redatte con una forte coscienza letteraria e anche scientifica.
Raffaele Piazza
Michele PetullÀ, Viola PetullÀ, Teorie evoluzionistiche in antropologia. Modelli e sviluppi, premessa di Enzo Concardi, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 84, isbn 979-12-81351-01-1, mianoposta@gmail.com.
Sergio Camellini, "Opera Omnia"
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Sergio Camellini
II edizione
«Uomo, / dove sei?» si chiede accorato il poeta Sergio Camellini constatando come la Sinfonia della vita, l’armonia, sia venuta meno da quando si innalzano da parte degli uomini più muri che ponti. L’indifferenza, la freddezza, l’ingiustizia dilagano e il poeta sente imperiosa l’esigenza di un vento salutare e non distruttivo, «il vento dell’amore». Amore che restituisca l’armonia del vivere e che sia gentilezza, tenerezza, rispetto. Nella poesia L’amore è fanciullo osserva: «Amore, /… / mi identifico / in te. // Nella spontaneità… // Nella semplicità… // Nella gentilezza». Il contrario è un’offesa alla dignità, e «C’è - afferma sempre qui il poeta - fame di dignità». Perciò ammonisce ne Il linguaggio della semplicità: «Rammenta, amica mia, /…/ Evita da subito /…/ quel fare superbo / privo d’umanità. // Scendi dal piedistallo». Bisogna mettere il cuore in ogni gesto altrimenti ad esempio lo scorrere della mano sulla guancia «…non puoi dirla carezza. // Devi… scioglierti nei sentimenti…» (Non puoi dirla carezza). Ed è nei gesti d’amore che si manifesta la devozione. In Davvero è Pasqua così afferma: «La gioia di un bimbo / la carezza a un malato, / l’abbraccio a un vecchio / il rispetto alla donna, / l’aiuto a un bisognoso / la pace in famiglia, / l’armonia fra i popoli, / un sorriso alla vita, / la vittoria dell’amore / davvero è Pasqua!».
C’è nell’animo di Sergio Camellini forte l’anelito a guardare in alto, a volare, a dare ali ai sogni. E ciò è desiderio d’Immenso, come afferma nella poesia Ecco, il libro del cielo: «Dacché l’uomo apparve sulla terra / guardò al cielo; / un grande libro… luna argentea … stelle nitide… allora volse il pensiero all’Immenso». Ma questo suo sguardo al cielo non è trascendenza, non è un immergersi in un mondo ultraterreno, pullulante solo di esseri celesti e divini, ma in quello sguardo al cielo, egli ritrova, proiettata in alto, la terra, con il meglio che c’è su questa, con le persone speciali che sono tali perché mirano in alto, spiccano il volo in su non lasciandosi contaminare dalle brutture del mondo. E le persone speciali esistono. Sono quelle «… che / hanno gesti delicati / d’attenzione / che / danno un senso positivo / alla vita; / che / esprimono un sorriso / anche nel pianto; / che / sanno imprimere / la magia dell’amicizia / che / vivono in simbiosi / con l’amore…».
Ma, se gli occhi di Sergio Camellini sono rivolti verso l’alto nel contemplare il meglio delle creature umane di quaggiù, questo può avvenire anche perché i suoi occhi sanno penetrare nel profondo dell’anima delle persone. Sergio Camellini è infatti uno psicologo, un medico psicologo. Quindi sa guardare pure dentro, sa scorgere tutte le pieghe dell’animo. È l’umanità che gli interessa, e la osserva, la scruta, per curarla e ripristinare l’armonia dell’anima, laddove essa si era frantumata.
Ora, tra tutta l’umanità, pur senza fare distinzione di persone, Sergio Camellini ha una particolare simpatia per la gente semplice, umile, non solo di carattere ma proprio come condizione sociale. Predilige il contadino, l’artigiano: il fornaio, il sarto, il fabbro, e così via. Spinto da questa sua predilezione, ha fondato un “Museo d’Arte Povera della Civiltà Contadina”. Di tutti costoro egli esalta la tenacia nell’affrontare il duro lavoro e lo spirito di sacrificio che sortisce come effetto la forza d’animo e la gaiezza; ne esalta pure la creatività e l’ ingegnosità nel superare i problemi e le difficoltà della vita. E la loro allegria sfocia pure nel canto, come ben ha espresso nella poesia Le mondine: fatiche e canti d’amore.
Ma se il nostro poeta guarda con simpatia alla gente contadina e artigiana, ciò non gli impedisce di guardare con grande ammirazione pure al mondo della cultura. Del resto Sergio Camellini, il quale è medico, poeta e scrittore, è un intellettuale e sa apprezzare l’Italia come la Culla di cultura. Nella poesia omonima esorta: «…Sole d’Italia // non demordere, / in quest’era tribolata / sii custode del bello…». Egli constata la decadenza dei costumi e la perdita dei valori in noi che pur siamo gli eredi di Dante: «Nell’oggi, / dove sono i valori?» e auspica che questi «…fossero un tripudio /…/ di emozioni, / di rispetto reciproco, / di dignità. / Ove, l’uomo si elevasse /…alla ricerca / della innata spiritualità» (Eredi di Dante).
Un’ammirazione mista ad amarezza per il degrado in cui è piombata, Sergio Camellini ce l’ha pure verso la natura. Essa non è tanto considerata nella bellezza dei suoi paesaggi ma come la madre terra maltrattata da figli ingrati: «Grida il tuo dolore / fertile, arida, amata Terra / …madre altruista e incompresa…» e con energia sprona: «…Alza la voce ora /…/ che l’uomo sia / riconoscente e degno / della tua benevolenza» (Orazione alla terra). E invita ad aver rispetto come nella poesia L’albero, un soffio di vita in cui così si esprime: «Se tu potessi / veder l’albero / come esser vivo /…/ nel pulsar // della sua linfa, // che circola come / il sangue del corpo, /…/ nutriresti appieno / il senso di rispetto…».
Sergio Camellini si rivela dunque come il poeta dell’amore, e dell’amore canta la tenerezza, la cortesia in cui rifulge la nobiltà dell’animo. È il cantore della gentilezza e in questa scorge poesia. La donna è la personificazione della delicatezza: «La raffinata melodia / della donna / non conosce / intemperanze, / … ma la grazia / dei sentimenti / e il fare gentile» (La melodia della donna).
Sergio Camellini sembra già diffondere il suo messaggio a partire dall’aspetto stesso. Se lo si osserva bene, si nota in lui, già nell’atteggiamento una carica umana improntata alla delicatezza nella distinzione del suo presentarsi, nell’espressione sorridente, nella mitezza e umiltà del suo porgersi, nella finezza del suo tratto.
E tutto questo è già poesia, poesia incarnata, poesia umanizzata.
Maria Elena Mignosi Picone
Sergio Camellini, Opera Omnia, II edizione, prefazione di Michele Miano, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 188, isbn 978-88-31497-97-8, mianoposta@gmail.com.
Maria Angela Eugenia Storti, "Itinerari di letteratura del novecento tra tradizione e innovazione"
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Maria Angela Eugenia Storti
ITINERARI DI LETTERATURA DEL NOVECENTO
TRA TRADIZIONE ED INNOVAZIONE
Per introdurre il lettore ad una prima comprensione di quest’opera d’alto spessore culturale-contenutistico, conviene delimitare gli ambiti di ricerca dei testi e definirne sin da subito le finalità. Il primo passo è quello di porre l’attenzione sulle personalità letterarie che l’autrice colloca nel “Novecento tra tradizione ed innovazione” e che sono richiamate nel sottotitolo. Esso recita: “Memorie artistiche a confronto: Mann, Kafka, Woolf, Eliot, Beckett, Wedekind, Pirandello, Montale”. Viene dunque attuata una scelta fra le maggiori voci artistico-letterarie del secolo scorso, tuttavia non affastellate casualmente e senza alcun criterio logico-interpretativo, ma accomunate da talune caratteristiche chiaramente individuate dalla stessa autrice nella nota introduttiva: «Il campo d’indagine di quest’opera mira a fornire un contributo alla cultura anglosassone e tedesca del Novecento e comprende manifestazioni italiane, la cui espressione può ritenersi per alcuni aspetti europea. Si tratta di autori ritenuti tra i più rappresentativi, in base ad una evoluzione diacronica della letteratura, ciclicamente e costantemente spinta dalla tradizione all’avanguardia». Vi è quindi una focalizzazione relativa alle oscillazioni pendolari delle visioni che la letteratura esprime, essendo essa spesso una creazione dello spirito debitrice del pensiero, soprattutto ai più alti livelli intellettuali.
Il passo successivo riguarda la suddivisione strutturale del libro – richiamata anche nella esplicativa prefazione di Lea Di Salvo – in tre sezioni, ovvero “Il romanzo”, “Il teatro”, “La poesia”. Come si vede è una tripartizione per generi letterari, che ritengo comunque più formale che sostanziale, in quanto la vera discriminante è trasversale alle tematiche, alle concezioni filosofiche, ai messaggi diretti o simbolici, agli aspetti del linguaggio. Procedendo oltre ci si avvicina ai saggi che ci consentono di avventurarci in questi “itinerari di letteratura”: saggi che hanno il pregio della brevità e della sintesi e, allo stesso tempo, d’una trattazione chiara ed esauriente della materia e che – per ragioni di spazio – posso qui indicare solo per sommi capi.
“Lamento e celebrazione nel ‘Doctor Faust’ di Thomas Mann” è la tragica vicenda di un artista che scende a patti col diavolo, allegoria del suo fallimento creativo e della musica, della crisi della civiltà borghese, della perdita dell’anima, della fede, dell’identità storica della Germania nazista: è “il libro della fine” (Mayer) e del nihilismo (Nietzsche). “Realismo e simbolo nell’opera di Franz Kafka” convivono ed entrambi sanciscono l’angoscia e la solitudine dell’individuo di fronte a poteri invisibili che lo schiacciano, mentre l’assenza di Dio è disperante.
In “Virginia Woolf: il romanzo del Novecento e le sue trasformazioni nell’universo femminile” i temi dominanti sono quello dell’emancipazione femminile (lotta contro i pregiudizi, autorealizzazione identitaria e culturale) e della follia (accusa alla psichiatria).
“Thomas Stearns Eliot: la prospettiva allegorica e la conquista della tradizione” è il saggio sulla sua rivoluzione poetico-simbolista (La terra desolata), del bisogno di trascendenza e salvezza causa il fallimento umano, della tradizione non ereditaria ma meta faticosa.
In “Luigi Pirandello: il sentimento del contrario e le sue origini storiche, filosofiche, letterarie”, l’autore italiano è a confronto con la dialettica del romanticismo tedesco; l’identità, le maschere, il vedersi vivere, l’assurdo, il non-senso sono tematiche universali; per lui vale il trinomio “grecità-sicilianità-europeismo”.
“La ‘Lulu’ di Frank Wedekind: ambiguità di un simbolo” rappresenta l’archetipo della ‘femme fatale’, vittima e carnefice in amore e nella vita, donna-serpente e donna-bambina per le antinomie della sua sessualità, per il carattere dualistico e dicotomico dell’opera.
Con “Samuel Beckett: la crisi dell’identità tra elegia e parodia giullaresca” entriamo nel teatro dell’assurdo, scardinamento del teatro borghese, dove non vi è nessuna verità, nessuna illusione, nessun mezzo per dire qualcosa, i personaggi sono figure menomate e diseredate, il vuoto prevale.
Infine “Alcuni aspetti poetici in Eugenio Montale e Thomas Stearns Eliot” li accomunano, come le immagini desolate della natura dove ogni cosa si sgretola, parimenti alla vita interiore; come il sentimento tragico dell’esistenza e lo sguardo disincantato sulla realtà, mentre le visioni divaricano circa trascendenza ed escatologia. In conclusione un’opera stimolante per un’analisi sul rapporto io-società e per un’autoanalisi sulle problematiche dell’essere.
Enzo Concardi
Maria Angela Eugenia Storti, Itinerari di letteratura del Novecento tra tradizione ed innovazione, pref. di Lea Di Salvo, Guido Miano Editore, Milano 2023, pp. 82, isbn 978-88-31497-99-2, mianoposta@gmail.com.
Johanna Finocchiaro, "Ramificare"
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Ramificare di Johanna Finocchiaro (Eretica Edizioni, 2022 pp. 64 € 15.00) è un libro di poesia completo e lineare nei suoi contrastanti frammenti, un viaggio dettagliato nell'affidabile qualità stilistica di congiungere i sentimenti umani e fondere, nelle sincere direzioni del cuore, l'istintiva potenzialità introspettiva. Johanna Finocchiaro espande la luminosa e intensa destinazione poetica, amplia la propria voce, dirama l'orientamento sensibile delle emozioni, estende la brevità dei testi nell'immediatezza della percezione interiore, diffonde lungo la coniugazione dell'amore il presentimento di appartenenza. Johanna Finocchiaro pone la propria scrittura nella maturità saggia della consapevolezza, oltrepassa il velo invisibile del timore, esamina gli aspetti teneri e appassionati della relazione con l'altro, la profondità intuitiva delle contraddizioni umane. Ramificare accresce la vulnerabilità delicata delle parole, amplifica la distensione delle circostanze amorose, accerchia il presagio dell'inquietudine nelle pagine, preannuncia il riscatto dell'identità in un assedio esistenziale, rafforza il respiro appassionato della partecipazione. La poetessa confessa il cedimento della premurosa e tenera fiducia nei ricordi di fronte al tremore intimo della dimenticanza, nutre la saggia intelligenza di presentare la sincerità come misura e forma di tutte le cose, oltrepassa la fusione del vissuto con la concentrazione dei comportamenti e delle sfumature di significato, sorvolando la decifrazione comunicativa, assoluta e vitale, di ogni influenza. L'evoluzione tangibile del coinvolgimento incoraggia la capacità di avvertire l'intendimento reale degli eventi e di coglierne l'essenza attraverso la compiuta complicità del pensiero. Johanna Finocchiaro afferma la pratica accurata dei conflitti, adatta il contrasto del groviglio istintivo nel libero e spontaneo scorrimento di una franchezza interpretativa, mantiene il suggerimento dell'anima, permette al recupero dell'attività psichica della memoria di guidare le funzioni comprensive della persuasiva conoscenza. Riflette il vincolo affettivo con l'incondizionata affinità delle sensazioni che si avvicendano nello spirito sussurrato della mente, utilizza un linguaggio istantaneo e autentico in cui seleziona e indirizza i contenuti della coscienza, spiega la spinta innata e costante dei desideri a compiere la ricerca rivelativa, a celebrare l'inconscia disgregazione delle corrispondenze temporali tra la ragione e la sua traduzione. La valenza poetica di Johanna Finocchiaro mostra generosamente la coincidenza originale delle esperienze cognitive, l'intonazione espressiva tra razionale e irrazionale, dichiara il solido intento di manifestare esteriormente l'energia dell'illuminazione, comprende l'attitudine di identificare e ospitare il carattere letterario del caos, l'imprevedibilità delle impressioni. Ramificare è un libro convincente, insegna l'interessante forza divulgativa attraverso l'incisiva lucidità dei testi, immedesima nella naturale vivacità dei legami lo specchio del proprio equipaggiamento emotivo, immerge la frequenza del dubbio nell'individuazione inconsapevole dei cambiamenti, della vicinanza distillata nelle intenzioni della vita, nella complessa e discordante suggestione della lontananza, emana il sortilegio della verità di ogni impronta biografica.
Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti” https://www.facebook.com/centroletturaarturopiatti/
ANIMA INFESTATA
Abitami
Che possano toccarmi la sorte
Le tue mani
HAIKU
Tu mi cercavi
Io ti volevo lieto
Però lontano
ONESTA
Ho provato a tergiversare
Ma non sono capace
A stare
RAMIFICARE
Onestà di sangue
Nei miei occhi
Si riflette nei tuoi
E la osservo
Là
Ramificare
SULLA SOGLIA
Esistono porte sospese e mondi
spalancati
Esistono possibili emisferi di luce
Esisto io, inginocchiata
Pronta a succhiare linfa dal presente
Perché scelgo di guardarci dentro
E restare
TITOLO SUPERFLUO
Lo riempirò volentieri quel divano.
Quella cucina
Quel letto
Quella doccia
Quel soggiorno
Quella vita
Prima o poi sarà il passato, a svuotarsi
UNO PIÙ UNO FA UNO
Regalami un libro rotto, un letto sporco
Le leggende antiche del bosco
Regalami onde ed effluvi
La speranza e i suoi barlumi
In respiri ricambierò
Dalla carne abdicherò
#insideart : Il BACIO di Costantin Brâncuși
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Comincia con un bacio questa rubrica dedicata all’arte. Amici lettori, ormai mi conoscete e sapete che non voglio annoiarvi ma entusiasmarvi nei confonti dell'arte, degli artisti, del colore. In questa rubrica vi proporrò solo un'opera, solo un artista, la descrizione sarà tecnica, ironica, breve, sintetica, informale, audace, originale. E quindi con questo bacio mettetevi comodi. Mentre guardate e leggete, ascoltate della buona musica, magari accettate i miei suggerimenti musicali che cercherò di intonare al resto del racconto. Ma ora bando alle chiacchiere, lasciate che vi baci e sono sicuro che qualcuno di voi mi dirà “baciami stupido”.
IL BACIO DI Constantin Brâncuși
Questo bacio è una scultura in pietra, misura circa 60 di altezza, 35 di larghezza e 25 di profondità. La prima versione è del 1907, successivamente l’artista ne ha realizzate altre.
Bypasso la bio di Constantin, se volete, cercatevi la storia della scultura posta su una tomba a Parigi e poi, in tempi attuali, ricoperta agli sguardi dei visitatori in attesa di decisioni. Giro intorno alla storia e vado avanti evitando l’accostamento con Rodin. Ora, insieme a voi, andiamo a toccare la materia.
Forza, interessiamoci alla scultura, vediamola, tocchiamola, sogniamo a occhi aperti di essere nei panni senza panni dei due amanti che sembrano nudi. Quello che voglio dirvi è che l’opera si intitola "Il bacio" ma io l’avrei chiamata “L’abbraccio”, perché è l’abbraccio quello che più mi ha colpito. Nell’abbraccio vedo azione, vedo fusione, vedo armonia, vedo amore che vale una vita, vale un'eternità, vedo tutto quello che ognuno di noi cerca parlando di amore.
Oh! Il bacio, sì, che possiamo vederlo, ma io preferisco provare il calore dell'abbraccio, quel sentirsi un tutt’uno fra due corpi liberi di amarsi. Un bacio è il tocco finale, l'effusione focalizzata dall’artista solo per attirare l’attenzione e far sciogliere l’osservatore in un abbraccio universale.
Baciamoci, sì, ma il vero amore è scaldato da un abbraccio che non deve essere necessariamente forte, basta che sia onesto, spontaneo, dolce, tenero, sentito, avvolgente, coinvolgente, profondo da entrare nell’anima degli innamorati come un sigillo a testimoniare un sentimento unico.
In quest'opera quasi non si distingue chi sia l’uomo e chi la donna, perché in fondo non è importante il sesso, il bacio è una piccola azione d’amore e dove c’è amore c’è vita.
“Baciami stupido”, sì, ma prima abbracciami.
Questa scultura è di pietra monocromatica, apparentemente fredda. Se potessimo realmente toccarla ne assaggeremmo la temperatura tiepida. Eppure è più calda di un'opera pittorica piena di colore. E' quello che voleva l’autore: anche se di pietra, la materia dell'opera è bollente.
Se nelle foto vediamo Constantin Brâncuși spettinato, di certo è stato un tipo mica di ghiaccio, la scultura è stata solo il suo linguaggio naturale, un ritorno all’essere primitivo preferito al modernismo senz'anima.
Amici lettori, la musica consigliata per accompagnare la lettura è Stephen Stills Live At Berkeley 1971.
Ci rivediamo alla prossima opera, non perdiamoci di vista, l’arte osservataa da me insieme a voi è divertente, che ne dite?
Dumitru, il vampiro
In una coltre di fumo azzurrognolo, apparve nella mia camera da letto, proprio mentre l'orologio a pendolo appeso sul muro nel salone della reggia rintoccava la mezzanotte. Il suo nome era Dumitru.
Quell'uomo – se così si poteva dire – dall'età indefinibile aveva i capelli corti e neri come il pelo di una pantera, dalle labbra cremisi appena socchiuse s'intravedevano lunghi canini perlacei, per non parlare della carnagione pallida come se la pelle non fosse mai stata esposta al sole. Inoltre, indossava un abito nero con un gilet rosso che gli conferiva un look alquanto sofisticato.
Lo sguardo di quella misteriosa figura rifulgeva di una luce arcana particolarmente invitante, al punto di provare un'attrazione indescrivibile. Nel frattempo, una moltitudine di pipistrelli stridenti svolazzavano in cerchio ravvivando le centinaia di fiammelle che danzavano sul pavimento. Tutto ciò sembrava una sorta di rituale.
«Ti concederò l'immortalità, ma in cambio dovrai diventare la mia donna» disse con voce vibrante.
Acconsentii con un cenno del capo e allargai le braccia, ormai mi aveva fatta sua. Grazie alle sue proverbiali abilità oscure, piombò con velocità e stupefacente grazia sul letto a baldacchino per mordermi, tenendomi saldamente per i fianchi. Avvertii un male lancinante che poi si tramutò in un piacere estremo e uno stato di estasi senza precedenti, suggellando così la nostra imperitura unione improntata alla fedeltà. Da quel preciso istante, lo seguii in ogni dove, attraverso notturni "mordi e fuggi" che sapevano di sangue e adrenalina.
Due secoli dopo, Dumitru, sentendosi braccato dalla Confraternita Desmodus, fece sì che fungessi da esca inconsapevole, lasciandomi da sola in uno dei vicoli bui di Bratislavia.
Quel tradimento mi spezzò il cuore, ma il dolore non era assolutamente paragonabile al paletto di frassino che mi venne conficcato da un cacciatore di vampiri.
Il compleanno di Celestino
«Oggi Celestino compie un anno!» mi disse gioiosamente Elisa una mattina, tenendo il gattino in braccio e sbaciucchiandogli la testa. Accarezzai teneramente quel batuffolo dagli occhi azzurri e dal pelo bianco che, per tutta risposta, mi fece le fusa, strusciando il musino tra le mie dita. Era un amore, sebbene particolarmente vivace e spericolato.
«Peppe, cosa possiamo regalare al "nordico"?» mi chiese candidamente la mia sorellina, chiamando il festeggiato con un nomignolo.
«Non so, magari una ciotola, altrimenti un gomitolo di lana» risposi banalmente.
«No, lui ha già queste cose!»
«Che ne dici di un giocattolino?»
«Mi è venuta un'idea: a 'sto monellaccio regaleremo un piccolo paracadute.»
«Un piccolo paracadute?»
«Sì, sai perché? Così le prossime volte che salirà sul tetto oppure su un albero, metti che come al suo solito non riuscirà a scendere, gli basterà saltare.»
Altezza
«Il problema è che preferisco i ragazzi alti, da un metro e ottanta centimetri in poi. Tu non superi il metro e settanta. Peccato, sai? Sei un bel ragazzo e sei pure simpatico» mi disse Veronica, una ragazza che avevo conosciuto settimane prima, in una sera d'estate, tramite amici. Questi ultimi, pur restando nei paraggi, ci lasciarono da soli sul lungomare poiché intuirono un evidente interesse da parte mia.
«Un metro e settantuno!» precisai con un finto sorriso, oltretutto consapevole di non poter combinare nulla solo perché mancavano all'appello nove centimetri del cazzo.
«Non sei alto! Scusa, eh!» replicò la "geometra", per di più muovendo una mano in verticale a mo' di righello, dandomi così il colpo di grazia.
«Misura questo, eh!» stavo per esclamare con il proposito di farle un gestaccio, ma per fortuna mi trattenni.
Improvvisamente quella picciotta milazzese mi apparve antipatica e indelicata. Non mi rimaneva altro che calare il sipario.
«L'importante non è essere alti, ma essere all'altezza» conclusi deglutendo, poi dignitosamente alzai i tacchi e impettito m'incamminai in direzione della comitiva.
Dalla mia espressione intrisa di mestizia, gli amici, immaginando l'esito l'infruttuoso, si dimostrarono molto solidali, specie Franco che mi offrii una pacca sulla spalle e un paio di birre.
Avevo vent'anni.
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